Google e AI Mode: la colonizzazione linguistica dell’inglese in Italia

Di Antonio Zoppetti

Dopo i primi esperimenti con cui Google ha introdotto nella ricerca un servizio basato sull’intelligenza artificiale – denominato in inglese: AI Overwiew – da qualche giorno è spuntata una nuova funzione su cui il motore di ricerca spinge, e questa volta si chiama AI Mode.

Perché i colossi statunitensi continuano a diffondere la terminologia in inglese, invece che tradurla? Perché ci riempiono di bottoni e funzioni chiamati timeline, widget, follower e via anglicizzando? Perché parlano di AI invece di IA (Intelligenza artificiale) e usano la parola “mode”?

La risposta è semplice, e la denuncio ormai da dieci anni: perché le multinazionali hanno tutto l’interesse a imporre la propria lingua a tutto il mondo. Per loro le lingue locali sono un ostacolo alla lingua unica che vogliono imporre nei mercati, e questa lingua unica è la propria lingua naturale.

Questo progetto è una forma di neocolonialismo culturale che dovrebbe essere evidente a tutti, anche se i linguisti non sembrano in grado di coglierla e di elevarsi dal particolare al generale. Si limitano ad analizzare le singole parole indipendentemente dai contesti sociali che le diffondono. Eppure, per capire come stanno le cose non ci vuole granché: basta usare AI Mode come un cavallo di Troia e rivolgere una domanda molto semplice: perché il servizio si chiama con un nome in inglese?

Perché AI MODE è in inglese?

In un primo tempo lo strumento non ha capito che mi riferivo al servizio “Ai Mode” nel quale scrivevo (mea culpa), dunque la risposta è stata che (grassetti miei):

Per comprendere il motivo per cui un servizio specifico ha un nome in inglese, è necessario conoscere il servizio in questione. Tuttavia, in generale, ci sono diverse ragioni per cui si utilizzano nomi in inglese, specialmente nel mondo tecnologico e commerciale:
– Identificazione internazionale: Un nome in inglese può essere riconoscibile a livello globale, facilitando la sua diffusione in diversi mercati.
– Percezione di innovazione: L’uso di termini inglesi può dare l’idea che un prodotto o servizio sia all’avanguardia o legato a una cultura di business moderna e internazionale.
– Terminologia specifica: Molti settori, in particolare quello tecnologico, hanno una terminologia che si è sviluppata principalmente in inglese. Utilizzare questi termini può essere più efficiente e preciso.
– Marketing e branding: Un nome in inglese può suonare più accattivante o memorabile per il pubblico di destinazione, a seconda del contesto e del mercato.
– Tendenze del settore: In certi ambiti, come quello delle startup o dei servizi digitali, l’uso dell’inglese è diventato una prassi diffusa, a volte per emulare aziende di successo nate in Paesi anglofoni.

Per un’analisi più dettagliata, potresti fornire il nome del servizio specifico a cui ti riferisci.

In sintesi, la tesi è che l’inglese facilita i mercati, è presentato come una scelta all’avanguardia, moderna e internazionale, è una prassi diffusa… e tutta una serie di luoghi comuni che dimostrano tutto l’intento colonizzatore che sta sotto queste scelte comunicative. L’inglese sarebbe dunque “più efficiente e preciso” (per chi è anglofono, di certo). Non c’è alcuna considerazione sulla trasparenza, sui destinatari, sul rispetto per le lingue e culture locali… tutto si basa sugli interessi del marketing e del branding delle multinazionali.

Ho provato allora a riformulare la domanda in modo più preciso:
Perché AI MODE si chiama con un nome in inglese?

Risposta: “Le ragioni per cui il servizio di ricerca di Google si chiama ‘AI Mode’ con un nome in inglese sono principalmente legate a considerazioni di branding, internazionalità e terminologia tecnologica.
Le motivazioni più specifiche includono:

– Terminologia del settore: Il termine ‘AI’ è l’abbreviazione riconosciuta a livello globale per Artificial Intelligence, cioè ‘intelligenza artificiale’. Nel campo della tecnologia, l’inglese è la lingua dominante, quindi usare questa sigla rende il servizio immediatamente identificabile in tutto il mondo.
– Internazionalizzazione: Un nome in inglese rende il servizio comprensibile in un vasto numero di paesi, semplificando la sua introduzione in diversi mercati. AI Mode, ad esempio, è stato lanciato in diversi paesi e in più lingue, ma il nome rimane coerente per un riconoscimento immediato.
– Posizionamento e marketing: Utilizzare un nome come ‘AI Mode? rafforza l’idea che il prodotto sia all’avanguardia, innovativo e parte integrante dell’esperienza di ricerca. Il termine ‘Mode’ (modalità) indica chiaramente che si tratta di una specifica funzione o versione della ricerca.
Coerenza del marchio: Per un’azienda globale come Google, mantenere una certa coerenza nei nomi dei prodotti è fondamentale. Molti dei suoi servizi e strumenti tecnologici utilizzano terminologia inglese, anche quando vengono introdotti in mercati non anglofoni. Questo fa parte di una strategia di branding consolidata.
Evoluzione del prodotto: Inizialmente, Google aveva lanciato le “AI Overviews” (riepiloghi con intelligenza artificiale). Il passaggio a “AI Mode” rappresenta un’espansione e un’evoluzione della funzionalità, rendendola una vera e propria modalità di ricerca conversazionale e multimodale, e il nome inglese comunica bene questo cambiamento di passo.

Di nuovo, le ragioni della mancata traduzione stanno negli interessi delle multinazionali, mica di quelli dei Paesi da colonizzare. E quindi il sistema spiega che “AI” sarebbe un internazionalismo (invece che un anglicismo), e “mode” esprimerebbe “chiaramente” la sua funzione (chiaramente per chi? Per gli anglofoni, of course). Ma a parte questi ossimori, l’IA getta la maschera dietro la quale certi addetti ai lavori si nascondono: per Google la coerenza del marchio è fondamentale e il ricorso alla terminologia inglese è una strategia di branding consolidata. Dunque gli utenti sono sudditi delle strategie neocoloniali imposte dai marchi e dai mercati. E poco importa che in italiano ci sia l’IA al posto dell’AI e la “modalità” al posto di “mode”, almeno da noi…

AI Mode” in Francia, Spagna e Portogallo

Mentre i nostri “intellettuali” e la nostra intera classe dirigente dalla mente colonizzata hanno introiettato e ha fatto loro l’idea che essere internazionali coincida con il pensare e parlare in angloamericano come ci spiega Ai Mode, per essere davvero internazionali basta guardare cosa succede nei Paesi a noi vicini, come la Francia, la Spagna o il Portogallo.

In questi Paesi – udite, udite! – sui giornali non si parla di AI come prevale da noi, ma di IA (il che vale un po’ per tutte le altre sigle, a partire dall’Aids che si chiama Sida) e in Francia ci sono stati problemi legali davanti all’introduzione sia di AI Overwiew sia del nuovo servizio – al momento bloccato – che da loro si chiama Mode IA (come riporta Le monde), cioè in francese e con la collocazione delle parole alla francese.

Si potrebbe pensare che la tutela del francese sia imposta dalla legge Toubon che obbliga le multinazionali a tradurre la terminologia, ma non c’è solo questo aspetto; altrove, a prevalere c’è semplicemente il buon senso, e infatti anche nelle altre lingue romanze (dove non ci sono simili leggi) questa funzione è tradotta: nel caso dello spagnolo e del portoghese la traduzione MODO IA si ritrova sia nella terminologia di Google sia negli articoli di giornale (cfr. El Pais e Correio), e solo in Romania il servizio è stato riproposto in inglese come da noi.

A questo punto sorge spontanea la domanda: perché queste differenze? L’inglese internazionale moderno ed efficiente esportato dalle multinazionali è allora venduto a questo modo solo nell’italietta colonizzata? Certo che sì. E ancora una volta la risposta di AI Mode è brutalmente sincera e illuminante, alla faccia di tutte le idiozie sparate da certi addetti ai lavori che giustificano il ricorso all’inglese agendo da veri e propri collaborazionisti.

Ho perciò domandato: “Perché AI MODE in Italia non è stato tradotto ma in Spagna, Portogallo e Francia è tradotto?

Risposta: Le motivazioni dietro le scelte di traduzione e localizzazione di Google, compresa la decisione di mantenere il nome ‘AI Mode’ in Italia mentre in altri paesi come Spagna, Portogallo e Francia si è optato per una traduzione, non sono sempre rese pubbliche in dettaglio. Tuttavia, si possono ipotizzare diverse ragioni:

– Strategia di mercato e target audience: Google potrebbe aver valutato che il pubblico italiano, rispetto a quello di altri paesi, sia già più familiare o incline ad accettare la terminologia inglese nel campo della tecnologia, in particolare con abbreviazioni come ‘AI’.
– Percezione del marchio: L’uso di un nome inglese può essere associato a un’immagine più moderna e innovativa in alcuni mercati.
– Coerenza interna: Mantenere un nome uniforme a livello globale può semplificare il branding e le operazioni di marketing, specialmente per prodotti tecnologici complessi.
– Differenze linguistiche e culturali: La traduzione in altre lingue può essere stata considerata più efficace per raggiungere un pubblico più ampio, forse meno esposto alla terminologia tecnica inglese.
Test e feedback: È possibile che Google abbia condotto test o analisi di mercato in Italia che suggerissero che la traduzione del nome non fosse necessaria o addirittura controproducente.

Se si mettono in fila tutte queste cose emerge perfettamente ciò che i linguisti non vedono (o fanno finta di non vedere) e soprattutto non dicono: l’Italia è un Paese più facilmente colonizzabile (e colonizzato) per ragioni sociali. Da noi manca ogni resistenza – culturale prima che politica – davanti all’anglicizzazione. La nostra classe dirigente preferisce ostentare l’inglese e l’itanglese e ha ormai rinunciato a esprimersi in italiano. Basta scorrere i titoli dei giornali per rendersene conto.

Secondo il Corriere, cosa caratterizza la Torino storica delle tradizioni, insieme alla bagna cauda? Ma il layering è ovvio!

E passando a un tema etichettato come “life”, che dire della Cocktail Week di Taormina, in un articolo che parla di mixology, drink e street bar?

L’itanglese è la lingua dei giornalisti colonizzati e allo stesso tempo colonizzatori, che seguono le stesse logiche di Google e delle multinazionali e vendono l’inglese come internazionale, moderno, efficiente… senza essere consapevoli della distruzione dell’italiano che mettono in atto.

L’intelligenza artificiale lo sa benissimo – al contrario dei linguisti – e ci colonizza giorno dopo giorno con la lingua delle multinazionali perché sa benissimo che glielo lasciamo fare e che siamo una massa di idioti da manipolare, e non una cultura da rispettare.

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Giornata Mondiale della traduzione

Buongiorno, amici di Perfettamente Chic! Oggi, mentre sorseggiate il vostro caffè o il tè della mattina, vi porto in un viaggio davvero speciale: quello della Giornata Mondiale della Traduzione, o come si dice elegantemente in inglese,

International Translation Day

Una giornata tutta dedicata a chi ci permette di capire il mondo, un dialogo alla volta, parola per parola.

Ma prima di tutto: quando si celebra e perché proprio questo giorno? Il calendario segna il 30 settembre. La scelta non è casuale: questa data coincide con l’anniversario di San Girolamo, il santo patrono dei traduttori. Girolamo, vissuto nel IV secolo, è famoso per aver tradotto la Bibbia dal greco e dall’ebraico al latino, dando vita alla celeberrima Vulgata. Insomma, un vero maestro del “parola per parola”!

Dove si festeggia? In tutto il mondo! Dalle grandi conferenze internazionali alle piccole scuole di lingue, dai traduttori freelance nelle loro accoglienti scrivanie ai poliglotti che si ritrovano online per brindare alle lingue. Ovviamente, ogni Paese porta il suo tocco particolare:

  • in Spagna si fanno incontri con letture teatrali,
  • in Cina si organizzano gare di traduzione simultanea, mentre
  • in Canada si celebra con eventi bilingue che fanno invidia a qualsiasi festival culturale.

Ma chi ha deciso di istituire questa giornata?

È stata promossa dall’International Federation of Translators (FIT) nel lontano 1953, ma la celebrazione ha preso davvero piede solo negli anni successivi, diventando un momento ufficiale di riconoscimento per tutti i professionisti delle lingue, interpreti e traduttori. Un’occasione per ricordare quanto il loro lavoro sia fondamentale: senza traduttori, buona parte dei libri, film, serie TV e persino dei meme internazionali sarebbero… incomprensibili!

E parlando di curiosità, sapevate che

  • in Giappone c’è chi colleziona dizionari rari come fossero opere d’arte, o che
  • in Germania esiste un concorso per tradurre poesie impossibili da una lingua all’altra, con premi che comprendono cioccolato, libri e persino… viaggi linguistici?

E non dimentichiamo l’ironia di chi si trova a tradurre giochi di parole intraducibili: immaginatevi il traduttore di un cartellone pubblicitario che cerca di rendere divertente una battuta locale senza far piangere di noia chi legge dall’altra parte del mondo!

In Italia💚🤍❤️, la Giornata Mondiale della Traduzione è spesso celebrata con conferenze, workshop e reading letterari, con un occhio particolare al multilinguismo e all’importanza di preservare le lingue minoritarie. E se vi capita di incontrare un traduttore oggi, un sorriso, un caffè e magari un

Grazie per farci capire il mondo

saranno sicuramente apprezzati!

Insomma, questa giornata è un invito a guardare il mondo con curiosità, a scoprire lingue nuove, a ridere delle traduzioni improbabili e a celebrare chi, con pazienza e talento, rende tutto comprensibile… parola dopo parola. E adesso, tra una tazza di caffè e un biscotto, provate a tradurre qualcosa di buffo: chi lo sa, potreste scoprire un talento nascosto!

Autore: Lynda Di NataleFonte: webImmagine: AI

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Nasce il gruppo Explicit per la restituzione dei prestiti linguistici (pesce d’aprile)

di Antonio Zoppetti

Il movimento dei linguisti democratici dell’Accademia della Farina integrale ha dato vita oggi al gruppo Explicit, con lo scopo di monitorare i prestiti dall’inglese ormai radicati nella lingua italiana. “Se sono prestiti è arrivato il momento di restituirli – ha dichiarato l’arciconsolo della fondazione – perché sono troppi e non ce ne facciamo niente.”

Il gruppo “Explicit” ha il compito di esprimere un parere sulla sopportabilità – quantitativa e qualitativa – delle parole inglesi che stanno ibridando l’italiano. Il gruppo respinge ogni autoritarismo linguistico, e, attraverso la riflessione e lo sviluppo di una migliore coscienza linguistica e civile, vuole de-anglicizzare il lessico degli operatori della comunicazione, dei giornalisti, dei politici e di tutti i collaborazionisti della dittatura dell’inglese imposta alle masse e alla lingua comune.

I centri di raccolta

Centinaia e centinaia di prestiti inglesi sono già confluiti nei centri di raccolta sorti in molti capoluoghi – i più attivi a Milano (capitale dell’itanglese), ma anche a Roma, Firenze, Palermo, Padova e Forlì – dove i cittadini sempre più esasperati li stanno consegnando ai responsabili che, dopo averli studiati e classificati, si accingono alla restituzione. Il primo problema è quello di stabilire la loro reale provenienza etimologica, per poterli inviare alle ambasciate dei rispettivi Paesi in modo che se li riprendano. La maggior parte arrivano dagli Stati Uniti, ma non mancano anche i vocaboli inglesi (come tunnel, meeting o sandwich) e altri ancora che provengono da Israele (green pass, Gaza City, West Bank) o da altri Paesi anglofoni o anglicizzati (come apartheid che proviene dal neerlandese o boomerang dall’Australia).

Le reazioni dell’anglosfera

Le reazioni dell’anglosfera sono per il momento scomposte e poco unanimi, perché nessuno se li vuole riprendere, ed è iniziato sin da subito uno scaricabile per cui ogni Paese tende a imputare al Regno Unito la principale fonte di provenienza.

“È vero che una parola come privacy è diffusa negli Usa – ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca – ma a sua volta noi l’abbiamo presa dall’inglese, dunque la faccenda riguarda gli inglesi.” “Niente affatto – ha replicato l’ambasciatore di Oxford e di Cambridge – noi diciamo “prìvasi” e non “pràivasi” secondo la pronuncia di italiani e statunitensi, dunque lo smaltimento del termine non spetta certo a noi.”

Mentre su molti vocaboli sono sorte controversie legali che sono finite sui tavoli della Corte Internazionale, un altro problema è costituito dagli anglicismi che non provengono da alcun Paese straniero.

Espressioni come beauty case, smart warking, autostop, autogrill, footing e mille altre sono state respinte da tutta l’anglosfera che attribuisce all’Italia la creazione di simili pseudoanglicismi di cui non si assume la responsabilità. Tra le parole che ci sono tornate indietro con ricevuta di ritorno ci sono poi termini come basket – respinto in quanto gli anglofoni parlano di basketball – e poiché noi lo usiamo al posto di pallacanestro (e non di cesto), la restituzione è stata considerata illegittima e affossata in modo ufficiale.

Analoghi respingimenti si stanno verificando per le parole inglesi a cui noi attribuiamo un significato diverso dalla lingua di provenienza, come mobbing, che in inglese non indica affatto una persecuzione nell’ambiente lavorativo, o come dressing che sarebbe un condimento per l’insalata e non il modo di vestire (cioè il dress code che è invece in trattativa di restituzione).

Le polemiche sul piano interno

Enormi polemiche sono sorte anche sul piano interno, dove molti anglicisti hanno sottolineato come questa operazione sia poco fattibile, nella pratica, per varie ragioni.

La prima si può individuare nelle migliaia di parole ibride (whatsappare, computerizzare, clownterapia, libro-game, shampista…). I Paesi anglofoni stanno manifestando una certa disponibilità a trattare solo sulle radici inglesi, ma tutti sono concordi nel respingere parole del genere che contengono anche elementi italiani considerati a loro estranei. In buona sostanza gli ibridi – che non sono né italiani né inglesi – non li vuole nessuno, e attualmente è allo studio una proposta di legge per mandarli temporaneamente in un luogo di stoccaggio in Albania, per tenerli fuori dall’Ue, anche se non è chiaro se questa strategia violi o meno le leggi internazionali.

La seconda questione, forse la più spinosa, riguarda i prestiti di necessità, che come tutti i linguisti sanno sono appunto necessari e dunque non se ne può fare a meno. Il caso più eclatante è quello di mouse, che tutti hanno tradotto con “topo”, ma a noi italiani non è venuto in mente e dunque ripetiamo l’inglese come se non si potesse fare altro.

“Come facciamo adesso a parlare del mouse se restituiamo anche questo?” ha lamentato un accademico attonito davanti all’iniziativa.

La soluzione rivoluzionaria del gruppo Explicit è quella di creare nuove parole italiane, anche se molti linguisti non sono più capaci, visto che da mezzo secolo sono abituati a ripetere e legittimare solo l’inglese. Eppure la proposta del gruppo Explicit è semplice: sostituirlo con “topo inglese”, una scelta che si basa sull’italiano storico dove da sempre si parla per esempio di chiave inglese o zuppa inglese, anche se una minoranza disallineata propende per la soluzione di “topo americano” sul modello di sogno americano e di altre varie americanate.

Le contromisure degli USA

In attesa di vedere come la complicata situazione si evolva e stabilizzi, dagli Usa sono arrivate le prime dichiarazioni in risposta a simili provvedimenti. “Per ogni anglicismo che sarà restituito, deporteremo dieci italianismi a Roma” ha dichiarato Trump che sta valutando l’idea di introdurre anche i dazi lessicali. I suoi consiglieri, tuttavia, premono per evitare questa soluzione che si esaurirebbe nel giro di pochi minuti, visto che a parte pizza, mandolino e cappuccino gli italianismi sono stati di solito adattati in inglese e dunque non sono tecnicamente restituibili.

La trovata di Trump rischia insomma di rivelarsi un boomerang, perché parole come design, sketch, novel, bank, mascara e tutte le altre derivano certamente da disegno, schizzo, novella, banca e maschera, ma dopo il restyling sono diventate a tutti gli effetti inglesi, e dunque se non si possono considerare parole “italian sounding” non possono essere restituite, anzi, a norma di legge siamo noi che dovremmo rispedirle al mittente, invece di farne il plus del made in Italy. Inoltre – mentre da noi tra gli addetti ai lavori dilaga l’idea che esistano i “prestiti di necessità”, il concetto di “italianismi di necessità” non trova corrispondenza nella mentalità anglofona. “Italianismi di necessità? Ma che cavolo state dicendo?” ha chiosato il responsabile della comunicazione di Eleno Mask – come da oggi si dirà in Italia – estremamente preoccupato dal fatto che dovrà cambiare tutta la terminologia delle sue interfacce a partire da X e tradurle in italiano, invece di colonizzare il mondo con i follwers, gli hashtag, le newsletter e tutte le altre espressioni itanglesi con cui le multinazionali d’oltreoceano ci stanno rimbecillendo da decenni.

PS
Questo articolo (ripreso da italofonia.info) si può anche ascoltare su
TG UIV (Notiziario dei fatti italiani, edizione speciale pesce d’aprile a cura di Roberto Vielmi).

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Nasce il gruppo Explicit per la restituzione dei prestiti linguistici - Italofonia.info

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Il sistema linguistico italiano ha un problema di identity

Di Antonio Zoppetti

In questi giorni al Palazzo dei congressi dell’Eur, a Roma, è in corso L’Esposizione Nazionale italiana del Sistema Italia, patrocinato da enti come il Ministero della Cultura, la Regione Lazio e l’INPS che vogliono farsi promotori della valorizzazione storica del territorio.

E come si chiama questo evento per promuovere il Sistema Italia? Con l’ennesimo gioco di parole basato sull’inglese, naturalmente: “Identitaly” (grazie a Daniele Imperi che me l’ha segnalato), perché la lingua italiana non fa parte del patrimonio linguistico che si vuole rilanciare e tutelare.

L’anno scorso c’era stata un’iniziativa simile che invece si chiamava Identitalia, in italiano, ma siccome i nuovi strateghi della comunicazione dalla mente colonizzata non ce la fanno a usare l’italiano, si rendeva necessario un sottotitolo per sottolineare che all’inglese non si può rinunciare: IDENTITALIA: the Italian Iconic Brands.

In questo caso l’obiettivo della mostra era di celebrare il “made in Italy” e “valorizzare il patrimonio economico, industriale e culturale rappresentato dai Marchi Storici” e del “saper fare italiano con uno sguardo al futuro”, con un’attenzione per le storie imprenditoriali di successo e per i designer che hanno cambiato il modo di comunicare l’immagine aziendale dei prodotti.

Ma quando una società, per valorizzare ed esportare i propri punti di forza ricorre all’inglese invece della propria lingua (in un passaggio dal disegno industriale all’italian design, e dal prodotto italiano al made in Italy), significa che qualcosa si è spezzato e abbiamo un problema di “identity”, come si potrebbe dire per essere più moderni e soprattutto coerenti con la strategia di anglicizzare ogni cosa.

Del resto “L’italian design day” (con l’inversione sintattica che ormai caratterizza sempre più espressioni) è una rassegna tematica annuale organizzata dal 2017 dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Farnesina in collaborazione e con il supporto del Ministero dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo.

Quando a diffondere e ufficializzare questo nuovo stilema linguistico sono le istituzioni non resta che prendere atto che – checché ne dicano gli anglomani, i “non-è-propristi” e i negazionisti – l’itanglese non solo esiste, ma è anche un modello comunicativo preferito e divulgato da un nuovo Sistema Italia (prossimamente si potrà forse meglio dire Italian system) che rinuncia alla propria lingua per identificarsi con quella d’oltreoceano.

Sempre la Farnesina, per esempio, aderisce e promuove un evento annuale che apre gratuitamente al pubblico centinaia di edifici di Roma notevoli per le loro caratteristiche, progetto che non si chiama certo “Case aperte” bensì con un più solenne Open House Roma, che fa “pendant” con mille altre espressioni del genere, dagli “Open day” delle scuole agli “Open” del tennis, dalle tecnologie informatiche “open source” a quelle “open data”. Tra i neologismi della Treccani – che per la metà sono ormai in inglese – si registrano anche: open content, open editing, open party, open plan, open publishing, open toe e open work. L’italiano è sempre più open al globish, per sintetizzare ciò che sta accadendo.

Se ai tempi di Dante la lingua del sì si confrontava soprattutto con i modelli provenzali della lingua d’oc, oggi si confronta con la lingua d’ok, come si può notare sul sito del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che davanti all’informativa sui “cookie” propone di selezionare “OK, ho capito”, e nonostante lo sforzo di scrivere “posta elettronica certificata” non può fare a meno di ricorrere a “mail” o “chat”, perché ormai l’italiano non è più in grado di esprimere certi ambiti come quello informatico con il proprio lessico, e anche quando esiste si privilegiano soluzioni come “homepage” invece di pagina principale, e si scrive “Contact Center UIBM” come fosse normale.

A proposito di Dante e di iniziative istituzionali, vale la pena di segnalare il progetto Cantica21 “per promuovere e valorizzare l’arte contemporanea italiana” che ancora una volta ha bisogno di essere affiancato da una “spiegazione” in inglese: Italian Contemporary Art Everywhere.

Colpisce che Dante sia definito un “visionario”, espressione di solito riservata a imprenditori statunitensi come Steve Jobs e più recentemente Elon Musk, con un’accezione positiva sconosciuta nell’italiano storico (visionario fino a una ventina di anni fa era sinonimo di delirante più che di lungimirante). E così è stato ormai sdoganato anche l’uso di Crediti sul calco di Credits che si legge nel menù di navigazione in fondo al sito, dove si trova anche l’inevitabile “Privacy” ufficializzata dalle istituzioni, “Cookie”, ma anche la scelta di proporre agli italiano “About” invece di “Chi siamo”.

Un altro progetto dedicato alla promozione dell’editoria italiana nel mondo si chiama invece NewItalianBook e le categorie dei libri sono ormai espresse in inglese: fiction, non-fiction, graphic novel, children… siamo insomma una colonia, un provincia del nuovo impero culturale a stelle e strisce.

L’elenco delle iniziative istituzionali in inglese è infinito, e questa strategia accomuna tutti i governi di destra e sinistra del nuovo millennio. Lo si è visto con i costosissimi portali miseramente falliti di Franceschini (Pd) per promuovere l’italianità denominati di volta in volta Very Bello e ITsART sino a quello che piace alla (per adesso) ministra del turismo Daniela Santanché: Open to meraviglia. Intanto le Poste italiane sostituiscono i pacchi ordinari e celeri con la logica del delivery, i rimborsi statali si effettuano attraverso il cashback, Alitalia è diventata Airwais gesttita dalla società Air Italy, il sistema di allarme pubblico che avverte i cittadini di potenziali rischi e catastrofi si chiama IT Alert e l’identità digitale degli italiani è regolata da IT Wallet

Per chi è rimasto all’Ottocento e al purismo, bisogna specificare chiaramente che tutto ciò non ha niente a che vedere con i “barbarismi” che di solito erano comunque italianizzati – non c’è alcun problema con le parole straniere – bensì con la colonizzazione di una sola lingua dominante: una vera e propria “dittatura dell’inglese” che schiaccia l’italiano, lo fa regredire e lo ibrida. Per chi non se ne fosse accorto, tutto ciò non ha nemmeno niente a che fare con gli anglicismi – cioè con le singole parole inglesi – ma con un sistema linguistico che sta saltando, con un cambio di paradigma linguistico-culturale e con un riversamento dell’inglese crudo – e solo quello – sempre più ampio e profondo che sta producendo una nuova diglossia: l’italiano non possiede lo stesso prestigio e non può competere nella “selezione lessicale” che vede l’inglese al vertice.

Mentre certi linguisti si aggrappano in modo patetico alla teoria dell’obsolescenza degli anglicismi che – a loro dire – sarebbero perlopiù passeggeri e destinati a passare di moda e a scomparire, non si accorgono che per ogni anglicismo che esce ce ne sono dieci che entrano. E anche se la vita media delle parole inglesi fosse così effimera – ma non lo è affatto e anzi le espressioni in inglese si allargano, più che regredire – basta pensare che anche gli insetti come le zanzare vivono poco più di un mese, il che non significa che il problema delle zanzare non esista, come chiunque dotato di un minimo di raziocinio sa; e poco importa che la zanzara che ci ha pizzicato l’anno scorso non sia la stessa che ci pizzicherà il prossimo. Il numero delle espressioni inglesi, complessivamente, è in aumento, e chi sostiene il contrario è in malafede.

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I “falsi amici” cambiano l’italiano ma non lo uccidono

Di Antonio Zoppetti

Quando la lingua dominante in Europa era il francese, in un pionieristico Saggio intorno ai sinonimi della lingua italiana (1821), Giuseppe Grassi rifletteva sull’inappropriatezza della parola “pendente” che veniva allora impiegata al posto di “durante”, e ne denunciava l’abuso:

“Bassa imitazione de’ modi francesi; (…) tanta e tale è la forza delle straniere invasioni, che le lingue istesse de’ popoli soggetti ne ricevono la vergognosa impronta, e le macchie della favella sono pur troppo indelebili segni di servitù. Sentirono gli Italiani suonar lunga pezza alle orecchie loro il pendant que, pendant la guerre, pendant les tems de’ Francesi, e non arrossirono d’imitare simili modi torcendo a questa inusitata significanza il vocabolo pendente, e dimentichi affatto del mentre che, durante la guerra, durante il tempo, ec. ec., adoperati da tutti i buoni autori in questo significato.”

I puristi condannavano queste interferenze linguistiche “barbare” anche se si trattava di parole italianizzate, non certo importate in modo crudo. Oggi questo significato di “pendente” è scomparso, ma in altri casi le voci “infranciosate” hanno avuto fortuna, come è successo a una parola che oggi consideriamo “bella” come “emozione”, ma che alla fine dell’Ottocento era stata condannata ne I neologismi buoni e cattivi di Giusepe Rigutini (1886) come

“uno di quei gallicismi, dai quali si guarderà sempre chiunque, distinguendo l’uso dall’abuso, vorrà parlare e scrivere italianamente”.

Emozione era etichettato come un francesismo costruito sul calco di émotion, e Rigutini, pur non essendo un purista intransigente, respingeva questa voce perché esistevano già altre parole italiane più appropriate, come moto d’animo, commozione o agitazione.

In altri casi ancora, simili “gallicismi” prendevano piede in italiano per la somiglianza con i “falsi amici”, cioè delle parole dal suono o dalla forma simile alle nostre, ma dal diverso significato. La voce francese bougie, per esempio, non significa bugia/menzogna, bensì candela (più esattamente indicava la cera delle candele), e così nell’imitare e italianizzare il francese è accaduto che bugia si sia impiegato in seguito anche da noi per indicare un portacandela, un’accezione che è rimasta in vita anche nei vocabolari moderni.

Oggi, l’interferenza dell’inglese si fa sentire nella nostra lingua con modalità ben diverse rispetto a quelle del francese (ma anche dello spagnolo di epoca barocca), perché gli anglicismi penetrano direttamente nella forma e nella pronuncia della lingua di provenienza, e non più attraverso le italianizzazioni, il che ha delle conseguenze enormi nello sconquassare la struttura dell’italiano che tende a diventare una lingua ibrida in cui l’identità e la continuità storica si spezzano.

Dalle marche di un dizionario specialistico come il Gradit di Tullio De mauro, risulta infatti che i vocaboli di origine francese sono stati italianizzati in oltre il 70% dei casi (per es. ghigliottina, sanculotti, mansarda…), mentre nel caso degli anglicismi gli adattamenti sono meno del 30%, e il 70% sono invece parole crude, il che ha un ben diverso impatto sulla nostra lingua.

Gli anglicismi italianizzati costituiscono dunque una percentuale molto bassa, e tra questi si possono per esempio citare parole come femminicidio o resilienza, che hanno seguito la via dell’italianizzazione consapevole, come nel caso di mansarda e sanculotti. Altre volte simili adattamenti sono invece involontari, come nel caso di drone che – entrato per via scritta – abbiamo pronunciato istintivamente all’italiana, senza sapere che in inglese si pronuncia più o meno “dron”, e dunque al plurale si è declinato in “droni” ed è a tutti gli effetti diventata una parola italiana: il fatto che derivi dall’inglese che importanza ha, a parte le questioni etimologiche?

Tra queste italianizzazioni involontarie – che sono tra le poche cose che stanno salvando l’italiano dall’anglicizzazione selvaggia – ci sono anche i cambiamenti di significato che derivano dai “falsi amici”.

Meglio un falso amico in italiano che una parola in inglese crudo

Gli esempi da manuale dell’interferenza dell’inglese attraverso i falsi amici sono per esempio “visionario”, che in italiano ha sempre indicato una visione distorta o allucinata della realtà, ma poiché in inglese visionary indica qualcuno di lungimirante, questa accezione è stata utilizzata anche da noi per esempio per esaltare un personaggio come Steve Jobs, e si è affermata e diffusa (il nuovo visionario per eccellenza in questi giorni è Elon Musk). Lo stesso si può dire di intrigante, che dal compiere intrighi è ormai impiegato al posto di coinvolgente/stuzzicante, mentre realizzare, dal costruire qualcosa, si è trasformato anche in comprendere, capire (ho realizzato che non mi dicesse la verità). O ancora, si può citare la parola basico, che nell’italiano storico indicherebbe il contrario di acido, ma sempre più spesso si usa con il senso di fondamentale, di base, come nel basic english.

Come giudicare questo tipo di interferenza dell’inglese globale?

I puristi, e non solo loro, in passato condannavano simili slittamenti di significato che producevano “barbarismi”, ma questo stesso atteggiamento non è scomparso, è in voga anche oggi proprio tra molti anglomani. Anche se le nuove accezioni di visionario, intrigante e realizzare si sono ormai diffuse, c’è chi continua a stigmatizzarle come “errori” invece di riconoscere che sono entrate nell’uso. E questo stesso atteggiamento riguarda moltissimi altri falsi amici che suscitano forti resistenze.

Nel linguaggio lavorativo, per esempio, si sente sempre più spesso parlare di “ingaggiare i clienti” invece di coinvolgerli; di “finalizzare” invece di concludere… Questi esempi si possono leggere come un depauperamento semantico dell’italiano storico, ma allo stesso tempo sono fenomeni del tutto normali che abbiamo visto prendere piede per l’influsso storico del francese e dello spagnolo, e le lingue si evolvono anche con queste modalità, se si abbandona ogni approccio prescrittivo come dichiarano di fare certi linguisti, che nei fatti poi seguono tutt’altra filosofia e non si fanno alcuna remora a stigmatizzare certe espressioni come errate.
In questi giorni l’inauguration di Trump è stata tradotta con inaugurazione, invece di insediamento, e tutti i giornali parlano della deportazione dei migranti nella nuova svolta politica americana: anche se “deportare” etimologicamente significa solo “portar via”, nell’italiano storico la deportazione è sempre stata associata a una pena detentiva, ma per interferenza del falso amico i mezzi di informazione stanno impiegando questa parola per indicare l’espulsione dal Paese degli irregolari, che non sempre è un semplice rimpatrio. E i giornalisti sguazzano compiaciuti nell’usare una parola dall’accezione negativa come deportazione, associata anche alle immagini disumane dei “deportati” in manette, perché in questo modo stigmatizzano meglio la politica del nuovo presidente piuttosto odiato.

È attraverso esempi del genere che emerge tutta la schizofrenia di certi linguaioli anglomani che ho chiamato “anglopuristi”. Questi personaggi sono imbevuti della retorica dell’uso che fa la lingua, e attraverso questo principio sono pronti a giustificare la “necessità” o l’utilità di un numero sempre più ampio di anglicismi crudi diffusi sulla stampa, perché fondamentalmente sono poco interessati al fatto che un neologismo sia espresso con una parola italiana. Perciò gli anglomani non arrossiscono – come scriveva Giuseppe Grassi – davanti alle fake news, agli underdog, al green o al body shaming e ripetono compiaciuti queste parole dimentichi delle notizie false, degli sfavoriti, del verde e della derisione fisica.

Ma allo stesso tempo, mentre danno dei “puristi” o dei nostalgici del fascismo a chi preferirebbe italianizzare, sono pronti a lanciare i loro anatemi contro chi usa deportazione anziché espulsione proprio come i più intransigenti puristi del passato. Dunque cambiano casacca e se ne fregano del fatto che questo uso – che piaccia o meno – si stia diffondendo. È una retorica dell’uso a fasi alterne, insomma, invocata per giustificare le parole inglesi, e nascosta sotto al tappeto in altri casi. E così se per l’interferenza dell’inglese sempre più persone usano la parola narrativa (che sarebbe un genere editoriale) al posto di narrazione vanno su tutte le furie.

Come i puristi di altri tempi, i moderni anglopuristi vorrebbero cristallizzare l’italiano nei suoi significati storici, e quando una parola non c’è, invece di inventarla, tradurla o italianizzarla preferiscono ricorrere all’inglese.

Siccome mi sono davvero stufato di sentirmi dare del “purista” da chi non capisce niente delle mie denunce sull’anglicizzazione dell’italiano, voglio ribadire in modo forte e chiaro: anche se non li userò mai e non mi piacciono affatto, non ho nulla contro i falsi amici, che sono attualmente la modalità più “sana” per rinnovare l’italiano senza trasformarlo in itanglese. E se nell’italiano del futuro narrativa, deportazione o inaugurazione assumeranno significati diversi da quelli odierni – come è avvenuto con l’interferenza del francese – avremo a che fare con un italiano modificato ma che resterà strutturalmente italiano, mentre se cominceremo a dire inauguration day o deportation come qualche giornalista televisivo sta facendo per darsi un tono, la nostra lingua si trasformerà in itanglese. Dunque è sempre meglio un falso amico di una parola in inglese crudo.

E allora la mia provocazione è questa: è più purista chi promuove la creazione di neologismi, l’adattamento e la traduzione o chi sbava davanti ai falsi amici e ingessa l’italiano nei suoi significati storici che gli impediscono di evolversi? È più purista chi fa evolvere in senso moderno le nostre parole storiche – come autoscatto – o chi preferisce relegarle ai significati di una volta per sfoggiare selfie arrampicandosi sui vetri per cercare di dimostrare che non è proprio come il vecchio autoscatto di una volta?

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Tullio De Mauro e gli anglicismi, anzi gli anglismi (a due anni dalla sua scomparsa)

Il 5 gennaio di due anni fa ci ha lasciato uno dei più importanti linguisti italiani. Lo voglio ricordare ricostruendo le sue posizioni sugli anglicismi, anzi sugli anglismi. Per Tullio De Mauro si…

Diciamolo in italiano

Ubriacarsi d’inglese

Di Antonio Zoppetti

Mentre c’è chi continua a negare l’esistenza o la consistenza del cosiddetto itanglese, la realtà è ben diversa. Voglio spendere qualche riflessione su un articolo (che mi ha segnalato Domenico Calabrese) apparso il 13 gennaio su una rivista che si chiama FQ Magazine (FQ sta per il Fatto quotidiano), archiviato sotto la categoria Trending News e intitolato “Basta coi drink, ubriacarsi ‘non è più di moda’: perché la GenZ beve sempre meno (non solo per il Dry January)”.

Che le riviste si chiamino magazine e le notizie siano diventate news non è certo una novità, nella gerarchia che vede gli anglicismi prevalere come le parole chiave utilizzate per marcare le aree semantiche più generali e strategiche, basti pensare al settore enogastronomico che è una delle nostre eccellenze, ma che ormai si esprime attraverso definizioni come Food&Wine che risulta preferita tra gli addetti ai lavori e dunque anche sulla stampa.

Accanto alle notizie di tendenza diventate ufficialmente Trending News, le altre categorie proposte dalla rivista sono: FQ Life, Televisione, Cinema, Musica, Viaggi, Libri e Arte, Moda e Stile, Beauty e Benessere. Su nove ce ne sono ben tre che ricorrono all’inglese, ma un terzo è una media molto bassa rispetto alle scelte di altre testate che puntano sullo Style invece dello stile o sui Books invece dei libri.

Nel titolo colpisce la scelta di mettere tra virgolette l’espressione “non è più di moda”. Perché? È forse una citazione delle parole di qualche intervistato? No. Forse sono state usate perché è l’italiano a non essere più di moda, e viene dunque segnalato come fosse un’espressione impropria, e infatti subito dopo, nel sommario, appare cool, che invece non è affatto tra virgolette.

Ricapitolando:

Trending News

Basta coi drink, ubriacarsi non è più di moda: perché la GenZ beve sempre meno (non solo per il Dry January)

Ubriacarsi (per fortuna) non è più cool: da Rihanna a Bella Hadid, le star si convertono alla sobrietà e si lanciano nel mercato dei drink analcolici”.

Si tratta di 46 parole (togliendo dai conteggi i nomi propri come Rihanna e Bella Hadid) di cui 9 sono inglese (Trending News, drink, GenZ, Dry January, star, cool, e di nuovo drink) il che rappresenta una percentuale di circa il 20%.

Naturalmente le percentuali di anglicismi si abbassano notevolmente all’interno del pezzo, e su meno di 900 parole (tolti i nomi propri) gli anglicismi sono più di 40, cioè una percentuale intorno al 5% (che non è affatto bassa):

bar
boom
budget

detox

drink (5 occorrenze)
Dry Dating
(2 occorrenze)
Dry January (3 occorrenze)

film

GenZ (2 occorrenze)
glamour
(2 occorrenze)

hangover

Millennial
mocktail (3 occorrenze)

sober bar (2 occorrenze)
sober curious
social

star (5 occorrenze)

test.

Per la cronaca, tra le altre parole straniere si segnalano solo due francesismi (routine e sommelier), che rappresentano una percentuale dello 0,2, che è qualcosa di irrilevante, normale e non implica alcun crollo della nostra lingua sempre più schiacciata dal solo inglese. Il che vale anche per parole inglesi come film o bar, entrate ormai a far parte del nostro vocabolario fondamentale, ma ancora una volta non è questo il problema, il problema è il numero e la frequenza delle altre.

Colpisce per esempio la stereotipia con cui si ripetono parole come star o drink, senza alternative, che mostra come la penetrazione dell’inglese faccia regredire l’italiano, e più che aggiungersi e arricchire il nostro vocabolario lo impoverisce. Colpisce anche l’ostentazione degli anglicismi in contesti dove sarebbero inutili: mentre qualcuno ci spiega che le parole inglesi sono più corte e maneggevoli, e dunque per questo compaiono soprattutto nei titoli dove gli spazi contano, basta notare la formula del sommario che riferisce delle star che “si lanciano nel mercato dei drink analcolici”, dove il rimarcare drink non aggiunge niente, è inutile e sarebbe bastato analcolici.

Venendo ai contenuti, il cosiddetto Dry January, che in italiano sarebbe semplicemente un gennaio sobrio, a secco o analcolico, è una campagna nata nel 2013 nel Regno Unito che ha poi fatto presa anche negli Stati Uniti e si è internazionalizzata in un movimento ostile all’alcol di stampo un po’ puritano. Non è un caso che gli Usa un tempo abbiano cercato di proibirlo e che ancora oggi ne è vietato il consumo per strada, per cui nelle scene di certi film si vedono gli alcolizzati bere da bottiglie coperte da sacchetti di carta che occultano ciò che tracannano. In Francia Macron si è opposto all’istituzionalizzazione di questa campagna, e anche da noi c’è una ben diversa cultura in proposito – almeno per ora – invece di confondere in modo talebano l’uso e l’abuso.

Ma, in una società sempre più coloniale, quello che arriva d’oltreoceano si adotta, mica si adatta, a partire dalle categorie nate negli Usa come GenZ o Millennial che si applicano anche alla nostra realtà provinciale, e in questo clima non stupisce che un giornalista poi parli di detox invece che disintossicazione e di hangover invece di postumi della sbronza, che un tempo Manzoni o Francesco Redi chiamavano invece spranghetta. In questo sfaldamento dell’italiano gli analcolici diventano mocktail, e i giornali parlano del boom dei sober bar – cioè dei locali analcolici – che sono esaltati come l’ultimo trend alcohol-free (anglicizziamo anche alcol che era un’italianizzazione) del settore beverage che arriva dall’America. Se poi articoli del genere siano scritti in italiano o in itanglese è un giudizio che lascio all’intelligenza dei lettori.

La schiera dei negazionisti che ci spiega come l’itanglese sia tutta un’illusione ottica blatera le stesse cose sempre meno sostenibili e sempre più imbarazzanti. Tra gli argomenti preferiti c’è la strana idea che tanto gli italiani mica parlano così… che non solo non è corroborata da alcun dato, ma soprattutto nella sua miopia non si rende conto del fatto che tutti i centri di irradiazione della lingua, compresi quelli istituzionali, stanno diffondendo l’itanglese: i mezzi di informazioni scritti e sonori, la comunicazione delle poste o delle ferrovie italiane, il panorama linguistico cittadino, i linguaggi di settore, quelli della formazione… e alla fine i cittadini come finiranno per parlare?

Un altro argomento altrettanto indifendibile è la teoria dell’obsolescenza: secondo certi linguaioli una simile quantità di anglicismi sarebbe passeggera, e passata la moda svanirebbero. Ancora una volta non ci sono dati e statistiche a corroborare questa tesi, e se è vero che moltissime parole inglesi sono usa e getta e hanno vita breve (ma questo vale per tutti i neologismi), quello che i negazionisti fanno finta di non vedere è che gli anglicismi che regrediscono, passano di moda e scompaiono non lasciano certo il posto al ritorno all’italiano, al contrario sono rimpiazzati da nuove espressioni in inglese in uno stillicidio dove per ogni anglicismo che esce ne entrano dieci nuovi, con il risultato che le parole inglesi – stabili o evanescenti a questo punto poco importa – complessivamente non fanno che aumentare, e non diminuiscono di certo.

A proposito di campagne etiche e sociali, davanti al radicarsi dell’itanglese, del franglais, del Denglisch, dello spanglish – e di tutte le ibridazioni dell’inglese che interferiscono persino con le lingue con altri alfabeti – varrebbe la pena di promuovere un mese di disintossicazione dagli anglicismi. Purtroppo in italiano non sarebbe più possibile, e per attuare una simile campagna non ci resterebbe che stare zitti in sempre più settori, dall’informatica al lavoro, dove si registra ormai un collasso di ambito: l’italiano non è più in grado di esprimere le cose con il proprio lessico.

E anche se una simile iniziativa fosse lanciata, i giornali — ubriachi di inglese — probabilmente titolerebbero: La campagna english free per il Made in Italy e il detox linguistico: perché l’italian day sta diventando un must.

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A scuola di anglicismi (e di itanglese) con i giornali

Di Antonio Zoppetti La scorsa settimana ho raccolto un po’ di nuovi anglicismi che hanno fatto la loro comparsa nei titoli del Corriere.it, urlati in bella vista e messi in primo piano (ma lo stess…

Diciamolo in italiano

L’italiano newstandard: dagli anglicismi agli enunciati mistilingui

Di Antonio Zoppetti

Code switching e code mixing

Il concetto ottocentesco di italiano popolare – che nel Novecento Tullio De Mauro aveva definito come il modo di esprimersi istintivo degli incolti che tendono a utilizzare la lingua nazionale – nasceva in una realtà dialettofona dove il popolo faticava a fare a meno del proprio lessico regionale e familiare e ricorreva a costrutti stentati, espressioni improprie o errori veri e propri. Questo modo di esprimersi a spanne si confrontava con il modello dell’italiano “standard” a base toscana, quello che si insegna a scuola e che si trova nelle grammatiche.

A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, grazie soprattutto alla scolarizzazione, alla televisione, ai mezzi di informazione e ai rimescolamenti sociali, l’italiano è diventato il modo di esprimersi naturale del “popolo” ed è diventato patrimonio di tutti. Ma il ricorso ai dialetti non è scomparso, e spesso le espressioni regionali riaffiorano e vengono o mescolate all’italiano in modo inconsapevole e istintivo, ma anche voluto.

In un (buon) libro di una ventina di anni fa – L’italiano contemporaneo di Paolo D’Achille (Il Mulino 2003, pp. 178-179) – si legge che “i concetti, elaborati recentemente, di code switching e di code mixing hanno messo l’accento sui casi, tutt’altro che rari, in cui un parlante alterna, all’interno di uno stesso enunciato, lingua e dialetto”.

Proviamo a buttare via questa terminologia in inglese che viene esibita come quella “ufficiale” degli addetti ai lavori, che il lettore è indotto ad apprendere e a ripetere come la soluzione più tecnica. Secondo l’autore, che è oggi diventato il presidente della Crusca, la commutazione di codice (code switching) è un modo di procedere intenzionale in cui il parlante mescola consapevolmente i due codici. Gli enunciati mistilingui (code mixing), invece, costituiscono una mescolanza tra i due codici che non è intenzionale “ma è dovuta prevalentemente alle incertezze del parlante e in particolare a una sua conoscenza approssimativa dell’italiano.”

Oggi, però, questi mischioni si verificano con l’inglese, più che con i dialetti, e non riguardano più l’italiano degli incolti, ma quello delle nuove classi dirigenti ed egemoni. Proviamo allora a seguire questa distinzione per applicarla al caso dell’inglese, e vediamo dove ci conduce.

L’italiano standard e neostandard

Visto che tanto più una lingua si estende a tutti tanto più si uniforma e livella, la distinzione tra italiano popolare e standard ha cominciato a perdere di senso. Per descrivere il nuovo italiano unitario delle masse, negli anni Ottanta sono state create nuove etichette: Francesco Sabatini ha parlato dell’avvento di un “italiano medio”, che Gaetano Berruto ha invece chiamato “neostandard” (Arrigo Castellani, avverso agli anglicismi, preferiva italiano “normale” cioè della norma).

Questo nuovo italiano di massa include molti costrutti che si discostano dalle norme dell’italiano standard – una volta erano inammissibili nell’italiano letterario o colto – ma oggi sono ormai accettati nel parlato, e si stanno estendendo anche alla lingua scritta soprattutto nei contesti giornalistici; per esempio l’atavica questione dell’uso del pronome “lui” come soggetto, oppure le forme che semplificano il periodo ipotetico con il doppio imperfetto (“se lo sapevo non venivo” al posto di “se lo avessi saputo non sarei venuto”).

Oggi, però, questo nuovo italiano non si confronta più con i dialetti, ma con l’interferenza dell’inglese. E allora, partendo proprio dalle analisi di importantissimi linguisti, mi pare che siamo in presenza di un “italiano newstandard” – come l’ho chiamato – che è caratterizzato dal ricorso smodato all’inglese, ormai accettato nel parlato e nello scritto proprio nei giornali, nelle istituzioni e nei contesti formali.

Se fino al Novecento l’interferenza dell’inglese era limitata alle singole parole, oggi siamo in presenza di un fenomeno di ben altra portata, in cui assistiamo a commutazioni di codice – talvolta preferite, di maggior prestigio o considerate “necessarie” – che ricorrono sempre più spesso a espressioni più ampie del singolo vocabolo (es. family day con inversione sintattica che si declina in combinazioni ibride come matematica day).

Gli enunciati mistilingui inconsapevoli, che per parafrasare De Mauro potremmo definire come il modo di esprimersi istintivo dei non anglofoni che tendono a utilizzare l’inglese, producono pseudoanglicismi maccheronici non solo in parole come footing e autostop, ma anche in locuzioni più complesse come beauty case, smart working o italian sounding che nei Paesi anglofoni non sono in uso.

Perché i linguisti, così scrupolosi nel descrivere l’italiano neostandard nel suo rapporto con l’italiano regionale, non applicano gli stessi approcci anche per descrivere il nuovo italiano anglicizzato? Perché molti di loro continuano a ridimensionare il fenomeno “itanglese” che alcuni addirittura negano? Comunque sia, il problema non è linguistico, ma culturale.

Sta di fatto che questo itanglese non solo esiste in modo ben più significativo delle commistioni dialettali, ma si sta allargando e configurando come un ben preciso modello stilistico ricercato. Un modello in cui tanto più si fa ricorso all’inglese – intenzionale o istintivo – tanto più una comunicazione è presentata come moderna, internazionale o di prestigio.

Per fare qualche esempio, riporto alcune delle tantissime segnalazioni che mi sono arrivate nell’ultima settimana.

Il sito di Rho e i verbi in inglese

Daniel Panizza mi segnala, affranto, il sito del comune di Rho, nel milanese, che ha scelto l’itanglese come lo stile con cui rivolgersi ai lettori. Si chiama “Visit Rho” (https://visitrho.it/), e colpiscono non solo i titoli in inglese a caratteri cubitali a cui segue in piccolo una didascalia in italiano (es. “REBUILD. In giro per Rho”), non solo gli anglicismi (“bike tour”) e la sistematica introduzione delle & commerciali (“Food&Wine”, “Storia&Cultura”, con l’uso delle maiuscole all’americana), ma soprattutto il menù di navigazione che ricorre ai verbi inglesi che spingono all’azione (“Explore”, “See&Do”, “Plan your trip”).

Fino a una decina di anni fa il fenomeno dei verbi inglese era del tutto sconosciuto nella lingua italiana, e tutti i linguisti erano concordi nel ritenere che gli anglicismi che penetravano erano solo sostantivi o in minor consistenza aggettivi. Ma oggi qualcosa è cambiato (cfr. “In principio era il verbo, ma alla fine sarà il verb?”) e dopo le prime timide entrate di rare espressioni come relax, enjoy, vote for, stop, remember, don’t worry¸ relax, fuck you… ecco che oggi un sito istituzionale introduce intenzionalmente i verbi in inglese. Queste forme (explore, plan, see) tecnicamente non sono “anglicismi” da vocabolario, nel senso che la frequenza delle singole voci impiegate non ha una sua estensione significativa. Quello che si sta estendendo è invece l’intenzionale ricorso agli enunciati misti, ma anche l’inconsapevole e istintivo passaggio alla commutazione di codice.

Come descrivere questo linguaggio proprio alla luce delle speculazioni dei linguisti? Questo non è più italiano neostandard, mi pare semmai newstandard.

Dalla “prossima summer” di MalpensaNews al “me time” di Elle

Domenico Calabrese mi ha rigirato una comunicazione dell’aeroporto di Malpensa che spiega ai cittadini italiani che dalla “prossima summer” il volo Milano-Hong Kong sarà giornaliero.

La prossima summer? Ma siamo impazziti?

No. Purtroppo questa è la terminologia che l’aeroporto ha deciso non solo di utilizzare in modo consapevole (code switching per dirla con quelli bravi) ma che difende in modo orgoglioso. Daniele Imperi ha scritto la sua protesta alla redazione, e ha ricevuto come risposta il rimando a un articolo in cui si spiega perché in aviazione si dice summer al posto di estate (“In aviazione ci sono solo due stagioni, winter e summer”). Le argomentazioni sono imbarazzanti nella loro confusione e vaghezza, perché mancano i nessi di causa effetto alla base di ogni ragionamento. Si parte con l’affermare: “È un uso – per così dire – tecnico, perché nel mondo dell’aviazione non esistono le mezze stagioni, primavera e autunno: la programmazione dei voli è definita in due momenti di passaggio, a ottobre e marzo.”

Cosa c’entra con la scelta di ricorrere all’inglese? Nulla, come chiunque dotato di una mente sana comprende. Anche le divise dei carabinieri sono estive o invernali e si cambiano due volte all’anno, il che non implica di certo di rinominare le stagioni inglese. La realtà arriva poco dopo: “Dagli anni Settanta la complessità della programmazione delle connessioni aeree ha richiesto una procedura coordinata che è gestita dalla Iata (International Air Transportation Association), l’associazione privata che raccoglie circa 320 compagnie aeree in 130 Paesi del mondo (e che insieme fanno quasi l’85% dei passeggeri globali). La ridefinizione degli slot avviene nell’arco di tutto l’anno, ma viene fatta tenendo conto appunto di due grandi periodi, le due stagioni ‘summer’ e ‘winter’. Questa coordinazione mondiale riguarda tutti gli aeroporti principali”.

Allora la verità è ben diversa: l’inglese è diventato la lingua ufficializzata nell’aviazione, e passando dagli anni “Settanta” ai nostri giorni, la novità è che qualcuno oggi ha deciso di impiegare questa terminologia non solo nell’ambito interno degli addetti ai lavori, ma di imporla ai cittadini. Dunque, invece di usare la lingua italiana si sceglie di usare l’inglese e si vende questa scelta come tecnicismo. Da notare – tra le righe – anche un modo di esprimersi, forse inconsapevole, che ricorre in modo sistematico a “slot” (sottinteso: “di tempo”) al posto di periodo di tempo, finestra temporale o qualunque altra espressione in italiano che probabilmente non viene più in mente a chi lo sostituisce con la stereotipia meccanica basata sull’inglese che impoverisce il nostro lessico, invece di arricchirlo.

Tutto ciò non mi pare inquadrabile come “italiano neostandard”, ma come itanglese.

Intanto Daniele mi segnala anche un pezzo sulla rivista Elle che come se fosse la cosa più normale del mondo ci spiega “Cos’è il ‘me time’ e perché è importante prendersi del tempo per sé”.

L’articolo – di stampo coloniale – riprende un libro in inglese, che esprime i propri concetti in inglese come accade nelle lingue sane, e li trapianta nella nostra realtà in un abbandono dell’italiano. La divulgazione del “me time” venduta come di maggior prestigio non è isolata, c’è qualche precedente e si appoggia anche a un titolo di un film del 2022 (Me Time – Un weekend tutto per me) che segue lo stesso schema, visto che ormai i titoli dei film sono esportati direttamente in inglese, solo talvolta affiancati da una traduzione italiana secondaria. E passando dai giornali e dal cinema all’editoria, Daniele mi ha girato anche la scheda di un libro della Salani che recita: Per la prima volta in libreria la complete edition del romanzo già vincitore ai Watty Awards. Che razza di anglicismo è “complete edition”? Questo abbandono dell’italiano (standard o neostandard) arriva da un importante editore, altro che dagli incolti che vogliono avvicinarsi all’italiano. Qui gli attori che fanno la lingua sono i ceti colti che vogliono approssimarsi all’inglese.

E a proposito di cultura, la notizia recente ripubblicata da Italofonia.info è che i dati Invalsi del 2024 mostrano che gli studenti delle medie sono più preparati in inglese che non in italiano, e che persino gli insegnanti delle materie scientifiche chiedono alla scuola di insegnare di più l’italiano, perché la scarsa conoscenza del lessico e della grammatica stanno cominciando a inficiare anche l’insegnamento delle altre materie.

L’itanglese, o se si vuole l’italiano newstandard, nasce in questo contesto dove l’italiano regredisce su tutti i fronti, nelle scuole e tra le nuove generazioni così come nei ceti colti. Mentre scrivo, in televisione sta passando una pubblicità di un olio italiano. La marca è Olitalia e il prodotto si chiama Best Frienn.

“Frienn” è una voce dialettale del napoletano che si riferisce al friggere, ma nella commistione con l’inglese e con l’italiano (come nell’anglonapoletano di Pino Daniele) i giochi di parole utilizzati sono fuori dall’italiano standard e neostandard:
OLITALIA
È il best Frienn dei migliori chef italiani
È il best Frienn del re dello street food
È il best Frienn di chi vuole un fritto croccante, asciutto e di qualità
È il best Frienn di chi vuole un fritto a casa come al ristorante
e da oggi sarà anche il tuo best Frienn
… Olitalia, la marca preferita dagli chef italiani.”

Gli esempi di questa frittura cerebrale potrebbero continuare all’infinito.

In questo scenario, non mi capacito della mancanza di attenzione da parte dei linguisti per questo fenomeno e per le sue conseguenze. Ma soprattutto, in questo voltarsi dall’altra parte, colpisce la mancanza di un dibattito serio sulla lingua più in generale, e il silenzio vergognoso degli intellettuali e dei rappresentanti della cultura, ma anche dell’opinione pubblica.

La condanna di Xmas dell’Anpi

L’ultima segnalazione che voglio riproporre è quella di Carlo Vurachi che mi ha rigirato un articolo in cui l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia della Carnia esprime “Sorpresa e disappunto per ‘Xmas’ a Forni di Sopra”.
Il fatto è che sulle luminarie c’è scritto “Xmas” al posto di “Buone feste”… ma il problema non è che la comunicazione ufficiale sia fatta in inglese – una barbarie a cui siamo ormai assuefatti – bensì che il ricorso alla formula Xmas evochi la X (= decima) Mas, la milizia fascista della Repubblica Sociale Italiana che si alleò con i nazisti a cui personaggi come il generale Vannacci, recentemente, si sono aggancianti difendendo l’indifendibile. Questo è il motivo dell’indignazione, mentre nei confronti della dittatura dell’inglese tutto tace.

Eppure sarebbe ora di organizzare la Resistenza. Andrebbe bene anche la resilienza, come è di moda dire adesso, l’importante è salvaguardare il nostro patrimonio linguistico in modo che si evolva senza snaturarsi, attraverso neologismi che possono benissimo provenire dall’anglosfera, ma che se non sono tradotti e italianizzati finiscono con il mandare in frantumi la continuità storica del bel paese dove il sì suonava.

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Tullio De Mauro e gli anglicismi, anzi gli anglismi (a due anni dalla sua scomparsa)

Il 5 gennaio di due anni fa ci ha lasciato uno dei più importanti linguisti italiani. Lo voglio ricordare ricostruendo le sue posizioni sugli anglicismi, anzi sugli anglismi. Per Tullio De Mauro si…

Diciamolo in italiano
Confessioni di un traduttore dello Hobbit – di Wu Ming 4 - Giap

Dal punto di vista estetico forse questa è la più bella edizione dello Hobbit mai realizzata. E la nuova traduzione? Ecco una testimonianza.

Giap

di Antonio Zoppetti

È appena uscito un mio nuovo libro: Meglio l’italiano o l’itanglese? Linee guida sull’uso di anglicismi nella comunicazione trasparente (Mind Edizioni, Milano) che ha lo scopo di colmare una lacuna tutta italiana.

Negli ultimi vent’anni, infatti, sono state diramate decine di raccomandazioni e linee guida istituzionali sulla femminilizzazione delle cariche, mentre si moltiplicano i siti e le associazioni che promuovono il linguaggio inclusivo e non discriminante, e spuntano decreti leggi che mettono al bando la parola “razza” o prescrivono l’eliminazione di “handicap” in favore di condizione di disabilità, e non perché si tratta di un termine inglese, bensì perché viene proclamato discriminante, e dunque viene sconsigliato (e vietato per legge) nel linguaggio delle amministrazioni.

In sintesi, esistono fortissime pressioni che hanno come obiettivo la pianificazione linguistica e puntano a intervenire sull’uso – spesso a gamba tesa – per educare i cittadini a parlare in modo politicamente corretto, ma quando si tratta invece di regolamentare l’abuso sempre più selvaggio dell’inglese, i linguisti e gli intellettuali italiani cambiano subito casacca, e si appellano a una “sacralità” dell’uso che non può essere messo in discussione. Solo in questo caso parte la solita tiritera per cui sulla lingua non si può – né deve – intervenire, perché non si può limitare la libertà di espressione e non si possono certo mettere al bando le parole straniere come ai tempi del fascismo. Al contrario, il problema non sono i forestierismi in modo generico, ma la penetrazione sempre più massiccia di parole inglesi, tutte provenienti dalla stessa lingua dominante che sta schiacciando l’italiano. E gli anglicismi sono spesso discriminanti e poco trasparenti, perché escludono – invece di includere – una larga fascia di cittadini che non li comprendono, e in questo modo si creano barriere sociali e fratture generazionali. Ma le istituzioni, in questo caso, non si preoccupano né della trasparenza né della cancellazione dell’italiano, e anzi sono in prima linea nell’introdurre e diffondere parole come cashback, caregiver, whistleblowing, stepchild adoption e via dicendo.

Il non-interventismo, insomma, è invocato solo nel caso dell’inglese, ma la realtà è un’altra: nell’attuale società è in atto un processo di revisionismo linguistico molto forte, che punta ad affermare un nuovo modello di italiano dove le stesse forze riformiste – anche istituzionali – che prescrivono il politicamente corretto, l’inclusività, la femminilizzazione delle cariche… sono quelle che allo stesso tempo introducono gli anglicismi.

Nel libro questo fenomeno è ben denunciato, e le contraddizioni vengono finalmente fatte esplodere. Riporto una sola citazione:

“Colpisce, per esempio, che proprio il Ministero dell’Istruzione da cui sono scaturiti testi pieni zeppi di anglicismi come il Sillabo del 2018 o il Piano scuola 4.0 del 2023, contemporaneamente abbia diramato delle Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo del Miur (2018) che a loro volta riprendevano altri simili documenti promossi già da anni. Nella prefazione dell’allora ministra Valeria Fedeli si leggeva:

Credo che nel Miur la consapevolezza dell’importanza del linguaggio debba essere coltivata e praticata anche più che altrove – non solo per quanto riguarda l’uso del genere grammaticale femminile, quindi, ma anche per tutto ciò che riguarda la trasparenza degli atti amministrativi. Sappiamo che la lingua è un corpo vivente, che si evolve nell’uso quotidiano e non può essere cambiata per decreto. D’altra parte, le proposte riguardanti l’uso del femminile avanzate nelle presenti Linee guida non hanno nulla dell’imposizione dall’alto, perché richiedono semplicemente di applicare in modo corretto e senza pregiudizi le regole della grammatica italiana (p. 4).

Eppure questo richiamo alle pari opportunità, alla trasparenza e alle regole della grammatica italiana sembra che sia invocato solo nel caso dell’educazione al genere, ma venga invece nascosto sotto al tappeto nel caso degli anglicismi che al contrario vengono diffusi e promossi senza seguire gli stessi criteri, o forse li si introduce in modo consapevole proprio con l’intento di affermarli (a pensar male si commette peccato, ma spesso si indovina, recitava una vecchia battuta di Andreotti).”
[Meglio in italiano o in itanglese? p. 70].

Le istituzioni, insomma, non sembrano veramente interessate alla trasparenza, e la usano come alibi quando fa loro comodo per diffondere il linguaggio “etico” che vorrebbero affermare, un modello linguistico che vuole essere politicamente corretto e allo stesso tempo anglicizzato. Un modello linguistico che afferma l’itanglese.

Una nuova definizione di itanglese

Nel libro c’è una dettagliatissima spiegazione di che cosa sia l’itanglese, che da un punto di vista tecnico ormai non è più solo un “italiano” che contiene un’alta frequenza di parole inglesi. L’itanglese travalica l’ingenua categoria dei “prestiti linguistici”, è fatto di pseudoanglicismi maccheronici (footing, smart working), di parole ibride (zoomare, clownterapia), di costrutti sintatticamente invertiti (matematica day, covid hospital), di suffissoidi formativi (babypensionato, over40), di cambiamenti morfologici (blogger invece di bloggatori), di famiglie di parole e di radici inglesi che si allargano nel nostro lessico (pet-shop, pet-food, pet sitter…).

Ma soprattutto, al di là di queste classificazioni forse per alcuni un po’ noiose, l’itanglese si configura come un ben preciso modello linguistico, uno stilema preferito e ostentato da un’egemonia culturale di imprenditori, giornalisti, tecnici, addetti ai lavori e influenti che puntano all’inglese e si vergognano dell’italiano. In questo modo prende piede una “diglossia lessicale” dove le parole inglesi sono spacciate di volta in volta come più evocative, più solenni, più appropriate, più moderne, più internazionali… e finiscono per scalzare e far regredire le nostre parole storiche, perché i nuovi comunicatori sono convinti che brand sia superiore e diverso da marchio, che overturism sia più appropriato di sovraturismo, che gay sia più inclusivo di omosessuale, che climate change sia un “internazionalismo” più tecnico di cambiamento climatico, che il body shaming sia più adatto della derisione fisica, che il catcalling sia più moderno del vecchio e deprecato pappagallismo italiano… e in fin dei conti che l’inglese (ma spesso è solo pseudoinglese) sia superiore alla lingua di Dante, la nostra lingua madre. Ma in questa corsa all’anglicizzazione scriteriata e sempre più sistematica, l’impatto dell’inglese sulla nostra lingua non è paragonabile a quello che abbiamo ereditato nel corso dei secoli da altre lingue, né per numero di parole né per frequenza, né per profondità né per velocità di attecchimento. L’itanglese è un fenomeno nuovo dalla portata dirompente; il libro racconta questa storia e smentisce i soliti luoghi comuni e stereotipi radicati tra i linguisti e tra gli intellettuali italiani, visto che in altri Paesi la situazione è ben diversa dalla nostra piccola visione provinciale imprigionata nel suo complesso d’inferiorità davanti alla cultura e alla lingua d’oltreoceano.

Linee guida e qualche considerazione di buon senso

Nel delineare delle linee guida che affrontano la questione dell’inglese partendo dagli stessi presupposti che guidano altri tipi di raccomandazioni, ho preso spunto da quanto avviene all’estero, a partire dalla cancelleria Svizzera che ha diramato delle raccomandazioni sull’uso dell’inglese nel linguaggio amministrativo che – guarda caso – sono proprio affiancate a quelle per un uso non sessista della lingua, perché da loro non ci sono i tabù e le rimozioni che abbiamo noi, e la trasparenza vale in ogni ambito, e non si usano due pesi e due misure. Anche la pianificazione linguistica di altri Paesi – come la Francia, la Spagna o l’Islanda – è stata presa come esempio e come fonte, e i principi di buon senso che si ritrovano ovunque tranne che da noi sono tutti incentrati su due cardini: il rispetto per le risorse linguistiche locali e il proprio patrimonio linguistico, ma anche la trasparenza. Sul piano nazionale ho ripreso invece il poco che c’è, soprattutto i comunicati, le considerazioni e le riflessioni del Gruppo Incipit della Crusca, anche se non hanno una valenza ufficiale. E a proposito della trasparenza del linguaggio amministrativo o giornalistico, sono partito dalle vecchie regole auree di Sergio Lepri, oltre che dalle analisi di Tullio De Mauro sulle parole che arrivano a tutti; entrambi gli intellettuali partivano dal presupposto che una comunicazione “onesta” si basa su un linguaggio adatto al destinatario. Oggi i titolisti e i giornalisti, in linea di massima, hanno cambiato prospettiva e puntano a educare all’inglese, a diffonderlo con un nuovo linguaggio elitario e discriminante dove l’inglesorum assume il ruolo cialtrone del latinorum manzoniano e dell’antilingua di Calvino.

Queste linee guida riflettono poi sulle questioni della gestione degli anglicismi dal punto di vista editoriale (pronunce, trattamento grafico, maiuscole, plurali, genere maschile o femminile) e soprattutto su come evitarne ogni abuso. Accanto alle 4 domande chiave che ha individuato il linguista Francesco Sabatini (prima di ricorrere a un anglicismo ne conosciamo il reale significato? Lo sappiamo pronunciare e anche scrivere correttamente? E l’interlocutore è davvero in grado di comprenderlo?) ho aggiunto una quinta domanda fondamentale per evitare che l’italiano diventi itanglese: “Quanti anglicismi stiamo usando nella nostra comunicazione?”.

E ancora, siamo sicuri che certi anglicismi siano davvero intraducibili? Che fare quando manca il corrispettivo italiano? E quando non ha la stessa connotazione?

La prefazione è di Giorgio Cantoni, il fondatore di Italofonia.info, che ha sottoscritto queste linee guida che il portale si impegna a seguire e a diffondere, mentre in appendice – per sorridere ma anche per riflettere sul fenomeno – ho tradotto per intero il primo canto della Divina Commedia in itanglese di cui da tempo avevo già abbozzato l’incipit.

PS

https://www.youtube.com/embed/yKmCycRtJMA

Roberto, che gestisce il canale YouTube Un Italiano Vero (UIV), sta preparando dei video in cui è possibile ascoltare l’effetto che fa la Divina Comedy di Don’t Alighieri, di cui è disponibile la prima pillola, ma prossimamente seguiranno le altre puntate.

E poiché questo libro – il quarto che ho dedicato a questo tema – nuoce gravemente al pensiero dominante (mainstream), ringrazio tutti coloro che spargeranno la voce per far sapere della sua esistenza.

https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/09/02/meglio-litaliano-o-litanglese-un-nuovo-libro-con-le-linee-guida/

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