L’italiano newstandard: dagli anglicismi agli enunciati mistilingui
Di Antonio Zoppetti
Code switching e code mixing
Il concetto ottocentesco di italiano popolare – che nel Novecento Tullio De Mauro aveva definito come il modo di esprimersi istintivo degli incolti che tendono a utilizzare la lingua nazionale – nasceva in una realtà dialettofona dove il popolo faticava a fare a meno del proprio lessico regionale e familiare e ricorreva a costrutti stentati, espressioni improprie o errori veri e propri. Questo modo di esprimersi a spanne si confrontava con il modello dell’italiano “standard” a base toscana, quello che si insegna a scuola e che si trova nelle grammatiche.
A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, grazie soprattutto alla scolarizzazione, alla televisione, ai mezzi di informazione e ai rimescolamenti sociali, l’italiano è diventato il modo di esprimersi naturale del “popolo” ed è diventato patrimonio di tutti. Ma il ricorso ai dialetti non è scomparso, e spesso le espressioni regionali riaffiorano e vengono o mescolate all’italiano in modo inconsapevole e istintivo, ma anche voluto.
In un (buon) libro di una ventina di anni fa – L’italiano contemporaneo di Paolo D’Achille (Il Mulino 2003, pp. 178-179) – si legge che “i concetti, elaborati recentemente, di code switching e di code mixing hanno messo l’accento sui casi, tutt’altro che rari, in cui un parlante alterna, all’interno di uno stesso enunciato, lingua e dialetto”.
Proviamo a buttare via questa terminologia in inglese che viene esibita come quella “ufficiale” degli addetti ai lavori, che il lettore è indotto ad apprendere e a ripetere come la soluzione più tecnica. Secondo l’autore, che è oggi diventato il presidente della Crusca, la commutazione di codice (code switching) è un modo di procedere intenzionale in cui il parlante mescola consapevolmente i due codici. Gli enunciati mistilingui (code mixing), invece, costituiscono una mescolanza tra i due codici che non è intenzionale “ma è dovuta prevalentemente alle incertezze del parlante e in particolare a una sua conoscenza approssimativa dell’italiano.”
Oggi, però, questi mischioni si verificano con l’inglese, più che con i dialetti, e non riguardano più l’italiano degli incolti, ma quello delle nuove classi dirigenti ed egemoni. Proviamo allora a seguire questa distinzione per applicarla al caso dell’inglese, e vediamo dove ci conduce.
L’italiano standard e neostandard
Visto che tanto più una lingua si estende a tutti tanto più si uniforma e livella, la distinzione tra italiano popolare e standard ha cominciato a perdere di senso. Per descrivere il nuovo italiano unitario delle masse, negli anni Ottanta sono state create nuove etichette: Francesco Sabatini ha parlato dell’avvento di un “italiano medio”, che Gaetano Berruto ha invece chiamato “neostandard” (Arrigo Castellani, avverso agli anglicismi, preferiva italiano “normale” cioè della norma).
Questo nuovo italiano di massa include molti costrutti che si discostano dalle norme dell’italiano standard – una volta erano inammissibili nell’italiano letterario o colto – ma oggi sono ormai accettati nel parlato, e si stanno estendendo anche alla lingua scritta soprattutto nei contesti giornalistici; per esempio l’atavica questione dell’uso del pronome “lui” come soggetto, oppure le forme che semplificano il periodo ipotetico con il doppio imperfetto (“se lo sapevo non venivo” al posto di “se lo avessi saputo non sarei venuto”).
Oggi, però, questo nuovo italiano non si confronta più con i dialetti, ma con l’interferenza dell’inglese. E allora, partendo proprio dalle analisi di importantissimi linguisti, mi pare che siamo in presenza di un “italiano newstandard” – come l’ho chiamato – che è caratterizzato dal ricorso smodato all’inglese, ormai accettato nel parlato e nello scritto proprio nei giornali, nelle istituzioni e nei contesti formali.
Se fino al Novecento l’interferenza dell’inglese era limitata alle singole parole, oggi siamo in presenza di un fenomeno di ben altra portata, in cui assistiamo a commutazioni di codice – talvolta preferite, di maggior prestigio o considerate “necessarie” – che ricorrono sempre più spesso a espressioni più ampie del singolo vocabolo (es. family day con inversione sintattica che si declina in combinazioni ibride come matematica day).
Gli enunciati mistilingui inconsapevoli, che per parafrasare De Mauro potremmo definire come il modo di esprimersi istintivo dei non anglofoni che tendono a utilizzare l’inglese, producono pseudoanglicismi maccheronici non solo in parole come footing e autostop, ma anche in locuzioni più complesse come beauty case, smart working o italian sounding che nei Paesi anglofoni non sono in uso.
Perché i linguisti, così scrupolosi nel descrivere l’italiano neostandard nel suo rapporto con l’italiano regionale, non applicano gli stessi approcci anche per descrivere il nuovo italiano anglicizzato? Perché molti di loro continuano a ridimensionare il fenomeno “itanglese” che alcuni addirittura negano? Comunque sia, il problema non è linguistico, ma culturale.
Sta di fatto che questo itanglese non solo esiste in modo ben più significativo delle commistioni dialettali, ma si sta allargando e configurando come un ben preciso modello stilistico ricercato. Un modello in cui tanto più si fa ricorso all’inglese – intenzionale o istintivo – tanto più una comunicazione è presentata come moderna, internazionale o di prestigio.
Per fare qualche esempio, riporto alcune delle tantissime segnalazioni che mi sono arrivate nell’ultima settimana.
Il sito di Rho e i verbi in inglese
Daniel Panizza mi segnala, affranto, il sito del comune di Rho, nel milanese, che ha scelto l’itanglese come lo stile con cui rivolgersi ai lettori. Si chiama “Visit Rho” (https://visitrho.it/), e colpiscono non solo i titoli in inglese a caratteri cubitali a cui segue in piccolo una didascalia in italiano (es. “REBUILD. In giro per Rho”), non solo gli anglicismi (“bike tour”) e la sistematica introduzione delle & commerciali (“Food&Wine”, “Storia&Cultura”, con l’uso delle maiuscole all’americana), ma soprattutto il menù di navigazione che ricorre ai verbi inglesi che spingono all’azione (“Explore”, “See&Do”, “Plan your trip”).
Fino a una decina di anni fa il fenomeno dei verbi inglese era del tutto sconosciuto nella lingua italiana, e tutti i linguisti erano concordi nel ritenere che gli anglicismi che penetravano erano solo sostantivi o in minor consistenza aggettivi. Ma oggi qualcosa è cambiato (cfr. “In principio era il verbo, ma alla fine sarà il verb?”) e dopo le prime timide entrate di rare espressioni come relax, enjoy, vote for, stop, remember, don’t worry¸ relax, fuck you… ecco che oggi un sito istituzionale introduce intenzionalmente i verbi in inglese. Queste forme (explore, plan, see) tecnicamente non sono “anglicismi” da vocabolario, nel senso che la frequenza delle singole voci impiegate non ha una sua estensione significativa. Quello che si sta estendendo è invece l’intenzionale ricorso agli enunciati misti, ma anche l’inconsapevole e istintivo passaggio alla commutazione di codice.
Come descrivere questo linguaggio proprio alla luce delle speculazioni dei linguisti? Questo non è più italiano neostandard, mi pare semmai newstandard.
Dalla “prossima summer” di MalpensaNews al “me time” di Elle
Domenico Calabrese mi ha rigirato una comunicazione dell’aeroporto di Malpensa che spiega ai cittadini italiani che dalla “prossima summer” il volo Milano-Hong Kong sarà giornaliero.
La prossima summer? Ma siamo impazziti?
No. Purtroppo questa è la terminologia che l’aeroporto ha deciso non solo di utilizzare in modo consapevole (code switching per dirla con quelli bravi) ma che difende in modo orgoglioso. Daniele Imperi ha scritto la sua protesta alla redazione, e ha ricevuto come risposta il rimando a un articolo in cui si spiega perché in aviazione si dice summer al posto di estate (“In aviazione ci sono solo due stagioni, winter e summer”). Le argomentazioni sono imbarazzanti nella loro confusione e vaghezza, perché mancano i nessi di causa effetto alla base di ogni ragionamento. Si parte con l’affermare: “È un uso – per così dire – tecnico, perché nel mondo dell’aviazione non esistono le mezze stagioni, primavera e autunno: la programmazione dei voli è definita in due momenti di passaggio, a ottobre e marzo.”
Cosa c’entra con la scelta di ricorrere all’inglese? Nulla, come chiunque dotato di una mente sana comprende. Anche le divise dei carabinieri sono estive o invernali e si cambiano due volte all’anno, il che non implica di certo di rinominare le stagioni inglese. La realtà arriva poco dopo: “Dagli anni Settanta la complessità della programmazione delle connessioni aeree ha richiesto una procedura coordinata che è gestita dalla Iata (International Air Transportation Association), l’associazione privata che raccoglie circa 320 compagnie aeree in 130 Paesi del mondo (e che insieme fanno quasi l’85% dei passeggeri globali). La ridefinizione degli slot avviene nell’arco di tutto l’anno, ma viene fatta tenendo conto appunto di due grandi periodi, le due stagioni ‘summer’ e ‘winter’. Questa coordinazione mondiale riguarda tutti gli aeroporti principali”.
Allora la verità è ben diversa: l’inglese è diventato la lingua ufficializzata nell’aviazione, e passando dagli anni “Settanta” ai nostri giorni, la novità è che qualcuno oggi ha deciso di impiegare questa terminologia non solo nell’ambito interno degli addetti ai lavori, ma di imporla ai cittadini. Dunque, invece di usare la lingua italiana si sceglie di usare l’inglese e si vende questa scelta come tecnicismo. Da notare – tra le righe – anche un modo di esprimersi, forse inconsapevole, che ricorre in modo sistematico a “slot” (sottinteso: “di tempo”) al posto di periodo di tempo, finestra temporale o qualunque altra espressione in italiano che probabilmente non viene più in mente a chi lo sostituisce con la stereotipia meccanica basata sull’inglese che impoverisce il nostro lessico, invece di arricchirlo.
Tutto ciò non mi pare inquadrabile come “italiano neostandard”, ma come itanglese.
Intanto Daniele mi segnala anche un pezzo sulla rivista Elle che come se fosse la cosa più normale del mondo ci spiega “Cos’è il ‘me time’ e perché è importante prendersi del tempo per sé”.
L’articolo – di stampo coloniale – riprende un libro in inglese, che esprime i propri concetti in inglese come accade nelle lingue sane, e li trapianta nella nostra realtà in un abbandono dell’italiano. La divulgazione del “me time” venduta come di maggior prestigio non è isolata, c’è qualche precedente e si appoggia anche a un titolo di un film del 2022 (Me Time – Un weekend tutto per me) che segue lo stesso schema, visto che ormai i titoli dei film sono esportati direttamente in inglese, solo talvolta affiancati da una traduzione italiana secondaria. E passando dai giornali e dal cinema all’editoria, Daniele mi ha girato anche la scheda di un libro della Salani che recita: “Per la prima volta in libreria la complete edition del romanzo già vincitore ai Watty Awards”. Che razza di anglicismo è “complete edition”? Questo abbandono dell’italiano (standard o neostandard) arriva da un importante editore, altro che dagli incolti che vogliono avvicinarsi all’italiano. Qui gli attori che fanno la lingua sono i ceti colti che vogliono approssimarsi all’inglese.
E a proposito di cultura, la notizia recente ripubblicata da Italofonia.info è che i dati Invalsi del 2024 mostrano che gli studenti delle medie sono più preparati in inglese che non in italiano, e che persino gli insegnanti delle materie scientifiche chiedono alla scuola di insegnare di più l’italiano, perché la scarsa conoscenza del lessico e della grammatica stanno cominciando a inficiare anche l’insegnamento delle altre materie.
L’itanglese, o se si vuole l’italiano newstandard, nasce in questo contesto dove l’italiano regredisce su tutti i fronti, nelle scuole e tra le nuove generazioni così come nei ceti colti. Mentre scrivo, in televisione sta passando una pubblicità di un olio italiano. La marca è Olitalia e il prodotto si chiama Best Frienn.
“Frienn” è una voce dialettale del napoletano che si riferisce al friggere, ma nella commistione con l’inglese e con l’italiano (come nell’anglonapoletano di Pino Daniele) i giochi di parole utilizzati sono fuori dall’italiano standard e neostandard:
“OLITALIA
È il best Frienn dei migliori chef italiani
È il best Frienn del re dello street food
È il best Frienn di chi vuole un fritto croccante, asciutto e di qualità
È il best Frienn di chi vuole un fritto a casa come al ristorante
e da oggi sarà anche il tuo best Frienn
… Olitalia, la marca preferita dagli chef italiani.”
Gli esempi di questa frittura cerebrale potrebbero continuare all’infinito.
In questo scenario, non mi capacito della mancanza di attenzione da parte dei linguisti per questo fenomeno e per le sue conseguenze. Ma soprattutto, in questo voltarsi dall’altra parte, colpisce la mancanza di un dibattito serio sulla lingua più in generale, e il silenzio vergognoso degli intellettuali e dei rappresentanti della cultura, ma anche dell’opinione pubblica.
La condanna di Xmas dell’Anpi
L’ultima segnalazione che voglio riproporre è quella di Carlo Vurachi che mi ha rigirato un articolo in cui l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia della Carnia esprime “Sorpresa e disappunto per ‘Xmas’ a Forni di Sopra”.
Il fatto è che sulle luminarie c’è scritto “Xmas” al posto di “Buone feste”… ma il problema non è che la comunicazione ufficiale sia fatta in inglese – una barbarie a cui siamo ormai assuefatti – bensì che il ricorso alla formula Xmas evochi la X (= decima) Mas, la milizia fascista della Repubblica Sociale Italiana che si alleò con i nazisti a cui personaggi come il generale Vannacci, recentemente, si sono aggancianti difendendo l’indifendibile. Questo è il motivo dell’indignazione, mentre nei confronti della dittatura dell’inglese tutto tace.
Eppure sarebbe ora di organizzare la Resistenza. Andrebbe bene anche la resilienza, come è di moda dire adesso, l’importante è salvaguardare il nostro patrimonio linguistico in modo che si evolva senza snaturarsi, attraverso neologismi che possono benissimo provenire dall’anglosfera, ma che se non sono tradotti e italianizzati finiscono con il mandare in frantumi la continuità storica del bel paese dove il sì suonava.
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