Santanchè m'a stanché

#francese

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Un ricovero che preoccupa l’Europa del cinema Brigitte Bardot, leggendaria icona del cinema francese e simbolo di un’epoca, è stata sottoposta a un intervento chirurgico presso l’o

Quello che non ci dicono

Giornata Mondiale della traduzione

Buongiorno, amici di Perfettamente Chic! Oggi, mentre sorseggiate il vostro caffè o il tè della mattina, vi porto in un viaggio davvero speciale: quello della Giornata Mondiale della Traduzione, o come si dice elegantemente in inglese,

International Translation Day

Una giornata tutta dedicata a chi ci permette di capire il mondo, un dialogo alla volta, parola per parola.

Ma prima di tutto: quando si celebra e perché proprio questo giorno? Il calendario segna il 30 settembre. La scelta non è casuale: questa data coincide con l’anniversario di San Girolamo, il santo patrono dei traduttori. Girolamo, vissuto nel IV secolo, è famoso per aver tradotto la Bibbia dal greco e dall’ebraico al latino, dando vita alla celeberrima Vulgata. Insomma, un vero maestro del “parola per parola”!

Dove si festeggia? In tutto il mondo! Dalle grandi conferenze internazionali alle piccole scuole di lingue, dai traduttori freelance nelle loro accoglienti scrivanie ai poliglotti che si ritrovano online per brindare alle lingue. Ovviamente, ogni Paese porta il suo tocco particolare:

  • in Spagna si fanno incontri con letture teatrali,
  • in Cina si organizzano gare di traduzione simultanea, mentre
  • in Canada si celebra con eventi bilingue che fanno invidia a qualsiasi festival culturale.

Ma chi ha deciso di istituire questa giornata?

È stata promossa dall’International Federation of Translators (FIT) nel lontano 1953, ma la celebrazione ha preso davvero piede solo negli anni successivi, diventando un momento ufficiale di riconoscimento per tutti i professionisti delle lingue, interpreti e traduttori. Un’occasione per ricordare quanto il loro lavoro sia fondamentale: senza traduttori, buona parte dei libri, film, serie TV e persino dei meme internazionali sarebbero… incomprensibili!

E parlando di curiosità, sapevate che

  • in Giappone c’è chi colleziona dizionari rari come fossero opere d’arte, o che
  • in Germania esiste un concorso per tradurre poesie impossibili da una lingua all’altra, con premi che comprendono cioccolato, libri e persino… viaggi linguistici?

E non dimentichiamo l’ironia di chi si trova a tradurre giochi di parole intraducibili: immaginatevi il traduttore di un cartellone pubblicitario che cerca di rendere divertente una battuta locale senza far piangere di noia chi legge dall’altra parte del mondo!

In Italia💚🤍❤️, la Giornata Mondiale della Traduzione è spesso celebrata con conferenze, workshop e reading letterari, con un occhio particolare al multilinguismo e all’importanza di preservare le lingue minoritarie. E se vi capita di incontrare un traduttore oggi, un sorriso, un caffè e magari un

Grazie per farci capire il mondo

saranno sicuramente apprezzati!

Insomma, questa giornata è un invito a guardare il mondo con curiosità, a scoprire lingue nuove, a ridere delle traduzioni improbabili e a celebrare chi, con pazienza e talento, rende tutto comprensibile… parola dopo parola. E adesso, tra una tazza di caffè e un biscotto, provate a tradurre qualcosa di buffo: chi lo sa, potreste scoprire un talento nascosto!

Autore: Lynda Di NataleFonte: webImmagine: AI

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In Italia gli anglicismi avanzano, mentre in Francia esplodono le denunce

Di Antonio Zoppetti

L’altro giorno leggevo che la Carta acquisti destinata alle fasce sociali deboli, ma più nota come “social card”, è stata reintrodotta con il nome di “Carta dedicata a te”, il che non impedisce ai giornalisti di “sintetizzare il concetto” attraverso l’inglese, anche quando cozza con l’immagine che raffigura una tessera in italiano, che comunque è messo in secondo piano, sfumato o semplicemente cancellato come se non esistesse.

Questo modo di dare le notizie, invece di produrre un effetto estraniante e suscitare delle reazioni infastidite, ha ormai subito un processo di normalizzazione, in una cultura – che ho definito appunto “coloniale” – dove sempre più concetti e oggetti si esprimono nella lingua superiore dell’anglosfera.

Perciò, davanti ai gatticidi – visto che i killer hanno sostituito gli assassini – si parla di un ipotetico serial killer dei gatti di Cogne che per essere catturato avrebbe bisogno di un profiler.

La lingua dei mezzi di informazione, che un tempo – quando le masse erano ancora in gran parte dialettofone – ha contribuito enormemente a unificare l’italiano, oggi lo sta invece anglicizzando. La conseguenza è che questo stilema linguistico anglomane normalizzato si estende, viene preso come modello, ripetuto e interiorizzato anche dalla gente in un processo di assuefazione. E così accade che qualcuno preferisca chiamare il proprio gatto con un nome in inglese – Joy – perché siamo ormai in presenza di una “diglossia lessicale” dove tutto ciò che suona in inglese è più solenne, moderno e preferibile a cominciare dal “profiler”.

L’insostituibile e innovativo concetto di profiler

Chi diamine è un “profiler”? Perché non parliamo di “profilatore”?

La premessa è che dal 2000 al 2006 è andata in onda sulla Rai una serie intitolata Profiler, affiancata da un’espressione italiana (Intuizioni mortali) secondo la logica che dagli anni Novanta si è imposta anche al cinema. Le multinazionali statunitensi esportano i propri prodotti con denominazioni inglesi intoccabili a partire dai titoli dei film (dunque siamo passati da Guerre stellari a Star Wars, dall’Uomo Ragno a Spiderman, dal Monopoli al Monopoly). Questa espansione dell’inglese dei mercati ha da tempo portato a utilizzare l’inglese per denominare qualunque ruolo professionale o carica lavorativa (dai manager sino ai pet sitter), in una più ampia anglicizzazione delle funzioni e dei processi del settore (outsourcing, joint venture, part time…). Dunque, lo psicologo criminale che ha il compito di individuare un profilo psicologico di chi commette un delitto diviene profiler, che inizialmente si introduce e diviene popolare attraverso l’intrattenimento televisivo, e poi si emula nella realtà attraverso una compiaciuta alberto-sordità che ci spinge a voler fare gli americani. Profiler finisce dunque per ricavarsi un significato tecnico legato alla criminologia assente nell’inglese (dove profiler è un generico disegnatore di profili oppure una macchina sagomatrice). In questo contesto, l’esperto “inviato da fuori” – cioè il deus ex machina che ci proviene dall’anglosfera – si esprime con i concetti di quella lingua, e guai a tradurli! Non avrebbero la stessa portata, e la prima cosa da fare, davanti all’inglese incipiente è quello di difenderne l’autonomia, nel tentativo di dimostrare che esprime qualcosa di diverso dall’italiano: profiler (sott. criminale) non è proprio come profilatore (criminale).

Per comprendere come agiscono i serial killer dell’italiano basta leggere il blog di un’università italiana che ci spiega come stanno le cose (e ci educa) in una guida pratica per diventare “profiler”:

Se sei uno studente appassionato di giustizia penale e sei affascinato dalla risoluzione di casi complessi, potresti aver sentito parlare della figura del profiler criminale. (…) È fondamentale distinguere tra profilo criminale strumento investigativo e la figura del criminologo. Il criminologo studia le cause sociali, psicologiche e culturali del crimine, mentre il profiler si concentra su raccogliere indizi sulla scena del crimine, le tracce forensi e la dinamica del reato per ricostruire il profilo psicologico dell’autore e orientare le indagini. (…) Diventare un profiler criminale richiede un percorso di specializzazione ben preciso. Tuttavia, è importante sottolineare che in Italia la figura del criminal profiler non è ancora inquadrata ufficialmente.

Da notare che non c’è alcuno sforzo di chiamare le cose in italiano, profiler è introdotto senza alternative, come qualcosa di necessario, e accanto alla forma ibrida (profiler criminale) viene introdotta anche la variante inglese completa con inversione sintattica (criminal profiler). Si chiama così. Punto.

Sarebbe però interessante avere un profiler linguistico che analizzi il profilo psicologico malato di chi concepisce certe idiozie che sembrano sgorgare dalla scrittura di un’intelligenza artificiale (denominata AI invece di IA, of course).

In Italia – si legge nell’articolo – il “criminal profiler” non è ancora una realtà, e dietro quell’ancora c’è una ben precisa visione di un’italietta arretrata rispetto a quella americana; ma verrà il giorno che anche noi primitivi ci evolveremo e finalmente anche da noi ci sarà un esercito di criminal profiler con le loro insostituibili competenze che derivano dal chiamare le cose in inglese.

Il paradosso comunicativo di una simile propaganda è che mentre il criminal profiler è venduto come un traguardo che comprende “pattern e motivazioni attraverso le tecniche del criminal profiling” e del “profiling psiologico” (“profilazione” non è una parola contemplata), non esiste una laurea specifica in criminal profiling, dunque non resta che intraprendere un percorso in “Laurea in Psicologia Forense o in Giurisprudenza” per poi specializzarsi “con master criminologia online, corso criminal profiling o master in criminologia.”

Insomma, tocca ancora ricorrere alle risorse italiane per aspirare a definirsi con un concetto in inglese.

Il pezzo si conclude con la spassosa indicazione di come diventare profiler dell’Fbi, uno sbocco occupazionale che – come è noto a tutti – rappresenta un’opportunità tra le più gettonate per gli studenti italiani formati a spese nostre che genereranno ricchezze per i Paesi che se li accaparreranno nella cosiddetta fuga dei cervelli.

Colpisce che una simile comunicazione di un ateneo italiano sia caratterizzata da queste baggianate. Colpisce soprattutto lo stile semplice e lineare nel formare il periodo, che ricorda molto quello dei pensierini dei bambini delle elementari, che assurge invece a esprimere qualcosa di più complesso solo attraverso i paroloni in inglese.

Questo comunque – che piaccia o meno – è il nuovo “italiano”.

L’anglicizzazione è un fenomeno mondiale

Tullio De Mauro – dopo aver passato una vita a negare che l’itanglese fosse un problema (cfr. “Gli anglicismi? No problem, my dear”) – nel 2016 si è dovuto ricredere davanti ai nuovi dati, e ha cambiato prospettiva arrivando ad ammettere che siamo ormai in presenza di un vero e proprio “tsunami anglicus” che sta travolgendo non solo l’italiano, visto che il fenomeno è planetario.

Gli anglicismi sono l’effetto collaterale della globalizzazione che esporta l’inglese come lingua internazionale dei mercati, come ho provato a ricostruire in un libro che analizza il caso italiano. Ma a colonizzare il mondo con la terminologia e il lessico d’oltreoceano non c’è in gioco solo il globalese delle multinazionali e la supremazia culturale, economica e sociale degli Stati Uniti. Queste enormi pressioni esterne si confrontano con le pressioni interne legate alle lingue locali che nei singoli Paesi arginano questo fenomeno.

In Italia purtroppo, le pressioni interne della nostra classe dirigente – dalla politica alla cultura, dalla scienza alla tecnica – puntano al prestigio dell’inglese e dunque agevolano questo processo, invece di frenarlo.

E noi cittadini cosa possiamo fare davanti a questo scempio, a parte brontolare? Niente. Siamo in balia di questa newlingua di classe, un ibrido traboccante di orgoglioso inglese con cui si educano i nuovi italiani, spesso dall’alto, e spesso in modo istituzionale, a partire dal governo, dalle Poste italiane, dalle Ferrovie dello stato, dagli atenei universitari…

Non possiamo che guardare questo scempio infastiditi e impotenti, mentre ci sono linguisti che invece di deprecare tutto ciò, negano che l’interferenza dell’inglese sia preoccupante senza addurre motivazioni plausibili, e brindano alla modernità di questo nuovo inglese coloniale, che chiamano internazionale, come si brindava sul Titanic.

In Francia, invece, esistono delle leggi che tutelano il francese e i francesi, e nel linguaggio istituzionale e ufficiale è vietato usare parole straniere (anche se queste si declinano quasi sempre con l’angloamericano). Naturalmente l’anglomania e gli anglicismi impazzano anche lì, ma il fenomeno è attenuato a partire dai giornali, mentre l’Académie française (come la Real Academia Española del resto) stigmatizza le parole inglesi e crea alternative autoctone che diffonde, e che spesso sono recepite anche dai giornali, in un contesto politico che tutela i cittadini e la trasparenza della comunicazione. E così esistono commissioni per l’arrecchimento del francese e banche terminologiche ufficiali che traducono ogni tecnicismo, per cui il ricorso all’inglese diventa una scelta espressiva sociolonguistica e non una necessità, come da noi.

Le oltre 90 denunce di Daniel De Poli e dell’associazione Francophonie Avenir

In Francia, davanti all’anglicizzazione è possibile intervenire da un punto di vista legale, e fare causa agli enti che non rispettano le leggi. Come fa Daniel De Poli che mi ha segnalato la sua nuova “rivoluzione francese” sul piano della lingua.

Membro dell’associazione per la difesa della lingua francese Francophonie Avenir, tra giugno e luglio scorsi, Daniel ha dato vita a una delle più massicce e sistematiche operazioni di denuncia mai realizzate, inoltrando ben 90 lettere destinate alle università, alla Corte di Cassazione, al consiglio di Stato e a tutti gli enti pubblici francesi – compreso trenitalia.fr – che utilizzano illegalmente gli anglicismi che sulla carta dovrebbero invece evitare. Chi vuol vedere quello che sta facendo, può consultare la pagine dell’associazione che raccoglie tutti i Ricorsi amichevoli presso università e collettività; ma decine e decine di altre lettere – mi scrive – sono in preparazione e a tutte queste seguiranno i ricorsi in tribunale veri e propri, se non sortiranno effetti.

“La cosa importante da ricordare è che solo un’azione legale può produrre risultati nella lotta contro gli anglicismi” mi ha spiegato. “Se si inviano semplici lettere di protesta, spesso non succede nulla. Ma davanti al rischio di un’azione legale, i lupi si fanno agnelli e di solito provvedono a eliminare gli anglicismi. Per gli altri che non si adeguano, invece, saranno i tribunali a imporre loro di conformarsi e a multarli.”

Questa linea sta funzionando, e Daniel è stato definito da Le Figaro “il cacciatore di anglicismi che è diventato il benevolo terrore della stampa francofona”. L’agguerrito contrattacco all’anglomania ha già portato a molte condanne, come quella dell’aeroporto di Metz-Nancy-Lorraine di cui ho già riferito in passato, o quella dell’Università di Bordeaux condannata lo scorso dicembre per l’uso di anglicismi nella sua segnaletica (un elenco di tutte altre condanne è disponibile sul sito di Francophonie Avenir).

Questi ricorsi legali non solo portano all’eliminazione dei singoli anglicismi illeciti, ma finiscono con il creare un clima culturale in antitesi a quello anglomane, in una stigmatizzazione del “franglais”, visto che il problema non sono i singoli anglicismi, ma l’anglomania da cui scaturiscono. Dunque in Francia davanti all’anglicizzazione esiste – ed è possibile – una resistenza, mentre in Italia ci sono solo i “collaborazionisti” – per riprendere le parole del filosofo francese Michel Serres – della dittatura dell’inglese; e l’itanglese prospera proprio a partire dal linguaggio istituzionale.

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Français vs québécois: attenzione alle differenze!

Scopri in questo articolo 10 differenze tra il francese parlato in Francia e in Québec.

Perfetto per viaggiatori, appassionati di lingue o chi vuole comprendere meglio le sfumature culturali del francese contemporaneo!

https://www.cristianobacchieri.com/blog/10-differenze-tra-il-francese-parlato-in-francia-e-in-quebec/

#francese

10 differenze tra il francese parlato in Francia e in Québec - Cristiano Bacchieri

10 differenze tra il francese parlato in Francia e in Québec: parole di uso comune che differiscono nei due paesi francofoni

Cristiano Bacchieri

L’americanizzazione della società in Francia e in Europa: le riflessioni di Yannick Sauveur

Di Antonio Zoppetti

A partire dal secondo dopoguerra, il predominio della civiltà statunitense ha permeato quasi ogni aspetto della cultura italiana ed europea: dalla letteratura al cinema, dalle canzoni e dalla musica all’arte, dal turismo alla nostra intera società… e questa espansione – una nuova forma di imperialismo morbido e subliminale – coinvolge anche la lingua.

E così l’italiano regredisce su tutti i fronti. Dal punto di vista lessicale si intasa di anglicismi ed espressioni inglesi e pseudoinglesi che si affermano a scapito del nostro lessico storico e delle possibili traduzioni o adattamenti che non si mettono più in pratica (si preferisce ostentare l’inglese crudo); e più in generale, la nostra lingua cessa di essere una lingua di cultura: è messa in discussione sul piano dell’insegnamento universitario (aumentano i corsi in inglese e diminuiscono quelli in italiano), è in via di abbandono come lingua della scienza (si preferisce pubblicare direttamente in inglese), è stata estromessa come lingua di lavoro di un’Ue che punta all’inglese anche se non esiste alcuna carta che ne sancisca l’ufficialità (tutto il contrario: l’Europa è nata all’insegna del plurilinguismo); come se non bastasse l’italiano ha perso la sua centralità nella scuola, mentre l’inglese è stato fatto diventare un requisito obbligatorio.

Ho provato a ricostruire la storia della nostra americanizzazione sociale – che contiene e produce quella linguistica – ne Lo tsunami degli anglicismi. Gli effetti collaterali della globalizzazione linguistica (goWare 2023), con un approccio piuttosto inviso dal pensiero dominante anglomane. E infatti i libri sull’argomento sono pochissimi, poco pubblicizzati o nascosti sotto al tappeto. Tra questi, per esempio, c’è quello uscito da poco in Francia, L’américanisation de la société française di Yannick Sauveur (Éditions de L’Æncre, Parigi 2025) che segue la stessa prospettiva nel ricostruire l’espansione del globish sul piano internazionale con un’attenzione particolare per la situazione francese.

La casa editrice parigina che lo ha pubblicato è legata ad autori nazionalisti o di estrema destra ma non bisogna lasciarsi ingannare dalle etichette e dalle linee editoriali astratte. Se si guarda senza pregiudizi ai contenuti e alle tesi espresse nel saggio, emerge chiaramente che l’atteggiamento critico verso una globalizzazione che tende sempre più a coincidere con americanizzazione non è affatto una prospettiva che riguarda la sola destra, e prima della dissoluzione dell’Urss e della fine della Guerra fredda il dibattito critico intorno al neoimperialismo americano era trasversale e riguardava anche la sinistra, benché oggi si sia americanizzata in modo acritico e partigiano con modalità che rinnegano la sua stessa storia ed essenza.

Se si lasciano da parte gli stereotipi e le ideologizzazioni per valutare gli argomenti senza essere prevenuti, la questione della destra o della sinistra perde di senso. Il saggio di Sauveur ricostruisce l’americanizzazione della società francese nella sua genesi e storia, e anche se l’autore non è un linguista, pone l’accento sul rapporto tra l’importazione degli stili di vita all’americana e le conseguenze linguistiche di questa svolta sociale, cominciata a partire dal 1947 con il Piano Marshall. Si tratta di un “imperialismo culturale” che da una parte era lucidamente ponderato e sollecitato dalla politica espansionistica degli USA e dall’altro si è realizzato con la complicità delle élite francesi. Per dirla con le parole del filosofo francese Michel Serres – che non si può certo tacciare di essere di destra – i “collaborazionisti” della dittatura dell’inglese che diffondono anglicismi a discapito del francese – che retrocede a “lingua dei poveri e degli assoggettati” – si reclutano ormai proprio tra le nuove élite intellettuali (Michel Serres, Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri, 2018).

Sauveur distingue due tipi di americanizzazione: quella dei ricchi e delle élite che si nutrono di concetti americani e quella dei poveri che sin dal secondo dopoguerra sono stati inondati di chewing-gum, calze di nylon e prodotti d’oltreoceano. E distingue un’americanizzazione voluta e ricercata da un’altra più semplicemente subita, inconsapevole e subliminale; ma le due cose convergono, il risultato è il medesimo, e i diversi strati sociali possono oggi incontrarsi e ricongiungersi in un qualsiasi McDonald’s.

L’autore parla di “un’americanizzazione subliminale dei nostri cervelli” – citando le parole del politico francese François Asselineau – in una riflessione che evoca le parole di un autore africano come Thiong’o che parla esplicitamente della necessità di decolonizzare la mente e di ribellarsi alla dittatura dell’inglese, la lingua che fiorisce sul cimitero delle altre lingue (Decolonizzare la mente, Jaca Book 2015). Ancora una volta, un simile giudizio, che nasce dalla denuncia di come l’inglese sia responsabile della morte di molti idiomi africani sradicati nel processo coloniale che includeva l’anglicizzazione forzata, non è affatto un pensiero di “destra”; è la stessa constatazione che si trova in autori come il tunisino Claude Hagège che ha evidenziato come l’inglese sia il principale responsabile del “genocidio linguistico” che porta all’estinzione degli idiomi locali dell’Africa.

Davanti a un’Europa che punta all’inglese – benché l’inglese non sia più la lingua ufficiale di alcun Paese dell’Ue – il rischio è il medesimo. Sauveur cita il celebre libro Parlez-vous franglais? di René Étiemble, che negli anni Sessanta ha posto per primo la questione dell’anglicizzazione del francese; un libro dal notevole successo editoriale ma di nessuna rilevanza dal punto di vista della sua influenza culturale delle élite anglomani. Nel rileggerlo dopo 60 anni quella denuncia fa sorridere – nota Sauveur – perché anglicismi allora incipienti come “parking, dancing, building, pressing, lunch, business, fair-play, teenagers”… sono oggi normali e frequenti, insieme a centinaia di nuove espressioni sempre più correnti che l’autore esemplifica:

“i master, i think tank, i follower, i like, i post, gli happy hour, il management, i manager, il turn-over, i feedback, il merchandising, l’inevitabile black friday, i coach e il coaching con le sue varianti (…), il coworking, le leadership, i leader, gli show room, i fast food, (…) i drive in, gli hamburger, il check in e il check out, (…) gli spot diffusi in prime time, i podcast (…), i talk show, il lavoro full time, le news che si declinano in news magazine e newsletter, (…) le start-up, fare coming out, (…) i check up, il crowfunding (finanziamento partecipativo), i coliving e lo storytelling.” (dall’intervista a Sauveur: “L’américanisation linguistique de l’Union européenne”, 27 giugno 2025).

Non è un caso che queste parole inglesi siano diffuse anche da noi, perché come ho cercato di dimostrare sono solo gli effetti collaterali della globalizzazione linguistica, e anche se qualcuno li chiama “internazionalismi” e se ne bea, sono al contrario il risultato di una colonizzazione linguistica che fa regredire le lingue locali.

Questa americanizzazione, continua Sauveur

“non è altro che il risultato di un’operazione di depotenziamento a monte, portata avanti da decenni da governi asserviti, da giornalisti che prendono ordini e, più in generale, da élite complici di questo degrado, senza dimenticare una certa borghesia che, per mimetismo e snobismo, manda i propri figli negli Stati Uniti (un anno per superare il baccalaureato americano, o per completare l’istruzione superiore). Per loro l’anglo-americano è una prima lingua al pari della lingua madre: i curriculum vitae sono scritti esclusivamente in inglese, nemmeno in bilinguismo lingua madre/inglese! Tutte le pubblicazioni scientifiche sono principalmente in inglese.”

A questo si aggiunge un’americanizzazione sociale che finisce per trasformare non solo il panorama linguistico, ma coinvolge la stessa trasformazione delle nostre città e delle nostre periferie “con le stesse insegne, le stesse pubblicità”, dove le vetrine sono adornate da “slogan” e denominazioni in inglese. Intanto le conferenze si tengono in inglese, seppure affiancate dalle traduzioni simultanee, e Sauveur – da buon francese – è stupito dal fatto che persino Macron si ostini – andando contro ogni principio di buon senso – a esprimersi in inglese nei contesti internazionali, invece di utilizzare il francese che per secoli è stata la lingua della diplomazia. Ma questo non è un caso isolato, è una tendenza che si ritrova ovunque, e che caratterizza personaggi italiani come Mario Draghi ma anche la comunicazione istituzionale dell’Ue.

Il punto è che “le élite atlantiste sono associate a circoli e organizzazioni globaliste e il dominio culturale (e dunque linguistico) anglosassone” più che essere il risultato di una superiorità linguistica è il frutto di “una nostra sottomissione voluta e accettata”, e il risultato di questo predominio degli Stati Uniti è un “aspetto sottostimato della sua potenza globale”.

La conclusione di Sauveur è che “i patrimoni linguistici nazionali devono essere protetti”, e che la politica linguistica dovrebbe essere considerata sullo stesso piano di quella militare, perché come affermava il generale austriaco Jordis von Lohausen “i libri in lingua originale svolgono all’estero un ruolo talvolta più importante di quello dei cannoni”.

Tutto ciò non ha che fare con le ideologie di destra o di sinistra, ma con il pensiero libero e critico che riflette sulle conseguenze dell’attuale dominio degli Usa. E confondere ogni riflessione sulla difesa della lingua con il nazionalismo o il purismo è un atteggiamento miope, antistorico e alla fine ben più ideologizzato.

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