Giornata Mondiale della traduzione

Buongiorno, amici di Perfettamente Chic! Oggi, mentre sorseggiate il vostro caffè o il tè della mattina, vi porto in un viaggio davvero speciale: quello della Giornata Mondiale della Traduzione, o come si dice elegantemente in inglese,

International Translation Day

Una giornata tutta dedicata a chi ci permette di capire il mondo, un dialogo alla volta, parola per parola.

Ma prima di tutto: quando si celebra e perché proprio questo giorno? Il calendario segna il 30 settembre. La scelta non è casuale: questa data coincide con l’anniversario di San Girolamo, il santo patrono dei traduttori. Girolamo, vissuto nel IV secolo, è famoso per aver tradotto la Bibbia dal greco e dall’ebraico al latino, dando vita alla celeberrima Vulgata. Insomma, un vero maestro del “parola per parola”!

Dove si festeggia? In tutto il mondo! Dalle grandi conferenze internazionali alle piccole scuole di lingue, dai traduttori freelance nelle loro accoglienti scrivanie ai poliglotti che si ritrovano online per brindare alle lingue. Ovviamente, ogni Paese porta il suo tocco particolare:

  • in Spagna si fanno incontri con letture teatrali,
  • in Cina si organizzano gare di traduzione simultanea, mentre
  • in Canada si celebra con eventi bilingue che fanno invidia a qualsiasi festival culturale.

Ma chi ha deciso di istituire questa giornata?

È stata promossa dall’International Federation of Translators (FIT) nel lontano 1953, ma la celebrazione ha preso davvero piede solo negli anni successivi, diventando un momento ufficiale di riconoscimento per tutti i professionisti delle lingue, interpreti e traduttori. Un’occasione per ricordare quanto il loro lavoro sia fondamentale: senza traduttori, buona parte dei libri, film, serie TV e persino dei meme internazionali sarebbero… incomprensibili!

E parlando di curiosità, sapevate che

  • in Giappone c’è chi colleziona dizionari rari come fossero opere d’arte, o che
  • in Germania esiste un concorso per tradurre poesie impossibili da una lingua all’altra, con premi che comprendono cioccolato, libri e persino… viaggi linguistici?

E non dimentichiamo l’ironia di chi si trova a tradurre giochi di parole intraducibili: immaginatevi il traduttore di un cartellone pubblicitario che cerca di rendere divertente una battuta locale senza far piangere di noia chi legge dall’altra parte del mondo!

In Italia💚🤍❤️, la Giornata Mondiale della Traduzione è spesso celebrata con conferenze, workshop e reading letterari, con un occhio particolare al multilinguismo e all’importanza di preservare le lingue minoritarie. E se vi capita di incontrare un traduttore oggi, un sorriso, un caffè e magari un

Grazie per farci capire il mondo

saranno sicuramente apprezzati!

Insomma, questa giornata è un invito a guardare il mondo con curiosità, a scoprire lingue nuove, a ridere delle traduzioni improbabili e a celebrare chi, con pazienza e talento, rende tutto comprensibile… parola dopo parola. E adesso, tra una tazza di caffè e un biscotto, provate a tradurre qualcosa di buffo: chi lo sa, potreste scoprire un talento nascosto!

Autore: Lynda Di NataleFonte: webImmagine: AI

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Giornata delle lingue Inglese e Spagnolo

Il 23 aprile non solo si celebra la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore, ma è anche il giorno dedicato a due delle lingue più influenti al mondo: l’inglese 💂 e lo spagnolo 💃…

Perfettamente Chic

di Antonio Zoppetti

È appena uscito un mio nuovo libro: Meglio l’italiano o l’itanglese? Linee guida sull’uso di anglicismi nella comunicazione trasparente (Mind Edizioni, Milano) che ha lo scopo di colmare una lacuna tutta italiana.

Negli ultimi vent’anni, infatti, sono state diramate decine di raccomandazioni e linee guida istituzionali sulla femminilizzazione delle cariche, mentre si moltiplicano i siti e le associazioni che promuovono il linguaggio inclusivo e non discriminante, e spuntano decreti leggi che mettono al bando la parola “razza” o prescrivono l’eliminazione di “handicap” in favore di condizione di disabilità, e non perché si tratta di un termine inglese, bensì perché viene proclamato discriminante, e dunque viene sconsigliato (e vietato per legge) nel linguaggio delle amministrazioni.

In sintesi, esistono fortissime pressioni che hanno come obiettivo la pianificazione linguistica e puntano a intervenire sull’uso – spesso a gamba tesa – per educare i cittadini a parlare in modo politicamente corretto, ma quando si tratta invece di regolamentare l’abuso sempre più selvaggio dell’inglese, i linguisti e gli intellettuali italiani cambiano subito casacca, e si appellano a una “sacralità” dell’uso che non può essere messo in discussione. Solo in questo caso parte la solita tiritera per cui sulla lingua non si può – né deve – intervenire, perché non si può limitare la libertà di espressione e non si possono certo mettere al bando le parole straniere come ai tempi del fascismo. Al contrario, il problema non sono i forestierismi in modo generico, ma la penetrazione sempre più massiccia di parole inglesi, tutte provenienti dalla stessa lingua dominante che sta schiacciando l’italiano. E gli anglicismi sono spesso discriminanti e poco trasparenti, perché escludono – invece di includere – una larga fascia di cittadini che non li comprendono, e in questo modo si creano barriere sociali e fratture generazionali. Ma le istituzioni, in questo caso, non si preoccupano né della trasparenza né della cancellazione dell’italiano, e anzi sono in prima linea nell’introdurre e diffondere parole come cashback, caregiver, whistleblowing, stepchild adoption e via dicendo.

Il non-interventismo, insomma, è invocato solo nel caso dell’inglese, ma la realtà è un’altra: nell’attuale società è in atto un processo di revisionismo linguistico molto forte, che punta ad affermare un nuovo modello di italiano dove le stesse forze riformiste – anche istituzionali – che prescrivono il politicamente corretto, l’inclusività, la femminilizzazione delle cariche… sono quelle che allo stesso tempo introducono gli anglicismi.

Nel libro questo fenomeno è ben denunciato, e le contraddizioni vengono finalmente fatte esplodere. Riporto una sola citazione:

“Colpisce, per esempio, che proprio il Ministero dell’Istruzione da cui sono scaturiti testi pieni zeppi di anglicismi come il Sillabo del 2018 o il Piano scuola 4.0 del 2023, contemporaneamente abbia diramato delle Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo del Miur (2018) che a loro volta riprendevano altri simili documenti promossi già da anni. Nella prefazione dell’allora ministra Valeria Fedeli si leggeva:

Credo che nel Miur la consapevolezza dell’importanza del linguaggio debba essere coltivata e praticata anche più che altrove – non solo per quanto riguarda l’uso del genere grammaticale femminile, quindi, ma anche per tutto ciò che riguarda la trasparenza degli atti amministrativi. Sappiamo che la lingua è un corpo vivente, che si evolve nell’uso quotidiano e non può essere cambiata per decreto. D’altra parte, le proposte riguardanti l’uso del femminile avanzate nelle presenti Linee guida non hanno nulla dell’imposizione dall’alto, perché richiedono semplicemente di applicare in modo corretto e senza pregiudizi le regole della grammatica italiana (p. 4).

Eppure questo richiamo alle pari opportunità, alla trasparenza e alle regole della grammatica italiana sembra che sia invocato solo nel caso dell’educazione al genere, ma venga invece nascosto sotto al tappeto nel caso degli anglicismi che al contrario vengono diffusi e promossi senza seguire gli stessi criteri, o forse li si introduce in modo consapevole proprio con l’intento di affermarli (a pensar male si commette peccato, ma spesso si indovina, recitava una vecchia battuta di Andreotti).”
[Meglio in italiano o in itanglese? p. 70].

Le istituzioni, insomma, non sembrano veramente interessate alla trasparenza, e la usano come alibi quando fa loro comodo per diffondere il linguaggio “etico” che vorrebbero affermare, un modello linguistico che vuole essere politicamente corretto e allo stesso tempo anglicizzato. Un modello linguistico che afferma l’itanglese.

Una nuova definizione di itanglese

Nel libro c’è una dettagliatissima spiegazione di che cosa sia l’itanglese, che da un punto di vista tecnico ormai non è più solo un “italiano” che contiene un’alta frequenza di parole inglesi. L’itanglese travalica l’ingenua categoria dei “prestiti linguistici”, è fatto di pseudoanglicismi maccheronici (footing, smart working), di parole ibride (zoomare, clownterapia), di costrutti sintatticamente invertiti (matematica day, covid hospital), di suffissoidi formativi (babypensionato, over40), di cambiamenti morfologici (blogger invece di bloggatori), di famiglie di parole e di radici inglesi che si allargano nel nostro lessico (pet-shop, pet-food, pet sitter…).

Ma soprattutto, al di là di queste classificazioni forse per alcuni un po’ noiose, l’itanglese si configura come un ben preciso modello linguistico, uno stilema preferito e ostentato da un’egemonia culturale di imprenditori, giornalisti, tecnici, addetti ai lavori e influenti che puntano all’inglese e si vergognano dell’italiano. In questo modo prende piede una “diglossia lessicale” dove le parole inglesi sono spacciate di volta in volta come più evocative, più solenni, più appropriate, più moderne, più internazionali… e finiscono per scalzare e far regredire le nostre parole storiche, perché i nuovi comunicatori sono convinti che brand sia superiore e diverso da marchio, che overturism sia più appropriato di sovraturismo, che gay sia più inclusivo di omosessuale, che climate change sia un “internazionalismo” più tecnico di cambiamento climatico, che il body shaming sia più adatto della derisione fisica, che il catcalling sia più moderno del vecchio e deprecato pappagallismo italiano… e in fin dei conti che l’inglese (ma spesso è solo pseudoinglese) sia superiore alla lingua di Dante, la nostra lingua madre. Ma in questa corsa all’anglicizzazione scriteriata e sempre più sistematica, l’impatto dell’inglese sulla nostra lingua non è paragonabile a quello che abbiamo ereditato nel corso dei secoli da altre lingue, né per numero di parole né per frequenza, né per profondità né per velocità di attecchimento. L’itanglese è un fenomeno nuovo dalla portata dirompente; il libro racconta questa storia e smentisce i soliti luoghi comuni e stereotipi radicati tra i linguisti e tra gli intellettuali italiani, visto che in altri Paesi la situazione è ben diversa dalla nostra piccola visione provinciale imprigionata nel suo complesso d’inferiorità davanti alla cultura e alla lingua d’oltreoceano.

Linee guida e qualche considerazione di buon senso

Nel delineare delle linee guida che affrontano la questione dell’inglese partendo dagli stessi presupposti che guidano altri tipi di raccomandazioni, ho preso spunto da quanto avviene all’estero, a partire dalla cancelleria Svizzera che ha diramato delle raccomandazioni sull’uso dell’inglese nel linguaggio amministrativo che – guarda caso – sono proprio affiancate a quelle per un uso non sessista della lingua, perché da loro non ci sono i tabù e le rimozioni che abbiamo noi, e la trasparenza vale in ogni ambito, e non si usano due pesi e due misure. Anche la pianificazione linguistica di altri Paesi – come la Francia, la Spagna o l’Islanda – è stata presa come esempio e come fonte, e i principi di buon senso che si ritrovano ovunque tranne che da noi sono tutti incentrati su due cardini: il rispetto per le risorse linguistiche locali e il proprio patrimonio linguistico, ma anche la trasparenza. Sul piano nazionale ho ripreso invece il poco che c’è, soprattutto i comunicati, le considerazioni e le riflessioni del Gruppo Incipit della Crusca, anche se non hanno una valenza ufficiale. E a proposito della trasparenza del linguaggio amministrativo o giornalistico, sono partito dalle vecchie regole auree di Sergio Lepri, oltre che dalle analisi di Tullio De Mauro sulle parole che arrivano a tutti; entrambi gli intellettuali partivano dal presupposto che una comunicazione “onesta” si basa su un linguaggio adatto al destinatario. Oggi i titolisti e i giornalisti, in linea di massima, hanno cambiato prospettiva e puntano a educare all’inglese, a diffonderlo con un nuovo linguaggio elitario e discriminante dove l’inglesorum assume il ruolo cialtrone del latinorum manzoniano e dell’antilingua di Calvino.

Queste linee guida riflettono poi sulle questioni della gestione degli anglicismi dal punto di vista editoriale (pronunce, trattamento grafico, maiuscole, plurali, genere maschile o femminile) e soprattutto su come evitarne ogni abuso. Accanto alle 4 domande chiave che ha individuato il linguista Francesco Sabatini (prima di ricorrere a un anglicismo ne conosciamo il reale significato? Lo sappiamo pronunciare e anche scrivere correttamente? E l’interlocutore è davvero in grado di comprenderlo?) ho aggiunto una quinta domanda fondamentale per evitare che l’italiano diventi itanglese: “Quanti anglicismi stiamo usando nella nostra comunicazione?”.

E ancora, siamo sicuri che certi anglicismi siano davvero intraducibili? Che fare quando manca il corrispettivo italiano? E quando non ha la stessa connotazione?

La prefazione è di Giorgio Cantoni, il fondatore di Italofonia.info, che ha sottoscritto queste linee guida che il portale si impegna a seguire e a diffondere, mentre in appendice – per sorridere ma anche per riflettere sul fenomeno – ho tradotto per intero il primo canto della Divina Commedia in itanglese di cui da tempo avevo già abbozzato l’incipit.

PS

https://www.youtube.com/embed/yKmCycRtJMA

Roberto, che gestisce il canale YouTube Un Italiano Vero (UIV), sta preparando dei video in cui è possibile ascoltare l’effetto che fa la Divina Comedy di Don’t Alighieri, di cui è disponibile la prima pillola, ma prossimamente seguiranno le altre puntate.

E poiché questo libro – il quarto che ho dedicato a questo tema – nuoce gravemente al pensiero dominante (mainstream), ringrazio tutti coloro che spargeranno la voce per far sapere della sua esistenza.

https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/09/02/meglio-litaliano-o-litanglese-un-nuovo-libro-con-le-linee-guida/

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Di Antonio Zoppetti

Sono rimasto molto colpito da un libro appena uscito – Daniele Vitali: Il fenomeno lingua. Manuale informale di linguistica su italiano, dialetti e lingue europee (GoWare 2024) – che spicca nel panorama editoriale per almeno tre motivi: la piacevolezza e la scorrevolezza nella lettura, il taglio e la gran mole di dati che contiene.

Nonostante il titolo faccia pensare a un lavoro di manualistica, si tratta di una raccolta di scritti di saggistica brillante che non si configurano come un manuale organico, che spesso può rivelarsi impegnativo o noioso. Sono brevi trattatelli composti in varie occasioni che costituiscono un esempio di divulgazione che arriva a tutti e sa incuriosire. L’autore scrive con un rigore e una competenza che non si trovano spesso, e riesce perfettamente nell’intento di raccontare

la storia dell’italiano e delle lingue dei nostri vicini europei, cercando di divertirci, di sfatare un po’ di luoghi comuni e di prendere finalmente consapevolezza del fatto che la lingua è anche una questione politica”.

Questa dimensione politica – nella sua accezione più nobile, e dunque non legata alle ideologie di partito – viene troppo spesso negata o sottovalutata da una schiera di linguisti che hanno mitizzato la retorica dell’uso e l’idea per cui le lingue siano espressione del popolo e arrivino dal basso. Le cose, andando un po’ più in profondità, non stanno affatto così e l’enorme ricchezza degli argomenti presentati lo dimostra in modo eccellente.

Daniele Vitali è un valido studioso di dialettologia (autore tra l’altro di un dizionario del bolognese), ma è anche un traduttore esperto di lingue caucasiche e di russo che lavora all’Unione europea in Lussemburgo e a Bruxelles. La sua formazione non si limita perciò alla conoscenza della lingua italiana, parte da un punto di vista molto più ampio che guarda contemporaneamente a tutte le lingue (e non solo all’inglese) sul piano internazionale, e soprattutto ai dialetti, sul piano interno. La questione dell’italiano viene perciò trattata attraverso la comparazione da questa prospettiva attentissima al plurilinguismo, che dovrebbe essere più spesso al centro dei libri di linguistica che hanno invece di solito orizzonti ben più limitati.

La regolamentazione degli anglicismi: una questione politica

L’intellettuale medio italiano è di solito pronto a sostenere che la pianificazione linguistica è un assurdo concettuale che non può funzionare – perché non riesce a vedere oltre al proprio naso e sa solo guardare alla politica linguistica del fascismo come se non esistessero altri esempi – ma leggendo questo libro questo impianto ideologizzato crolla davanti ai fatti.

La questione degli anglicismi trova un largo spazio nella pubblicazione, sia da un punto di vista storico, dove c’è un’ottima ricostruzione delle politiche contro i forestierismi del fascismo, sia da quello più attuale, che prende in considerazione la legge Rampelli o alcune recenti dichiarazioni del ministro della cultura Sangiuliano. L’analisi del dibattito è finalmente trattata con un pregevole distacco e taglio critico non ideologizzato, e invece di bollare la guerra ai barbarismi del ventennio in modo manicheo – come il male assoluto o viceversa con nostalgia – analizza con spirito storico i fatti nelle loro implicazioni negative ma anche nei risvolti che hanno portato dei risultati. Con lo stesso spirito, la legge Rampelli, e certe dichiarazioni dei politici dell’attuale governo, sono aspramente criticate attraverso l’analisi degli aspetti più deboli e inapplicabili, ma altrettanto criticate sono le prese di posizione aprioristiche di certi loro detrattori:

A me pare chiaro che giudizi così duri contro Rampelli e gli altri firmatari (più duri di quelli riservati agli estensori delle norme che salvano gli evasori fiscali) non siano frutto di una riflessione giuridica, ma di un riflesso condizionato: forse per sviluppata allergia al purismo fascista, forse per anglo(americano)filia inveterata, forse per indisciplina (anche) linguistica, fatto sta che l’italiano medio risponde da sempre la lingua si evolve’ a qualunque discorso critico relativo alla qualità della lingua che parliamo ogni giorno, come se di una riflessione sul tema non ci fosse bisogno.”

L’insopportabile banalità che “le lingue si evolvono” invocata per giustificare qualunque cosa — soprattutto ciò che fa comodo — è ben ridimensionata. E di fronte all’idea di intervenire davanti all’abuso dell’inglese, Vitali precisa:

Non si tratta, dunque, di dettare dall’alto come si deve parlare, ma di esprimersi in un modo comprensibile a tutti utilizzando il lessico esistente o, se necessario, coniando neologismi chiari ed efficaci come autista e regista. Si tratta cioè di un’operazione di cultura linguistica, o se vogliamo di rigore espressivo, in definitiva di parlar chiaro e con un minimo di buon gusto. Poi qualche proposta nuova si radicherebbe, altre no e dunque le odiate (da alcuni) e amate (da altri) parole straniere in vari casi entrerebbero lo stesso nella nostra lingua. Ma cerchiamo di renderci conto che, aldilà della polemica politica spicciola, una lingua che non sa dare un nome alle cose nuove e deve ricorrere a uno pseudotermine tecnico inglese che in realtà è una parola di tutti i giorni non è una lingua viva, allegramente scoppiettante e pronta allo scambio internazionale: è una lingua malconcia, a cui i suoi parlanti non vogliono poi tutto quel bene.”

L’ingegneria linguistica

Una delle parti più interessanti, raramente trattata e spesso volutamente trascurata nei testi dei linguisti italiani, riguarda l’ingegneria linguistica, e cioè “l’intervento consapevole dell’uomo sulla lingua”, che si è affacciato durante il romanticismo con due diversi approcci dai

risultati gravidi di conseguenze fino ai giorni nostri. Da un lato, con Humboldt nacque l’idea che la lingua fosse l’emanazione dello spirito di un popolo, e come tale sacra, dall’altro proprio il romanticismo dette inizio all’epoca di quella che possiamo chiamare ingegneria linguistica. (…) Col risveglio dei popoli, i poeti e gli scrittori cominciarono a ‘purgare’ le proprie lingue dai forestierismi”.

E così in Italia,

dobbiamo all’ingegneria linguistica (impersonata dal linguista Bruno Migliorini) se oggi in italiano diciamo autista, regista, calcio anziché chauffeur, régisseur, football.”

Ma questo esempio non si può limitare alla parentesi (soprattutto negativa, ma non solo negtiva) del fascismo, e infatti attraverso l’ingegneria linguistica

serbi e croati presero a interrogarsi sul dialetto da elevare a lingua comune, gli intellettuali romeni studiarono un’ortografia italianeggiante per abbandonare l’alfabeto cirillico e gli albanesi organizzarono il Congresso di Monastir (1908) per la riforma della lingua albanese e l’adozione ufficiale dell’alfabeto latino. (…) Grazie all’ingegneria linguistica l’ebraico è tornato a essere una lingua viva, e sono venuti alla luce il neonorvegese e l’irlandese moderno. Senza un intervento attivo con fini precisi, il finnico, il bulgaro, lo sloveno, l’ungherese, l’islandese sarebbero diversi da come oggi li conosciamo; in estone furono persino introdotte parole inventate totalmente a priori per ‘riestonizzare’ la lingua. Lo swahili e il vietnamita sono passati all’alfabeto latino nell’epoca coloniale, il somalo nel 1973 e ancora dopo, a URSS caduta, hanno fatto altrettanto l’Aserbaigian o la Cecenia semi-indipendente nello spazio di un mattino, mentre le autorità di Zagabria hanno tentato di riportare all’antico la lingua croata per riscoprire un passato diverso da quello dei serbi.”

Invece di affermare che gli interventi sulla lingua non funzionano – il che è un falso storico – Vitali analizza le cose caso per caso con grande competenza, e le riflessioni sulla lingua ebraica e anche sull’ucraino davanti al russo durante la guerra sono attualissime e illuminanti.
Questa visione attenta al plurilinguismo e alla storia spazza via una serie di stereotipi tipici italiani perché:

“L’ingegneria linguistica è uno strumento in sé valido che, al pari del telefono, può servire a fare la pace oppure la guerra a seconda dell’intelligenza di chi lo usa. Del resto, è stata l’ingegneria linguistica a permettere la nascita dell’esperanto, lingua pacifista per eccellenza”.

Certo, a volte gli interventi sulla lingua, e anche le riforme ortografiche, sono imposte con la forza (il che non fa parte dell’ingegneria linguistica, ma delle politiche autoritarie) e a volte non funzionano affatto, come è accaduto nel 1991 nel caso della riforma ortografica francese pensata dall’Académie Française per intervenire “su stranezze come la h muta o i plurali in x”; in altri casi hanno invece funzionato, per esempio la riforma ortografica del tedesco, nonostante le grandi polemiche e le feroci opposizioni:

La riforma dell’ortografia tedesca è stata a lungo meditata e poi scientificamente organizzata: a metà degli anni Settanta, i paesi di lingua tedesca (BRD, DDR, Austria, Svizzera, con osservatori da Belgio, Danimarca, Francia, Liechtenstein, Lussemburgo, Romania, Sudtirolo e Ungheria), formarono una Commissione interstatale per l’ortografia tedesca allo scopo di riformare il complesso di regole pragmaticamente costituito dalla redazione del Duden e ufficializzato dalla Seconda conferenza ortografica tenutasi a Berlino nel 1901. Il 1° luglio 1996, dopo 25 anni di lavoro e a DDR scomparsa, i vari paesi hanno firmato la Dichiarazione di Vienna, con la quale s’impegnavano a introdurre la riforma il 1° agosto 1998: da questa data la nuova ortografia è usata in tutte le scuole dei paesi di lingua tedesca, in un periodo di transizione che terminerà soltanto il 1° agosto 2005. Il 1° agosto del 1999 anche i giornali hanno iniziato a usare la nuova ortografia, e i germanofoni hanno scoperto con sollievo che intere frasi, non fosse stato per il daß trasformato in dass, rimanevano immutate (le cifre: da 212 regole si è passati a 112)”.

Leggere queste ricostruzioni storiche basate appunto sulle lingue – declinate al plurale, invece di guardare solo alla realtà italiana o a quella anglofona come se fosse l’unico parametro di riferimento – spazza via una serie di sciocchezze che da noi vanno per la maggiore, per esempio che la lingua sarebbe come un fiume che va dove vuole e non è possibile controllare. Il che non è un’analisi logica o storica, ma una presa di posizione politica e ideologica, e un assioma piuttosto discutibile.

Il libro non tratta solo questo aspetto che ho provato a riassumere, questo è solo uno degli innumerevoli argomenti, sempre affrontati con rigore e piacevolezza. La lingua italiana è presentata come un tema attualissimo, e anche la questione della femminilizzazione delle cariche o dello scevà sono trattate con altrettanta lucidità. C’è una bella storia della lingua italiana, ma accanto a questa ci sono le storie delle lingue europee, c’è la questione politica delle lingue nell’Ue ricostruita in modo storico; e accanto all’italiano ci sono i “ritratti linguistici” con la storia e le caratteristiche del francese, dello spagnolo, del tedesco, dell’inglese, del rumeno, del russo e di tantissime lingue, dal polacco all’albanese, compreso l’esperanto. E non solo, c’è anche la storia dei dialetti italici – e la questione delle differenze tra lingue e dialetti – oppure delle lingue minoritarie non solo in Italia, ma anche all’estero, dal catalano al basco e a tanti altri idiomi che non hanno uno Stato.

È davvero impossibile riassumere la miniera di informazioni che si trovano in questo libro di oltre 300 pagine, che scorrono leggere, invece di essere un mattone. Ma un corposissimo indice analitico facilita proprio le letture trasversali, invece che lineari.

https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/06/24/il-fenomeno-lingua-italiano-dialetti-lingue-europee-e-anglicismi/

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Il fenomeno lingua. Manuale informale di linguistica su italiano, dialetti e lingue europee | Daniele Vitali - goWare

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Di Antonio Zoppetti

Il ruolo dei mezzi di informazione non è solo quello di offrire notizie, ma anche di diffondere le novità lessicali. È grazie alla loro funzione sociale di “centri di irradiazione della lingua” (per dirla con Gramsci e Pasolini) se ci siamo arricchiti di tante nuove parole come fake news, lockdown, green pass (sull’attestato denominato “certificazione verde”) e via dicendo.

La lettura dei quotidiani è dunque utile anche per imparare la newlingua chiamata itanglese che, al contrario della veterolingua di impostazione dantesca, ci permette di rimanere al passo con i tempi e con la modernità. I lessicografi che si occupano dei neologismi, del resto, si basano soprattutto sugli archivi dei giornali per scegliere le nuove voci da inserire.

Nell’immagine, tratta dal Corriere.it di ieri, sotto la categoria geoengineering (l’italiano geoingegneria compare dopo come sinonimo secondario) si parlava del climate change (cambiamento climatico è forse considerato provinciale), e sotto l’etichetta di gender gap (divario di genere è roba da boomer) dello smart working, in primo piano e in grande rispetto al “lavoro in remoto” scritto dopo e in piccolo. A essere pignoli quest’ultimo “anglicismo” non sarebbe un “prestito” visto che gli inglesi non lo usano (né lo capirebbero) perché dicono remote o home working, cioè lavoro da remoto, da casa o telelavoro come si dice anche in francese e in spagnolo… ma è pur sempre un prestito di due radici internazionali ricombinate all’italiana, e questo è il segno che la nostra lingua è molto vispa e creativa, come qualcuno ha osservato in modo acuto.

A proposito di “case”, nel senso di house al plurale, mi permetto solo di muovere una critica al titolo “Case green” perché di primo acchito mi è venuto da leggerlo come “chèis grin” (sul modello di case history, che nulla ha a che vedere con la storia delle edificazioni); solo procedendo nella lettura mi sono accorto che non riguardava il grave problema dei case di plastica non ecologica dei computer (un tempo detti anche custodie, casse, l’esterno, il guscio, le scatole, scocche o involucri) o delle cover degli smartphone e dei device (i telefonini e i dispositivi non avrebbero la stessa evocatività). No, si intendeva proprio il vecchio concetto di casa come abitazione (la location dove risiediamo), e forse sarebbe stato più moderno e più chiaro parlare di green building (ma nessuno è perfetto, nemmeno il Corriere). Comunque sia, l’inglese occupa la parte alta della gerarchia delle parole, per esprimere i concetti fondamentali, e l’italiano occupa il ruolo inferiore di sinonimo di rafforzo, che aiuta il popolino alla comprensione (e affermazione) dell’itanglese.

Urbex, urbexer (e prossimamente urbexing?)

Gli anglicismi servono per introdurre i concetti nuovi (non a caso la metà dei neologismi del Duemila è in inglese) come nell’articolo sugli urbexer, parola che è stata virgolettata in quanto non ancora registrata per esempio tra i neologismi della Treccani, che riporta solo la voce urbex tratta da un articolo di Repubblica D: “Sono persone normali, fanno lavori diversi – chirurghi, insegnanti di geografia, una signora con quattro figli programmatrice di computer, registi, autisti di bus, addetti ai call center – ma quando ‘staccano’, o nel weekend, si cambiano i vestiti come i supereroi e diventano ‘urbex‘: esploratori urbani”.

Quest’ultima citazione – composta da 46 parole – contiene solo 6 vocaboli inglesi, che rappresentano appena il 13% del lessico utilizzato; è bene ribadirlo per chi pensa che la presenza dell’inglese sia ormai ingombrante, sbagliandosi: l’87% delle parole rimane infatti in italiano, il che prova inequivocabilmente che l’itanglese è tutta un’illusione ottica. Ma, senza voler far polemiche, la citazione riportata dalla Treccani è poco precisa, e infatti il giornalista del Corriere si rivela ben più corretto dal punto di vista filologico e lessicale: distingue molto lucidamente il fenomeno dell’urbex, cioè dell’esplorazione urbana (contrazione di Urban Exploaration che si scrive preferibilmente con le iniziali maiuscole), da coloro che la praticano, che è molto più opportuno declinare in urbexer: così come ci sono i blogger e non i bloggatori, i runner e non i corridori come si diceva negli anni Sessanta, anche gli esploratori degli edifici abbandonati si declinano con le nuove flessioni in “er” che caratterizzano le norme dell’itanglese (per saperne di più potete consultare una Grammatichetta).

Del resto questa nuova pratica è stata inventata negli Usa, e a noi non resta che imitarla e ripeterla nella loro lingua, ci mancherebbe altro! Parlare di esploratori urbani sarebbe patetico, oltre a evocare i giovani esploratori che fa molto manuale delle giovani marmotte.

Chissà se presto non si comincerà a parlare anche di urbexing che segue la regola di baby sitterbaby sitting e delle nuove declinazioni dell’inglesorum: blog, blogger, blogging; surf, surfer, surfing; shop, shopper, shopping; work, worker, working… per il momento questa variazione non si è ancora sviluppata. Ogni cosa a suo tempo, nel frattempo è stato introdotto il neologismo copilot.

Un solo nome: copilot!” Altro che assistenti virtuali e copiloti

Copilot non è ancora stato registrato tra i neologismi Treccani né tra quelli della Crusca (e nemmeno sul dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi, aggiungo con immodestia) ma sul fatto che presto si diffonderà – grazie alla fortuna dell’intelligenza artificiale – forse ci si potrebbe scommettere.

Fino a ieri era il nome commerciale di un prodotto rilasciato l’anno scorso, Microsoft 365 Copilot, ma nell’articolo la parola compie il salto che ne fa una parola “comune”, e per chi non sa cos’è basta cercare in rete per comprendere tutto in modo chiaro.

– È un “nuovo tool di AI [è sempre meglio invertire l’ordine dell’acronimo all’inglese] di aiuto per la nostra produttività”.
– “Un tool?” direbbe un povero ottentotto che parla solo l’italiano. Un “competecnico” che si esprime invece in itanglese, per essere più trasparente e arrivare anche agli idioti, potrebbe rispondere:
– “Una suite, se preferisci, che combina l’intelligenza artificiale con le funzioni di una moderna chatbot. Basta scaricarla sul tuo device” [nota: suite un tempo era francese, anche se oggi il significato informatico ci arriva dall’inglese].
– Ma non si potrebbe dire assistente virtuale o copilota?
Copilota, basta leggere sul dizionario, si riferisce a un assistente di volo, o alla peggio a chi fa da secondo nei rally. Assistente digitale è troppo generico, non è proprio come il tecnicismo inglese… Ma qual è il problema delle parole straniere? Non sai che le lingue evolvono? Sei rimasto al purismo e alla guerra ai barbarismi del ventennio?

– A dire il vero non vedo parole straniere, vedo solo parole inglesi e pseudoinglesi. Quanto al purismo… se dici che il significato di copilota è solo quello storico forse il purista sei proprio tu: stai cristallizzando l’italiano nella lingua dei morti, invece di creare neologismi. Credi che l’italiano si debba evolvere solo attraverso la sua anglicizzazione? Nemmeno copilot è presente sui dizionari, fino a prova contraria, e in inglese vuol dire appunto copilota.
– Ma cosa c’entra? Anche mouse vuol dire solo topo, se è per quello, ma da noi è un prestito di necessità, o vuoi fare come i francesi, gli spagnoli, i portoghesi, i tedeschi e tutti gli altri che lo hanno tradotto?

Comunque la pensiate, segnalo che giovedì 21 marzo interverrò a Pordenone (Biblioteca civica, ore 17,45) in un dialogo organizzato dalla Società Dante Alighieri a cui parteciperà il professor Domenico De Martino dell’università di Pavia, linguista, dantista e collaboratore della Crusca. Il titolo è: “Dove va la lingua italiana?”. E, come si evince dalla grafica, la conversazione moderata da Carlo Vurachi ruoterà proprio sul tema dell’inglese.

Per chi è interessato all’argomento segnalo anche una diretta di qualche giorno fa, disponibile su YouTube, in cui sono stato intervistato da Matteo Brandi e Ludovico Vicino del partito Pro Italia.

https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/03/18/impara-litanglese-con-i-giornali-e-dimentica-litaliano/

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Psicopatologie dell’inglese quotidiano

Di Antonio Zoppetti Qualche giorno fa, scanalando tra i programmi televisivi mi sono imbattuto in una trasmissione in cui un amabile e colto esperto di antiquariato stava stimando un oggetto di por…

Diciamolo in italiano

Di Antonio Zoppetti

Qualche giorno fa, scanalando tra i programmi televisivi mi sono imbattuto in una trasmissione in cui un amabile e colto esperto di antiquariato stava stimando un oggetto di porcellana di una signora intenzionata a venderlo. Il nome del programma – anzi format – come sempre era in inglese, Cash or Trash, solo affiancato da un’esplicazione in italiano (Chi offe di più?) con la stessa logica commerciale dei titoli di film che non vengono più tradotti. Nel caso serva un rafforzo in italiano di solito viene inserito in seconda posizione, dopo l’inglese, una scelta non casuale e ben ponderata che serve a imporre questa lingua, e allo stesso tempo a stabilire una ben precisa gerarchia. L’inglese ha la precedenza perché è lingua di prestigio e superiore.

Tornando ai fatti, l’autorevole esperto ha cominciato a esaminare l’oggetto per valutarne l’epoca, la fattura e tutto il resto, e a proposito dell’integrità si è accorto che il valore era sminuito dal particolare che la base era lievemente scheggiata, in altre parole presentava delle sbeccature o sbrecciature (ma si può dire anche sbocconcellature). Indicando quel difetto ha detto più o meno:

“Vede qui? Queste si chiamano chips, e sono una sorta di sbeccature, potremmo dire.”

Proviamo ad analizzare quest’ultima frase in profondità per sviscerare, come faceva Freud, il substrato psichico che produce questo tipo di linguaggio.

PUNTO 1 – Il contesto comunicativo “verticale”

Partiamo dal ruolo dell’esperto, che mette in scena la sacralità di cui colui che sa, e dunque spiega a chi non sa. La comunicazione con la venditrice non è sullo stesso piano (diciamo orizzontale), la donna si trova nella condizione inferiore tipica del discente. Il suo stato psicologico è quello di chi riceve e pende dalle labbra del maestro. Tutto quello che ha in mente è probabilmente solo sapere il prezzo della sua mercanzia, l’obiettivo primario, ma nell’essere edotta allo stesso tempo scopre che ciò che inficia il valore del suo manufatto si chiama “chips”, parola che di sicuro non conosce, o meglio avrà già sentito ma con altro significato, quello di patatine.

Un po’ di tempo fa in un locale ho ordinato una birra e ho chiesto di avere anche due patatine. Il ragazzo mi ha chiesto: “Chips?”.
“Patatine”, gli ho risposto. “Sì, ma chips?” Ha insistito. A quel punto ho capito il suo dilemma. Non sapeva se volessi un piatto di patatine fritte calde e fumanti, a pagamento, o se intendessi una ciotola con le patatine confezionate che come le noccioline accompagnano gli aperitivi e sono in omaggio. “Patatine normali, quelle del sacchetto” ho specificato. “Ah, perfetto, le chips!” Ha concluso.

Qualcosa di simile mi è accaduto in un’altra occasione in una specie di profumeria quando cercavo un regalo natalizio. Il negozio era grande – e veniva presentato dunque come uno store, mica come un semplice negozio – e abbastanza affollato. Curiosavo tra gli scaffali con in mano il prodotto scelto, e mi si è avvicinato un commesso chiedendomi se avevo bisogno di una bag. Credevo mi volesse vendere un sacchetto da regalo, e gli ho domandato quanto costasse. “No, una bag”, ha risposto indicandomi delle borse per i clienti che servivano per contenere i prodotti da presentare alla cassa, come i carrelli della spesa.

In tutti e tre gli esempi abbiamo a che fare con un meccanismo piuttosto simile. L’addetto ai lavori – detentore del linguaggio – impone una terminologia in inglese al cliente, invece di usare l’italiano. Lo fa in modo inconsapevole, con spirito educativo e in questo modo insegna la newlingua all’interlocutore, che la impara ed è ora pronto a ripeterla.

PUNTO 2 – Differenziazione dei significati e cancellazione dell’italiano

…Si chiamano chips, e sono una sorta di sbeccature, potremmo dire.
In una frase manipolatoria come questa, l’introduzione dell’inglese si porta con sé una giustificazione che nasce dalla volontà di farlo apparire più preciso o prestigioso (dunque ai vertici della gerarchia e della diglossia). Ho chiamato questo meccanismo “non-è-proprismo” perché consiste nel fare credere che la parola inglese abbia una sua necessità, e dunque si differenzierebbe dall’analoga parola che abbiamo sempre usato nella nostra lingua madre. De Amicis, nell’Idioma gentile, aveva caricaturato questo atteggiamento con la macchietta del visconte La Nuance, sempre pronto a dimostrare che ogni francesismo possedesse una presunta differente sfumatura di significato, una nuance appunto, che l’italiano non avrebbe. Oggi avviene lo stesso con l’inglese che nell’entrare idefinisce tutta l’area semantica delle parole già esistenti, e nel farlo sottrae loro un ambito e le fa regredire (se si impone chips che fine faranno sbeccatura, sbrecciatura o sbocconcellatura già oggi poco conosciute, benché tecnicamente perfette per descrivere i fatti?). Ed ecco che l’esperto, nell’introdurre “chips” spiega che è una “sorta di sbeccatura”. In questo modo lascia intendere che non è proprio come una semplice sbeccatura, è di più: e infatti gli addetti ai lavori dicono così. Probabilmente anche il commesso della profumeria sarebbe stato pronto a spiegare che una bag non è proprio una borsa, un sacchetto o una sportina, e il barista mi avrebbe spiegato che le chips sono le patatine confezionate, al contrario di un piatto di patatine. Il fatto che tutto ciò sia semplicemente falso, e che in inglese non esista affatto questa differenza, sembra non avere alcuna importanza. Anzi sembra non possedere nemmeno una sua realtà.

PUNTO 3 – L’alienazione linguistica

In Psicopatologia della vita quotidiana Sigmund Freud indagava sulle disfunzioni della memoria e interpretava i lapsus, la dimenticanza dei nomi o delle parole straniere non come dei fatti casuali, ma come dei meccanismi inconsci di rimozione che si impongono sulla nostra coscienza. E scriveva:

“I vocaboli di uso corrente della lingua madre non possono, nei limiti del normale funzionamento delle nostre facoltà, cadere nella dimenticanza. Ovviamente, per quanto riguarda i vocaboli di una lingua straniera, le cose stanno diversamente. In questo caso, la tendenza a dimenticarli esiste…”.

Questa convinzione ritorna spesso nel saggio, anche a proposito dei lapsus linguae:

“Mentre il materiale usato nei discorsi fatti nella lingua materna non sembra soggetto a dimenticanza” sono invece frequenti i lapsus.

Freud è ormai stato abbandonato e superato, ma è interessante notare quanto questa visione sia inapplicabile all’odierna realtà dell’italiano, e degli italiani, che sembrano invece dimenticare la lingua madre per sostituirla con quella inglese in un processo che lo psicanalista avrebbe di sicuro ricondotto alla “rimozione” e che potremmo meglio definire attraverso il concetto di “alienazione linguistica”.
In una trasmissione come Cash or Trash ogni oggetto datato, d’epoca, della nonna, o “retrò” (alla francese) è denominato vintage, mentre non c’è l’oggettistica di “lusso” bensì il luxury, pronunciato sempre rigorosamente in inglese, nonostante sia un termine ben più lungo dell’italiano, a proposito di chi blatera che il ricorso all’inglese dipenderebbe dal fatto che è più sintetico e maneggevole.

La verità è un’altra, e la solita: il passaggio dall’italiano all’inglese nasce invece da un processo di alienazione dovuto al considerare quella lingua superiore e più prestigiosa, e dunque è dovuto a un complesso di inferiorità nei confronti della propria lingua madre. Questo è il vero motore, a volte inconsapevole, istintivo o inconscio (per dirla con Freud) che emerge attraverso processi di giustificazione come quelli indicati al punto 2) e attraverso meccanismi come quelli del punto 1) che – come i lapsus – sono inconsci, ma allo stesso tempo se sono analizzati in profondità rivelano una forma mentis che deriva dal pensare in inglese invece che in italiano.

E a questo punto bisogna abbandonare l’approccio psicologico del singolo parlante e passare dalla “psicolinguistica” alla “sociolinguistica”, perché affermare che le “sbeccature si chiamano chips” non ha a che fare con un disturbo mentale di un singolo individuo, ma con una mania compulsiva, che appartiene alla nostra società, dove ogni singolo individuo tende a comportarsi e a replicare una tendenza collettiva.

PUNTO 4 – I centri di irradiazione sociali della lingua

Gramsci è stato uno dei primi a porsi la questione della lingua come fatto sociale, e più che alle grammatiche dei linguisti guardava a quella “grammatica” che “opera spontaneamente in ogni società”, quella che si segue “senza saperlo” e che tende a unificarsi in un territorio da sola e senza essere normata (Antonio Gramsci, Quaderno 29 [XXI], § 2.), in altre parole: al linguaggio popolare.
Questa grammatica “immanente nel linguaggio stesso” nasce da una serie complessa di fattori che si intrecciano, e una lingua nazionale unitaria prende forma attraverso questi processi complessi quando esiste una necessità. La lingua che prende forma nel popolo è perciò l’imitazione (e il ripetere) dei modelli linguistici che arrivano dall’alto, cioè dalla classe dirigente, e il processo di “conformismo linguistico” – cioè il propagarsi di una lingua che tende a codificarsi in un certo modo condiviso e riconosciuto da tutti – avviene attraverso i “focolai di irradiazione” della lingua che negli anni Trenta aveva individuato nella scuola, nei giornali, negli scrittori sia d’arte sia popolari, nel teatro, nelle riunioni civili di ogni tipo (da quelle politiche a quelle religiose), nel cinema e nella radio. La lingua, come prodotto sociale, nasce in questi luoghi e da queste interazioni.
Trent’anni dopo Pasolini si era accorto che i nuovi centri di irradiazione della lingua erano ormai i centri industriali del nord, e che la nuova lingua tecnica e industrializzata arrivava da lì, e se tutti da Palermo a Milano parlavano di “frigorifero” era perché quella parola nasceva ed era diffusa dall’industrializzazione.

Oggi i nuovi centri di irradiazione della lingua non sono più nell’asse Milano-Torino come negli anni Sessanta, provengono direttamente dall’anglosfera, e la lingua che importiamo in modo diretto da fuori d’Italia entra in modo crudo e senza essere mediata da alcun processo di adattamento, traduzione o creazione di parole nostre. Queste parole spesso non coincidono con “cose” nuove, tutt’altro: sostituiscono le parole della nostra lingua materna che il povero Freud considerava impossibili da dimenticare, ma che invece dimentichiamo e gettiamo via, come è accaduto al calcolatore abbandonato per il computer, e come nel caso di una sbeccatura che diviene chip. Ma anche come nel caso di chi parla di reputation invece di reputazione, di vision invece di visione, di underdog invece di sfavorito, di cashback invece di rimborso e via dicendo. In questi ultimi casi la lingua materna resiste, ma finisce per diventare meno prestigiosa rispetto ai suoni in inglese, dunque possiede uno status sociale inferiore, che ne mette a rischio la sopravvivenza e il futuro.
In altre parole, nella riorganizzazione culturale e linguistica dei nostri tempi al centro della newlingua che non arriva affatto dal basso, come in molti vorrebbero far credere, c’è il costruire l’esigenza e la necessità – per dirla con Gramsci – dell’inglese. Il commesso che ti offre la bag, il barista che ti parla di chips… stanno creando la “necessità” di queste nuove parole in inglese.

Intanto, rispetto all’epoca di Freud, Gramsci e Pasolini, i nuovi centri di irradiazione della lingua si sono arricchiti non solo della televisione, ma anche del mondo digitale, pensato in inglese ed espresso in inglese. E dopo l’epoca delle riunioni religiose o politiche i nuovi fari che ci illuminano di inglese sono rappresentati dalla lingua dell’informatica che non viene tradotta, così come accade nel lavoro, nella scienza, nelle pubblicità… dove gli anglicismi sono predominanti.
La forma mentis di chi ti insegna che le sbeccature si chiamano chips è quella di chi è stato plasmato a ragionare nella lingua superiore, e la diffonde in modo inconsapevole come un colonizzatore, per il semplice fatto che la sua mente è ormai stata colonizzata. Esattamente come è colonizzata quella dei linguisti che ci spiegano che esistono i prestiti di necessità, una concettualizzazione che apparentemente descrive questa necessità, ma che nella realtà la presuppone, introduce e impone, facendo finta di dimostrarla con pseudo-argomentazioni imbarazzanti.

https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/02/05/psicopatologie-dellinglese-quotidiano/

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Cinema e anglicizzazione

La macchina dei sogni, il cinema, ha da sempre esercitato un fascino enorme sulle masse, e quello di Hollywood (da cui l’aggettivo hollywoodiano) ha contribuito sin dagli albori a portare in Italia…

Diciamolo in italiano