Sui dizionari dell’uso e sugli anglomani che si appellano all’uso solo quando fa loro comodo
di Antonio Zoppetti
Gli strumenti principali per normare una lingua sono le grammatiche e i dizionari.
Nel Cinquecento Pietro Bembo si è imposto con la prima grammatica di successo della nostra lingua che elevava lo scrivere di Petrarca e Boccaccio al modello da seguire anche dello scrivere cinquecentesco. Seguendo analoghi principi, nel 1612 vide la luce il Vocabolario della Crusca, che si basava su circa 25.000 parole utilizzate soprattutto dalle tre corone fiorentine, che raccoglieva con lo scopo di legittimarle e farle divenire il canone dell’italiano. L’anno prima, in Inghilterra era uscita la seconda edizione ampliata di un vocabolario italiano-inglese di Giovanni Florio (A Worlde of Wordes, “un mondo di parole”) che invece includeva più di 70.000 voci, tratte da circa 250 opere italiane non necessariamente letterarie.
Il lavoro della Crusca era decisamente meno ricco proprio perché selettivo e normativo: invece di registrare tutte le voci in uso tra gli scrittori, mirava proprio a raccogliere il “fior di farina” per escludere le maleparole che non venivano affatto considerate “italiane”.
Il canone di Bembo e della Crusca – pur tra le polemiche di chi lo avversava – si impose come il modello vincente, sbaragliò ogni altra opera concorrente basata su altri criteri e fu ripreso da innumerevoli dizionari e grammatiche minori che ne riproponevano lo schema. Nel Settecento, Alberti di Villanova si staccò da quell’impianto attraverso un dizionario che inseriva le voci scientifiche, respinte dai cruscanti come nomenclatura, dunque si basava sull’uso non solo letterario moderno invece che antico, ma anche scientifico e illuminista. Nell’Ottocento, tra le tante opere lessicografiche in circolazione, vide la luce il dizionario di Tommaseo che, con molta fortuna, apriva all’uso non solo della tradizione toscana, ma sempre più degli scrittori moderni, mentre all’unità d’Italia nacque il (fallimentare) Novo vocabolario di Stato voluto da Broglio, che seguiva la linea e la poetica di Manzoni nel basarsi sull’uso della lingua colta di Firenze, considerata il canone del nuovo italiano (detto alla fiorentina: “novo”).
Tutti i dizionari si basano dunque sull’uso, ma la questione seria è: l’uso di chi?
L’uso a cui si appellavano di volta in volta Florio, la Crusca, Villanova, Tommaseo o Manzoni non era certo il medesimo.
Oggi i dizionari basati sull’uso letterario storico, per esempio il monumentale Battaglia, sono chiamati dizionari storici, mentre i vocabolari moderni (Zingarelli, Devoto Oli, Gabrielli, Treccani, Nuovo De Mauro, Sabatini-Coletti…) sono definiti “dell’uso”, con molta retorica e in modo non sempre veritiero, perché come quelli del passato legittimano un uso dell’italiano soprattutto scritto che non corrisponde affatto a quello delle masse.
Circolano idee un po’ confuse e superficiali su fatto che le nuove opere lessicografiche avrebbero il compito di descrivere il lessico contemporaneo senza approvare, ufficializzare o certificare le parole, ma seguendo un taglio “descrittivo” che ha abbandonato ogni principio di regolamentare la lingua per limitarsi appunto a descriverla. Si tratta di una dichiarazione di intenti vaga e poco aderente alla realtà che suggerisce l’idea di una lingua democratica che arriva dal basso. La realtà è ben altra: ogni grammatica e dizionario – come aveva ben spiegato Gramsci – è sempre un atto di politica linguistica, e dietro ogni scelta lessicale non c’è solo l’uso (esaltato senza specificare l’uso di chi), ma una visione dell’italiano che si vuole affermare, da cui non si esce, come è facile intuire e documentare.
I cosiddetti nuovi dizionari dell’uso di chi?
Oltre all’inclusione delle parole storiche, finita l’epoca degli scrittori che facevano la lingua, la scelta delle nuove voci da inserire in un dizionario moderno si basa soprattutto sull’uso scritto dei giornali. E nonostante qualche apertura al linguaggio colloquiale, ci sono tantissimi vocaboli in uso su tutto il territorio nazionale – e comprensibili ai più – che non sono registrati, basta pensare al geniale quanto disgustoso tarzanello, oppure a una parola gergale come sbattone (sui dizionari c’è il più ortodosso sbattimento), per non parlare delle bestemmie che non trovano spazio nei vocabolari benché si sentano quotidianamente.
La lingua che arriva dal basso – che certi linguisti etichettano e stigmatizzano come substandard – è spesso sanzionata dai dizionari cosiddetti “dell’uso”, che mantengono il loro impianto normativo. Il verbo “redarre” (“forma errata per redigere”, recita il Devoto Oli), per esempio, è ricavato arbitrariamente dalla forma “redatto” che è però il participio di redigere. Lo stesso vale per il verbo “stortare” (assente nel Devoto Oli), diffuso soprattutto al nord (ma non solo) anch’esso nato dall’immaginare un verbo regolare ricavato dalla forma storto che viene invece da storcere. Nonostante questi “pseudoverbi” siano in uso, e “stortare” si trovi persino in autori come Vittorini o Benni e sia stato usato persino da Manzoni, questo uso è sanzionato dai lessicografi moderni che – al di là delle dichiarazioni d’intenti – nei dizionari usano criteri ibridi che conciliano l’uso popolare con l’italiano cosiddetto standard, cioè quello della norma considerata corretta.
Questa norma è alla base delle pronunce indicate, per esempio la dizione alla toscana di bène e stélla e non certo béne e stèlla come si dice al nord. In questo caso l’uso regionale non toscano è ignorato e ininfluente persino quando è maggioritario, tanto che Ennio Flaiano con pungente ironia aveva notato che “l’italiano è una lingua parlata dai doppiatori”. Ma a volte la norma dell’italiano standard di vecchia impostazione viene privilegiata persino quando non è più seguita nemmeno dai doppiatori, e nel caso del verbo valutare si trova come pronuncia corretta io valùto , seppur affiancata da “vàluto”. Eppure nessuno dice valùto (come saluto e aiuto), nemmeno al cinema o in tv, dunque non si capisce a quale “uso” si faccia ormai riferimento, a parte quello storico e della norma.
A partire dal 2017 i vocabolari hanno incluso la voce lombarda “schiscetta” che si è ormai estesa su tutto il territorio nazionale nel suo significato di portavivande. In milanese si pronuncia con la “e” aperta come nel proverbiale michètta (a Roma è rosetta), eppure queste voci nel confluire nell’italiano sono registrate con la dizione toscana (michétta e schiscétta) in modo poco ossequioso rispetto all’uso da cui provengono. Perché?
Perché il “tribunale” dei grammatici e dei lessicografi media le voci in uso con le regole dell’italiano standard che prevalgono, in casi del genere. Altre volte, invece, fanno tutto il contrario, soprattutto quando hanno a che fare con l’inglese.
Per esempio, la pronuncia della parola “report” (introdotta nei dizionari del Duemila accanto ai preesistenti report e reportage) è indicata sul Devoto Oli con l’accento all’inglese (repòrt invece dell’inglese ripòrt), anche se la maggioranza degli italiani dice “réport” (come riportato invece sul Gabrielli che ha un’impostazione più attenta all’uso popolare). L’uso indicato di repòrt non è perciò quello delle masse, forse è quello della Gabanelli e del suo sostituto Ranucci, due noti anglomani che si distinguono dalla massa proprio nel chiamare la loro trasmissione con l’accento all’inglese.
Se dalle pronunce passiamo ai ritocchini ortografici, la schizofrenia che spinge a usare due pesi e due misure è altrettanto evidente.
Colpisce che sul Devoto Oli le voci cibersesso o ciberspazio rimandino a quelle anglicizzate di cybersesso e cyberspazio, e che nel caso di cybercrimine o cyberbullismo siano registrate solo le forme all’inglese invece che all’italiana. Si potrebbe concludere che queste scelte (per chiamare le cose con il loro nome) dipendano dall’uso e dalla maggiore frequenza di queste forme, ma allora come mai la voce sgombro (nel senso del pesce) è invece indicata come una variante popolare di scombro a cui si rimanda, anche se in pochi la usano e al supermercato c’è solo lo sgombro, al punto che scriverla con la “c” sembrerebbe un refuso?
Sembra insomma che la sacralità dell’uso venga invocata dal tribunale dei grammatici per legittimare l’inglese e si nascosta sotto al tappeto quando si vuole invece far prevalere la norma, e così se si afferma governance invece di governanza non resta che prenderne atto, mica come nel caso di sgombro/scombro in cui si fa tutto il contrario.
Davanti all’inglese (la lingua superiore che si vuole legittimare) ci si appella all’alibi dell’uso, ma nel caso delle voci popolari e regionali (le lingue inferiori che da sempre sono state emendate), le cose cambiano. E così nell’attuale dizionariesca gara a registrare ogni sorta di anglicismo dei giornali le forme grafiche in inglese non sono sanzionate – e dunque sono legittimate nel loro uso prevalente – mentre altre in uso tra gli italiani sono stigmatizzate in nome della forma “corretta” ma non in uso.
Nel caso di “piuttosto che”, per esempio, i dizionari (come le grammatiche) precisano che non indica un’opzione (indifferentemente A o B nel senso di oppure), ma significa anziché (dunque A invece di B). Questo giudizio si basa sull’italiano storico e standard, perché da qualche decennio l’uso “errato” è diventato inarginabile non solo nel parlato popolare, ma persino nell’uso televisivo e giornalistico, ed è forse persino più frequente della forma riportata come corretta.
Quanto al fatto che l’inserimento di una nuova voce nel dizionario non significhi “legittimarla” ma solo registrarne la presenza in modo descrittivo è un’altra dichiarazione difficile da difendere e che va perlomeno approfondita. Per prima cosa questo giudizio si dovrebbe confrontare con il fatto che chi consulta un vocabolario (oltre che per scoprire le definizioni) spesso lo fa proprio per sapere quali siano le forme corrette, dunque lo usa come bussola lessicale per non commettere errori. I lessicografi sanno benissimo che le loro opere legittimano l’italiano di fatto, se non negli intenti, e infatti spesso cercano di introdurre degli elementi che invece di nascere dall’uso lo vogliono cambiare e indirizzare in modo nuovo.
Quando l’uso fa comodo e quando lo si vuole invece cambiare
Tra gli anni Ottanta e Novanta i dizionari hanno cominciato a registrare i femminili delle cariche (sindaca, ministra…) con un’operazione che ha preceduto il loro reale esplodere sui mezzi di informazione (avvenuto solo negli anni Duemila). E la dicitura per cui il femminile di avvocato sarebbe avvocata (avvocatessa è bollato come popolare) non riguarda solo i dizionari, ma anche le grammatiche che prescrivono una forma “politicamente corretta” che non è basata né sull’uso popolare, né sull’uso delle donne avvocato che preferiscono definirsi con il maschile generico nelle loro targhette apposte alle porte degli studi e nei biglietti da visita. Questo uso a cui si fa riferimento – anche se non ce lo raccontano – è invece quello delle linee guida che sono state concepite dall’alto e poi diramate nelle amministrazioni o nelle università per introdurre certe prescrizioni in nome di presupposti extragrammaticali, in una campagna di promozione al nuovo lessico che si vuole affermare per motivi di volta in volta politici, etici, inclusivi…
Questo intento normativo non è poi molto diverso da quello del dizionario della Crusca o del Novo vocabolario di Broglio che volevano legittimare l’italiano delle tre corone fiorentine o quello della parlata colta di Firenze. Manzoni, nel perorare la causa di un dizionario ufficiale di Stato (già proposto prima di lui da Cesarotti), anticipava le critiche che gli sarebbero state rivolte con queste parole:
“Imporre una legge? come se un vocabolario avesse a essere una specie di codice penale con prescrizioni, divieti e sanzioni. Si tratta di somministrare un mezzo, e non d’imporre una legge.”
Eppure l’idea di realizzare un dizionario ufficiale della lingua italiana è tutt’ora un tabù, in Italia. Così come quella di formare un Consiglio superiore della lingua italiana (CSLI) come è stato proposto in qualche disegno di legge, o di creare – come in Francia e Spagna – delle banche dati terminologiche con le alternative italiane agli anglicismi che implicano anche commissioni per l’arricchimento della lingua. Nel nostro Paese tutto ciò è presentato come un assurdo logico e come qualcosa di anacronistico, benché all’estero non lo sia affatto e in Islanda, per fare un altro esempio, ci sono linguisti che di professione fanno i neologisti e creano ufficialmente nuove parole basate sulle proprie risorse, invece che prese dall’inglese.
La posizione del linguista medio italiano è invece: chi o quale ente dovrebbe decidere e imporre simili scelte? Con quale autorità?
La risposta è piuttosto semplice: basta fare come negli altri casi che – a meno che non si tratti dell’inglese – regolamentano la lingua senza porsi l’analogo problema. E in questo modo si può sviscerare anche l’annosa questione di chi decide che cosa è italiano e che cosa non lo è.
La strana idea di regolamentare la norma ma non il lessico
Prendiamo come esempio la regola per cui le parole che finiscono in -cia e -gia al plurale diventano -ce e -ge se precedute da consonante (provincia–province) mentre mantengono la “i” se sono precedute da vocale (ciliegia-ciliegie).
Nell’Ottocento la norma si basava sull’etimo latino delle parole. E così nella grammatica del Fornaciari (1882) si prescriveva pronuncie che seguiva lo stesso schema di pronunzie (derivato dal lat. pronuntia). A cambiare questo andamento, nel 1949, fu il linguista Migliorini che in modo pratico e convincente propose la regola attuale, che fu accolta dalle grammatiche e divenne operativa. E una volta affermata, questa regola è servita da guida anche per tutte le nuove parole, che si sono regolate sullo stesso schema, con il risultato che oggi la regola non ha eccezioni.
Se la comunità dei linguisti che scrivono grammatiche e dizionari si accordasse per esempio anche per scrivere ciber invece di cyber, queste scelte potrebbero avere un impatto altrettanto regolamentatore; ma i lessicografi non lo fanno, perché su certi aspetti vogliono intervenire e cambiare l’uso, su altri no. E così i linguisti moderni negli ultimi anni hanno inventato a tavolino la parola “anglismo”, accanto ad “anglicismo” in uso e attestato sin dal Settecento. E la usano (quasi solo loro) per distinguersi dalle masse sostenendo in qualche caso che sia strutturalmente più corretta e infischiandone beatamente degli usi storici. Oltretutto qual è il bisogno di creare questa forma che si aggiunge a “inglesismo” e che si discosta non solo dall’uso storico, ma anche dalle forme delle nostre lingue sorelle: anglicisme e anglicismo del francese e dello spagnolo?
Ho già raccontato – per fare un altro esempio – l’attuale revisionismo con cui la comunità dei linguisti ha deciso di intervenire per cambiare l’uso storico della forma “se stesso” con quella accentata (“sé stesso”). Nell’Ottocento la questione non si poneva, e negli scritti di Leopardi e Manzoni le due forme si alternano un po’ a caso, e per di più anche l’attuale regola per cui utilizziamo l’accento acuto (sé e non sè) non si era ancora affermata, per cui spesso si trovava l’accento grave indicato anche nei dizionari. Successivamente le norme editoriali hanno operato le attuali scelte codificate nei dizionari moderni, e nel Novecento si è affermata una regola – a dire il vero un po’ bislacca – per cui anche se il pronome sé si scrive con l’accento acuto, per distinguerlo da “se” congiunzione”, davanti a “stesso” e “medesimo” l’accento si sarebbe dovuto omettere, in quanto inutile per rimarcare le differenze grammaticali. Questa regola non solo veniva insegnata a scuola – e non rispettarla costava talvolta un errore blu (almeno ai miei tempi) – ma soprattutto era diventata operativa in tutte le norme editoriali delle case editrici, a partire dalla più importante e prestigiosa Einaudi, e da tutti gli autori più importanti, come Calvino, che scrivevano sistematicamente “se stesso”. Che piaccia o meno, questa era la norma che si era affermata nell’uso. E sino al 1995, quando Oli era ancora vivo, nel suo vocabolario si prescriveva “se stesso”.
Un altro linguista di grande statura, però, Luca Serianni, contestava la sensatezza della regola, non trovava logico (giustamente) cambiare l’ortografia a seconda del contesto, e metteva in risalto che al femminile plurale (“se stesse”) la regola creava ambiguità per esempio con l’espressione “se (egli) stesse”. Ora, con tutto il rispetto per questo grandissimo linguista e grammatico, bisogna rilevare che la sua ossessione verso una questione che in fondo è di poco conto – visto che i problemi dell’italiano sarebbero ben altri – se ne infischiava dell’uso in voga e lo voleva cambiare in nome di una norma razionalizzatrice. Nella sua ultima lezione universitaria, prima di andare in pensione, le sue ultime parole agli studenti furono: “E scrivete sé stesso con l’accento”. Intanto, dopo la morte di Oli, nel prendere in mano il nuovo Devoto Oli insieme a Trifone, non solo la regola è stata cambiata ammettendo la forma accentata, ma “sé stesso” è stato introdotto in modo sistematico anche nelle definizioni, che sono state tutte riscritte con questo principio e “de-olizzate”. E oggi questa nuova regola sta guadagnando terreno sulla forma un tempo considerata l’unica lecita.
Naturalmente non tutte le riforme ortografiche hanno successo, tutto dipende dall’accettazione non da parte delle masse – come crede qualcuno – ma da quella delle élite e delle piccole cerchie degli addetti ai lavori: i giornali e soprattutto i nuovi manuali e i nuovi dizionari che si affermano sul mercato e nella scuola. Dunque il tribunale dei grammatici ha un certo peso nel decretare le sorti dell’italiano e nel decidere cosa inserire e cosa lasciar fuori dal paniere dell’”uso”.
E allora, la domanda “quale ente dovrebbe decretare i possibili sostitutivi delle parole inglesi?” è una falsa questione. La risposta è: lo stesso “ente inesistente” che interviene per trascrivere schiscetta alla toscana, per cambiare le regole dei plurali e degli accenti, per consigliare parole come avvocata, per sanzionare l’uso “incorretto” di “piuttosto che” o di “stortare”, per inventarsi a tavolino la parola anglismo e via dicendo.
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