Il traballante futuro dell’italiano davanti al globish: la lezione della storia
Di Antonio Zoppetti
Una lingua è soprattutto la manifestazione della cultura che esprime e custodisce, e le lingue forti si impongono nei settori delle proprie eccellenze anche fuori dai propri confini territoriali, come è avvenuto con l’italiano rinascimentale del Cinquecento o quello dell’opera lirica che ha dominato il panorama musicale del Seicento, quando gli italianismi circolavano in tutta Europa proprio per il loro prestigio.
Dal punto di vista numerico dei parlanti, l’italiano è oggi una lingua debole, e il calo demografico unito alla propensione sempre più spiccata a trasferirsi all’estero nella cosiddetta fuga dei cervelli, fa presagire che saranno sempre meno, nonostante l’immigrazione e i nuovi italiani di seconda generazione sempre più integrati. La sua forza sta soprattutto nell’essere incredibilmente amato all’estero, e di godere di un’ammirazione e di una nomea superiore a quella di lingue ben più diffuse, come lo spagnolo o il francese. Se prendiamo in considerazione una delle nostre eccellenze più rinomate come la cucina, non è un caso che esista un mercato di imitazioni di prodotti dalle denominazioni italofone – spesso indicate con l’espressione italian sounding che però è una nostra reinvenzione pseudoinglese – di cui il parmisan è quella più nota, mentre non esistono analoghi fenomeni di prodotti pseudofrancesi o pseudospagnoli.
Eppure oggi il settore dell’alimentazione e della gastronomia è detto ormai del food, tra gli addetti ai lavori, e se nei ristoranti di lusso da New York a Melbourne sui menù anglofoni si promuove il “vino”, perché questa è la parola italiana che evoca la qualità dei nostri prodotti, da noi spuntano le insegne dei wine bar invece di enoteche e cantine, mentre le manifestazioni gastronomiche veicolano il wine & food, e tutto il settore si anglicizza nelle fiere e nella lingua dei giornali.
Fuori dagli stereotipi folcloristici di internazionalismi come pizza e cappuccino, l’esportazione dell’italiano all’estero appartiene alla storia, e anche se nel mondo fa ancora molta presa, oggi è morta e sepolta. Non c’è reciprocità tra quello che esportiamo, e che abbiamo esportato nel passato, e ciò che stiamo importando dall’angloamericano.
Quando però una cultura, invece di esportare le proprie eccellenze nella propria lingua, esporta l‘italian design – attraverso un italianismo derivato dal “disegno industriale” e riproposto con il restyling linguistico all’inglese e l’inversione sintattica – il segnale è preoccupante. È l’indice di una lingua malridotta e di una società in crisi, che ha perduto le proprie radici, e che non sa più rivolgersi all’esterno, mentre allo stesso tempo cede all’inglese anche sul piano interno.
E così nel 2022 è stato inaugurato il ministero del Made in Italy, non del prodotto italiano. Nella nuova “diglossia lessicale” che vede negli anglicismi il vertice della gerarchia linguistica, si anglicizzano i nomi delle manifestazioni e degli eventi (la Fashion Week e il Week Design invece della Settimana della moda e del Salone del mobile), i ruoli e le funzioni aziendali, le denominazioni dei prodotti e i nomi delle trasmissioni televisive, il panorama linguistico della comunicazione cittadina, le insegne dei negozi che si fregiano di presentarsi come store, shop, outlet e showroom, mentre i servizi di delivery delle Poste italiane sostituiscono gli antichi pacchi celeri e ordinari, tra bike sharing, tutor autostradali, assistenza clienti ribattezzata customer care, rimborsi statali divenuti cashback e via dicendo. A suscitare preoccupazione non c’è solo la moda dilagante e ormai irrefrenabile di anglicizzare tutto ciò che è nuovo o presentato come tale, ma soprattutto il fatto che questa tendenza viene ufficializzata dalle istituzioni.
Un tempo sui treni c’erano i cartellini che vietavano di gettare oggetti dai finestrini in italiano, francese, tedesco e inglese, ma nella nuova comunicazione delle Ferrovie dello Stato oggi non solo si privilegia l’itanglese (“Per visualizzare i Barcode del tuo ticketeless effettua il Self Check-in dal tuo smartphone”) ma tutto diventa bilingue a base inglese, esattamente come avviene nella cartellonistica cittadina di stazioni e metropolitane che abitua tutti al bilinguismo, gli italiani e i turisti che si dà per scontato debbano conoscere l’inglese anche se dalle statistiche risulta che le cose non stanno affatto così: l’inglese è conosciuto da una minoranza degli italiani, degli europei e della popolazione mondiale. Anche se in gioco c’è la sua ufficializzazione come “lingua internazionale”, rimane la lingua naturale dei popoli dominanti, che non studiano altre lingue e hanno tutta la convenienza a fare diventare la propria come qualcosa di universale.
E di fronte all’inglese globale, l’italiano, oltre ad anglicizzarsi, sta perdendo terreno anche come lingua ufficiale dello Stato.
Se l’inglese conquista la scuola
La conquista della scuola è stata una tappa fondamentale per l’affermazione della nostra lingua, che è diventata unitaria solo nel Novecento, visto che precedentemente le masse parlavano quasi esclusivamente nei propri dialetti. L’italiano popolare che emergeva dalle lettere della Prima guerra mondiale testimonia l’incapacità di scrivere in italiano corretto – da un punto di vista lessicale, ortografico e sintattico – in un conteso di semianalfabetismo generalizzato e di dialettofonia in cui solo le missive degli ufficiali o dei ceti colti erano scritte in modo ineccepibile. La scuola, ma anche la radio, il cinema, la televisione e i mezzi di informazione, nel giro di un secolo hanno ribaltato questo scenario e hanno alfabetizzato tutti.
Oggi, però, l’italiano regredisce anche su questo fronte, e se fino a qualche decennio fa era una materia centrale e imprescindibile nella formazione, negli ultimi decenni ha perso la sua centralità. Sapere l’inglese è considerato da molti più importante, e lo si vede a scuola ma anche nei titoli dei giornali sempre più anglicizzati.
Nel momento in cui l’italiano è diventato la lingua spontanea di tutti, più che una seconda modalità espressiva nazionale il cui possesso si raggiungeva con lo studio, anche il suo insegnamento ha perso terreno, proprio perché considerato una lingua naturale e istintiva. Il nuovo italiano popolare che emerge per esempio sul web ha allo stesso tempo comportato un livellamento e una regressione dell’italiano colto o letterario di una volta anche quando non è popolare. E infatti l‘italiano medio o neostandard tende sempre più a includere elementi dell’italiano bollato come substandard, ed è stato anche definito un “italiano selvaggio”, caratterizzato da un pressapochismo diffuso non solo nelle masse, ma anche tra gli studenti universitari e nei ceti colti, mentre, soprattutto tra i giovani, emerge uno spiccato impoverimento lessicale e una certa incapacità di ricorrere ai registri più alti.
Ma chi ritiene che la lingua vada lasciata in balia della selezione naturale – invece di elaborare politiche linguistiche che all’estero sono normali – più che stupirsi dell’avvento di una lingua selvaggia, dovrebbe prendere atto che non è altro che la conseguenza della rinuncia a ogni dirigismo e dell’abbandono degli approcci normativi in nome di quelli meramente descrittivi che si limitano a guardare come le lingue dominanti finiscono con il fagocitare quelle più deboli, come la storia ci insegna.
In questo contesto, l’insegnamento dell’inglese è diventato il nuovo pilastro delle scuole, in un progetto di alfabetizzazione delle masse alla nuova lingua internazionale che raggiunge il suo apice nell’anglificazione delle università, che puntano a insegnare direttamente in inglese. Tutto ciò non può che portare alla regressione della lingua nazionale.
Politiche come queste – che istituzionalizzano l’inglese all’interno del nostro Paese al posto dell’italiano – si ricollegano a un’analoga visione che sta prendendo piede nell’Unione Europea, benché sulla carta l’Europa nasca all’insegna del plurilinguismo. Un tempo anche l’italiano era una delle lingue di lavoro, visto che siamo tra i Paesi fondatori, poi è stato cancellato e oggi – anche se sulla carta rimangono anche il francese e il tedesco – nella prassi l’inglese è diventato la lingua quasi unica di lavoro, soprattutto nella documentazione disponibile in Rete. E non solo, lo si introduce nei documenti dei cittadini concepiti bilingui a base inglese, nella comunicazione pubblica, e viene utilizzato in modo surrettizio in sempre più contesti anche se non esiste alcuno statuto che lo abbia legittimato come la lingua dell’Ue.
Le ricadute di questa visione anglomane riguardano anche l’italiano come lingua della scienza. Se Galileo aveva deciso di abbandonare il latino della cultura per creare uno splendido modello di prosa scientifica italiana – chiaro, rigoroso e univoco – poi continuato da scienziati come Vallisneri, Spallanzani o Volta… oggi gli scienziati sono indotti a pubblicare in inglese, e l’immunologa e accademica della Crusca Maria Luisa Villa ha espresso forti preoccupazioni sul destino dell’italiano nella scienza, che nel giro di qualche lustro corre il pericolo di essere di fatto abbandonato dagli addetti ai lavori e diventare una lingua inadatta a trasmettere il sapere scientifico con ricadute anche sulla divulgazione (L’inglese non basta. Una lingua per la società, Bruno Mondadori, Milano 2013, pp. 122-125). Si tratta dello stesso allarme che recentemente ha lanciato anche il presidente della Crusca D’Achille denunciando il rischio della dialettizzazione del nostro idioma.
La legittimazione dell’inglese come lingua planetaria, in fin dei conti, rischia di fare dell’italiano, e delle altre lingue, i dialetti di un’Europa e di un mondo che pensa e parla inglese anche fuori dall’ambito scientifico. L’analogia con l’affermazione dell’italiano-toscano che ha reso gli altri volgari dei dialetti – cioè delle lingue di rango inferiore, senza università e senza uno Stato – è molto forte.
Una visione alternativa al globish
Un’alternativa a questo destino è una nuova concezione di cosa significhi essere internazionali, che per il momento da noi si fa coincidere con il parlare in inglese, ma questo modello è al contrario criticato con ottime ragioni dai tanti ricercatori e intellettuali di tutto il mondo (africani, tedeschi, francesi, scandinavi, rumeni…). Forse per essere davvero “internazionali” dovremmo ancorarci al dibattito che avviene all’estero, invece di guardare solo all’anglosfera. E ci converrebbe che la lingua dell’Europa diventasse la traduzione – per parafrasare Umberto Eco – invece del globalese.
L’affermazione del globish sul piano europeo dovrebbe farci riflettere su quali potrebbero essere le conseguenze di questa politica, e sul destino del nostro idioma, ma anche delle altre lingue nazionali. L’italiano può sopravvivere solo all’interno di un modello plurilinguista, dove la varietà di lingue e culture andrebbe considerata un valore come lo è la biodiversità.
Tra queste lingue straniere ci sono anche le lingue romanze nostre sorelle che tutte insieme, trainate soprattutto dalle dimensioni dello spagnolo, rappresentano un numero di parlanti più ampio di quello degli anglofoni, e hanno tra loro una notevole affinità. I progetti che diffondono la loro reciproca comprensibilità sono molto interessanti, e più che a insegnare le singole lingue puntano a fare in modo che sia possibile parlare ognuno nel proprio idioma, ma in modo intellegibile per l’interlocutore.
Al momento, però, prevale la linea del monolinguismo a base inglese, e le alternative a questo modello dipenderanno dalle future scelte politiche nazionali e internazionali.
La nostra lingua sarà lasciata in balia della selezione naturale o regolamentata da quella artificiale (cioè da una politica linguistica)?
Resterà una lingua di cultura come in passato?
Si saprà rinnovare con le proprie risorse magari con una maggiore vicinanza e un maggiore scambio, per esempio, con le altre lingue romanze?
O si trasformerà in un itanglese sempre più distante dalla lingua di Dante destinato a vivere in un’unità politica sovranazionale che punta al monolinguismo in inglese?
Se la storia è maestra di vita, non resta che prendere atto del fatto che a fare l’italiano del futuro saranno le scelte e i modelli dell’egemonia culturale e politica che si affermerà. E se la futura classe egemone e produttiva preferirà esprimersi in inglese, lo introdurrà come lingua della formazione e lo ufficializzerà, non è poi così difficile prevedere il destino della lingua di Dante.
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Per chi è interessato, discuterò di questi temi con Maria Luisa Villa, immunologa e accademica della Crusca, martedì 16 giugno (alle 18) presso la Biblioteca di Lambrate, a Milano, durante la presentazione del libro K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare, 2026).
PS
Grazie a Roberto UIV (Un Italiano Vero) che ha disegnato l’immagine dell’evento e che sul suo canale di YouTube ha divulgato il curioso aneddoto di come sia nata la copertina del libro.
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