La normalizzazione dell’inglese: italiano bye bye!

di Antonio Zoppetti

I giornali non sono solo organi di informazione, ma anche di formazione. Sono strumenti di costruzione della “realtà” in grado di plasmare l’opinione pubblica non solo da un punto di vista politico-culturale, ma anche linguistico. E se in passato i mezzi di informazione hanno avuto un ruolo di primo piano nell’unificazione dell’italiano in un Paese prevalentemente dialettofono, oggi sono tra i principali centri di irradiazione dell’inglese e dell’itanglese.

E così, ormai da molto tempo, è nato un nuovo genere di articolo che punta a educare tutti all’inglese, invece che all’italiano, e si basa su un semplice schema che viene replicato sempre più di frequente a partire dai titoloni:

Cos’è + oggetto/concetto espresso in inglese”.

Si introduce un’espressione in inglese volutamente incomprensibile ai più, la si spiega in linea di massima e ci si affanna a dimostrare che “non è proprio come l’equivalente italiano” – ammesso che ci sia –, perché avrebbe quel qualcosa in più che la nostra lingua non riuscirebbe a rendere.

Ho provato a raccogliere alcuni di questi pezzi acchiapponi apparsi nell’ultima settimana, che sono ormai prodotti con lo stampino, e spaziano dal “color drenching” alla “stacked water”, dall'”e-hiking” agli “heirloom tomatoes”…

Color drenching, stacked water, heirloom tomatoes, e-hikinge chi più ne ha più ne metta

In questo “lessico del nuovismo” si propagandano nuovi concetti anche quando di nuovo c’è veramente ben poco, ma quello che più colpisce del fenomeno è che è ormai venuta meno la distinzione tra italiano e inglese, come se tutto fosse sullo stesso piano e usare un sistema di scrittura e pronuncia basato sull’inglese o sull’italiano non avesse alcuna importanza. Eppure, un conto è ricorrere a parole italianizzate come resilienza o proattivo (e alle loro presunte differenze per esempio con resistenza o preventivo), e un conto è ricorrere alle espressioni direttamente in inglese.

Il color drenching, per esempio, che letteralmente indica l’inzuppare tutto con lo stesso colore, viene venduto come una strategia per far sembrare più ampio uno spazio piccolo e mimetizzare elementi come tubi e termosifoni, ma non è altro che il nostro vecchio “tinta unita”, cioè una colorazione monocromatica. Naturalmente, il primo obiettivo di chi punta a riscoprire e vendere l’acqua calda con un nuovo nome è proprio quello di differenziarsi dalla tradizione (anche a costo di farlo a vanvera). E così, per riprendere le parole del sistema di stupidità artificiale di Google, il color drenching non sarebbe “una semplice pittura monocromatica”, ma una tecnica di “interior design” che racchiude una “scelta progettuale precisa che porta diversi vantaggi visivi ed emozionali”. La supercazzola dell’intraducibilità è tutta qui, non si capisce perché “tinta unita” non possa racchiudere la stessa strategia: i barattoli di pittura sono gli stessi, quello che cambia è il linguaggio degli arredatori, anzi degli interior designer: nessuno ricorrerebbe all’italiano, nel gergo, perché l’itanglese è la lingua fighetta che usano per distinguersi dalle masse. E i giornali, invece di mediare la lingua degli addetti ai lavori che si elevano attraverso l’inglese e di ricondurla all’italiano, preferiscono educare tutti alla terminologia d’oltreoceano (“tinta unita” è roba da muratori, invece l’inglesorum incomprensibile spinge alla lettura per colmare quella che viene presentata come una lacuna culturale).

Dunque un beverone – per chiamare le cose con il loro nome – fatto di acqua, integratori, aromi o pezzi di frutta che spopola su TikTok è riproposto a tutti come stacked water, non come acqua potenziata, arricchita o stratificata. E leggendo l’articolo “Americani pazzi per gli «heirloom tomatoes». Cosa sono i pomodori antichi e saporiti (di cui l’Italia è piena)” c’è da mettersi le mani nei capelli. Stiamo parlando di pomodori che nascono da orti domestici e da varietà antiche ben diverse da quelle uniformate dalla grande distribuzione, e il fatto che negli Stati Uniti siano di moda non significa affatto che ci sia sotto qualcosa di nuovo che richiede di passare all’inglese. È imbarazzante leggere le parole della giornalista che spiega candidamente: “Non serve andare in America per trovarli. Anche l’Italia, in realtà, ne è piena. Solo che non li chiamiamo heirloom. Da noi si parla di varietà antiche, semi tradizionali, ecotipi locali. Cambiano le parole, non la sostanza.”
Ma allora perché mai devi ricorrere all’inglese e radicarlo, visto che scrivi che anche il San Marzano sarebbe un “heirloom”? Perché non parli in italiano?

Per lo stesso motivo per cui gli esoscheletri che forniscono un’assistenza alle camminate in montagna sono venduti come e-hiking (ma anche l’escursionismo è soppiantato dal trekking), da non confondere con l’e-ink (cioè l’inchiostro elettronico) degli smartphone (che sono tutt’altra cosa dai semplici telefonini, naturalmente) e, parola dopo parola, la sostituzione dell’italiano con l’inglese si allarga facendo tabula rasa della nostra lingua e cultura: la sosta per bere diventa hydration break, e va a finire che la tangenziale di Napoli si trasforma nella prima “smart road” d’Italia.

Questa è la lingua veicolata dalla nostra nuova classe dirigente ed egemonia culturale, dal panorama linguistico cittadino, dai mezzi di informazione e in fin dei conti dai nuovi centri di irradiazione della lingua che ogni giorno riscrivono la realtà dal punto di vista dell’anglosfera con le parole mutuate dall’anglosfera.

Certo, non tutti questi anglicismi incomprensibili – alla faccia di inclusività e non discriminazione di cui ci si riempie la bocca – sono destinati ad attecchire. Ma il flusso anglicizzante si allarga giorno dopo giorno, ed è ormai uno tsunami che ci travolge: gli effetti sono incontenibili e se non si chiudono i rubinetti l’italiano è destinato a trasformarsi in una newlingua ibrida a base inglese di sapore un po’ coloniale.

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Il traballante futuro dell’italiano davanti al globish: la lezione della storia

Di Antonio Zoppetti

Una lingua è soprattutto la manifestazione della cultura che esprime e custodisce, e le lingue forti si impongono nei settori delle proprie eccellenze anche fuori dai propri confini territoriali, come è avvenuto con l’italiano rinascimentale del Cinquecento o quello dell’opera lirica che ha dominato il panorama musicale del Seicento, quando gli italianismi circolavano in tutta Europa proprio per il loro prestigio.

Dal punto di vista numerico dei parlanti, l’italiano è oggi una lingua debole, e il calo demografico unito alla propensione sempre più spiccata a trasferirsi all’estero nella cosiddetta fuga dei cervelli, fa presagire che saranno sempre meno, nonostante l’immigrazione e i nuovi italiani di seconda generazione sempre più integrati. La sua forza sta soprattutto nell’essere incredibilmente amato all’estero, e di godere di un’ammirazione e di una nomea superiore a quella di lingue ben più diffuse, come lo spagnolo o il francese. Se prendiamo in considerazione una delle nostre eccellenze più rinomate come la cucina, non è un caso che esista un mercato di imitazioni di prodotti dalle denominazioni italofone – spesso indicate con l’espressione italian sounding che però è una nostra reinvenzione pseudoinglese – di cui il parmisan è quella più nota, mentre non esistono analoghi fenomeni di prodotti pseudofrancesi o pseudospagnoli.

Eppure oggi il settore dell’alimentazione e della gastronomia è detto ormai del food, tra gli addetti ai lavori, e se nei ristoranti di lusso da New York a Melbourne sui menù anglofoni si promuove il “vino”, perché questa è la parola italiana che evoca la qualità dei nostri prodotti, da noi spuntano le insegne dei wine bar invece di enoteche e cantine, mentre le manifestazioni gastronomiche veicolano il wine & food, e tutto il settore si anglicizza nelle fiere e nella lingua dei giornali.

Fuori dagli stereotipi folcloristici di internazionalismi come pizza e cappuccino, l’esportazione dell’italiano all’estero appartiene alla storia, e anche se nel mondo fa ancora molta presa, oggi è morta e sepolta. Non c’è reciprocità tra quello che esportiamo, e che abbiamo esportato nel passato, e ciò che stiamo importando dall’angloamericano.

Quando però una cultura, invece di esportare le proprie eccellenze nella propria lingua, esporta l‘italian design – attraverso un italianismo derivato dal “disegno industriale” e riproposto con il restyling linguistico all’inglese e l’inversione sintattica – il segnale è preoccupante. È l’indice di una lingua malridotta e di una società in crisi, che ha perduto le proprie radici, e che non sa più rivolgersi all’esterno, mentre allo stesso tempo cede all’inglese anche sul piano interno.

E così nel 2022 è stato inaugurato il ministero del Made in Italy, non del prodotto italiano. Nella nuova “diglossia lessicale” che vede negli anglicismi il vertice della gerarchia linguistica, si anglicizzano i nomi delle manifestazioni e degli eventi (la Fashion Week e il Week Design invece della Settimana della moda e del Salone del mobile), i ruoli e le funzioni aziendali, le denominazioni dei prodotti e i nomi delle trasmissioni televisive, il panorama linguistico della comunicazione cittadina, le insegne dei negozi che si fregiano di presentarsi come store, shop, outlet e showroom, mentre i servizi di delivery delle Poste italiane sostituiscono gli antichi pacchi celeri e ordinari, tra bike sharing, tutor autostradali, assistenza clienti ribattezzata customer care, rimborsi statali divenuti cashback e via dicendo. A suscitare preoccupazione non c’è solo la moda dilagante e ormai irrefrenabile di anglicizzare tutto ciò che è nuovo o presentato come tale, ma soprattutto il fatto che questa tendenza viene ufficializzata dalle istituzioni.

Un tempo sui treni c’erano i cartellini che vietavano di gettare oggetti dai finestrini in italiano, francese, tedesco e inglese, ma nella nuova comunicazione delle Ferrovie dello Stato oggi non solo si privilegia l’itanglese (“Per visualizzare i Barcode del tuo ticketeless effettua il Self Check-in dal tuo smartphone”) ma tutto diventa bilingue a base inglese, esattamente come avviene nella cartellonistica cittadina di stazioni e metropolitane che abitua tutti al bilinguismo, gli italiani e i turisti che si dà per scontato debbano conoscere l’inglese anche se dalle statistiche risulta che le cose non stanno affatto così: l’inglese è conosciuto da una minoranza degli italiani, degli europei e della popolazione mondiale. Anche se in gioco c’è la sua ufficializzazione come “lingua internazionale”, rimane la lingua naturale dei popoli dominanti, che non studiano altre lingue e hanno tutta la convenienza a fare diventare la propria come qualcosa di universale.

E di fronte all’inglese globale, l’italiano, oltre ad anglicizzarsi, sta perdendo terreno anche come lingua ufficiale dello Stato.

Se l’inglese conquista la scuola

La conquista della scuola è stata una tappa fondamentale per l’affermazione della nostra lingua, che è diventata unitaria solo nel Novecento, visto che precedentemente le masse parlavano quasi esclusivamente nei propri dialetti. L’italiano popolare che emergeva dalle lettere della Prima guerra mondiale testimonia l’incapacità di scrivere in italiano corretto – da un punto di vista lessicale, ortografico e sintattico – in un conteso di semianalfabetismo generalizzato e di dialettofonia in cui solo le missive degli ufficiali o dei ceti colti erano scritte in modo ineccepibile. La scuola, ma anche la radio, il cinema, la televisione e i mezzi di informazione, nel giro di un secolo hanno ribaltato questo scenario e hanno alfabetizzato tutti.

Oggi, però, l’italiano regredisce anche su questo fronte, e se fino a qualche decennio fa era una materia centrale e imprescindibile nella formazione, negli ultimi decenni ha perso la sua centralità. Sapere l’inglese è considerato da molti più importante, e lo si vede a scuola ma anche nei titoli dei giornali sempre più anglicizzati.
Nel momento in cui l’italiano è diventato la lingua spontanea di tutti, più che una seconda modalità espressiva nazionale il cui possesso si raggiungeva con lo studio, anche il suo insegnamento ha perso terreno, proprio perché considerato una lingua naturale e istintiva. Il nuovo italiano popolare che emerge per esempio sul web ha allo stesso tempo comportato un livellamento e una regressione dell’italiano colto o letterario di una volta anche quando non è popolare. E infatti l‘italiano medio o neostandard tende sempre più a includere elementi dell’italiano bollato come substandard, ed è stato anche definito un “italiano selvaggio”, caratterizzato da un pressapochismo diffuso non solo nelle masse, ma anche tra gli studenti universitari e nei ceti colti, mentre, soprattutto tra i giovani, emerge uno spiccato impoverimento lessicale e una certa incapacità di ricorrere ai registri più alti.
Ma chi ritiene che la lingua vada lasciata in balia della selezione naturale – invece di elaborare politiche linguistiche che all’estero sono normali – più che stupirsi dell’avvento di una lingua selvaggia, dovrebbe prendere atto che non è altro che la conseguenza della rinuncia a ogni dirigismo e dell’abbandono degli approcci normativi in nome di quelli meramente descrittivi che si limitano a guardare come le lingue dominanti finiscono con il fagocitare quelle più deboli, come la storia ci insegna.

In questo contesto, l’insegnamento dell’inglese è diventato il nuovo pilastro delle scuole, in un progetto di alfabetizzazione delle masse alla nuova lingua internazionale che raggiunge il suo apice nell’anglificazione delle università, che puntano a insegnare direttamente in inglese. Tutto ciò non può che portare alla regressione della lingua nazionale.
Politiche come queste – che istituzionalizzano l’inglese all’interno del nostro Paese al posto dell’italiano – si ricollegano a un’analoga visione che sta prendendo piede nell’Unione Europea, benché sulla carta l’Europa nasca all’insegna del plurilinguismo. Un tempo anche l’italiano era una delle lingue di lavoro, visto che siamo tra i Paesi fondatori, poi è stato cancellato e oggi – anche se sulla carta rimangono anche il francese e il tedesco – nella prassi l’inglese è diventato la lingua quasi unica di lavoro, soprattutto nella documentazione disponibile in Rete. E non solo, lo si introduce nei documenti dei cittadini concepiti bilingui a base inglese, nella comunicazione pubblica, e viene utilizzato in modo surrettizio in sempre più contesti anche se non esiste alcuno statuto che lo abbia legittimato come la lingua dell’Ue.

Le ricadute di questa visione anglomane riguardano anche l’italiano come lingua della scienza. Se Galileo aveva deciso di abbandonare il latino della cultura per creare uno splendido modello di prosa scientifica italiana – chiaro, rigoroso e univoco – poi continuato da scienziati come Vallisneri, Spallanzani o Volta… oggi gli scienziati sono indotti a pubblicare in inglese, e l’immunologa e accademica della Crusca Maria Luisa Villa ha espresso forti preoccupazioni sul destino dell’italiano nella scienza, che nel giro di qualche lustro corre il pericolo di essere di fatto abbandonato dagli addetti ai lavori e diventare una lingua inadatta a trasmettere il sapere scientifico con ricadute anche sulla divulgazione (L’inglese non basta. Una lingua per la società, Bruno Mondadori, Milano 2013, pp. 122-125). Si tratta dello stesso allarme che recentemente ha lanciato anche il presidente della Crusca D’Achille denunciando il rischio della dialettizzazione del nostro idioma.
La legittimazione dell’inglese come lingua planetaria, in fin dei conti, rischia di fare dell’italiano, e delle altre lingue, i dialetti di un’Europa e di un mondo che pensa e parla inglese anche fuori dall’ambito scientifico. L’analogia con l’affermazione dell’italiano-toscano che ha reso gli altri volgari dei dialetti – cioè delle lingue di rango inferiore, senza università e senza uno Stato – è molto forte.

Una visione alternativa al globish

Un’alternativa a questo destino è una nuova concezione di cosa significhi essere internazionali, che per il momento da noi si fa coincidere con il parlare in inglese, ma questo modello è al contrario criticato con ottime ragioni dai tanti ricercatori e intellettuali di tutto il mondo (africani, tedeschi, francesi, scandinavi, rumeni…). Forse per essere davvero “internazionali” dovremmo ancorarci al dibattito che avviene all’estero, invece di guardare solo all’anglosfera. E ci converrebbe che la lingua dell’Europa diventasse la traduzione – per parafrasare Umberto Eco – invece del globalese.

L’affermazione del globish sul piano europeo dovrebbe farci riflettere su quali potrebbero essere le conseguenze di questa politica, e sul destino del nostro idioma, ma anche delle altre lingue nazionali. L’italiano può sopravvivere solo all’interno di un modello plurilinguista, dove la varietà di lingue e culture andrebbe considerata un valore come lo è la biodiversità.

Tra queste lingue straniere ci sono anche le lingue romanze nostre sorelle che tutte insieme, trainate soprattutto dalle dimensioni dello spagnolo, rappresentano un numero di parlanti più ampio di quello degli anglofoni, e hanno tra loro una notevole affinità. I progetti che diffondono la loro reciproca comprensibilità sono molto interessanti, e più che a insegnare le singole lingue puntano a fare in modo che sia possibile parlare ognuno nel proprio idioma, ma in modo intellegibile per l’interlocutore.

Al momento, però, prevale la linea del monolinguismo a base inglese, e le alternative a questo modello dipenderanno dalle future scelte politiche nazionali e internazionali.

La nostra lingua sarà lasciata in balia della selezione naturale o regolamentata da quella artificiale (cioè da una politica linguistica)?
Resterà una lingua di cultura come in passato?
Si saprà rinnovare con le proprie risorse magari con una maggiore vicinanza e un maggiore scambio, per esempio, con le altre lingue romanze?
O si trasformerà in un itanglese sempre più distante dalla lingua di Dante destinato a vivere in un’unità politica sovranazionale che punta al monolinguismo in inglese?

Se la storia è maestra di vita, non resta che prendere atto del fatto che a fare l’italiano del futuro saranno le scelte e i modelli dell’egemonia culturale e politica che si affermerà. E se la futura classe egemone e produttiva preferirà esprimersi in inglese, lo introdurrà come lingua della formazione e lo ufficializzerà, non è poi così difficile prevedere il destino della lingua di Dante.

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Per chi è interessato, discuterò di questi temi con Maria Luisa Villa, immunologa e accademica della Crusca, martedì 16 giugno (alle 18) presso la Biblioteca di Lambrate, a Milano, durante la presentazione del libro K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare, 2026).

PS
Grazie a Roberto UIV (Un Italiano Vero) che ha disegnato l’immagine dell’evento e che sul suo canale di YouTube ha divulgato il curioso aneddoto di come sia nata la copertina del libro.

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La connotazione dell’inglese e il controllo del linguaggio pubblico

Di Antonio Zoppetti

Per capire i meccanismi emotivi – sociali e psicologici – che portano alla preferenza delle espressioni in inglese che si affermano al posto di quelle in italiano (touch screen/schermo tattile, open day/giornata aperta, green/ecologico…) bisogna ragionare sulla loro connotazione.

Oltre al significato (la denotazione di un oggetto o un concetto), le parole possiedono infatti una connotazione che ha a che fare con ciò che evocano. Parlare di culo, sedere, lato b, fondoschiena, glutei, natiche, chiappe, posteriore, deretano, didietro o popò (come si dice ai bambini) designa la medesima cosa, quello che cambia è il modo di farlo, che produce un diverso effetto psicologico e sociale.

Mentre la denotazione ha di solito una valenza neutra e oggettiva che serve semplicemente a trasmettere informazioni, la connotazione ha una valenza emotiva (sociale o soggettiva) in cui entrano in gioco le scelte stilistiche e anche i registri linguistici, il che riguarda la lingua, che è qualcosa di più complesso del semplice comunicare.

Quando Dante scriveva che il diavolo Barbariccia “avea del cul fatto trombetta” (Inf, XXI, 139) introduceva nel registro alto e poetico una parola di basso registro, che fino a pochi anni fa era annoverata dai dizionari come triviale (e per simili scelte il Sommo Poeta fu biasimato per secoli dai suoi tanti detrattori). E se oggi, durante una visita ospedaliera, un medico utilizzasse questa parola al posto per esempio di regione glutea, otterrebbe l’effetto di passare per incompetente (oltre che irrispettoso), perché non starebbe usando il registro scientifico più appropriato.

La connotazione superiore degli anglicismi

Gli anglicismi che stanno ormai colonizzando la maggior parte dei linguaggi settoriali penetrano di solito come tecnicismi monosignificato la cui connotazione è spesso presentata dagli addetti ai lavori come più tecnica e prestigiosa degli equivalenti italiani, nonostante il significato sia il medesimo (e va a finire che è percepita così anche da tutti gli altri). In questo modo, una parola come computer ha avuto la meglio e ha scalzato la parola calcolatore, che evoca qualcosa di preistorico rispetto alla connotazione di modernità dell’anglicismo. Questo fenomeno non è linguistico, ma sociolinguistico o semplicemente sociale, e infatti in inglese erano computer i primitivi e ingombranti mainframe degli anni Cinquanta come i più moderni dispositivi portatili ultraleggeri e lo stesso vale per gli ordinateurs dei francesi e i computadores o gli ordenadores spagnoli.

Visto che la lingua è metafora, dai linguaggi di settore la terminologia inglese finisce per penetrare nella lingua comune, divenendo parola. I termini rompono i loro argini e vengono usati in senso figurato e metaforico, dunque tecnicismi come benchmark (di ambito economico) o feedback (la retroazione ingegneristica) vengono ormai impiegati in senso lato come parole ombrello stereotipate per parlare di un qualsiasi punto di riferimento (pietra di paragone) o riscontro (aspetto il tuo “feedback”).

Il guaio, per la lingua italiana, sta proprio nel fatto che sempre più spesso la connotazione dell’inglese ha la meglio su quella dell’italiano, che non può che regredire. Anche divulgando le alternative italiane agli oltre 4.000 anglicismi registrati dai dizionari, il punto è che non sono percepite come altrettanto tecniche, prestigiose o moderne (ho chiamato questo processo “diglossia lessicale”). E questo avviene perché la percezione (emotiva e soggettiva) di chi controlla e ha in mano il linguaggio pubblico (addetti ai lavori, scienziati, tecnici, giornalisti, politici, istituzioni… e in fin dei conti la nostra intera classe dirigente) procede in questa direzione anglomane.

Dal punto di vista della denotazione, un’espressione in itanglese come:

“Chi si occupa dell’editing o del lettering di uno slogan per una campagna social deve operare tenendo presente il proprio target di riferimento e il sentiment del web

può benissimo essere tradotta in italiano con:

“Chi si occupa della revisione e dell’impatto grafico dei testi di una pubblicità in Rete deve operare tenendo presente il suo destinatario e anche il sentimento (gradimento, percezione, opinione prevalente, clima culturale, orientamento…) degli internauti.”

Ma nonostante l’equivalenza sul piano dei significati, la seconda scelta comunicativa in italiano non possiede la stessa valenza di quella in itanglese. Come nel caso del medico che usasse “culo” al posto di “regione glutea”, un esperto di comunicazione che rinunciasse al suo gergo anglicizzato sarebbe percepito come “incompetente” non solo tra gli addetti ai lavori, ma persino alle orecchie del committente, perché non sta usando il linguaggio che il settore richiede e allo stesso tempo impone.

Il problema dell’anglicizzazione dell’italiano dipende soprattutto da questo fenomeno.

Connotazione e uso

Sui mezzi di informazione, parole come governance, tecnicismi come stakeholder, espressioni come red carpet… ricorrono molto spesso, dunque ai vocabolaristi non resterebbe che prenderne atto e registrarle con spirito “descrittivo”. Ma nella retorica dell’uso invocata da molti studiosi, troppo spesso ci si dimentica (o forse si nasconde sotto al tappeto) di sottolineare un particolare fondamentale: l’uso di chi viene preso in considerazione?

I moderni vocabolari “dell’uso” che si affannano a registrare ogni anglicismo che di solito arriva dall’alto, sono molto meno propensi ad accogliere le parole che arrivano dal basso, che sono decisamente trascurate. Sul vocabolario della Treccani, per esempio, si trova whistleblowing (allertatore civico), una parola che ben pochi usano in modo attivo, e ancor meno sono in grado di comprendere e persino di pronunciare. Altre parole che hanno un grado di comprensibilità e diffusione ben maggiore, invece, non compaiono nemmeno tra i neologismi. Per esempio rettiliano (un tipo di alieno ormai noto anche ben al di fuori dei cultori della fantascienza, la cui frequenza su Google Libri è superiore a quella di whistleblowing), ma vale anche per espressioni gergali come provolone (uno che “ci prova” con tutte) o sbattone (voce milanese che però si sta estendendo ad altre parti d’Italia per “grande sbattimento”, cioè qualcosa di noioso e impegnativo). Queste ultime tre parole, mediamente comprensibili ai più, non sembrano avere lo status alto degli anglicismi, a quanto pare. Gli inni al signor Uso che detterebbe legge sono talvolta un po’ manipolatori e inducono a farci credere che l’anglicizzazione sarebbe un processo democratico, come se arrivasse dal basso, quando è vero l’esatto contrario: l’uomo della strada non parla né di stakeholder né di governance. La connotazione più prestigiosa degli anglicismi non arriva dal popolo ma da una classe dirigente (giornali, televisione, pubblicità, web, vocabolari…) che fa prevalere il suo tipo di lingua ed educa tutti all’itanglese. In questo modo si impone “la lingua dei padroni” – per lanciare una provocazione – e delle classi dominanti, che a loro volta riprendono pappagallescamente, e in modo servile, la lingua naturale dei popoli dominanti sul piano internazionale.

Le guerre per cambiare la connotazione

In questo radicale cambiamento linguistico che sta crescendo con velocità mai vista almeno dagli anni Novanta, ci sono vasti strati della popolazione che sono esclusi: non parlano affatto a questo modo e spesso non sono in grado di comprendere simili anglicismi. Eppure – proprio mentre ci si riempie la bocca di altisonanti concetti come inclusività – sembra che a nessuno importi di questa lingua anglicizzata “esclusiva” che crea fratture sociali e barriere generazionali. L’uso – delle classi egemoni – è imposto a tutti gli italiani attraverso fortissime pressioni sociali che talvolta – come osservava negli anni Novanta Natalia Ginzburg – finiscono per criminalizzare i cittadini che non si adeguano a cui non resta che conservare il proprio lessico familiare in modo “clandestino”. Dunque si deve dire “non vedente” invece di “cieco” o “nero” invece di “negro”, osservava la scrittrice denunciando l’ipocrisia con cui la nostra società, invece di intervenire concretamente per risolvere i problemi di disabilità e razzismo, preferiva cambiare le parole con un’operazione di marketing e di restyling lessicale, potremmo dire oggi in itanglese.

La vera battaglia per imporre un tipo di lingua da far prevalere avviene insomma sul piano della connotazione, come è avvenuto nel caso degli spazzini rimpiazzati dagli operatori ecologici, mentre “handicappato” (termine che inizialmente possedeva una connotazione positiva rispetto a “minorato” che si usava in passato) è stato poi sostituito da “disabile”, che poi è diventato “diversamente abile”. Visto che la discriminazione è nella nostra testa, più che nel lessico, finisce insomma che anche le nuove parole assumano presto l’analoga connotazione negativa che in un primo tempo volevano scalzare. E in questa corsa a cambiare le parole, che dagli anni Novanta insegue la filosofia del politicamente corretto – non a caso di matrice angloamericana – la novità è che sempre più spesso sono le parole in inglese a configurarsi come connotate positivamente. Ma se un anglicismo come “gay” diventa la parola più appropriata e “rispettosa” per designare chi è omosessuale, l’analogo italiano rischia di regredire o – peggio ancora – di essere proclamato prima o poi da qualcuno come “discriminante”.

Un cambio di paradigma per riappropriarci dell’italiano

Per evitare ogni fraintendimento, ribadisco che non ho alcuna intenzione né di difendere parole come “negro” che la storia ha ormai relegato nell’inferno lessicale, né di polemizzare per esempio sulla femminilizzazione delle cariche che nasce da esigenze sacrosante, quando è l’espressione di una reale esigenza che arriva dalle donne. Sto solo constatando, con spirito descrittivo, che da sempre le diatribe linguistiche hanno appunto a che fare con la connotazione, che è il risultato di pressioni storiche e sociali. Ma la connotazione è mutevole e soggettiva, e quando una parola storicamente neutra viene messa in discussione e caricata di una valenza negativa, non c’è solo la soluzione di cambiarla, si può anche lottare per conferirle una diversa connotazione positiva.

I poeti “decadenti”, per esempio, vennero in un primo tempo bollati con questa etichetta spregiativa dai loro avversari, ma la loro reazione fu quella di ostentare con orgoglio questa definizione e farla propria, riuscendo a cambiarne appunto la connotazione che ha acquisito un valore positivo e oggi “decadentismo” e “poeti decadenti” hanno assunto tutt’altra valenza (come i poeti “maledetti”). Nel caso della parola “negro” è avvenuto tutto il contrario, e se in un primo tempo l’orgoglio africano e il rivendicare una cultura alternativa a quella occidentale dominante aveva prodotto la parola “negritudine”, questa battaglia per la connotazione positiva di una parola che in certi ambienti era invece usata con disprezzo è stata persa, e oggi si parla solo di “neri”.

Davanti alla connotazione più prestigiosa degli anglicismi, la questione è la stessa: o ci riappropriamo con fierezza delle nostre parole, senza servili e provinciali complessi di inferiorità, e riusciamo a dare loro una connotazione “alta” nel linguaggio pubblico, oppure l’italiano è destinato a cedere il posto all’inglese e a trasformarsi in un ibrido. E se gli anglicismi non cominceranno a essere stigmatizzati così come si stigmatizza ciò che è discriminatorio e non inclusivo, non se ne esce. Purtroppo, le cose stanno andando diversamente, e il fortissimo revisionismo linguistico che muove chi controlla il dibattito pubblico (e ha nelle mani le sorti dell’italiano) sta cambiando i connotati del nostro idioma e ci sta portando verso il nostro suicidio linguistico e culturale.

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La strana idea di “italiano” che sta prendendo piede

Di Antonio Zoppetti

Che cos’è l’italiano? Si chiedeva il milanese Alessandro Manzoni nel 1821, quando era alle prese con il suo romanzo su Fermo e Lucia che, dopo anni di revisioni, sarebbe sfociato nei Promessi sposi. “Per alcuni, è quello che viene riportato dalla Crusca – si rispondeva –, per altri è ciò che viene compreso in tutta Italia o dalle classi colte: la maggior parte delle persone non associa a questa parola ad alcuna idea precisa” (cfr. A. Zoppetti, K e spada. La controversa storia dell’italiano, goWare 2026, p. 235).

Cinquant’anni prima, dalle pagine de Il Caffè, nell’attaccare i “parolai” e gli “aristotelici delle lettere, il milanese Pietro Verri aveva affermato: “Ogni parola che sia intesa da tutti gli abitanti d’Italia è secondo noi una parola italiana. (…) Qualora uno scrittore dica cose ragionevoli, interessanti, e le dica in una lingua che sia intesa da tutti gli italiani (…) quell’autore deve dirsi un buono scrittore italiano”. E poco dopo, suo fratello Alessandro Verri, nella solenne Rinunzia al vocabolario della Crusca, lanciata dallo stesso foglio, precisava che avrebbe usato anche parole turche o sclavone se “italianizzando” fossero servite a esprimere le nostre idee.

A quei tempi l’italiano era una lingua letteraria basata sul toscano che non era praticata dalle masse dialettofone. Una lingua che, per chi non era toscafono di nascita, si apprendeva con lo studio, ma i cui canoni erano controversi, al punto che i settentrionali che volevano scrivere in buon italiano non sapevano bene come farlo. La questione riguardava soprattutto il lessico, il vocabolario fatto da tante parole – troppe secondo Manzoni – che avevano le loro varianti regionali, e poi anche le parole nuove che arrivavano dalla scienza, dalla tecnica o da altre lingue come il francese… i cruscanti non le consideravano affatto “italiane” anche se erano sempre italianizzate.

Se i Verri erano interessati solo alla comprensibilità, a patto che – indipendentemente dalla sua provenienza – ogni voce fosse italianizzata, la soluzione manzoniana fu quella di abbandonare le prescrizioni della Crusca e di eleggere la lingua delle classi colte di Firenze a modello valido per tutto il Paese. La sua idea precisa di italiano, al contrario di quella dei Verri, consisteva nell’alienazione del proprio idioma istintivo lombardo da correggere e purgare in nome della superiorità del fiorentino.

Oggi l’italiano unitario (dove il toscano costituisce lo zoccolo duro del lessico) è divenuto una lingua spontanea in tutto lo Stivale, ma davanti allo tsunami delle parole inglesi che penetrano in modo crudo, invece di essere “italianizzate”, sarebbe bene riproporre la questione. Che cos’è dunque l’italiano, nel Duemila?

Se l’italiano è fatto da computer, hamburger e governance…

Fino al 1995, quando Giacomo Devoto era ancora in vita, sul dizionario Devoto-Oli le parole come computer, manager o hamburger, erano chiaramente marcate come parole “inglesi”. Negli anni Duemila, però, dopo che il vocabolario è stato completamente rivisto da Luca Serianni e Maurizio Trifone, queste (e altre) parole inglesi di alta frequenza hanno perso questa marca. Dunque, cercando nelle versioni digitali tutti gli anglicismi, non compaiono più, come se fossero appunto diventate parole “italiane”. Solo alla fine della voce, dove è specificata l’etimologia di ogni vocabolo, si legge che computer “deriva dall’inglese”, come se fosse stato italianizzato.

Questo particolare non è una pedanteria priva di conseguenze, è il segnale di una ben precisa svolta dell’idea di che cosa sia l’italiano che si ritrova persino in certe consulenze sul sito della Crusca.

A proposito della traducibilità di “governance” con “governanza”, per esempio, si legge: “La parola [governance] è di origine straniera ma è ormai divenuta italiana, quindi il problema non si pone. Ad esempio, è difficile sostenere che titoli di leggi non possano contenere le parole film, computer o sport”.

Questi tre ultimi esempi – riportati sullo stesso piano senza coglierne le profonde differenze – colpiscono, e la dicono lunga sull’idea di italiano che si sta facendo strada persino tra gli accademici. Se una parola è in uso da tempo ed è comprensibile viene considerata italiana anche se è inglese, a quanto pare. Ma si tratta di una presa di posizione confusa per cui tutto va bene. Forse per i nuovi cruscanti anche la rinuncia della Crusca di Verri sarebbe tacciata di “purismo”, visto che il concetto di “italianizzazione” sembra venuto meno.

E bisognerebbe ricordare a certi linguisti che considerare “italiane” le parole che finiscono in consonante (come bar, film, sport…) è cosa ben diversa da proclamare come italiane le altre come computer, hamburger o governance. Queste ultime non seguono affatto la norma dell’ortografia e pronuncia dell’italiano storico: in “computer” la “u” si legge “iu”, “hamburger” contiene “gher” (che ribalta la nostra “g” dolce) e “governance” segue la dizione di “performance” (spesso pronunciata in modo maccheronico con analoga anticipazione dell’accento tonico: “pèrformans” al posto di “perfòrmans” come in inglese). Ma se queste parole vengono considerate “italiane”, allora, per essere coerenti, si riscrivano le regole grammaticali del nostro idioma per normarle, come avevo già provocatoriamente fatto notare.

L’accettazione delle parole che terminano in consonante

L’idea che le parole “italiane” debbano necessariamente terminare in consonante risale al fatto che, nel passaggio dal latino ai volgari, nel toscano c’era stato questo esito, al contrario dei volgari del nord. Machiavelli (nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua) riconosceva alle parlate italiche una sostanziale continuità, anche se nel toscano le parole terminavano in vocale, pane, mentre lombardi e romagnoli dicevano pan. Ma questo vocalismo romanzo prevalente non è mai stato qualcosa di rigido e “necessario”, aveva le sue eccezioni anche a Firenze. E infatti già nella prima Grammatichetta di Leon Battista Alberti – che risale al Quattrocento – erano riportate delle eccezioni, e tra le parole fiorentine che terminavano in consonante c’erano articoli come “un” o “el” (al posto di “il”) e anche le “d” eufoniche (“ad”, “ed”).

Anche quando il tosco-fiorentino ha avuto la meglio ed è stato elevato a lingua nazionale normata – mentre gli altri volgari sono retrocessi allo stato inferiore di dialetti – l’idea di troncare le parole con la consonante finale era comunque accettata e normale soprattutto in poesia: da Dante, che parlava del “cammin” di nostra vita senza per questo snaturare il nostro idioma, al “mortal” sospiro di Manzoni, sino all’inno di Mameli (“siam” pronti alla morte). La terminazione in consonante non è mai stata un “reato”, e venendo ai giorni nostri non è certo l’accettazione di parole come film e sport (che generano derivati perfettamente italiani come filmato e sportivo) a costituire un elemento strutturale devastante. Persino durante il fascismo queste voci erano accettate e usate addirittura negli scritti di regime, benché il linguista Bruno Migliorini avrebbe voluto italianizzare in “filme” che anche Arrigo Castellani scriveva polemicamente a questo modo per lui più in sintonia con l’idea dell’italiano basato sul toscano.

L’accettazione dei vocaboli che seguono le regole dell’inglese

Proclamare italiane parole come governance, computer o hamburger è invece tutt’altra cosa: queste parole sono fuori dalla nostra ortografia e ortofonia, e il fatto che siano frequenti o comprensibili a tutti non le rende certo italiane. Rimangono “corpi estranei” al nostro sistema linguistico, come notava Arrigo Castellani nel suo “Morbus Anglicus” o comunque fuori dall’indole del nostro idioma come si diceva in passato per designare quella che oggi potremmo chiamare “identità linguistica”.

Per comprendere in modo intuitivo questo concetto, basta pensare a quando ascoltiamo qualcuno che parla in una lingua straniera che non conosciamo. Pur senza capire una parola di quel che dice, siamo comunque in grado di concludere che sta parlando in inglese, francese, spagnolo o tedesco, perché riconosciamo in modo intuitivo e spontaneo la sonorità che caratterizza questi idiomi, la stessa sonorità su cui giocava Dario Fo con il suo “grammelot” che riproduceva appunto questo aspetto delle lingue che reinventava in modo parodistico seguendone la forma, invece dei significati.

Nessuno in passato, nemmeno tra i più acerrimi avversari del purismo (Machiavelli, Muratori, Verri, Cesarotti, Leopardi…), si sarebbe mai sognato di mettere in discussione l’esistenza dell’indole della nostra lingua, né di confondere italiano, francese o inglese come sta avvenendo oggi.

Davanti alle centinaia e centinaia di parole ibride – che non sono più né italiane né inglesi e si leggono un po’ all’inglese e un po’ all’italiana – come computerizzare, chattare, cybersicurezza, survivalista (pronunciato “survAIvalista”)… alcuni studiosi contemporanei interpretano questo fenomeno come un “segno di vitalità” dell’italiano che invece di snaturarsi addomesticherebbe le voci inglesi riportandole alle nostre strutture grammaticali e dunque coniugando i verbi inglesi all’italiana o appiccicando loro delle suffissazioni italiane. Si tratta di una lettura un po’ bizzarra, un po’ come dire che il ketchup sui maccheroni darebbe maggior vitalità alla pastasciutta… Per chi non se ne fosse accorto, questo tipo di ibridazioni è la prova della vitalità dei trapianti dell’inglese nell’italiano, che ne risulta schiacciato e regredisce, non viceversa. La vitalità delle lingue che si ribellano e dominano il globish riguarda altri esempi di contaminazioni, per esempio lo spanglish che ha preso piede nei territori dove è presente un bilinguismo fatto di spagnolo (lingua originaria) e inglese (lingua importata), come in Portorico dove è stato ufficializzato l’inglese, o in Messico dove l’inglese è ostentato dalle classe dominanti, o ancora nelle zone anglofone con una forte concentrazioni di ispanici, cubani, portoricani e messicani. Se in questi contesti la contaminazione nasce dal fatto che lo spagnolo non si lascia sradicare e ha la meglio sull’inglese, da noi avviene tutto il contrario: l’italiano sta diventando una lingua creola perché è soggiogata dalla lingua dominante che gode di un maggior prestigio nei contesti alti. E cede senza alcuna reattività.

E se certi vocabolari del nuovo millennio, certe consulenze della Crusca e certi linguisti – che in fin dei conti sono l’espressione dell’anglomania e del suprematismo dell’inglese che va per la maggiore – preferiscono proclamare tutto ciò “italiano”, invece di chiamarlo “itanglese”, è perché non hanno più dell’italiano alcuna idea precisa, per tornare a Manzoni.

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L’opificio degli anglicismi e il lessico del nuovismo delle classi alte

Di Antonio Zoppetti

I mezzi di informazione, attualmente, sono il perno di un cambio di paradigma culturale (e dunque linguistico) che introduce di continuo nuove parole che non sono quelle della gente, tutto il contrario. Questo lessico del nuovismo non ha niente di democratico e non segue affatto la lingua delle masse, come qualche linguista ci vorrebbe far credere.

Quando si introducono parole come resilienza o proattivo – italianizzazioni di concetti angloamericani che in un primo tempo si affermano nei linguaggi settoriali ma poi vengono riproposte alle masse – occorre inizialmente spiegare cosa significano. Attraverso i consueti “picchi di stereotipia lessicale” che caratterizzano la lingua dei giornali, il bombardamento martellante finisce con il produrre i suoi effetti in men che non si dica: educare tutti alla lingua delle classi alte e radicarla.

In questa fase, i comunicatori devono per prima cosa giustificare il neologismo con qualche motivazione “non-è-propristica”: la resilienza non sarebbe proprio come la resistenza, che implicherebbe qualcosa di rigido come il cemento che resiste ai colpi, sarebbe qualcosa di più “elastico” che richiede un concetto nuovo. Poco importa che un tessuto resistente, da sempre, è in grado di assorbire i colpi senza deformarsi, l’importante è confondere le acque e giustificare la parola nuova con un concetto nuovo, invece di mantenere quelle che già abbiamo e di arricchirle di nuovi significati. Dunque, essere proattivi non è proprio come essere preventivi o previdenti

A furia di indottrinare le masse con queste panzane finisce che il nostro lessico si rinnova dall’alto, e l’opificio lessicale delle classi dominanti diventa un modello che per forza di cose viene imitato dalle masse. Il lessico del nuovismo dei comunicatori-predicatori si estende in questo modo. Il loro scopo – forse non sempre consapevole – è proprio quello di far prevalere la loro lingua su quella del popolino. E allora, le razze non esistono (e chi pensa il contrario è ignorante), e questa parola va bandita (poco importa che la nostra Costituzione sancisca “senza distinzione di razza”). Per non essere sessisti bisogna dire “avvocata” anche se le donne avvocato si presentano al maschile nella stragrande maggioranza dei casi. E guai a dire “cieco”, per non discriminare si deve dire non vedente, alla faccia dell’Unione Italiana Ciechi che non si pongono questo tipo di problema.

Curiosamente, la retorica di non discriminare e di essere “inclusivi” non riguarda né la lingua italiana né gli italiani intesi come le masse, che sono tagliati fuori, esclusi e spesso discriminati da questo processo di innovazione lessicale elitario e poco trasparente. Dunque non resta che includere tutti a forza, con le buone o con le cattive. In questo tipo di inclusione che ricorda quella del Grande fratello orwellano, è l’inglese a fare la parte del leone. Ma se proattivo o resiliente possono piacere o non piacere, sono pur sempre adattamenti e parole strutturalmente italiane, al contrario degli altri anglicismi che sono riproposti quasi sempre in modo crudo. E in questo secondo caso le conseguenze di questa strategia sono devastanti per il nostro sistema linguistico.

Il lessico del nuovismo anglicizzato

Il caso di Garlasco che da tempo sta monopolizzando il circo mediatico si sta portando con sé l’ufficializzazione dell’ennesimo anglicismo: la “discovery”. Negli analoghi clamorosi precedenti – dal delitto di Cogne a quello di Avetrana, da quello di Yara Gambirasio a quello di Giulia Cecchettin – questa parola non circolava affatto. Non è un termine giuridico del nostro ordinamento, in questo caso nasce dallo scimmiottare — senza alcuna motivazione plausibile — il sistema anglosassone per indicare il deposito degli atti, cioè la conclusione delle indagini preliminari e, dunque, la caduta del segreto istruttorio. E passando dall’omicidio (e dal femminicidio) al linguicidio, stiamo assistendo al solito meccanismo di distruzione dell’italiano.

L’anglicizzazione del nostro idioma deriva dalla somma di simili, infinite, scelte lessicali anglomani, che giorno dopo giorno si fanno strada nella lingua comune.

L’esempio più emblematico ed eclatante di questo processo l’abbiamo visto con il “lockdown”, una parola sconosciuta a tutti sino al 17 marzo 2020 quando il branco dei giornalisti l’ha introdotta da un giorno all’altro, e da quel momento in poi è divenuta la parola unica, tecnica, “internazionale” (poco importa che in Francia e Spagna si parli di “confinamento”) che ha fatto piazza pulita della lingua usata sino al giorno prima (fatta di quarantene, zone rosse, blocchi, provvedimenti restrittivi e via dicendo).

Gli episodi del genere che hanno diffuso parole come “fake news”, “cashback”, “mobbing”, “caregiver” e via anglicizzando non si contano ormai più. Non dipendono da un “complotto” dei poteri forti deciso in qualche stanza dei bottoni (a scanso di equivoci), sono la conseguenza di uno spontaneo atteggiamento servile e un po’ coloniale, che fa ormai parte della forma mentis della nostra intera classe dirigente. Le testate, e i giornalisti, fanno branco e in branco cambiano il nostro lessico da un giorno all’altro. E nel loro operare fanno dell’inglese un modello da introdurre e perseguire in modo sistematico, il che ha delle conseguenze devastanti che travalicano le singole scelte lessicali e si trasformano in un sistema anglicizzante.

Se il presidente del consiglio diventa premier, poi si parla di premiership e c’è chi vorrebbe introdurre il premierato… e va a finire che un anglicismo istituzionale (e coloniale) come il question time viene oggi riformulato come premier time.

L’anglicizzazione selvaggia deriva dal fatto che le nuove classi colte padroneggiano sempre meno l’italiano, perché si formano in inglese e pescano solo dall’anglosfera nella convinzione che sia questo il solo modo per essere “internazionali”, anche se il mondo è qualcosa di ben più ampio e complesso.

E così l’italiano è sempre più trascurato perché è l’inglese a essere considerato portante. I due fenomeni sono strettamente legati: quando un giornalista televisivo parla di “narrativa” (che sarebbe un genere letterario) al posto di “narrazione” significa che ha in mente solo l’inglese narrative invece dell’italiano.

Queste sono le conseguenze di una nuova classe dirigente, di un’egemonia culturale, di un clima sociale – chiamatelo come volete – che si forma in inglese e lo interiorizza come la lingua in cui pensare. E così, invece di parlare come le masse e inseguire la trasparenza, i suprematisti dell’inglese impongono a tutti il proprio lessico, il proprio stile e la propria lingua di classe.

Niente di nuovo sotto il sole: l’italiano non è una lingua nata dal basso. Non è mai stato la lingua parlata dalle masse, che si esprimevano nei propri dialetti; l’italiano nasce dalla varietà tosco-fiorentina che si è imposta rendendo le altre parlate dei dialetti e delle lingue inferiori; si è imposto storicamente come una lingua elitaria e un po’ artificiale in uso tra gli scrittori, i letterati e i ceti alti.

Solo nel Novecento l’italofonia è diventata un fenomeno di massa e spontaneo, grazie alla scuola ma anche ai giornali che lo hanno fatto arrivare a tutti. Tramontata l’epoca dell’italiano letterario, sono i mezzi di informazione che si sono imposti come i nuovi centri di irradiazione della lingua. In un primo tempo hanno cominciato ad accogliere sempre più elementi nuovi e anche popolari, che hanno portato a un nuovo italiano definito dell’uso medio (Sabatini) o “neostandard” (Berruto). Rispetto all’italiano “standard” che insegnava nelle scuole, il nuovo italiano novecentesco accoglieva elementi popolari che precedentemente erano considerati “errori”, come il doppio imperfetto al posto del congiuntivo (“se lo sapevo non venivo”), l’uso di “lui” come soggetto, in un abbandono delle forme come “egli” o “esso” in via di scomparsa, e via dicendo. Ma questo breve sprazzo di popolarità e democrazia si sta nuovamente dissolvendo. Il fatto nuovo è che la lingua di classe che sta prendendo piede non è più definibile “dell’uso medio”, andrebbe etichettata semmai come newstandard visto che strutturalmente esce dall’italiano storico e che non rappresenta affatto la lingua delle masse.
La crescita delle parole inglesi – spesso incomprensibili ai più – è impazzita e sfugge ormai a ogni controllo: nel Devoto Oli del 1990 erano circa 1.600, ma oggi superano abbondantemente le 4.000. Il problema è che l’italiano newstandard è fatto di ibridazioni che portano a vocaboli che non sono più strutturalmente né italiani né inglesi (chattare, baby-pensionato, cybersicurezza, matematica day, over60), mentre le suffissazioni inglesi hanno a meglio sulle nostre (blogger o rapper invece di blogghista o rappatore) e le radici inglesi vengono ricombinate in modo maccheronico e producono pseudoanglicismi come smart working, mentre i box, da scatole si trasformano in posti macchina e i fattorini diventano rider che in inglese sono solo (moto)ciclisti o cavalieri.

Tutto ciò esce dalla normale evoluzione di una lingua che per sopravvivere deve creare nuove parole che esprimano i cambiamenti storici, sociali o tecnologici, ma lo deve fare con le proprie risorse. Se tutto ciò che è nuovo si ancora all’inglese, l’italiano si sfalda e diventa una lingua creola. Il problema non è il cambiamento, ma il modo in cui l’italiano sta cambiando: non si sta trasformando in una lingua moderna che si evolve, ma in un’altra lingua, l’itanglese.

#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa

Mi segnalano:

"Bisogna inserire un bot di sicurezza che *detecta* automaticamente queste parole e banna. C'è proprio la lista delle parole bannate"

Ormai 'bannare' per quanto brutto mi sa che ce lo teniamo, ma che diamine di senso ha il verbo DETECTARE???

"Rilevare" no eh?

#itanglese #anglicismi #usailcervello
#vogliadiesserecolonia

Ho appena scoperto che anche la Treccani ha omologato l'uso obbrobrioso del termine brandizzare, che in #itanglese non significa trasformare in branda, bensì "apporre un marchio di produzione". Perché dirlo in italiano fa troppo schifo, roba da dinosauri.

Va be', aim going to slip on the brand, a si vedere tumorrou mattina. E che nessuno si azzardi a dire giù dalle brand perché non sto salendo su nessun marchio, ci siamo understud?

#italiano RIP

Le funzioni sociali di una lingua e l’alienazione del proprio idioma

di Antonio Zoppetti

Voglio ripartire dall’incipit del libro Meglio l’italiano o l’itanglese? Linee guida sull’uso di anglicismi nella comunicazione trasparente (Mind, 2024):

La lingua è potere. Attraverso l’uso del linguaggio e la selezione delle parole è possibile controllare il destinatario, intimorirlo, porlo in uno stato di inferiorità psicologica e trasformare chi non è d’accordo in qualcuno che non ha capito.

In un proverbiale passo dei Promessi sposi, per esempio, Don Abbondio ricorreva appositamente al latinorum per occultare gli impedimenti al matrimonio, invece di spiegarli e di chiarirli come Renzo domandava. Per esercitare questo potere e questa forma di controllo, il parroco sfruttava la sua posizione superiore, per cultura e anche per il suo ruolo sociale di sacerdote, ostentando una lingua più elevata e solenne di quella di un semplice filatore di seta poco istruito. Il comunicatore che si pone in questa prospettiva “verticale” – in cui il mittente e il destinatario non sono sullo stesso piano e non ricorrono alla medesima lingua – gioca sporco, perché ha accesso a entrambi i sistemi di comunicazione, mentre il suo interlocutore è imprigionato nella sua lingua “bassa”; quando i due sistemi sono mescolati quest’ultimo non è in grado di intendere a pieno le cose: al massimo riesce a intuirle, ma non è capace di replicare. E per uscire da questa trappola Renzo non può far altro che rifiutare in blocco la lingua “alta” e incomprensibile: “Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”.

Non tutti, però, hanno la forza di ribellarsi, davanti a simili meccanismi. Molto più spesso il destinatario è docile, si arrende alla propria “ignoranza”, si convince della propria incapacità e subalternità davanti al ruolo sociale – e alla lingua – di chi ricopre una posizione dominante. E il comunicatore che è allo stesso tempo il detentore del potere lo può controllare e manipolare.

L’esercizio del potere attraverso la lingua può avvenire con il ricorso ai registri più alti o ai paroloni difficili, attraverso l’esibizione dei gerghi settoriali che arrivano solo agli specialisti, oppure attraverso una selezione manipolatoria delle parole che non tutti sono in grado di cogliere in modo consapevole. La manipolazione delle parole è essenziale per costruire la realtà in modo funzionale alle proprie visioni e ai giochi di potere che si sposano, invece che rappresentarla. E così l’invasione russa dell’Ucraina che viola il diritto internazionale (con un aggressore e un aggredito) nel caso dell’invasione del Libano da parte di Israele si trasforma in uno sconfinamento o in una serie di blitz, come si sente spesso nei telegiornali. Oppure, passando a esempi più futili, le fastidiosissime interruzioni pubblicitarie si trasformano in un più suadente e ipocrita “consigli per gli acquisti”.

Se la lingua del potere si stacca dall’italiano

Le cose si complicano quando chi esercita il potere della lingua lo fa abbandonando l’italiano e ricorrendo a un altro sistema linguistico considerato più prestigioso del proprio idioma, come appunto il latino di Don Abbondio o l’inglesorum dei giorni nostri. In questo caso è la funzione sociale dell’italiano a essere messa in discussione.

La grande differenza tra il latino e l’inglese veicolari è che il primo non era la lingua madre di nessuno, era una lingua franca un po’ astratta e artificiale che si acquisiva con lo studio e poneva tutti gli interlocutori sullo stesso livello. Il globish, al contrario, è la lingua naturale dei popoli dominanti che mediamente non studiano altre lingue e vogliono rendere la propria qualcosa di universale. E gli interessi di potere – economici, culturali, politici – che si celano sotto questo disegno sono enormi.

Quando la lingua naturale di una parte del mondo diventa una lingua “franca” impiegata per la comunicazione internazionale, inevitabilmente il suo prestigio e il suo potere acquisiscono una nuova funzione sociale, e il rischio è quello dell’alienazione linguistica che si ripercuote sul piano interno di ogni idioma.
Ciò avviene quando le classi dirigenti dei Paesi non anglofoni finiscono per sottomettersi e sposare la supremazia dell’inglese anche sul piano interno (agendo da collaborazionisti). Se le pressioni esterne dell’inglese planetario che si espande attraverso la lingua delle multinazionali, delle merci, delle interfacce informatiche, delle categorie culturali d’oltreoceano… vengono sposate e fatte proprie anche dalla classe dirigente di un Paese che preferisce l’inglese e l’inglesorum all’italiano, queste spinte si sommano e ci portano tutte nella stessa direzione travolgendo il nostro idioma. E va a finire che un sistema linguistico alieno viene salutato come qualcosa che invece ci appartiene – anche se non è affatto così – perché lo si vuole imporre a tutti.

Il punto critico si raggiunge proprio quando la lingua veicolare – l’inglese – finisce per interferire con le lingue locali riversandosi, mescolandosi e sovrapponendosi a queste. E nel caso dell’italiano questo punto di non ritorno è stato superato da un pezzo. La supremazia dell’inglese porta a due conseguenze pericolosissime: l’abbandono dell’italiano come lingua di cultura, dell’università o della ricerca in favore dell’angloamericano (langlificazione) e allo stesso tempo il ricorso a un lessico e a una terminologia che vengono importati e ripetuti direttamente in inglese, invece di tradurre, adattare o inventare nuove parole italiane, quando ci mancano (il che ci conduce a un sistema ibrido chiamato itanglese). Queste sono le due facce della stessa medaglia.

L’alienazione linguistica

Quando l’egemonia culturale dell’angloamericano, e la sua supremazia, viene riconosciuta e perseguita dai ceti sociali alti o dalle istituzioni – che si comportano come suprematisti dell’inglese – si determina una sorta di alienazione linguistica, un fenomeno che caratterizza il nostro Paese da ben prima della sua unità politica.

Come ho provato a ricostruire in K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare 2026), siamo un Paese in cui da sempre regna la diglossia, cioè la presenza di due (ma spesso anche più) sistemi linguistici che non godono dello stesso prestigio.

Nel Medioevo tutti parlavano solo nei propri volgari locali, ma a nessuno sarebbe mai venuto in mente di metterli per iscritto, perché la lingua della scrittura e della cultura era il latino che possedeva la sua precisa grammatica. Quando finalmente è nata una letteratura in volgare, e nello Stivale le opere di Dante, Boccaccio e Petrarca hanno raggiunto il prestigio che prima di loro spettava solo ai poeti latini, i primi umanisti hanno cominciato a mettere in discussione questo prestigio, e nuovamente, chi voleva essere elegante e internazionale ha ricominciato a scrivere in latino, mentre il volgare veniva disprezzato e dismesso. Successivamente il volgare è stato recuperato dall’egemonia culturale del secondo umanesimo, per esempio da Lorenzo il Magnifico che con il suo “quant’è bella giovinezza” ritornava a promuovere il suo fiorentino, che rilanciava come lingua alta per promuovere la magnificenza di Firenze, il suo potere e la sua politica illuminata.

Il modello tosco-forentino in seguito è stato diventato il canone dell’italiano, che ha avuto la meglio sugli altri volgari regrediti a dialetti, lingue inferiori da purgare ed emendare nella scrittura. E l’orgogliosa alienazione del proprio idioma naturale per inseguire la lingua “pura” e perfetta dei toscani ha contraddistinto autori come il veneto Bembo che rinunciava alla propria lingua madre per perorare il prestigio della lingua superiore delle tre corone fiorentine che faceva diventare “grammatica”, o il milanese Manzoni che sceglieva di sciacquare i cenci in Arno per ripulire e correggere la sua milanesità.

Intanto, fuori dalla letteratura, le masse si esprimevano quasi solo nel proprio dialetto e l’italiano era una lingua oligarchica e poco accessibile: solo nel Novecento l’italofonia è divenuta un fenomeno sociale naturale. Ma nel frattempo la lingua alta è diventata l’inglese, che però non ha la semplice funzione di comunicare e scambiare informazioni sul piano internazionale, si riversa sul piano interno con una nuova funzione sociale, e viene usato dai ceti alti per costruire un senso di appartenenza a un sistema culturale transnazionale superiore. In questo nuovo contesto, la funzione sociale dell’italiano si riduce a una sorta di dialetto di un mondo elitario che pensa e parla in inglese.

Se la lingua è potere, per sopravvivere dobbiamo ribellarci e contestare lo strapotere dell’anglosfera, mettere in discussione la supremazia dell’angloamericano e recuperare il senso e la funzione sociale dell’italiano e anche di tutte le altre lingue. Il plurilinguismo è una ricchezza e non un ostacolo alla lingua unica delle multinazionali e dei mercati che, invece di riconoscere il valore sociale delle altre culture, hanno tutta la convenienza a creare un pubblico di consumatori globalizzato, omologato e intercambiabile.

Senza una rivoluzione culturale che metta in discussione allo stesso tempo il globish e l’inglesorum, il nostro destino è segnato, e finiremo con l’essere inglobati in un sistema di lingua e potere che non ci appartiene – checché ne dicano i suprematisti dell’inglese – e che ci schiaccerà.

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Il nome della cosa: l’inglese padronale che fa piazza pulita dell’italiano

Di Antonio Zoppetti

Puttanopoli è un neologismo (registrato da tempo persino dalla Treccani) che designa gli innumerevoli scandali legati alla prostituzione – di solito milanese – che di tanto in tanto accendono le cronache dei giornali. È un’espressione giornalistica che – come tante altre – ricalca la fortunata coniazione di “tangentopoli” all’epoca di mani pulite, per indicare la città delle tangenti. Successivamente il suffisso -poli si è staccato dal suo etimo greco (polis = città) per diventare il sinonimo di “scandalo” in neoconiazioni come calciopoli, vallettopoli, affittopoli, mazzettopoli e chi più ne ha più ne metta. Un simile slittamento di significato ha riguardato anche le neoconiazioni basate sull’inglese, visto che dopo il Watergate degli anni Settanta – ma il Watergate era solo un complesso edilizio – per analogia si è cominciato a parlare per esempio di Irangate o, in Italia, di Rubygate, per ritornare alla prostituzione (la minorenne Ruby Rubacuori spacciata per nipote di Mubarak). Ma sui giornali “prostituta” cede il posto a escort, un concetto ben più di lusso e ben più nobile.

Le puttane sono quelle che si trovano per strada, che vanno bene per i plebei o i camonisti, le escort hanno altre tariffe e prestazioni superiori. “Sì, sono puttana” – diceva Vassilissa nel film Mediterraneo – per qualificare senza vergogna la sua antica professione. Ma oggi una parola antica come “puttana” – che nella Divina Commedia compare per ben tre volte, insieme a puttaneggiar – è solo un insulto che è arrivato fino in Russia, mentre escort è una professione, anche se ai limiti della legalità, e per sdoganare questo aspetto oramai si parla di sex worker. Il nome della cosa, se è in inglese, contiene un’edulcorazione che conferisce una ben diversa dignità.

Fatturage, Rolexage, Chiavage… la morfologia inglese divenuta un modello

L’ultimo scandalo milanese – visto che Milano è la capitale dell’itanglese – ha fatto discutere anche per il lessico impiegato dagli organizzatori coinvolti nella vicenda. Come ha riassunto Massimo Gramellini (“Ma che Posrchage”, Corriere della Sera, 24/4/26): “Il pr milanese che si fa chiamare Fatturage ha sintetizzato la sua visione del mondo in un’addizione: Rolexage + Porschage = Chiavage”.

Ad andarci giù duro con questo lessico, il giorno dopo, è arrivato anche un editoriale di Marco Travaglio intitolato “Arrestation Week” (Il Fatto Quotidiano, 25/4/26) che scrive:

“Non sappiamo quanti reati celi l’ultima Puttanopoli alla milanese (…). Ma già sappiamo che il delitto più imperdonabile è il vocabolario: il signor ‘Fatturage’, il ‘superprivé’ per ‘clienti con business’ e l’ingresso ‘plebeo’ per sfigati, il ‘Rolexage più Porschage’ (da Porsche, non da porco), il ‘Chiavage’ del ‘pacchetto all inclusive’ per il dopo-‘tavolage’ in hotel, allietato da ragazze, euforizzato da palloncini di protossido di azoto (detto forse ‘gasage’) per chi ha in tasca almeno ‘6 kappage’ (6mila euro). La prostituzione è il mestiere più antico del mondo, ma solo a Milano può accompagnarsi a un lessico simile. È la caricatura del bauscia e del ganassa 2.0, l’evoluzione del provincialotto meneghino che ha fatto i soldi ma non sa cos’è lo stile…”

E la conclusione è che questa gente andrebbe arrestata soprattutto per come parla: “In manettage.”

Puttanieri e giornalisti

Non so, tuttavia, se giornalisti come Travaglio si rendano conto di come scrivono – loro stessi e l’intera categoria –, forse anche loro dovrebbero essere fermati, se non arrestati. “Sono tutti in call – scrive Travaglio a proposito di Puttanopoli – : brainstormano, warmingano e brandizzano che è un piacere nelle rispettive location. Tutti ceo, founder, creator, stylist e merchandiser di nonsisaché.”

Eppure questa lingua non è un gergo che appartiene solo ai figli di Nando Mericoni (e dell’alberto-sordità di Un americano a Roma), è anche la lingua degli imprenditori, dei giornalisti e della nostra nuova intera classe dirigente. Se il Fatturage e il Rolexage ostentano l’ironia, insieme alla cafonaggine, la lingua dei giornali segue lo stesso schema ma in modo serio, per elevarsi sul popolino attraverso l’inglese con modalità del tutto identiche (e talvolta altrettanto ridicole e cafone). E così oggi, sul Corriere, il carburante diventa “fuel”, strillato a caratteri cubitali dai titoloni, ma la stessa scelta si ritrova sulle altre testate giornalistiche.

Il carburante è roba da plebei – come l’italiano –, i ceo delle compagnie aeree hanno a che fare con il fuel che un tempo si trovava solo nei videogiochi (o videogames per chi si vuole elevare sfoggiando la lingua dei padroni) ma adesso viene spacciata come una parola “comune” e normale, come se fosse più tecnica, moderna o internazionale… in attesa che qualche suprematista dell’inglese imbecille ci spieghi che il fuel – o il jet fuel – non è proprio come il nostro vecchio e generico “carburante”, ha quel qualcosa in più, quella sfumatura intraducibile che è poi la stessa che differenzia un’escort da una puttana.

Davanti all’anglicizzazione selvaggia che arriva dai ceti dominanti – poco importa che siano i nuovi puttanieri o i nuovi giornalisti 2.0 – colpiscono anche le riflessioni di Mattia Feltri, che davanti alle parole italiane che diventano desuete, e davanti alle nuove parole in inglese come feedback e spoiler, o di derivazione inglese come “brandizzare” e “bypassare” (poverino, Mattia, non capisce la differenza tra una parola italianizzata come “brandizzare” e una parola ibrida come “bypassare” che non si legge né scrive all’italiana) è rimasto ai tempi del “purismo”.

E come in un temino delle medie – peccato che sia un editoriale de La Stampa (“Imperocché” 14/4/26, che mi ha segnalato Marco Zomer) – conclude citando (a sproposito) Leopardi che scriveva ancora “imperoché” con la scoperta (dell’acqua calda) per cui le lingue cambiano da sempre. Grande intellettuale Mattia, chissà se un giorno arriverà a capire – o perlomeno a chiedersi – come la lingua italiana sta cambiando, e a rendersi conto che se una lingua si evolve importando esclusivamente dall’inglese è destinata a esserne schiacciata e a morire. Un conto è abbandonare imperocché in nome di un’altra parola italiana come poiché, un conto è abbandonare “puttana” o “carburante” per passare a un’altra lingua. Lo capisce persino un bambino. E basterebbe leggere Leopardi per sapere come la pensava in proposito, invece di scrivere pensierini a vanvera.

La newlingua dei padroni

Naturalmente ci sono anche giornalisti di altro stampo che comprendono perfettamente le ripercussioni dello scrivere sostituendo il nome della cosa italiana con l’inglese. Per esempio Gian Carlo Bussetti, che mi ha segnalato il pezzo di Travaglio ma anche una pagina di un libro delizioso che riflette proprio sulla nuova lingua padronale di Elkann.

Si intitola L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica (Einaudi, 2026) e l’autore è un giornalista della Stampa, Niccolò Zancan, che riflette sulla dignità e la nostalgia dei quattromila operai di Mirafiori in cassa d’integrazione da vent’anni. È a loro che si rivolge in itanglese Elkann, presidente di Stellantis. “Perfetto esempio di una lingua eticamente sciolta da ogni dovere di comprensibilità – commenta Bussetti –, familiare solo alla cerchia superiore e padronale, con morfologia, lessico, grammatica e (temo) anche pronuncia di un nuovo italiano, una nuova lingua prestigiosa, parlata dagli esperti, che esclude e discrimina la massa del popolo, che dovrà accontentarsi di comunicare ed esprimersi in un nuovo ‘dialetto’, quello che un tempo chiamavamo ‘italiano'”.

Riporto il passo di Zancan:

“Devi sapere questo.
Quello che una volta chiamavamo il caposquadra adesso è il supervisor.
Mentre il nostro vecchio capoturno da qualche anno deve essere chiamato lo shift manager. Persino gli operai non sono mica più gli operai, noi siamo addetti di linea.
E quando un addetto di linea ha un problema, deve parlarne alle HR.
Human Resources. Questo è il nome del vecchio ufficio personale.
Per i motivi che ho appena elencato, l’altro giorno, quando ci è arrivato il video sull’Hub di Stellantis, nessuno ha avuto chissà quale turbamento, ne riceviamo tanti di questi video promozionali in inglese. Sono video registrati, nei quali l’ingegner Elkann parla ai dipendenti di tutto il mondo. (…) Poi ha detto: ‘Vogliamo migliorare i decision making e l’execution. Vogliamo migliorare il rapporto di fiducia con i nostri stakeholder.” (par. “Le parole, le cose”, p. 63).

Magari l’itanglese fosse un gergo ridicolo dei puttanieri della movida milanese, caro Travaglio.

Magari le parole italiane desuete fossero sostituite da parole italiane nuove, invece che da parole inglesi, caro Mattia Feltri.

La verità è che la lingua anglicizzata del Duemila è anche la vostra lingua, che imponete a tutti in modo ben più grave e consistente del semplice ironico e gergale fatturage.

PS
Per chi vuole riflettere sulla nostra anglicizzazione da un punto di vista storico, per chi vuole sapere cosa pensava Leopardi sulla questione dei forestierismi che “imbarbariscono” la lingua se non sono italianizzati (alla faccia di Feltri), e per chi vuole pesare l’attuale interferenza dell’inglese in un confronto con quella storica del francese, e prima ancora dello spagnolo o del latino… segnalo che il libro K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare 2026), è finalmente uscito anche nella versione digitale che costa ancora meno.

E per chi vuole leggere qualcosa senza spendere neanche un soldo, segnalo che il lavoro è stato indicizzato anche da Google Libri, che permette la consultazione gratuita di molte pagine.

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