Ho appena scoperto che anche la Treccani ha omologato l'uso obbrobrioso del termine brandizzare, che in #itanglese non significa trasformare in branda, bensì "apporre un marchio di produzione". Perché dirlo in italiano fa troppo schifo, roba da dinosauri.

Va be', aim going to slip on the brand, a si vedere tumorrou mattina. E che nessuno si azzardi a dire giù dalle brand perché non sto salendo su nessun marchio, ci siamo understud?

#italiano RIP

Le funzioni sociali di una lingua e l’alienazione del proprio idioma

di Antonio Zoppetti

Voglio ripartire dall’incipit del libro Meglio l’italiano o l’itanglese? Linee guida sull’uso di anglicismi nella comunicazione trasparente (Mind, 2024):

La lingua è potere. Attraverso l’uso del linguaggio e la selezione delle parole è possibile controllare il destinatario, intimorirlo, porlo in uno stato di inferiorità psicologica e trasformare chi non è d’accordo in qualcuno che non ha capito.

In un proverbiale passo dei Promessi sposi, per esempio, Don Abbondio ricorreva appositamente al latinorum per occultare gli impedimenti al matrimonio, invece di spiegarli e di chiarirli come Renzo domandava. Per esercitare questo potere e questa forma di controllo, il parroco sfruttava la sua posizione superiore, per cultura e anche per il suo ruolo sociale di sacerdote, ostentando una lingua più elevata e solenne di quella di un semplice filatore di seta poco istruito. Il comunicatore che si pone in questa prospettiva “verticale” – in cui il mittente e il destinatario non sono sullo stesso piano e non ricorrono alla medesima lingua – gioca sporco, perché ha accesso a entrambi i sistemi di comunicazione, mentre il suo interlocutore è imprigionato nella sua lingua “bassa”; quando i due sistemi sono mescolati quest’ultimo non è in grado di intendere a pieno le cose: al massimo riesce a intuirle, ma non è capace di replicare. E per uscire da questa trappola Renzo non può far altro che rifiutare in blocco la lingua “alta” e incomprensibile: “Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”.

Non tutti, però, hanno la forza di ribellarsi, davanti a simili meccanismi. Molto più spesso il destinatario è docile, si arrende alla propria “ignoranza”, si convince della propria incapacità e subalternità davanti al ruolo sociale – e alla lingua – di chi ricopre una posizione dominante. E il comunicatore che è allo stesso tempo il detentore del potere lo può controllare e manipolare.

L’esercizio del potere attraverso la lingua può avvenire con il ricorso ai registri più alti o ai paroloni difficili, attraverso l’esibizione dei gerghi settoriali che arrivano solo agli specialisti, oppure attraverso una selezione manipolatoria delle parole che non tutti sono in grado di cogliere in modo consapevole. La manipolazione delle parole è essenziale per costruire la realtà in modo funzionale alle proprie visioni e ai giochi di potere che si sposano, invece che rappresentarla. E così l’invasione russa dell’Ucraina che viola il diritto internazionale (con un aggressore e un aggredito) nel caso dell’invasione del Libano da parte di Israele si trasforma in uno sconfinamento o in una serie di blitz, come si sente spesso nei telegiornali. Oppure, passando a esempi più futili, le fastidiosissime interruzioni pubblicitarie si trasformano in un più suadente e ipocrita “consigli per gli acquisti”.

Se la lingua del potere si stacca dall’italiano

Le cose si complicano quando chi esercita il potere della lingua lo fa abbandonando l’italiano e ricorrendo a un altro sistema linguistico considerato più prestigioso del proprio idioma, come appunto il latino di Don Abbondio o l’inglesorum dei giorni nostri. In questo caso è la funzione sociale dell’italiano a essere messa in discussione.

La grande differenza tra il latino e l’inglese veicolari è che il primo non era la lingua madre di nessuno, era una lingua franca un po’ astratta e artificiale che si acquisiva con lo studio e poneva tutti gli interlocutori sullo stesso livello. Il globish, al contrario, è la lingua naturale dei popoli dominanti che mediamente non studiano altre lingue e vogliono rendere la propria qualcosa di universale. E gli interessi di potere – economici, culturali, politici – che si celano sotto questo disegno sono enormi.

Quando la lingua naturale di una parte del mondo diventa una lingua “franca” impiegata per la comunicazione internazionale, inevitabilmente il suo prestigio e il suo potere acquisiscono una nuova funzione sociale, e il rischio è quello dell’alienazione linguistica che si ripercuote sul piano interno di ogni idioma.
Ciò avviene quando le classi dirigenti dei Paesi non anglofoni finiscono per sottomettersi e sposare la supremazia dell’inglese anche sul piano interno (agendo da collaborazionisti). Se le pressioni esterne dell’inglese planetario che si espande attraverso la lingua delle multinazionali, delle merci, delle interfacce informatiche, delle categorie culturali d’oltreoceano… vengono sposate e fatte proprie anche dalla classe dirigente di un Paese che preferisce l’inglese e l’inglesorum all’italiano, queste spinte si sommano e ci portano tutte nella stessa direzione travolgendo il nostro idioma. E va a finire che un sistema linguistico alieno viene salutato come qualcosa che invece ci appartiene – anche se non è affatto così – perché lo si vuole imporre a tutti.

Il punto critico si raggiunge proprio quando la lingua veicolare – l’inglese – finisce per interferire con le lingue locali riversandosi, mescolandosi e sovrapponendosi a queste. E nel caso dell’italiano questo punto di non ritorno è stato superato da un pezzo. La supremazia dell’inglese porta a due conseguenze pericolosissime: l’abbandono dell’italiano come lingua di cultura, dell’università o della ricerca in favore dell’angloamericano (langlificazione) e allo stesso tempo il ricorso a un lessico e a una terminologia che vengono importati e ripetuti direttamente in inglese, invece di tradurre, adattare o inventare nuove parole italiane, quando ci mancano (il che ci conduce a un sistema ibrido chiamato itanglese). Queste sono le due facce della stessa medaglia.

L’alienazione linguistica

Quando l’egemonia culturale dell’angloamericano, e la sua supremazia, viene riconosciuta e perseguita dai ceti sociali alti o dalle istituzioni – che si comportano come suprematisti dell’inglese – si determina una sorta di alienazione linguistica, un fenomeno che caratterizza il nostro Paese da ben prima della sua unità politica.

Come ho provato a ricostruire in K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare 2026), siamo un Paese in cui da sempre regna la diglossia, cioè la presenza di due (ma spesso anche più) sistemi linguistici che non godono dello stesso prestigio.

Nel Medioevo tutti parlavano solo nei propri volgari locali, ma a nessuno sarebbe mai venuto in mente di metterli per iscritto, perché la lingua della scrittura e della cultura era il latino che possedeva la sua precisa grammatica. Quando finalmente è nata una letteratura in volgare, e nello Stivale le opere di Dante, Boccaccio e Petrarca hanno raggiunto il prestigio che prima di loro spettava solo ai poeti latini, i primi umanisti hanno cominciato a mettere in discussione questo prestigio, e nuovamente, chi voleva essere elegante e internazionale ha ricominciato a scrivere in latino, mentre il volgare veniva disprezzato e dismesso. Successivamente il volgare è stato recuperato dall’egemonia culturale del secondo umanesimo, per esempio da Lorenzo il Magnifico che con il suo “quant’è bella giovinezza” ritornava a promuovere il suo fiorentino, che rilanciava come lingua alta per promuovere la magnificenza di Firenze, il suo potere e la sua politica illuminata.

Il modello tosco-forentino in seguito è stato diventato il canone dell’italiano, che ha avuto la meglio sugli altri volgari regrediti a dialetti, lingue inferiori da purgare ed emendare nella scrittura. E l’orgogliosa alienazione del proprio idioma naturale per inseguire la lingua “pura” e perfetta dei toscani ha contraddistinto autori come il veneto Bembo che rinunciava alla propria lingua madre per perorare il prestigio della lingua superiore delle tre corone fiorentine che faceva diventare “grammatica”, o il milanese Manzoni che sceglieva di sciacquare i cenci in Arno per ripulire e correggere la sua milanesità.

Intanto, fuori dalla letteratura, le masse si esprimevano quasi solo nel proprio dialetto e l’italiano era una lingua oligarchica e poco accessibile: solo nel Novecento l’italofonia è divenuta un fenomeno sociale naturale. Ma nel frattempo la lingua alta è diventata l’inglese, che però non ha la semplice funzione di comunicare e scambiare informazioni sul piano internazionale, si riversa sul piano interno con una nuova funzione sociale, e viene usato dai ceti alti per costruire un senso di appartenenza a un sistema culturale transnazionale superiore. In questo nuovo contesto, la funzione sociale dell’italiano si riduce a una sorta di dialetto di un mondo elitario che pensa e parla in inglese.

Se la lingua è potere, per sopravvivere dobbiamo ribellarci e contestare lo strapotere dell’anglosfera, mettere in discussione la supremazia dell’angloamericano e recuperare il senso e la funzione sociale dell’italiano e anche di tutte le altre lingue. Il plurilinguismo è una ricchezza e non un ostacolo alla lingua unica delle multinazionali e dei mercati che, invece di riconoscere il valore sociale delle altre culture, hanno tutta la convenienza a creare un pubblico di consumatori globalizzato, omologato e intercambiabile.

Senza una rivoluzione culturale che metta in discussione allo stesso tempo il globish e l’inglesorum, il nostro destino è segnato, e finiremo con l’essere inglobati in un sistema di lingua e potere che non ci appartiene – checché ne dicano i suprematisti dell’inglese – e che ci schiaccerà.

#alienazioneLinguistica #anglificazione #diglossia #globalese #globalizzazione #globalizzazioneLinguistica #globish #itanglese #linguaItaliana

Il nome della cosa: l’inglese padronale che fa piazza pulita dell’italiano

Di Antonio Zoppetti

Puttanopoli è un neologismo (registrato da tempo persino dalla Treccani) che designa gli innumerevoli scandali legati alla prostituzione – di solito milanese – che di tanto in tanto accendono le cronache dei giornali. È un’espressione giornalistica che – come tante altre – ricalca la fortunata coniazione di “tangentopoli” all’epoca di mani pulite, per indicare la città delle tangenti. Successivamente il suffisso -poli si è staccato dal suo etimo greco (polis = città) per diventare il sinonimo di “scandalo” in neoconiazioni come calciopoli, vallettopoli, affittopoli, mazzettopoli e chi più ne ha più ne metta. Un simile slittamento di significato ha riguardato anche le neoconiazioni basate sull’inglese, visto che dopo il Watergate degli anni Settanta – ma il Watergate era solo un complesso edilizio – per analogia si è cominciato a parlare per esempio di Irangate o, in Italia, di Rubygate, per ritornare alla prostituzione (la minorenne Ruby Rubacuori spacciata per nipote di Mubarak). Ma sui giornali “prostituta” cede il posto a escort, un concetto ben più di lusso e ben più nobile.

Le puttane sono quelle che si trovano per strada, che vanno bene per i plebei o i camonisti, le escort hanno altre tariffe e prestazioni superiori. “Sì, sono puttana” – diceva Vassilissa nel film Mediterraneo – per qualificare senza vergogna la sua antica professione. Ma oggi una parola antica come “puttana” – che nella Divina Commedia compare per ben tre volte, insieme a puttaneggiar – è solo un insulto che è arrivato fino in Russia, mentre escort è una professione, anche se ai limiti della legalità, e per sdoganare questo aspetto oramai si parla di sex worker. Il nome della cosa, se è in inglese, contiene un’edulcorazione che conferisce una ben diversa dignità.

Fatturage, Rolexage, Chiavage… la morfologia inglese divenuta un modello

L’ultimo scandalo milanese – visto che Milano è la capitale dell’itanglese – ha fatto discutere anche per il lessico impiegato dagli organizzatori coinvolti nella vicenda. Come ha riassunto Massimo Gramellini (“Ma che Posrchage”, Corriere della Sera, 24/4/26): “Il pr milanese che si fa chiamare Fatturage ha sintetizzato la sua visione del mondo in un’addizione: Rolexage + Porschage = Chiavage”.

Ad andarci giù duro con questo lessico, il giorno dopo, è arrivato anche un editoriale di Marco Travaglio intitolato “Arrestation Week” (Il Fatto Quotidiano, 25/4/26) che scrive:

“Non sappiamo quanti reati celi l’ultima Puttanopoli alla milanese (…). Ma già sappiamo che il delitto più imperdonabile è il vocabolario: il signor ‘Fatturage’, il ‘superprivé’ per ‘clienti con business’ e l’ingresso ‘plebeo’ per sfigati, il ‘Rolexage più Porschage’ (da Porsche, non da porco), il ‘Chiavage’ del ‘pacchetto all inclusive’ per il dopo-‘tavolage’ in hotel, allietato da ragazze, euforizzato da palloncini di protossido di azoto (detto forse ‘gasage’) per chi ha in tasca almeno ‘6 kappage’ (6mila euro). La prostituzione è il mestiere più antico del mondo, ma solo a Milano può accompagnarsi a un lessico simile. È la caricatura del bauscia e del ganassa 2.0, l’evoluzione del provincialotto meneghino che ha fatto i soldi ma non sa cos’è lo stile…”

E la conclusione è che questa gente andrebbe arrestata soprattutto per come parla: “In manettage.”

Puttanieri e giornalisti

Non so, tuttavia, se giornalisti come Travaglio si rendano conto di come scrivono – loro stessi e l’intera categoria –, forse anche loro dovrebbero essere fermati, se non arrestati. “Sono tutti in call – scrive Travaglio a proposito di Puttanopoli – : brainstormano, warmingano e brandizzano che è un piacere nelle rispettive location. Tutti ceo, founder, creator, stylist e merchandiser di nonsisaché.”

Eppure questa lingua non è un gergo che appartiene solo ai figli di Nando Mericoni (e dell’alberto-sordità di Un americano a Roma), è anche la lingua degli imprenditori, dei giornalisti e della nostra nuova intera classe dirigente. Se il Fatturage e il Rolexage ostentano l’ironia, insieme alla cafonaggine, la lingua dei giornali segue lo stesso schema ma in modo serio, per elevarsi sul popolino attraverso l’inglese con modalità del tutto identiche (e talvolta altrettanto ridicole e cafone). E così oggi, sul Corriere, il carburante diventa “fuel”, strillato a caratteri cubitali dai titoloni, ma la stessa scelta si ritrova sulle altre testate giornalistiche.

Il carburante è roba da plebei – come l’italiano –, i ceo delle compagnie aeree hanno a che fare con il fuel che un tempo si trovava solo nei videogiochi (o videogames per chi si vuole elevare sfoggiando la lingua dei padroni) ma adesso viene spacciata come una parola “comune” e normale, come se fosse più tecnica, moderna o internazionale… in attesa che qualche suprematista dell’inglese imbecille ci spieghi che il fuel – o il jet fuel – non è proprio come il nostro vecchio e generico “carburante”, ha quel qualcosa in più, quella sfumatura intraducibile che è poi la stessa che differenzia un’escort da una puttana.

Davanti all’anglicizzazione selvaggia che arriva dai ceti dominanti – poco importa che siano i nuovi puttanieri o i nuovi giornalisti 2.0 – colpiscono anche le riflessioni di Mattia Feltri, che davanti alle parole italiane che diventano desuete, e davanti alle nuove parole in inglese come feedback e spoiler, o di derivazione inglese come “brandizzare” e “bypassare” (poverino, Mattia, non capisce la differenza tra una parola italianizzata come “brandizzare” e una parola ibrida come “bypassare” che non si legge né scrive all’italiana) è rimasto ai tempi del “purismo”.

E come in un temino delle medie – peccato che sia un editoriale de La Stampa (“Imperocché” 14/4/26, che mi ha segnalato Marco Zomer) – conclude citando (a sproposito) Leopardi che scriveva ancora “imperoché” con la scoperta (dell’acqua calda) per cui le lingue cambiano da sempre. Grande intellettuale Mattia, chissà se un giorno arriverà a capire – o perlomeno a chiedersi – come la lingua italiana sta cambiando, e a rendersi conto che se una lingua si evolve importando esclusivamente dall’inglese è destinata a esserne schiacciata e a morire. Un conto è abbandonare imperocché in nome di un’altra parola italiana come poiché, un conto è abbandonare “puttana” o “carburante” per passare a un’altra lingua. Lo capisce persino un bambino. E basterebbe leggere Leopardi per sapere come la pensava in proposito, invece di scrivere pensierini a vanvera.

La newlingua dei padroni

Naturalmente ci sono anche giornalisti di altro stampo che comprendono perfettamente le ripercussioni dello scrivere sostituendo il nome della cosa italiana con l’inglese. Per esempio Gian Carlo Bussetti, che mi ha segnalato il pezzo di Travaglio ma anche una pagina di un libro delizioso che riflette proprio sulla nuova lingua padronale di Elkann.

Si intitola L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica (Einaudi, 2026) e l’autore è un giornalista della Stampa, Niccolò Zancan, che riflette sulla dignità e la nostalgia dei quattromila operai di Mirafiori in cassa d’integrazione da vent’anni. È a loro che si rivolge in itanglese Elkann, presidente di Stellantis. “Perfetto esempio di una lingua eticamente sciolta da ogni dovere di comprensibilità – commenta Bussetti –, familiare solo alla cerchia superiore e padronale, con morfologia, lessico, grammatica e (temo) anche pronuncia di un nuovo italiano, una nuova lingua prestigiosa, parlata dagli esperti, che esclude e discrimina la massa del popolo, che dovrà accontentarsi di comunicare ed esprimersi in un nuovo ‘dialetto’, quello che un tempo chiamavamo ‘italiano'”.

Riporto il passo di Zancan:

“Devi sapere questo.
Quello che una volta chiamavamo il caposquadra adesso è il supervisor.
Mentre il nostro vecchio capoturno da qualche anno deve essere chiamato lo shift manager. Persino gli operai non sono mica più gli operai, noi siamo addetti di linea.
E quando un addetto di linea ha un problema, deve parlarne alle HR.
Human Resources. Questo è il nome del vecchio ufficio personale.
Per i motivi che ho appena elencato, l’altro giorno, quando ci è arrivato il video sull’Hub di Stellantis, nessuno ha avuto chissà quale turbamento, ne riceviamo tanti di questi video promozionali in inglese. Sono video registrati, nei quali l’ingegner Elkann parla ai dipendenti di tutto il mondo. (…) Poi ha detto: ‘Vogliamo migliorare i decision making e l’execution. Vogliamo migliorare il rapporto di fiducia con i nostri stakeholder.” (par. “Le parole, le cose”, p. 63).

Magari l’itanglese fosse un gergo ridicolo dei puttanieri della movida milanese, caro Travaglio.

Magari le parole italiane desuete fossero sostituite da parole italiane nuove, invece che da parole inglesi, caro Mattia Feltri.

La verità è che la lingua anglicizzata del Duemila è anche la vostra lingua, che imponete a tutti in modo ben più grave e consistente del semplice ironico e gergale fatturage.

PS
Per chi vuole riflettere sulla nostra anglicizzazione da un punto di vista storico, per chi vuole sapere cosa pensava Leopardi sulla questione dei forestierismi che “imbarbariscono” la lingua se non sono italianizzati (alla faccia di Feltri), e per chi vuole pesare l’attuale interferenza dell’inglese in un confronto con quella storica del francese, e prima ancora dello spagnolo o del latino… segnalo che il libro K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare 2026), è finalmente uscito anche nella versione digitale che costa ancora meno.

E per chi vuole leggere qualcosa senza spendere neanche un soldo, segnalo che il lavoro è stato indicizzato anche da Google Libri, che permette la consultazione gratuita di molte pagine.

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L'italiano rischia di diventare un "dialetto"? La Crusca lancia l'allarme
L'Accademia della Crusca ha rotto un lungo silenzio. Con un intervento pubblicato sul sito ufficiale dell'istituzione come "Tema del mese", il presidente Paolo D'Achille ha sollevato una questione che linguisti e appassionati della lingua dibattono da anni, ma che raramente trova spazio nel...
https://italofonia.info/litaliano-rischia-di-diventare-un-dialetto-la-crusca-lancia-lallarme/
#Accademia della Crusca #itanglese

Le fratture sociali causate dall’inglese e dagli anglicismi

Di Antonio Zoppetti

Fermiamoci un momento ad analizzare l’attuale situazione storica.
Il mio antivirus lancia l’allarme per il Ghostpairing e, contemporaneamente, la mia banca mi mette in guardia contro lo Smishing e il Vishing. Dal suo Dataroom, la Gabanelli ci spiega attraverso il concetto di Fake come i volti noti vengono usati per le truffe. Il servizio nazionale di allarme pubblico italiano per l’informazione diretta alla popolazione si chiama IT-alert. L’Inps si rivolge ai cittadini parlando del Data breach — come fosse la cosa più naturale del mondo – al posto di violazione dei dati

L’elenco di questo genere di anglicismi è infinito. Lo stillicidio è quotidiano e inarginabile. Il flusso anglicizzante calato dall’alto che fa piazza pulita dell’italiano è uno tsunami. Davanti a questi modelli di comunicazione che arrivano dalle istituzioni, dai giornali, dalla tecnologia… l’impressione è di vivere in una colonia anglofona, come se fossimo una provincia angloamericana in cui, giorno dopo giorno, attraverso la sostituzione linguistica si fa regredire l’italiano a lingua bassa del popolino per favorire quella dei popoli dominanti.

L’imposizione dell’inglese – spesso incomprensibile ai più – ha la meglio non solo sull’italiano, ma anche sulla trasparenza, persino quando dovrebbe proteggere i cittadini e la chiarezza dovrebbe essere prioritaria. In questo modo, il pericolo delle intrusioni nei sistemi di messaggistica è il Ghostpairing – che forse in molti non sanno nemmeno pronunciare – mentre al posto di sensibilizzarci sui rischi di messaggini e telefonate ingannevoli ci propinano parole che non evocano altro che suoni astrusi che non possono che generare confusione e smarrimento, come lo Smishing e il Vishing.

Fino all’Ottocento, le parole straniere che arrivavano dalla scienza e dalla tecnologia si coniavano, e quando arrivavano da altre lingue si traducevano, o perlomeno si adattavano. Leopardi avrebbe addirittura voluto raccogliere in un dizionario quelli che chiamava gli “europeismi”, cioè le voci comuni a tutte le lingue, adattate in ogni idioma a partire da una stessa radice comune (per esempio genio, sentimentale, analisi, dispotismo…). E così le voci straniere “si dissolvevano, fondevano, assimilavano per virtù del calore organico del nostro linguaggio” per citare le parole di inizio Novecento del grammatico Alfredo Panzini alle prese con la compilazione di un Dizionario moderno (1905).

Oggi stiamo andando nella direzione opposta: è l’italiano a dissolversi davanti al calore organico dell’inglese: e così sui giornali si parla di remigration (direttamente in inglese) invece di remigrazione, nel mondo del lavoro si ricorre a mission, vision e competitor, al posto di missione, visione e competitore, un luogo o un posto sono location, e analizzando le frequenze di certi anglicismi è significativo che la parola runner abbia da poco superato quella dell’italiano corridore (affermata almeno a partire dal Quattrocento). Certo, se la comparazione includesse anche il plurale “corridori” (visto che runner è invariabile) l’italiano sarebbe ancora al primo posto, ma comunque questo “sorpasso” è piuttosto significativo per riflettere su dove stiamo “correndo”.

Come sapeva bene anche Panzini, le scelte dei giornalisti pesano moltissimo nel contribuire a questa regressione dell’italiano: “Molte volte, anzi, ho pensato quale enorme forza di penetrazione abbia una parola straniera, posta ad esempio per titolo di uno scritto, stampata a migliaia di copie, letta da più migliaia di nostri lettori!” E davanti all’accettazione di certi forestierismi l’autore riconosceva che è spesso “inutile opporsi all’accettazione tanto dei così detti barbarismi e gallicismi come delle nude voci straniere, giacchè la loro forza è maggiore” rispetto alle parole italiane dal “senso plebeo”.

“Ma qui, come italiano – precisava – non posso nascondere che ciò porge la brutta immagine di una servitù, ricercata e volontaria” e che i tecnici “nei loro scritti si direbbe che dimentichino come esista un dovere, oltre che verso la scienza, anche verso il patrio idioma”. E davanti all’accumularsi di simili voci chiosava: “«Ma – domanderà alcuno – accogliendo e barbarismi e anche le voci prettamente straniere, entro quali limiti ci comporteremo?». Questo io non so, nè mi sembra che alcun areopago di grammatici possa ciò stabilire.”

Finita l’epoca del francese come stilema di modernizzazione del nostro idioma, è oggi l’inglese a trainare questo processo di “svecchiamento”, ma se paragoniamo la secolare interferenza della lingua di Molière all’attuale esplosiva e incontenibile interferenza dell’inglese non c’è paragone. Qualunque limite di buon senso è ormai stato di gran lunga superato da un pezzo.

Fratture sociali e barriere generazionali

Le fasce alte e la nuova egemonia culturale se ne infischiano dell’italiano, e le riflessioni di Panzini sono più che mai attuali anche oggi: “Si direbbe che il poter giungere al buon uso di una parola non italiana rappresenti una conquista di intellettualità! Vi sono poi alcuni che in questa predilezione del suono straniero sono di una spietata sincerità: non si nascondono, ma credono anzi di operare a fine di bene e di affrettare per tale mezzo l’avvento di un linguaggio unico, universale”.

È esattamente quello che avviene oggi con il globish: i suprematisti dell’inglese che confondono l’essere internazionali con la nostra americanizzazione – invece di difendere il valore del plurilinguismo – non si nascondono; promuovono l’angloamercano come una lingua unica e universale, ma è solo la lingua di classe dei popoli dominanti fatta nostra da una classe dirigente provinciale e servile. Come aveva ben compreso Arrigo Castellani nel suo “Morbus Anglicus”, la principale differenza con la moda del francese – a parte i numeri – stava nel fatto che i francesismi facevano presa tra le élite, mentre gli anglicismi sono un fenomeno di massa e di ben altra portata.

E così la dittatura dell’inglese che diviene la lingua delle università e della ricerca a scapito delle lingue locali, sul piano lessicale si declina in una lingua ibridata ad alto tasso di anglicizzazione, un itanglese elevato a stilema comunicativo superiore, che crea fratture sociali e porta a barriere generazionali, mandando in frantumi l’italiano unitario che si è affermato come fenomeno compiuto solo nel Novecento.

Il punto non è quello di volere ingessare l’italiano storico in un modello “puro” e “immutabile” come nell’ottica dei puristi del passato. Tutto il contrario: se l’italiano non si sa rinnovare e creare i suoi neologismi in grado di esprimere la realtà che cambia – visto che tutto ciò che è nuovo si esprime in inglese – la nostra lingua ne risulta mutilata, incapace di evolversi e di aprirsi alla modernità. E questo fenomeno non si può liquidare come una questione puramente linguistica, è un fenomeno sociale da affrontare con punti di vista e prospettive più ampie di quelle dei tecnicismi linguistici, che appaiono spesso piuttosto miopi.

Nella nostra attuale società i centri di irradiazione della lingua hanno scelto l’inglese. E questo non è più un fatto solo culturale, ma una politica culturale in via di istituzionalizzazione.

I suprematisti dell’inglese anglicizzano e diffondono gli anglicismi agendo da collaborazionisti della dittatura dell’inglese. Costoro costituiscono la fascia alta della nostra egemonia culturale, quella che ha nelle mani il destino di una lingua e che la forgia. I tecnologi, i manager, gli esperti di marketing, gli informatici, gli scienziati, i rettori universitari, i pubblicitari, i giornalisti… considerano il ricorso all’anglicismo un segno di prestigio e di internazionalismo e ne fanno un tratto sociodistintivo che però non viene esibito come gergo degli addetti ai lavori, confinato in quegli ambiti tecnici. Questo gergo diventa la lingua con cui rivolgersi a tutti, il modello da esibire e affermare su un italiano di cui fondamentalmente ci si vergogna. Sotto questi stilemi c’è l’idea di fondo di fare dell’inglese qualcosa di “universale”, il che è una scelta estetica e politica che si vuole realizzare e perseguire, non certo una realtà, visto che dalle statistiche risulta che è conosciuto da una minoranza dell’umanità, degli europei e degli italiani.

Sotto la lingua minoritaria delle élite, spacciata come il nuovo “italiano” modernizzato, c’è quella ben più ampia delle masse, che include le fasce medie, gli anziani, e il popolino. Poco importa che tra queste fasce l’inglese sia percepito con un certo fastidio e che il più delle volte risulti incomprensibile o impronunciabile. Anche se qualcuno ci vorrebbe far credere che la lingua si evolverebbe dal basso, il popolo è da sempre carne da macello, e i suprematisti dell’inglese, invece che puntare a raggiungerlo, puntano a educarlo, ad anglicizzarlo e in fin dei conti a imporre a tutti la propria lingua sradicando quella delle masse “ignoranti”, in un nuovo paradigma dove tutto ciò che non è inglese è fuori dalla cultura alta.

Questa visione non è solo un vezzo deprecabile come ai tempi di Panzini, è diventata un progetto politico con cui si formano le nuove generazioni. Se un tempo era fondamentale conoscere una seconda lingua, oggi c’è solo l’inglese, che è diventato un obbligo – invece che una scelta – a partire dalle elementari, e il disegno politico di creare le nuove generazioni bilingui a base inglese ha come conseguenza il far tabula rasa del plurilinguismo e anche dell’italiano. Se fino a qualche decennio fa, l’esibizione dell’italiano e la sua padronanza erano qualcosa di prestigioso che si otteneva con lo studio, oggi il nostro idioma ha perso la sua centralità a partire dalla scuola, dove sembra più importante sapere l’inglese. E l’italiano – come un dialetto – si riduce a una lingua istintiva che si apprende sin dalla nascita, un sistema di comunicazione naturale che si pratica a orecchio, invece che studiarlo sui libri. In questo contesto ha poco senso scandalizzarsi per il nuovo italiano “substandard” e l’avvento di una “lingua selvaggia come fanno certi linguisti. Queste sono le conseguenze della nostra politica culturale e dell’americanizzazione della scuola che porta inevitabilmente ad abbassare il nostro livello culturale, come appunto negli Usa.

E così anche il linguaggio giovanile – finita l’epoca dei “matusa”, del “cioè, cazzo”, dei “paninari” e dell’italiano – si rinnova attraverso parole come “chill” e “cringe”, e i ragazzi che “dissano” e “ghostano” sui “social” non le percepiscono come qualcosa di “straniero”. Sono l’unico modo che conoscono per esprimere la modernità perché sono nati, cresciuti e formati a questo modo, come se esprimersi in inglese o italiano avesse poca importanza.

Più che stupirci di queste cose, dovremmo prendere atto che non sono solo la conseguenza dell’espansione delle multinazionali d’oltreoceano, dei film dai titoli intradotti, dei videogames, delle piattaforme informatiche… ma anche delle politiche linguistiche dell’Europa e dell’Italia. I giovani sono figli del progetto Erasmus, nato per favorire lo scambio linguistico tra le lingue europee ma diventato un cavallo di Troia per imporre l’inglese e solo quello.
Il loro gradimento per l’inglese è altissimo e inconsapevole, e non c’è differenza tra parole come chat e computer e le altre parole italiane. I gerghi giovanili sono da sempre caratterizzati dal fatto di essere passeggeri. Le nuove generazioni forgiano un lessico nuovo anche per distinguersi dal mondo degli “adulti”, e molto spesso le parole che caratterizzano una generazione sono abbandonate dalle generazioni successive, che ne inventano di nuove proprio per distaccarsi dalle vecchie.

Quello su cui dovremmo riflettere è che il ricorso all’inglese è ormai il nuovo stilema che accomuna tutte le generazioni. Poco importa se i giovani del futuro dismetteranno parole come “chill” o “cringe”, perché a rimpiazzarle non ci saranno parole italiane ma altre parole inglesi. E quando la lingua anglicizzata delle nuove generazioni si salda con quella altrettanto anglicizzata delle egemonie culturali, per l’italiano non c’è futuro. Roba da vecchi e da boomer, che dal nuovo “italiano” sono esclusi.

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Mangiano solo cibi con ingredienti 100℅ italiani ma poi infarciscono tutto con l'itanglese
#itanglese @itanglese

L’allarme della Crusca: l’italiano è a rischio, bisogna fare qualcosa

Di Antonio Zoppetti

Il “Tema del mese” dell’Accademia della Crusca lancia un segnale di allarme chiaro e importante, a proposito del futuro dell’italiano davanti all’inglese globale. Lo fa attraverso un pezzo del suo presidente, Paolo D’Achille, che ha ripreso un discorso già pronunciato all’Università di Ferrara. Dietro un titolo apparentemente innocente, “L’italiano tra passato, presente e futuro”, la preoccupazione per il destino della nostra lingua esplode proprio dopo una bella disamina storica di come la nostra lingua si sia affermata (e mi fa piacere constatare che emerga la stessa tesi che ho sostenuto nel mio libro K e spada).

La novità di questa presa di posizione è una frase che sembra segnare un cambio di rotta rispetto alla filosofia del non-interventismo che caratterizza l’atteggiamento prevalente dei linguisti italiani: “Perché si possa parlare di un italiano del futuro, bisogna fare qualcosa al più presto”, altrimenti l’italiano rischia di diventare un dialetto, e cioè una lingua parlata, usata per la comunicazione informale, per l’alfabetizzazione primaria, anche per la letteratura, ma che corre il pericolo di essere abbandonata come lingua di cultura, dell’università o della ricerca.

Dialettizzazione: cosa significa concretamente?

Per comprendere meglio cosa si intende con “dialettizzazione di una lingua”, bisogna partire dal concetto di “diglossia”, cioè la presenza su un territorio di due idiomi che non godono del medesimo prestigio sociale. Nel Medioevo, la lingua di cultura – della scrittura e della conoscenza – era il latino, anche se le masse quasi del tutto analfabete parlavano nel proprio volgare (la lingua “bassa”). Con il tempo, i volgari sono stati finalmente impiegati prima per far poesia, e poi hanno conquistato – a scapito del latino – sempre più ambiti, come la scienza, le riviste e i giornali, la scuola… E per il suo prestigio letterario, oltre che per ragioni sociali più complesse, il tosco-fiorentino è divenuto la nuova lingua “alta” e “nazionale”, mentre gli altri volgari sono precipitati allo stadio di dialetti, lingue inferiori, anche se vive, adatte alla comunicazione quotidiana, ma considerate di serie B anche quando davano vita a una letteratura vernacolare parallela a quella italiana.
Successivamente, quando la lingua internazionale della cultura divenne quella di Molière, c’era chi preferiva scrivere direttamente in francese, a proposito di diglossia; e quando Napoleone unificò l’Italia (nonostante abbia riesumato e potenziato l’Accademia della Crusca che era stata precedentemente soppressa) abbiamo rischiato che venisse ufficializzato come lingua delle leggi, dei tribunali, delle amministrazioni e persino della scuola, anche se questa breve parentesi durata meno di un decennio è stata spazzata via dalla Restaurazione.

Nell’epoca del globish e di una nostra più ampia americanizzazione sociale, culturale, economica e politica, è invece l’inglese la lingua internazionale. Se nel Settecento Casanova ha pubblicato la sua autobiografia in francese perché era una lingua “più diffusa” della sua (e lo stesso fece Goldoni), oggi un ricercatore tende a pubblicare in inglese per essere “internazionale”, per essere letto e preso in considerazione. Ma se la lingua delle università di maggior prestigio diviene l’inglese, nel giro di pochi lustri questa diventerà una prassi e dunque una necessità anche sul piano interno — come nota D’Achille, — e non solo su quello sovranazionale. In un contesto del genere, perché mai si dovrebbe pubblicare, studiare o fare una tesi in italiano?

Il rischio della dialettizzazione dell’italiano circola da tempo, si ritrova in certe affermazioni di Gian Luigi Beccaria o di Luca Serianni (che ho già riportato in passato), di Marco Biffi o di Jurgen Trabant che parla esplicitamente di una nuova “diglossia neomedievale”, dove l’inglese ha preso il posto del latino. L’affermazione di D’Achille – “bisogna fare qualcosa” – è un bel passo in più, anche se non entra nel come si potrebbe agire e nel cosa occorrerebbe fare. La speranza è che dopo l’allarme e l’auspicio di essere più creativi (“bisogna tornare a inventare” invece di importare solo dall’inglese), arrivi anche la parte construens, cioè una proposta politica.

Dialettizzazione e ibridazione: le due facce della stessa medaglia

Se l’inglese diventa la lingua alta della cultura, l’italiano si configura inevitabilmente come lingua più “bassa”, il che non comporta solo il rischio della dialettizzazione del nostro idioma, ma anche quello dell’anglicizzazione, della sua ibridazione, in altre parole di una trasformazione dell’italiano storico in una newlingua chiamata itanglese che si sta imponendo come uno stilema linguistico superiore.

Davanti a questo fenomeno, D’Achille appare più infastidito che preoccupato, ma su questo punto faccio più fatica a seguirlo. Si dichiara per esempio “disturbato” dallo “slittamento semantico di alcuni termini italiani, come conferenza nel senso di convegno o cortesia per concessione”, eppure questo fenomeno non è nuovo (all’epoca del francese queste cose erano altrettanto frequenti); anche se è inappropriato o stucchevole, rimane confinato nelle regole fonologiche e ortografiche che caratterizzano l’italiano storico, non le spezza come nel caso degli anglicismi crudi (per esempio quando parliamo direttamente di meeting).
La diffusione di realizzare nel senso di comprendere, o di visionario nel senso di lungimirante, può suscitare resistenze di tipo puristico, ma non è questo che può mandare in frantumi il sistema dell’italiano e la sua indole. Anche la preoccupazione per le sigle che vengono ripetute con l’ordine sintattico inglese – AI invece di IA – non riguarda qualcosa di nuovo, e a mio avviso va letta in una prospettiva più ampia dei singoli casi esemplificati. Gli USA (un tempo in italiano circolava anche SUA = Stati Uniti d’America) in Spagnolo sono EE. UU, mentre l’AIDS è SIDA in tutte le lingue romanze (lo ha ricordato proprio D’Achille in altre occasioni), ma anche gli ufo sono ovni (Oggetti Volanti Non Identificati), e il Dna è detto Adn. L’attenzione, insomma, più che per le singole sigle (fosse solo questo il nostro problema!) andrebbe spostata su quello che c’è sotto queste scelte. La maggior frequenza di AI – talvolta anche pronunciata all’americana, ma lo stesso si verifica sempre più spesso con la pronuncia di USA – va inquadrata nel nostro vezzo di ripetere l’angloamericano che si sta trasformando in una regola, dunque in un modello linguistico a cui i singoli casi si adeguano. Il pericolo sta qui: l’inglese è il canone più prestigioso e per questo lo si ostenta in un abbandono dell’italiano. Lo stesso fenomeno non riguarda solo le sigle, ma il nostro intero vocabolario che si intasa di parole in inglese crude che a loro volta si allargano e portano l’italiano verso un “processo di destandardizzazione che segna inevitabilmente la morte di una lingua, che è già avvenuto per il latino nell’età del basso impero”, come riconosce D’Achille.

E allora, è la supremazia dell’inglese che porta alla regressione dell’italiano: sul piano internazionale i suprematisti dell’inglese lo scelgono come lingua di cultura, della scienza e dell’università, mentre su quello interno lo ostentato attraverso infinite espressioni inglesi infilate nell’italiano con sempre maggior disinvoltura. Queste sono le due facce della stessa medaglia, non si possono separare.

Se si vuole intervenire, bisogna agire a monte, e dare vita a un movimento culturale che promuova e rilanci l’italiano come lingua alta da contrapporre all’attuale egemonia anglomane. Occorrerebbe sancire il diritto allo studio e alla ricerca nella nostra lingua, invece di istituzionalizzare l’inglese con i soldi pubblici. E davanti agli anglicismi sarebbe ora di stigmatizzarli visto che sono spesso poco trasparenti e discriminano i cittadini, oltre la nostra lingua; esattamente come si stigmatizzano le parole sessiste, politicamente scorrette e non inclusive. Solo con un simile cambio di paradigma potremo uscire dal rischio dialetto e, allo stesso tempo, dall’itanglese. Sul piano politico, intanto, è necessario incentivare lo studio e la ricerca in italiano invece che investire sulla promozione dell’inglese, e anche finirla di tollerare parole inglesi nel linguaggio istituzionale, visto che costituisce un modello che inevitabilmente si propaga nella società. Come? Questo è l’oggetto della discussione che si deve porre sul tavolo, a partire dai giornali, oltre che con una riflessione politica.

L’eco mediatica dell’allarme di D’Achille

L’allarme del presidente della Crusca, oltre che in Rete (segnalo per esempio il pezzo di Penna blu), è stato ripreso da tutti i giornali: La Stampa, ADN Kronos, Il Giornale, Il Fatto quotidiano… ed è finito persino su quelli britannici, soprattutto quando Nick Squiles, su The Telegraph, lo ha ripreso dopo aver intervistato Paolo D’Achille, e anche me, in un pezzo che è poi rimbalzato su The Sunday Telegraph, o sul Daily Star, il che dimostra come la questione sia sentita e che, quando la Crusca prende posizione, le sue parole pesano.

Nelle dichiarazioni al Telegraph D’Achille ha aggiunto qualche importante precisazione: è vero che l’anglicizzazione riguarda tante lingue, oltre alla nostra, “ma l’italiano è particolarmente vulnerabile alle incursioni linguistiche poiché si tratta di una lingua di origine relativamente recente (…). Le sue radici non sono così profonde come quelle di altre lingue come il francese o l’inglese”, visto che è diventato un fenomeno di massa solo nel Novecento, per tornare all’importanza di inquadrare il fenomeno nella sua dimensione storica.

Nel pezzo sul quotidiano britannico, colpisce poi la sottile ironia con cui Nick Squiles riporta una serie di pseudoanglicismi che è costretto a spiegare ai suoi concittadini: “Un box non è qualcosa fatto di cartone, ma un posto auto”, mentre “un rider non ha nulla a che vedere con i cavalli: in italiano la parola indica un lavoratore sottopagato che consegna cibo da asporto in bicicletta o in motorino”. Cioè un fattorino, come si sarebbe detto prima che questa parola fosse abbandonata in favore di “pony express” che oggi cede il posto a rider.

Nella conversazione telefonica che abbiamo avuto, il giornalista sembrava allo stesso tempo stupito e divertito dal fatto che da noi “i canali sportivi riportano gli ultimi risultati del basket, intendendo il basketball, invece di scegliere la parola italiana ‘pallacanestro’”, così come dal fatto che sui mezzi di informazione la parola pusher prevale su “spacciatore” e via dicendo. “Le tribù moderne – scrive Squiles – spaziano dai foodies agli hipster e agli influencer. Twitter ora si chiama X, ma gli italiani continuano a dire che vogliono twittare un post sulle piattaforme sociali [NOTA: in inglese social media platforms, anche se noi parliamo in modo patetico di social]. Dopodiché, potrebbe essere il momento di whatsappare un amico.”

E alla domanda: “Ma perché?” – con un certo imbarazzo – ho provato a rispondergli con quello che è diventato il titoletto di chiusura del pezzo: “L’anglomania compulsiva” (“Compulsive Anglomania”) che si traduce nell’attuale tsunami degli anglicismi (“Tsunami of Anglicisms”).

Davanti a tutto ciò, non si può che concordare con D’Achille: bisogna intervenire, perché se ci lamentiamo limitandoci a guardare e a descrivere, il futuro dell’italiano sembra segnato. Per riprendere il paragrafo di un libro scritto ormai dieci anni fa (il Diciamolo in italiano da cui questo sito è scaturito), è necessario passare “dai lamenti all’azione”, e se dopo il riconoscimento del pericolo (che personalmente grido da allora) non si ragiona concretamente sulle azioni da mettere in campo e su una soluzione politica, siamo fritti.

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L’italiano, lingua dei villani, e l’inglese, lingua dei potenti e dei “No Kings”

Di Antonio Zoppetti

Ho visto un King
Sa l’ha vist cus’e’?
Ho visto un King, un re!
Ah beh, sì beh…
Ah beh, si beh…

Era il 1968 quando è uscita la canzone “Ho visto un re” che metteva alla berlina i ricchi e i potenti in favore del popolo e dei poveri anche dal punto di vista linguistico. Il testo era di Dario Fo (di cui in questi giorni si è festeggiato il centenario dalla nascita) e mescolava il dialetto milanese con l’italiano e le sue corrispondenze (un “sciur” = un ricco). A quei tempi, il fatto che l’italiano fosse la lingua di tutti era una novità, visto che sino a un paio di generazioni prima era ancora un fenomeno sociale ristretto alle classi colte, mentre le masse si esprimevano soprattutto nel proprio dialetto, come aveva per la prima volta da poco sottolineato Pier Paolo Pasolini.

Fo, che prima della sua incoronazione con il premio Nobel per la letteratura del 1997 era considerato un guitto e un sovversivo, attraverso il suo “grammelot” aveva recuperato con un’operazione colta le parlate regionali e antiche da sempre emarginate dall’italiano alto, dando spazio alla lingua del popolo in tutte le sue sfaccettature, benché fosse un espediente teatrale che metteva in scena una lingua inventata trainata dalla mimica.
Ho visto un re doveva essere cantata a Canzonissima da Jannacci – che a quell’epoca scriveva ancora canzoni in dialetto meneghino, anche se con il tempo il suo vernacolo si sarebbe sempre più italianizzato – ma fu respinta e bocciata a causa del testo “eversivo” troppo irriverente nei confronti del potere, di cui mamma Rai era la voce.

Fo era già stato censurato nel 1962 e in seguito il suo Mistero buffo fu giudicato dal Vaticano un testo “blasfemo”, per cui fu buttato fuori dai circuiti televisivi; la Rai arrivò a chiedergli dei risarcimenti di centinaia di milioni delle vecchie lire che non avrebbe mai potuto pagare, per toglierselo di torno. Anche negli Usa fu censurato e, poiché era un pericoloso “sovversivo”, fino al 1984 gli negarono ogni visto per entrare nella “patria della libertà”.

Da allora tutto è cambiato. Il dialetto milanese è oggi scomparso dalla città, fagocitato dall’italiano nazionale (anche se per fortuna altrove i dialetti resistono, seppur come codici sempre più marginali). Finita l’era del dialetto come lingua del popolo e dei poveri, oggi la nuova voce del padrone si esprime in itanglese e direttamente in inglese per i contesti alti (dalla ricerca all‘anglificazione dell’università). Ed è chi critica questo cambiamento di paradigma a passare come “eversivo”. Nella nuova egemonia culturale tutto si anglicizza, e l’italiano regredisce alla lingua del popolo, dei poveri, e dei “villani”.

Si tratta di un fenomeno sociale, prima che linguistico. E per comprenderlo ha sempre meno senso ragionare sui presunti “prestiti” come fanno certi studiosi, magari etichettandoli in modo strampalato come di lusso o di necessità. La causa dell’anglicizzazione sta nelle teste di una nuova classe dirigente composta da “suprematisti dell’inglese”: sono gli imprenditori, i comunicatori, i giornalisti, i pubblicitari, gli scienziati, gli “influencer”… coloro che hanno in mano il destino dell’italiano, perché il loro ruolo e la loro visibilità propaga anche le loro parole e la loro lingua, che diventano dei modelli seguiti dalla massa nazional popolare, come aveva ben capito Gramsci, che in questo modo si affermano nella lingua comune. Questa èlite è convinta che “siamo tutti americani” e che essere internazionali significa esprimersi nella lingua dei padroni, ripetuta in modo compulsivo a scapito di un italiano di cui ci si vergogna. E allafine, persino una parola antica come “re” diventa “king”, per fare un esempio tra migliaia.

Il movimento dei “No Kings”: l’ennesimo esempio della nostra mentalità coloniale

Nei giorni scorsi sono comparsi infiniti titoli di giornale sulle manifestazioni dei “No Kings”, esplose negli Stati Uniti per protestare contro le politiche di Trump, ma emulate anche in Europa.

“La bandiera «No Kings» – si legge sul Corriere – è un contenitore di varie cause che vanno dal combattere la presunta piega autoritaria presa dagli Usa alle proteste contro l’Ice, passando per quelle contro la guerra in Iran. La giornata del 28 marzo è stata definita ‘National Day of Nonviolent Action'”: dunque si trattava di una giornata “nazionale” e di un movimento tutto interno agli Usa, anche se è stata ripresa altrove. In questo modo a Roma si è svolto un corteo tutto nostrano ma denominato all’americana, senza traduzioni, come se fosse un’espressione che ci appartiene. Dietro queste scelte lessicali c’è una precisa visione neocoloniale di che cosa significhi essere “internazionali”: adottare il globish, la lingua naturale dei popoli dominanti e delle multinazionali. Questa visione socio-politica non è l’unica soluzione possibile, naturalmente. Per comunicare e comprendersi, in un sistema equo, democratico e rispettoso del plurilinguismo sarebbe opportuno rilanciare il sano principio di una lingua neutra che metta tutti sullo stesso piano, per esempio l’esperanto (lingua artificiale e semplicissima proprio perché non è la lingua naturale di nessuno) o l’interlingua, un latino semplificato teorizzato già da Peano e riproposto (con scarso successo) almeno sino agli anni Sessanta del secolo scorso come lingua dellacomunicazione scientifica. L’alternativa a queste proposte, che sono state schiacciate perché entravano in conflitto con l’esportazione del globish dominante, è quella di considerare il plurilinguismo un valore, invece di un ostacolo alla diffusione dell’angloamericano. Per esempio gridando “No Kings” in tutte le lingue del mondo. Questa espressione che da noi è riproposta come fosse un internazionalismo o un tecnicismo intoccabile, altrove ha assunto denominazioni diverse e locali un po’ ovunque, a partire dagli stessi Paesi anglofoni. Nel Regno Unito, per esempio, si parla di “No Tyrants” (= tiranni), visto che da loro c’è il re, la stessa soluzione adottata in molti Paesi – tra cui il Canada, la Danimarca e il Belgio – proprio per evitare confusioni con le istanze degli antimonarchici che non hanno niente a che vedere con l’anti-trumpismo. Alle Hawaii, invece, si parla dei “No Dictators”, e per essere veramente internazionali bisognerebbe smetterla di guardare solo alle “news” che provengono dagli Usa e sfogliare per esempio qualche giornale francese o spagnolo, dove si parla dei “No Kings” in riferimento al movimento nazionale statunitense, che viene invece tradotto quando è ripreso sul piano interno; dunque l’espressione inglese tra virgolette è quasi sempre affiancata alla traduzione (pas de roi, in Francia e No a los reyes in Spagna).

Se in questi Paesi si può scegliere come parlare, da noi, al contrario, regna l’alberto-sordità di Un americano a Roma: non sappiamo far altro che ripetere la lingua dei padroni che viene sovrapposta alla lingua del popolo con un lavaggio del cervello che finisce con il trasformare i cosiddetti “prestiti di lusso” in una “necessità”, visto che c’è solo l’inglese.

Passando dalla lingua al pensiero, colpisce soprattutto la cancellazione della storia, in una riconcettualizzazione all’americana che fa tabula rasa di decenni e decenni di dibattiti sull’imperialismo americano e le sue storiche nefandezze. Fino agli anni Novanta, i dibattiti tra americanisti e antiamericanisti erano spesso ideologizzati, ma esprimevano una visione esterna rispetto a quella degli Usa, che permetteva di essere critici, e di accettare ciò che arrivava di positivo prendendo le distanze dagli aspetti negativi: dal Vietnam all’appoggio alle dittature sudamericane, dal maccartismo alle ingerenze politiche in mezzo mondo, Italia compresa.

Questo atteggiamento, sanamente critico e distante dal “siamo tutti americani” con cui si è aperto il nuovo millennio, era trasversale alle ideologie politiche. Non erano solo i comunisti italiani a tacciare gli Usa di imperialismo e noecolonialismo e a puntare il dito sulla faccia triste dell’America (per citare nuovamente Jannacci). La condanna della società americana capitalista e immorale circolava negli ambienti cattolici, e passando alla Democrazia Cristiana lo stesso De Gasperi era preoccupato per le ingerenze della Casa Bianca nella nostra politica, anche se aveva dovuto allearsi con la Casa Bianca in funzione anticomunista. Anche a destra il sostegno al nostro aderire al patto atlantico conviveva con la denuncia di un’americanizzazione che stravolgeva i nostri valori storici, mentre a sinistra c’era chi denunciava le contraddizioni del condannare il capitalismo ma di accettare le merci e i valori a stelle e strisce che facevano presa sulle masse e sulla sinistra intera.
La verità è che queste “contraddizioni” sono tali solo per chi ha una visione rigida basata sul bianco o nero, sul tutto o niente, e riprendere ciò che di buono arriva dagli Usa per respingere le tantissime (e spesso sottaciute) porcherie è un modo di porsi sano.

Oggi, invece, non abbiamo più alcun pensiero nostro, e chi si aggancia ai movimenti “no Kings” sembra ignorare questi storici e vivacissimi dibattiti, perché persino la critica agli Usa si riduce a ripetere ciò che arriva dalla società civile americana.

Dovremmo però tenere presente che la svolta di Trump è il sintomo della crisi di un sistema democratico che non funziona più nei suoi contrappesi di potere. Prendersela con un presidente che si comporta come se fosse un re significa personalizzare una questione che è ben più profonda. In gioco non c’è la sostituzione di Trump con un nuovo “re buono” che rinuncia a prendersela con l’Iran, il Venezuela, Gaza, e in futuro – chissà – Cuba, la Groenlandia o il canada. Al centro delle proteste – ameno le nostre – dovrebbe esserci un pensiero in grado di ridisegnare le regole della democrazia nel nuovo millennio davanti al turbocapitalismo globale di cui Trump è la massima espressione. Ma la mobilitazione della società civile anche italiana contro l’autoritarismo, l’imperialismo e il neocolonialismo trumpiano – per chiamare le cose in italiano – si appiattisce con uno slogan in inglese che esprime le proteste nate negli Usa che non ne mettono affatto in discussione l’impianto. Ogni visione alternativa è venuta a mancare. Dopo il crollo del comunismo e la svolta di Veltroni, anche la sinistra italiana è diventata un clone di quella americana, con tanto di Partito Democratico che si avvale delle primarie. In questo quadro non dobbiamo stupirci dei jobs act, del welfare, della privacy o dei premier e dei “governatori” sovrapposti alla nostra terminologia istituzionale in cui ci sono solo i presidenti del consiglio o delle regioni. L’anglicizzazione della nostra lingua è il risultato di questo nuovo pensiero-clone, come se l’Italia fosse una provincia a stelle strisce dove il re diventa king. Quando persino la nostra società civile insegue questi modelli senza saper sviluppare un pensiero proprio, distaccato e critico, inevitabilmente anche la nostra lingua si adegua, e nel suo anglicizzarsi si avvia a diventare un dialetto di un mondo che pensa e parla seguendo gli Usa. Poco importa che il re sia “buono” e si chiami Biden o Obama o che sia cattivo come Trump (che in fin dei conti ha solo gettato la maschera). Mentre i movimenti per la pace si trasformano in quelli per la de-escalation invocata da tutti come se fosse un valore, dal punto di vista linguistico il nostro destino sembra segnato:

…e sempre in english dobbiam parlare
il plurilinguismo fa male al King
fa male al globish, fa male ai Vip
diventan tristi se non lo speak.

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Nuova alzata d'ingegno trasmessa il 7/03/2026 durante l'edizione delle 19:30 del TG3 Toscana: la bread editor!
Non ho parole...

@itanglese

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Il reato di “freezing” e il congelamento della lingua italiana

Di Antonio Zoppetti

La settimana scorsa, in Parlamento, ci sono stati duri scontri sul cosiddetto “Ddl stupri” per riformare la legge sui reati sessuali, anche se alla fine non è stato raggiunto alcun accordo e tutto si è per il momento arenato.

Dal punto di vista legislativo la questione spinosa era legata alle modalità di esprimere il consenso all’atto sessuale: deve essere “esplicito” (dunque senza un “sì” ci può essere la punibilità) o più semplicemente “riconoscibile” (dunque un’accettazione manifestata in altre modalità rispetto a quelle verbali)? Oppure è violenza solo in caso di manifesto “dissenso”?

Mentre infuriava la polemica su questo passaggio, dal punto di vista linguistico è emerso un anglicismo che ha tutte le caratteristiche per attecchire, se il dibattito tornerà in primo piano, e cioè il concetto di “freezing” che moltissimi giornali si sono immediatamente affannati a divulgare. E, come al solito, ci hanno martellato con il “nuovo reato di freezing” in modo improprio, visto che non è il “congelamento” (mentale) a essere un reato, e soprattutto questa parola non è affatto inclusa nella proposta di legge, ma ricorre solo nel dibattito in proposito.

Nel sommario della discussione avvenuta in Senato, per esempio, il freezing è stato esplicitamente utilizzato due volte, come fosse un tecnicismo ricorrente, per indicare il “blocco emotivo” davanti a un approccio sessuale inaspettato, dunque il rimanere paralizzati, impietriti, pietrificati, sbigottiti, incapaci di reagire… in altre parole un concetto antico e vecchio come il mondo – congelamento in senso letterale o lato – che però oggi si vuole esprimere in inglese come fosse una novità, in una più ampia ri-concettualizzazione delle cose in questa lingua (il “lessico del nuovismo”).

Colpisce che nella discussione sia proprio il presidente Giulia Bongiorno (lo riporto la maschile come piace a lei) a citare il “cosiddetto freezing” per indicare il “congelamento mentale” e l’impossibilità di esprimere il proprio dissenso/consenso davanti a un approccio a sorpresa. Nel 2018, infatti, quando la Bongiorno era ministro della Pubblica Amministrazione, si era espressa esplicitamente (dissenso esplicito?) contro l’eccesso di inglese nel settore su cui si riproponeva di intervenire. Ma si sa che tra il dire e il “parlare” c’è di mezzo la lingua d’oltremare… dunque da dove viene questo “freezing” che sgorga proprio dalla sua bocca?

Freezing: dalla lingua di settore a quella comune

L’espressione circola già da qualche anno in ambito legislativo, e proviene da quello psicologico. Il fatto è che se l’inglese si configura come la lingua internazionale della scienza, poi anche tutta la concettualizzazione terminologica finisce per essere importata in inglese, e dunque la paralisi o il congelamento della mente diventa freezing, ma in questo modo è la lingua italiana a essere congelata.

Come andrà a finire?

La questione degli anglicismi incipienti è molto complessa, perché quotidianamente siamo bombardati da centinaia e centinaia di parole inglesi che vengono “virgolettate” senza alcuna traduzione in ogni settore, in una sorta di gara in cui ogni addetto ai lavori privilegia le parole d’oltreoceano (vedi il “board of peace” che impazza solo in italiano, visto che francesi, spagnoli portoghesi, tedeschi… traducono il concetto nella propria lingua). Ho paragonato questo fenomeno a quello della “panspermia”, che è il modo di riprodursi delle ostriche e di molti animali che spargono migliaia e migliaia di larve nell’ambiente. La maggior parte è destinata a morire o a diventare cibo per altri animali, ma la conservazione della specie è garantita dai pochi sopravvissuti che riescono a crescere e a riprodursi. Se la strategia di riproduzione dei mammiferi si basa perlopiù su una prole dal numero molto ridotto che però viene educata e protetta dai genitori sino all’età adulta, quella delle tartarughe consiste in un gran numero di esemplari che vengono invece abbandonati, tanto qualcuno in qualche modo si salverà e potrà a sua volta riprodursi. Gli anglicismi si moltiplicano nell’italiano con questo stesso schema: vengono sparsi in tutto il mondo dall’espansione dell’inglese globale e la maggior parte è destinata a non attecchire, a rappresentare delle espressioni usa e getta che passata la contingenza svaniscono, ma un piccolo numero al contrario attecchisce, si radica e quel punto tende alla moltiplicazione: se un congelatore è freezer e la pratica di congelare gli ovuli per una maternità futura è chiamata “social freezing”, poi freezing entra nel linguaggio degli psicologi al posto di paralisi mentale, e viene ripreso da chi legifera, mentre a livello più popolare si comincia a parlare di freezare (o frizare) in sempre più ambiti e contesti anche in senso lato.

Davanti a questo fenomeno, molti linguisti ritengono che gli anglicismi siano una moda passeggera destinata a svanire o parole usa e getta dalla vita breve – dunque non rappresenterebbero un problema – ma questo punto di vista non tiene conto del fattore “panspermia” che regola con successo la riproduzione di molte specie da milioni di anni, e soprattutto l’obsolescenza è un fenomeno che non riguarda solo gli anglicismi incipienti, ma un po’ tutti i neologismi, anche quelli in italiano. Dunque tra i neologismi – inglesi e italiani – registrati della Treccani la maggior parte svaniranno (il che non significa che “tutti” i neologismi siano obsolescenti), ma tra quegli elenchi ci saranno anche le parole che attecchiranno ed entreranno nei dizionari del futuro.

Se tra queste ci sarà anche “freezing” è difficile dirlo, di sicuro la parola sta facendo il salto da tecnicismo alla lingua comune, visto che i giornali lo stanno divulgando e affermando. E tutto lascia presagire che se il dibattito politico sulla legge sulla violenza sessuale prossimamente si riaprirà con le stesse polemiche della settimana scorsa – amplificate dai titoli e dalle sintesi mediatiche – si radicherà come è avvenuto nel caso di mobbing, stalking e simili, altrimenti rimarrà una parola “congelata” nel proprio ambito psicologico da cui proviene e forse regredirà.

Certo, se davanti all’italiano smettessimo di fare le ostriche e ci comportassimo da mammiferi – come auspicava la Bongiorno quando era ministro – la nostra lingua si arricchirebbe, invece di regredire. Ma a questo punto poco importa che freezing si radichi o svanisca: in fondo è solo uno degli oltre 4000 anglicismi già radicati e registrati dai dizionari, e un anglicismo in più o in meno non fa differenza. La battaglia per la tutela del nostro patrimonio linguistico non sta nelle singole scelte lessicali – che studiano i linguisti – bensì nella nostra attuale anglomania, un terreno che andrebbe studiato da un punto di vista sociologico e in qualche caso anche psicologico.

Per evitare di frizare l’italiano occorre un cambio di paradigma: dovremmo smettere di considerare l’inglese e gli anglicismi come qualcosa di più solenne e prestigioso, dovremmo in fin dei conti smetterla di vergognarci della nostra lingua e riappropriarcene con orgogliosa gioia. Solo così, le parole inglesi, a poco a poco, regredirebbero spontaneamente e potremmo ritornare a parlare di tesserino invece di badge, di luogo invece di location, di tavola da sci invece di snowboard, di scarpe sportive invece di sneakers e via dicendo.

Purtroppo, le attuali contingenze storiche, politiche, culturali e sociali indicano che la direzione che abbiamo preso è un’altra, e anche se freezing dovesse svanire ci sarebbero altri 100 anglicismi pronti a prenderne il posto. E invece di ragionare sull’obsolescenza degli anglicismi, certi linguisti farebbero meglio a occuparsi di quella dell’italiano che davanti alla moltiplicazione dissennata delle nuove parole a base inglese, non fa altro che perdere terreno.

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