La strana idea di “italiano” che sta prendendo piede
Di Antonio Zoppetti
Che cos’è l’italiano? Si chiedeva il milanese Alessandro Manzoni nel 1821, quando era alle prese con il suo romanzo su Fermo e Lucia che, dopo anni di revisioni, sarebbe sfociato nei Promessi sposi. “Per alcuni, è quello che viene riportato dalla Crusca – si rispondeva –, per altri è ciò che viene compreso in tutta Italia o dalle classi colte: la maggior parte delle persone non associa a questa parola ad alcuna idea precisa” (cfr. A. Zoppetti, K e spada. La controversa storia dell’italiano, goWare 2026, p. 235).
Cinquant’anni prima, dalle pagine de Il Caffè, nell’attaccare i “parolai” e gli “aristotelici delle lettere, il milanese Pietro Verri aveva affermato: “Ogni parola che sia intesa da tutti gli abitanti d’Italia è secondo noi una parola italiana. (…) Qualora uno scrittore dica cose ragionevoli, interessanti, e le dica in una lingua che sia intesa da tutti gli italiani (…) quell’autore deve dirsi un buono scrittore italiano”. E poco dopo, suo fratello Alessandro Verri, nella solenne Rinunzia al vocabolario della Crusca, lanciata dallo stesso foglio, precisava che avrebbe usato anche parole turche o sclavone se “italianizzando” fossero servite a esprimere le nostre idee.
A quei tempi l’italiano era una lingua letteraria basata sul toscano che non era praticata dalle masse dialettofone. Una lingua che, per chi non era toscafono di nascita, si apprendeva con lo studio, ma i cui canoni erano controversi, al punto che i settentrionali che volevano scrivere in buon italiano non sapevano bene come farlo. La questione riguardava soprattutto il lessico, il vocabolario fatto da tante parole – troppe secondo Manzoni – che avevano le loro varianti regionali, e poi anche le parole nuove che arrivavano dalla scienza, dalla tecnica o da altre lingue come il francese… i cruscanti non le consideravano affatto “italiane” anche se erano sempre italianizzate.
Se i Verri erano interessati solo alla comprensibilità, a patto che – indipendentemente dalla sua provenienza – ogni voce fosse italianizzata, la soluzione manzoniana fu quella di abbandonare le prescrizioni della Crusca e di eleggere la lingua delle classi colte di Firenze a modello valido per tutto il Paese. La sua idea precisa di italiano, al contrario di quella dei Verri, consisteva nell’alienazione del proprio idioma istintivo lombardo da correggere e purgare in nome della superiorità del fiorentino.
Oggi l’italiano unitario (dove il toscano costituisce lo zoccolo duro del lessico) è divenuto una lingua spontanea in tutto lo Stivale, ma davanti allo tsunami delle parole inglesi che penetrano in modo crudo, invece di essere “italianizzate”, sarebbe bene riproporre la questione. Che cos’è dunque l’italiano, nel Duemila?
Se l’italiano è fatto da computer, hamburger e governance…
Fino al 1995, quando Giacomo Devoto era ancora in vita, sul dizionario Devoto-Oli le parole come computer, manager o hamburger, erano chiaramente marcate come parole “inglesi”. Negli anni Duemila, però, dopo che il vocabolario è stato completamente rivisto da Luca Serianni e Maurizio Trifone, queste (e altre) parole inglesi di alta frequenza hanno perso questa marca. Dunque, cercando nelle versioni digitali tutti gli anglicismi, non compaiono più, come se fossero appunto diventate parole “italiane”. Solo alla fine della voce, dove è specificata l’etimologia di ogni vocabolo, si legge che computer “deriva dall’inglese”, come se fosse stato italianizzato.
Questo particolare non è una pedanteria priva di conseguenze, è il segnale di una ben precisa svolta dell’idea di che cosa sia l’italiano che si ritrova persino in certe consulenze sul sito della Crusca.
A proposito della traducibilità di “governance” con “governanza”, per esempio, si legge: “La parola [governance] è di origine straniera ma è ormai divenuta italiana, quindi il problema non si pone. Ad esempio, è difficile sostenere che titoli di leggi non possano contenere le parole film, computer o sport”.
Questi tre ultimi esempi – riportati sullo stesso piano senza coglierne le profonde differenze – colpiscono, e la dicono lunga sull’idea di italiano che si sta facendo strada persino tra gli accademici. Se una parola è in uso da tempo ed è comprensibile viene considerata italiana anche se è inglese, a quanto pare. Ma si tratta di una presa di posizione confusa per cui tutto va bene. Forse per i nuovi cruscanti anche la rinuncia della Crusca di Verri sarebbe tacciata di “purismo”, visto che il concetto di “italianizzazione” sembra venuto meno.
E bisognerebbe ricordare a certi linguisti che considerare “italiane” le parole che finiscono in consonante (come bar, film, sport…) è cosa ben diversa da proclamare come italiane le altre come computer, hamburger o governance. Queste ultime non seguono affatto la norma dell’ortografia e pronuncia dell’italiano storico: in “computer” la “u” si legge “iu”, “hamburger” contiene “gher” (che ribalta la nostra “g” dolce) e “governance” segue la dizione di “performance” (spesso pronunciata in modo maccheronico con analoga anticipazione dell’accento tonico: “pèrformans” al posto di “perfòrmans” come in inglese). Ma se queste parole vengono considerate “italiane”, allora, per essere coerenti, si riscrivano le regole grammaticali del nostro idioma per normarle, come avevo già provocatoriamente fatto notare.
L’accettazione delle parole che terminano in consonante
L’idea che le parole “italiane” debbano necessariamente terminare in consonante risale al fatto che, nel passaggio dal latino ai volgari, nel toscano c’era stato questo esito, al contrario dei volgari del nord. Machiavelli (nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua) riconosceva alle parlate italiche una sostanziale continuità, anche se nel toscano le parole terminavano in vocale, pane, mentre lombardi e romagnoli dicevano pan. Ma questo vocalismo romanzo prevalente non è mai stato qualcosa di rigido e “necessario”, aveva le sue eccezioni anche a Firenze. E infatti già nella prima Grammatichetta di Leon Battista Alberti – che risale al Quattrocento – erano riportate delle eccezioni, e tra le parole fiorentine che terminavano in consonante c’erano articoli come “un” o “el” (al posto di “il”) e anche le “d” eufoniche (“ad”, “ed”).
Anche quando il tosco-fiorentino ha avuto la meglio ed è stato elevato a lingua nazionale normata – mentre gli altri volgari sono retrocessi allo stato inferiore di dialetti – l’idea di troncare le parole con la consonante finale era comunque accettata e normale soprattutto in poesia: da Dante, che parlava del “cammin” di nostra vita senza per questo snaturare il nostro idioma, al “mortal” sospiro di Manzoni, sino all’inno di Mameli (“siam” pronti alla morte). La terminazione in consonante non è mai stata un “reato”, e venendo ai giorni nostri non è certo l’accettazione di parole come film e sport (che generano derivati perfettamente italiani come filmato e sportivo) a costituire un elemento strutturale devastante. Persino durante il fascismo queste voci erano accettate e usate addirittura negli scritti di regime, benché il linguista Bruno Migliorini avrebbe voluto italianizzare in “filme” che anche Arrigo Castellani scriveva polemicamente a questo modo per lui più in sintonia con l’idea dell’italiano basato sul toscano.
L’accettazione dei vocaboli che seguono le regole dell’inglese
Proclamare italiane parole come governance, computer o hamburger è invece tutt’altra cosa: queste parole sono fuori dalla nostra ortografia e ortofonia, e il fatto che siano frequenti o comprensibili a tutti non le rende certo italiane. Rimangono “corpi estranei” al nostro sistema linguistico, come notava Arrigo Castellani nel suo “Morbus Anglicus” o comunque fuori dall’indole del nostro idioma come si diceva in passato per designare quella che oggi potremmo chiamare “identità linguistica”.
Per comprendere in modo intuitivo questo concetto, basta pensare a quando ascoltiamo qualcuno che parla in una lingua straniera che non conosciamo. Pur senza capire una parola di quel che dice, siamo comunque in grado di concludere che sta parlando in inglese, francese, spagnolo o tedesco, perché riconosciamo in modo intuitivo e spontaneo la sonorità che caratterizza questi idiomi, la stessa sonorità su cui giocava Dario Fo con il suo “grammelot” che riproduceva appunto questo aspetto delle lingue che reinventava in modo parodistico seguendone la forma, invece dei significati.
Nessuno in passato, nemmeno tra i più acerrimi avversari del purismo (Machiavelli, Muratori, Verri, Cesarotti, Leopardi…), si sarebbe mai sognato di mettere in discussione l’esistenza dell’indole della nostra lingua, né di confondere italiano, francese o inglese come sta avvenendo oggi.
Davanti alle centinaia e centinaia di parole ibride – che non sono più né italiane né inglesi e si leggono un po’ all’inglese e un po’ all’italiana – come computerizzare, chattare, cybersicurezza, survivalista (pronunciato “survAIvalista”)… alcuni studiosi contemporanei interpretano questo fenomeno come un “segno di vitalità” dell’italiano che invece di snaturarsi addomesticherebbe le voci inglesi riportandole alle nostre strutture grammaticali e dunque coniugando i verbi inglesi all’italiana o appiccicando loro delle suffissazioni italiane. Si tratta di una lettura un po’ bizzarra, un po’ come dire che il ketchup sui maccheroni darebbe maggior vitalità alla pastasciutta… Per chi non se ne fosse accorto, questo tipo di ibridazioni è la prova della vitalità dei trapianti dell’inglese nell’italiano, che ne risulta schiacciato e regredisce, non viceversa. La vitalità delle lingue che si ribellano e dominano il globish riguarda altri esempi di contaminazioni, per esempio lo spanglish che ha preso piede nei territori dove è presente un bilinguismo fatto di spagnolo (lingua originaria) e inglese (lingua importata), come in Portorico dove è stato ufficializzato l’inglese, o in Messico dove l’inglese è ostentato dalle classe dominanti, o ancora nelle zone anglofone con una forte concentrazioni di ispanici, cubani, portoricani e messicani. Se in questi contesti la contaminazione nasce dal fatto che lo spagnolo non si lascia sradicare e ha la meglio sull’inglese, da noi avviene tutto il contrario: l’italiano sta diventando una lingua creola perché è soggiogata dalla lingua dominante che gode di un maggior prestigio nei contesti alti. E cede senza alcuna reattività.
E se certi vocabolari del nuovo millennio, certe consulenze della Crusca e certi linguisti – che in fin dei conti sono l’espressione dell’anglomania e del suprematismo dell’inglese che va per la maggiore – preferiscono proclamare tutto ciò “italiano”, invece di chiamarlo “itanglese”, è perché non hanno più dell’italiano alcuna idea precisa, per tornare a Manzoni.
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