Google e AI Mode: la colonizzazione linguistica dell’inglese in Italia

Di Antonio Zoppetti

Dopo i primi esperimenti con cui Google ha introdotto nella ricerca un servizio basato sull’intelligenza artificiale – denominato in inglese: AI Overwiew – da qualche giorno è spuntata una nuova funzione su cui il motore di ricerca spinge, e questa volta si chiama AI Mode.

Perché i colossi statunitensi continuano a diffondere la terminologia in inglese, invece che tradurla? Perché ci riempiono di bottoni e funzioni chiamati timeline, widget, follower e via anglicizzando? Perché parlano di AI invece di IA (Intelligenza artificiale) e usano la parola “mode”?

La risposta è semplice, e la denuncio ormai da dieci anni: perché le multinazionali hanno tutto l’interesse a imporre la propria lingua a tutto il mondo. Per loro le lingue locali sono un ostacolo alla lingua unica che vogliono imporre nei mercati, e questa lingua unica è la propria lingua naturale.

Questo progetto è una forma di neocolonialismo culturale che dovrebbe essere evidente a tutti, anche se i linguisti non sembrano in grado di coglierla e di elevarsi dal particolare al generale. Si limitano ad analizzare le singole parole indipendentemente dai contesti sociali che le diffondono. Eppure, per capire come stanno le cose non ci vuole granché: basta usare AI Mode come un cavallo di Troia e rivolgere una domanda molto semplice: perché il servizio si chiama con un nome in inglese?

Perché AI MODE è in inglese?

In un primo tempo lo strumento non ha capito che mi riferivo al servizio “Ai Mode” nel quale scrivevo (mea culpa), dunque la risposta è stata che (grassetti miei):

Per comprendere il motivo per cui un servizio specifico ha un nome in inglese, è necessario conoscere il servizio in questione. Tuttavia, in generale, ci sono diverse ragioni per cui si utilizzano nomi in inglese, specialmente nel mondo tecnologico e commerciale:
– Identificazione internazionale: Un nome in inglese può essere riconoscibile a livello globale, facilitando la sua diffusione in diversi mercati.
– Percezione di innovazione: L’uso di termini inglesi può dare l’idea che un prodotto o servizio sia all’avanguardia o legato a una cultura di business moderna e internazionale.
– Terminologia specifica: Molti settori, in particolare quello tecnologico, hanno una terminologia che si è sviluppata principalmente in inglese. Utilizzare questi termini può essere più efficiente e preciso.
– Marketing e branding: Un nome in inglese può suonare più accattivante o memorabile per il pubblico di destinazione, a seconda del contesto e del mercato.
– Tendenze del settore: In certi ambiti, come quello delle startup o dei servizi digitali, l’uso dell’inglese è diventato una prassi diffusa, a volte per emulare aziende di successo nate in Paesi anglofoni.

Per un’analisi più dettagliata, potresti fornire il nome del servizio specifico a cui ti riferisci.

In sintesi, la tesi è che l’inglese facilita i mercati, è presentato come una scelta all’avanguardia, moderna e internazionale, è una prassi diffusa… e tutta una serie di luoghi comuni che dimostrano tutto l’intento colonizzatore che sta sotto queste scelte comunicative. L’inglese sarebbe dunque “più efficiente e preciso” (per chi è anglofono, di certo). Non c’è alcuna considerazione sulla trasparenza, sui destinatari, sul rispetto per le lingue e culture locali… tutto si basa sugli interessi del marketing e del branding delle multinazionali.

Ho provato allora a riformulare la domanda in modo più preciso:
Perché AI MODE si chiama con un nome in inglese?

Risposta: “Le ragioni per cui il servizio di ricerca di Google si chiama ‘AI Mode’ con un nome in inglese sono principalmente legate a considerazioni di branding, internazionalità e terminologia tecnologica.
Le motivazioni più specifiche includono:

– Terminologia del settore: Il termine ‘AI’ è l’abbreviazione riconosciuta a livello globale per Artificial Intelligence, cioè ‘intelligenza artificiale’. Nel campo della tecnologia, l’inglese è la lingua dominante, quindi usare questa sigla rende il servizio immediatamente identificabile in tutto il mondo.
– Internazionalizzazione: Un nome in inglese rende il servizio comprensibile in un vasto numero di paesi, semplificando la sua introduzione in diversi mercati. AI Mode, ad esempio, è stato lanciato in diversi paesi e in più lingue, ma il nome rimane coerente per un riconoscimento immediato.
– Posizionamento e marketing: Utilizzare un nome come ‘AI Mode? rafforza l’idea che il prodotto sia all’avanguardia, innovativo e parte integrante dell’esperienza di ricerca. Il termine ‘Mode’ (modalità) indica chiaramente che si tratta di una specifica funzione o versione della ricerca.
Coerenza del marchio: Per un’azienda globale come Google, mantenere una certa coerenza nei nomi dei prodotti è fondamentale. Molti dei suoi servizi e strumenti tecnologici utilizzano terminologia inglese, anche quando vengono introdotti in mercati non anglofoni. Questo fa parte di una strategia di branding consolidata.
Evoluzione del prodotto: Inizialmente, Google aveva lanciato le “AI Overviews” (riepiloghi con intelligenza artificiale). Il passaggio a “AI Mode” rappresenta un’espansione e un’evoluzione della funzionalità, rendendola una vera e propria modalità di ricerca conversazionale e multimodale, e il nome inglese comunica bene questo cambiamento di passo.

Di nuovo, le ragioni della mancata traduzione stanno negli interessi delle multinazionali, mica di quelli dei Paesi da colonizzare. E quindi il sistema spiega che “AI” sarebbe un internazionalismo (invece che un anglicismo), e “mode” esprimerebbe “chiaramente” la sua funzione (chiaramente per chi? Per gli anglofoni, of course). Ma a parte questi ossimori, l’IA getta la maschera dietro la quale certi addetti ai lavori si nascondono: per Google la coerenza del marchio è fondamentale e il ricorso alla terminologia inglese è una strategia di branding consolidata. Dunque gli utenti sono sudditi delle strategie neocoloniali imposte dai marchi e dai mercati. E poco importa che in italiano ci sia l’IA al posto dell’AI e la “modalità” al posto di “mode”, almeno da noi…

AI Mode” in Francia, Spagna e Portogallo

Mentre i nostri “intellettuali” e la nostra intera classe dirigente dalla mente colonizzata hanno introiettato e ha fatto loro l’idea che essere internazionali coincida con il pensare e parlare in angloamericano come ci spiega Ai Mode, per essere davvero internazionali basta guardare cosa succede nei Paesi a noi vicini, come la Francia, la Spagna o il Portogallo.

In questi Paesi – udite, udite! – sui giornali non si parla di AI come prevale da noi, ma di IA (il che vale un po’ per tutte le altre sigle, a partire dall’Aids che si chiama Sida) e in Francia ci sono stati problemi legali davanti all’introduzione sia di AI Overwiew sia del nuovo servizio – al momento bloccato – che da loro si chiama Mode IA (come riporta Le monde), cioè in francese e con la collocazione delle parole alla francese.

Si potrebbe pensare che la tutela del francese sia imposta dalla legge Toubon che obbliga le multinazionali a tradurre la terminologia, ma non c’è solo questo aspetto; altrove, a prevalere c’è semplicemente il buon senso, e infatti anche nelle altre lingue romanze (dove non ci sono simili leggi) questa funzione è tradotta: nel caso dello spagnolo e del portoghese la traduzione MODO IA si ritrova sia nella terminologia di Google sia negli articoli di giornale (cfr. El Pais e Correio), e solo in Romania il servizio è stato riproposto in inglese come da noi.

A questo punto sorge spontanea la domanda: perché queste differenze? L’inglese internazionale moderno ed efficiente esportato dalle multinazionali è allora venduto a questo modo solo nell’italietta colonizzata? Certo che sì. E ancora una volta la risposta di AI Mode è brutalmente sincera e illuminante, alla faccia di tutte le idiozie sparate da certi addetti ai lavori che giustificano il ricorso all’inglese agendo da veri e propri collaborazionisti.

Ho perciò domandato: “Perché AI MODE in Italia non è stato tradotto ma in Spagna, Portogallo e Francia è tradotto?

Risposta: Le motivazioni dietro le scelte di traduzione e localizzazione di Google, compresa la decisione di mantenere il nome ‘AI Mode’ in Italia mentre in altri paesi come Spagna, Portogallo e Francia si è optato per una traduzione, non sono sempre rese pubbliche in dettaglio. Tuttavia, si possono ipotizzare diverse ragioni:

– Strategia di mercato e target audience: Google potrebbe aver valutato che il pubblico italiano, rispetto a quello di altri paesi, sia già più familiare o incline ad accettare la terminologia inglese nel campo della tecnologia, in particolare con abbreviazioni come ‘AI’.
– Percezione del marchio: L’uso di un nome inglese può essere associato a un’immagine più moderna e innovativa in alcuni mercati.
– Coerenza interna: Mantenere un nome uniforme a livello globale può semplificare il branding e le operazioni di marketing, specialmente per prodotti tecnologici complessi.
– Differenze linguistiche e culturali: La traduzione in altre lingue può essere stata considerata più efficace per raggiungere un pubblico più ampio, forse meno esposto alla terminologia tecnica inglese.
Test e feedback: È possibile che Google abbia condotto test o analisi di mercato in Italia che suggerissero che la traduzione del nome non fosse necessaria o addirittura controproducente.

Se si mettono in fila tutte queste cose emerge perfettamente ciò che i linguisti non vedono (o fanno finta di non vedere) e soprattutto non dicono: l’Italia è un Paese più facilmente colonizzabile (e colonizzato) per ragioni sociali. Da noi manca ogni resistenza – culturale prima che politica – davanti all’anglicizzazione. La nostra classe dirigente preferisce ostentare l’inglese e l’itanglese e ha ormai rinunciato a esprimersi in italiano. Basta scorrere i titoli dei giornali per rendersene conto.

Secondo il Corriere, cosa caratterizza la Torino storica delle tradizioni, insieme alla bagna cauda? Ma il layering è ovvio!

E passando a un tema etichettato come “life”, che dire della Cocktail Week di Taormina, in un articolo che parla di mixology, drink e street bar?

L’itanglese è la lingua dei giornalisti colonizzati e allo stesso tempo colonizzatori, che seguono le stesse logiche di Google e delle multinazionali e vendono l’inglese come internazionale, moderno, efficiente… senza essere consapevoli della distruzione dell’italiano che mettono in atto.

L’intelligenza artificiale lo sa benissimo – al contrario dei linguisti – e ci colonizza giorno dopo giorno con la lingua delle multinazionali perché sa benissimo che glielo lasciamo fare e che siamo una massa di idioti da manipolare, e non una cultura da rispettare.

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@diciamoloinitaliano.wordpress.com

per come la vedo io
chi mette in giro il termine ha diritto a scegliere il nome
dovremmo continuare a tradurre sempre tutto e separare le lingue?
costruisci qualcosa di rilevante e dagli un nome in sardo e le multinazionali dovranno adeguarsi a ossicuerdiroporutoejsifjej :)

@jerrymassloII AI Mode non è un termine o un nome proprio, è una funzione, che significa modalità IA (come si dice in italiano), e infatti è stata tradotta in francese, spagnolo, portoghese… Chi sceglie un nome nella propria lingua mica ha il “diritto” di imporlo a tutte le altre. Basta vedere quanti italianismi ci sono in inglese tutti adattati… vai a dire agli americani che si dice schizzo e non sketch, maschera e non mascara e così via per le nostre parole compreso novel che deriva da novella. Il problema, a parte i sardi che sono legati alla propria lingua e ne vanno fieri, è che noi ormai usiamo l’inglese anche per i nostri contesti, da Ita Airway al lockdown… Qui c’è in gioco la colonizzazione dell’italiano da parte di una sola lingua, la lingua dei paesi dominanti che ci sta schiacciando.

@diciamoloinitaliano.wordpress.com

ho sentito dire callare e bettare
tu non hai mai usato linkare? per cui sono con te nel senso di moderarsi drasticamente con l'uso di termini di altre lingue
ma appunto moderarsi
la lingua non conviene imporla
per questo intendevo che il tuo è uno sfogo
da cui si evince che ce l'hai con le multinazionali per i soprusi linguistici
e si capisce anche per altro
io per esempio parlo di macchina del calore e non heat machine

@jerrymassloII Non credo che tu abbia colto lo spirito del mio articolo e più in generale delle mie ricerche e posizioni sulla questione dell’interferenza dell’inglese. Callare o bettare sono parole gergali e informali che non sono utilizzabili in contesti formali (come per esempio le interfacce di un programma), sono semmai la conseguenza di un gergo che prende piede tra chi inventa parole ricavate dalle interfacce in inglese (ma anche killare che avevo usato come esempio proprio riflettendo sul numero delle parole ibride e sui loro meccanismi di formazione: https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/scritto_e_parlato/ibridazione.html).

Il problema non è quello di usare qualche parola in inglese o derivati come “linkare”, bisogna spostare l’attenzione dai singoli anglicismi (talvolta passeggeri) all’anglicizzazione, cioè a un fenomeno per cui l’inglese diventa la strategia prevalente della comunicazione e genera una lingua ibrida che si può definire itanglese, e che è esemplificata dall’articolo del Corriere riportato. La “moderazione” viene a mancare in casi come questi, quindi il problema non è quello dei puristi contrari alle parole straniere o di origine straniera, per motivi di principio, ma una regressione dell’italiano davanti all’inglese globale, e solo a quello. È un problema di numeri, di frequenze, di profondità di attecchimento dell’inglese nella lingua comune: la somma di tutti i forestierismi di tutte le lingue del mondo, francese incluso che ci ha influenzati per secoli, non rappresentano nemmeno un terzo delle parole inglesi in circolazione accumulate negli ultimi 50 anni e in crescita con velocità esponenziale. Questa la lingua viene imposta alle masse come uno stilema maggiormente ricercato, dai giornali, da certe comunicazioni istituzionali e in generale dai centri di irradiazione della lingua, che include le scelte comunicative delle multinazionali (da cui appunto si ricavano callare, linkare e via dicendo). Naturalmente davanti all’itanglese si può avere un atteggiamento di rifiuto e di denuncia, o anche una compiaciuta accettazione, come per esempio fanno certi terminologi sul libro paga dei colossi dell’informatica che hanno tutta la convenienza a espandere una terminologia in inglese altrove, soprattutto nei contesti dove glielo lasciano fare, come in Italia dove manca una politica (e una cultura) linguistica. E infatti in Francia o Spagna le cose sono diverse.

L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione - Treccani

L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione di Antonio Zoppetti. Leggi l'articolo del Magazine di Treccani.it, il portale del sapere.

Treccani

@diciamoloinitaliano.wordpress.com

sono con te e per quanto mi riguarda l'inglese non è adatto a lingua universale per i suoi problemi di pronuncia
si dovrebbe scegliere la lingua universale con referendum planetario dove si può votare una lingua ma non la propria
io scelgo il napoletano

dobbiamo metterci nell'ottica che un giorno dovremmo dover comunicare con alieni e si deve fare bella figura

@jerrymassloII Il napoletano — ma anche il siciliano, il veneziano e vari vernacoli che nella storia hanno prodotto una propria interesantissima letteratura — sono stati sconfitti dal toscano che è diventato lingua nazionale a partire dal ‘500 e ha fatto regredire gli altri volgari al rango inferiore di dialetti. Davanti all’inglese globale le lingue locali rischiano di fare la stessa fine e di retrocedere a dialetti di un mondo che pensa e parla in inglese. In questo processo gli anglicismi (come le toscanizzazioni antiche del lessico regionale) sono solo la spia di questo fenomeno. Per fare bella figura con gli alieni ci sarebbe la soluzione dell’esperanto, che proprio perché artificiale è pensato per essere lingua neutrale (come il latino medievale, non è lingua madre di una cultura che può permettersi il lusso di non studare altre lingue preferendo che l’intera umanità studi la propria). Ma questa è un’altra faccenda e un’altra proposta da sempre osteggiata, anche se sul piano etico andrebbe riconsiderata.

@diciamoloinitaliano.wordpress.com

non sono d'accordo
l'italiano è dimostrazione che una lingua si può scegliere
infatti il fiorentino fu scelto e non imposto
semmai fu imposto dopo con l'unificazione
lo stesso dovremmo fare per la lingua universale
e votarla
io voto napoletano