Le fratture sociali causate dall’inglese e dagli anglicismi

Di Antonio Zoppetti

Fermiamoci un momento ad analizzare l’attuale situazione storica.
Il mio antivirus lancia l’allarme per il Ghostpairing e, contemporaneamente, la mia banca mi mette in guardia contro lo Smishing e il Vishing. Dal suo Dataroom, la Gabanelli ci spiega attraverso il concetto di Fake come i volti noti vengono usati per le truffe. Il servizio nazionale di allarme pubblico italiano per l’informazione diretta alla popolazione si chiama IT-alert. L’Inps si rivolge ai cittadini parlando del Data breach — come fosse la cosa più naturale del mondo – al posto di violazione dei dati

L’elenco di questo genere di anglicismi è infinito. Lo stillicidio è quotidiano e inarginabile. Il flusso anglicizzante calato dall’alto che fa piazza pulita dell’italiano è uno tsunami. Davanti a questi modelli di comunicazione che arrivano dalle istituzioni, dai giornali, dalla tecnologia… l’impressione è di vivere in una colonia anglofona, come se fossimo una provincia angloamericana in cui, giorno dopo giorno, attraverso la sostituzione linguistica si fa regredire l’italiano a lingua bassa del popolino per favorire quella dei popoli dominanti.

L’imposizione dell’inglese – spesso incomprensibile ai più – ha la meglio non solo sull’italiano, ma anche sulla trasparenza, persino quando dovrebbe proteggere i cittadini e la chiarezza dovrebbe essere prioritaria. In questo modo, il pericolo delle intrusioni nei sistemi di messaggistica è il Ghostpairing – che forse in molti non sanno nemmeno pronunciare – mentre al posto di sensibilizzarci sui rischi di messaggini e telefonate ingannevoli ci propinano parole che non evocano altro che suoni astrusi che non possono che generare confusione e smarrimento, come lo Smishing e il Vishing.

Fino all’Ottocento, le parole straniere che arrivavano dalla scienza e dalla tecnologia si coniavano, e quando arrivavano da altre lingue si traducevano, o perlomeno si adattavano. Leopardi avrebbe addirittura voluto raccogliere in un dizionario quelli che chiamava gli “europeismi”, cioè le voci comuni a tutte le lingue, adattate in ogni idioma a partire da una stessa radice comune (per esempio genio, sentimentale, analisi, dispotismo…). E così le voci straniere “si dissolvevano, fondevano, assimilavano per virtù del calore organico del nostro linguaggio” per citare le parole di inizio Novecento del grammatico Alfredo Panzini alle prese con la compilazione di un Dizionario moderno (1905).

Oggi stiamo andando nella direzione opposta: è l’italiano a dissolversi davanti al calore organico dell’inglese: e così sui giornali si parla di remigration (direttamente in inglese) invece di remigrazione, nel mondo del lavoro si ricorre a mission, vision e competitor, al posto di missione, visione e competitore, un luogo o un posto sono location, e analizzando le frequenze di certi anglicismi è significativo che la parola runner abbia da poco superato quella dell’italiano corridore (affermata almeno a partire dal Quattrocento). Certo, se la comparazione includesse anche il plurale “corridori” (visto che runner è invariabile) l’italiano sarebbe ancora al primo posto, ma comunque questo “sorpasso” è piuttosto significativo per riflettere su dove stiamo “correndo”.

Come sapeva bene anche Panzini, le scelte dei giornalisti pesano moltissimo nel contribuire a questa regressione dell’italiano: “Molte volte, anzi, ho pensato quale enorme forza di penetrazione abbia una parola straniera, posta ad esempio per titolo di uno scritto, stampata a migliaia di copie, letta da più migliaia di nostri lettori!” E davanti all’accettazione di certi forestierismi l’autore riconosceva che è spesso “inutile opporsi all’accettazione tanto dei così detti barbarismi e gallicismi come delle nude voci straniere, giacchè la loro forza è maggiore” rispetto alle parole italiane dal “senso plebeo”.

“Ma qui, come italiano – precisava – non posso nascondere che ciò porge la brutta immagine di una servitù, ricercata e volontaria” e che i tecnici “nei loro scritti si direbbe che dimentichino come esista un dovere, oltre che verso la scienza, anche verso il patrio idioma”. E davanti all’accumularsi di simili voci chiosava: “«Ma – domanderà alcuno – accogliendo e barbarismi e anche le voci prettamente straniere, entro quali limiti ci comporteremo?». Questo io non so, nè mi sembra che alcun areopago di grammatici possa ciò stabilire.”

Finita l’epoca del francese come stilema di modernizzazione del nostro idioma, è oggi l’inglese a trainare questo processo di “svecchiamento”, ma se paragoniamo la secolare interferenza della lingua di Molière all’attuale esplosiva e incontenibile interferenza dell’inglese non c’è paragone. Qualunque limite di buon senso è ormai stato di gran lunga superato da un pezzo.

Fratture sociali e barriere generazionali

Le fasce alte e la nuova egemonia culturale se ne infischiano dell’italiano, e le riflessioni di Panzini sono più che mai attuali anche oggi: “Si direbbe che il poter giungere al buon uso di una parola non italiana rappresenti una conquista di intellettualità! Vi sono poi alcuni che in questa predilezione del suono straniero sono di una spietata sincerità: non si nascondono, ma credono anzi di operare a fine di bene e di affrettare per tale mezzo l’avvento di un linguaggio unico, universale”.

È esattamente quello che avviene oggi con il globish: i suprematisti dell’inglese che confondono l’essere internazionali con la nostra americanizzazione – invece di difendere il valore del plurilinguismo – non si nascondono; promuovono l’angloamercano come una lingua unica e universale, ma è solo la lingua di classe dei popoli dominanti fatta nostra da una classe dirigente provinciale e servile. Come aveva ben compreso Arrigo Castellani nel suo “Morbus Anglicus”, la principale differenza con la moda del francese – a parte i numeri – stava nel fatto che i francesismi facevano presa tra le élite, mentre gli anglicismi sono un fenomeno di massa e di ben altra portata.

E così la dittatura dell’inglese che diviene la lingua delle università e della ricerca a scapito delle lingue locali, sul piano lessicale si declina in una lingua ibridata ad alto tasso di anglicizzazione, un itanglese elevato a stilema comunicativo superiore, che crea fratture sociali e porta a barriere generazionali, mandando in frantumi l’italiano unitario che si è affermato come fenomeno compiuto solo nel Novecento.

Il punto non è quello di volere ingessare l’italiano storico in un modello “puro” e “immutabile” come nell’ottica dei puristi del passato. Tutto il contrario: se l’italiano non si sa rinnovare e creare i suoi neologismi in grado di esprimere la realtà che cambia – visto che tutto ciò che è nuovo si esprime in inglese – la nostra lingua ne risulta mutilata, incapace di evolversi e di aprirsi alla modernità. E questo fenomeno non si può liquidare come una questione puramente linguistica, è un fenomeno sociale da affrontare con punti di vista e prospettive più ampie di quelle dei tecnicismi linguistici, che appaiono spesso piuttosto miopi.

Nella nostra attuale società i centri di irradiazione della lingua hanno scelto l’inglese. E questo non è più un fatto solo culturale, ma una politica culturale in via di istituzionalizzazione.

I suprematisti dell’inglese anglicizzano e diffondono gli anglicismi agendo da collaborazionisti della dittatura dell’inglese. Costoro costituiscono la fascia alta della nostra egemonia culturale, quella che ha nelle mani il destino di una lingua e che la forgia. I tecnologi, i manager, gli esperti di marketing, gli informatici, gli scienziati, i rettori universitari, i pubblicitari, i giornalisti… considerano il ricorso all’anglicismo un segno di prestigio e di internazionalismo e ne fanno un tratto sociodistintivo che però non viene esibito come gergo degli addetti ai lavori, confinato in quegli ambiti tecnici. Questo gergo diventa la lingua con cui rivolgersi a tutti, il modello da esibire e affermare su un italiano di cui fondamentalmente ci si vergogna. Sotto questi stilemi c’è l’idea di fondo di fare dell’inglese qualcosa di “universale”, il che è una scelta estetica e politica che si vuole realizzare e perseguire, non certo una realtà, visto che dalle statistiche risulta che è conosciuto da una minoranza dell’umanità, degli europei e degli italiani.

Sotto la lingua minoritaria delle élite, spacciata come il nuovo “italiano” modernizzato, c’è quella ben più ampia delle masse, che include le fasce medie, gli anziani, e il popolino. Poco importa che tra queste fasce l’inglese sia percepito con un certo fastidio e che il più delle volte risulti incomprensibile o impronunciabile. Anche se qualcuno ci vorrebbe far credere che la lingua si evolverebbe dal basso, il popolo è da sempre carne da macello, e i suprematisti dell’inglese, invece che puntare a raggiungerlo, puntano a educarlo, ad anglicizzarlo e in fin dei conti a imporre a tutti la propria lingua sradicando quella delle masse “ignoranti”, in un nuovo paradigma dove tutto ciò che non è inglese è fuori dalla cultura alta.

Questa visione non è solo un vezzo deprecabile come ai tempi di Panzini, è diventata un progetto politico con cui si formano le nuove generazioni. Se un tempo era fondamentale conoscere una seconda lingua, oggi c’è solo l’inglese, che è diventato un obbligo – invece che una scelta – a partire dalle elementari, e il disegno politico di creare le nuove generazioni bilingui a base inglese ha come conseguenza il far tabula rasa del plurilinguismo e anche dell’italiano. Se fino a qualche decennio fa, l’esibizione dell’italiano e la sua padronanza erano qualcosa di prestigioso che si otteneva con lo studio, oggi il nostro idioma ha perso la sua centralità a partire dalla scuola, dove sembra più importante sapere l’inglese. E l’italiano – come un dialetto – si riduce a una lingua istintiva che si apprende sin dalla nascita, un sistema di comunicazione naturale che si pratica a orecchio, invece che studiarlo sui libri. In questo contesto ha poco senso scandalizzarsi per il nuovo italiano “substandard” e l’avvento di una “lingua selvaggia come fanno certi linguisti. Queste sono le conseguenze della nostra politica culturale e dell’americanizzazione della scuola che porta inevitabilmente ad abbassare il nostro livello culturale, come appunto negli Usa.

E così anche il linguaggio giovanile – finita l’epoca dei “matusa”, del “cioè, cazzo”, dei “paninari” e dell’italiano – si rinnova attraverso parole come “chill” e “cringe”, e i ragazzi che “dissano” e “ghostano” sui “social” non le percepiscono come qualcosa di “straniero”. Sono l’unico modo che conoscono per esprimere la modernità perché sono nati, cresciuti e formati a questo modo, come se esprimersi in inglese o italiano avesse poca importanza.

Più che stupirci di queste cose, dovremmo prendere atto che non sono solo la conseguenza dell’espansione delle multinazionali d’oltreoceano, dei film dai titoli intradotti, dei videogames, delle piattaforme informatiche… ma anche delle politiche linguistiche dell’Europa e dell’Italia. I giovani sono figli del progetto Erasmus, nato per favorire lo scambio linguistico tra le lingue europee ma diventato un cavallo di Troia per imporre l’inglese e solo quello.
Il loro gradimento per l’inglese è altissimo e inconsapevole, e non c’è differenza tra parole come chat e computer e le altre parole italiane. I gerghi giovanili sono da sempre caratterizzati dal fatto di essere passeggeri. Le nuove generazioni forgiano un lessico nuovo anche per distinguersi dal mondo degli “adulti”, e molto spesso le parole che caratterizzano una generazione sono abbandonate dalle generazioni successive, che ne inventano di nuove proprio per distaccarsi dalle vecchie.

Quello su cui dovremmo riflettere è che il ricorso all’inglese è ormai il nuovo stilema che accomuna tutte le generazioni. Poco importa se i giovani del futuro dismetteranno parole come “chill” o “cringe”, perché a rimpiazzarle non ci saranno parole italiane ma altre parole inglesi. E quando la lingua anglicizzata delle nuove generazioni si salda con quella altrettanto anglicizzata delle egemonie culturali, per l’italiano non c’è futuro. Roba da vecchi e da boomer, che dal nuovo “italiano” sono esclusi.

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Today: Bivio derby: la Salernitana deve riprendere il terzo posto o vede le streghe

Alla ricerca del terzo posto perduto. Senza tre giocatori titolari (al netto di Inglese che è ormai fuori dai giochi da mesi), la Salernitana ospita all'Arechi (semivuoto) il Benevento capolista. E' la partita bivio: i granata devono vincere per riconquistare il terzo posto e respingere il primo...

Derby crossroads: Salerno must take back third place or things will go south.

Searching for the lost third place. Without three key starting players (aside from Inglese, who has been out of the game for months), Salerno hosts top-of-the-table Benevento at the (partially empty) Arechi stadium. This is a crossroads match: the garnet team must win to reclaim third place and fend off first place…

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https://www.today.it/sport/calcio/salernitana-benevento-formazioni-partita-6-aprile-2026.html

Bivio derby: la Salernitana deve riprendere il terzo posto o vede le streghe

Il derby mette in palio obiettivi diversi, Cosmi perde tre giocatori e deve ritrovare la vittoria

Today

L’italiano, lingua dei villani, e l’inglese, lingua dei potenti e dei “No Kings”

Di Antonio Zoppetti

Ho visto un King
Sa l’ha vist cus’e’?
Ho visto un King, un re!
Ah beh, sì beh…
Ah beh, si beh…

Era il 1968 quando è uscita la canzone “Ho visto un re” che metteva alla berlina i ricchi e i potenti in favore del popolo e dei poveri anche dal punto di vista linguistico. Il testo era di Dario Fo (di cui in questi giorni si è festeggiato il centenario dalla nascita) e mescolava il dialetto milanese con l’italiano e le sue corrispondenze (un “sciur” = un ricco). A quei tempi, il fatto che l’italiano fosse la lingua di tutti era una novità, visto che sino a un paio di generazioni prima era ancora un fenomeno sociale ristretto alle classi colte, mentre le masse si esprimevano soprattutto nel proprio dialetto, come aveva per la prima volta da poco sottolineato Pier Paolo Pasolini.

Fo, che prima della sua incoronazione con il premio Nobel per la letteratura del 1997 era considerato un guitto e un sovversivo, attraverso il suo “grammelot” aveva recuperato con un’operazione colta le parlate regionali e antiche da sempre emarginate dall’italiano alto, dando spazio alla lingua del popolo in tutte le sue sfaccettature, benché fosse un espediente teatrale che metteva in scena una lingua inventata trainata dalla mimica.
Ho visto un re doveva essere cantata a Canzonissima da Jannacci – che a quell’epoca scriveva ancora canzoni in dialetto meneghino, anche se con il tempo il suo vernacolo si sarebbe sempre più italianizzato – ma fu respinta e bocciata a causa del testo “eversivo” troppo irriverente nei confronti del potere, di cui mamma Rai era la voce.

Fo era già stato censurato nel 1962 e in seguito il suo Mistero buffo fu giudicato dal Vaticano un testo “blasfemo”, per cui fu buttato fuori dai circuiti televisivi; la Rai arrivò a chiedergli dei risarcimenti di centinaia di milioni delle vecchie lire che non avrebbe mai potuto pagare, per toglierselo di torno. Anche negli Usa fu censurato e, poiché era un pericoloso “sovversivo”, fino al 1984 gli negarono ogni visto per entrare nella “patria della libertà”.

Da allora tutto è cambiato. Il dialetto milanese è oggi scomparso dalla città, fagocitato dall’italiano nazionale (anche se per fortuna altrove i dialetti resistono, seppur come codici sempre più marginali). Finita l’era del dialetto come lingua del popolo e dei poveri, oggi la nuova voce del padrone si esprime in itanglese e direttamente in inglese per i contesti alti (dalla ricerca all‘anglificazione dell’università). Ed è chi critica questo cambiamento di paradigma a passare come “eversivo”. Nella nuova egemonia culturale tutto si anglicizza, e l’italiano regredisce alla lingua del popolo, dei poveri, e dei “villani”.

Si tratta di un fenomeno sociale, prima che linguistico. E per comprenderlo ha sempre meno senso ragionare sui presunti “prestiti” come fanno certi studiosi, magari etichettandoli in modo strampalato come di lusso o di necessità. La causa dell’anglicizzazione sta nelle teste di una nuova classe dirigente composta da “suprematisti dell’inglese”: sono gli imprenditori, i comunicatori, i giornalisti, i pubblicitari, gli scienziati, gli “influencer”… coloro che hanno in mano il destino dell’italiano, perché il loro ruolo e la loro visibilità propaga anche le loro parole e la loro lingua, che diventano dei modelli seguiti dalla massa nazional popolare, come aveva ben capito Gramsci, che in questo modo si affermano nella lingua comune. Questa èlite è convinta che “siamo tutti americani” e che essere internazionali significa esprimersi nella lingua dei padroni, ripetuta in modo compulsivo a scapito di un italiano di cui ci si vergogna. E allafine, persino una parola antica come “re” diventa “king”, per fare un esempio tra migliaia.

Il movimento dei “No Kings”: l’ennesimo esempio della nostra mentalità coloniale

Nei giorni scorsi sono comparsi infiniti titoli di giornale sulle manifestazioni dei “No Kings”, esplose negli Stati Uniti per protestare contro le politiche di Trump, ma emulate anche in Europa.

“La bandiera «No Kings» – si legge sul Corriere – è un contenitore di varie cause che vanno dal combattere la presunta piega autoritaria presa dagli Usa alle proteste contro l’Ice, passando per quelle contro la guerra in Iran. La giornata del 28 marzo è stata definita ‘National Day of Nonviolent Action'”: dunque si trattava di una giornata “nazionale” e di un movimento tutto interno agli Usa, anche se è stata ripresa altrove. In questo modo a Roma si è svolto un corteo tutto nostrano ma denominato all’americana, senza traduzioni, come se fosse un’espressione che ci appartiene. Dietro queste scelte lessicali c’è una precisa visione neocoloniale di che cosa significhi essere “internazionali”: adottare il globish, la lingua naturale dei popoli dominanti e delle multinazionali. Questa visione socio-politica non è l’unica soluzione possibile, naturalmente. Per comunicare e comprendersi, in un sistema equo, democratico e rispettoso del plurilinguismo sarebbe opportuno rilanciare il sano principio di una lingua neutra che metta tutti sullo stesso piano, per esempio l’esperanto (lingua artificiale e semplicissima proprio perché non è la lingua naturale di nessuno) o l’interlingua, un latino semplificato teorizzato già da Peano e riproposto (con scarso successo) almeno sino agli anni Sessanta del secolo scorso come lingua dellacomunicazione scientifica. L’alternativa a queste proposte, che sono state schiacciate perché entravano in conflitto con l’esportazione del globish dominante, è quella di considerare il plurilinguismo un valore, invece di un ostacolo alla diffusione dell’angloamericano. Per esempio gridando “No Kings” in tutte le lingue del mondo. Questa espressione che da noi è riproposta come fosse un internazionalismo o un tecnicismo intoccabile, altrove ha assunto denominazioni diverse e locali un po’ ovunque, a partire dagli stessi Paesi anglofoni. Nel Regno Unito, per esempio, si parla di “No Tyrants” (= tiranni), visto che da loro c’è il re, la stessa soluzione adottata in molti Paesi – tra cui il Canada, la Danimarca e il Belgio – proprio per evitare confusioni con le istanze degli antimonarchici che non hanno niente a che vedere con l’anti-trumpismo. Alle Hawaii, invece, si parla dei “No Dictators”, e per essere veramente internazionali bisognerebbe smetterla di guardare solo alle “news” che provengono dagli Usa e sfogliare per esempio qualche giornale francese o spagnolo, dove si parla dei “No Kings” in riferimento al movimento nazionale statunitense, che viene invece tradotto quando è ripreso sul piano interno; dunque l’espressione inglese tra virgolette è quasi sempre affiancata alla traduzione (pas de roi, in Francia e No a los reyes in Spagna).

Se in questi Paesi si può scegliere come parlare, da noi, al contrario, regna l’alberto-sordità di Un americano a Roma: non sappiamo far altro che ripetere la lingua dei padroni che viene sovrapposta alla lingua del popolo con un lavaggio del cervello che finisce con il trasformare i cosiddetti “prestiti di lusso” in una “necessità”, visto che c’è solo l’inglese.

Passando dalla lingua al pensiero, colpisce soprattutto la cancellazione della storia, in una riconcettualizzazione all’americana che fa tabula rasa di decenni e decenni di dibattiti sull’imperialismo americano e le sue storiche nefandezze. Fino agli anni Novanta, i dibattiti tra americanisti e antiamericanisti erano spesso ideologizzati, ma esprimevano una visione esterna rispetto a quella degli Usa, che permetteva di essere critici, e di accettare ciò che arrivava di positivo prendendo le distanze dagli aspetti negativi: dal Vietnam all’appoggio alle dittature sudamericane, dal maccartismo alle ingerenze politiche in mezzo mondo, Italia compresa.

Questo atteggiamento, sanamente critico e distante dal “siamo tutti americani” con cui si è aperto il nuovo millennio, era trasversale alle ideologie politiche. Non erano solo i comunisti italiani a tacciare gli Usa di imperialismo e noecolonialismo e a puntare il dito sulla faccia triste dell’America (per citare nuovamente Jannacci). La condanna della società americana capitalista e immorale circolava negli ambienti cattolici, e passando alla Democrazia Cristiana lo stesso De Gasperi era preoccupato per le ingerenze della Casa Bianca nella nostra politica, anche se aveva dovuto allearsi con la Casa Bianca in funzione anticomunista. Anche a destra il sostegno al nostro aderire al patto atlantico conviveva con la denuncia di un’americanizzazione che stravolgeva i nostri valori storici, mentre a sinistra c’era chi denunciava le contraddizioni del condannare il capitalismo ma di accettare le merci e i valori a stelle e strisce che facevano presa sulle masse e sulla sinistra intera.
La verità è che queste “contraddizioni” sono tali solo per chi ha una visione rigida basata sul bianco o nero, sul tutto o niente, e riprendere ciò che di buono arriva dagli Usa per respingere le tantissime (e spesso sottaciute) porcherie è un modo di porsi sano.

Oggi, invece, non abbiamo più alcun pensiero nostro, e chi si aggancia ai movimenti “no Kings” sembra ignorare questi storici e vivacissimi dibattiti, perché persino la critica agli Usa si riduce a ripetere ciò che arriva dalla società civile americana.

Dovremmo però tenere presente che la svolta di Trump è il sintomo della crisi di un sistema democratico che non funziona più nei suoi contrappesi di potere. Prendersela con un presidente che si comporta come se fosse un re significa personalizzare una questione che è ben più profonda. In gioco non c’è la sostituzione di Trump con un nuovo “re buono” che rinuncia a prendersela con l’Iran, il Venezuela, Gaza, e in futuro – chissà – Cuba, la Groenlandia o il canada. Al centro delle proteste – ameno le nostre – dovrebbe esserci un pensiero in grado di ridisegnare le regole della democrazia nel nuovo millennio davanti al turbocapitalismo globale di cui Trump è la massima espressione. Ma la mobilitazione della società civile anche italiana contro l’autoritarismo, l’imperialismo e il neocolonialismo trumpiano – per chiamare le cose in italiano – si appiattisce con uno slogan in inglese che esprime le proteste nate negli Usa che non ne mettono affatto in discussione l’impianto. Ogni visione alternativa è venuta a mancare. Dopo il crollo del comunismo e la svolta di Veltroni, anche la sinistra italiana è diventata un clone di quella americana, con tanto di Partito Democratico che si avvale delle primarie. In questo quadro non dobbiamo stupirci dei jobs act, del welfare, della privacy o dei premier e dei “governatori” sovrapposti alla nostra terminologia istituzionale in cui ci sono solo i presidenti del consiglio o delle regioni. L’anglicizzazione della nostra lingua è il risultato di questo nuovo pensiero-clone, come se l’Italia fosse una provincia a stelle strisce dove il re diventa king. Quando persino la nostra società civile insegue questi modelli senza saper sviluppare un pensiero proprio, distaccato e critico, inevitabilmente anche la nostra lingua si adegua, e nel suo anglicizzarsi si avvia a diventare un dialetto di un mondo che pensa e parla seguendo gli Usa. Poco importa che il re sia “buono” e si chiami Biden o Obama o che sia cattivo come Trump (che in fin dei conti ha solo gettato la maschera). Mentre i movimenti per la pace si trasformano in quelli per la de-escalation invocata da tutti come se fosse un valore, dal punto di vista linguistico il nostro destino sembra segnato:

…e sempre in english dobbiam parlare
il plurilinguismo fa male al King
fa male al globish, fa male ai Vip
diventan tristi se non lo speak.

#americanizzazione #anglicismiNellItaliano #anglomania #globalese #globalizzazione #globalizzazioneLinguistica #globish #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #rassegnaStampa

La mia prof. di inglese al liceo diceva che un trucco per sembrare più colti è quello di usare, quando possibile, termini di origine latina piuttosto che sassone. E a noi per esempio viene più facile dire "elegant" o "intelligent" che "smart". 😉

@itanglese

https://www.youtube.com/shorts/XDxZ9GemReA

#inglese #latino

L'inglese è una lingua latina travestita?

YouTube

la nostra intervista integrale su #GuerraIran alla ex funzionaria del Dipartimento di Stato USA, #AnnelleSheline,che ha avuto la coscienza di dimettersi durante amm. #Biden x protesta contro #genocidio è ora disponibile in #inglese, libera da paywall

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/03/09/annelle-sheline-if-trump-and-israel-are-not-reined-in-it-is-extremely-dangerous/8317812/

Il reato di “freezing” e il congelamento della lingua italiana

Di Antonio Zoppetti

La settimana scorsa, in Parlamento, ci sono stati duri scontri sul cosiddetto “Ddl stupri” per riformare la legge sui reati sessuali, anche se alla fine non è stato raggiunto alcun accordo e tutto si è per il momento arenato.

Dal punto di vista legislativo la questione spinosa era legata alle modalità di esprimere il consenso all’atto sessuale: deve essere “esplicito” (dunque senza un “sì” ci può essere la punibilità) o più semplicemente “riconoscibile” (dunque un’accettazione manifestata in altre modalità rispetto a quelle verbali)? Oppure è violenza solo in caso di manifesto “dissenso”?

Mentre infuriava la polemica su questo passaggio, dal punto di vista linguistico è emerso un anglicismo che ha tutte le caratteristiche per attecchire, se il dibattito tornerà in primo piano, e cioè il concetto di “freezing” che moltissimi giornali si sono immediatamente affannati a divulgare. E, come al solito, ci hanno martellato con il “nuovo reato di freezing” in modo improprio, visto che non è il “congelamento” (mentale) a essere un reato, e soprattutto questa parola non è affatto inclusa nella proposta di legge, ma ricorre solo nel dibattito in proposito.

Nel sommario della discussione avvenuta in Senato, per esempio, il freezing è stato esplicitamente utilizzato due volte, come fosse un tecnicismo ricorrente, per indicare il “blocco emotivo” davanti a un approccio sessuale inaspettato, dunque il rimanere paralizzati, impietriti, pietrificati, sbigottiti, incapaci di reagire… in altre parole un concetto antico e vecchio come il mondo – congelamento in senso letterale o lato – che però oggi si vuole esprimere in inglese come fosse una novità, in una più ampia ri-concettualizzazione delle cose in questa lingua (il “lessico del nuovismo”).

Colpisce che nella discussione sia proprio il presidente Giulia Bongiorno (lo riporto la maschile come piace a lei) a citare il “cosiddetto freezing” per indicare il “congelamento mentale” e l’impossibilità di esprimere il proprio dissenso/consenso davanti a un approccio a sorpresa. Nel 2018, infatti, quando la Bongiorno era ministro della Pubblica Amministrazione, si era espressa esplicitamente (dissenso esplicito?) contro l’eccesso di inglese nel settore su cui si riproponeva di intervenire. Ma si sa che tra il dire e il “parlare” c’è di mezzo la lingua d’oltremare… dunque da dove viene questo “freezing” che sgorga proprio dalla sua bocca?

Freezing: dalla lingua di settore a quella comune

L’espressione circola già da qualche anno in ambito legislativo, e proviene da quello psicologico. Il fatto è che se l’inglese si configura come la lingua internazionale della scienza, poi anche tutta la concettualizzazione terminologica finisce per essere importata in inglese, e dunque la paralisi o il congelamento della mente diventa freezing, ma in questo modo è la lingua italiana a essere congelata.

Come andrà a finire?

La questione degli anglicismi incipienti è molto complessa, perché quotidianamente siamo bombardati da centinaia e centinaia di parole inglesi che vengono “virgolettate” senza alcuna traduzione in ogni settore, in una sorta di gara in cui ogni addetto ai lavori privilegia le parole d’oltreoceano (vedi il “board of peace” che impazza solo in italiano, visto che francesi, spagnoli portoghesi, tedeschi… traducono il concetto nella propria lingua). Ho paragonato questo fenomeno a quello della “panspermia”, che è il modo di riprodursi delle ostriche e di molti animali che spargono migliaia e migliaia di larve nell’ambiente. La maggior parte è destinata a morire o a diventare cibo per altri animali, ma la conservazione della specie è garantita dai pochi sopravvissuti che riescono a crescere e a riprodursi. Se la strategia di riproduzione dei mammiferi si basa perlopiù su una prole dal numero molto ridotto che però viene educata e protetta dai genitori sino all’età adulta, quella delle tartarughe consiste in un gran numero di esemplari che vengono invece abbandonati, tanto qualcuno in qualche modo si salverà e potrà a sua volta riprodursi. Gli anglicismi si moltiplicano nell’italiano con questo stesso schema: vengono sparsi in tutto il mondo dall’espansione dell’inglese globale e la maggior parte è destinata a non attecchire, a rappresentare delle espressioni usa e getta che passata la contingenza svaniscono, ma un piccolo numero al contrario attecchisce, si radica e quel punto tende alla moltiplicazione: se un congelatore è freezer e la pratica di congelare gli ovuli per una maternità futura è chiamata “social freezing”, poi freezing entra nel linguaggio degli psicologi al posto di paralisi mentale, e viene ripreso da chi legifera, mentre a livello più popolare si comincia a parlare di freezare (o frizare) in sempre più ambiti e contesti anche in senso lato.

Davanti a questo fenomeno, molti linguisti ritengono che gli anglicismi siano una moda passeggera destinata a svanire o parole usa e getta dalla vita breve – dunque non rappresenterebbero un problema – ma questo punto di vista non tiene conto del fattore “panspermia” che regola con successo la riproduzione di molte specie da milioni di anni, e soprattutto l’obsolescenza è un fenomeno che non riguarda solo gli anglicismi incipienti, ma un po’ tutti i neologismi, anche quelli in italiano. Dunque tra i neologismi – inglesi e italiani – registrati della Treccani la maggior parte svaniranno (il che non significa che “tutti” i neologismi siano obsolescenti), ma tra quegli elenchi ci saranno anche le parole che attecchiranno ed entreranno nei dizionari del futuro.

Se tra queste ci sarà anche “freezing” è difficile dirlo, di sicuro la parola sta facendo il salto da tecnicismo alla lingua comune, visto che i giornali lo stanno divulgando e affermando. E tutto lascia presagire che se il dibattito politico sulla legge sulla violenza sessuale prossimamente si riaprirà con le stesse polemiche della settimana scorsa – amplificate dai titoli e dalle sintesi mediatiche – si radicherà come è avvenuto nel caso di mobbing, stalking e simili, altrimenti rimarrà una parola “congelata” nel proprio ambito psicologico da cui proviene e forse regredirà.

Certo, se davanti all’italiano smettessimo di fare le ostriche e ci comportassimo da mammiferi – come auspicava la Bongiorno quando era ministro – la nostra lingua si arricchirebbe, invece di regredire. Ma a questo punto poco importa che freezing si radichi o svanisca: in fondo è solo uno degli oltre 4000 anglicismi già radicati e registrati dai dizionari, e un anglicismo in più o in meno non fa differenza. La battaglia per la tutela del nostro patrimonio linguistico non sta nelle singole scelte lessicali – che studiano i linguisti – bensì nella nostra attuale anglomania, un terreno che andrebbe studiato da un punto di vista sociologico e in qualche caso anche psicologico.

Per evitare di frizare l’italiano occorre un cambio di paradigma: dovremmo smettere di considerare l’inglese e gli anglicismi come qualcosa di più solenne e prestigioso, dovremmo in fin dei conti smetterla di vergognarci della nostra lingua e riappropriarcene con orgogliosa gioia. Solo così, le parole inglesi, a poco a poco, regredirebbero spontaneamente e potremmo ritornare a parlare di tesserino invece di badge, di luogo invece di location, di tavola da sci invece di snowboard, di scarpe sportive invece di sneakers e via dicendo.

Purtroppo, le attuali contingenze storiche, politiche, culturali e sociali indicano che la direzione che abbiamo preso è un’altra, e anche se freezing dovesse svanire ci sarebbero altri 100 anglicismi pronti a prenderne il posto. E invece di ragionare sull’obsolescenza degli anglicismi, certi linguisti farebbero meglio a occuparsi di quella dell’italiano che davanti alla moltiplicazione dissennata delle nuove parole a base inglese, non fa altro che perdere terreno.

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Il “board” di Trump e l’inglese che straborda nell’italiano

di Antonio Zoppetti

In questi giorni, i consueti picchi di stereotipia giornalistici che – in gregge – si affannano a ripetere e diffondere l’inglese ci martellano con il “board” di Trump, decurtazione di “Board of Peace” (scritto preferibilmente con le maiuscole all’americana).

Questo “tavolo”, “consiglio” o “comitato” per la pace è stato inizialmente concepito per gestire la ricostruzione della Striscia di Gaza, ma subito dopo è sparito ogni riferimento a quella situazione contingente e si sta configurando come un ben più ampio organo che mira al controllo, alla gestione e alla risoluzione dei conflitti internazionali. In poche parole è un progetto per delegittimare e cancellare l’Onu – inizialmente voluto e controllato dagli Usa, ma poi sfuggito loro di mano – e sostituirlo con un comitato sotto la guida dell’imperatore Trump, in cui si può entrare pagando un miliardo di dollari.

Tutto l’apparato mediatico è fortemente critico nel riportare la notizia, dal punto di visto politico, ma non da quello linguistico. E così, se il presidente statunitense è presentato come un nuovo tiranno che con il suo “club” punta a gestire il “racket” della “governance” mondiale – per usare la lingua dei giornali invece di quella dei cittadini – la scelta di riportare le sue parole in inglese non è altrettanto “tirannica” per i suprematisti dell’angloamericano che compongono la nostra classe dirigente.

Mentre nell’italietta colonizzata circola solo la notizia del board (“of peace” si può anche omettere, c’est plus facile) e l’idea che per essere “internazionali” è opportuno ostentare la lingua dei padroni, i giornalisti francesi e spagnoli hanno un approccio diverso nel dare la stessa notizia: quello di riportarla nella propria lingua madre.
Dunque, sui giornali come El Paìs o El Mundo si ricorre allo spagnolo (“Junta de paz”), su Le Figaro o Le Monde si ricorre al francese (“conseil de la paix”) e anche in Portogallo si parla di “Conselho de Paz”, sia sulle testate conservatrici come il Diário de Notícias sia su quelle progressiste come l’Expresso.

La storia di “board” in italiano

Il Devoto Oli registra l’anglicismo board come una parola comparsa nel 1977 nel suo significato di collegio, comitato (letteralmente tavolo del consiglio), ma questa prima sporadica attestazione si è diffusa e radicata solo in seguito.

Nello stesso anno, Roberto Vacca (sotto lo pseudonimo di Giacomo Elliot) aveva dato alla luce il libro Parliamo itangl’iano in cui ragionava con toni molto ironici sulle espressioni in inglese che si stavano diffondendo. Il sottotitolo era infatti “Le 400 parole inglesi che deve sapere chi vuol fare carriera”. Erano voci legate soprattutto al linguaggio aziendale e lavorativo, e tra queste c’era anche “boardroom” cioè “la sala in cui si riunisce il consiglio d’amministrazione di una società per azioni. (…) Per brevità si dice spesso semplicemente board” come se sedersi a un board – chiosava l’autore – fosse qualcosa di più influente rispetto a essere un semplice “consigliere di amministrazione”.

Da allora le cose sono molto cambiate, e oggi gli anglicismi che servono per “sopravvivere” non sono più 400, ma 4.000, stando ai dizionari.

Ricordo che da giovane, a metà degli anni Novanta, lavoravo in una società che sperimentava l’editoria elettronica, e da semplice redattore ero poi stato ammesso nel comitato editoriale. Dieci anni dopo, quando invece collaboravo per una televisione dedicata ai libri, facevo parte del “board editoriale”, un’espressione nel frattempo non solo normalizzata, ma connotata di una maggiore solennità ed efficienza, per tornare alle pungenti riflessioni di Roberto Vacca, che ormai, invece di farci ridere, dovrebbero farci riflettere sul nostro attuale suicido linguistico.

Intanto, l’espansione incontenibile dell’inglese ha prodotto una miriade di nuove parole composte da board, che letteralmente indica semplicemente una tavola, e così si sono diffusi gli skateboard ed è arrivato lo snowboard, hanno preso piede gli storyboard, in informatica si è introdotta la dashboard per indicare un pannello di controllo, e tra tantissimi altri composti del genere c’è chi preferisce parlare di keyboard invece che di una semplice tastiera. L’importazione dell’inglese non è insomma il mero ricorso a singoli anglicismi isolati, si salda in una rete di parole tra loro interconnesse, e in una serie di espressioni che si rafforzano a vicenda e si espandono nel nostro lessico a scapito dell’italiano.

Questo allargamento avvenuto nel caso di board non è perciò un esempio stravagante e isolato, è un po’ tutto così nel nuovo “italiano” borderline (che però non deriva da board) sempre più incapace di evolversi con le proprie risorse. Le nostre parole storiche vengono così dismesse per sfoggiare l’inglese, e in questo nuovo contesto in cui prende corpo l’itanglese, talvolta vengono abbandonate, oppure regrediscono a scelte lessicali inferiori, popolari, meno solenni o poco appropriate. Come se la lingua del bel paese dove il sì suona appartenesse al passato e dovessimo vergognarcene di fronte alla supremazia e alla solennità dell’angloamericano.

Se nel Medioevo la lingua alta della scrittura e della cultura internazionale era il latino mentre le masse e il popolino parlavano e capivano solo il volgare, questa stessa diglossia – cioè la presenza di due lingue gerarchizzate che non possiedono la medesima autorevolezza – in seguito ha riguardato il toscano che si è affermato nel Paese come lingua nazionale a scapito dei dialetti, lingue inferiori, rozze, da epurare e toscanizzare. E proprio quando, nel Novecento, l’italiano ha smesso di essere una lingua un po’ artificiale e libresca il cui apprendimento richiedeva assidui studi (soprattutto per chi non era toscafono di nascita) per diventare patrimonio di tutti e lingua naturale, ecco che sta prendendo piede una nuova diglossia in cui è l’inglese a essere la lingua alta della cultura, della scienza e delle élite. La conseguenza e l’effetto collaterale di questa visione è un’analoga “diglossia lessicale” – come l’ho chiamata – che porta a preferire l’inglese anche sul piano interno, e dunque ad anglicizzare la nostra lingua in modo selvaggio. L’inglese “internazionale” e delle multinazionali, cioè il globish o globalese, e l’itanglese – passando al piano interno – sono dunque le due facce della stessa medaglia.

L’inglese internazionale nel nuovo scenario geopolitico

Mentre noi continuiamo a essere un Paese satellite degli Usa dal punto di vista politico, economico, militare, culturale, sociale e dunque linguistico, dovremmo invece prendere atto della svolta trumpiana che ha deciso di “divorziare” dall’Europa, e a quanto pare anche dalla Nato e dall’Onu.

Nel nuovo scenario geopolitico il Golfo del Messico è stato ribattezzato da Trump “Golfo d’America” (e Google Map ha subito provveduto ad aggiungere nelle sue mappe la nuova denominazione), e tra minacce al Canada e alla Groenlandia, dazi, retromarcia sul fronte della guerra in Ucrania, bombardamenti dell’Iran e rapimenti di Maduro in Venezuela, board of peace per trasformare Gaza in un villaggio turistico e per ridisegnare l’ordine mondiale e accaparrarsi petrolio e terre rare… all’Europa, e all’Italia, non resterà che prendere atto di tutto ciò e darsi una svegliata: il “siamo tutti americani” con cui si è aperto il nuovo millennio sullo sfondo della tragedia delle Torri gemelle è finito; gli americani non ci vogliono più, dunque o l’Ue si compatta e si affranca come qualcosa di autonomo o farà una brutta fine.

Dal punto di vista linguistico, nel nuovo scenario sarebbe anche ora di chiedersi perché l’Ue dovrebbe continuare nella sua politica linguistica di diffondere l’inglese e di perseguire l’obiettivo di farne una lingua “franca”, anche se di “franco” c’è ben poco: si tratta di ufficializzare la lingua naturale di Trump e degli anglofoni, la lingua dei padroni che vogliono imporre ed esportare a tutti. Dietro questo disegno ci sono interessi economici incalcolabili, per gli anglofoni che invece di studiare altre lingue preferiscono che siano gli altri a parlare la loro, e soprattutto ci sono altrettante devastanti conseguenze, per noi, che coinvolgono problemi etici e cognitivi, oltre che di identità linguistica e culturale. Trump lo sa benissimo e non è un caso che abbia per la prima volta reso l’inglese la lingua ufficiale d’America. Da noi, al contrario, le proposte di varare dei provvedimenti per la tutela dell’italiano davanti all’inglese che le forze oggi al governo presentavano ciclicamente quando erano all’opposizione, sono naufragate e sono state abbandonate, come l’idea di inserire l’italiano in Costituzione. Il che mostra come fossero soltanto delle sparate propagandistiche ed elettorali, visto che in Parlamento i numeri per realizzarle non mancano di certo.

Passando dall’anglicizzazione selvaggia dell’italiano all’inglese come lingua “internazionale”, possibile che in Europa nessuno metta in discussione anche il globish spacciato come lingua franca e come la soluzione comunicativa per ricostruire la torre di Babele con le fattezze di un grattacelo a stelle e strisce?

Possibile che l’Ue non prenda atto che l’angloamericano è entrato in crisi nello scenario globale? E che non ci conviene affatto spendere milioni di euro e investire nell’inglese come se fosse la nostra seconda lingua anche se non è così, visto che stando alle statistiche è conosciuto da una minoranza degli italiani, degli europei e anche della popolazione mondiale?

Smettere di investire sul globish per promuovere il plurilinguismo sarebbe un bel contro-dazio per reagire al bullismo trumpiano e contribuirebbe al nostro affrancamento e alla costruzione di una nuova identità. Ma in Europa tutto ciò sembra fantascienza.

In Cina l’hanno invece capito benissimo, e si stanno distaccando dall’inglese per promuovere la propria lingua che è quella più parlata nel mondo. Qualche tempo fa, anche Putin ha avuto un’uscita altrettanto chiara e significativa davanti al globish, e quando il portavoce tedesco gli si è rivolto in inglese gli ha ribattuto, piccato, per quale motivo un rappresentante della Germania dovesse rivolgersi in inglese a un russo (grazie a Carla Crivello che me l’ha segnalato).

Vuoi vedere che, davanti a questi esempi, invece di prendere atto della realtà, qualche suprematista anglomane che fino a ieri dava del “fascista” a chi si lamentava per gli anglicismi comincerà a dargli anche del putiniano o del cinese? Non mi stupirebbe. La propaganda anglomane interiorizzata nella mente della nostra classe dirigente è diventata una religione e una fede che non sente ragioni. Anche quando ci distrugge. Per cui va bene parlar male di Trump, che è cattivo, ma meglio farlo virgolettando le sue parole e la sua lingua, che nessuno pare voglia mettere in discussione. Nessun “board of european language” in vista, insomma, davanti alla dittatura dell’inglese che regna sovrana persino tra chi si proclama “sovranista”.

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Perché il rispetto dell’italiano non fa parte della deontologia dei giornalisti?

Di Antonio Zoppetti

I giornalisti hanno enormi responsabilità sociali, e la loro funzione principale è quella di garantire il diritto all’informazione dei cittadini. Per esercitare la loro professione devono essere iscritti a un albo, la cui istituzione risale al 1925, durante il fascismo (“l’esercizio della professione giornalistica è consentito solo a coloro che siano iscritti negli albi stessi”, art. 7). Ai tempi del regime l’ordinamento era legato anche a un certificato di “buona condotta politica” che veniva rilasciato dal prefetto ma, in epoca repubblicana, una nuova legge del 1963 ha modificato il codice fascista anche se l’Ordine dei giornalisti non è stato affatto abolito. E così, se per essere uno storico, un critico letterario, un divulgatore scientifico o un linguista non occorre alcuna “licenza”, un giornalista è considerato alla stessa stregua di un medico o di un avvocato che – per la sua responsabilità sociale – può esercitare solo se iscritto a un albo professionale regolamentato dallo Stato.

Questo ordinamento rappresenta un’anomalia in Europa, visto che negli altri Paesi (ma vale anche per il Regno Unito o gli Usa) l’autoregolamentazione della professione non è gestita dallo Stato, ma dalle associazioni di categoria, dai sindacati e dalla registrazione delle testate. E infatti, l’esistenza di un albo ha da sempre sollevato diverse critiche e negli anni Sessanta alcuni Tribunali hanno addirittura posto la questione di una sua illegittimità costituzionale, anche se poi è stata respinta. L’idea che quella dei giornalisti sia una “casta” e che l’obbligo per legge di una “patente” per esercitare la professione sia una forzatura ha comunque una sua fondatezza e una sua circolazione, tanto che nel 1997 il Partito Radicale ha indetto un referendum per abrogare l’ordine dei giornalisti, che non ha però raggiunto il quorum, benché più del 65% dei votanti fosse favorevole.

Fatte queste premesse, l’esistenza dell’Ordine implica che i giornalisti debbano operare seguendo alcuni principi etici o deontologici previsti dalla legge, purtroppo un po’ vaghi, generici e che non li vincolano affatto a esprimersi in italiano.

I principi deontologici dei giornalisti

Nel 2015, le variegate carte deontologiche in circolazione sono confluite in un documento unitario, il Testo unico dei doveri del giornalista, che è stato poi aggiornato, e l’ultima versione che ha introdotto anche la questione dell’uso dell’intelligenza artificiale è entrata in vigore nel giugno del 2025. Che cosa prevedono questi doveri?

Ci sono articoli che sanciscono la propria libertà di critica e di informazione (e quella del diritto all’informazione dei cittadini), oltre che la propria autonomia e indipendenza. Venendo invece ai “doveri nei confronti delle persone” ci sono indicazioni che tutelano la riservatezza dei dati personali, il rispetto delle persone fragili e vulnerabili, dei minorenni, delle discriminazioni di genere… ma non c’è una riga che riguarda la “lingua italiana”, che non fa parte del codice deontologico. Questa lacuna non deve stupire, è la stessa che caratterizza la nostra Costituzione, che non sancisce che l’italiano è la nostra lingua. Dunque, la deontologia del giornalista non prevede l’uso della lingua italiana e il rispetto del nostro patrimonio linguistico. E così per molti giornalisti la discriminazione delle parole italiane che vengono sempre più dismesse per sfoggiare l’inglese, soprattutto nei titoloni, non è importante né vincolante. Perché il Corriere – ma anche le altre testate – parla sistematicamente di AI invece di IA (Intelligenza Artificiale)?

Perché il giornalista medio – come il rappresentante medio della nostra attuale egemonia culturale – è un anglomane che preferisce ricorrere volutamente all’inglese per motivi stilistici e snobistici. E se qualcuno osa protestare davanti a scelte come green invece di ecologico, climate change invece di cambiamento climatico o workshop invece di seminari, la sua argomentazione preferita è quella di confondere le acque e tirare in ballo il fascismo – che ha creato l’ordine dei giornalisti di cui fa parte, non dimentichiamolo – come se l’anglicizzazione dell’italiano perseguita dalla classe dirigente del nuovo millennio avesse qualcosa a che vedere con la guerra ai barbarismi del regime. Il problema, naturalmente, non sono i “forestierismi”, ma l’anglicizzazione selvaggia perpetrata da chi si vergogna dell’italiano e ha la testa immersa solo nell’angloamericano, perché considera il ricorso all’inglese un elemento di “internazionalità” e di modernità, invece di una sorta di colonizzazione che diffonde la lingua e la visione di una cultura dominante che si espande a scapito delle altre.

Nell’immagine la recente autocelebrazione del Corriere che si vanta di “parlare a tutti” è affiancata a qualche articolo che mostra una realtà ben diversa.

Un’altra giustificazione del ricorso all’inglese si basa sul fatto che certi anglicismi siano ormai “in uso”, il che non è sempre vero, visto che i giornalisti sono i principali “untori” che introducono nuovi anglicismi e li affermano, come è avvenuto nel caso del lockdown, comparso improvvisamente su ogni mezzo d’informazione il 17 marzo 2021 e da quel giorno in poi divenuto “LA” parola unica e stereotipata per indicare il confinamento durante il covid. Ricordo un servizio di Mentana che mi pare emblematico: dopo una settimana di aperture martellanti del tg con la questione del lockdown – che prima del 17 marzo era indicato con parole come serrata, blocco, quarantena, chiusura, zone rosse… – ha pronunciato la parola lockdown allargando le braccia e aggiungendo rassegnato: “Come ormai si dice”. I giornalisti, insomma, prima hanno introdotto una parola sconosciuta a tutti, e poi – una volta affermata – si sono appellati alla sacralità dell’uso. Ma anche quando il ricorso all’inglese è davvero preesistente, rimane il problema del rispetto del nostro patrimonio linguistico oltre che quello della trasparenza. Il giornalista si sente “libero” di parlare di smart working invece di telelavoro, come se questa scelta appartenesse alla propria sfera privata, ma se c’è un Ordine dei giornalisti regolamentato dallo Stato la sua libertà dovrebbe essere vincolata al rispetto della lingua italiana e dei cittadini, che dovrebbe diventare un dovere verso le persone. Se la funzione principale del giornalismo è quella di garantire il diritto all’informazione, bisognerebbe introdurre il principio per cui i cittadini hanno il diritto di essere informati nella propria lingua naturale, non in inglese. Ma questo presupposto non si trova in Italia, al contrario di quanto avviene in Paesi come la Spagna o la Francia.

I giornalisti spagnoli e francesi

L’anglicizzazione dell’italiano – che molti intellettuali e addetti ai lavori negano – non è paragonabile a quella dello spagnolo o del francese, dove invece il dibattito sulla questione esiste. L’abissale differenza di mentalità ha delle ragioni storiche, sociali e politiche molto consistenti. Lo spagnolo è la seconda lingua più diffusa al mondo dopo il cinese, e i madrelingua spagnoli sono ben di più di quelli anglofoni. Dagli anni Cinquanta le accademie degli oltre venti Paesi in cui si parla il castigliano collaborano per mantenere l’uniformità della lingua. Nel 2005 hanno presentato a Madrid il Dizionario panispanico dei dubbi in un evento a cui hanno partecipato i responsabili di quasi tutti i giornali più importanti, che hanno sottoscritto un testo fondamentale in proposito:

Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Diccionario panhispánico de dudas (2005) , e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa (cfr. Gabriele Valle, “Lʼesempio della sorella minore”, p. 757).

E così questo strumento linguistico si è imposto come un manuale virtuoso tra i giornalisti ispanici, che ne seguono i principi anche nel preferire la terminologia spagnola a quella inglese, che infatti nei giornali si trova molto di rado e non ha un impatto devastante come da noi.

Diversissima è anche la situazione francese, che nel 1992 ha inserito in Costituzione la propria lingua. Lì, il dibattito sull’impatto dell’inglese risale agli anni Sessanta, e dopo varie misure per la tutela del francese che a partire dagli anni Settanta sono state varate da governi di destra e di sinistra, è arrivata la legge Toubon che ha vietato l’uso di parole straniere nella comunicazione pubblica e istituzionale, e non in nome di una nostalgica autarchia linguistica di sapore fascista, ma in nome della trasparenza e del rispetto dei cittadini e anche del proprio patrimonio linguistico storico. In un primo tempo il provvedimento riguardava anche la lingua dei giornali, ma queste restrizioni sono poi state smussate dalla Corte Costituzionale in nome della libertà di espressione. E così oggi ci sono giornalisti che preferiscono ricorrere agli anglicismi, come da noi, e altri che invece li evitano come la peste, ma almeno esiste un dibattito in proposito, che da noi manca. In ogni caso i giornalisti francesi si autoregolano, non sono sottoposti a un ordine governato dallo Stato. Inoltre, la differenza più significativa rispetto al caso dell’italiano è che in francese – come in spagnolo – le alternative agli anglicismi esistono, sono promosse dalle istituzioni, ci sono banche dati terminologiche ufficiali che traducono ogni anglicismo, dunque ricorrere all’inglese si configura come una scelta stilistica e sociolinguistica, e non come una “necessità”, come in Italia, dove non si vede niente del genere e i giornalisti anglicizzano ogni cosa sia perché credono che ciò non implichi alcun problema deontologico, sia perché da noi non esiste alcun ente per creare equivalenti ai concetti e ai termini inglesi che da noi circolano senza alternative.

Il servilismo e il provincialismo tipico italiano nei confronti dell’inglese è dunque un’anomalia tutta nostra, che è culturale e sociale prima di essere linguistica. In sintesi, l’assenza di una politica linguistica e di un’attività ufficiale e istituzionale per promuovere l’italiano davanti al globalese si riflette anche in un giornalismo che nasce dagli stessi presupposti e li amplifica. E in un quadro del genere, c’è ben poco da fare per cambiare questo andazzo, a parte denunciarlo e provare, invano, a remare controcorrente. Il problema è insomma politico: se esiste un ordine dei giornalisti gestito dallo Stato è lo Stato che dovrebbe includere tra i principi deontologici anche il rispetto della lingua italiana. Ma nessuno se ne preoccupa.

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The Holidays in English

Learn vocabulary and expressions for talking about the holidays in English: Christmas, Hanukkah, Kwanzaa, and New Year's.

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