La tragedia accaduta in Svizzera ha scatenato l'ennesimo anglicismo: FLESCIÒVER.

"Conflagrazione" no eh?

https://www.achyra.org/cruscate/viewtopic.php?t=10390

#anglicismi

«Flashover»

La tragedia di Capodanno in Svizzera ha fatto circolare questa parola, che indica l'incendio improvviso in una stanza surriscaldata. Ho cercato se se ne foss…

Cruscate

Mi segnalano che il sindaco di Torino durante un'intervista al TG3 regionale Piemonte...

giornalista: "Qual è la legacy di questa edizione delle ATP?"
Lo Russo: "...eredità, diciamolo con una parola in italiano..."

Grazie a @edosecco per la segnalazione!

#anglicismi #parlacomemangi

Diciamo addio ai "campanelli d'allarme".
Adesso solo REDFLÈG.

#itanglese #parlacomemangi #vogliadiesserecolonia #anglicismi

Oggi ho incontrato un nuovo anglicismo aziendale, forse il più terrificante di tutti: "bookare", ossia prenotare una fascia oraria per un appuntamento.
Che suona terribilmente come "bucare" specie se declinato in forma riflessiva alla stregua di "prenotatevi".

Bookatevi.

Rabbrividisco.
#anglicismi #AnglicismiInutili

Cissone si trasforma: da oggi al via il Summer Camp tra smart working, natura e innovazione

Fino al 31 agosto il borgo ospita incontri, attività e masterclass su soft skill e intelligenza artificiale

Targatocn.it
Associazione per l'italiano | API on Instagram: "L'anglicismo «bug» ha un simpatico calco in italiano. Ne parliamo nella scheda di oggi. https://sites.google.com/view/associazioneperlitaliano/raccomandazioni/schede-brevi/2025/baco-italiano-per-bug #bug #baco #bugged #debug #debuggare #debugging #debugger #bacato #sbacare #sbacatura #sbacatore #informatica #programmazione #anglicismi #interlinguistica #linguistica #traduzione #forestierismigratuiti #dirloinitaliano #ecologialinguistica #associazioneperlitaliano #itanglese #api"

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Associazione per l'italiano | API on Instagram: "L'anglicismo «gap» è traducibile in molti modi, dai più generali e neutri ai più specifici e connotati. Ne vediamo un po' nella scheda di oggi. https://sites.google.com/view/associazioneperlitaliano/raccomandazioni/schede-brevi/2025/gap-come-dirlo-in-italiano #gap #divario #differenza #dislivello #gapeconomico #gapgenerazionale #gaptecnologico #gapculturale #anglicismi #interlinguistica #linguistica #traduzione #forestierismigratuiti #dirloinitaliano #ecologialinguistica #associazioneperlitaliano #itanglese #api"

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Anglismi o anglicismi? Il teatrino dei linguisti tra bufale e fisime snobistiche

Di Antonio Zoppetti

Meglio parlare di anglismi o di anglicismi?
Voglio tornare su una questione già affrontata qualche anno fa (→ “Anglismi o anglicismi? Come è meglio dire?”) raccontandone un po’ meglio la storia con spirito critico. Perché è una storia densa di assurdità quasi comiche e allo stesso piuttosto significativa per descrivere lo strano atteggiamento di certi linguisti.

Anglismi, anglicismi e inglesismi sono sinonimi in uso

La premessa è che è perfettamente lecito parlare sia di anglismi sia di anglicismi: sono sinonimi del tutto equivalenti e scegliere una forma o l’altra non ha a che fare con il vocabolario o la grammatica ma con le scelte sociolinguistiche dei parlanti. La terza via sarebbe quella di usare inglesismi, la forma più popolare, più immediata e comprensibile, e proprio per questo oscurata dalle varianti considerate più dotte e sfoggiate dagli addetti ai lavori che però si dividono in due scuole, o correnti, ma forse bisognerebbe parlare di religioni.

Se analizziamo le occorrenze delle tre espressioni sull’archivio di Google Libri, vediamo che inizialmente – tra il Settecento e l’Ottocento – prevaleva la forma più popolare inglesismo, poi nel corso del Novecento si è fatta strada l’alternativa anglicismo seguita dalla meno frequente variante anglismo, che sono entrambe voci dotte.

Appare significativo che, stando al grafico, negli ultimi tempi la forma popolare stia guadagnando terreno sulle voci specialistiche, e forse non è un caso.

Anglicismo” è attestato dal Settecento

Passando dalle frequenze alla letteratura, la prima attestazione della parola “anglicismo” era solo una provocazione, una boutade fatta nell’epoca in cui era il francese a essere la lingua dominante dell’Europa: nel 1764, sulla rivista la Frusta letteraria, Giuseppe Baretti (dietro lo pseudonimo di Aristarco Scannabue) scriveva:

“Oh che bella cosa, se mi venisse fatto di svegliare in qualche nostro scrittore la voglia di saper bene anche l’inglese! Allora sì che si potrebbero sperare de’ pasticci sempre più meravigliosi di vocaboli e di modi nostrani e stranieri ne’ moderni libri d’Italia! E quanto non crescerebbono questi libri di pregio, se oltre a que tanti francesismi di cui già riboccano, contenessero anche qualche dozzina d’anglicismi in ogni pagina!”

A quei tempi di anglicismi non ce n’erano ancora, e i puristi che predicavano l’immobilismo linguistico basato sul toscano si scagliavano invece contro le infinite voci infranciosate, anche se non si trattava di parole francesi crude, ma quasi sempre italianizzate e adattate. La battuta di Baretti era però destinata a diventare profetica, perché nell’Ottocento anche gli inglesismi hanno cominciato a penetrare nella lingua italiana, inizialmente sempre adattati, poi sempre più nella loro forma integrale.

Lo scherzoso neologismo di Baretti, che in seguito è stato ripreso o reinventato da altri e si è affermato come la scelta più frequente, era una coniazione istintiva che non solo ricalcava il modello di francesismo, ma si appoggiava all’analoga voce francese anglicisme, che poi si ritrova anche in spagnolo (anglicismo) e nello stesso inglese (anglicism). Queste forme a loro volta derivano dal latino anglicus con la suffissazione che in italiano è –ismo. E si potrebbero considerare “europeismi”, come li chiamava Leopardi, cioè delle varianti tra loro coerenti e intercomprensibili che riprendono la medesima formazione adattata nelle rispettive lingue.

La storia avrebbe potuto finire qui, se fossimo esseri dotati di un po’ di buon senso, con due parole per indicare la stessa cosa, quella popolare e immediata – inglesismo – e quella dotta preferita dagli studiosi e dagli addetti ai lavori. Ma ecco che, all’improvviso, qualcuno ha cominciato a sostenere che fosse più corretta la forma “anglismo” rispetto a quella in uso e dunque ha cominciato ad adoperarsi per diffondere la terza forma.

Anglismo” si fa strada almeno dagli anni Sessanta

Alla base di queste inutili diatribe (almeno a mio avviso) c’è il fatto che, per indicare le popolazioni inglesi, nell’italiano storico esiste una doppia forma che risale al latino, e si trovano occorrenze sia di “popolo anglico” sia di “popolo anglo”, con la sottile differenza che anglico è di solito solo aggettivo, mentre anglo può essere usato anche come nome (dunque c’erano gli angli, ma non gli “anglici”). Sulla base di questa pedanteria, qualche linguista ha cominciato così a parlare di anglismi, per distinguersi dagli altri e per snobismo.

Secondo le datazioni dei dizionari – per esempio il Devoto Oli – ciò sarebbe avvenuto nel 1970, ma ho provato ad andare alle fonti ed è evidente che si tratta di una datazione da anticipare: il fenomeno si può far risalire almeno agli anni Sessanta, visto che consultando l’archivio storico di un giornale come La Stampa, la forma anglismo si trova in un articolo del 1965 (“L’abuso delle parole ricercate per innocente smania di distinguersi” dello scrittore e linguista Leo Pestelli, 06/04/1965, numero 81, pagina 3) che la ripropone anche in un altro pezzo del 1969 (“I dispetti al participio”,14/09/1969, numero 215 pagina 3).

Le riflessioni agli antipodi di Migliorini e De Mauro

Ho cercato di indagare sul fenomeno per capire chi e quando ha cominciato a spingere per la soluzione nuova, e una delle prime riflessioni sulla maggior correttezza di anglismo rispetto ad anglicismo si ritrova in Bruno Migliorini (1896-1975), considerato uno dei maggiori linguisti della sua epoca. Era il teorico del cosiddetto neopurismo, che al contrario del purismo storico non era affatto contrario alle parole di provenienza straniera, ne proponeva invece l’italianizzazione attraverso gli adattamenti (gol invece di goal) o le traduzioni (lampo invece di flash). Le sue proposte di italianizzare – per esempio ebbero successo regista e autista al posto dei francesismi régisseur e chauffeur in voga ancora durante il fascismo – si basavano sulla “glottotecnica”, un approccio che proponeva soluzioni linguistiche normative basate sull’italiano storico che doveva evolversi senza snaturarsi.

Questo approccio prevedeva che nella formazione delle parole si dovessero seguire anche dei criteri di semplificazione e uniformità, dunque anche se anglicismo era per lui “più corretto dal punto di vista della morfologia tradizionale”, anglismo era invece da preferire perché rispondeva all’esigenza di “semplificazione e brevità”, esattamente come automazione aveva la meglio su automatizzazione e (a suo dire) lemmazione era preferibile a lemmatizzazione (cfr. Giacomo Devoto, Il linguaggio d’Italia, Rizzoli 1974, p. 350).

Queste proposte di Migliorini caddero però nel vuoto, e lo stesso autore nei suoi libri usava la forma anglicismo. Il suo discepolo Ignazio Baldelli, al contrario ricorreva ad anglismi, e il paradosso della Breve storia della lingua italiana che quest’ultimo aveva riassunto e continuato partendo dall’opera maggiore scritta dal maestro, è che si ritrovano entrambe le forme: nella parte compendiata ricorre anglicismi (anche nell’indice analitico), mentre nelle aggiunte scritte ex novo da Baldelli si legge anglismi. È un particolare che non va trascurato, perché i revisori editoriali spingono per uniformare i testi e di solito evitano di utilizzare forme doppie. Dunque si può ipotizzare che quelle parole siano state lasciate in modo ponderato e non casuale, come una scelta autoriale rispettosa di due diverse prospettive.

Ora, che un neopurista teorico della glottotecnica preferisse anglismo per motivi normativi – benché poi non lo impiegasse seguendo l’uso più in voga – è del tutto comprensibile. Lo è molto meno la posizione dei linguisti successivi, che si proclamano descrittivi, e dunque dovrebbero limitarsi a descrivere e seguire ciò che si afferma nell’uso, invece di volerlo cambiare.

E con questo arriviamo alla posizione più recente espressa da un altro gigante della linguistica, Tullio De Mauro, che non si limitava a usare anglismo ma ne prescriveva l’uso in varie occasioni. Nel 2017, per esempio, intervistato dall’Agenzia Dire in un convegno nella Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, corresse la giornalista che avrebbe chiamato “impropriamente” anglicismi i prestiti dall’inglese. Secondo De Mauro, che aveva ribadito la stessa cosa in più occasioni, la derivazione corretta della parola dovrebbe partire da “anglo” e l’inserimento di “ci” sarebbe a sua volta un inglesismo (da anglicism). E infatti, per lo studioso, chi studia l’inglese e la sua letteratura è un anglista, non un anglicista, il che è vero ma non dimostra nulla – a parte il fatto che la lingua si evolve in modo caotico e tortuoso – visto che poi si parla di anglicizzazione e non certo di anglizzazione… tanto che il lessicografo Giovanni Nencioni, che scriveva “anglismi”, parlava però di “anglicizzazione”. La questione della coerenza, insomma, è un po’ più complessa.

L’attuale prevalenza di “anglismo” tra i linguisti

Il fatto che Migliorini e De Mauro avessero opinioni opposte in merito alla “correttezza” di anglicismo e anglismo, oltre a stupire, aiuta a riflettere sulla presunta “scientificità” della linguistica, una disciplina che spesso non ha affatto il rigore che dovrebbe contraddistinguere le branche scientifiche. Nel caso particolare, ogni giudizio sulla “correttezza” di anglicismo/anglismo ha a che fare con le interpretazioni soggettive e opinabili dei singoli autori.

Sostenere che anglicismo sia a sua volta un inglesismo appare come una provocazione priva di fondamento; non è certo per interferenza diretta dell’inglese che si è imposto anglicismo, bensì per una serie di ragioni storiche più articolate che hanno a che fare anche con l’interferenza del francese, oltre che con la ripresa degli elementi latini. Non è un caso che sul dizionario di Oxford la voce “anglicism” sia considerata una derivazione del francese anglicisme che a sua volta nasce dal latino medievale anglico.

Ma soprattutto, che ne è della retorica dei linguisti che si proclamano descrittivisti? Perché, invece di accettare una parola come anglicismo attestata sin dal Settecento – e che ha i suoi corrispondenti in francese, spagnolo e inglese – la vogliono cambiare con un’altra proclamata più “corretta”?

La verità è che il descrittivismo di certi linguisti è invocato quando fa comodo e nascosto sotto al tappeto in altri casi. Quando si devono giustificare gli anglicismi entrati in uso prevale la storiella dell’uso che fa la lingua su cui non si deve – ne può – intervenire; quando si tratta di cambiare l’uso storico in nome di presupposti ideologici (dalle parole politicante scorrette alle femminilizzazioni delle cariche) ecco che gli stessi linguisti bollano anglicismo come inappropriato e tornano a essere prescrittivi, entrando a gamba tesa sull’uso storico per cambiarlo a loro capriccio. E per elevarsi dal popolino che di sicuro comprende meglio la parola inglesismo la evitano come la peste (non compare quasi mai tra gli addetti ai lavori) con il risultato che gli stessi autori che non di rado ci vorrebbero far credere che la lingua arrivi dal basso sono i primi a introdurre – dall’alto – la propria nomenclatura dotta invece che adeguarsi all’uso delle masse. Il che è lecito e normale, ma suona piuttosto contraddittorio rispetto ai principi sbandierati.

E così la trovata di De Mauro ha fatto presa su molti linguisti moderni, che tendono a elevarsi e a distinguersi parlando di anglismi e spesso ripetono la sua storiella in modo acritico e poco veritiero, anche se prima di loro specialisti come Arrigo Castellani o Gaetano Rando parlavano esclusivamente di anglicismi. Cito un esempio tra i tanti che se ne possono fare (tratto da un articolo di Cristina Lavinio del 2021, “Inglese e anglismi: allarmismi fondati?”, che si prefigge di negare che l’interferenza dell’inglese sia un problema):

“Forse un po’ provocatoriamente, parto dalla segnalazione di un paradosso: se si deplorano i tanti anglicismi che invadono il nostro italiano sarebbe meglio parlare di anglismi, dato che anglicismo ricalca pari pari la forma dell’inglese anglicism ed è dunque un anglismo esso stesso, per quanto di più antica data e più diffuso rispetto ad anglismo. Tra l’altro anglicismo ha una sillaba in più, e una volta tanto il calco dell’inglese anglicism è meno economico della parola italiana anglismo. Ed è divertente che Google, che ormai permette di leggere anche fatti linguistici documentando, per esempio, la diffusione in rete di parole o espressioni, se scrivo anglismo mi dice che forse cercavo anglicismo (di cui anglismo è sinonimo, come qualunque dizionario recita), ma poi mi rimanda a un articolo di Tullio De Mauro dove si parla proprio di anglismi fin dal titolo”.

Alla base di questo “paradosso” c’è però un equivoco di fondo in cui i linguisti sono spesso impantanati. Anche se anglicismo derivasse davvero direttamente dall’inglese, in questo ragionamento non si distinguono le parole adattate (per es. resilienza) da quelle crude (per es. computer), come se fossero tutte sullo stesso piano. Al contrario, la provenienza di una parola – la sua etimologia – non ha alcuna importanza: se si tratta di una forma adattata è a tutti gli effetti una parola italiana (anche se condannata dai puristi e anche se si tratta di un neologismo) e poco importa che ci arrivi dall’inglese, dall’arabo o dal cinese. Mettere sullo stesso piano resilienza e computer, perciò — come mischiare le mele e le pere — non ha alcun senso. Il paradosso, dunque, nasce dalla terminologia in uso tra i linguisti che è ambigua e poco rigorosa. È questa che alimenta la confusione: ammesso e non concesso che anglicismo derivi dell’inglese, chi se ne frega? Il criterio di demarcazione tra una parola straniera o italiana sta nella forma (adattamento di grafia e suono) non nel pedigree (anglicismo crudo) e un inglesismo sarebbe caso mai anglicism (se a qualcuno in futuro verrà in mente di preferirlo all’italiano) non il suo derivato perfettamente adattato in uso da secoli. Ma certi linguisti non distinguono le due cose, e si muovono nell’orizzonte purista del passato che considerava i “prestiti integrali” (cioè non adattati) e quelli adattati alla stessa stregua.

Intanto, mentre c’è chi polemizza su simili quisquilie che sembrano appartenere solo ai propri ombelichi, la tecnologia offre alle masse risposte diverse, anche se strampalate.

Lo zampino della tecnologia

La cosiddetta intelligenza artificiale, che applicata alla scrittura per il momento è foriera di enormi idiozie e strafalcioni, privilegia la forma anglicismo, forse sulla base delle frequenze storiche e attuali, e addirittura Chatgpt dispensa bufale per cui anglicismo sarebbe la forma “corretta e più usata” e che in linguistica è “il termine standard accettato” concludendo:

anglicismo: corretto? Sì. È il termine da usare
anglismo: corretto? No (o discutibile). Talvolta usato informalmente, meno preciso. Meglio evitarlo, preferire “anglicismo”.

Anche il mio correttore ortografico mi segnala anglismo come “errore”, e benché non sia vero, credo che l’impatto delle nuove tecnologie, se non cambieranno l’attuale impostazione, sarà di sicuro più incisivo nell’uniformare il modo di parlare della gente. Ed è interessante notare come questi nuovi supporti diffondano e considerino corretto anche il popolare inglesismo, che non viene sanzionato come errore, al contrario della variante snobistica che caratterizza la maggioranza degli addetti ai lavori. Viene da chiedersi se Chatgpt, nel suo trarre conclusioni a vanvera sulla base delle frequenze, non segua un approccio ben più descrittivo dei linguisti che dicono di esserlo, ma preferiscono perdere tempo a questionare se sia più nobile parlare di anglismi o di anglicismi; come se invece di preoccuparci della nostra lingua che si sfalda e regredisce schiacciata dall’inglese (un fatto che ancora in troppi sottovalutano o addirittura negano), sia più importante discutere sul fatto se si stia anglicizzando o anglizzando

#anglicismi #anglicismiNellItaliano #inglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano

Associazione per l'italiano | API on Instagram: "L'anglicismo «pride» può essere tradotto (e spesso si trova già tradotto) in italiano con «orgoglio». Ne parliamo nella scheda di oggi. https://sites.google.com/view/associazioneperlitaliano/raccomandazioni/schede-brevi/2025/orgoglio-italiano-per-pride #pride #prideparade #gaypride #paratadelpride #paratadellorgoglio #parataLGBT #prideitalia #marciadellorgoglio #sfilatadellorgoglio #anglicismi #interlinguistica #linguistica #traduzione #forestierismigratuiti #dirloinitaliano #ecologialinguistica #associazioneperlitaliano #itanglese #api"

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Mi scuso molto per una grave dimenticanza: l'altro giorno a fianco dei TOLC non ho menzionato gli SPÌCH.

Ho visto un video su yt di una conferenza in italiano e uno dei commenti è: "Ottimo speech, complimenti!" 😑

Io proporrei di spicciarsi a parlare meglio.

#itanglese #anglicismi #vogliadiesserecolonia