Notizie importanti ce le dà Radio Bari

Con l’avvenuto riconoscimento della delegazione ciellenistica di Lugano Mc Caffery aveva così perentoriamente chiesto a Pizzoni l’esautorazione di A.G. Damiani e la nomina di un suo sostituto per la parte militare. Per la persona da destinare a tale incarico l’inglese aveva fatto esplicitamente il nome di Stucchi, conosciuto in occasione della recente missione. Discussa la questione in sede di Clnai, in assenza di Parri, i delegati dei partiti si erano accordati per interpellare “Federici” tramite Giorgio Marzola, “Olivieri”. D’altra parte, sulla nomina di Stucchi si erano pronunciate positivamente varie forze politiche, che l’avevano usata come mezzo per indebolire i comunisti e per riservare ai socialisti, nel dopoguerra, un ruolo di mediatori. L’allontanamento di Stucchi era poi consigliato anche da ragioni di prudenza: egli era stato in contatto con molti degli arrestati di via Andreani e di via Borgonuovo, ma soprattutto con Galileo Vercesi, espondente per i democristiani del Cm. Egli era di fatto schedato, se è vero che Antonio Gambacorti Passerini, già all’inizio dell’anno [1944], da San Vittore, dov’era recluso, aveva fatto pervenire alla moglie Nina un biglietto clandestino diretto all’amico: “Di’ a Gibi di andarsene subito” <636. Stucchi sarebbe venuto a sapere solo dopo la fine della guerra che, durante gli interrogatori, la polizia carceraria chiedeva ai detenuti se lo conoscevano. Fu così che, passate le consegne a Guido Mosna, suo sostituto nel Cmai, e abbandonata la “grigia e travagliata vita di Milano” <637, egli sarebbe partito il 23 aprile alla volta della Svizzera.
Dai nuovi colpi inferti alla Resistenza alla costituzione del Cvl
Nel frattempo, al di là dell’affaire Damiani, che sarebbe durato più di un mese, la situazione politica del Paese era giunta a un punto di svolta. Ivanoe Bonomi, presidente del Cln centrale, dimessosi il precedente 24 marzo 1944 a causa di contrasti sorti tra i partiti di sinistra e quelli di destra, il 7 aprile aveva annotato sul suo Diario: “Quel voto [del Congresso di Bari, nda] aveva avuto un effetto notevole. Aveva collocato Badoglio in un cul di sacco. Egli non poteva fare un vero e proprio Gabinetto politico per il rifiuto dei partiti antifascisti a parteciparvi. Non poteva né avanzare, né ritirarsi. In tale situazione è giunto miracolosamente da plaghe lontane un cavaliere portentoso, un Lohengrin redivivo, che si è accostato a Badoglio e lo ha tratto in salvo. Il cavaliere è venuto dalla Russia ed è Palmiro Togliatti (alias Ercoli) […] Il pensiero di Togliatti è semplice, rettilineo, convincente […] La mossa di Togliatti ha avuto effetti risolutivi. Se i comunisti vanno con Badoglio, come possono restare in disparte i liberali di Croce, i democristiani di Rodinò e così, via via, tutti gli altri?” <638
Il 27 marzo, infatti, quasi contestualmente, il leader del Pci, Palmiro Togliatti, nome di battaglia “Ercoli”, partito dalla Russia e transitato per Il Cairo e per Algeri, era giunto in Italia dove aveva dato, con la famosa “svolta di Salerno”, un nuovo indirizzo all’atteggiamento del suo partito verso il governo Badoglio e la monarchia. Togliatti aveva proposto la più ampia collaborazione di tutte le forze politiche, compreso il re, la cui sorte sarebbe stata discussa alla fine del conflitto. Alla costituzione di un nuovo governo democratico di guerra e di unità nazionale, il Pci aveva posto tre condizioni: la prima, che non si rompesse l’unità delle forze democratiche e liberali antifasciste, ma che, anzi, questa unità si estendesse e si rafforzasse; la seconda, che al popolo italiano venisse garantita, nel modo più solenne, a liberazione avvenuta, un’Assemblea nazionale costituente; la terza, che il nuovo governo democratico si formasse sulla base di un preciso programma di guerra per lo schiacciamento degli invasori e per la liquidazione del fascismo. Con estremo realismo Togliatti aveva parlato davanti ai militanti comunisti della Federazione di Napoli: “A queste condizioni siamo disposti a ignorare tutti gli altri problemi o a rinviarli; sulla base di queste condizioni ci sembra che possa essere realizzata la più ampia unità di forze nazionali per la guerra […] <639. Queste indicazioni, legate al riconoscimento del nuovo governo da parte della Russia, avevano spiazzato del tutto i partiti ciellenistici. L’8 aprile Bonomi riportava tra i suoi appunti le “doglianze e le critiche” provocate dalla svolta nel mondo politico, paragonandole a quelle che avevano “formato la sostanza dei dibattiti” <640 e che lo avevano costretto, due settimane prima, a dare le dimissioni dal Comitato di Liberazione. Annotava: “Se durante quei dibattiti io avessi proposto ciò che Togliatti ha fatto accettare […] io sarei stato cacciato dal mio posto. Proprio vero che in politica i fatti sono quelli che si incaricano di far giustizia delle passioni del momento” <641.
L’area degli antifascisti cattolici aveva accolto invece le proposte di “Ercoli” in modo positivo. Aveva scritto il giornalista Carlo Trabucco alla data dell’11 aprile: “Notizie importanti ce le dà Radio Bari. Infatti le dichiarazioni dell’esponente massimo del Comunismo in Italia, Palmiro Togliatti, sono di una liberalità che perfino sconcerta. Togliatti ci porge un piatto sul quale si trova in bella mostra la completa libertà di culto e il rispetto della Religione Cattolica. Pare di sognare. Perché 25 anni or sono il comunismo italiano e il padre suo, il socialismo, non hanno formulato la stessa proposizione? Perché negavano patria ed esercito, religione e morale? Non sarebbe nato il fascismo e la vita italiana avrebbe avuto altro corso. Perché il comunismo italiano acquistasse il buon senso di cui dà prova oggi per bocca di Togliatti, ci sono voluti 20 anni di tirannia e questo spaventoso bagno di sangue. Ma se tutto è bene quel che finisce bene, noi vogliamo prendere in parola Togliatti e aspettarlo a suo tempo al traguardo delle realizzazioni pratiche” <642.
Le proposte, invece, erano state guardate come un inaccettabile voltafaccia dagli azionisti, rimasti da tempo amareggiati e delusi dalle manovre di Badoglio, tendenti a soffocare l’opinione pubblica antifascista e a far rimanere il re su quel trono che egli stesso aveva disonorato. Scriveva in una lettera clandestina Parri ad Alberto Damiani, “Tito”, e ad Adolfo Tino, “Vesuvio”, il 16 aprile: “dopo tanto lavoro nostro e specie di Tito, la situazione sia pol. sia mil. del Nord Italia è totalmente ignorata, come dimostra anche il colpo di scena Ercoli” <643. Per rimarcare con maggiore incisività le proprie posizioni, il PdA pubblicava il 18 sul suo organo di stampa «Italia Libera» un articolo intitolato Esordio pericoloso, in cui venivano messi in luce alcuni errori che avevano turbato l’entusiasmo e la fede nella lotta: “Le deficienti impostazioni politiche nell’Italia meridionale, rese evidenti dal Congresso di Bari, le mene del governo Badoglio, le oscillazioni di qualche altro partito di Roma, il discorso di Churchill, rude e aspro e ingiusto per la democrazia, le sottigliezze politiche dell’Unione Sovietica, hanno dato agli avvenimenti un corso assai diverso da quello che il Paese aveva il diritto di attendersi. L’iniziativa Togliatti, se avesse tenuto conto di tutti i più complessi e delicati fattori politici in gioco, avrebbe potuto ancora salvare la situazione e preservare le ragioni e l’avvenire della democrazia” <644.
[NOTE]
636 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 266.
637 ivi, p. 309.
638 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno (2 giugno 1943-10 giugno 1940),, Garzanti, Milano 1947, pp. 175-6.
639 P. Togliatti, Il discorso, in A. Capurso (a cura di), I discorsi che hanno cambiato l’Italia. Da Garibaldi e Cavour a Berlusconi e Veltroni, Mondadori, Milano 2008, pp. 170-1.
640 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno…, cit., p. 178.
641 ibidem.
642 Carlo Trabucco, La prigionia di Roma. Diario dei 268 giorni dell’occupazione tedesca, Borla, Torino 1954, p. 218.
643 Insmli, Maurizio a Tito e Vesuvio, 16/IV ’44, fondo Damiani, b. 1, f. 3.
644 Insmli, Esordio pericoloso, in «Italia Libera», 18/4/1944, in fondo Damiani, b. 1, f. 7.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

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Con l’armistizio tentarono la costituzione di una Guardia Nazionale

Per meglio comprendere le opposte politicizzazioni cui furono soggetti i soldati, esposti ai «megafoni che gridano promiscuamente in lingue politiche diverse» <1270, è necessario approfondire i termini con cui, nell’autunno del 1944, si arrivò all’arruolamento di migliaia di volontari provenienti dalle fila partigiane.
Già nel corso della guerra fascista, il Regio Esercito confermò la propria diffidenza nei confronti di uomini particolarmente motivati come i volontari. Temuti portatori di un sistema di valori slegato dalla semplice obbedienza all’autorità, la loro fedeltà politica materializzatasi nell’assunzione dell’onere del combattimento metteva implicitamente in discussione la legittimità di una gerarchia, incardinata sull’obbligo giuridico e personale di servire la patria in armi.
Il volontarismo per la guerra fascista fu visto da Mussolini come un’occasione per confermare il ruolo di guida del Partito, ma proprio l’istituzione militare era diffidente di fronte a forme troppo aperte di politicizzazione.
[…] Dopo l’armistizio l’arruolamento di volontari ebbe una storia parimenti travagliata, i partiti di sinistra proposero proprio il volontarismo come condizione per ricostruire un Esercito screditato <1272. Alla supposta incompetenza dei quadri dirigenti, compromessi con il fascismo e responsabili di una guerra perduta, venne contrapposto lo slancio che i volontari avrebbero potuto portare ad una struttura stanca e burocratica. Lo spirito patriottico dei volontari avrebbe potuto ridare linfa e spirito combattivo anche ai militari di leva. Presentati come quieti, fedeli ed obbedienti, i soldati sarebbero stati vittime dell’inettitudine degli alti gradi, responsabili della guerra fascista.
I governi che si susseguirono nel corso della Guerra di Liberazione promulgarono due bandi per l’arruolamento di volontari, emessi però in condizioni e con obiettivi molto diversi.
Dopo il 25 luglio, i partiti riammessi all’agone politico dopo la destituzione di Mussolini, sopratutto quelli con un’anima più “rivoluzionaria” come il Partito d’Azione ed il Partito Comunista Italiano, si diedero da subito una politica militare che avrebbe dovuto fare i conti con il Regio Esercito e con il suo ruolo istituzionale. Il PCI chiese al governo di siglare la pace con gli Alleati e di iniziare la guerra contro i tedeschi <1273. Con l’Armistizio i comunisti, assieme agli altri partiti antifascisti, tentarono la costituzione di una Guardia Nazionale – un nome che rimandava a fasti risorgimentali e giacobini – che potesse affiancare le truppe regolari nella lotta contro i tedeschi. Ogni tentativo fu frustrato dal rifiuto dei militari di armare delle formazioni politicizzate <1274.
All’indomani dell’8 settembre, Ferruccio Parri ribadì agli stupiti rappresentanti dei servizi segreti americani la sua intenzione di organizzare un’armata di volontari da affiancare alle truppe regolari nella lotta contro i tedeschi, suscitando in Allen Dulles una certa diffidenza. Nei mesi seguenti, il Partito d’Azione fu fra i maggiori assertori del volontarismo come mezzo di rinnovamento delle forze armate <1275.
Il giorno dell’armistizio, le richieste di armi da parte dei “volontari” si moltiplicarono <1276. Come ricorda Giuseppe Conti, ci fu chi cercò di fare del volontariato antifascista «uno strumento nuovo di guerra, in contrapposizione all’ormai superato esercito monarchico», ma anche chi cercò di organizzare un volontariato meno politico e ostile alle forze armate regie <1277.
Con lo stabilizzarsi della situazione nel “Regno del sud”, Badoglio cercò di regolare definitivamente la questione. Nella porzione di terre liberate i volontari cominciarono ad essere arruolati da privati cittadini più o meno vicini ai partiti, allo scopo di dimostrare la volontà degli italiani di combattere e di sottrarre alla monarchia il monopolio dell’ancora inesistente sforzo bellico per il concorso alla liberazione della penisola. A Bari l’iniziativa passò nelle mani degli antifascisti, nella forma di un manifesto affisso a firma del Fronte Nazionale d’Azione, composto dai quattro partiti presenti in città. Il Prefetto ordinò l’arresto del tipografo e dei due esponenti del PdA e del PCI responsabili di aver diffuso dei manifestini incoraggianti per l’arruolamento <1278. Allo stesso tempo, un gruppo di monarchici organizzò una colonna volontari che avrebbe dovuto tanto combattere i tedeschi, quanto puntellare la monarchia di fronte ad una temuta rivolta comunista, che si sarebbe dovuta manifestare anche durante il congresso di Bari nel gennaio del 1944 <1279.
Il IX Corpo d’Armata propose di organizzare un vero e proprio «partito dell’ordine» con i reduci della Grande guerra, in modo da contrastare l’efficace propaganda del PCI <1280. Questa vicenda non rimase isolata nei confusi giorni successivi all’8 settembre, dato che «Comitati di volontari di guerra e Comitati d’azione» erano presenti in molte città pugliesi <1281. Lo stesso Badoglio decise di bloccare ogni tentativo di organizzare «irresponsabili bande di volontari», almeno nelle province sotto la sua giurisdizione, precisamente per assicurare l’ordine pubblico alle spalle degli eserciti alleati da poco sbarcati in Italia. In fin dei conti, «a coloro i quali fossero effettivamente animati da volontà di combattere, si era data la possibilità di arruolarsi in reparti regolari dell’Esercito» <1282. Il 10 ottobre 1943 Badoglio diramò una circolare ai prefetti, nella quale ribadì che: “nessun individuo, ente o associazione è autorizzato alla formazione di bande di volontari. Solamente l’Esercito è incaricato di ricevere, armare e istruire volontari. Chiunque operi contrariamente a queste tassative disposizioni sarà immediatamente arrestato e deferito al Tribunale di Guerra. Le bande eventualmente costituite o in corso di costituzione, vanno immediatamente sciolte e diffidati i promotori ad astenersi da ulteriori attività in merito” <1283.
In questo modo Badoglio cercò di rassicurare Vittorio Emanuele, che «mostrava di avere una fiducia più piena in Roatta, Ambrosio e gli altri militari “puri”, ostilissimi al volontariato». Per questo il 10 ottobre diffidò ogni cittadino dall’arruolare privatamente reparti volontari, ponendo un freno ai movimenti apparentemente appoggiati anche dagli alleati, come i Gruppi Combattenti Italia del generale Giuseppe Pavone <1284. Chiunque avesse voluto far guerra ai tedeschi avrebbe dovuto usare gli ordinari canali istituzionali. Questi vennero aperti dal Bando 8 del 28 ottobre 1943, con cui Ambrosio ordinò che fossero costituiti dei reparti composti unicamente da volontari da affiancare alle unità regolari <1285. I termini d’arruolamento previsti dal Bando 8 non mancarono di deludere quei partiti che avevano chiesto a gran voce una riforma dell’Esercito. “Si proibiscono dapprima come criminali di lesa maestà gli arruolamenti di volontari e quando, dopo la mortificazione prodotta dal troppo indugiare, lo slancio volontaristico è stato sviato e ridotto, si indicono arruolamenti concepiti con la tipica mentalità delle caserme per la quale un uomo è un numero e non già il portatore di un’esperienza e di un’idea” <1286.
[NOTE]
1270 ISNENGHI, Le guerre degli italiani…, p. 317.
1272 Vedi SANNA Daniele, Riorganizzazione e ridimensionamento del regio esercito durante la luogotenenza (giugno 1944 – giugno 1946), in «Amministrare. Rivista quadrimestrale dell’Istituto per la Scienza dell’Amministrazione pubblica», n. 1, 2010, pp. 248-250; CONTI, Aspetti della riorganizzazione…; pp. 100-103.
1273 Pavone, Una guerra civile…, p. 11.
1274 In questo senso andò una delle prime azioni del Fronte Nazionale costituito a Napoli, cui partecipò fra gli altri il futuro sottosegretario comunista al Ministero della Guerra, Mario Palermo, assieme a Pasquale Schiano, Adriano Reale e Vincenzo Arangio Ruiz. La speranza fu quella di convincere il generale Del Tetto, responsabile della difesa di Napoli, ad armare delle bande popolari. Le armi non furono date, PALERMO, Memorie…, pp. 159-160.
1275 PAVONE, Una guerra civile…, pp. 10-11; POLESE REMAGGI Luca, La nazione perduta. Ferruccio Parri nel Novecento italiano, Il Mulino, Bologna 2004, pp. 231-232; DE LUNA Giovanni, Storia del Partito d’Azione. La rivoluzione democratica (1942/1947), Feltrinelli, Milano 1982, pp. 99-101. CONTI, Aspetti della riorganizzazione…, pp. 101-103.
1276 Il comitato antifascista di Venezia chiese all’aiutante di campo del duca di Genova (che nel frattempo era fuggito) di poter essere armato per formare una «Legione Veneta» forte di 1.500 uomini, ma ottenne un secco rifiuto. A Ravenna le richieste di armi incontrarono l’opposizione del generale Carabba. A Novara il rifiuto venne dal generale Sorrentino, che comunque promise di armare una “Guardia Nazionale”. A Torino Adami Rossi non ricevette i rappresentati politici che chiedevano di essere armati, e lo stesso accadde nella Milano del generale Ruggero, che consegnò ottanta fucili il 9 settembre ma, dopo la resa ai tedeschi del 10, fece affiggere un proclama che minacciava di passare per le armi chiunque avesse accennato ad una resistenza. A Firenze il generale Chiappi usò un po’ di tatticismo incoraggiò i comunisti ad organizzarsi, salvo poi rifiutare loro le armi. A Piombino, nonostante l’opposizione dei comandi militari i “partiti” riuscirono anche a respingere un primo sbarco tedesco, ma Cesare Maria De Vecchi ordinò poi di liberare i prigionieri e di non aprire il fuoco sulle truppe tedesche. A Napoli il Comitato dei Partiti Antifascisti propose al comandante militare della città di armare il popolo LONGO Luigi, Un popolo alla macchia, Mondadori, Milano 1952, pp. 54-55, pp. 91-92; SPRIANO, Storia del partito comunista italiano. 7. La Resistenza, Togliatti e il partito nuovo, Einaudi, Torino 1975, pp. 24-37. Per entrare nel campo delle testimonianze, in questo senso vanno sia il racconto di Pasquale Plantera, che avrebbe partecipato allo sfortunato tentativo di fermare delle autocolonne tedesche tentato dal 5º Reggimento Bersaglieri a Volterra; sia quello di Alvaro Sabatini (Marco), che, assieme ad altri, avrebbe cercato di organizzare una difesa organizzata a Montepulciano. Sia Plantera che Sabatini sarebbero poi stati tra i partigiani senesi arruolatisi volontari del Gruppo “Cremona”. Vedi testimonianza di Pasquale Plantera (Serpente), e quella di Alvaro Sabatini (Marco) in Lo strano soldato…, p. 304, pp. 327-328; di natura molto diversa la “brigata proletaria” composta da operai di Monfalcone che avrebbero cercato di difendere le infrastrutture dove lavoravano, Voce Trieste, brigata Garibaldi, in COLLOTTI, SANDRI, SESSI (a cura di), Dizionario della Resistenza, vol II., Luoghi, formazioni, protagonisti, Torino, Einaudi, 2006, p. 234.
1277 CONTI, Aspetti della riorganizzazione…, p. 96; vedi anche PAVONE, I Gruppi Combattenti Italia. Un fallito tentativo di costituzione di un corpo di volontari nell’Italia Meridionale (settembre-ottobre 1943), in «Il Movimento di Liberazione in Italia», 1955, f. 1-2, n. 34-35, pp. 80-119.
1278 DEGLI ESPINOSA, Il regno del sud…, pp. 41-42, vedi anche p. 181. Dell’episodio parla anche PAVONE, I Gruppi Combattenti Italia…, pp. 82-83. ALOSCO A., L’arresto dei liberalsocialisti di Bari nel 1943, in «Annali dell’istituto Ugo La Malfa», vol. III, 1987.
1279 Il gruppo dirigente della colonna fu processato dal Tribunale Militare Territoriale di Bari nel gennaio del 1945, proprio a causa delle azioni violente che avrebbe organizzato in vista del congresso dei CLN, vedi ASBa, Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Bari, vol. 9, Sentenze 1945, come citato in LEUZZI Vito Antonio, Lotta politica dopo l’8 settembre 1943. Reazione monarchica e organizzazione di una colonna armata contro il Congresso di Bari dei Cln, in SOVERINA, 1943…, pp. 236-239.
1280 ACS, PCM Napoli-Salerno 1943-1944, c. 4, n. 10 Situazione politica interna, sf. 9, Propaganda del partito comunista, Comando del IX Corpo d’Armata. Ufficio Affari Civili, prot. N. 349/AC/Ris, Combattenti della guerra 1915-1918.-, 19 novembre 1943.
1281 ACS, PCM Brindisi-Salerno, 1943-’44, c. 2-6, f.1, CC.RR. Italia merid., 4 ott. ’43, n. 23-1 prot., in CONTI, Aspetti della riorganizzazione…, p. 96n.
1282 BADOGLIO Pietro, L’Italia nella seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano 1946, p. 281.
1283 ACS, PCM Brindisi-Salerno, 1943-’44, c. 3-5, telegramma di Badoglio ai prefetti, 10 ott. ’43, n. 513, in CONTI, Aspetti della riorganizzazione…, p. 98.
1284 PAVONE, I Gruppi Combattenti Italia…, p. 101; un impressione, quella sull’isolamento di Badoglio rispetto a Vittorio Emanuele III e alla cerchia dei capi di stato maggiore, Roatta e Ambrosio in testa, confermata anche da Piero Pieri e Giorgio Rochat in PIERI Piero, ROCHAT Giorgio, Badoglio, UTET, Torino 1974, pp. 828-829.
1285 Raccolta ufficiale dei provvedimenti emanati dal governo italiano dall’8 settembre all’8 luglio 1944, Roma, 1944, p. 44, Bando del 28 ottobre 1943, n. 8, Arruolamento volontari nel Regio Esercito, emanato nella «Gazzetta Ufficiale», 27 novembre ’43, n. 3-B.
1286 «L’Italia del Popolo», n. 4, 19 nov ’43, Esercito e Milizia, p.2, citato in CONTI, Aspetti della riorganizzazione…, p. 100.
Nicolò Da Lio, Il Regio Esercito fra fascismo e Guerra di Liberazione. 1922-1945, Tesi di dottorato, Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, 2016

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Gli amici della Resistenza lecchese erano smarriti

*

Sull’esperienza di Erna e dei Resinelli si è, ancora, espresso in questi termini Giulio Alonzi: “Quando la sera dell’attacco a Erna tornai a Lecco da Milano, vidi la valle che porta al Pizzo punteggiata di falò, da Costa a Campo de’ Boj e più in alto. Intuii quello che era avvenuto. I tedeschi avevano bruciato quanto avevano potuto: l’inverno batteva alle porte e togliere di mezzo rifugi e baite era buona regola di guerra. Molte delle baite bruciate lassù e altrove sono ancora come le lasciarono le fiamme. Gli amici della Resistenza lecchese erano smarriti e non solo. L’esperienza dei Resinelli e di Erna aveva confermato la validità delle vedute di quanti pensavano all’azione mobile dei partigiani: da quella di sabotaggio a quella di disturbo, fino agli attacchi in forze dove possibile, ma sempre col presupposto del disimpegno per evitare perdite gravi, che non erano facilmente colmabili. La mobilità sarebbe servita anche a disorientare il nemico, ingannandolo circa l’entità delle forze partigiane le quali, a dir vero, erano minori di quanto appariva. Fatti d’arme avvenuti in altri settori dell’Italia settentrionale davano nuovo credito a questa impostazione della guerra partigiana, almeno nelle prospettive immediate. Occorreva perciò adeguarsi alla reale situazione, così che all’entusiasmo dei primi giorni […] succedesse la ponderazione e l’organizzazione” <234.
I dissidi e le incomprensioni che furono all’origine della sconfitta avrebbero dato luogo a un durissimo contenzioso tra Parri e Citterio. Per riportare la pace tra azionisti e comunisti si era tenuta una riunione nell’Ufficio di Carlo De Filippi, in via Andrea Doria (n.7): da una parte si erano trovati schierati Alfredo Pizzoni e Ferruccio Parri, dall’altra, a difesa del collega, Girolamo Li Causi e Giuseppe Dozza.
Poco dopo, un’altra occasione di contrasto tra i due partiti sarebbe insorta a margine delle manovre militari partigiane svoltesi sul monte San Martino, sopra Varese. Il gruppo era comandato dal colonnello Carlo Croce, nome di battaglia “Giustizia”. Questi, ex comandante di distaccamento del 3° bersaglieri a Porto Valtravaglia, già l’8 settembre, radunati i suoi soldati, aveva comunicato loro che non intendeva in alcun modo coprirsi di fango e di vergogna. Datosi alla macchia, aveva scelto come caposaldo il vicino monte San Martino, dove lo avevano raggiunto un centinaio di partigiani del gruppo “Cinque Giornate”, tra i quali il varesino Antonio De Bortoli. Croce, “dotato dell’armamento individuale, nonché di dieci mitragliatrici pesanti Breda con alcune migliaia di colpi, l’equivalente di un’ora di fuoco all’incirca” <235, aveva al suo comando un insieme di uomini “numeroso e consistente” <236. Il monte era dotato di un sistema di fortificazioni permanenti, in parte risalenti all’epoca della Prima guerra mondiale. Intenzione del colonnello era dunque quella di utilizzare le antiche opere per fare del posto una base inespugnabile. A curare con lui la preparazione dei gruppi combattenti nella zona ci sarebbe stato, fino al 9 novembre – data dell’arresto -, l’ingegner Luigi Ronza, direttore della società di pubblici servizi Varesina Gas. Parri era molto preoccupato che questa seconda posizione potesse essere conquistata, non potendo i partigiani della zona sostenere un eventuale attacco in forze di truppe nemiche, dotate per di più di armi moderne. A suo giudizio, infatti, il caposaldo del San Martino, in caso di un eventuale
accerchiamento, sarebbe stato difficilmente difendibile. Avrebbe commentato Stucchi: “Poldo [Gasparotto] era a notizia del come la pensava Parri, e tuttavia, conoscendone da vecchia data il temperamento generoso e impulsivo, non dubitavo che avrebbe profuso tutte le sue energie in aiuto a ‘quelli del San Martino’. Discutemmo sull’argomento e alla fine cedetti alla richiesta di intervenire a una riunione di ‘azionisti’ impegnati a sostenere l’impresa in atto” <237.
Sul problema era stata infatti indetta una riunione ad hoc dal PdA alla quale era stato invitato a partecipare anche il socialista Stucchi: “Il gran daffare di quell’incrociarsi e accavallarsi di proposte, di pareri, di domande e risposte tendeva ad assegnare all’uno o all’altro dei presenti i vari compiti del rinvenimento delle armi, della raccolta del materiale e di denaro, della ricerca di automezzi e del carburante, dell’organizzazione del trasporto dei materiali a destinazione. Ricordo di aver sentito parlare, ad esempio, di rivoltelle offerte da ufficiali in congedo, di sacchi di riso già a disposizione, della difficoltà di reperire scatolette di carne, del progetto di un colpo di mano nei magazzini della ex Intendenza militare, e via discorrendo. Già ero meravigliato del fatto di essere passato del tutto inosservato al momento del mio ingresso. Ora mi trovavo ad assistere, quasi incredulo, alla gioiosa e spavalda sicumera con cui quella gioventù elegante e disinvolta, evidentemente o ignara o sprezzante delle dure e pazienti regole della cospirazione clandestina, era lì convenuta nell’atteggiamento di chi partecipa a un lieto simposio all’insegna del buon umore” <238.
La riunione organizzata per discutere la gestione dei gruppi acquartierati sul San Martino si era svolta in un appartamento sito al quarto piano “di uno degli imponenti edifici dell’era napoleonica che fronteggiavano il largo viale alberato di Piazza Castello” <239. Poldo, entrando nello stabile, aveva preceduto l’amico “Gibì” e, fatto cenno al portiere, aveva proseguito il cammino salendo per le scale: “è dei nostri” <240, gli aveva detto. Alla riunione Stucchi aveva appreso come erano arrivati i rinforzi a Croce e come gli azionisti si stavano premunendo per dare manforte al Colonnello. Occorreva procedere di corsa al rinvenimento delle armi, alla raccolta del denaro, alla ricerca degli automezzi e del carburante, al trasporto di materiale <241. Spaventato dalle scarse misure di sicurezza adottate dagli organizzatori della riunione, Stucchi se l’era però data a gambe e aveva aspettato Poldo in strada. Sceso questo, lo aveva assalito verbalmente e “caricato di improperi”: “- Ma come puoi non renderti conto che in questo modo presto o tardi finirete tutti in galera? Poldo sorrise: – Cosa vuoi farci? È la guerra! – esclamò allargando le braccia. -No- Ribattei – è un suicidio” <242.
[NOTE]
234 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 61.
235 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 205.
236 ibidem.
237 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 206.
238 ivi, pp. 206-7.
239 ivi, p. 206.
240 ibidem.
241 ibidem.
242 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, pp. 207-8.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

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Partigiani sulle Grigne a settembre 1943

I Piani d’Erna visti dal monte Resegone. Fonte: Wikipedia

Per quanto riguarda Erna, abbiamo la testimonianza di Giulio Alonzi, l’amico di Parri, il quale, dalla “domenica successiva all’occupazione di Milano” <198, era sfollato a Maggianico-Lecco – “via Martelli (n.7)” <199 -, alle spalle del Resegone e di fronte alle Grigne. Poiché egli aveva avuto notizia che nella zona di Campo de’ Boj gravitavano taluni nuclei partigiani, aveva voluto sincerarsi della loro presenza recandosi personalmente in loco. Alonzi si era potuto così accertare del fatto che sul vicino Pizzo d’Erna e ai Pian dei Resinelli si erano effettivamente raccolte diverse centinaia di uomini, saliti sui monti al solo scopo di combattere. Tra di loro figuravano anche gruppi di prigionieri di guerra alleati – “inglesi per lo più, con qualche francese, dei serbi, dei bosniaci e alcuni russi” <200 -, i quali, evasi dai campi di detenzione fascisti, nutrivano la speranza di riparare in Svizzera. E, tuttavia, giunto a destinazione, ne avrebbe riportato un’impressione “quasi desolante”: “Ci arrivai solo, senza che nessuno mi fermasse. Vidi armati e prigionieri, confusi insieme, sentii un gran chiacchierare, mi apparve un gran far niente. Mi accompagnarono al comando. Era installato in una graziosa villetta e guardato da una sentinella. Mi annunziarono e il comandante uscì: era Corrado de Vita, molto impacciato, che incaricò un ex miliziano di Spagna di istruirmi sulla situazione. Poi mi pregò di tacere sulla sua presenza lassù e si eclissò. C’era poco da istruirsi: in quelle condizioni nessuna possibilità d’azione” <201.
Anche il colonnello Carlo Basile, bloccato l’8 settembre a Merano, “al comando del 102° reggimento Alpini, complementare della Divisione Tridentina” <202, a seguito dell’avvenuta occupazione tedesca dell’Italia indossati gli abiti civili, aveva raggiunto i Pian dei Resinelli. Qui, tra lo stupore, aveva sorpreso “una ventina di ‘ribelli’, uomini e donne, intenti a giocare a bocce” <203. Indignato per il comportamento poco “militare” degli aspiranti combattenti, aveva subito fatto ritorno a Milano, dove si era incontrato con l’avvocato Giustino Arpesani, membro del neocostituito Cln per il Pli, e con altri esponenti di partito <204. Anche Basile, come l’Alonzi, non aveva mancato di giudicare
inappropriato e pericoloso l’entusiasmo iniziale, garibaldino e improvvisatore, di quelle giovani reclute che, inesperte e per di più insofferenti di guida e di disciplina, erano ritenute insomma poco affidabili. Non a caso molte di loro, fatta esperienza del clima di confusione che regnava nel campo, dopo un breve periodo di tirocinio, non avevano esitato a tornarsene a casa, senza neppure sentire l’esigenza di avvertire i compagni.
Un quadro abbastanza dettagliato della situazione caotica che regnava in Erna ci è offerto anche da Vera Ciceri, prima donna partigiana arrivata in zona, la quale avrebbe scritto: “[…] subito dall’inizio […] ci scontrammo con i militari che facevano parte del Cln di Lecco. A sentir loro dovevamo dare alla formazione un carattere militare, che prendesse gli ordini dal loro Comando. Noi sostenevamo che la nostra era una formazione partigiana, non militare: tutta un’altra cosa. I militari non volevano azioni a Lecco e dintorni; non volevano il commissario politico. Noi non volevamo chiamare la formazione Pisacane, volevamo essere una delle formazioni Garibaldi. Figuriamoci loro! C’è stata una prima riunione coi pesci grossi dei militari su in Erna, poi una seconda in città, s’è avuta una discussione animata. Nino [Gaetano Invernizzi, nda] non ha ceduto: ‘No! Qua formiamo le nostre formazioni partigiane. Se non siete d’accordo faremo per conto nostro’” <205.
Avvertita l’entità del problema, il Cln di Lecco aveva deciso così di affidare la guida del Comitato militare locale al colonnello Umberto Morandi. Questi, ufficiale degli Alpini, nonché “fratello di un caduto nella Prima grande guerra” <206, era solito tenere le sue riunioni – “con [Pino] Marni, Giulio Alonzi e [Alberto] Prampolini, un ufficiale che faceva parte del battaglione ‘Vestone’ nella campagna di Russia” <207 e che “aveva lavorato in precedenza per l’ufficio informazioni dell’Esercito” <208 – in casa dell’amico Antonio Colombo, in via Digione <209. Il 20 settembre [1943] <210 Morandi, nome di battaglia “Lario”, nella sua qualità di comandante, aveva pensato bene di emanare una circolare, nella quale erano contenute delle direttive che avrebbero potuto essere “dettate da un ufficio di Stato Maggiore a un esercito regolare impegnato al fronte” <211. Egli, rivolgendosi “agli ufficiali e ai gregari”, era infatti intenzionato a organizzare i vari settori operativi, compreso quello di Erna, secondo una modalità “prettamente militare” <212, da cui avrebbe dovuto “esulare ogni idea politica” <213.
All’interno del locale Cln, queste sue scelte furono però subito contestate dai comunisti che, restii per indole e per ideologia ad accettare una mentalità da caserma, rivendicavano, al contrario, il diritto di porre quella zona sotto il loro esclusivo controllo. Nel campo, del resto, erano già impegnati soprattutto loro uomini, tra cui “Carenini, che funge[va] da comandante, De Vita e Abele Saba, dei gruppi clandestini milanesi, e Gaetano Invernizzi, il sindacalista di Calolzio” <214.
E tuttavia, al di là dei contrasti, il gruppo ivi operante – definito “del dissenso” in ragione della sua refrattarietà alla disciplina -, continuava a mantenere stetti legami con il Cln di Milano, da cui provenivano alcuni componenti appartenenti al 3° Gap della città. A indicare Bernardo Carenini come nuovo capo era stato il dirigente operaio Gaetano Invernizzi – meglio conosciuto nell’ambiente come “Bonfiglio” <215 – che fungeva in quella banda partigiana da commissario politico. Il gruppo, che operava nell’area tra il Resegone e l’alta Val Brembana, era in stretto contatto con gli uomini raccolti intorno al comunista bergamasco Ettore Tulli. E, tuttavia, i motivi di contrasto all’interno del Cln di Lecco erano stati tali che l’Alonzi, il quale si era adoperato non poco a svolgere un’opera moderatrice nei confronti dei gruppi di sbandati che propendevano per la causa comunista, si era recato a Milano per riferirne all’amico Parri. Questi, da parte sua, lo aveva indirizzato a Poldo Gasparotto, che l’Alonzi avrebbe rivisto allora per la seconda volta dopo i fatti del 25 luglio: “Lo ritrovai ottimista, direi entusiasta. Conosciutone il recapito, andai da lui e parlammo di Erna: ne era appena tornato, aveva portato lassù del denaro e progettava la costituzione di un campo trincerato, con il Resegone alle spalle e gli strapiombi su Lecco e sulla Valsassina a difesa. Vi avevano già impiantato una linea telefonica che arrivava al passo del Fô” <216.
A conferma del progetto, ci sono anche le parole di “un tal Capretti” ricordate da Antonio Fussi: “Ma porca miseria ma Poldo cosa fa, sta organizzando anche le trincee, sulla Grigna, e vuole fare i collegamenti telefonici…” <217. Poldo Gasparotto, da esperto alpinista, aveva scavato la roccia – come tante altre volte aveva fatto – per installare in essa i cavi telefonici <218. Sapeva benissimo che un tale lavoro sarebbe stato utile per una guerra di trincea, non di movimento. Eppure egli sosteneva che quel collegamento avrebbe potuto rendere il passaggio di informazioni più rapido e agevole per i suoi “giovani amici” <219 ivi raggruppatisi. Giunto in Erna, Poldo vi aveva poi portato le prime
50000 lire messe a disposizione dal Comitato militare milanese <220.
Avrebbe affermato Gaetano Invernizzi: “La visita dei rappresentanti del Cln milanese, che ci lasciarono 50000 lire, ci permise d’acquistare alcune mucche. Un colpo effettuato su un ospedale di Calolziocorte che l’indomani doveva essere occupato dai tedeschi, ci consentì di procurarci zucchero, olio, formaggio, marmellata e coperte di lana. Man mano che l’organizzazione della formazione procedeva, squadre di partigiani effettuarono alcune operazioni fra cui la cattura di un posto di segnalazione antiaerea che consentì di fare cinque prigionieri e rientrare in formazione con un mulo carico di vettovaglie e armi. Un gruppo liquidò in pieno centro città uno dei capi repubblichini lecchesi. Un altro gruppo ebbe durante una ricognizione uno scontro a fuoco con una pattuglia di carabinieri al servizio dei repubblichini nel corso della quale i carabinieri ebbero un morto e i partigiani un ferito. Ma mentre ci preparavamo ad azioni di più largo raggio i tedeschi preparavano l’attacco alla nostra formazione con una divisione austriaca composta da tremila cacciatori delle Alpi” <221
[NOTE]
198 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 59.
199 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
200 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 59.
201 ivi, p. 60.
202 F. Lanfranchi, L’inquisizione nera (banditismo fascista), Nibbio, Cremona 1945, p. 227.
203 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 280.
204 ivi, p. 281.
205 F. Alasia, Gaetano Invernizzi, dirigente operaio, Vangelista, Milano 1976, p. 100.
206 U. Morandi, Azioni partigiane e rastrellamenti nazifascisti dal settembre ’43 all’aprile ’45 nel territorio lecchese, Grafiche Stefanoni, Lecco 1981, p. 12.
207 S. Puccio, Una resistenza, Nuova Europa, Milano 1965, p. 44.
208 Archivio Anpi Lecco, Registrazione – dott. G. Alonzi, f. 2.
209 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 44.
210 Il territorio di Lecco fu sottoposto al comando di Umberto Morandi dal 20 settembre 1943 al 12 gennaio 1945, data del suo arresto. U. Morandi, Azioni partigiane e rastrellamenti nazifascisti dal settembre ’43 all’aprile ’45 nel territorio lecchese, cit., p. 13.
211 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 46.
212 ibidem.
213 Col. U. Morandi (Lario), Costituzione formazioni partigiane nel lecchese, 20 settembre 1943, documento conservato tra quelli di U. Morandi nella Biblioteca civica di Lecco, si veda U. Morandi, Azioni partigiane e rastrellamenti nazifascisti dal settembre ’43
all’aprile ’45 nel territorio lecchese, cit., p. 119 ss.
214 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 47.
215 U. Morandi, Azioni partigiane e rastrellamenti nazifascisti dal settembre ’43 all’aprile ’45 nel territorio lecchese, cit., p. 83.
216 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 60.
217 P. Gasparotto, Intervista con Fussi. Archivio privato famiglia Gasparotto.
218 ibidem. I cavi collegavano telefonicamente i piani di Erna con la postazione di Ballabio. Si veda G. Fontana, La banda Carlo Pisacane, NodoLibri, Como 2010, pp. 31-2.
219 Ha sostenuto F. Parri, Il Cln e la guerra partigiana, in D. Bidussa, C. Greppi (a cura di), Ferruccio Parri. Come farla finita con il fascismo, Editori Laterza, Bari-Roma 2019, p. 105: “giovani amici di Leopoldo Gasparotto si raggrupparono al Pian dei Resinelli sotto le Grigne”.
220 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 47.
221 Appunti autobiografici citati in F. Alasia, Gaetano Invernizzi dirigente operaio, cit., pp. 101-2.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

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La Resistenza a Verona, cuore della Repubblica di Salò e scintilla delle lotte partigiane

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