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Source: https://media.armis.com/pdfs/cs-kalahari-resort-armis-increase-visiblity-network-en.pdf

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La sinistra non comunista alle elezioni dal 1972 al 1983

Le elezioni del 1972 furono un precedente importante per le elezioni amministrative del 1975, che si svolsero in alcune delle principali città italiane, tra le quali Milano. In questa tornata elettorale, le due maggiori esperienze politiche della sinistra antagonista, Lotta Continua e Avanguardia Operaia, decisero di scendere nell’agone politico, la prima orientando i suoi elettori sul voto al PCI, la seconda promuovendo liste assieme al Pdup-pc. In alcune regioni si presentarono liste del Pdup-pc, mentre in altre circoscrizioni liste sotto la sigla Democrazia proletaria (Dp) formate da esponenti del Pdup-pc e da AO. Nell’insieme, i voti riportati da queste tre combinazioni di liste furono 417.355 (1,27%). Il risultato sopraggiunto forniva conferme importanti alle pubblica opinione italiana: se da un lato segnava che l’area elettorale della nuova sinistra si era consolidata – grazie anche a un profondo ricambio generazionale <88 (da non dimenticare che nel 1975 la maggiore età venne abbassata da 21 a 18 anni) <89 – catalizzando i 456.043 voti che nelle elezioni politiche del 1972 erano andati a tre e più liste diverse, dall’altro il dato sottolineava, differentemente, che pochissimi dei voti riportati dal Psiup nel 1972 (648.800) si erano riversati nelle liste della nuova sinistra. Il risultato, difatti sottolineava come il voto si era riversato in gran quantità sulle liste del Pci che, proprio in quella tornata elettorale, conobbe un ragguardevole incremento di consensi. Ciò era dovuto in parte anche alle indicazioni di voto provenienti dall’area giovanile dei militanti di Lotta Continua, che come menzionato avevano dato indicazioni al proprio bacino elettorale di votare per i comunisti, in parte in quanto questi ultimi erano riusciti a intercettare il voto dei ragazzi di nuova politicizzazione <90.
Fu in tale contesto che si svolsero le elezioni politiche dell’anno successivo, che confermarono l’esito delle amministrative del 1975. Le elezioni – “impreviste e sorprendenti” <91 – che si svolsero tra il 20 e il 21 giugno del 1976, difatti, confermarono la primazia della DC – grazie anche ai voti provenienti da MSI e dai partiti del centro laico <92 – incalzata sempre più prepotentemente dal PCI. Non deve essere taciuto, tuttavia, che tali elezioni sorsero in un clima di forte tensione sociale: la “restaurazione” di fabbrica voluta dai grandi industriali dopo i grandi scioperi del “partito di Mirafiori” del biennio 1973-74, la strage di Brescia, i primi e feroci attentati e sequestri delle BR, portarono il segretario del PCI Enrico Berlinguer a promuovere il corso del Compromesso storico, un’inusuale tentativo di alleanza tra Democristiani e Comunisti per evitare che si creassero nello stato malumori tali da poter creare colpi di stato, come avvenne in Cile. Di fatto, il risultato delle elezioni, sembrava essere una conferma della volontà, da parte del popolo italiano, dell’attuazione di tale progetto. Tale tentativo ebbe nei differenti schieramenti politici una diversa risonanza; se l’ala sinistra della Democrazia Cristiana – soprattutto nella persona di Aldo Moro – accettò di benevolenza tale avvicinamento, la corrente andreottiana la rifiutò categoricamente, come del resto fecero anche i socialisti, paurosi che tale azione potesse sempre di più emarginarli. Di fatto, come sostenuto da Barbara Bartolini, la linea del Compromesso storico era riuscita a porre fine al conflitto di coscienza tra fede cattolica e coscienza
comunista <93. Il risultato delle elezioni vide la riconferma della DC, che avvalorò i voti presi alle precedenti elezioni, anche se il suo primato fu seriamente insediato dal PCI che si fermò a pochi voti percentuali dai democristiani, raggiungendo il suo miglior risultato nella storia. Va tuttavia sottolineato che, per la prima volta, si affermarono in sede parlamentare forze più a “sinistra” del PCI: Democrazia Proletaria – coalizione formata da Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, Movimento Studentesco e Avanguardia Operaia, alle quale si aggiunse poco dopo anche Lotta Continua – che, ottenendo l’1,52% dei voti (circa 130.000 in più rispetto alle amministrative del 1975), riuscì ad a leggere 6 deputati <94. Il risultato elettorale ottenuto da Dp dimostrava soprattutto che il voto espresso era sintomo di appartenenza più che di protesta: lo si può accertare per due motivi principali. Primo, in quanto raccolse consensi nell’area già predisposta a quel tipo di “comportamento” elettorale, come si vede dal non marcato incremento di voti; secondo, dal fatto che, se confrontati con quelli dei partiti della sinistra storica, essi confermavano che il nuovo cartello elettorale non otteneva i consensi che aveva avuto il disciolto Psiup, che si erano, al contrario, riversati sul PCI. Allo stesso tempo, il non buon esito elettorale, stava a significare che l’elettore di “sinistra”, sebben non avrebbe rifiutato a priori l’alternativa “estremista”, aveva recepito nel Compromesso storico una possibile via di sbocco all’impasse economica e politica nelle quale versava da tempo l’Italia <95. Pare innegabile – anche recependo e rileggendo quanto sui quotidiani e pubblicazioni afferenti a questa area veniva scritto <96 – che il risultato elettorale venne recepito dai partecipanti all’esperienza di DP come una delusione, o quanto meno come un insuccesso. Poco dopo la tornata elettorale, difatti, Lotta continua decretò il suo scioglimento – un processo tuttavia iniziato alcuni anni prima, e dovuto a cause esogene al partito stesso, come l’avvento del femminismo militante – così come l’unità faticosamente impostata tra Ao e il Pdup-pc non ebbe sviluppi concreti, ma involuzioni. Dopo il V congresso al Teatro Lirico di Milano dal 24 al 27 marzo 1977, Avanguardia Operaia si divise in due tronconi e cessò di esistere come organizzazione autonoma. La minoranza, guidata da Aurelio Campi, confluì definitivamente nel Pdup di Lucio Magri, mentre la maggioranza contribuì alla fondazione del partito Democrazia Proletaria, nell’aprile del 1978 <97.
Pare innegabile sottolineare come le scadenze elettorali di quel decennio – dal 1968 al 1976 – misero bene in evidenza la non correlazione fra la capacità di mobilitazione nelle manifestazioni pubbliche della nuova sinistra con risultati acquisiti dalle liste: se da una parte questa “area” politica era indubbiamente in grado di riempire le piazze e di pianificare cortei con diverse migliaia di partecipanti, al contempo non riusciva a intercettare il voto dell’urna elettorale. Esso, difatti, si caratterizzò soprattutto per essere estrinsecazione di una appartenenza politica e sociale, ma con una scarsa capacità di incidere sull’opinione pubblica. Le organizzazioni politiche della sinistra antagonista, nel corso delle tre tornate elettorali analizzate, rilevarono che esse erano composte da un cospicuo numero di quadri militanti, capaci di organizzare, suscitare e dirigere lotte e rivendicazioni nei vari settori della società – di fatto, si può accertare che avevano legami ed erano inserite nei movimenti antagonisti in maniera radicata – ma riscontravano notevoli problematicità, al momento del voto, a raccogliere consensi elettorali. L’opinione pubblica di sinistra che guardava magari con simpatia alle loro iniziative, ne riconosceva il ruolo e partecipava alle lotte, ma al momento di votare preferiva scegliere l’attendibilità politica costituita dai partiti della sinistra storica, come quello fornito nello specifico dal PCI. Allo stesso tempo, si deve sottolineare che anche il PCI – solitamente intenso nel biennio elettorale 1975/76 come partito “pigliatutto” – raggiunse in questo periodo il suo massimo di voti erodendo la base elettorale del centro-destra – e in questo concordo con Pasquino e Parisi – diluendo il proprio programma e la propria ideologia pur di poter ampliare la propria platea elettorale, tanto da far venire meno, in seno agli elettori comunisti, il riconoscimento del PCI come partito degli operai, di contro al tentativo di rincorrere il voto di ceti medi impiegatizi e dei piccoli imprenditori <98. Infine la DC, che in seguito alle elezioni del 1976, pur ritrovando una stabilità in termini di voti, dal punto di vista “qualitativo” pareva – secondo i due studiosi – aver recuperato l’ambiguità e la natura composita, nonché contraddittoria, che l’aveva fino a quel periodo caratterizzata: più cattolica – grazie alla legittimazione da parte della Chiesa – ma allo stesso tempo anche polo di aggregazione del voto laico, anticomunista o, in ogni caso, non comunista <99. Di fatto, le elezioni del 20 giugno 1976 segnarono, grazie alla spartizione dei voti tra DC e PCI, una radicalizzazione della vita politica italiana <100. Ancora Parisi e Pasquino sottolineavano, difatti, come i risultati elettorali succedutisi nelle consultazioni del quadriennio 1972 – 1976 più che essere “reazioni contingenti dell’elettorato alla congiuntura politica”, avrebbero dovuto considerarsi come “espressioni di cambiamenti più profondi intervenuti nel corpo elettorale e nell’intero paese” <101 – pronunciati con una abbondanza di influenze ben prevalenti rispetto a quelle costituite dalla semplice opzione di voto – in un arco di tempo che aveva travalicato il periodo in cui tali fenomeni si erano manifestati dal punto di vista elettorale.
La situazione non mutò neanche negli anni seguenti. In occasione delle elezioni politiche del 1979 – le prime dopo l’assassinio Moro e l’inchiesta contro l’autonomia operaia portata avanti dal giudice Pietro Calogero – due liste si contesero i consensi alla sinistra del PCI, che vide per altro in quell’anno un brusco tracollo elettorale: Nuova sinistra unita, nella quale era confluita DP e parte dei fuoriusciti da Lotta Continua, la quale ottenne 294.462 (0,8%) e nessun eletto, e il Pdup-pc che raccolse 502.247 voti (1,37%) ed elesse sei parlamentari. Sommati tra loro i voti raccolti furono 796.709 (2,2%) con un incremento rispetto al dato del 1976 di più di 230.000 unità (+0,7%)102. Seppur i voti ottenuti segnarono un incremento dei consensi, tale somma aritmetica, tuttavia, non poteva essere automaticamente trasformata in cifra politica. Le due organizzazioni sopramenzionate capitalizzarono i loro consensi elettorali proprio perché divise nella loro corsa elettorale: il loro, difatti, era un elettorato molto attento ai posizionamenti politici e strategici, e dunque difficilmente sovrapponibile l’uno con l’altro, a causa di un passato politico differente. Gli elettori, dunque, erano disposti a votare il Pdup-pc o Nuova sinistra unita, ma non l’eventuale unità organizzativa tra i due schieramenti; unità che infatti, a posteriori, non ci fu. Questo “paradosso aritmetico” fu inoltre confermato dall’esito delle elezioni amministrative del 1980 quando DP, presente in sole nove regioni, ottenne 274.100 voti e il Pdup-pc 372.102. Nell’insieme le due formazioni avevano raccolto 646.202 voti, pari a circa il 2,5%:
un risultato reso possibile proprio perché si erano presentate, ancora una volta, separatamente. Con ogni probabilità, difatti, gran parte dei voti persi dal PCI e non dati ai partiti della nuova sinistra, non andarono a questi ultimi, ma ai Radicali – di fatto partito istituzionale a essi più vicino – i quali incrementarono nitidamente i loro consensi accrescendo la propria presenza parlamentare, da 4 a 18 seggi alla Camera, ed eleggendo inoltre due senatori. Del resto, la morte di Moro e il fallimento del compromesso storico, lasciarono così ampi margini di manovra ai socialisti, nella figura di Bettino Craxi che, con un lungo articolo “Il vangelo socialista” <103, ridefiniva l’identità del suo partito rivendicando “l’incompatibilità sostanziale” tra “comunismo leninista e socialismo”: l’obiettivo, per usare le parole di Paolo Mattera, “era chiaro: colpire l’immagine del Pci come versione italiana della socialdemocrazia [di tipo nordeuropeo], per spingere invece l’opinione pubblica di orientamento progressista a scegliere il Psi, che mostrava – attraverso l’inusuale richiamo a Proudhon contenuto nell’articolo – un’anima libertaria.” <104.
L’elettorato italiano, e la sua geografia elettorale si modificò in tutta rapidità nelle elezioni politiche del 1983 quando, in seguito della decisione del Pdup-pc di presentare liste in alleanza col PCI, organizzazione dentro la quale confluirà l’anno dopo, per poi definitivamente sciogliersi nel novembre del 1984. Rimasta sola, DP raccolse in quelle elezioni 542.039 voti, (1,47%), conquistando 7 seggi alla Camera dei Deputati <105. La cifra, pressappoco, era all’incirca la medesima di quella riportata dal cartello elettorale del 1976 e rilevava meriti, pregi e limiti che caratterizzavano quest’area elettorale. Un’area elettorale che conobbe, nelle successive elezioni politiche del 1987, una relativa espansione, quando DP ottenne 642.161 voti (1,66%) e 8 seggi alla Camera <106. Inoltre, per la prima volta nella storia delle vicende elettorali della Nuova sinistra, con 493.667 voti (1,52%) essa riuscì a conquistare un seggio al Senato <107. Senza saperlo, quello fu un modo per chiudere in “grazia” l’esperienza elettorale di un’area politica minoritaria che aveva percorso, con fortune e sfortune alterne, quasi un ventennio della vita politica italiana. Le elezioni del 1983, del resto, come facilmente si può riscontrare, videro un calo dei consensi della DC e un rilancio percentuale del PCI che fece diminuire il divario tra i due storici rivali di soli tre punti percentuali, mai così ristretto nella storia dell’Italia repubblicana: questo portò i democristiani a rinunciare a una delle pregiudiziali della sua politica – ossia il non eleggere un presidente del consiglio socialista – per non declinare la perdita della seconda: vedere il PCI al governo del paese. Questo condusse alla formazione di un governo guidata dal socialista Bettino Craxi. Difatti, col precipitare degli eventi alla fine degli anni Ottanta, che conclusero il cosiddetto “Secolo breve”, anche la geografia della politica partitica italiana fu sconvolta.
La fine del PCI, e la concomitante nascita di Rifondazione comunista condussero DP a deliberare, nel congresso del giugno 1991, lo scioglimento del partito e la confluenza immediata in Rifondazione. Di fatto, come abbiamo sottolineato nella pagine precedenti, l’elettorato italiano nel decennio analizzato si era espresso non quale voto di opinione, ma di appartenenza, caratterizzato, perciò “da una forte determinazione, scarsa esposizione alla congiuntura politica, continuità nel tempo, e da una assenza di specificità, scarsa considerazione cioè del tipo di consultazione” <108. Come si vede, anche nel periodo di maggior influsso delle teorie operaiste, l’incidenza politica di questi partiti fu marginale, se non totalmente ininfluente. Bisognerebbe notare come la portata culturale delle frange “movimentiste” non dovette esplicitarsi all’interno di una logica istituzionale, ma si mantenne viva in canali differenti, diretti e non mediati dalla politica istituzionale. O forse, dato anche i tassi di affluenza intorno al 90% dell’elettorato avente diritto, si deve notare come la paura generata da questi “movimenti” non sfociò in un voto politico, ma in una pratica Movimentista e antagonista da praticare nel quotidiano. Tali partiti della sinistra extraparlamentare, difatti, ponevano in essere una critica alle istituzioni che si esplicitava alla sua massima portata fuori delle aule parlamentari, e la loro critica ai partiti dell’arco istituzionale si aggregava unitamente attorno sia alla denuncia del compromesso storico mosso dal PCI sia attorno, ma con differenze da partito a partito, a richieste sociali: due casi su tutti, il referendum abrogativo sul divorzio del 1974 – che, come sottolineato da differenti studiosi accelerò “il processo di spostamento a sinistra” <109 o che comunque contribuì a sollecitare un processo di graduale superamento della logica degli schieramenti in atto <110 – dell’elettorato italiano – e quello sulla legge Reale del 1978. Essi, principino da una matrice libertaria, movimentista e non istituzionale, riuscirono a intercettare il consenso della sinistra antagonista (e nel caso della legge Reale, anche della destra), di contro ai partiti “storici” che si posero indefessamente in opposizione ai primi, rivendicando la propria aderenza alle volontà di unità nazionale. Fu infatti da queste rimostranze che a partire dalle elezioni del 1972 si mise in moto quel processo che portò alla nascita e alla successiva affermazione della cultura politica facente capo alla cosiddetta “autonomia operaia”, movimento non partecipante alle elezioni politiche, che riuscì a catalizzare l’attenzione soprattutto delle frange giovanili, ormai stanche della militanza nei partiti della sinistra “antagonista” e che faceva delle rivendicazioni sociali il suo fulcro d’esistenza. Al contrario, in seno ai partiti della sinistra storica, e in particolare nel PCI, si innescava un meccanismo di irrigidimento statalista reso obbligatorio dalla necessità di dimostrare ai prossimi alleati – alla DC soprattutto – la certificazione delle proprie garanzie di rispetto delle regole democratiche, ma soprattutto la capacità di controllo sulla classe operaia e sul proletariato tutto. A riguardo, in brevissimo tempo si assiste a prese di posizione e comportamenti che andavano dal patetico al paranoico, passando purtroppo spesso anche per il “repressivo”. Di mira vi erano tutti i comportamenti indisciplinati e quindi autonomi che avrebbero dovuto, nelle loro logiche, essere diligentemente dismessi in un frangente così strategicamente determinante per la presa del potere di governo. Protagonisti dell’insubordinazione erano, secondo una delle letture della situazione, i soggetti emarginati e disperati della “seconda società̀”, che viveva a carico parassitario della prima, costituita dal Movimento operaio ufficiale. Per gli autonomi, invece, quegli stessi soggetti, disoccupati, inoccupati, precari, al nero ecc. erano le diverse sfaccettature del nuovo “mostro” in gestazione, quell’“operaio sociale” che costituisce la sostanza dell’“altro movimento operaio”». Il regolamento dei conti avvenne il 17 febbraio del 1977, nel piazzale dell’Università̀ di Roma occupata dagli studenti e dal movimento. Luciano Lama, dirigente del partito comunista e segretario della Cgil, il più̀ grande e organizzato sindacato comunista d’Europa, si presentava con la potenza, facilmente interpretata come prepotenza dai giovani “antagonisti”, del suo servizio d’ordine e del suo richiamo all’ordine e alla disciplina. Nel furibondo scontro che ne seguì Lama e il suo “partito” saranno cacciati. Una spaccatura che non si ricomporrà̀ più̀. Come del resto sottolineato da Gianfranco Pasquino e Arturo Parisi, è “ipotizzabile, ma non del tutto sicuro, che il 1968 e la socializzazione sul “campo” (e nelle assemblee) ricevuta da molti giovani sia una prima ma fondamentale ragione del loro spostamento a sinistra, unitamente a una minore influenza della trasmissione di atteggiamenti e comportamenti politici ricevuta in famiglia e a un’accresciuta influenza dei rapporti fra gruppi di “pari” a scuola rispetto a quella degli insegnanti (o incerto e confusi o già politicizzati a sinistra).” <111.
[NOTE]
88 Cfr., Giacomo Masi, Le elezioni degli anni Settanta: terremoto o evoluzione?, in Continuità e mutamento elettorale in Italia. Le elezioni del 20 giugno 1976 e il sistema politico italiano, a c. di Arturo Parisi e Gianfranco Pasquino, Bologna, Il Mulino, 1977, p. 83.
89 Legge 8 marzo 1975, n. 39, articolo 14.
90 Cfr., Giacomo Masi, Le elezioni degli anni Settanta: terremoto o evoluzione?, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 78.
91 Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, 20 giugno: struttura politica e comportamento elettorale, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 11.
92 Cfr., ivi, p. 45.
93 Cfr., Barbara Bartolini, Insediamento subculturale e distribuzione dei suffragi, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 144.
94 Dati ricavati dal sito del Ministero degli Interni.
95 Cfr., Barbara Bartolini, Insediamento subculturale e distribuzione dei suffragi, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 63.
96 Solo a titolo d’esempio vedere il commento elettorale in prima pagina di “Lotta Continua” del 22 giugno 1976.
97 Volevamo cambiare il mondo. Storia di Avanguardia Operaia, a cura di Roberto Biorcio e Matteo Pucciarelli, Milano-Udine, Mimesis, 2021.
98 Cfr., Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, 20 giugno: struttura politica e comportamento elettorale, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 31.
99 Cr., ivi, pp. 57-58.
100 Cfr., ivi, p. 64.
101 Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, Relazioni partiti-elettori e tipi di voto, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 215.
102 Dati ricavati dal sito del Ministero degli Interni.
103 Bettino Craxi, Il vangelo socialista, In “L’Espresso”, 27 agosto 1978, pp. 24-30.
104 Paolo Mattera, Storia del Psi (1829-1994), Carocci, Roma 2010, p. 204.
105 Dati ricavati dal sito del Ministero degli Interni.
106 Dati ricavati dal sito del Ministero degli Interni.
107 Ibidem.
108 Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, Relazione e partiti-elettori e tipi di voto, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 225.
109 Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, 20 giugno: struttura politica e comportamento elettorale, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 19.
110 Cfr., Giacomo Masi, Le elezioni degli anni Settanta: terremoto o evoluzione?, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 81.
111 Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, 20 giugno: struttura politica e comportamento elettorale, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 27.
Andrea Capriolo, Manifestazioni artistiche nei centri sociali autogestiti della Milano tra anni Settanta e Ottanta. Dai Circoli del proletariato giovanile al movimento punk, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Udine, 2013

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本文揭露了即便在符合 PCI DSS 標準的電商平臺上,信用卡資訊仍可能透過「暴力破解」被竊取。作者親身經歷了帳號遭駭後,攻擊者利用電商平臺上顯示的「遮蔽後信用卡號」(僅顯示前六碼與末四碼)以及過期日,結合支付閘道器提供的詳細錯誤回應,成功推導出完整卡號與安全碼(CVV)。攻擊者透過分散式代理伺服器發動低頻率攻擊,繞過防護機制,最終利用免 3D Secure 驗證的商家成功盜刷。此案例凸顯了現行安全規範在實務應用上的不足。
+ 這實在太可怕了!我一直以為只要遮蔽掉中間的數字就很安全,沒想到銀行支付閘道器的錯誤回饋反而成了攻擊者的助力。
+ 這篇文章精確地指出了 PCI DSS 的僵化問題。很多企業只把合規當作「應付審計的檢查清單」,而非真正的安全防禦,導致攻
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Credit Cards Are Vulnerable To Brute Force Kind Attacks | Metin's Blog

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Credit Cards Are Vulnerable To Brute Force Kind Attacks | Metin's Blog