Il dipartimento di Stato era preoccupato per la presenza di ministri comunisti

La progressiva radicalizzazione della tendenza a contrastare le forze considerate filo-sovietiche all’interno dei paesi dell’Europa meridionale, che caratterizzò l’orientamento dell’amministrazione…

Collasgarba
Bacciagaluppi era stato messo in contatto con il Cln milanese dall’amico Ermanno Bartellini

E così, per successive tappe e aggregazioni, si giunse alla formazione di quell’embrione di “Stato Maggiore” dell’esercito partigiano, che prese vita a Milano nel settembre 1943. Di conseguenza, se…

Condamina

Igino Giordani promuove anche il neonato partito clandestino della Democrazia Cristiana

Nel 1943, per non cedere ad un atteggiamento diffuso di “cristiano in pensione”, Igino Giordani, messa al riparo la famiglia a Capranica Prenestina, mantiene la sua residenza per lo più a Roma, dove in settembre assiste all’entrata dei tedeschi. <204 A trattenerlo nella capitale è il desiderio di proseguire la militanza antifascista. Comincia infatti «un intenso periodo di attività clandestina nei locali della parrocchia del Cristo Re, per invito di padre Zambetti, il quale si preoccupava di formare nuovi dirigenti cattolici, che potessero entrare in campo politico con la fine della guerra». <205 In particolare, Giordani offre il suo contributo tenendo dei corsi di formazione negli incontri del “Martedì culturale” che vedono riuniti personaggi come Spataro, La Pira, Petrilli, e molti giovani, contattati tramite circolari distribuite segretamente. I suoi interventi sono incentrati sulla dottrina sociale della Chiesa, cui si dedica con proficua dedizione. Infatti, in quegli anni vedono la luce “Le Encicliche sociali dei Papi. Da Pio IX a Pio XII” (1942), e i quattro volumi poi riuniti col titolo “Messaggio sociale del cristianesimo” (1935-1947). <206
Attraverso questi e altri incarichi, ad esempio quello di relatore ai convegni dei laureati cattolici, <207 Giordani dà un contributo notevole alla formazione della futura classe intellettuale dell’Italia post-fascista. <208 Aderisce e promuove anche il neonato partito clandestino della Democrazia Cristiana, <209 anche se guarda con preoccupazione tanto a un partito unico di cattolici quanto alla scelta di inserire nel nome del partito l’attributo di cristiano. Monsignor Montini lo dissuade da queste perplessità. <210 L’amicizia con il futuro Paolo VI risale ai primi anni Trenta ed è documentata da diverse lettere, biglietti e cartoline, in gran parte di natura personale e dal tono semplice
e familiare. <211 Il rapporto di stima reciproca e stretta collaborazione si approfondisce ulteriormente nel 1944, quando Giordani accetta la proposta di dirigere «Il Quotidiano», il nuovo giornale dell’A.C.I. [Azione Cattolica]. Grazie all’interessamento di Montini, ottiene per diversi mesi l’aspettativa dal lavoro alla Biblioteca Vaticana, per potersi dedicare all’attività giornalistica: «Tornare all’apostolato diretto, alla lotta di idee, era quello che più desideravo, sicché accettai [l’incarico] con entusiasmo e smobilitai il mio cervello di bibliotecario per attrezzarlo da giornalista». <212 Prima ancora di assumerne la direzione (nel maggio del 1944), Giordani partecipa alle riunioni indette dall’A.C. per decidere le sorti de «L’Avvenire», che sarebbe stato sostituito da «Il Quotidiano». <213 Si espone in prima persona contro chi afferma che una nuova testata possa risultare d’intralcio a «Il Popolo» e a «L’Osservatore Romano»; redige una nota intitolata “Per un quotidiano nazionale d’Azione Cattolica”, per delinearne l’opera di «pacificazione e ricostruzione», di «recupero dalla distruzione di ideologie e di conflitti», di «conquista dei cittadini alla Chiesa e trasmissione del pensiero cristiano alla società». <214 Nella stessa nota, Giordani ribadisce un concetto ricorrente in molti suoi scritti: la necessità di un cristianesimo “integrale”. Con l’esortazione a «vivere integralmente la vita soprannaturale», Giordani – nota Casella – palesa definitivamente i suoi intenti: egli parla non «in quanto cattolico», cioè come esponente significativo del mondo cattolico, ma «da cattolico», da semplice cristiano che si rivolge ad altri cristiani. <215 Il suo “integralismo” non mira affatto a una riduzione del potere politico-religioso nelle mani della Chiesa, al contrario egli lotta per la distinzione dei due poteri, e al tempo stesso per il riconoscimento della superiore importanza dei valori morali, validi tanto nel campo spirituale che nel temporale.
Sinteticamente si può dire che «Il Quotidiano» di Giordani si propone di aiutare “l’uomo contemporaneo” a prendere coscienza della sua dignità di figlio di Dio e di promuovere la sua partecipazione attiva nel processo di ricostruzione del Paese. Per far questo, l’accento è costantemente posto sulla necessità di un recupero spirituale e morale dell’uomo: «la moralizzazione della vita privata e pubblica» è, infatti, «al centro degli scritti politici di Giordani fin dai giorni del P.P.I.», <216 quindi di ‘Rivolta cattolica’, degli articoli apparsi su «Parte Guelfa» e su «Il Popolo» di Donati.
Il 17 settembre, Giordani annuncia a don Luigi Sturzo l’inizio della sua nuova missione giornalistica: “Come io sia pervenuto alla direzione di esso Dio solo lo sa. Io bramavo tornare alla politica: tutti questi anni avevo tenuto viva una fiammella coi miei scritti. Ma uomini ed eventi mi hanno spinto qui: e forse anche da qui del bene si può fare”. <217 Sturzo gli risponde qualche tempo dopo, il 21 dicembre, per spronarlo in questo incarico: “penso che fa opera utilissima fra i cattolici, abituandoli a pensare da cattolici, da italiani e da democratici. […] Il Signore esige che coloro che difendono i principi lo facciano non solo con convinzione, ma col sacrificio dei loro interessi, sia personali che collettivi”. <218
Proprio per discutere le posizioni del giornale, il direttore chiede un’udienza privata con Pio XII. <219 Dal “Diario inglese” si conosce la data, 9 novembre 1944, e il clima familiare del colloquio. D’altra parte Giordani ha già avuto vari incontri personali col pontefice, che l’anno seguente lo riceve insieme a tutto il personale del giornale: in tutto un centinaio di persone, compresi alcuni familiari. <220 In una lettera a don Giuseppe De Luca <221 del successivo 5 ottobre, <222 Giordani racconta dell’incoraggiamento ricevuto dal santo Padre a proseguire nell’opera «di formazione politica al di sopra e al di fuori dei partiti, per inserire in essi il fermento del Vangelo. Esso vuole elevare la massa a popolo e il popolo a Chiesa, con un’opera di moralizzazione assidua». <223 Inizia in questo periodo la collaborazione di Piero Bargellini al giornale. <224
[NOTE]
204 A seguito dell’armistizio di Cassibile (3 settembre 1943), con cui il governo Badoglio dichiara la resa degli Alleati. Giordani ricorda l’invasione tedesca in GIORDANI, Memorie, cit., p. 102.
205 GIORDANO, L’impegno politico, cit., p. 115.
206 Ibid., pp. 115-16. I due lavori di Giordani, cui si fa riferimento, sono i già citati: I. GIORDANI, Le Encicliche sociali dei Papi. Da Pio IX a Pio XII, Studium, Roma, 19564 [1942] e ID., Il messaggio sociale del cristianesimo, Città Nuova, Roma 20019 [1958].
207 G. SPATARO, I democratici cristiani dalla dittatura alla Repubblica, Mondadori, Milano 1968, p. 330.
208 R. MORO, La formazione della classe dirigente cattolica (1929-1937), Il Mulino, Bologna 1979, p. 82.
209 SPATARO, I democratici cristiani, cit., p. 359.
210 GIORDANI, Memorie, cit., pp. 103-104. Giovanni Battista Montini (1897-1978), aderisce alla F.U.C.I. nel 1919, ordinato sacerdote nel 1920, studia come diplomatico per la Segreteria di Stato della Santa Sede. Nel 1923 papa Pio XI lo invia come nunzio a Varsavia, ma rientra dopo pochi mesi per collaborare alla Segreteria di Stato; nel 1937 viene nominato sostituto e lavora al fianco del Segretario di Stato Eugenio Pacelli. Nel 1939, alla morte di Pio XI, il cardinale Pacelli diviene papa Pio XII. Montini, nominato pro-segretario di Stato nel 1944, si adopera all’assistenza dei rifugiati, specialmente ebrei. Arcivescovo di Milano dal 1954. Diviene papa nel 1963 col nome di Paolo VI. La bibliografia su di lui è abbondante, dunque si preferisce indicare all’occorrenza i volumi consultati.
211 La corrispondenza è conservata in AIG I, 4.2 e comprende sia le lettere del periodo in cui Montini lavora presso la Segreteria di Stato Vaticano, sia quelle da arcivescovo di Milano, sia infine quelle degli anni del pontificato. Per maggiori informazioni si rimanda al Cap. II.VI, n. 476.
212 GIORDANI, Memorie, cit., p. 104.
213 «L’Avvenire» a partire dal 1933 è l’edizione romana de «L’Avvenire d’Italia», ma alla vigilia della liberazione di Roma, per le sue compromissioni con il fascismo, deve – secondo alcuni, tra cui Vittorino Veronese, Giulio Andreotti e lo stesso Giordani – essere sostituito da una nuova testata. Cfr. su questo tema: M. CASELLA, «Il Quotidiano» diretto da Igino Giordani (1944-1946), in SORGI, Politica e morale, cit., pp. 287-316: 287-88.
214 Per un’accurata documentazione sulla nascita e lo sviluppo de «Il Quotidiano» e per il contributo fondamentale ad esso offerto da Giordani, cfr. GIORDANO, L’impegno politico, cit., pp. 125-46 e CASELLA, «Il Quotidiano», cit., pp. 287-316. La nota programmatica è proposta in forma integrale in M. CASELLA, L’Azione cattolica alla caduta del Fascismo. Attività e progetti per il dopoguerra (1942-1945), Studium, Roma 1984, pp. 167-68.
215 CASELLA, «Il Quotidiano», cit., pp. 287-316: 295.
216 Ibid., p. 298.
217 Lettera di Giordani a Sturzo, 17 settembre 1944: AIG I, 16.3, 36, poi in GIORDANI – STURZO, Un ponte, cit., p. 103. Si aggiunge un dato di carattere interessante: molte lettere di Sturzo a Giordani vengono pubblicate da quest’ultimo su «Il Quotidiano».
218 Lettera di Sturzo a Giordani, 21 dicembre 1944: AIG I, 16.1, 19. Poi in volume: GIORDANI – STURZO, Un ponte, cit., pp. 104-105.
219 Per comprendere il clima di tensione e le polemiche sorte intorno a «Il Quotidiano» e al suo direttore in quei primi mesi, è stato utile analizzare un promemoria datato 5 settembre, dello stesso Giordani. Egli difende la sua testata da cinque principali accuse: di lasciar trasparire tendenze di sinistra; di non rispecchiare la serenità di un giornale cattolico; di essere diretto da un repubblicano; di nuocere la campagna politica della DC e di non giovare alla formazione e alla rappresentanza dei cattolici. E conclude: «Nel nostro lavoro occorre slancio, e questo è possibile solo se la fiducia dei superiori ci spalleggia. Per essa si è fatto un giornale, giudicato da molti il migliore della Capitale […], iniziando con una povertà di mezzi che era vera indigenza: in redazione […] si è tentato di farci finire togliendoci la corrente elettrica» (Promemoria dattiloscritto di Giordani, 5 settembre 1944, in AIG I, 22a.5.2, 1).
220 Dal Diario inglese risultano sicure le date del 4 aprile 1939, dell’8 luglio 1940, e del 5 ottobre 1941. Infine, l’udienza con tutti i collaboratori de «Il Quotidiano» risale al 12 agosto 1945.
221 Giuseppe De Luca (1898-1962), sacerdote romano dal 1921, cappellano a San Pietro in Vincoli fino al 1948. È noto per la sua attività di letterato, editore e attento filologo. Sulla sua figura si vedano: AA.VV., Don Giuseppe De Luca. Ricordi e testimonianze, a c. di M. PICCHI, Morcelliana, Brescia 1963; AA.VV., Don Giuseppe De Luca et l’abbé Henri Bremond (1929-1933). «De L’Histoire littéraire du sentiment réligieux en France» à l’ «Archivio italiano per la storia della pietà» d’aprés des documents inédits, a c. di H. BERNARD MAÎTRE – R. GUARNIERI, Roma 1963; C. DIONISOTTI, Ricordo di don Giuseppe De Luca, in «Italia medievale e umanistica», IV (1961), pp. 327-39; I. COLOSIO, Don Giuseppe De Luca storico della spiritualità, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1962; G. ANTONIAZZI, Don Giuseppe De Luca e una nuova scienza. La storia della pietà, «Studi cattolici», XII (1968), pp. 606-17; D. CANTIMORI, In ricordo di don Giuseppe De Luca, in Storici e storia, Einaudi, Torino 1971, pp. 386-96; R. GUARNIERI, Don Giuseppe De Luca tra cronaca e storia (1898-1962), in AA. VV., Modernismo, fascismo, comunismo, a c. di G. ROSSINI, Il Mulino, Bologna 1972, pp. 249-362; L. MANGONI, Aspetti della cultura cattolica sotto il fascismo: la rivista «Il Frontespizio», ibid., pp. 363-417; R. DE FELICE, Alcune lettere di mons. Giuseppe De Luca a Giuseppe Bottai, ibid., pp. 419-51; La storia della pietà: fonti e metodi di ricerca, Seminario di studio all’Istituto per le ricerche di storia sociale e religiosa (Vicenza, 31 maggio – 2 giugno 1976), con la partecipazione di M. VOVELLE, A. ZAMBARBIERI, L. BILLANOVICH, F. SALIMBENI, P. PAMPALONI, A. TURCHINI, A. GAMBASIN, G. DE ROSA; Bremond-De Luca, «Ricerche di storia sociale e religiosa», XXVIII (1985), con interventi di G. CRACCO, G. DE ROSA, E. GOICHOT, L. MANGONI, M. PICCHI, E. POULAT, T. TESSITORE, L. BILLANOVICH; R. GUARNIERI, De Luca Giuseppe, in Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia (1860-1995), vol. II, I protagonisti, cit., pp. 171-78; V. LEMBO, Don Giuseppe De Luca a vent’anni dalla morte, Meridionale, Villa San Giovanni 1985; L. MANGONI, In partibus infidelium. Don Giuseppe De Luca: il mondo cattolico e la cultura italiana del Novecento, Einaudi, Torino 1989; G. DE ROSA, De Luca Giuseppe, in DBI, vol. XXXVIII, 1990, cit., pp. 353-59 [consultabile al sito internet: http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-de-luca_ (Dizionario-Biografico) / (ult. cons: 15-04-12)]; AA.VV., Don Giuseppe De Luca e la cultura italiana del Novecento, Atti del Convegno di studio nel centenario della nascita (Roma, 22-24 ottobre 1998), a c. di P. VIAN, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2001.
222 In merito al rapporto con Giordani, si sa che dal 1925 i due collaborano al «Davide», il periodico di Giuseppe Gorgerino, molto vicino a Gobetti. De Luca, poi, conosce l’esperienza di «Parte Guelfa» e, pur non partecipando, la commenta con Papini. Frequenta la Biblioteca Vaticana negli anni in cui Giordani vi è impiegato; e con questi collabora alla terza pagina de «Il Popolo» di Sturzo. Al 1930 risale la prima lettera tra i due: il carteggio, di cui già si è citato qualche pezzo, non è voluminoso (24 lettere di Giordani e 6 di De Luca), ma offre informazioni rilevanti, soprattutto in merito ad amicizie comuni, ad esempio con Bargellini per «Il Frontespizio» e con Minelli per la Morcelliana; e per collaborazioni condivise, tra cui si ricorda quelle per «L’Avvenire d’Italia» e per «L’Osservatore Romano» (De Luca vi scrive in qualità di archivista della Congregazione per la Chiesa Orientale). Nel 1942, il lucano dà vita alla casa editrice Edizioni di Storia e Letteratura, quindi il carteggio tende a diradarsi, anche se Giordani non cessa di invitare l’amico a comporre articoli per le imprese che via via dirige. L’ultima lettera dell’editore romano è del settembre 1961, poco prima della morte. In essa egli riconosce la differenza tra la scrittura di Giordani, tutta apostolato, e la sua, un calvario da cui non ha tratto gioie. Sul profondo rapporto che lega Giordani a De Luca, si veda: MANGONI, In partibus infidelium, cit., ad passim. La corrispondenza intercorsa col sacerdote è descritta, anche con numerose citazioni, da CASELLA, Cultura politica e socialità, cit., pp. 67-70 e integralmente pubblicata da DE MARCO, Igino Giordani e don Giuseppe De Luca, in SORGI, Politica e morale, cit., pp. 125-41. De Marco ha il merito di ricostruire con efficacia la relazione tra i due, che egli vorrebbe far risalire al 1925 e che termina a causa della morte prematura del sacerdote nel 1962.
223 Lettera di Giordani a De Luca, 5 ottobre 1945: AIG I, 44.3, 27. Poi, in volume: SORGI, Politica e morale, cit., pp. 156-57.
224 Piero Bargellini (1897-1980), scrittore e politico fiorentino. Inizia la sua carriera come maestro di scuola, avendo l’abilitazione magistrale. Mentre svolge l’attività didattica, fonda nel 1929 «Il Frontespizio», rivista di cultura cattolica e apologetica. Quindi, necessitando di buone penne, scrive la sua prima lettera a Giordani, per invitarlo a collaborare (lettera del 1 novembre 1929, in AIG I, 43.1, 3). Di qui nasce un intenso scambio di collaborazioni, per cui Bargellini ricambia con articoli per «Fides», prima, e per «Il Quotidiano», poi. I due non condividono le stesse idee politiche, legandosi Bargellini al fascismo. Ciò nonostante il rispetto reciproco non viene a mancare. La relazione amichevole si rafforza quando, nel dopoguerra, il fiorentino aderisce alla D.C. e affianca La Pira per una riedificazione della sua città, di cui diviene sindaco negli anni Sessanta, trovandosi ad affrontare l’immane catastrofe
dell’alluvione. Il carteggio, che dagli anni Trenta ripercorre la vita dei due uomini di cultura fino alla morte (avvenuta per entrambi nel 1980), è conservato in AIG I, 43.1. Essendo estremamente significativo anche per tratteggiare il profilo di Giordani, viene presentato e commentato in queste pagine (Appendice II). Per notizie biografiche più approfondite su Bargellini si veda: R. BERTACCHINI, “Piero Bargellini”, in DBI, cit., vol. XXXIV, 1988, pp. 252-54 [consultabile all’indirizzo elettronico: http://www.treccani.it/enciclopedia/piero-bargellini_(Dizionario Biografico)/ (ult. cons: 06-05-12)]. Manca, invece, un’opera biografica esaustiva sull’autore. Un profilo essenziale si ricava da: C. FUSERO, Bargellini, Vallecchi, Firenze 1949; offre qualche spunto interessante il libro di P.F. LISTRI, Tutto Bargellini: L’uomo, lo scrittore, il sindaco, Nardini, Firenze 1989, che in appendice riporta la bibliografia completa delle opere di Bargellini. Si veda anche la voce “Bargellini Piero” in Dizionario generale degli autori italiani contemporanei, vol. I, Vallecchi, Firenze 1974; E. BALDUCCI, voce “Bargellini, Piero” in Dizionario della letteratura mondiale del Novecento, Paoline, Roma 1980; e il profilo tracciato da L. BEDESCHI in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia (1860-1995), vol. III/1, Le figure rappresentative, cit., pp. 55-56. Molto di lui si conosce dalla pubblicazione delle lettere con Betocchi, Bo, De Luca e Papini.
Carla Pagliarulo, I. Giordani, uomo di lettere e di cultura, e l’ideale di un «cristianesimo integrale»: alcuni carteggi indediti, Tesi di dottorato, Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano, Anno accademico 2011-2012

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Lettere di militari e censura fascista nel 1944 in provincia di Lucca

La Resistenza in Garfagnana proseguì fino allo sfondamento alleato della Linea Gotica, avvenuto nell’aprile del 1945, mentre Lucca venne liberata il 5 settembre 1944. Alle ore sette di mattina di q…

Collasgarba

Dalla Svizzera giunsero in Ossola numerosi fuoriusciti antifascisti

La lotta di liberazione in Ossola incominciò subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, con la formazione delle prime bande partigiane composte da vecchi antifascisti e militari sbandati, che iniziarono a contrastare le unità tedesche di occupazione a cui, dopo la costituzione della Repubblica Sociale Italiana il 26 dello stesso mese, si aggiunsero quelle fasciste. Dopo una iniziale fugace comparsa di alcune SS, giunsero in Ossola reparti tedeschi di presidio, prevalentemente della Zollgrenzschutz, ovvero guardie doganali di confine e unità della Wehrmacht, che installarono i comandi all’Albergo “Corona” di Domodossola e in una villa a Masera, mentre la RSI schierò la Milizia Confinaria con la II Legione alpina “Monte Rosa” e distaccamenti della 29a Legione della Guardia Nazionale Repubblicana.
Superata la fase iniziale delle prime bande partigiane come il “Gruppo del Lusentino” poi “Banda Libertà”, vennero progressivamente a costituirsi formazioni sempre più organizzate sia dal punto di vista militare che logistico e, tra quelle operanti in zona, si possono ricordare la “Valdossola”, la “Valtoce”, la “Piave”, la “Beltrami”, l’8a “Matteotti” e le “Garibaldi”.
Tra le vicende di spicco della storia partigiana dell’Ossola, è da citare l’insurrezione di Villadossola dell’8 novembre 1943, una delle prime sollevazioni popolari in Italia e duramente soffocata dai nazifascisti, a cui seguirono fucilazioni e le prime deportazioni nei lager nazisti. Alcuni mesi dopo, il 13 febbraio 1944, ebbe luogo a Megolo – località della bassa Ossola – la battaglia in cui cadde con altri partigiani della sua formazione anche il capitano Filippo Maria Beltrami, uno degli iniziatori della lotta nell’alto novarese, che nonostante l’inferiorità numerica accettò comunque lo scontro con le forze attaccanti tedesche e fasciste. A fine maggio del 1944 salirono in montagna numerosi giovani, provenienti anche dalla Lombardia, che non avevano risposto ai bandi di arruolamento della Repubblica Sociale Italiana, rafforzando numericamente le forze di liberazione facenti capo al Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Contro le formazioni partigiane, sempre più attive in una zona strategica come quella dell’Ossola, prossima al confine svizzero ed attraversata dalla ferrovia internazionale del Sempione, con numerose dighe, centrali e industrie chimiche e siderurgiche, vennero lanciati attacchi e rastrellamenti anche imponenti, come quello denominato Operazione “Köeln” che dal 10 giugno 1944 interessò la Val Grande – area oggi divenuta Parco nazionale – con obiettivo principale l’eliminazione della Divisione “Valdossola”, una delle più attive in zona. Nonostante il colpo subito, la Resistenza ossolana ricominciò ben presto a premere contro il nemico e mentre i Garibaldini espugnarono in alcune vallate diversi presidi, nel fondovalle con una serie di operazioni condotte dalle formazioni autonome “Valdossola” e “Valtoce”, oltre a quelle della “Piave” fra Cannobio e la Valle Vigezzo, si arrivò il 9 settembre 1944 a liberare anche Domodossola, centro principale della zona.
Di rilievo il ruolo del clero nella liberazione di Domodossola, in quanto furono il parroco della Città don Luigi Pellanda e quello di Masera don Severino Baldone a promuove un incontro per una trattativa fra comandanti tedeschi e fascisti e i capi partigiani: questo per evitare inutili spargimenti di sangue e vittime civili in caso di attacco e conseguenti combattimenti nel centro abitato. Così tedeschi e fascisti lasciarono Domodossola ai partigiani senza combattere, a patto di poter abbandonare la città solo con alcune armi ed i familiari al seguito, una scelta non condivisa dai Garibaldini per i quali «con il nemico non si tratta ma si combatte». Dionigi Superti, comandante della “Valdossola”, che insieme con la “Valtoce” e la “Piave” avevano costretto alla resa il presidio trattandone le modalità, ordinò anche a nome delle altre formazioni la costituzione di una giunta di governo per l’amministrazione del territorio liberato, designandone pure i membri, stante l’assenza di un CLN locale, disperso a causa delle persecuzioni, cedendo di fatto l’amministrazione ai civili, a differenza di quanto verificatosi in altre coeve zone libere. La Giunta Provvisoria di Governo di quella che successivamente agli eventi venne definita come la “Repubblica dell’Ossola”, si mise subito all’opera affrontando una vasta mole di lavoro non limitata alla risoluzione dei problemi contingenti, ma diretta a toccare argomenti e settori di rilevanza nazionali, proiettati nel futuro dell’Italia liberata, poiché si trattò di una vera e propria esperienza di autogoverno e anticipazione della auspicata democrazia postbellica. Dalla vicina Confederazione Elvetica giunsero in Ossola numerosi fuoriusciti antifascisti italiani, alcuni dei quali divennero poi membri dell’Assemblea costituente, di Governi e Parlamenti della Repubblica Italiana, uno per tutti Umberto Terracini segretario della G.P.G. e poi Presidente della Costituente e, significativamente, Giorgio Bocca scrisse che «Quanto a rinnovamento democratico fece più quella piccola repubblica in quarantaquattro giorni che la grande nei decenni seguenti» <1.
Con l’Operazione “Avanti” i nazifascisti scatenarono una massiccia offensiva, che vide la difesa partigiana su due fronti, ovvero la Bassa Ossola e la Valle Cannobina, ma la preponderanza delle forze dell’attaccante e l’assenza di aiuti da parte degli Alleati che avevano definito nel contesto bellico una “capocchia di spillo” la zona libera, portò nella seconda metà di ottobre del 1944 alla rioccupazione dell’Ossola, costringendo la Giunta quasi al completo, numerosi partigiani e molti civili a riparare oltre il confine svizzero, spesso inseguiti fino all’ultimo dagli avversari. Sabato 14 ottobre 1944 Domodossola fu rioccupata, gli attaccanti entrarono in una città deserta perché circa un terzo della popolazione, da 25 a 30 mila civili, aveva abbandonato l’Ossola per riparare in Svizzera, nel timore di rappresaglie che però fortunatamente non furono attuate. In Ossola si insediarono con compiti di presidio reparti del 15° Reggimento SS Polizei, la Brigata Nera Speciale di Formazione “Meattini” detta “Ministeriale” <2 con anche compiti di ricerca e recupero delle salme dei militi uccisi, sciolta a fine febbraio 1945, oltre alla Legione “Monte Bianco” della Milizia Confinaria. Successivamente l’Ossola vide l’arrivo di un’altra unità della Repubblica Sociale Italiana, che era stata costituita a Faenza nell’autunno 1943 come IV Brigata Nera Mobile “Achille Corrao”, inserita nel Battaglione “Ettore Muti” di Ravenna, già macchiatasi fin dall’inizio di crimini, violenze ed estorsioni e che con l’avanzare degli Alleati ripiegò verso Nord, prima in provincia di Verona a Nogara e poi a Orgiano nel vicentino, rimanendovi fino a gennaio 1945. La IV Brigata Nera Mobile “Achille Corrao”, Battaglione “Ettore Muti” Ravenna, a cui vennero poi aggregate due compagnie della B.N. “Ministeriale” rimaste in zona, giunse in Ossola il 21 febbraio 1945, installando presidi in Valle Anzasca, a Pieve Vergonte, a Vogogna, a Premosello, a Migiandone e a Ornavasso e pochi giorni dopo il suo arrivo si verificò l’uccisione di don Giuseppe Rossi, il 26 febbraio 1945.
La definitiva liberazione dell’Ossola, nel corso della quale venne pure salvato da sicura distruzione il tunnel del Sempione bruciando l’esplosivo immagazzinato a Varzo, ebbe luogo il 24 aprile del 1945, ad opera delle unità partigiane rimaste in zona dopo la rioccupazione dell’autunno precedente o rientrate dalla Svizzera ed il contestuale ritiro verso sud dei reparti tedeschi e della RSI, tra questi la Brigata Nera “Ravenna” in zona fino al 22 aprile 1945, che si portò prima ad Intra e poi traghettando il lago raggiunse Laveno e di qui a Turbigo nel milanese, dove i componenti si arresero ai partigiani. Diversi militi della “Ravenna” catturati dai partigiani furono giustiziati subito dopo la Liberazione a metà maggio e a guerra già finita, quattordici a Jerago nel varesotto ed altri undici che erano stati condotti a Unchio nel Verbano, mentre Raffaele Raffaeli comandante della Brigata Nera, il fratello Riccardo e il padre Natale riuscirono invece a raggiungere Novara con parte della colonna Stamm, consegnandosi agli Alleati <3.
[NOTE]
1 G. BOCCA, Una repubblica partigiana. La storia della Resistenza in Val d’Ossola nel settembre-ottobre 1944, Milano, Mondadori, 1972.
2 La Brigata Nera annoverava tra i suoi ufficiali anche Giorgio Almirante, futuro leader del Movimento Sociale Italiano.
3 “Fascisti, partigiani, repubblichini nel Castanese”, Fondazione “Primo Candiani” n. 54 di “Contrade Nostre” 2012. La pubblicazione riporta anche un elenco di 159 appartenenti alla B.N. arresisi ai partigiani, in cui compare tra altri
un Gramigna Domenico fu Giusto, nato a Riolo il 02/06/1922 di professione falegname, senza documenti: nel libro di don Angelo L. Stoppa “Il parroco Giuseppe Rossi eroe della carità”, alle pagg. 150 e 151 l’Autore cita tra i probabili esecutori del delitto un “… terribile milite, piccolotto di statura, detto ‘Gramigna’…”, che entrò in una casa “… prossima al sentiero dei Colombetti, per lavarsi le mani lorde di sangue”. Non è da escludere che il presunto soprannome fosse invece il cognome del milite. Il Gramigna venne arrestato nel giugno 1945 e processato l’anno successivo per reati commessi nel ravennate con condanna a 4 anni e 6 mesi e risarcimento danni, ma l’amnistia del gennaio 1947 gli eviterà il carcere, mentre nessuna imputazione risulta per eventuali crimini della B.N. in Ossola, dei quali era però competente da Corte d’Assise di Novara. Nell’elenco è poi citato anche Badiali Rodolfo di Domenico, nato a Faenza il 29/01/1910, di professione impiegato, senza documenti: si trattava del comandante del presidio di Castiglione della B.N. e che dopo la guerra fu processato, condannato ed incarcerato per i crimini commessi, compresa l’uccisione di don Rossi.
Pier Antonio Ragozza, L’Ossola dall’armistizio alla Liberazione, Atti del convegno diocesano “Don Giuseppe Rossi. Icona di un parroco martire”, Diocesi di Novara, Domodossola 27 aprile 2024

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I nazisti istituirono la Zona d’operazioni delle Prealpi

Con le date del 25 luglio e dell’8 settembre 1943, la questione alto-atesina entrò in una fase nuova, radicalmente diversa sia per quel che concerneva la situazione in Alto Adige sia sotto il profilo dei rapporti italo-tedeschi. La caduta di Mussolini fu da sorgente a una rivendicazione territoriale da risolvere in modo totalitario e definitivo. Le reazioni di Hitler furono tali che «se il terzo Reich avesse vinto la guerra, le frontiere italiane sarebbero ridiventate quelle del 1914» <63 e, riferendosi al Trentino-Alto Adige e alla Venezia Giulia, avrebbe dichiarato che «per lo meno questo tradimento (dell’Italia come firmataria dell’armistizio dell’8 settembre) sarà servito a farci riprendere due belle province tedesche» <64. Nella notte tra l’8 e il 9 settembre le forze armate tedesche, Deusche Wehrmacht, fluirono lungo le vallate dell’Alto Adige, e vennero accolte festosamente dalla popolazione allogena, imbevuta, grazie soprattutto alla massiccia propaganda nazista, di pangermanesimo. Il 12 settembre, subito dopo l’armistizio, furono dettate le disposizioni per l’organizzazione politica e militare dell’Italia: Hitler stabiliva che, dal «territorio occupato», fossero staccate ed erette a «zone di operazione» le province di Bolzano, Trento e Belluno (sotto il nome di Alpenvorland) e di Udine, Gorizia e Trieste (sotto il nome di Adriatisches Küstenland). Si stabilì che queste fossero sottoposte a due Alti commissari nella carica di Gauleiter (Commissario supremo) scelti nelle persone di Franz Hofer a Innsbruck e Friedrich Rainer a Klagenfur <65.
Nonostante la decisione del Duce di porsi a capo della RSI e di continuare la guerra a fianco della Germania, per Hitler era ormai scontato che l’Italia avrebbe dovuto pagare duramente il suo «tradimento» <66. Vani furono, infatti, i tentativi da parte di Mussolini di evitare una completa estromissione dell’autorità fascista nella zone delle Prealpi, proprio per il fatto stesso che Hitler considerasse ormai il Duce privo di un avvenire politico <67.
L’istituzione dell’Operationszone Alpenvorland, ovvero la Zona d’operazione delle Prealpi (acronimo OZAV), avviò una campagna che mise al bando gli elementi di origine italiana, interdicendo loro qualsiasi attività ed iniziativa: vennero sostituiti tutti i funzionari delle amministrazioni civili con elementi di indubbia fede nazista; si annullarono le opzioni del ’39 a favore dell’Italia mentre contemporaneamente aveva inizio un lento ma continuo rientro degli optanti che si erano trasferiti in Germania; le forze di polizia locali, coadiuvate da una guardia civica (Sondor Ordnung Dienst), costituirono in realtà un rigido mezzo di controllo e di oppressione per le popolazioni italiane: rastrellamenti e perquisizioni nelle case private paralizzavano la vita degli italiani, soprattutto dei militari rifugiatisi nelle abitazioni e sulle montagne; Hofer emanò un decreto in cui stabilì l’obbligo di prestare servizio militare alle forze naziste di giovani altoatesini delle classi del ’24-’25 senza riguardo per l’appartenenza etnica; non mancò la sopraffazione tedesca nel campo delle comunicazioni: sulla stampa locale riaffiorò la propaganda nazista della «Grande Germania» che prese il posto delle pubblicazioni quotidiane italiane <68; fu imposto il tedesco come lingua non solo nelle amministrazioni pubbliche ma anche nella vita privata. Questo era «il Regno di Hofer», così amaramente denominato da Mussolini <69.
Nell’incontro di Klessheim, nell’aprile del ’44, Mussolini sollevò la questione delle due «zone di operazione» ricevendo da Hitler generiche spiegazioni e vaghe assicurazioni. Fu proprio dopo questo incontro che Franz Hofer ritenne giunto il momento di un nuovo «giro di vite» in Alto Adige. In un «Appunto per il Duce» datato 12 maggio 1944 si legge: «Dopo il recente colloquio Mussolini-Hitler in quasi tutti i paesi dell’Alto Adige le scritte italiane sono sparite. Prima dell’incontro le scritte erano bilingue: italiana e tedesca» <70. La discriminazione del gruppo linguistico italiano fece sì che molti membri, anche ex-fascisti, entrassero a far parte delle organizzazioni di lotta contro l’oppressione nazista. Il regime di oppressione e di persecuzione antitaliana costrinse all’emigrazione dall’Alto Adige circa 50 mila italiani. Pertanto, all’atto della liberazione, la fisionomia demografica della regione atesina risultò profondamente ad artificiosamente alterata rispetto alla situazione legale quale era al 25 luglio 1943 <71.
[NOTE]
62 Nello stesso giorno in cui Mastromattei, prefetto di Bolzano, prova a smentire la leggenda siciliana, Micheal Gamper, canonico interno al DV, pubblica un articolo il quale recitava: “Attraverso gli usci, che solcano oggi i contadini, sono passati i nostri antenati e gli antenati dei nostri antenati e rappresentano carne della nostra carne, sangue del nostro sangue. Le sue parole hanno sicuramente un impatto sulla popolazione che però è spaventata: se tutti se ne vanno, cosa faremo qui da soli in balia dei fascisti? In particolare molti anziani vedono i figli determinati a partire e temono di essere abbandonati”. L. Gruber, Eredità, RizzoliBur, Milano, 2012, (pp. 358)
63 E. Dollman, op. cit. , (pp.123)
64 E.F. Moellhausen, La carta perdente, Memorie diplomatiche (25 luglio 1943-2 maggio 1945), Roma, 1948 (pp. 390). Secondo Moellhausen Hitler nel ’43-’45 ingannava freddamente il suo socio (Mussolini) e aveva concesso nelle due regioni «pieni poteri» e «carta bianca» ai Gaulaiter di Innsbruck e di Klagenfurt, Franz Hofer e Friedrich Rainer, «con l’unica restrizione di salvare un poco le apparenze».
65 R. De Felice, op. cit., (pp.203-204)
66 Un respiro di sollievo lo ebbe Goebbels il quale annotava soddisfatto: «il Führer è felicissimo di poter ancora incontrarsi presto con il Duce. Parlando coi Gaulaiter Hofer e Rainer ha detto, tuttavia, che la nostra politica nei confronti dell’Italia non deve essere mutata. Ne sono lietissimo. Avevo già temuto che la ricomparsa del Duce potesse mutare le cose. Sembra invece che il Führer sia determinato a persistere nella durezza». J. Goebbels, op.cit., (pp.600)
67 J. Goebbels, op. cit. , (pp.626-627)
68 Il giornale locale «La provincia di Bolzano» venne soppresso e sostituito con il «Bozner Tagesblatt». Riguardo ai giornali italiani ufficialmente potevano essere introdotti solo il «Corriere della sera» e «Il regime fascista», che,
peraltro, erano quasi sempre introvabili. R. De Felice, op. cit. , (pp.220)
69 R. De Felice, op. cit., (pp.219)
70 G. Buffarini-Guidi, La vera verità. I documenti dell’archivio segreto del ministro degli Interni Guido Buffarini-Guidi dal 1938 al 1945, Milano, 1970, (pp. 157s.)
71 R. De Felice, La questione dell’Alto Adige, Documento n.10, Relazione sulla situazione in Alto Adige redatta nell’estate 1945 dallo Stato Maggiore del R. Esercito (pp. 130-131)
Claudia Cioffi, La dialettica partitica per la risoluzione della questione altoatesina. Dalla firma del Trattato di Saint-Germain-en-Laye alla formulazione del Primo Statuto di Autonomia Regionale, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2014-2015

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La X brigata partigiana rimane a Cespedosio fino alla metà di luglio circa

Una vista dal rifugio Cespedosio. Fonte: Visit Bergamo

Dal canto suo anche il comando della 40^ brigata Garibaldi “Matteotti” operante in Valsassina e Valtellina tenta di ristabilire i contatti. Ma l’impresa fallisce. In data 25 luglio 1944, Al, comandante del fronte sud della 40^, deve dichiarare che, malgrado gli sforzi: “con il distaccamento di Val Taleggio non è stato possibile il contatto. Pare che questo sia inquadrato nella brigata bergamasca. Ad ogni modo cercheremo i comandanti, ora irreperibili, definendo la loro posizione.” (8) Sembra strano che il comando partigiano della Valsassina non riesca a rintracciare Gastone [Gastone Nulli] e i suoi; tanto più che i partigiani della Valsassina, avendo avuto modo di aiutare gli uomini della X quando questi si trovavano alla capanna Castelli, potevano conoscerne il nuovo rifugio. Ma le difficoltà del momento spiegano molte cose e tra le altre anche questo inconveniente. Non si può comunque evitare di riflettere sulle voci raccolte da Al a proposito dell’inquadramento della formazione taleggina nella brigata bergamasca. Il PCI bergamasco e la 40^ Matteotti sono dunque le organizzazioni che cercano di allacciare rapporti col gruppo di Gastone. E si può notare un certo qual legame tra le due iniziative nell’unica matrice politica da cui entrambi dipendono, ma il legame appare abbastanza tenue: sono solo voci quelle che Al raccoglie a proposito dell’inquadramento della X tra le formazioni di un partito che allora spendeva molte delle proprie energie per costituire un’efficiente brigata garibaldina in terra orobica. I collegamenti clandestini sono lacunosi anche all’interno delle forze garibaldine e non c’è quindi da stupirsi che le informazioni pervenute ad Al diano per certo ciò che invece è per ora solo una speranza. La documentazione tace completamente sugli esiti della menzionata missione di Alberto a S. Pellegrino, invece, per quel che concerne la presa di contatto del PCI di Bergamo con Gastone, ci fornisce qualche utile, anche se debole, spunto. Si può così affermare che, di fronte alla richiesta di instaurare rapporti organici con i comunisti bergamaschi, Gastone oppone un sostanziale rifiuto, motivandolo con l’esistenza di precedenti collegamenti con organizzazioni milanesi del PCI: “Fidandomi delle assicurazioni di Dario (9), rifiutai di aderire a formazioni dipendenti dagli organi di Bergamo” (10) osserva Gastone e precisa di aver mantenuto tale orientamento fino alla cattura di Dario(ottobre 1944?). Come è noto, Dario riscuote la fiducia di talune organizzazioni comuniste milanesi e torna quindi comodo a Gastone scaricare su di lui le responsabilità della mancata collaborazione con il PCI di Bergamo; ma proprio qui sta la debolezza della sua asserzione, infatti, come si potrà constatare, non esisteva alcun antagonismo tra comunisti milanesi e bergamaschi in relazione ai gruppi della Val Taleggio. Semmai esisteva in quel momento una sfasatura di ordine informativo che presto verrà colmata. D’altra parte non è possibile sostenere che Gastone rifiuti categoricamente ogni rapporto con Bergamo. Al contrario, per quanto concerne le Fiamme Verdi, ne promuove la ricerca e dal PCI provinciale accetta senza esitazioni gli aiuti almeno fino a quando non furono ristabiliti i precedenti contatti con Milano.
Così delineata, la questione presenta una sua logica (11) che diventa particolarmente evidente se si ricorda l’insistenza di Gastone nel proclamare la volontà di mantenere alla formazione un “pieno carattere apolitico” ed a se stesso l’indipendenza dal “PCI come partito”. Egli infatti dispone di una formazione i cui uomini tendenzialmente fanno capo a due organismi molto diversi tra loro (le Fiamme Verdi ed il PCI milanese), senza contare quelli che si considerano completamente autonomi. Il problema di tenerli uniti può dunque dipendere dalla capacità del comandante di evitare influenze troppo dirette e condizionamenti che spostino l’asse d’equilibrio a favore degli uni o degli altri. Così egli lascia cadere i contatti con il PCI di Bergamo e molto probabilmente anche quelli con le Fiamme Verdi (12); insiste sulla propria autonomia e non rinuncia a soddisfare le richieste di uomini (come Dario) che gli erano stati vicini fin dalla fine di maggio, perché in ogni caso i legami che essi ristabiliscono pongono in essere un collegamento con comandi superiori che sono lontani e solo difficilmente potranno, influire in modo decisivo sull’andamento del gruppo. La linea di condotta di Gastone dunque si può efficacemente sintetizzare fin da ora in questi termini: unità nell’autonomia, due fattori destinati a pesare costantemente ma in modo diverso in tutta l’attività dei gruppi partigiani taleggini.
La X rimane a Cespedosio [n.d.r.: frazione del comune di Camerata Cornello (BG] fino alla metà di luglio circa. Sono giorni duri, mitigati solo dal clima estivo. Gli uomini dormono all’addiaccio, si accontentano di mangiare polenta e formaggio; criticano il loro comandante perché non condivide la loro vita (13), ma tutti quasi indistintamente ne subiscono l’ascendente. Verificano lo sforzo del comando di riorganizzare le formazioni, (14) ma soprattutto registrano la solidarietà della popolazione che spontaneamente contribuisce come può al loro vettovagliamento. Superate le più gravi difficoltà, ristrutturata la formazione, Gastone trasferisce gli uomini alla Castelli anche se i problemi alimentari non sono risolti, anche se il mancato chiarimento con gli organi di Bergamo provocherà un rinvio nel tempo dell’inquadramento della X nelle formazioni garibaldine o comunque nel movimento partigiano organizzato. Nella seconda metà di luglio il gruppo ritorna alla capanna Castelli. Gli uomini sono poco più di una cinquantina (15). Le armi sono sufficienti ma scarseggiano le munizioni. Un rapporto fascista, sempre riferito a fine luglio, inizio agosto, li segnala a “Cima di Piazzo-Pizzo Racimonti (leggi passo Baciamorti)- Venturosa-Taleggio-Pizzino e Vedeseta”. (16) Dalla base alla Castelli infatti venivano effettuati spostamenti nella zona per provvedere alle necessità della formazione e, a quanto
pare, alcuni partigiani con il comandante si erano stabiliti nelle frazioni del comune di Taleggio allora prive del benché minimo presidio fascista. Fino agli ultimi giorni di luglio a all’inizio di agosto comunque non è pensabile che la formazione si sia abbassata verso i paesi della Val Taleggio.
[NOTE]
(8) MCL – 40^ brigata Matteotti, com; fronte sud, 25/7/44
(9) Purtroppo di Dario si sa ben poco e non è quindi possibile determinare la qualità della sua influenza su Gastone. Gastone sostiene che gli fu presentato a Milano come “membro di un comitato” dalla signorina Lella Pizzo d’Ambrosio il 23/5/44, cioè poco prima che entrambi prendessero la via della montagna. Romolo (non meglio identificato) funge da collegamento tra il gruppo milanese e Dario. Anch’egli era in contatto con la d’Ambrosio, anzi entrambi abitavano a Milano in via Lambrate 13 e insieme furono arrestati nel febbraio ’45 dai tedeschi; dopo di allora non si sa più nulla di Romolo, mentre della d’Ambrosio Gastone parla come d una delatrice che per salvare la pelle si era rassegnata a far da amante agli ufficiali tedeschi. Quanto a Dario, le sue tracce si perdono dopo il settembre del 1944, mese in cui svolse funzioni di commissario nella 86^. In quel periodo si registrò una notevole tensione tra lui e Gastone
(10) CPV – C 51
11) Ci sono stati vari tentativi di spiegare la logica che guida l’operato di Gastone fin da questa fase e nella maggior parte dei casi essi adombrano il sospetto del tradimento. Più esplicita delle altre è l’ipotesi di P. Pallini (Penna Nera) che considera l’azione di Gastone in Val Taleggio alla stregua di quella di un agente provocatore assoldato ai fascisti e perciò rifiuta di credere all’autenticità dei suoi contatti con organizzazioni milanesi. Secondo il Pallini, Gastone avrebbe vantato rapporti con un misterioso”comitato Tito” risultato poi sconosciuto alle indagini del comando delle Fiamme Verdi; ma non si può dimenticare che, malgrado le riserve, fu proprio il comando delle FFVV ad autorizzare Pallini ad intavolare buone relazioni con Gastone. Questa ipotesi a nostro avviso non è attendibile: l) perché chi teneva i contatti con Milano non era Gastone, ma Dario 2) perché a partire da agosto la formazione sarà visitata ripetutamente da scrupolosi ispettori del PCI che non misero mai in discussione né l’esistenza né l’autenticità dei collegamenti con Milano 3) Perché si può affermare che la stessa denominazione del gruppo rimanda a una formazione milanese: La X brigata, (una di cui si sa pochissimo e su cui non esiste alcuno studio).
(12) Questa affermazione si fonda sulla assoluta carenza di documenti per il periodo in questione; l’unico elemento concreto è la citata missione di Alberto a S. Pellegrino per ricollegarsi al col. Richetti; sondaggi precisi al riguardo hanno consentito di chiarire che la cosa non ebbe seguito, ma si tratta di testimonianze orali e comunque non è escluso che si potessero riallacciare rapporti per altra via
(13) Egli vive in camere d’affitto o in albergo con la madre ed effettua spese considerate futili incidendo così pesantemente sul già, tanto magro bilancio del gruppo.
(14) Nel periodo di Cespedosio e comunque in luglio sono vari i tentativi di riorganizzare la formazione anche sotto il profilo finanziario e alimentare. La gente della zona collabora come può facendo in modo che i partigiani trovino al loro giungere a Cespedosio sacchi di farina (la famiglia Redondi e Benetto di S. Giovanni Bianco si segnalano in questi aiuti spontanei), ma lo stato di abbandono in cui si trovano gli uomini e l’incertezza dei contatti col centro inducono il comando a cercare di risolvere questo problema di propria iniziativa. Si tenta così di riattivare il canale finanziario di G. Cima, che però risponderà positivamente solo dopo l’adesione di Gastone alla II divisione; anche qualche altro borghese benestante viene interpellato allo scopo e la X ne ottiene una certa collaborazione (si leggano i nomi dei contattati: A. Pesenti, G. Milesi, M. Gianati di Piazza B., A. Mismetti e si ricordino le succulente riscossioni effettuate alla banca di Olmo al Brembo). Questa linea diverge da quella comuniste che temeva un eventuale condizionamento delle formazioni da parte dei benestanti. La X però si muove con noncuranza su questa strada, forse anche per rafforzare in questo modo la propria autonomia dai centri politici clandestini.
(15) Secondo alcune fonti tra la fine di giugno e la metà di luglio il numero è cresciuto a 90 unità, ma la cifra è esagerata. Gli informatori fascisti danno una cifra più attendibile (e si tenga conto che il loro rapporto si riferisce alla metà di luglio-inizio agosto): 50/60 uomini. In effetti ai 30/35 sfuggiti al rastrellamento di fine giugno, vanno aggiunti i circa 15 del gruppo Paganoni, alcuni sbandati nascosti nelle baite della zona (sia presso Camerata Cornello che in Val Taleggio). Al totale va però tolto il gruppetto del Canadese che si allontana all’inizio di luglio.
(16) ISML – Bg. 5 L 1/2269
Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976, qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu

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Rinaldo Benigni è la prima vittima dellʼoccupazione tedesca di Rimini

9 – 13 SETTEMBRE: Comincia lʼoccupazione militare tedesca, da parte della 65^ Divisione di fanteria che si installa appunto tra Ravenna e Rimini. Viene imposto il coprifuoco dalle 21 alle 5 del mattino. Dopo lʼinvio delle prime pattuglie, giunte nella piazza centrale oggi dei Tre Martiri, il grosso delle truppe tedesche occupa le caserme Giulio Cesare e Castelfidardo. Il 13 gli occupanti entrano nellʼaeroporto di Miramare. Alcuni ufficiali del regio esercito rimangono al loro posto attendendo lʼarrivo dei tedeschi; tra questi il capitano Ugo Ughi, che sarà poi nominato commissario prefettizio di Rimini. In questi giorni diversi militari barattano le divise e le armi in cambio di abiti
civili per fuggire; i civili entrano nelle caserme vuote e vi prelevano armi. Ughi ed altri ufficiali consegnano materiale dellʼesercito agli istituti ospedalieri e di ricovero, ed allʼAiuto materno (2). Il primo comandante tedesco della piazza di Rimini è il maggiore Kurt Weddigen.
10 SETTEMBRE: A Forlì si tiene una riunione del PCI con attivisti provenienti da tutta la provincia che devono rientrare in clandestinità. Si discute la formazione di bande armate per la lotta contro lʼoccupazione tedesca; viene deciso anche un appello unitario agli altri partiti antifascisti. Lo stesso giorno nel santarcangiolese, sulle due rive del Marecchia, nascono i primi gruppi armati. I tenenti Werter Manduchi e Edvino Casadei a Casale di SantʼErmete, ed il repubblicano Primo Bellettini a Santarcangelo, in collegamento tra loro, riuniscono alcuni militari sbandati con lʼintento di costituire bande “dʼazione”.
12 SETTEMBRE: Proclama del feldmaresciallo Albert Kesselring, attraverso la Prefettura di Forlì, contro i sabotaggi, gli scioperi, lʼinsubordinazione di ufficiali e soldati dellʼesercito regio (3). Sui bandi, affissi in tutta la provincia, nella notte vengono apposte strisce di carta con stampate scritte antifasciste. Lo stesso giorno alcuni fascisti (tra questi anche coloro che erano stati incarcerati in agosto, come Perindo Buratti) si riuniscono con esponenti del Fronte Antifascista in casa di Gualtiero Frontali, in Via Bonsi 45 (4). Il Fronte è stato contattato per un patto di pacificazione che eviti azioni contro i tedeschi. Per i fascisti sono presenti, oltre a Frontali, Paolo Tacchi, Giuseppe Pauselli, Perindo Buratti, Albini; per il Fronte sono presenti Giuseppe Babbi, Dario Celli, Gomberto Bordoni, Isaia Pagliarani, Celestino Giuliani, Ghinelli, Adamo Toni (5). Dopo questo primo contatto, che non si conclude col patto proposto, non si avranno più incontri, sia per lʼostilità dei tedeschi, sia per lʼabbandono della proposta da parte dei fascisti seguendo direttive pervenute dalla segreteria nazionale repubblicana, sia infine per la volontà politica delle opposizioni non tutte disposte a pacificarsi con i fascisti. Su questi incontri il Fronte infatti si era trovato diviso al suo interno, con la dissociazione aperta dei comunisti non disposti ad avallare simili tentativi di patteggiamento, che infatti saranno davvero pochi in tutta la provincia (6), uno a Rimini ed un altro a Santarcangelo che vedremo.
METAʼ SETTEMBRE: I tedeschi procedono allʼoccupazione militare di tutto il circondario. I militari italiani ed i loro ufficiali sono fuggiti; alcuni di essi però continuano nella raccolta delle armi e si riuniscono per studiare la possibilità di una qualche forma di resistenza alle truppe dʼoccupazione germaniche. In una riunione dentro la canonica di San Fortunato partecipano il comandante della “Castelfidardo”, il colonnello Guido Dalè, e il capitano Alberico Borghesi dello stesso 26° artiglieria. Questi ufficiali coordinano anche lʼasportazione di armi, carburante e vario materiale dallʼaeroporto di Miramare. Altre requisizioni avvengono a Cattolica per opera di civili e carabinieri che riescono a raccogliere 24 cassette di nastri per mitragliatrici, moschetti, bombe a mano, materiale che in seguito sarà affondato al largo. Viene assalita la polveriera dellʼartiglieria, a Spadarolo, con le armi nascoste e distrutte a San Leo (7). Azioni come queste di Spadarolo sono dirette da ufficiali come Giuliani, lʼaccademista Carlo Capanna (allora cadetto dellʼAccademia aeronautica di Forlì ed in seguito comandante partigiano col nome di “Oberdan”), Salvatore Lepore, Marcello Fantini, il sergente maggiore Pandolfini. Anche il sottotenente Angelo Galluzzi cerca di recuperare armi presso il battaglione costiero nel quale presta servizio, ma si trova di fronte allʼopposizione del comandante filotedesco Terzo Severi. Galluzzi allora si rivolge al silos di armi presso il porto ed al tiro a volo dove riesce a prelevare alcuni fucili, munizioni e bombe a mano che porta in Valmarecchia insieme ad alcuni civili come Demos Bonini. Tutte queste armi, salvo quelle distrutte (8), serviranno poi per i primi nuclei resistenti che si formeranno sulle colline in Valmarecchia ed in città. Inizia la fuga dei giovani in montagna per i primi tentativi, spontanei e ancora poco organizzati, di costituzione di bande resistenti. Ufficiali e civili pensano di organizzare una banda partigiana armata sulle colline attorno a Montefiore Conca (9), ma devono desistere ben presto, ripiegando chi sulla costituzione di formazioni in zone più impervie, come lʼalta Valmarecchia, chi su agili squadre per le azioni di sabotaggio distribuite in pianura ed in città. Si scatena intanto la repressione tedesca contro i militari del regio esercito in fuga ed i civili sorpresi nelle caserme. Uno di questi, Rinaldo Benigni viene fucilato: è la prima vittima dellʼoccupazione in città.
16 SETTEMBRE: Viene fondato il Fascio repubblicano riminese. Tra gli organizzatori Paolo Tacchi, Perindo Buratti, Giuffrida Platania, Cesare Frontali, Pilade Antimi Clari, Mario Mosca, Aurelio Parisio, Raffaellini, Giuseppe Vinzio. Lʼatto costitutivo avviene in casa di Frontali, uno dei tre triunviri insieme a Tacchi e Buratti. Nei giorni seguenti vengono fondati i fasci anche nel resto del Circondario. Lo stesso giorno si insedia il nuovo Consiglio Grande e Generale sammarinese, liberamente eletto il 5 settembre.
FINE SETTEMBRE: Si costituisce una sorta di primo CLN a Viserba [frazione del comune di Rimini] con alcuni esponenti di vari partiti e diversi comunisti. Viene organizzata anche una squadra dʼazione, guidata da Alessandro Ghelfi e dal tenente Paolo Sobrero, armata con i fucili dei soldati in fuga e le bombe fabbricate dai fratelli Sobrero. A Bellaria vengono nascosti 38 ebrei fuggiti dalla Jugoslavia; li aiuta monsignor Emilio Pasolini che trova come luogo di rifugio la pensione di Ezio Giorgetti e riesce a farli proteggere dal maresciallo dei carabinieri Osman Carugno. Dopo alcuni giorni gli ebrei vengono spostati dalla costa a San Mauro Pascoli, nascosti nella tenuta Torlonia, e quindi fatti riparare a San Marino (10). I militari che non sono rientrati alle loro case proseguono nella raccolta delle armi da inviare in montagna. Carlo Capanna, con altri ufficiali e soldati, si rifugia a Montebello. Il tenente Celestino Giuliani, con Pietro Arpesella, tenta di asportare armi dalle caserme dei carabinieri di Rimini e Riccione, quindi porta in salvo il colonnello Guido Dalè a Brescia e si rifugia nelle Marche, nellʼalta vallata del Foglia. Nella stessa zona sono riparati Angelo Galluzzi col fratello, il sottotenente Giuseppe Galluzzi ed il maggiore Giuseppe DallʼAglio. Molti militari del battaglione costiero (quasi tutti i 300 effettivi) vengono aiutati a disertare dagli antifascisti di Viserba; un centinaio di questi si rifugerà sulle montagne forlivesi insieme a diversi prigionieri alleati riusciti a fuggire dai campi di reclusione dopo lʼarmistizio (11). Dopo il breve periodo di relativa libertà di stampa, tornano i manifesti ed i volantini antifascisti ed ora anche antitedeschi, affissi di nascosto. La tipografia Cavalli di Morciano si distingue nella preparazione di materiale clandestino, compresa la pubblicazione di un giornalino che incita alla lotta antifascista. Altro materiale è stampato a San Marino. A Rimini, in un locale di viale Regina Margherita, nei pressi dellʼalbergo Stella Polare, si scrivono volantini contro la guerra, riprodotti col ciclostile di Guerrino Succi e distribuiti poi in tutta la Romagna con le staffette. A Santarcangelo avviene un secondo episodio di patteggiamento tra fascisti e oppositori: viene firmato un documento con cui gli antifascisti si impegnano, per la tranquillità del paese, a non svolgere alcuna attività politica in cambio della non persecuzione da parte del locale Fascio. Il patto non verrà assolutamente rispettato (12), anzi proprio Santarcangelo sarà uno dei centri principali della lotta di liberazione nel circondario riminese. Con lʼoccupazione tedesca già conclusa in diversi prendono coscienza della necessità di una lotta anche armata contro il nuovo nemico. Si tratta di una esigenza che però nel Riminese non è ancora pienamente sentita dai civili compresi i comunisti, effettivamente dominati da un certo attendismo, come ricorda “Pietro Mauri” nella sua relazione (riprodotta nel primo volume de Lʼ8a. brigata Garibaldi nella resistenza, da pag. 33 a pag. 103). Sono invece i soldati e gli ufficiali del dissolto esercito regio a capire immediatamente lʼurgenza di una resistenza combattente e ad organizzarla, accogliendo lʼappello di Badoglio a difendere la legalità del nuovo governo. Questi militari hanno guidato la raccolta di armi dalle caserme e dalle polveriere, hanno sottratto materiali e munizioni ai tedeschi, diversi di loro si stanno riunendo per preparare una difesa armata contro gli invasori e più tardi saranno una componente importante della nostra Resistenza, soprattutto sui monti dove parteciperanno alla guerra di liberazione con numerose azioni di disturbo ai presidi e alle linee militari tedesche. Fin da questo inizio dʼautunno 1943 nella zona si stanno lentamente costituendo alcuni gruppi o “bande”. Tra le prime formazioni solo quella di Viserba (con il tenente Paolo Sobrero e Alessandro Ghelfi come animatori), e pochi altri sparuti nuclei di antifascisti sorti spontaneamente, sono formate anche con civili mentre in massima parte risultano costituite da militari, di carriera e di complemento, presenti tanto in pianura (come quella di Werter Manduchi a Santarcangelo), quanto nella Valmarecchia dove nascono le bande di Carlo Capanna, Celestino Giuliani e Angelo Galluzzi. Per tutta la prima fase della lotta di liberazione nazionale, tra la fine di settembre e lʼinverno, a Rimini a differenza che nel Forlivese i civili in larga parte non possono dirsi organizzati militarmente. In questo periodo solo il partito Comunista si pone concretamente (anche se con divisioni interne e lentamente sul piano organizzativo) la questione militare.
[NOTE]
(2) La relazione di un ufficiale, il tenente Raffaele Montella, datata 7 dicembre 1944, si apre proprio con il trasferimento da Miramare a San Leo del suo reggimento dʼartiglieria, il 110°, tra il 10 e lʼ11 settembre (probabilmente non si trattava di un reggimento ma di un reparto interno al 26° regg. di artiglieria citato nella precedente nota). Nei mesi successivi Montella, che sarà uno degli organizzatori del gruppo di resistenza “Mazzini”, effettuerà “ripetuti viaggi” con un trattore per asportare armi e munizioni del reggimento (la relazione è in S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione 1940 – 1945, Fano 1997, pp. 133-134). Ugo Ughi nelle sue memorie chiama questi prelievi di armi e materiali “saccheggi”, ma le relazioni dei militari che diverranno poi comandanti di squadre SAP, parlano di raccolta di armi concordata spesso con gli ufficiali comandanti delle caserme allo scopo di sottrarle ai tedeschi; per lo stesso motivo alcune dovranno essere poi distrutte. Le razzie dei tedeschi e la stessa richiesta di restituzione delle coperte e di altro materiale dato dai militari riminesi (ed anche da Ughi) agli Istituti Caritativi, richiesta ricordata proprio nel memoriale del prossimo commissario straordinario, saranno al contrario la rappresentazione della logica di rapina delle truppe germaniche di occupazione, questo sì un saccheggio che nellʼanno successivo diventerà pesante in tutto il riminese con le massicce requisizioni di derrate alimentari e animali vivi, di biciclette e macchinari vari. Le razzie sono ancora ricordate dai civili intervistati per il volume di M. CASADEI, Non passava mai! Settembre 1944: il fronte di guerra a San Clemente, Riccione 2001; in una di queste: nellʼestate 1944 i tedeschi “ogni tanto ammazzavano i maiali e gli animali che prendevano in giro […] per dare da mangiare ai cavalli andavano a rubare il fieno dei contadini. Passavano con le mucche che avevano preso nel pesarese e cercavano gli uomini per guidarle fino a Rimini” (p. 56), e mucche erano prelevate anche nelle nostre campagne (si veda alle pp. 118 e seg.). Il GAP al quale appartenevano i “Tre Martiri”, arrestati nellʼagosto del 1944, era dotato di armi ed esplosivo presi nelle caserme riminesi in questi giorni di settembre 1943. Uno di questi “saccheggi” è descritto nella autobiografia di Silvano LISI, Il partigiano “Bardan”. Memorie di un giovane ribelle (1943- 1948), Istituto Storico della Resistenza, Rimini 2004, pp. 40-43.
(3) Dal giorno dopo il prefetto, Floriano Gianmichele, emette ordinanze sulla disciplina annonaria e bancaria, il 14 contro lʼuso e il possesso di armi. In seguito verranno emessi proclami sia tedeschi che repubblichini per il rientro dei soldati italiani nelle caserme. Lʼautorità militare germanica sta già sostituendo lʼautorità civile italiana in molti campi.
(4) Alcuni autori datano lʼincontro tra fascisti ed antifascisti al 12 settembre (è il caso di Amedeo Montemaggi), altri lo collocano prima (Decio Mercanti non lo data con precisione ma sembra lo faccia risalire addirittura a fine agosto), altri ancora lo spostano ai primi di ottobre (come Guido Nozzoli). Sergio Flamigni e Luciano Marzocchi, nel loro Resistenza in Romagna, a p. 117, datano lʼincontro di Rimini (ed il documento di “pacificazione” firmato a Santarcangelo) nel settembre, precisando che il 5 ottobre verranno date istruzioni, da parte fascista, per interrompere tali contatti.
(5) Secondo alcuni autori prima citati, il tentativo di pacificazione sarebbe nato dal desiderio dei fascisti di trovare un accordo sul reciproco rispetto tra loro e gli antifascisti, e sullʼevitare rappresaglie tedesche. Guido Nozzoli, nella sua testimonianza a Bruno Ghigi (La guerra a Rimini, cit., p. 211) così racconta lʼepisodio: “giusto in quel periodo, cioè verso i primi di ottobre ʼ43, il fascismo rinascente tentò una sconcertante operazione che ancor oggi non capisco come avesse potuto trovare udienza in una parte del CLN […] Tacchi […] chiede di incontrarsi con il locale Comitato di Liberazione [… al colloquio] per quel che ne so, pur dichiarandosi certo della sconfitta, Tacchi disse che il Fascio sarebbe stato ricostruito in ogni caso, con o senza il suo assenso, con la differenza che lui, conoscendo Rimini e i riminesi, avrebbe potuto far da mediatore con i tedeschi, impedendo rappresaglie e interventi troppo pesanti ai danni della popolazione, mentre un segretario venuto da fuori non avrebbe avuto certamente simili preoccupazioni”. Sul comitato che partecipò agli incontri con i fascisti si vedano le considerazioni fatte nella nota (16) del capitolo precedente.
(6) Lʼadesione a questi tentativi di pacificazione, limitata ad alcuni antifascisti e del tutto improduttiva, dimostrava la debolezza della preparazione politica di alcuni e lʼingenuità di altri che, di fronte alla novità costituita dallʼavvenuta occupazione tedesca, prestarono credito ad un fascismo che malgrado il destino di subalternità al nazismo riteneva di poter rinascere ritornando sulle posizioni repubblicane e movimentiste “della prima ora”. In questo equivoco cadde anche una parte del PCI se è vero che in casa di Gualtiero Frontali ci andarono esponenti importanti come Isaia Pagliarani e Adamo Toni; il partito censurò in seguito questi compagni: “La Federazione clandestina del P.C. giudicò severamente il principio di un patto di concordia che portava al tradimento degli ideali antifascisti, e allontanò quelli che avevano partecipato da posizione di dirigenti”, scrive Decio Mercanti in Primi passi, cit., p. 34.
(7) Lʼepisodio di Spadarolo è ricordato da Giorgio Amati nella sua testimonianza a Ghigi in La guerra a Rimini, pp. 224-225. Carlo Capanna in seguito sarà il comandante di una formazione autonoma in Valmarecchia col nome di battaglia di “Oberdan”, e si guadagnerà una medaglia dʼargento al valor militare. A San Leo, nella seconda metà di settembre, si sposta il colonnello Guido Dalè con diversi ufficiali e da li conferma la licenza illimitata a tutto il 26° reggimento dʼartiglieria. In questo drammatico autunno diversi antifascisti dovettero fuggire dalla zona. Era il caso di Egidio Renzi che da San Giovanni in Marignano cercò rifugio a Roma; nella primavera successiva verrà arrestato, incarcerato a Regina Coeli e quindi il 24 marzo fucilato presso le Fosse Ardeatine. In tutto il riminese lʼoccupazione militare tedesca era vista con preoccupazione dalla popolazione e questo forte timore puntualmente entrava nelle lettere intercettate dalla censura; il 30 ottobre una donna di Montefiore scriveva ai figli: “… anche qua ci sono i tedeschi che fanno dei brutti scherzi; che a Rimini e a Riccione vanno dentro in quelle case portano via tutto […] e in più portano via anche gli uomini. Lʼaltro giorno sono venuti anche a Montefiore sono andati nella sacca e si sono messi a sparare lassù in alto …” (S. PIVATO, Sentimenti e quotidianità in una provincia in guerra, cit., p. 114). E ancora: “… sono arrivati a S.Arcangelo unʼinfinità di tedeschi con moltissimi ufficiali, in unʼora hanno fatto sgomberare le scuole, lʼasilo e tutti i posti abitati dagli sfollati …” (ivi, p. 115).
(8) Notizie dettagliate sul recupero delle armi sono in alcune relazioni di comandanti SAP e GAP, in particolare di Giuliani, Galluzzi e Monti, pubblicate nel citato Guerra e resistenza a Rimini.
(9) A Montefiore Conca si recano Nozzoli, Arpesella, Quondamatteo, Galluzzi, Gianni Benzi, Giovanni Sesto Menghi, Ezio Pedrini, Mario Porcellini. Montefiore è scelta come base per una banda partigiana senza tenere conto della facilità di accesso nonché della vicinanza al mare e ad importanti linee di comunicazione; dopo il sopralluogo viene abbandonata ogni ipotesi di banda armata sulle basse colline riminesi.
(10) P. GRASSI – F. SUCCI, Cattolici riminesi, in “Il Ponte” 9 febbraio 1986. Per questo episodio lʼalbergatore Ezio Giorgetti ed il maresciallo Osman Oscar Carugno riceveranno onorificenze dallo Stato dʼIsraele. Ai primi di ottobre un gruppo di otto bellariesi dà vita ad una sezione del partito nazionale fascista che in poco tempo arriverà a contare una settantina di associati (testimonianza di Guerrino Caldiroli in: M. FOSCHI, Torneremo a riveder le stelle …. Tin bota, La Stamperia, Rimini 1995, p. 42 e segg.).
(11) I primi nuclei di partigiani in montagna saranno costituiti proprio da militari dellʼesercito in dissolvimento dopo lʼ8 settembre, e da prigionieri anglo-americani, russi, slavi, polacchi, come ricordano i testi scritti sulla brigata partigiana romagnola. Molti di questi militari provenivano proprio dalle caserme del Riminese, o da qui transitavano per essere avviati ai monti, attraverso la valle del Marecchia e quella dellʼUso. Si veda anche la già citata relazione Montella in S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione, p. 133. Ad aiutare i militari a fuggire in montagna cʼerano quegli esponenti del movimento laburista che durante lʼestate abbiamo visto lavorare per il ritorno alla democrazia; liberal-socialisti e comunisti in questo momento puntano proprio sulla nascita di gruppi armati, aiutando i soldati a fuggire o inviando propri militanti in montagna.
(12) Mentre a Rimini la pacificazione non venne formalizzata, a Santarcangelo gli antifascisti firmarono un documento di reciproco rispetto con i repubblichini. Anche cinque comunisti firmarono il patto e per questo verranno espulsi dal partito (S. FLAMIGNI – L. MARZOCCHI, Resistenza in Romagna, cit., p. 117). Il PCI clandestino si rendeva conto della gravità di questi episodi; lʼispettore “Giulio” in un rapporto descriveva la situazione del partito a Rimini come poco incoraggiante, e riteneva che esso, dopo tali patteggiamenti, fosse “debole politicamente e poco energico” (citato in: R. TUTONE, Sindacato e lotte sociali, p. 74).
Maurizio Casadei, La Resistenza nel Riminese. Una cronologia ragionata, Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea della Provincia di Rimini, 2005

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