La lezione di Italiano. Che raccontava: "Così l'Italia democratica perseguitò noi partigiani"

Addio al gappista Renato Romagnoli. Lo ricordiamo con un'intervista che ha diversi anni ma è ancora molto attuale: un filo rosso tra l'esperienza della Resistenza e temi come il fascismo contemporaneo, il G8 di Genova, la guerra in Iraq.

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Una memoria sull’occupazione italiana di Lissa

Il podestà di Lissa e le scelte di appartenenza in guerra
Per affrontare la questione dell’identità italiana in Dalmazia nel Novecento bisogna fare riferimento ad un’esperienza collettiva fondamentale: le relazioni dei dalmati italiani con il fascismo negli anni dell’occupazione italiana (1941-1943). Tale questione, che non a caso emerge presto nella narrazione di Lorenzo, si intreccia con il tema del delicato, talvolta controverso, posizionamento politico dei dalmati italiani. La problematicità della relazione tra italianità e fascismo è trattata anche nella letteratura dell’esilio giuliano-fiumano-dalmata (autobiografie, racconti, poesie di esuli dalmati italiani <14). La narrazione di Lorenzo ricalca, in modo talora creativo, altre volte reificante, alcuni pattern della memoria collettiva degli esuli dalmati italiani, e che svelano un certo ordine condiviso del ricordo. Lorenzo tratta il rapporto tra dalmati italiani e fascismo attraverso la descrizione di suo padre e l’evoluzione del suo comportamento. L’autore introduce la figura del padre subito dopo lo sbarco dell’esercito italiano, evento prologo delle tragiche circostanze al cuore della sua ingiunzione autobiografica. Il padre è descritto come uomo retto, rispettabile rappresentante della comunità, profondamente attaccato ad entrambe le sponde dell’Adriatico: a Lissa, in quanto membro di una famiglia lì residente da secoli, e all’Italia, verso cui nutre sentimenti di patriottismo. La multipla appartenenza è parte dell’identità del padre, che scivola quasi in elemento iconico nella narrazione: questo assetto identitario diventa problematico nell’incontro-scontro con il fascismo. Lorenzo descrive lo sgretolarsi di alcune certezze e ideali del padre nello smarrimento, delusione e confusione di fronte al fascismo che lo costringe a ri-orientarsi internamente e socialmente (“conobbe il fascismo che inizialmente identificava con l’Italia, e i lati negativi di quel regime”). Il podestà esperisce la disillusione nell’osservare la distanza tra le rappresentazioni ideali dell’Italia, in cui inizialmente rientrava il fascismo, e le pratiche di violenza nonché un’ideologia “non corrispondenti alle proprie concezioni di vita e umanità”. Nel contatto con i fascisti, il padre rivela sempre di più la sua identità locale totale: figlio dell’isola, padre della comunità e compagno dei lissani. Il padre di Lorenzo viene deposto dall’incarico di podestà assegnatogli dai militari per il suo rifiuto di aderire all’ideologia fascista, scegliendo di occupardi dei suoi “compatrioti”. A seguito di questa presa di posizione politica l’ex-podestà, scrive Lorenzo, tornerà alla sua vita normale “in piena armonia” con i suoi compaesani. La consapevolezza della natura del regime fascista, che porta il padre a rifiutarne codici e retoriche, deve essere stato l’esito di un complesso percorso cognitivo-emozionale qui solo tratteggiato dall’autore. Questo episodio è interessante per la gestalt che il padre sperimenta a partire da elementi socioculturali cui Lorenzo assegna un valore importante: la lingua e la cultura italiana, la secolare presenza della famiglia sull’isola, l’armonia con i compaesani, la religione e l’etica. L’agency del padre di Lorenzo è uno dei possibili esiti dell’incontro/scontro degli italiani di Dalmazia con il fascismo. La crisi di identità scatenata dal fascismo fu esperienza comune tra i dalmati italiani delusi nello scoprire l’erronea identificazione del fascismo con il mondo italiano. Per Lorenzo tanti di essi non furono fascisti, sebbene tale fu la cristallizzazione dello stereotipo del ricordo trasmessa nel successivo discorso politico jugoslavo (e italiano). Si può dunque dire che il percorso di riconfigurazione identitaria del padre di Lorenzo sia paradigmatica di un percorso collettivo. Inoltre, negli equilibri sociali del tempo il padre di Lorenzo era la massima autorità familiare, come ricordano tra gli altri Lorenzo, sua sorella Enza e la cugina Mariella da me intervistate. A livello comunitario, il padre possiede un’autorevolezza mancante all’autoritario generale Petrossi, incarnando l’autorità e la tradizione derivanti anche dal suo appartenere alla nobiltà locale. I dalmati italiani e italofoni erano spesso detentori di posizioni politiche e sociali influenti, e tale situazione era comune nella società dalmata fino alla prima metà del Novecento. Il podestà-padre rappresenta dunque anche una classe, un ordine e una tradizione che si dissolveranno con la seconda guerra mondiale; una tradizione anche cattolica, rimpiazzata (ufficialmente) dagli ideali comunisti. La figura del padre descritta da Lorenzo assurge pertanto a simbolo di una memoria individuale, familiare e collettiva, a rappresentante di un mondo di lì a poco in via di dissoluzione.
La scoperta del nemico tra violenze e disordini
“Jamnicki [medico originario di Mostar, Bosnia, cognato di Lorenzo] fu tenuto in osservazione da parte del fascista Petrossi che lo sospettava di appartenere a gruppi di oppositori. Sentimmo a quel tempo parlare per la prima volta di partigiani, di comunisti, di nemici degli occupanti, organizzati militarmente e decisi a combattere l’invasore […] l’atmosfera politica si faceva più pesante. I partigiani jugoslavi, occulti e misteriosi per noi ragazzi, riscuotevano sempre più la fiducia della popolazione di fede croata. Si cominciava già all’inizio del 1942 a sentire un’atmosfera pesante. La gente era diventata più apertamente ostile agli occupanti italiani e, di conseguenza, a noi residenti. Non so se fu l’arrivo di questo Petrossi, fascista sfegatato e violento, a creare questo stato di cose o se invece possano essere attribuite a una generale organizzazione di quella che fu la resistenza jugoslava. Fatto sta che l’aria che tirava era opprimente e creava disagio e sempre maggiore isolamento degli italiani. […] Il Petrossi intanto sempre più zelante e sospettoso di tutti, anche degli italiani, adottava metodi sempre più violenti e spesso atroci […] l’ossessione della presenza degli invisibili partigiani creava una situazione di ostilità verso gli italiani da parte della popolazione e di massima tensione tra i militari italiani. Imperversava, in particolare, il fascista Petrossi che indagava e torturava anche le donne quando sospettava che potessero collaborare con questo misterioso nemico di cui si sentiva la presenza e che era tuttavia inafferrabile. Non ci furono conflitti a fuoco con l’esercito italiano. Nessuno dei militari occupanti fu colpito. Nessun morto, nessun ferito italiano. Il Petrossi, esasperato dalla presenza di questa forza occulta che stava sempre più organizzandosi, era alla ricerca di collaboratori per assumere informazioni sulla identità dei ribelli jugoslavi. In questa fase, mentre non vi furono vittime italiane, i partigiani tenevano sotto controllo la popolazione, isolando gli italiani e creando una sorta di terrore nella stessa popolazione jugoslava che volevano ostile e decisa a lottare contro il nemico” (pp. 52-53).
Lorenzo descrive l’infiammarsi del clima locale nel 1942. Entrano nella sua consapevolezza di bambino figure del mondo adulto, nuove categorie di alterità e nemico come i partigiani “occulti e misteriosi”. L’autore analizza le differenze tra l’esercito italiano e i partigiani in termini di efficacia strategica e potenza: se i militari italiani sono presenze visibili e visibilmente ostili nella loro cieca ferocia, i partigiani sono invece invisibili presenze nella boscaglia <15, minacciose al punto da scatenare i controlli ossessivi dell’esercito italiano. Per la piccola comunità lissana, stretta tra due fuochi, inizia il terrore: “Due episodi contribuirono a determinare il sempre crescente terrore in tutti i lissani. Uno fu l’aggressione e l’uccisione di un giovane jugoslavo [Ivo Lucich Rocchi]. Era un giovane jugoslavo di circa vent’anni e fu massacrato nel cortile della sua casa, situato nella strada che porta alla chiesa di Santo Spirito. È facile immaginare la sensazione che provocò questo episodio nella piccola comunità lissana. Perché fu ucciso questo giovane, tra l’altro corteggiatore di mia sorella Enza, giocatore di calcio, da me ammirato nella squadra di Lissa come difensore? È difficile rispondere a questa domanda. Egli era jugoslavo, fiero della sua appartenenza a quel gruppo e non risulta che abbia collaborato con gli italiani verso i quali non nutriva certo simpatie. Forse il suo assassinio fu determinato dal non aver aderito e partecipato alla lotta partigiana. Fatto sta che questo agguato suscitò un’enorme impressione nel paese. Terrorizzata era la popolazione jugoslava che prese sempre più le distanze dagli italiani […] L’episodio determinò un sentimento di paura, anzi di terrore, in quanto ogni vicino, ogni amico, ogni persona poteva essere un omicida occulto […] gli italiani presero atto che stava nascendo una resistenza e un tentativo di controllo totale sulla popolazione civile. I partigiani erano animati da sentimenti di patriottismo e di ribellione verso il nemico che invadeva la loro patria ed agivano non direttamente contro i militari italiani, forse anche per il timore di feroci rappresaglie, ma puntando sulla solidarietà della popolazione. […] il metodo, collaudato ampiamente dalla esperienza stalinista, mirava dunque non tanto, nell’immediato, all’esercito italiano, che ne uscì completamente indenne, ma a creare un’atmosfera di terrore verso coloro, pochi per la verità, che non si adeguavano ad isolare il nemico. In quest’ottica, ma i motivi restarono segreti, fu massacrato a martellate in testa un commerciante di generi di abbigliamento molto noto nell’isola. Fu trovato, nel suo negozio posto sulla strada a destra in fondo alla Klapaviza in una pozza di sangue con il cranio sfracellato. Nessuno ebbe dubbi sulla matrice dell’assassinio e tuttavia, non avendo la minima collaborazione dei vicini, come era ovvio, le autorità italiane presero atto di questa azione senza mai identificare gli autori del delitto. Questo secondo episodio, come si può ben immaginare, creò nella popolazione il terrore e l’incubo di poter essere in qualsiasi occasione vittima di simili aggressioni ad opera di ignoti e di imprendibili gruppi di azioni. Ma mentre i militari italiani se ne stavano chiusi nelle loro caserme e non venivano attaccati dalle forze nemiche, nella nostra piccola comunità italiana la vita tranquilla e serena dell’epoca anteriore all’occupazione venne completamente sconvolta. […] la paura si era diffusa tra di noi così intensamente che si stava il più possibile rintanati in casa, specie al calar del sole”.
Le aggressioni verso i locali aumentano i timori dei lissani di poter essere le prossime vittime di fascisti o partigiani. Questi, dice Lorenzo, gradualmente riusciranno ad ottenere la solidarietà dei lissani, mentre gli autoctoni italiani inizieranno ad essere percepiti come vicini al nemico fascista. In questo passaggio assistiamo all’innesto violento di categorie di alterità e nemico che divisero la comunità nel 1943. Inizia ad articolarsi il discorso sociale sul chi è la vittima e chi il colpevole implicita nella narrazione comunitaria dell’isola come paradiso decaduto. L’immaginario di un’idilliaca Lissa pre-bellica in cui regnerà armonia e pace nell’innocenza dei lissani fino all’arrivo dei nemici invasori è un modulo di base della narrazione del ricordo comunitario. La rielaborazione della memoria locale, sulla base dei dati raccolti, arriva oggi ad un verdetto collettivo di colpevolezza di tutti gli invasori, i collusi e i traditori della comunità. “L’ostilità della popolazione, anch’essa impaurita dalla efferatezza dei due attentati a due loro connazionali e compaesani, si manifestò in un triste e doloroso evento che colpì la mia famiglia. Era morta a circa vent’anni, mia sorella Ada a seguito del parto. […] Il clima di odio che dilagava verso gli italiani si manifestò in maniera palese ed evidente proprio in questa tragica e luttuosa occasione. Gli addetti al trasporto della salma al cimitero del Prirovo si rifiutarono di svolgere il loro compito per dimostrare la loro ostilità verso gli italiani. Il problema non era di poco conto perché, aldilà del dispiacere di vedere persone che, sebbene fosse da secoli che vivevano nell’isola in armonia con tutti gli altri, per motivi essenzialmente politici, si rifiutavano di provvedere, per ordine di un potere occulto, a compiere questo gesto pietoso, si trattava di risolvere praticamente la questione. Perché questo rifiuto del personale addetto al trasporto della salma? Ordine dei partigiani o spontaneo diniego per adeguarsi alle loro direttive di mostrarsi ostili verso tutto ciò che era italiano? Era difficile rispondere a questa domanda ed ancora oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, mi chiedo cosa determinò questo rifiuto. Ada era una creatura dolce e di grande umanità […] fu questo dunque un gesto di natura politica. […] comunque il problema pratico doveva essere in qualche modo risolto. E fu mio cognato Ante Jamnicki a trovare la soluzione […] si risolse così questa dolorosa situazione, forse unica nella storia di Lissa, che lascia un’ombra di inciviltà sulle persone che la organizzarono e la attuarono […] tanto più è inspiegabile questo atteggiamento, se si considera che il popolo di Lissa era cristiano e cattolico osservante e che la pietà verso i morti costituisce un principio universalmente osservato”. L’episodio dimostra comunque come la situazione stava precipitando tragicamente. Il conflitto tra esercito e partigiani si traduce in assalti, rappresaglie e omicidi di civili, portando allo sconquasso della comunità. Il rifiuto degli addetti di seppellire la salma della sorella Ada è per Lorenzo un evento traumatico sintomatico del clima di guerra, un episodio che apre anche una riflessione sulla fede e le pratiche religiose nella comunità, nella difficoltà di trovare senso agli orrori di guerra e al disengagment morale <16. Oscillando tra descrizioni di situazioni di estrema crudeltà e scenari di intimo dolore, l’autore racconta di come la guerra abbia saputo sconvolgere le ordinarie dimensioni di vita e morte, dove le precedenti certezze di valori, pratiche e rituali non potevano più essere garantite. La narrazione autobiografica, a tal fine, “dal momento che trasforma in testo un vissuto, è un potente strumento di riordino e di produzione di senso” (Fabre 2000: 280). “Il clima di paura e ostilità lo sentivano in particolare le mie sorelle Enza ed Elena che, essendo maestre, furono dall’inizio dell’occupazione incaricate dell’insegnamento alle scuole elementari frequentate da bambini jugoslavi di lingua e nazionalità […] ovviamente le direttive dell’autorità italiana erano nel senso di italianizzare per quanto possibile questi ragazzi. Non fu facile per loro attuare queste direttive […] noi, i pochi italiani con alle spalle secoli di partecipazione alla vita di Lissa, sentivamo questa situazione di estremo disagio”. (p. 60)
[NOTE]
14 Le memorie degli esuli compongono un nutrito corpo di scritture del sé gravitante attorno ad associazioni, comunità e centri di ricerche, diffusi in particolare nel Nord-Est italiano, impegnati nello studio e diffusione di una storiografia, letteratura e sociologia sulla questione dell’esodo e del confine adriatico. Negli eventi, studi, associazioni di interesse vengono prodotte e diffuse determinate narrazioni e rappresentazioni culturali sull’italianità e identità dalmata (cfr. Parte II).
15 È il tema del simbolismo culturale del bosco come spazio archetipico di liminalità, pericolo, fuori dalla cultura (Ballinger 2003).
16 Ballinger ha rintracciato nel contesto istriano una connessione tra violenza fisica e terrore psicologico che caratterizzerebbe una certa narrativa unificata tra gli esuli. Non è possibile, nei limiti di questo studio, indagare sulle ragioni psicologiche e culturali alla base del tipo di “risposta narrativa” data all’esperienza traumatica, rispetto ad un’altra. Si può però riflettere sulla dimensione antropologica della violenza che, afferma Dei, “irrompe nel nucleo più profondo dell’ordine culturale, lo colpisce nelle sue stesse basi: si imprime indelebilmente nei luoghi domestici, ferisce relazioni personali costitutive della soggettività, rende impossibile proseguire con una vita sociale basata sugli stessi normali sentimenti di sicurezza, protezione reciproca, rispetto e dignità” (2005: 34).
Evelyne van Heck, Identità dalmata al confine. Narrazioni, memorie e immaginari a Lissa e a Spalato, Tesi di dottorato, “Sapienza” Università di Roma, Anno accademico 2013-2014

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L’imputata fu assunta nel negozio come interprete

Fonte: Nicoletta Moccia, Op. cit. infra

La vicenda di questa giovane donna [Sara ČuČek] proveniente dalla Slovenia, accomuna un po’ la situazione di molte ragazze straniere che, iniziata una relazione con un italiano, cercano nella casa della famiglia del loro compagno un luogo di appoggio per allontanarsi dalla propria terra, ma soprattutto per vivere liberamente senza il rispetto degli ideali della famiglia ospitante. È un male comune che nasce dalla volontà di essere liberi, senza regole e di rincorrere la ricchezza. Sara ČuČek, di soli ventitré anni, viene fermata il 28 aprile 1945 con l’accusa di aver svolto opera di delazione ai danni di appartenenti a gruppi patriottici, collaborando con le SS e provocando l’arresto e l’internamento di alcuni giovani, di cui due fucilati e altri morti nei campi tedeschi <192. Dopo solo due giorni, presso il II distaccamento della III brigata, viene sottoposta ad interrogatorio durante il quale dichiara: “Conoscendo che mio fratello prestava servizio con la SS Tedesca – ho saputo che la spia ad alcuni patrioti e precisamente quelli di casa Sormani sgominati sopra, fu fatta da mio fratello. Perché avevo questionato, non parlavo più con mio fratello: egli abitava, dopo un po’ di tempo, presso l’Albergo Regina ed io presso l’Albergo Centrale, non occupato da Tedeschi. Mi sono interessata tramite il Seppi di occupare mio fratello. Mio fratello si spacciò per patriotta [sic] e, appreso i segreti, fece arrestare alcuni giovani” <193. In realtà la III brigata Gap di Via Longhi n. 13 a Milano era a conoscenza dell’attività di collaborazionista della giovane slovena, legata, comunque, ad un uomo delle SS; dall’altro canto suo fratello, pur essendo stato alle dipendenze dell’albergo Regina, era stato ucciso dai tedeschi, in quanto aveva l’abitudine, durante le requisizioni, di rubare merce. La sua morte avvenne in Viale Padova a Milano nel novembre 1944 <194. La ČuČek era ritenuta responsabile dell’arresto del fratello del suo ex fidanzato e di altri giovanissimi ragazzi facenti parte di un piccolo gruppo antifascista <195.
Il 30 giugno 1945 l’imputata produce un’istanza alla Procura Generale presso la Corte d’Assise Straordinaria di Milano, in quanto, avendo partorito da pochi giorni un bambino, chiede che sia sollecitata la definizione del suo processo. L’ambiente è sovraffollato e non idoneo per un neonato; né ella è responsabile di alcun reato e riuscirà a dimostrare, nel corso del processo, la sua innocenza <196.
Il primo interrogatorio avviene il 13 luglio 1945. L’imputata ricostruisce brevemente la sua vicenda. Arrivata in Italia il 16 settembre 1943, aveva alloggiato presso la casa del suo fidanzato Franco Sormani, ufficiale dell’esercito, allora internato in Germania. Suo fratello Artaserse era nella organizzazione Speer (simile alla Todt), ma appena in Italia l’aveva abbandonata. Questi era entrato a lavorare quale interprete nell’albero Regina: qui si era recata per parlare con lui e non per compiere delazioni. Non era a conoscenza del ruolo svolto dal fratello nella sede delle SS, in quanto, per un dissidio, non abitavano più insieme sin dai primi di aprile 1944. Non aveva avuto alcuna relazione intima con il Sepi, un ufficiale delle SS, che aveva una camera presso l’albergo Centrale, dove ella aveva preso domicilio <197. La situazione diventa sicuramente complicata dal momento in cui Guido Carito, il 30 luglio 1945, presenta denuncia presso l’ufficio di polizia del Palazzo di Giustizia di Milano. Suo figlio, Massimo Carito, aveva avuto la sfortuna di conoscere Sara, perché frequentava casa Sormani, in qualità di amico e compagno di scuola del figlio più piccolo, Giuseppe, di 17 anni. La giovane donna, come riferisce il denunciante, venne successivamente allontanata da casa Sormani poichè era entrata in relazione con le SS tedesche. Forse per vendetta, tramite suo fratello Artaserse, fece arrestare molte persone del gruppo di antifascisti che frequentava casa Sormani, tra cui Giuseppe Sormani e Massimo Carito, che hanno pagato con la vita la delazione fatta dai ČuČek <198. Sempre in fase istruttoria, durante l’interrogatorio di Guido Carito, lo stesso fa presente che nel giugno del 1944 fu arrestato per antifascismo e portato all’albergo Regina dove ebbe modo di incrociare Artaserse, fratello dell’imputata. Qui seppe che quest’ultimo, prima dell’arresto di suo figlio Massimo, aveva telefonato a casa per avere conferma della presenza dello stesso. Trova deplorevole che la donna, sapendo che sarebbe stato arrestato Giuseppe Sormani, non abbia cercato di avvisare la famiglia <199.
A tale denuncia fa seguito quella presentata, sempre presso l’ufficio di Polizia del Palazzo di Giustizia di Milano, di Elena Sormani, la quale dichiara di aver accolto Sara nella sua abitazione il 12 settembre 1943 quale fidanzata del figlio Lanfranco che, dopo l’8 settembre, trovandosi nel territorio di Lubiana, era stato tratto prigioniero dai tedeschi. La giovane aveva avuto paura di rimanere in quei luoghi a causa di eventuali ritorsioni. Successivamente, nel marzo 1944, arrivò il fratello Artaserse, il quale cercava notizie della sorella: forse per impietosire la famiglia Sormani, aveva dichiarato di essere fuggito dal gruppo Speer di Peschiera e di essere ricercato dai tedeschi. Venne comunque accolto. Il 22 maggio 1944 Sara ebbe una violenta discussione con il marito di Elena Sormani e venne cacciata dall’abitazione. Seppe poi che la stessa aveva intrecciato una relazione con un militare delle SS, il quale si era prodigato per far assumere Artaserse presso l’albergo Regina. Purtroppo, durante la loro permanenza, il fratello aveva fatto in modo di entrare nel piccolo gruppo giovanile del Partito d’Azione costituito da Giuseppe Sormani e da altri giovani. Ella crede che per vendetta abbia denunciato tutti i componenti tra cui il suo figliolo morto di stenti in un campo di sterminio il 24 maggio 1945 <200.
Alle precedenti due denunce, si affianca quella di Luigi Pontarili presentata il 3 agosto 1945 contro la ČuČek all’ufficio di Polizia del Palazzo di Giustizia. Le sue dichiarazioni confermano pienamente le precedenti accuse, sottolineando che nel febbraio 1944 il fratello Artaserse disertò il corpo Speer per motivi di contrabbando e raggiunse la sorella a Milano, dove rimase ospite di casa Sormani. Per rassicurare tutti, diceva che era un membro legato ai partigiani di Tito e mostrava un distintivo che in realtà apparteneva al gruppo dei volontari della Speer. Allontanata da casa Sormani nel maggio 1944, l’imputata prese alloggio presso l’albergo Centrale. Nel giugno dello stesso anno iniziarono gli arresti, le uccisioni e le deportazioni <201.
Nella deposizione di Natalina Conta si apprende che Sara, aspettando un bambino, era stata condotta da un tedesco presso la sua abitazione, dove era rimasta da gennaio ad aprile 1945. L’imputata versava in condizioni non buone e aveva necessità di cure <202. Luigi Pontiroli, interrogato nel settembre 1945, è uno di coloro i quali avevano fatto parte del piccolo gruppo di antifascisti frequentatori di casa Sormani. Come gli altri, aveva conosciuto l’imputata e suo fratello Artaserse. I due erano ospitati in quella casa. Artaserse riuscì ad introdursi nella piccola organizzazione giovanile antifascista, con la volontà di conoscere le persone e le azioni programmate. Sara cercò in tutti i modi di far capire che condivideva pienamente la causa antifascista, poiché la sua famiglia era perseguitata, cosa che si dimostrò poi non vera. Fu proprio dopo maggio 1944 che 15 tra giovani e anziani dell’organizzazione, tra cui il Pontiroli, vennero arrestati e deportati. Di questi, due furono fucilati ad Aurano <203. I due fratelli si separarono alla fine di luglio 1944, quando ormai tutto il gruppo era stato arrestato. Egli suppone che sia stata l’imputata ad istigare Artaserse nel commettere la delazione, in quanto doveva molto a Sepi, membro delle SS <204. Romilde Fabris nel suo interrogatorio dichiarò che tra luglio e agosto 1944 l’imputata fu assunta nel negozio come interprete, giacché il parrucchiere era frequentato da molte signore tedesche. Si trovava in Foro Bonaparte 74. Prima Sara ČuČek lo frequentava come cliente, poi, caduta in disgrazia, aveva chiesto di lavorare. Spesso il fratello Artaserse vi entrava in divisa e armato: aveva iniziato una relazione con un’altra lavorante, tanto da giungere poi al matrimonio <205. Maria Martinelli, direttrice dell’albergo Giulio Cesare in Via Rovello 10 a Milano, ricostruisce brevemente il modo in cui l’imputata aveva conosciuto Robert Sepi nella primavera del 1944. L’imputata si era recata nel suo albergo dove aveva avuto un lungo colloquio con un uomo, che aveva promesso di trovare un lavoro per il fratello Artaserse. Successivamente la ČuČek aveva conosciuto Robert Sepi per puro caso all’interno del suo albergo. L’imputata tornò varie volte, stringendo amicizia con questi e iniziandolo a frequentare. Vestiva in modo più che decoroso. Quando il fratello fu ucciso dai tedeschi, Sara non frequentò più quell’albergo <206.
La pubblica udienza fissata per il 15 gennaio 1946 vede sfilare tutti coloro i quali avevano presentato denuncia formale o che erano stati interpellati durante l’istruttoria. Non vi sono assolutamente delle contraddizioni rispetto alla prima fase, anzi tutto viene perfettamente confermato. L’unica novità proviene dall’interrogatorio di Guido Trezzi, il quale è convinto di essere stato denunciato dall’imputata e per questo di aver trascorso 11 mesi in un campo di concentramento. Aggiunge di aver scattato delle foto con Artaserse e di averle poi ritirate presso l’albergo Regina, dove aveva incrociato l’imputata, fornendole il numero telefonico del suo ufficio. Subito dopo avvenne il sopralluogo e il successivo arresto. Elena Sormani, madre di Franco, colui che era stato il fidanzato dell’imputata, e di Giuseppe, successivamente morto a Flossembürg, dichiara che all’arrivo nella sua casa Sara aveva portato con sé molti pezzi di corredo oltre a una copiosa collezione di francobolli e di monete antiche.
La Corte d’Assise Speciale, II Sezione Penale, in data 15 gennaio 1946, in base all’art. 479 cpp assolve l’imputata per insufficienza di prove.
[NOTE]
192 ASMi, CAS Milano 1945, Fascicoli processuali, Sara ČuČek, b. 26, fasc. 439; CAS Milano 1946, Sentenze, vol. 5, sent. 27.
193 ASMi, CAS Milano 1945, Fascicoli processuali, Sara ČuČek, cit., f. 30 bis istruttoria.
194 Ivi, f. 28 istruttoria.
195 Ivi, f. 26 istruttoria.
196 Ivi, f. 25 istruttoria.
197 Ivi, f. 1 istruttoria.
198 Ivi, ff. 17-18 istruttoria.
199 Ivi, f. 7 istruttoria.
200 Ivi, ff. 19-20 istruttoria.
201 Ivi, ff. 14-15 istruttoria. I nomi dei caduti e dei catturati sono i seguenti: Giuseppe Sormani (morto a Flossenbürg); Massimo Carito (morto a Flossenbürg); Tonoli (o Tonolli) di cui non si hanno notizie; Antonio Maria Colombo (ucciso ad Aurano nel 1944); Tommaso Pessina (ucciso ad Aurano nel 1944); Carlo Trezzi (11 mesi di campo di concentramento in Germania); Bruno Rebecchi e Luigi Pontiroli (11 mesi di vita alla macchia). Sembra che per ogni persona arrestata l’imputata abbia percepito la somma di L. 2.800. Una targa in memoria di Antonio Maria Colombo si trova una in Via Tiraboschi n. 2 a Milano; l’altra dedicata a Tommaso Pessina e Giuseppe Sormani in Via Tiraboschi n. 6 sempre a Milano: si tratta delle rispettive abitazioni dei giovani antifascisti.
202 Ivi, f. 11 istruttoria.
203 Aurano è attualmente in provincia di Verbania.
204 ASMi, Fascicolo processuale, cit., ff. 9-10 istruttoria.
205 Ivi, f. 8 istruttoria.
206 Ivi, f. 6 istruttoria.
Nicoletta Moccia, Bene e male comune tra storia e filosofia. Le donne collaborazioniste processate a Milano dal 1945 al 1947, Tesi di dottorato, Università degli Studi dell’Insubria – Varese, Anno Accademico 2015-2016

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