Estremismo capitalista: il problema della libertà.

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Articolo pubblicato in forma leggermente ridotta su Transform Italia il 8/04/2026

di M. Minetti

Libertà senza limiti.

Gran parte della sinistra attuale, abbandonate le rivendicazioni di classe, ha fatto proprie le rivendicazioni liberali radicali, ritenendo la mancanza di libertà e la limitazione dei diritti (anche umani), i principali ostacoli all’autodeterminazione degli individui.

Oggi mal tolleriamo qualunque limitazione alla nostra libertà personale, tanto siamo abituati a vivere in una società che la tutela. Ma osserviamo in cosa consiste questa libertà individuale che possiamo agire. Una libertà di movimento innanzi tutto. Possiamo muoverci e vivere in ogni paese dell’Unione Europea. Lo facciamo? Sicuramente sempre di più, dipendentemente dai nostri bisogni e dalle nostre possibilità economiche. Oltre al diritto, che tutti abbiamo di vivere, che so, a Parigi, dobbiamo avere i mezzi per mantenerci in quella città, notoriamente molto costosa dove per un monolocale di quaranta metri quadri possono chiedere tranquillamente più di duemila euro mensili. I poveri, infatti, a Parigi vivono nella cintura metropolitana (banlieue) e si recano ogni giorno in città per lavorare con il servizio ferroviario pubblico. Quindi neppure i francesi poveri possono vivere a Parigi. Per avere un lavoro in quella città bisogna anche presumibilmente parlarne la lingua e, facciamo l’esempio dell’Italia, questa lingua non fa parte del curricolo didattico di tutte le scuole, bisogna averla studiata privatamente. Questo per dire che, al diritto di vivere in qualsiasi città europea, non corrisponde poi per tutti la reale possibilità di poterlo fare, se non a prezzo di enormi sacrifici. Il concetto di diritto alla città, formulato ormai più di cinquanta anni fa da Henri Lefevbre, denunciava già l’allontanamento dei lavoratori dal centro delle città metropolitane più avanzate a causa di quella che abbiamo anche definito gentrification, imborghesimento. La libertà di movimento, invocata ad esempio anche per gli stranieri non europei, non garantisce a questi di poter effettivamente vivere dove desiderano in modo dignitoso.

Passiamo alla libertà di parola. Ognuno può dire quel che più gli aggrada con alcune limitazioni stabilite dalla legge, che riguardano principalmente l’apologia di reato, l’istigazione a compiere reati e la calunnia. Questa libertà di esprimere il proprio pensiero, con la parola o con lo scritto, garantisce che ci sia una pluralità di opinioni e un produttivo confronto fra queste, mirante ad accrescere le conoscenze di tutti? Si può tranquillamente scegliere di ripetere in gruppi di tifosi la stessa banale superficialità che si è ascoltata, ripetuta da canali di comunicazione privati e pubblici ma comunque in grado di raggiungere milioni di persone, mentre le opinioni e le conoscenze più raffinate circolano fra pochi esperti in cenacoli privati e sconosciuti alle masse. Essere liberi di pensare ciò che si vuole non è garanzia di poter raggiungere la conoscenza. L’antico proverbio: “puoi portare il cavallo alla fonte, ma non puoi costringerlo a bere” chiarisce come la possibilità non si trasforma necessariamente in atto. Inoltre sulla capacità di pensare, intesa come capacità di apprendere, elaborare pensieri e formulare delle proprie idee, influiscono anche le dotazioni genetiche e di contesto che non sono affatto egualitarie. Nessuno può pensare o addirittura parlare se non è entrato in contatto con stimoli adeguati in un periodo di crescita e adattamento sociale come l’infanzia e la gioventù. Anche l’accesso al pensiero complesso è quindi subordinato alle risorse di tempo, economiche, e alle opportunità di formazione, informazione e confronto con cui la persona cresce. La libertà di pensiero non garantisce quindi la possibilità del pensiero.

Alla società disciplinare, che punisce i messaggi e i comportamenti non conformi, è subentrata da almeno cinquanta anni la società del controllo, la quale tende soltanto a rendere il conflitto e la devianza stili di vita digeribili dalla complessità post-capitalista, attraverso meccanismi di seduzione per il consumo. Criminali, tossicodipendenti, psicotici, prostitute, clochard, mendicanti, diventano nicchie di mercato e utenti per servizi sociali privatizzati, come anche sponsor del bisogno di sicurezza. Le opposizioni politiche collaborano rendendo il sistema più adattivo alle emergenze con cui si confronta: immigrazione, transizione energetica, esclusione sociale, degrado ambientale, arretratezza culturale ed economica, dipendenze, abusi, violenze. Maggiore libertà per i liberali di sinistra significa maggiore integrazione nel sistema sociale ed economico, traducibile in: “più soldi per i poveri”, ma non una trasformazione delle relazioni sociali basate sulla disponibilità di denaro.

Esiste l’individuo?

L’individuo non è sempre esistito come lo pensiamo oggi (Romano 2019, p. 145). Parallelamente ogni persona assume alcune caratteristiche proprie solo dopo un percorso di individuazione psichica che dura diversi anni.

Il tema dell’individuazione antropologica è stato studiato, a partire dal XVIII secolo, con i pregiudizi razionalisti ed eurocentrici dei primi illuministi, che massicciamente permangono fino a oggi, perché su quelle definizioni si basa, ancora oggi, l’idea dei Diritti Umani.

La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo esordisce “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Molto bello, peccato che non sia affatto vero.

Quando nasciamo abbiamo una dimensione tra i trenta e i cinquanta centimetri di lunghezza, fra i due e i sei chilogrammi di peso, non siamo in grado di vedere, non sappiamo camminare e neppure parlare e non sappiamo di essere distinti dalla madre che ci ha appena generato. Per acquisire la coscienza di individui separati e autonomi, responsabili delle nostre azioni, con quella dignità e diritti completi di cittadini, dovremo raggiungere almeno i diciotto anni di età, in alcuni paesi ventuno ( ma non eravamo uguali?) e alcune persone quei diritti non li avranno mai.

Una formulazione più onesta e meno ipocrita dovrebbe essere: Vorremmo che Tutti gli esseri umani diventino liberi ed eguali in dignità e diritti. Ci impegnamo con tutti i mezzi a sviluppare tra noi ragione e coscienza per agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Però siamo disposti a fare molto poco perché ciò accada“.

Il liberalismo naturalista degli illuministi poneva la libertà umana come già esistente nella creazione divina, per contrastare il principio del diritto divino, formulato dalla chiesa, su cui si basava il potere assoluto delle coeve monarchie. Era un artificio retorico per fondare su un passato originario (come già la Genesi biblica) un progetto che si voleva attuare. Esattamente lo stesso artificio usato per la redazione degli articoli della dichiarazione dei diritti dell’uomo.

Una volta definito l’obiettivo da raggiungere, ovvero la libertà umana, bisogna definire il percorso attraverso cui la si vuole raggiungere. Perché, se ai diritti umani non corrispondono doveri umani, e se la comunità politica non è in grado di garantire i primi e far rispettare i secondi, possiamo parlare solo di bei proclami, equivalenti ad una vibrante enciclica del Papa di Roma, in cui il bene deve prevalere sul male ma, forse, solo con la potenza dello Spirito. Per la maggior parte delle persone quella retorica, di duecento anni fa e oltre, è ancora efficace, perché si avvalgono delle capacità analitiche e delle conoscenze di base limitate alla gestione quotidiana della vita e a un uso del pensiero magico e analogico ancora preponderante. Basta che una persona autorevole dica qualcosa che concorda con un senso comune ormai stratificato da secoli di propaganda, che appare incontrovertibilmente vero. Pensiamo all’attuale seguito che hanno ancora le religioni in tutto il mondo, al consenso di cui godono ideologie suprematiste, al successo di pratiche spiritualiste anche nelle società più ricche e avanzate tecnologicamente. Le persone hanno bisogno di credere e di aggrapparsi a dei valori radicati nella identità dei gruppi sociali di appartenenza. Sono la colla delle comunità, la possibilità di fare un discorso comune all’interno di narrazioni unificanti, riconoscendosi come appartenenti a quel destino condiviso.

Grazie all’evoluzione culturale attuatasi nell’ultimo secolo, i principi ideali universali, siano la divinità, la Natura, l’Energia vitale degli elementi, lo Spirito dei popoli, apparentemente autonomi rispetto alla produzione culturale storicamente e socialmente determinata, non possono più essere considerati come soggetti storici da persone con una formazione culturale di tipo scientifico e storico sociale. Possono essere però considerati come elementi valoriali, diffusi da centri di elaborazione culturale, e percepiti come narrazioni unificanti per gruppi sociali molto ampi, anche di centinaia di milioni di persone. Sono individui quelle persone? Nel senso di elementi numerabili di un insieme più ampio sì. Ma nel senso di individuo autonomo che opera scelte libere in base alla propria ragione e coscienza, no. Il credente o il cittadino è una persona che si conforma ad un ambiente culturale e valoriale assumendo una identità comune a molti altri e condividendone un destino, inteso nel senso di una serie di condizioni situate in quel momento storico.

Di fronte al destino che stiamo vivendo, noi, in quanto individui, non abbiamo la minima esistenza. Anche per Karl Marx “la vita umana individuale e la vita della specie non sono cose differenti”(Marx 1968, p. 114). Se è vero che potremmo, teoricamente associarci, coordinarci e collaborare per esprimere una volontà condivisa, nella pratica non abbiamo né il tempo, né mezzi materiali, né gli strumenti culturali per poterlo fare, quindi non ne abbiamo l’effettiva possibilità se non all’interno dei gruppi sociali già costituiti. Noi non possiamo fermare le guerre in corso così come non possono fermarle le popolazioni che le vivono sulla propria pelle. Come durante le monarchie dell’ancien règime, le aristocrazie decidono i destini delle popolazioni dimostrando che non siamo tutti uguali, che non abbiamo gli stessi diritti, tanto meno gli stessi doveri. Il nostro destino è accomunato da molti fattori, principalmente di nascita, per luogo ed estrazione sociale, mentre ciò che pensa, dice e fa l’individuo singolo è piuttosto ininfluente.

Tre idee della libertà.

Vi sono grossomodo tre macro categorie in cui possiamo definire la libertà.

La prima è quella storicamente precedente della libertà dai vincoli servili, ovvero il godimento dei diritti di cittadinanza. L’uomo libero, molto raramente la donna, era comunque gravato di innumerevoli doveri e obblighi, verso la famiglia, il clan, la città e lo Stato. La vergogna era lo stigma riservato a chi non era in grado di sostenere i propri doveri sociali, tanto che la morte o l’esilio erano considerati mali minori.

La seconda categoria è quella illuminista dell’autonomia razionale dell’individuo, che trova in sé stesso la propria regola morale. Il più alto teorico della libertà come autonomia è stato senza dubbio Immanuel Kant, interpretando anche il senso religioso della colpa, reso possibile dal libero arbitrio. Lui stesso era costretto ad ammettere che la maggior parte delle azioni umane non rispondono all’agire morale e quindi libero, in quanto non sono governate dalla razionalità bensì dalle passioni, dalla paura o da un acritico rispetto delle norme (Kant 1993 p.89). Tenuto conto della estrema difficoltà di agire secondo ragione, i filosofi liberali successivi (Bentham, Stuart Mill, Russell) si attestarono sul criterio del bene come massima utilità. Criterio che, in quanto valutabile solo a posteriori e in effetti non verificabile, si presta ad una concezione negativa della libertà, come possibilità di agire senza creare danno (limitare la libertà) agli altri.

La terza categoria racchiude una visione novecentesca, radicalmente individualista, nata dalla crisi dei valori tradizionali e moderni. Questa visione trova nella libertà l’assenza della repressione delle pulsioni, una forma anarchica individualista della espressione della volontà di potenza nietszcheana, assimilabile all’Unico stirneriano. La libertà diviene quindi il massimo bene per l’individuo, indipendentemente dagli altri.

Quest’ultima accomuna l’anarcocapitalismo dei libertariani reazionari statunitensi, alla Peter Thiel per capirci, con i fascisti storici dannunziani, innamorati dell’età del leone di cui parlò lo Zarathustra di Nietszche. La visione estetizzante di una libertà in cui l’eroico individuo trascende tutti i limiti imposti dalla società e, in un certo qual modo, dalla realtà stessa, si è diffusa grazie alla cultura di massa dopo i movimenti di protesta del 1968 per arrivare fino all’edonismo belusconiano (Perniola 2023, p. 7). Il godimento totale, immediato, permesso dall’uso delle droghe, dalla rottura delle convenzioni della monogamia e dell’eterosessualità, il superamento dell’etica del lavoro e del sacrificio, hanno costituito quella estetica ribelle e individualista delle controculture giovanili. La diffusione al livello mondiale di musica, film, riviste, romanzi e programmi televisivi ha portato alla globalizzazione della società dei consumi e del modello di vita dei giovani libertari, statunitensi ed europei. La virtualità delle esistenze digitalizzate sulla rete e gli aspetti di integrazione cyborg tra umano e macchinico, chimico e informazionale, permettono di superare altri limiti imposti dalla corporeità delle relazioni, superando la barriera fra l’Ego e le sue soddisfazioni pulsionali. Il corpo e la personalità sono vissuti come assemblaggi, di cui scegliere a piacimento gli innumerevoli optional offerti dal mercato: chirurgia, palestra, formazione, esperienze, letture, dispositivi, trattamenti estetici, luogo di abitazione e comunità di prossimità, stimoli sensoriali, abbigliamento e accessori, tatuaggi e piercing. Oggi la libertà viene declinata secondo quella possibilità di scegliere per elezione i simboli da ostentare e i riti di appartenenza a cui partecipare, avendo il tempo e il denaro per goderne.

Peccato che le scelte individuali, o forse a questo punto dovremmo dire dividuali (Baranzani- Vignola 2015, p. 8), ricadano curiosamente in fasce di mercato per cui esiste una offerta globale e ben segmentata, con una visibilità mediatica supportata da campagne di marketing, settoriali fino a livello di quartiere.

Denaro e dipendenza.

Nel momento in cui i limiti fisici del corpo vengono superati, questi diventano indifferenti alla stratificazione sociale. Essere forti, deboli, maschi, femmine, giovani, anziani, bianchi, neri, grassi, magri, non cambia tanto le condizioni di vita quanto essere ricchi.

Grazie alla ricchezza e al denaro i ruoli sociali tradizionali possono essere superati e invertiti. Chi ha particolari doti fisiche, talento o conoscenza le potrà “affittare” a chi ha denaro ma manca di quel “capitale umano”. Attraverso le vetrine sociali, coloro che si vendono e quelli che comprano possono incontrarsi e stabilire patti reciprocamente vantaggiosi. Chi è povero dovrà necessariamente vendersi, sia nel mondo fisico che nella realtà informazionale asincrona e ubiqua.

Finchè vivevamo solo nella realtà dei bisogni materiali dei nostri corpi, c’erano cose che il denaro non poteva comprare. E in effetti è ancora così. Ma nel mondo immateriale dei flussi informativi, il denaro può comprare tutto, persino la gioventù, l’amore e l’immortalità, o comunque dei simulacri credibili per il pubblico spettatore. Pertanto oggi la libertà è la possibilità di disporre di somme di denaro via via crescenti all’aumentare dei bisogni, i quali, una volta soddisfatti, creano ulteriori bisogni da soddisfare. Questa libertà ai livelli assoluti è ovviamente riservata a delle minoranze qualificate che assumono la forma di aristocrazie del denaro, solo in minima parte costituite da persone che hanno reso servigi corrispondenti alla comunità che le alimenta. Nella massima parte i miliardari godono di rendite di posizione, ereditate in base a una fortunata discendenza o a servizi efficaci di estrazione del denaro dalle transazioni del mercato. Abbiamo restaurato la timocrazia, condizione tipica dei tempi di pace e abbondanza.

La disparità di libertà offerta dal denaro, fra i molti che si sostentano e i pochi che non conoscono limiti alle proprie pulsioni desideranti, porta gran parte della classe media a identificare come un obiettivo di giustizia la diffusione generalizzata delle ricchezze destinate ai pochi. Come se ridurre le diseguaglianze potesse rendere tutti ricchi.

Ridurre le diseguaglianze può soltanto rendere tutti meno poveri, ma a condizioni di separare la percezione della felicità dall’idea di benessere consumista (Latouche 2022, p 25).

La ricchezza non è il denaro.

Siamo così abituati a misurare la ricchezza in quantità di denaro che abbiamo perso la cognizione di cosa sia il valore della ricchezza.

Il denaro è una misura, peraltro poco stabile, del valore con cui una proprietà può essere scambiata in un certo momento, ma non è il valore stesso. Per l’economia marginalista, ovvero neoliberista, invece il valore è solo il prezzo che si è disposti a pagare. Il valore è quindi solo una convenzione sociale variabile in base alla situazione specifica (Mazuccato 2018).

Facciamo un esempio. La proprietà privata di un palazzo ci da la possibilità di disporne a piacimento, utilizzandolo, affittandolo o vendendolo. Il valore di questo palazzo è dato dall’utilità, ovvero dalla possibilità di utilizzarlo ma lo misuriamo con la quantità di denaro che qualcun’altro sarebbe disposto a pagarlo per avere questa possibilità, come prezzo di vendita o rendita da affitto.

Se a causa di una forte crisi economica nessuno fosse disposto a comprare il palazzo se non a un prezzo irrisorio, quel palazzo avrebbe quel valore monetario irrisorio, ma la possibilità di utilizzarlo sarebbe sempre la stessa, poniamo per fornire un riparo vitale a duecento persone che non pagano affitto (un enorme valore pratico). Eppure il bene immobile avrà anche un valore di rendita pari a zero. In questo caso la ricchezza è goduta dai duecento occupanti e il valore è l’uso che ne fanno, mentre è nullo per la proprietà. Il palazzo non costituirebbe ricchezza solo se fosse distrutto, quindi inagibile.

In senso più ampio la ricchezza totale è l’insieme delle risorse naturali, dei beni, dei servizi e delle conoscenze che permettono di soddisfare bisogni umani.

Anche le risorse naturali sono ricchezza ma finché non vengono privatizzate (private, sottratte al comune) non hanno un prezzo corrispettivo in denaro. Il denaro è uno strumento che usiamo per scambiare le ricchezze, misurandone quindi il valore al momento dello scambio, ma non è la ricchezza stessa. Il denaro in sé non soddisfa quasi nessun bisogno, se non quello di sentirsi ricchi, e la sua accumulazione ha comunque un costo. Se aumento la quantità di denaro circolante non aumento affatto la quantità di beni, servizi e conoscenze che possono essere acquistati. Questi aumentano soltanto grazie alla produzione umana, sempre di più supportata dall’uso di macchine fisiche e informazionali.

Moltiplicare il denaro in circolazione, quindi, non moltiplica la ricchezza, riduce semplicemente il valore della moneta con l’inflazione, indirizzandone i flussi verso altri soggetti economici. Questo è il ruolo delle politiche monetarie degli Stati, delle banche e della borsa, che riescono a produrre nuovo denaro dal denaro, senza dover produrre beni o servizi. A quelle forme finanziarie ormai consolidate del post-capitalismo si sono affiancate abbastanza recentemente le criptovalute speculative, in cui la creazione di moneta non è legata a nessun valore concreto, se non all’energia necessaria a calcolarne e immagazzinarne l’informazione. Proprio perché instabile e rischioso, ma anche poco tracciabile, il mondo delle transazioni in criptovaluta si presta ad aggirare la fiscalità e le restrizioni legali alla vendita di beni e servizi. Una possibilità in più che i ricchi hanno per superare i limiti imposti dalle legislazioni nazionali.

La libertà positiva

L’idea di una libertà attiva deriva dal concetto di uguaglianza sostanziale, presente nelle costituzioni più avanzate che prevedono un ruolo attivo delle istituzioni, nel garantire ai cittadini l’effettivo godimento dei diritti civili, attraverso i diritti sociali (Mazzetti 1992, p. 174). Tutte quelle parti della Costituzione Italiana e dell’ordinamento amministrativo che promuovono l’inclusione sociale e lo sviluppo delle piene potenzialità della persona, possono essere definite come forme di un godimento di una libertà verticale (Romano 2019, p. 65), possibile solo in quanto si è parte integrata di una comunità organizzata. Il diritto all’abitazione, alla salute, al cibo, all’istruzione, alla sicurezza, possono essere goduti in modo davvero egualitario solo se l’istituzione politica si fa carico della loro attuazione. A quei diritti sociali corrispondono i doveri di tutti i cittadini di provvedere, in proporzione alle proprie capacità, alla possibilità di garantirli. In primis con la tassazione progressiva, ma anche con forme di lavoro sociale, rispetto delle norme di sicurezza, ambientali e del lavoro. Altre forme non obbligatorie di partecipazione alla attuazione della libertà positiva sono le attività di volontariato e di mutualismo all’interno delle comunità locali, cittadine o di quartiere. La libertà positiva per essere goduta ha bisogno del superamento dell’egoismo, tipico della libertà negativa borghese, che pretende soltanto diritti senza i doveri corrispettivi, considerandoli come ingiuste vessazioni e limitazioni della libertà individuale. In sostanza ha bisogna del superamento dell’individuo che si considera individuo, riconoscendosi parte di un destino comune.

Oltre il denaro.

Il sistema economico in cui ci troviamo, anche se presenta livelli di sviluppo differenti e stratificazioni di relazioni economiche anche negli stessi ambienti (Braudel 1981, p.73), ha generalizzato in tutto il mondo l’uso della moneta come mezzo di scambio. Quasi ovunque i dollari o altre valute vengono accettati in cambio di beni e servizi. Anche i paesi cosiddetti “comunisti” hanno integrato un uso del denaro nelle proprie economie, su cui però mantengono un controllo politico molto forte, ovvero la sovranità monetaria e l’indisponibilità di alcune ricchezze al mercato. Ormai ovunque gli sforzi umani sono maggiormente diretti ad aumentare il valore monetario delle merci vendute (e tra queste anche il denaro) piuttosto che ad aumentare la ricchezza totale disponibile per l’umanità. Arrivati al punto in cui i bisogni primari sono stati soddisfatti per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, il capitalismo entra in crisi perché cerca soltanto di far aumentare artificialmente i prezzi di quei beni oramai abbondanti e disponibili, attraverso una scarsità indotta. La guerra permette di distruggere merci costosissime (le armi) per distruggere ricchezze (edifici, veicoli, persone, capacità produttive, materie prime, infrastrutture) aumentando il valore monetario (prezzo) delle ricchezze residue, creandone la scarsità. La crisi, che alza i prezzi la chiamiamo neocolonialismo, competizione commerciale, imperialismo, protezionismo o libero mercato, a seconda che ci convenga vendere o comprare. Era già la tesi de L’accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg più di cento anni fa, solo che si limitava a considerare economie non ancora globalizzate, in procinto di scatenare la Prima Guerra Mondiale.

Tornando all’assunto di partenza per cui il denaro è oggi la misura della libertà degli individui, dobbiamo prendere atto che ci troviamo di fronte ad una scelta radicale.

Se vogliamo una società in cui le persone siano generalmente più libere, dobbiamo scegliere se vogliamo che acquisiscano questa nuova libertà attraverso una maggiore disponibilità di denaro o no.

Questa scelta non è volontaristica e dovrebbe scaturire da una analisi scientifica della praticabilità delle due opzioni. Ma le prospettive di riforma all’interno di uno stabile sistema di riferimento, in cui la ricchezza individuale, e pertanto la libertà, si misura nella forma del denaro, rispetto alle prospettive trasformative, chiamiamole rivoluzionarie, in cui la ricchezza e le opportunità non sono strettamente legate alla disponibilità di denaro, non sono opposte (Mazzetti 1992, p. 183). Possono convivere e procedere parallelamente, purché abbiano soggetti politici ed economici in grado di perseguirle entrambe.

La prima opzione racchiude le tante accezioni del libero mercato in cui capitalismo etico, liberalismo di sinistra, e socialismo democratico significano una mitigazione delle diseguaglianze prodotte dalla proprietà privata della ricchezza, senza alcuna rottura del paradigma economico.

La seconda opzione, presente come sotto strato pubblico in tutte le economie, anche in quelle più deregolamentate, è quello di una distribuzione della ricchezza che limiti fortemente l’uso del denaro e che quindi veda una preponderante azione politica e pianificatoria del pubblico sull’economia. Storicamente questa seconda opzione è stata chiamata socialismo, economia pianificata o comunismo, ma anche mutualismo e municipalismo se attuata su scala locale.

Questa scelta è presente come discriminante anche nella nostra idea di “sinistra politica”, in cui una parte progressista e anche estremamente radicale vorrebbe una attuazione compiuta del capitalismo in cui non vi siano altre disparità fra esseri umani che la capacità di spesa, resa peraltro disponibile per tutte e tutti (reddito universale).

La parte restante, e decisamente minoritaria, comprende tutti quegli oppositori della uguaglianza di fronte al mercato, i quali vorrebbero impedire che gran parte della ricchezza possa essere venduta, per goderne collettivamente (beni comuni) o distribuirla in base a criteri politici, ovvero di utilità sociale, senza la mediazione del denaro.

Negli ultimi sessanta anni la prima opzione, quella riformista, praticata attraverso le forme democratiche dell’associazionismo politico e sindacale, ha portato enormi benefici alla popolazione europea, ma ha anche incontrato la controriforma neoliberista nel momento di crisi dello stato sociale keynesiano. L’attuale rottura del precedente equilibrio ci pone oggi di fronte a sfide che non possono più essere affrontate con gli strumenti abituali (governance e sussidiarietà) degli agenti privati nel mercato. La crisi, anche internazionale viene proprio dalla impossibilità di riprodurre questo sistema di estrazione del denaro dal mercato in stallo, o drogato dal debito, che non produce più ricchezza ma al contrario distruzione di ricchezza.

I settori più avanzati del capitalismo tecnologico e finanziario hanno capito che il paradigma del “libero” mercato va distrutto e superato così come la democrazia liberale, mentre la sinistra fatica ancora a rendersi conto che la prospettiva trasformativa attuale è diventata nostalgica di un capitalismo “dal volto umano”, liberale o libertario, che non esisterà mai più con quelle caratteristiche.

Una “revisione” del riformismo appare necessaria così come una “rifondazione” del comunismo in base alle nuove condizioni sociali che iniziamo a sperimentare.

Bibliografia

S. Baranzoni – P. Vignola, Cosa potrebbe un corpo? Il dividuale e l’individuazione della filosofia contemporanea, in: La Deleuziana, CRISI DELLE BIOPOLITICHE EUROPEE, n.1 2015.
F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, 1981.
A. Heller, La teoria dei bisogni in Marx, Feltrinelli, 1974.
I. Kant, Critica della ragion pratica, Rusconi, 1993.
P. Kropotkin, Il mutuo appoggio fattore dell’evoluzione, Lib. internaz. di avanguardia, 1950.
S. Latouche, L’abbondanza frugale come arte di vivere, Bollati Boringhieri, 2022.
H. Lefebvre, Spazio e politica. Diritto alla città II, Ombre Corte, 2018.
R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale (1913), Einaudi, 1967.
K. Marx,Manoscritti economico – filosofici del 1844, Einaudi, 1968.
G. Mazzetti, Dalla crisi del comunismo all’agire comunitario, Editori Riuniti, 1992.
M. Mazzucato, Il valore di tutto, Laterza, 2018.
M. Perniola, Berlusconi o il ’68 realizzato, Mimesis, 2023.
O. Romano, La libertà verticale, Meltemi, 2019.
B. Russell, Un’etica per la politica, Laterza, 1986.
Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023.

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Estremismo capitalista: il problema della libertà.

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Questa visione trova nella libertà l'assenza della repressione delle pulsioni, una forma anarchica individualista della espressione della volontà di potenza nietszcheana, assimilabile all'Unico stirn

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Estremismo capitalista: il problema della libertà. | Rizomatica

Del voto e della liberaldemocrazia

"La maggioranza dei cittadini è presa dalla propria vita, e non ha alcuna esperienza diretta di politica e/o di pubblica amministrazione. Come può questa maggioranza definire delle preferenze politiche per scegliere un candidato che non incarni la versione edificante delle proprie opinioni?"

Ex-Kathedra di Giorgio Arfaras

https://www.liberioltreleillusioni.it/articoli/articolo/del-voto-e-della-liberaldemocrazia

#LiberiOltre #politica #liberalismo #filosofia #democrazia #GiorgioArfaras

Del voto e della liberaldemocrazia

La maggioranza dei cittadini è presa dalla propria vita, e non ha alcuna esperienza diretta di politica e/o di pubblica amministrazione. Come può questa maggioranza definire delle preferenze politiche per scegliere un candidato che non incarni la versione edificante delle proprie opinioni?

Associazione Liberi Oltre le Illusioni APS

Por supuesto, los elementos que aparecen en este saco presentan, para cualquiera que se interese en examinarlos de cerca, una multitud de diferentes rasgos políticos, institucionales y culturales, pero esto es irrelevante para la narrativa neoliberal, porque sobre todos ellos cae la excomunión de la “iliberalismo –y por tanto– totalitarismo”.

Nos encontramos así con el siguiente cuadro, altamente irónico, según el cual el liberalismo –la única ideología que pretende extender en todo el planeta la última y definitiva verdad de la historia– denuncia todas las demás culturas y soluciones políticas de la historia como “totalitarias”. En esencia, la única cultura política que hoy tiene afirmaciones realmente totalitarias denuncia a todas las demás como totalitarias.

Según la visión totalitaria lo que pertenece a la propia ortodoxia es por definición el Bien, por lo que las sociedades liberales (ahora neoliberales) logran con perfecta serenidad y buena conciencia una espectacular doble moral; porque nuestros crímenes son errores contingentes, los vuestros son innobles abyecciones, nuestras masacres son daños colaterales, las vuestras son expresión de una maldad innata, nuestras protestas internas son riñas de minorías ingratas, las vuestras son una manifestación popular de un anhelo de libertad, etcétera.

La denuncia neoliberal de «todos los totalitarismos» es el ejemplo perfecto del proverbial buey que llama cornudo al burro.
...
Andrea Zhok (copiado de *El Viejo Topo*)

#liberalismo #política

Durante mucho tiempo la estrategia narrativa neoliberal de matriz angloamericana ha estado pasando por dos movimientos:
1) El intento de definir el mundo liberal como el único mundo posible, para el cual, a largo plazo, no hay alternativa (de Fukuyama a Thatcher), y
2) el intento de subsumir todas las formas de vida, todas las organizaciones políticas y todos los sistemas culturales que pretenden no reducirse al paradigma liberal como «iliberales –y por tanto– totalitarios».

Así, acaba en el saco del “iliberalismo –y por tanto– totalitarismo” toda religión que pretende ser más que un hecho privado (por ejemplo: el Islam), todos los países que pretenden mantener la soberanía sin arrodillarse ante el imperio americano (China, Rusia, Irán, Corea del Norte, pero luego también, dependiendo de cómo operen sus gobiernos, Cuba, Venezuela, Bielorrusia, Hungría, Serbia, Sudáfrica, etc.), y desde luego todas las ideologías que históricamente han rechazado el sistema liberal (el socialismo y el comunismo ante todo, los conservadurismos pre-liberales cuando existen, y, en la medida que desarrolló una teoría, el fascismo de entreguerras).

[continúa en comentarios...]

#liberalismo #política

 𝑳𝒂 𝑷𝒆𝒑𝒂: 𝒆𝒍 𝒔𝒖𝒆𝒏̃𝒐 𝒍𝒊𝒃𝒆𝒓𝒂𝒍 𝒒𝒖𝒆 𝒏𝒊 𝒖𝒏 𝒓𝒆𝒚 𝒑𝒖𝒅𝒐 𝒃𝒐𝒓𝒓𝒂𝒓  

Hay momentos en la historia que no encajan con lo que está pasando alrededor.
1812 es uno de ellos.
Media España ocupada por las tropas de Napoleón Bonaparte, ciudades cayendo, el país hecho pedazos… y, sin embargo, en Cádiz —rodeada, pero no vencida— un puñado de diputados decide hacer algo casi absurdo: pensar en el futuro.

Y no en cualquier futuro.

El 19 de marzo de 1812, día de San José, nace la Constitución que la gente bautizó como “La Pepa”.
No fue un papel más.
Fue un cambio de mentalidad.
Por primera vez, en España se decía algo muy serio: el poder no viene del rey, viene de la nación.

Dicho así parece normal hoy. En 1812, era dinamita.

“La Pepa” hablaba de soberanía nacional, de separación de poderes y de igualdad ante la ley.
También reconocía la libertad de imprenta y recortaba el poder de instituciones como la Inquisición.
En medio de una guerra brutal, estaban discutiendo derechos, leyes y límites al poder.
No es exagerado decir que estaban adelantados a su tiempo.

Y eso es lo que más impacta: mientras caían bombas, estaban construyendo ciudadanía.

Pero claro, había un problema de fondo que no podían ignorar: ¿quién podía ser realmente ciudadano en un país donde la mayoría no sabía leer ni escribir?

El debate fue tenso.
Algunos diputados temían que una población analfabeta fuese fácil de manipular.
Otros, como los más liberales, defendían que no se podía castigar a la gente por una ignorancia que venía del propio sistema anterior.
La solución fue un término medio bastante inteligente: se permitió votar a los hombres mayores de 25 años, supieran leer o no, pero se dejó fijado que, a partir de 1830, el ejercicio de los derechos de ciudadano exigiría saber leer y escribir.

No era tanto excluir como presionar: si el nuevo sistema quería sobrevivir, el país tenía que aprender a leer.

Claro, la historia no fue tan limpia.
Cuando Fernando VII regresó en 1814, hizo lo que muchos temían: abolió la Constitución y restauró el absolutismo.
Pero hay algo que no pudo deshacer.

La idea.

Porque una vez que una sociedad deja de verse como súbditos y empieza a pensarse como ciudadanos, ya no hay vuelta atrás del todo.
Puedes imponer silencio, pero no borrar lo aprendido.

Y aquí viene una de las consecuencias más interesantes: América.

“La Pepa” no nació para romper el imperio, sino para salvarlo.
Reconocía a los territorios de ultramar como parte de la nación, con representación en las Cortes.
Sobre el papel, eran iguales.

En la práctica, eso abrió una puerta difícil de cerrar.

Muchos diputados americanos participaron en Cádiz y se empaparon de ideas como la soberanía nacional o la división de poderes.
Cuando Fernando VII anuló todo aquello en 1814, la decepción fue enorme.
Para muchos, aquello confirmó que no había reformas posibles dentro del sistema.

No fue la única causa de las independencias, pero sí una chispa importante.

Otro detalle curioso —y muy poco habitual hoy— es el tono del artículo 6, que no hablaba de leyes, sino de comportamiento: establecía que el amor a la patria y el deber de ser justos y benéficos eran obligaciones de todos los españoles.
No solo se quería organizar un Estado, se quería formar ciudadanos.

“La Pepa” duró poco, pero dejó huella. No fue solo una Constitución.
Fue la prueba de que incluso en el peor momento, un país puede intentar reinventarse.

Y eso, aunque se intente borrar, siempre acaba volviendo.

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#historia #españa #constitucion1812 #lapepa #cortesdecadiz #sigloxix #historiadeespaña #liberalismo #independencia #cádiz

A ideia de que o #governo só pode gastar o que arrecada é falsa*.

Esse segmento do #ManhãBrasil com Fabiano Dalto ficou excelente e eu acho que todo mundo devia ver.
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#FarolBrasil #JonesManoel #Youtube

O Estado não se financia emitindo títulos e taxando os ricos, como propagam economistas do governo

18.mar.2026
https://www.youtube.com/watch?v=lQ8bY71EU2g

#economia #neoliberalismo #liberalismo #socialismo #politica #Brasil

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*para países com soberania monetária
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O Estado não se financia emitindo títulos e taxando os ricos, como propagam economistas do governo

YouTube

Homo Sapiens, animal cooperativo

Um exame da civilização humana coloca em xeque aqueles que refutam, “cientificamente”, perspectivas coletivistas. Significa valorizar cuidado e cooperação, e deixar de enxergar a competição como “natural”. E considerar de modo crítico a família nuclear, invejosa e paranoica

https://outraspalavras.net/crise-civilizatoria/homo-sapiens-animal-cooperativo/

Appunti di lettura: Karl Polanyi, “Per un nuovo Occidente”

Scritti 1919-1958

img generata da IA – dominio pubblico

di V. Pellegrino

In un momento storico così cruento come quello che stiamo attraversando, dove l’imperialismo guerrafondaio è tornato in superficie con tutta la sua brutalità, mettendo in subordine i principi del liberalismo e la sua governance, il richiamo all’opera di Karl Polanyi potrebbe sembrare anacronistico. In realtà la natura bina del capitalismo, dove politiche di potenza e regole di mercato si alternano e sovrappongono, fanno sì che il pensiero di questo autore eclettico rimanga di una certa utilità anche nel presente. Ecco perché parlare oggi della sua opera non è un esercizio puramente accademico.

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Si dice che il fantasma di Karl Polanyi si aggiri come il peggior incubo tra i corridoi e le hall del vertice di Davos e di tutti i summit internazionali di matrice neoliberista. L’autore de “La grande trasformazione” è stato senz’altro uno dei maggiori detrattori della tesi dell’Homo oeconomicus, giungendo, da storico dell’economia, a farsi antropologo proprio per indagare più a fondo la natura delle relazioni economiche nelle società native e così confutare, su solide argomentazioni, il paradigma egoistico su cui si fonda l’ideologia neoliberale. Queste sue posizioni ne fanno uno dei maggiori e più radicali critici del dogma del “libero mercato autoregolantesi” e del “laissez-faire”, peraltro da posizioni non organiche al marxismo.

L’opera che qui presentiamo, “Per un nuovo Occidente”, uscita per i tipi de “Il Saggiatore” nel 2013, è una raccolta di saggi scritti tra il 1919 e il 1958 e inediti a livello mondiale. Questa raccolta di scritti molto vari può costituire una valida tappa di avvicinamento all’opera di questo eclettico autore, uno dei pensatori più rivalutati in questi tempi di crisi generale del tardo capitalismo.

Piano dell’opera

Si riporta a seguire, per meglio orientarsi nella lettura del volume, il piano dell’opera. Si precisa che sono qui commentati solo alcuni dei saggi costituenti l’opera, a partire da appunti di lettura annotati “a caldo” e in modo alquanto informale ma, ci si augura, in grado comunque di stimolare l’interesse del potenziale lettore. Più che di una recensione, si tratta di una specie di introduzione rizomatica alla lettura.

Prefazione di Karl Polanyi-Levitt
Introduzione di Giorgio Resta

L’ECONOMIA, LA TECNICA E IL PROBLEMA DELLA LIBERTÀ

Per un nuovo Occidente
La scienza economica e la libertà di forgiare il nostro destino sociale
La storia economica e il problema della libertà
Nuove frontiere del pensiero economico

LE ISTITUZIONI CONTANO

Il contributo dell’analisi istituzionale alle scienze sociali
La natura dell’accordo internazionale
Il significato della pace
Le radici del pacifismo
La cultura nell’Inghilterra democratica del futuro
America

COME FARE USO DELLE SCIENZE SOCIALI

Come fare uso delle scienze sociali
Sulla teoria politica
Opinione pubblica e arte di governo
Storia economica generale
Elementi di mercato e pianificazione economica nell’antichità

CRISI E TRASFORMAZIONE

Quel che conta oggi. Una replica
Filosofie in conflitto nella società moderna
L’eclissi del panico e le prospettive del socialismo
Il tramonto della civilizzazione del XIX secolo
La tendenza verso una società integrata

– Postfazione di Mariavittoria Catanzariti
– Ringraziamenti e nota dei curatori

Trovate qui un’utile scheda dal sito TecaLibri che riporta l’indice e ampi brani del libro:   http://www.tecalibri.info/P/POLANYI-KP_occidente.htm

Introduzione

Tra le note dell’introduzione (46), è considerevole la citazione, in inglese, di un brano del saggio di Polanyi del 1937 “Community and Society. The Christian Criticism of Our Social Order”. In questo brano si mette in luce l’effetto perverso delle regole di mercato sugli individui e sulla loro propensione all’altruismo che, di fatto, viene reso impraticabile. Il breve passo merita senz’altro la lettura nella sua versione originale:

«The market acts like an invisible boundary isolating all individuals in their day-to-day activities, as producers and consumers. They produce for the market, they are supplied from the market. Beyond it they cannot reach, however eagerly they may wish to serve their fellows. Any attempt to be helpful on their part is instantly frustrated by the market mechanism. Giving your goods away at less than the market price will benefit somebody for a short time, but it would also drive your neighbour out of business, and finally ruin your own, with consequent losses of employment for those dependent on your own factory or enterprise. Doing more than your due as a workingman will make the conditions of work for your comrades worse. By refusing to spend on luxuries you will be throwing some people out of work, by refusing to save you will be doing the same to others. As long as you follow the rules of the market, buying at the lowest and selling at the highest price whatever you happen to be dealing in, you are comparatively safe. The damage you are doing to your fellows in order to serve your own interest is, then, unavoidable. The more completely, therefore, one discards the idea of serving one’s fellows, the more successfully one can reduce one’s responsibility for harm done to others. Under such a system, human beings are not allowed to be good, even though they wish to be so1.

Pure notevole la considerazione dell’autore, richiamata da Giorgio Resta nell’introduzione: “la vera libertà è quella che si raggiunge attraverso la società (vista la sua ineluttabilità), non quella fasulla che si crede in tal modo di perdere” (la formazione dell’individuo come processo e la consapevolezza che la sua costituzione non può darsi per pre-acquisita2).

Da pag. 28 dell’introduzione troviamo degli utili riferimenti ai saggi contenuti nel libro ove si descrive la dinamica di reciproca implementazione (e implicazione) tra tecnologia, organizzazione economica (intesa come costituzione delle istituzioni di mercato, cioè non come “processo naturale” ma come deliberata scelta istituzionale) e scienza.

Importante il richiamo alla responsabilità dell’Occidente difronte al Mondo, al suo dovere di “disciplinare le proprie creature”, cioè di mettere sotto controllo il vortice di sinergie che, mettendo in peculiare e stretta relazione queste tre forze (tecnologia – economia – scienza), ha impresso la traiettoria industriale, scientifica ed economicistica ai modelli di sviluppo globale a partire dalla Rivoluzione industriale.

Ancora, si sottolinea la necessità di subordinare le forze (produttive) a uno sviluppo che sia umano, alla realizzazione di una personalità che sia libera e alla necessità dell’equilibrio con la natura. Troviamo qui il richiamo alla questione fondamentale che Polanyi definisce “fede dogmatica nel determinismo economico” come barriera ideologica ai processi di riforma del Capitalismo. Nel capitolo “Storia economica e il problema delle libertà”, Polanyi si impegna nella confutazione della teoria secondo la quale ogni tentativo di introdurre metodi di pianificazione economica condurrebbe alla perdita delle libertà civili individuali sviluppatesi parallelamente alle istituzioni economiche di mercato (von Hayek). Pur ammettendo che le condizioni economiche possono condizionare le attitudini culturali di un popolo, esse non le “determinano”. Soltanto in un’economia di mercato non regolato sarà il meccanismo economico a “dettar legge”. Di qui l’assoluta specificità, secondo Polanyi, di questo regime economico-istituzionale, cronologicamente circoscritto al XIX secolo, cioè al momento della massima affermazione del paradigma industriale nei paesi occidentali più avanzati.

L’autonomia della sfera economica e l’attribuzione a essa della funzione di elemento trainante-determinante di tutte le altre dimensioni del vivere sociale dipendono, secondo Polanyi, dalla costituzione di specifici mercati concorrenziali per la Terra e il Lavoro e dall’aver elevato il “timore individuale della fame” e la “brama di profitto” a moventi economici determinanti.

A pag. 32 troviamo una serie di elementi che delineano il concetto di “economico” secondo Polanyi. Emerge qui chiaramente l’importanza della tendenza antiideologica del suo pensiero e al contempo il grande rilievo che esso attribuisce alle istituzioni.

G. Resta richiama la denuncia che l’autore svolge nei confronti dell’applicazione di parametri e criteri economici ad ambiti completamente diversi, come il caso del diritto e della “law and economics”.

La scienza economica e la libertà di forgiare il nostro destino sociale

Questo è un saggio basilare, ove l’autore sintetizza la critica del determinismo economico, una delle fondamentali finalità di tutto il suo lavoro. Egli scrive: “… le teorie sulla natura umana non sono fondate sulla psicologia, bensì sull’ideologia della vita quotidiana. Di conseguenza, la fame e il profitto vennero isolati come moventi economici e si iniziò a presumere che l’uomo agisse, in concreto, in base a essi, mentre le altre motivazioni apparivano più eteree e distaccate dai fatti prosaici dell’esistenza quotidiana… Intrinsecamente, la fame e il profitto non sono più economici dell’amore o dell’odio, dell’orgoglio o del pregiudizio. Nessun movente umano è di per sé economico… Il fattore economico, …, non è in grado di dare vita a stimoli specifici. … i morsi della fame non si traducono automaticamente in un incentivo a produrre. La produzione non è un affare individuale, bensì collettivo.”

Come fare uso delle scienze sociali”

In questo saggio sono importanti le considerazioni di carattere epistemologico e antiscientista, con la distinzione tra scienze naturali e scienze sociali, dove le prime, a differenza delle seconde, non incidono sull’orientamento delle preferenze e sul quadro dei valori dell’uomo. Secondo Polanyi, per evitare l’effetto corrosivo che le scienze sociali hanno sull’esistenza umana, essa deve essere “orientata” cioè fondata su valori guida da proteggere allo scopo di garantire “la sovranità dell’uomo sugli strumenti della vita, ivi inclusa la scienza”.

La metafisica evidenzia il carattere composito della consapevolezza umana in quanto matrice dell’arte, della religione, della morale, della vita personale e della scienza stessa. La scienza non può essere un continuum come preteso da un certo pensiero neopositivista.

Alcuni tipi di sapere incidono immediatamente e in modo radicale sulla vita dell’uomo (le scienze sociali, per esempio), altri sono meramente strumentali in quanto servono agli scopi e agli obbiettivi già prefissati (le scienze naturali – anche se, come vediamo oggi con la biologia, la cosa non è così scontata).

In campo scientifico, il fascismo reagisce con un generalizzato scetticismo a un astratto liberalismo nel governo della conoscenza che spesso si ripercuote a danno degli ideali umani (p.e. oggi, l’ingegneria genetica).

Storia economica generale”

Questo capitolo è un passaggio fondamentale del libro, che confuta la validità della teoria del Sistema (di mercato) autoregolantesi: vedi paragrafo 2 – “Le ragioni del cambiamento nell’oggetto e nel metodo” … punto d), in particolare pag. 178.

Poi, a pag. 188, si trova una critica del marxismo per l’attribuzione, anche in esso, come nella teoria liberalista ortodossa, del ruolo determinante dell’economia sia in relazione alle società primitive e storiche che a quelle contemporanee (vedi l’analisi marxiana della società in termini di struttura – economica – e sovrastruttura). L’autore non sembra orientato ad attribuire questa responsabilità nella deriva economicista dell’analisi sociale a Adam Schmitt, fondatore della teoria classica, cui Polanyi par riconoscere un principio di umanità, poi disatteso dai suoi esegeti.

L’analisi antropologica, cui l’autore si dedica nella seconda parte della sua produzione, rivela che tra le popolazioni primitive non esisteva una sfera economica separata dagli altri aspetti della vita sociale, ma una rete di istituzioni economiche integrate con le altre. Anche i moventi economici individuati dalla teoria economica classica come i “moventi primi” dell’agire individuale, cioè la paura individuale della fame e la ricerca del profitto, non sono mai stati registrati alla base della produzione e distribuzione dei beni in quelle società.

Interessante l’interpretazione della dimensione dualistica delle società preistoriche (che, in quanto prive di scrittura, non disponevano di efficaci sistemi contabili) quale base di un metodo pratico per garantire la distribuzione dei beni attraverso un sistema di doni reciproci ritualizzati. Questa affermazione potrebbe tuttavia confermare la visione marxista dei sistemi sociali funzionanti in base a una struttura (la dimensione economica) e una sovrastruttura (i legami sociali e il valore attribuito alla parentela) dove il fattore determinante è, anche se inconsapevolmente, il primo. Il fine ultimo, e spesso inconscio, dell’organizzazione sociale può essere l’equilibrio economico, anche se le sue dinamiche appaiono subordinate al funzionamento di altre istituzioni (p.e. la parentela).

Interessante osservazione quella che evidenzia come siano stati proprio i pensatori che attribuivano grande importanza al fattore economico nell’interpretazione del divenire storico, quelli che ne mostrarono le principali limitazioni. In particolare, Werner Sombard, Max Weber e Henri Pirenne, favorevoli all’interpretazione economica della storia, mostrarono come altri fattori, quali l’etica religiosa (ma anche – tesi dell’autore – l’onore e l’orgoglio, il senso civico e il dovere morale, che furono in seguito ritenuti irrilevanti per i rapporti produttivi; il legame di sangue, il culto degli antenati, la fedeltà feudale), possano essere altrettanto determinanti. In questo senso va richiamata la fondamentale opera di M. Weber “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”. Secondo questo autore è da evidenziare la grande importanza dell’ebraismo nell’eliminazione dell’elemento magico (superstizione) e del cristianesimo nel superamento del “sangue” e della “razza” e nella conseguente costituzione del cittadino universale.

Ciononostante, tutti questi studiosi avrebbero concordato nell’accordare un ruolo preminente all’economia nella determinazione degli avvenimenti storici limitatamente al periodo compreso tra il XVIII ed il XIX secolo. In questo senso il “determinismo economico” sembra solo un altro nome per “sistema di mercato”.

In questo capitolo (pag. 188) si enuncia la critica di Polanyi all’interpretazione marxista della storia, laddove anch’essa si basa sull’assunto che la “posizione ordinante” dell’economia non fosse un dato riconducibile al circoscritto periodo storico che vide la nascita e lo sviluppo dell’industria e, parallelamente, del sistema di mercato, ma come elemento caratterizzante l’intera storia dell’umanità (materialismo storico): “Dove il marxismo errò, fu nel vedere nel determinismo economico una legge generale della storia umana. È vero invece l’opposto.”

Segue la confutazione della tesi (von Hayek, Burnham) secondo le quali le libertà individuali (e i diritti civili) si sarebbero sviluppate parallelamente all’organizzazione capitalistica di mercato (fino a qui l’autore concorda) e che l’eventuale passaggio ad un’economia altra (pianificata) avrebbe cancellato tali libertà. Il capitolo si conclude con un raffronto del pensiero dell’autore con quello di Weber e con una ridefinizione del significato di “generale” nella dicitura “storia economica generale” che dal qualificare la dimensione storica (in senso diacronico) passa a designare la dimensione economica e il posto che essa occupa nella storia di tutte le civiltà.

Filosofie in conflitto nella società moderna”

In questo capitolo, pag. 227, Polanyi sostiene che, in funzione della composizione sociale di una nazione al momento dell’avvento della democrazia istituzionale, si darà luogo a un sistema:

  • Liberale come in Inghilterra, dove ciò avvenne ancor prima della nascita di una “classe operaia”; 1642 – 1651
  • Egualitario come in Francia, dove, al momento della Rivoluzione, era già ben sviluppata una classe di lavoratori salariati; 1789
  • Socialista come in Russia, dove era presente una classe operaia, per quanto numericamente ancora poco sviluppata, che fu comunque determinante nel condizionare le sorti della Rivoluzione d’Ottobre; 1917

In questo stesso capitolo è rilevante il paragrafo 6.2 – “Il mercato autoregolantesi e i suoi effetti sociali” (pag. 236) – ove si sottolinea ancora una volta la paradossalità dell’inclusione della Terra e del Lavoro nella sfera del mercato autoregolantesi, conformemente alla teoria economica classica. Ciò in quanto la Terra corrisponde all’Ambiente: essa non può essere “prodotta”. Il Lavoro poi è inscindibilmente connesso all’Uomo che lo produce e non si presta alla mercificazione se non a danno della sua stessa umanità. La Moneta è per Polanyi, con la Terra e il Lavoro, per ragioni diverse, la terza “merce fittizia”.

In questo saggio si parla anche del compromesso raggiunto in Inghilterra tra laissez-faire e “governo popolare”. Sempre qui troviamo numerosi richiami al ruolo del cristianesimo e dei gruppi politici “cristiano-sociali”. A pag. 239 – fine capitolo, è degna di nota la tesi sulle origini del fascismo come tentativo di salvaguardia dell’industria: “L’intero processo può essere così sintetizzato: si giunse ad un punto in cui né il sistema politico, né il sistema economico funzionavano in maniera soddisfacente. Una sensazione di generale insicurezza si impadronì della società. Fu imboccata la scorciatoia fascista per salvaguardare la produzione al prezzo del sacrificio della democrazia. Un sistema democratico avrebbe potuto essere preservato unicamente mediante il mutamento nell’assetto della proprietà. Di conseguenza, la distruzione delle istituzioni democratiche rappresentò uno strumento di protezione per la salvaguardia del sistema industriale.

“La filosofia democratica tende ad essere socialista, quella del laissez-faire tende ad essere antidemocratica.”

Il paragrafo 10.1 – pag. 254 è dedicato a mostrare l’incompatibilità tra economia del laissez-faire e governo popolare.

Al punto 10.2 troviamo un’apparente contraddizione dell’autore che sostiene che “il sistema economico”, in un regime di proprietà privata dei mezzi di produzione, non avrebbe sopportato l’ingerenza esterna dei governi sul sistema industriale in quanto ciò avrebbe compromesso, secondo la tesi liberista, la capacità del mercato di autoregolarsi e, con essa, le libertà civili sviluppatesi parallelamente al sistema economico. Si tratta di una contraddizione solo apparente: in realtà, l’autore ritiene che un’economia di mercato possa basarsi unicamente sul principio dell’autoregolazione (la “sensibilità” del sistema di mercato nella determinazione dei prezzi) e che, per superare questo perverso assetto, si debba passare a un sistema economico di tipo pianificato, cioè socialista e, come implicazione, al superamento della proprietà privata dei mezzi produzione.

Qui si trova l’interpretazione del fascismo come sfida alla democrazia, che si dà quando nella relazione tra governo popolare (democrazia) e sistema industriale\finanziario ha la meglio il secondo (ogni riferimento al presente è del tutto superfluo). Il tutto si dà in un momento di crisi dovuto all’impossibilità dei sistemi nazionali, per effetto della loro crescente rigidità economica dovuta agli esiti delle politiche dei governi popolari (relativa emancipazione dei ceti lavorativi), di adattarsi alle dinamiche storiche internazionali, a loro volta compromesse dal crollo del gold-standard.

Il fascismo si ripromette di “riformare” il sistema capitalista attraverso tre fattori: 1) critica delle crisi economiche e della mancanza di pianificazione; 2) superamento della condizione di instabilità dei lavoratori; 3) limitazione dei divari reddituali, sia in alto che in basso. Il fascismo storico si proponeva cioè come sistema per il superamento dei fenomeni estremi prodotti dal capitalismo del laissez-faire, come suo regolatore.

Eclissi del panico e le prospettive del socialismo”

Nel capitalismo liberale l’economia di mercato è di tipo autoregolantesi. Il meccanismo incorpora i mercati concorrenziali della Terra (Ambiente), del Lavoro (Uomo) e della Moneta (Equivalente universale). In tutti e tre i casi si tratta di merci improprie.

  • Ciò determina dei gravi pericoli, in particolare per l’uomo e il suo ambiente. Ne conseguono reazioni di tipo protettivo;
  • Se queste reazioni portano ad interventi disordinati sul sistema di mercato, esse possono produrre dei danni dal punto di vista strettamente economico;
  • Qualsiasi ipotesi di intervento pianificato sull’economia produrrebbe il panico nei mercati finanziari.
  • Ancora una volta, si esplica la critica di Polanyi a un sistema di mercato autoregolantesi che comprenda il lavoro (cioè l’uomo) e la terra (cioè l’ambiente naturale in cui l’uomo vive e di cui ha bisogno per vivere). A pag. 261, verso la fine, si incontra l’abbozzo di un pensiero ecologico ante litteram.

    Il senso del capitolo potrebbe essere che il Capitalismo non consente forme di condizionamento economico dall’esterno del mercato, che potrebbero rivelarsi persino controproducenti! Quindi, o Capitalismo (senza freni) o Socialismo (liberale). Sovviene in proposito il motto luxemburghiano “Socialismo o Barbarie”.

    Il tramonto della Civilizzazione del XIX secolo”

    In questo capitolo viene presentata “La teoria della causa esterna”: secondo questa teoria, la dissoluzione del sistema di valori e di ideali ma anche dell’equilibrio economico e politico mondiale su cui si basava la civiltà del XIX secolo, è da attribuire al venir meno del gold-standard, quale sistema internazionale di regolazione degli scambi. Come si può ricavare dalla lettura dei primi capitoli de “La grande trasformazione”, in realtà quella civiltà si basava su quattro pilastri: governo liberale, mercato autoregolato, equilibrio di potere e base aurea, appunto. A crollare furono tutti insieme questi pilastri, durante gli anni ’30 del secolo scorso. A innescare il crollo a catena, la rottura dell’equilibrio internazionale europeo con il costituirsi della Triplice Alleanza ed il venir meno delle dinamiche a tre (con riferimento alla Teoria dei giochi).

    Ciò ha portato alla generalizzazione delle tendenze autarchiche (quelle fasciste volte a fini imperiali, quelle liberali comunque finalizzate a una pacifica collaborazione tra nazioni). A far “saltare” il gold-standard, secondo Polanyi, è stato il progressivo irrigidimento dei sistemi nazionali dovuto al dispiegarsi delle politiche dei governi popolari.

    La tendenza verso una società integrata”

    In questo capitolo si condensa il nucleo teorico del pensiero di Polanyi “Una società che racchiude al suo interno una sfera economica autoregolantesi è pura utopia!”

    Le ragioni del crollo del sistema aureo e con esso del sistema degli scambi internazionali verificatosi nel 1° dopoguerra è imputabile al reciproco condizionamento (negativo) tra sfera economica (capitani d’industria) e politica (parlamenti democratici).

    Postfazione

    Troviamo qui evidenziata la centralità delle esigenze dell’agricoltura, come valutate dalle associazioni dei produttori, rispetto alle quali sono poste in subordine le forme dell’organizzazione industriale: incontriamo qui l’impostazione fisiocratica del pensiero di Polanyi. Per effetto di questa preminenza, l’aumento della produttività dei terreni legato all’introduzione delle macchine nell’attività agricola in epoca protocapitalista favorì dapprima il miglioramento dello standard di vita dei lavoratori agricoli (quale conseguenza delle rivoluzioni politiche) e solo in seguito quello degli impiegati dell’industria.

    Per un’analisi più approfondita del principio fisiocratico si veda in particolare il saggio “Quel che conta oggi”. Nei saggi “Come fare uso delle scienze sociali” e “Sulla teoria politica” è esaminata la questione delle scienze sociali e del rapporto tra scienza e conoscenza

    Il pensiero politico di Polanyi designa come termine irriducibile (e irrinunciabile) di ogni sistema sociale “il politico” non “l’economico”, che l’autore ritiene solo congiunturalmente, con riferimento al XIX secolo, storicamente elevabile al rango di “fattore guida della società e delle sue istituzioni”. Tale condizione non è affatto “connaturata”, come sostiene la dottrina liberalista, nella condizione umana (il preteso homo-oeconomicus), ma è bensì frutto dell’azione politica e istituzionale storicamente circoscritta delle classi padronali, come l’autore dimostra attraverso la disamina storico-antropologica delle società del passato. Egli sostiene che applicare questa tesi al passato rappresenterebbe un semplice anacronismo mentre, per il futuro, sarebbe un mero pregiudizio.

    Al tema attualissimo della guerra è dedicato il saggio “La natura dell’accordo internazionale” in cui si gettano le premesse per il superamento dell’”istituzione guerra” attraverso la costituzione di un governo mondiale (Le Nuove Nazione Unite, di cui proprio oggi sentiamo la grande mancanza e la cui effettiva costituzione sembra di là da venire). Sempre sul tema, vedasi anche “Il significato della Pace” e “Le radici del pacifismo”, articoli nei quali si criticano gli approcci pacifisti basati sulla semplice morale (propri delle così dette anime belle), che non tengano conto che la guerra è un’istituzione che, per essere soppiantata, deve essere sostituita da un’altra.

    Di grande rilievo ed attualità, per la politica basata sul modello rappresentativo, il saggio sulla figura dello statista “Opinione pubblica ed arte del governo” nel quale questa qualifica viene attribuita al governante che sappia leggere “l’opinione diffusa”, elemento dell’espressione sociale più profondo dell’opinione pubblica, quale fattore contenente le premesse per il grande cambiamento necessario a superare la minaccia del “pericolo attuale e dei pericoli futuri imminenti”.

    La tesi conclusiva e fondamentale che emerge dalla lettura dei saggi contenuti in questa raccolta è che oggi, epoca di potenziale abbondanza dove la scarsità è prodotta artificialmente3, sia finalmente possibile il simultaneo conseguimento della libertà e della giustizia, condizione che invece in precedenza, nella storia del Capitalismo, non si è mai verificata.

    Note

    1 – «Il mercato agisce come un confine invisibile che isola tutti gli individui nelle loro attività quotidiane, come produttori e consumatori. Producono per il mercato, sono riforniti dal mercato. Oltre non possono andare, per quanto desiderosi di servire i loro simili. Ogni tentativo di essere d’aiuto da parte loro viene immediatamente frustrato dal meccanismo del mercato. Dare via i propri beni a un prezzo inferiore a quello di mercato avvantaggerà qualcuno per un breve periodo, ma manderebbe anche il vicino fuori dal mercato e alla fine rovinerebbe il tuo, con conseguenti perdite di lavoro per coloro che dipendono dalla tua fabbrica o impresa. Fare più del dovuto come lavoratore peggiorerà le condizioni di lavoro dei tuoi compagni. Rifiutandoti di spendere in beni di lusso, farai perdere il lavoro ad alcune persone, rifiutandoti di risparmiare farai lo stesso ad altre. Finché seguirai le regole del mercato, comprando al prezzo più basso e vendendo al prezzo più alto qualsiasi cosa tu stia trattando, sarai relativamente al sicuro. Il danno che stai facendo ai tuoi simili per servire il tuo stesso interesse è, quindi, inevitabile. Più completamente, quindi, si scarta l’idea di servire i propri simili, più efficacemente si può ridurre la propria responsabilità per il danno fatto agli altri. In un tale sistema, agli esseri umani non è permesso essere buoni, anche se lo desiderano».

    2 – Attraverso il tema della libertà, in Polanyi la “valorizzazione dell’unicità dell’individuo contro ogni forma di collettivismo sociale” si sposa mirabilmente con la critica radicale di quella forma di liberalismo che – come ha scritto Giacomo Marramao in “Dono, scambio, obbligazione: il contributo di Karl Polanyi alla filosofia sociale” – «presupponendo l’individuo, cioè considerandolo già costituito e non invece prodotto di un processo di costituzione, finisce per svuotarlo di ogni significato riducendolo ad à-tomon – appunto in-dividuum – lo estrapola da quei nessi, quei legami, quei processi costitutivi che soli possono costituirlo come individuo».

    3 – Se nell’arco di vita di Karl Polanyi (1886 – 1964) era già concreta la grande abbondanza di beni frutto della potenza produttiva della grande industria, oggi, nell’epoca del così detto capitalismo cognitivo, dove l’informazione assurge a bene principe nelle relazioni economiche e sociali in genere, la scarsità è prodotta artificialmente, ai fini del profitto e della rendita per pochi, attraverso dispositivi giuridici (copyright, brevetti e segreto industriale, diritti editoriali) ed economici (monopoli, oligopoli e cartelli). Jeremy Rifkin, nel suo “La società a costo marginale zero. L’Internet delle cose, l’ascesa del Commons Collaborativo e l’eclissi del capitalismo” focalizza la sua attenzione sul carattere peculiare del bene-informazione che, a differenza dei beni materiali, ha un costo di riproduzione tendente a zero.

    #democrazia #economia #globalizzazione #karlPolanyi #liberalismo #libertà #mercato #neoliberismo #occidente #pace #socialismo