Antifascisti cattolici arrestati tra Milano e Lecco a primavera 1944

Mentre sull’orizzonte politico si stavano profilando tali importanti cambiamenti, la lotta, in Lombardia, nella primavera del 1944, era nel pieno del suo “suo corso” <655 e si stava ulteriormente inasprendo.
Il 26 aprile venivano arrestati Carlo Bianchi e Teresio Olivelli, due antifascisti cattolici collegati al Cln di Milano e ispiratori del foglio clandestino «Il Ribelle». La loro cattura era stata dovuta alla delazione di un conoscente, il medico Giuseppe Jannello che, frequentatore come Bianchi della Fuci, era stato fermato dalla polizia lo stesso giorno. Durante un interrogatorio in carcere, il dottore aveva ceduto a seguito di quello che avrebbe più tardi definito un “atto di viltà”, del quale avrebbe chiesto venia <656. Sottoposto alle pressioni degli inquirenti, che minacciavano ritorsioni contro la madre malata, si era piegato a confessare i nomi dei responsabili del giornale di ispirazione cattolica. I fatti sono stati minutamente ricostruiti dalla figlia di Carlo Bianchi, Carla Bianchi Iacono, la quale, in “Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana”, ha scritto che Giuseppe Jannello, nel tardo pomeriggio del 26 aprile, sotto costrizione, aveva telefonato all’abitazione di Via Villoresi (n.24), di proprietà dell’ingegner Bianchi, chiedendogli un appuntamento urgente in Piazza San Babila per la mattina successiva alle 12.30. Contestualmente, Jannello lo aveva invitato a condurre con sé anche Teresio Olivelli, suo ospite – come prima di lui Jerzi Sas Kulczycki – nonché fondatore con Luigi Masini e Carlo Basile delle Fiamme Verdi. I due amici, recatisi all’incontro, erano stati arrestati dai militi dell’Ufficio Politico Investigativo, comandati dal “dottor Ugo”, ed erano stati ristretti nel VI° raggio del carcere di San Vittore, rispettivamente nella cella n.19 e n.142, con l’accusa di propaganda a mezzo de «Il Ribelle». A una settimana dall’arresto, due funzionari dell’Ufficio speciale di polizia – dipendenti di quello stesso Luca Ostèria – avevano bussato alla porta dell’abitazione di Bianchi per procedere a una perquisizione: gli inquirenti speravano di trovare in casa sua ulteriori prove d’accusa, ma erano riusciti a sequestrare solo volantini della Fuci. Bianchi e Olivelli, tenuti rigorosamente separati l’uno dall’altro per più di venti giorni, avevano scovato ugualmente un modo per comunicare. A dimostrazione dei contatti intercorsi tra i due amici, c’era il primo messaggio, fatto recapitare da Bianchi alla propria famiglia, che portava sul retro uno scritto di Olivelli. Non solo: Bianchi era riuscito addirittura a incontrare “[Agostino] Gracchi” in una situazione del tutto eccezionale: “Ho potuto perfino fare una scappatina nella cella di Gracchi [Olivelli] (è stato arrestato insieme a me) e abbiamo fatto una chiacchierata molto utile: vi saluta tanto anche lui, dice che i suoi non sanno ancora niente, di non avvertirli però per evitar loro il dolore, se mai venissero a cercarlo da voi preparate suo padre
con bei modi e ditegli tutto. La sua posizione non è grave per ora, e spero se la cavi con poco” <657. Il 9 giugno i due prigionieri sarebbero stati condotti nel campo di Fossoli, da dove Bianchi non avrebbe mai più fatto ritorno e Olivelli sarebbe stato deportato prima a Bolzano, poi a Hersbruck, per morire in quel campo di concentramento tedesco il 17 gennaio del 1945.
Anche il gruppo del Cln di Lecco e quello della missione americana dell’Oss sarebbero caduti nel mese di maggio nella rete dei nazifascisti e portati il 9 giugno a Fossoli, insieme ad alcuni membri dell’organizzazione Reseaux Rex e ai militari del Vai detenuti a San Vittore.
Una “domenica mattina” <658, a Maggianico, nell’abitazione di Giulio Alonzi, si era presentato da solo Antonio Colombo, uno dei suoi collaboratori lecchesi (insieme a Franco Minonzio, impiegato presso la ditta Badoni, e Luigi Frigerio, detto “Signur” <659, meglio conosciuto come il “Cristo” <660). Colombo aveva avvertito Alonzi che due russi, ex prigionieri, lo aspettavano in casa di gente amica, al Garabuso, sopra Acquate. Inforcate le biciclette, Colombo e Alonzi erano giunti a villa Ongania, di proprietà delle sorelle Villa (Caterina, detta “Rina”, Angela, Erminia e Carlotta), dove avevano trovato, “in compagnia del Frigerio” <661, i due russi. Erano così venuti a sapere da questi della
disponibilità, manifestata da una cinquantina di loro connazionali impiegati alla Todt a Milano, a far parte di una formazione partigiana e a “trasportare a Lecco un certo quantitativo di esplosivo e di bombe a mano” <662. Si erano infine congedati dai russi in attesa di prendere una decisione a riguardo. A loro parere, gli ex prigionieri in questione avrebbero dovuto raggiungere la città auspicabilmente “a scaglioni di sei per volta per ragioni di opportunità” <663. Pensando che il capo naturale della costituenda formazione non potesse che essere Voislav Zaric <664, un sottufficiale serbo, ex-prigioniero delle truppe italiane, a capo di un piccolo raggruppamento di dieci uomini, prevalentemente serbi e croati, attivo nell’alta Valle Brembana e in Val Taleggio, Alonzi si era fatto combinare con lui un appuntamento da Mario Colombo, il sarto antifascista di Zogno, che faceva per quella zona “da trait d’union del Comitato” <665. Zaric era rimasto entusiasta all’idea di poter ingrossare le fila della sua formazione onde “fare qualche azione nella valle” <666. Di qui la programmazione di una riunione da tenersi in casa Villa per il successivo 12 maggio, allo scopo di “concretare le modalità per mettere in salvo gli ex prigionieri” <667. All’incontro sarebbero stati presenti anche i tre paracadutisti della missione radio clandestina americana, lanciati dall’Oss in Val Brembana alcune settimane prima: Emanuele Carioni, Piero Briacca, e l’italo-americano Louis Biagioni. Questi ultimi, però, assistettero “casualmente alla riunione perché erano solo ospiti dalle Villa, tanto che non avrebbero preso parte “alle […] trattative e agli accordi” <668. Louis Biagioni, newyorkese di nascita, era stato formato in America, “a Sioux Falls S. Dakota” <669, come radiotelegrafista. Spinto dal “desiderio di curiosità e dell’avventura”, aveva accettato sin dal 1942 di entrare nell’Oss, “senza sapere precisamente quali scopi e lavori” ne sarebbero derivati “per una tale appartenenza” <670. Sbarcato a Palermo, dopo due settimane di addestramento alla radio trasmittente e ricevente, era stato trasferito a Brindisi, dove era rimasto per quattro mesi, fino alla partenza per l’Italia del Nord, avvenuta ai primi di aprile 1944. Emanuele Carioni, suo compagno di missione, era un ragazzo di soli ventidue anni, alto e biondo, nativo di Misano di Gera d’Adda. Egli aveva frequentato il corso allievi ufficiali di complemento a Nocera e ne era uscito con il grado di sottotenente. Chiamato alle armi, il 27 febbraio 1941 aveva prestato servizio presso il 24° Reggimento artiglieria Piacenza. Inviato poi in forza del 184° Reggimento di artiglieria “Nembo” in Albania, aveva avuto modo di verificare lì la politica sconsiderata del fascismo. Era stato proprio in Francia, in Jugoslavia, in Grecia, in Russia che, a fronte delle efferatezze perpetrate dal regime nazifascista, molti soldati italiani avevano conosciuto la guerra partigiana. Già nel giugno 1942, scrivendo una lettera alla sorella Ersilia dal fronte jugoslavo, Emanuele si esprimeva in questo modo: “da un momento all’altro noi potremo dover guardare a questa bandiera che sventola come al simbolo di un nemico. Tutto ciò non mi sgomenta e con calma penso alla casa, alla Patria lontana. Ti dico questo non per drammatizzare le cose, ma perché tu sappia quale sarà la mia linea di condotta nel caso che tali eventi dovessero succedere” <671.
[…] I guai per i protagonisti della vicenda erano ormai “maturati”. I russi si sarebbero in breve rivelati spie, con il conseguente collasso dell’intera rete clandestina che aveva avuto base a villa Ongania. Il 17 maggio sera erano a casa delle Villa, oltre a Emanuele e Louis, “undici partigiani” che poi sarebbero risultati nazifascisti. “Tra questi c’erano spie della SS tedesca”, avrebbe ricordato Caterina Villa in una memoria depositata oggi presso l’archivio dell’Anpi di Lecco: “Mirko e Boris e Resmini, quest’ultimo spia italiana al servizio dei tedeschi al comando SS di Bergamo” <688. E così, mentre il giovedì 18 mattina Mirko aveva accompagnato Emanuele Carioni per Milano e lì lo aveva fatto arrestare con Maria Prestini, contestualmente Sandro Turba, presentatosi in casa di Colombo, lo aveva avvertito che presso le donne erano sopraggiunti “alcuni individui da convogliare verso la montagna […] accompagnati dal Boris” <689. Giunto sul posto, Antonio non aveva però trovato la persona indicata, ma un triestino del tutto sconosciuto. Non sapendo come regolarsi, era tornato indietro, pregando le sorelle di ricontattarlo all’arrivo del russo. Di sera, ricevuta la telefonata, era così tornato in casa delle Villa dove il Boris <690, in compagnia di Mirko, gli aveva comunicato l’arrivo a Lecco di un camion con armi e munizioni diretto in Val Taleggio. I due russi, mentre si accingevano, insieme a Colombo, a recarsi in città, si erano qualificati di fronte all’uomo come agenti della polizia tedesca e lo avevano fatto arrestare. All’alba del 19 tedeschi delle SS, guidati dai due russi, dopo aver iniziato una sparatoria, avevano poi preso nella rete l’americano Louis, e le sorelle Rina, Erminia e Carlotta. Si erano salvati Angela, che era a Barzio, e Pietro Briacca, mentre era rimasta piantonata ad Acquate l’anziana madre delle Villa la quale, malata,
era stata costretta a lasciare l’abitazione <691. Ha raccontato Alonzi poi circa la conseguente cattura di Voislav Zaric e di Candida Offredi: “Avvenne che una sera Antonio fu chiamato al Garabuso e arrivato al Caleotto, lo arrestarono. Poi i tedeschi arrestarono le tre sorelle Villa Ongania e si insediarono nella loro casa. Arrivò Zaric e la partigiana di collegamento, Candida [Offredi]. Presi anche loro. Antonio riuscì a farmi sapere che dovevo filare subito. […] Tutti finirono a Fossoli. Zaric e le donne furono poi mandati in un lager. Zaric passò per il Cellulare e in una cella del Quinto raggio aveva graffito il suo nome sui muri, più e più volte. In quella cella finii anch’io più tardi e i graffiti mi ricordarono tante cose” <692. Boris e Mirko, che avevano condotto le SS tedesche al Garabuso, si erano insediati in casa delle donne in attesa dell’arrivo di Zaric e della Offredi, sua accompagnatrice; solo Alonzi si sarebbe salvato, avvertito all’ultimo momento da Colombo. Emanuele Carioni, entrando il 19 maggio nel portone della Casa circondariale, con sua grande sorpresa, si era trovato così davanti l’amico Louis, ivi tradotto dalle guardie. Emanuele “era un po’ pallido come eravamo tutti noi presi in quella retata” – avrebbe ricordato Biagioni -, a causa del pensiero “della sorte che ci aspettava. Ci demmo uno sguardo di incoraggiamento, ma non si poté parlare” <693.
[NOTE]
655 Una lotta nel suo corso: così Ragghianti aveva suggerito di intitolare la raccolta di saggi pubblicati da Neri Pozza Editore nel 1954.
656 “Il dottor Jannello sarebbe poi liberato il 10 giugno, giorno successivo all’invio del gruppo de «Il Ribelle» al campo di Fossoli. Il suo tradimento era stato premiato con la libertà. La lettera scritta da Jannello il 28 maggio con la confessione del suo atto di viltà non è reperibile. Il suo contenuto però trova conferma nell’intervista rilasciata dalla prof. Nina Kaucisvili il 25 gennaio 1995: “[…]. Secondo la Kaucisvili, Jannello appena uscito dal carcere, verso la fine di giugno, si recò a una riunione della Fuci, raccontò tutto chiedendo perdono e giustificandosi dicendo che non si era reso conto della gravità di ciò che aveva fatto. Don Ghetti in seguito invitò tutti a evitarlo perché lo riteneva un elemento pericoloso per l’organizzazione”. C. Bianchi, Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana, Milano, Morcelliana 1998, pp. 125-6.
657 C. Bianchi, Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana, cit., p. 130.
658 G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, p. 78.
659 ibidem.
660 Insmli, Verbale di Interrogatorio di Louis Biagioni e di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
661 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2. Si veda anche G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, p. 78.
662 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
663 ibidem.
664 Voilsav Zaric era stato catturato a Lubiana nel 1941 dalle truppe italiane, inviato a Gorizia, in Sardegna e poi nel campo per prigionieri di guerra della Grumellina (n.62) a Bergamo da dove era evaso il 10 settembre con altri slavi sulle montagne vicine.
665 Rapporto del Fiduciario Tausch messo insieme nella cella di Zaric Voislav, in copia. Archivio privato famiglia Carioni.
666 Insmli, Verbale di interrogatorio di Carioni Emanuele, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
667 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
668 Verbale di interrogatorio di Zaric Voislav. Archivio privato famiglia Carioni.
669 Insmli, Verbale di Interrogatorio di Louis Biagioni, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
670 ibidem.
671 Lettera di Emanuele a Ersilia, 7 giugno 1942. Archivio privato famiglia Carioni.
688 Archivio Anpi Lecco, Memoria di Caterina Villa.
689 Insmli, Verbale di interrogatorio di Carioni Emanuele, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
690 Era Boris un ragazzo di 24 anni, “piccolo, naso dritto, capelli bruni, occhi chiari”, mentre il suo compagno, Mirco, di 30, detto “il biondino”, “piccolo, biondo, occhi chiari, naso normale”. Rapporto del Fiduciario Tausch messo insieme nella cella di Zaric Voislav, Archivio privato famiglia Carioni.
91 Archivio Anpi Lecco, Memoria di Caterina Villa.
692 G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, pp. 79.
693 Lettera di Emanuele a Ersilia, 7 giugno 1942, Archivio privato famiglia Carioni.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

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Notizie importanti ce le dà Radio Bari

Con l’avvenuto riconoscimento della delegazione ciellenistica di Lugano Mc Caffery aveva così perentoriamente chiesto a Pizzoni l’esautorazione di A.G. Damiani e la nomina di un suo sostituto per la parte militare. Per la persona da destinare a tale incarico l’inglese aveva fatto esplicitamente il nome di Stucchi, conosciuto in occasione della recente missione. Discussa la questione in sede di Clnai, in assenza di Parri, i delegati dei partiti si erano accordati per interpellare “Federici” tramite Giorgio Marzola, “Olivieri”. D’altra parte, sulla nomina di Stucchi si erano pronunciate positivamente varie forze politiche, che l’avevano usata come mezzo per indebolire i comunisti e per riservare ai socialisti, nel dopoguerra, un ruolo di mediatori. L’allontanamento di Stucchi era poi consigliato anche da ragioni di prudenza: egli era stato in contatto con molti degli arrestati di via Andreani e di via Borgonuovo, ma soprattutto con Galileo Vercesi, espondente per i democristiani del Cm. Egli era di fatto schedato, se è vero che Antonio Gambacorti Passerini, già all’inizio dell’anno [1944], da San Vittore, dov’era recluso, aveva fatto pervenire alla moglie Nina un biglietto clandestino diretto all’amico: “Di’ a Gibi di andarsene subito” <636. Stucchi sarebbe venuto a sapere solo dopo la fine della guerra che, durante gli interrogatori, la polizia carceraria chiedeva ai detenuti se lo conoscevano. Fu così che, passate le consegne a Guido Mosna, suo sostituto nel Cmai, e abbandonata la “grigia e travagliata vita di Milano” <637, egli sarebbe partito il 23 aprile alla volta della Svizzera.
Dai nuovi colpi inferti alla Resistenza alla costituzione del Cvl
Nel frattempo, al di là dell’affaire Damiani, che sarebbe durato più di un mese, la situazione politica del Paese era giunta a un punto di svolta. Ivanoe Bonomi, presidente del Cln centrale, dimessosi il precedente 24 marzo 1944 a causa di contrasti sorti tra i partiti di sinistra e quelli di destra, il 7 aprile aveva annotato sul suo Diario: “Quel voto [del Congresso di Bari, nda] aveva avuto un effetto notevole. Aveva collocato Badoglio in un cul di sacco. Egli non poteva fare un vero e proprio Gabinetto politico per il rifiuto dei partiti antifascisti a parteciparvi. Non poteva né avanzare, né ritirarsi. In tale situazione è giunto miracolosamente da plaghe lontane un cavaliere portentoso, un Lohengrin redivivo, che si è accostato a Badoglio e lo ha tratto in salvo. Il cavaliere è venuto dalla Russia ed è Palmiro Togliatti (alias Ercoli) […] Il pensiero di Togliatti è semplice, rettilineo, convincente […] La mossa di Togliatti ha avuto effetti risolutivi. Se i comunisti vanno con Badoglio, come possono restare in disparte i liberali di Croce, i democristiani di Rodinò e così, via via, tutti gli altri?” <638
Il 27 marzo, infatti, quasi contestualmente, il leader del Pci, Palmiro Togliatti, nome di battaglia “Ercoli”, partito dalla Russia e transitato per Il Cairo e per Algeri, era giunto in Italia dove aveva dato, con la famosa “svolta di Salerno”, un nuovo indirizzo all’atteggiamento del suo partito verso il governo Badoglio e la monarchia. Togliatti aveva proposto la più ampia collaborazione di tutte le forze politiche, compreso il re, la cui sorte sarebbe stata discussa alla fine del conflitto. Alla costituzione di un nuovo governo democratico di guerra e di unità nazionale, il Pci aveva posto tre condizioni: la prima, che non si rompesse l’unità delle forze democratiche e liberali antifasciste, ma che, anzi, questa unità si estendesse e si rafforzasse; la seconda, che al popolo italiano venisse garantita, nel modo più solenne, a liberazione avvenuta, un’Assemblea nazionale costituente; la terza, che il nuovo governo democratico si formasse sulla base di un preciso programma di guerra per lo schiacciamento degli invasori e per la liquidazione del fascismo. Con estremo realismo Togliatti aveva parlato davanti ai militanti comunisti della Federazione di Napoli: “A queste condizioni siamo disposti a ignorare tutti gli altri problemi o a rinviarli; sulla base di queste condizioni ci sembra che possa essere realizzata la più ampia unità di forze nazionali per la guerra […] <639. Queste indicazioni, legate al riconoscimento del nuovo governo da parte della Russia, avevano spiazzato del tutto i partiti ciellenistici. L’8 aprile Bonomi riportava tra i suoi appunti le “doglianze e le critiche” provocate dalla svolta nel mondo politico, paragonandole a quelle che avevano “formato la sostanza dei dibattiti” <640 e che lo avevano costretto, due settimane prima, a dare le dimissioni dal Comitato di Liberazione. Annotava: “Se durante quei dibattiti io avessi proposto ciò che Togliatti ha fatto accettare […] io sarei stato cacciato dal mio posto. Proprio vero che in politica i fatti sono quelli che si incaricano di far giustizia delle passioni del momento” <641.
L’area degli antifascisti cattolici aveva accolto invece le proposte di “Ercoli” in modo positivo. Aveva scritto il giornalista Carlo Trabucco alla data dell’11 aprile: “Notizie importanti ce le dà Radio Bari. Infatti le dichiarazioni dell’esponente massimo del Comunismo in Italia, Palmiro Togliatti, sono di una liberalità che perfino sconcerta. Togliatti ci porge un piatto sul quale si trova in bella mostra la completa libertà di culto e il rispetto della Religione Cattolica. Pare di sognare. Perché 25 anni or sono il comunismo italiano e il padre suo, il socialismo, non hanno formulato la stessa proposizione? Perché negavano patria ed esercito, religione e morale? Non sarebbe nato il fascismo e la vita italiana avrebbe avuto altro corso. Perché il comunismo italiano acquistasse il buon senso di cui dà prova oggi per bocca di Togliatti, ci sono voluti 20 anni di tirannia e questo spaventoso bagno di sangue. Ma se tutto è bene quel che finisce bene, noi vogliamo prendere in parola Togliatti e aspettarlo a suo tempo al traguardo delle realizzazioni pratiche” <642.
Le proposte, invece, erano state guardate come un inaccettabile voltafaccia dagli azionisti, rimasti da tempo amareggiati e delusi dalle manovre di Badoglio, tendenti a soffocare l’opinione pubblica antifascista e a far rimanere il re su quel trono che egli stesso aveva disonorato. Scriveva in una lettera clandestina Parri ad Alberto Damiani, “Tito”, e ad Adolfo Tino, “Vesuvio”, il 16 aprile: “dopo tanto lavoro nostro e specie di Tito, la situazione sia pol. sia mil. del Nord Italia è totalmente ignorata, come dimostra anche il colpo di scena Ercoli” <643. Per rimarcare con maggiore incisività le proprie posizioni, il PdA pubblicava il 18 sul suo organo di stampa «Italia Libera» un articolo intitolato Esordio pericoloso, in cui venivano messi in luce alcuni errori che avevano turbato l’entusiasmo e la fede nella lotta: “Le deficienti impostazioni politiche nell’Italia meridionale, rese evidenti dal Congresso di Bari, le mene del governo Badoglio, le oscillazioni di qualche altro partito di Roma, il discorso di Churchill, rude e aspro e ingiusto per la democrazia, le sottigliezze politiche dell’Unione Sovietica, hanno dato agli avvenimenti un corso assai diverso da quello che il Paese aveva il diritto di attendersi. L’iniziativa Togliatti, se avesse tenuto conto di tutti i più complessi e delicati fattori politici in gioco, avrebbe potuto ancora salvare la situazione e preservare le ragioni e l’avvenire della democrazia” <644.
[NOTE]
636 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 266.
637 ivi, p. 309.
638 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno (2 giugno 1943-10 giugno 1940),, Garzanti, Milano 1947, pp. 175-6.
639 P. Togliatti, Il discorso, in A. Capurso (a cura di), I discorsi che hanno cambiato l’Italia. Da Garibaldi e Cavour a Berlusconi e Veltroni, Mondadori, Milano 2008, pp. 170-1.
640 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno…, cit., p. 178.
641 ibidem.
642 Carlo Trabucco, La prigionia di Roma. Diario dei 268 giorni dell’occupazione tedesca, Borla, Torino 1954, p. 218.
643 Insmli, Maurizio a Tito e Vesuvio, 16/IV ’44, fondo Damiani, b. 1, f. 3.
644 Insmli, Esordio pericoloso, in «Italia Libera», 18/4/1944, in fondo Damiani, b. 1, f. 7.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

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Gli amici della Resistenza lecchese erano smarriti

*

Sull’esperienza di Erna e dei Resinelli si è, ancora, espresso in questi termini Giulio Alonzi: “Quando la sera dell’attacco a Erna tornai a Lecco da Milano, vidi la valle che porta al Pizzo punteggiata di falò, da Costa a Campo de’ Boj e più in alto. Intuii quello che era avvenuto. I tedeschi avevano bruciato quanto avevano potuto: l’inverno batteva alle porte e togliere di mezzo rifugi e baite era buona regola di guerra. Molte delle baite bruciate lassù e altrove sono ancora come le lasciarono le fiamme. Gli amici della Resistenza lecchese erano smarriti e non solo. L’esperienza dei Resinelli e di Erna aveva confermato la validità delle vedute di quanti pensavano all’azione mobile dei partigiani: da quella di sabotaggio a quella di disturbo, fino agli attacchi in forze dove possibile, ma sempre col presupposto del disimpegno per evitare perdite gravi, che non erano facilmente colmabili. La mobilità sarebbe servita anche a disorientare il nemico, ingannandolo circa l’entità delle forze partigiane le quali, a dir vero, erano minori di quanto appariva. Fatti d’arme avvenuti in altri settori dell’Italia settentrionale davano nuovo credito a questa impostazione della guerra partigiana, almeno nelle prospettive immediate. Occorreva perciò adeguarsi alla reale situazione, così che all’entusiasmo dei primi giorni […] succedesse la ponderazione e l’organizzazione” <234.
I dissidi e le incomprensioni che furono all’origine della sconfitta avrebbero dato luogo a un durissimo contenzioso tra Parri e Citterio. Per riportare la pace tra azionisti e comunisti si era tenuta una riunione nell’Ufficio di Carlo De Filippi, in via Andrea Doria (n.7): da una parte si erano trovati schierati Alfredo Pizzoni e Ferruccio Parri, dall’altra, a difesa del collega, Girolamo Li Causi e Giuseppe Dozza.
Poco dopo, un’altra occasione di contrasto tra i due partiti sarebbe insorta a margine delle manovre militari partigiane svoltesi sul monte San Martino, sopra Varese. Il gruppo era comandato dal colonnello Carlo Croce, nome di battaglia “Giustizia”. Questi, ex comandante di distaccamento del 3° bersaglieri a Porto Valtravaglia, già l’8 settembre, radunati i suoi soldati, aveva comunicato loro che non intendeva in alcun modo coprirsi di fango e di vergogna. Datosi alla macchia, aveva scelto come caposaldo il vicino monte San Martino, dove lo avevano raggiunto un centinaio di partigiani del gruppo “Cinque Giornate”, tra i quali il varesino Antonio De Bortoli. Croce, “dotato dell’armamento individuale, nonché di dieci mitragliatrici pesanti Breda con alcune migliaia di colpi, l’equivalente di un’ora di fuoco all’incirca” <235, aveva al suo comando un insieme di uomini “numeroso e consistente” <236. Il monte era dotato di un sistema di fortificazioni permanenti, in parte risalenti all’epoca della Prima guerra mondiale. Intenzione del colonnello era dunque quella di utilizzare le antiche opere per fare del posto una base inespugnabile. A curare con lui la preparazione dei gruppi combattenti nella zona ci sarebbe stato, fino al 9 novembre – data dell’arresto -, l’ingegner Luigi Ronza, direttore della società di pubblici servizi Varesina Gas. Parri era molto preoccupato che questa seconda posizione potesse essere conquistata, non potendo i partigiani della zona sostenere un eventuale attacco in forze di truppe nemiche, dotate per di più di armi moderne. A suo giudizio, infatti, il caposaldo del San Martino, in caso di un eventuale
accerchiamento, sarebbe stato difficilmente difendibile. Avrebbe commentato Stucchi: “Poldo [Gasparotto] era a notizia del come la pensava Parri, e tuttavia, conoscendone da vecchia data il temperamento generoso e impulsivo, non dubitavo che avrebbe profuso tutte le sue energie in aiuto a ‘quelli del San Martino’. Discutemmo sull’argomento e alla fine cedetti alla richiesta di intervenire a una riunione di ‘azionisti’ impegnati a sostenere l’impresa in atto” <237.
Sul problema era stata infatti indetta una riunione ad hoc dal PdA alla quale era stato invitato a partecipare anche il socialista Stucchi: “Il gran daffare di quell’incrociarsi e accavallarsi di proposte, di pareri, di domande e risposte tendeva ad assegnare all’uno o all’altro dei presenti i vari compiti del rinvenimento delle armi, della raccolta del materiale e di denaro, della ricerca di automezzi e del carburante, dell’organizzazione del trasporto dei materiali a destinazione. Ricordo di aver sentito parlare, ad esempio, di rivoltelle offerte da ufficiali in congedo, di sacchi di riso già a disposizione, della difficoltà di reperire scatolette di carne, del progetto di un colpo di mano nei magazzini della ex Intendenza militare, e via discorrendo. Già ero meravigliato del fatto di essere passato del tutto inosservato al momento del mio ingresso. Ora mi trovavo ad assistere, quasi incredulo, alla gioiosa e spavalda sicumera con cui quella gioventù elegante e disinvolta, evidentemente o ignara o sprezzante delle dure e pazienti regole della cospirazione clandestina, era lì convenuta nell’atteggiamento di chi partecipa a un lieto simposio all’insegna del buon umore” <238.
La riunione organizzata per discutere la gestione dei gruppi acquartierati sul San Martino si era svolta in un appartamento sito al quarto piano “di uno degli imponenti edifici dell’era napoleonica che fronteggiavano il largo viale alberato di Piazza Castello” <239. Poldo, entrando nello stabile, aveva preceduto l’amico “Gibì” e, fatto cenno al portiere, aveva proseguito il cammino salendo per le scale: “è dei nostri” <240, gli aveva detto. Alla riunione Stucchi aveva appreso come erano arrivati i rinforzi a Croce e come gli azionisti si stavano premunendo per dare manforte al Colonnello. Occorreva procedere di corsa al rinvenimento delle armi, alla raccolta del denaro, alla ricerca degli automezzi e del carburante, al trasporto di materiale <241. Spaventato dalle scarse misure di sicurezza adottate dagli organizzatori della riunione, Stucchi se l’era però data a gambe e aveva aspettato Poldo in strada. Sceso questo, lo aveva assalito verbalmente e “caricato di improperi”: “- Ma come puoi non renderti conto che in questo modo presto o tardi finirete tutti in galera? Poldo sorrise: – Cosa vuoi farci? È la guerra! – esclamò allargando le braccia. -No- Ribattei – è un suicidio” <242.
[NOTE]
234 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 61.
235 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 205.
236 ibidem.
237 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 206.
238 ivi, pp. 206-7.
239 ivi, p. 206.
240 ibidem.
241 ibidem.
242 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, pp. 207-8.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

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Partigiani sulle Grigne a settembre 1943

I Piani d’Erna visti dal monte Resegone. Fonte: Wikipedia

Per quanto riguarda Erna, abbiamo la testimonianza di Giulio Alonzi, l’amico di Parri, il quale, dalla “domenica successiva all’occupazione di Milano” <198, era sfollato a Maggianico-Lecco – “via Martelli (n.7)” <199 -, alle spalle del Resegone e di fronte alle Grigne. Poiché egli aveva avuto notizia che nella zona di Campo de’ Boj gravitavano taluni nuclei partigiani, aveva voluto sincerarsi della loro presenza recandosi personalmente in loco. Alonzi si era potuto così accertare del fatto che sul vicino Pizzo d’Erna e ai Pian dei Resinelli si erano effettivamente raccolte diverse centinaia di uomini, saliti sui monti al solo scopo di combattere. Tra di loro figuravano anche gruppi di prigionieri di guerra alleati – “inglesi per lo più, con qualche francese, dei serbi, dei bosniaci e alcuni russi” <200 -, i quali, evasi dai campi di detenzione fascisti, nutrivano la speranza di riparare in Svizzera. E, tuttavia, giunto a destinazione, ne avrebbe riportato un’impressione “quasi desolante”: “Ci arrivai solo, senza che nessuno mi fermasse. Vidi armati e prigionieri, confusi insieme, sentii un gran chiacchierare, mi apparve un gran far niente. Mi accompagnarono al comando. Era installato in una graziosa villetta e guardato da una sentinella. Mi annunziarono e il comandante uscì: era Corrado de Vita, molto impacciato, che incaricò un ex miliziano di Spagna di istruirmi sulla situazione. Poi mi pregò di tacere sulla sua presenza lassù e si eclissò. C’era poco da istruirsi: in quelle condizioni nessuna possibilità d’azione” <201.
Anche il colonnello Carlo Basile, bloccato l’8 settembre a Merano, “al comando del 102° reggimento Alpini, complementare della Divisione Tridentina” <202, a seguito dell’avvenuta occupazione tedesca dell’Italia indossati gli abiti civili, aveva raggiunto i Pian dei Resinelli. Qui, tra lo stupore, aveva sorpreso “una ventina di ‘ribelli’, uomini e donne, intenti a giocare a bocce” <203. Indignato per il comportamento poco “militare” degli aspiranti combattenti, aveva subito fatto ritorno a Milano, dove si era incontrato con l’avvocato Giustino Arpesani, membro del neocostituito Cln per il Pli, e con altri esponenti di partito <204. Anche Basile, come l’Alonzi, non aveva mancato di giudicare
inappropriato e pericoloso l’entusiasmo iniziale, garibaldino e improvvisatore, di quelle giovani reclute che, inesperte e per di più insofferenti di guida e di disciplina, erano ritenute insomma poco affidabili. Non a caso molte di loro, fatta esperienza del clima di confusione che regnava nel campo, dopo un breve periodo di tirocinio, non avevano esitato a tornarsene a casa, senza neppure sentire l’esigenza di avvertire i compagni.
Un quadro abbastanza dettagliato della situazione caotica che regnava in Erna ci è offerto anche da Vera Ciceri, prima donna partigiana arrivata in zona, la quale avrebbe scritto: “[…] subito dall’inizio […] ci scontrammo con i militari che facevano parte del Cln di Lecco. A sentir loro dovevamo dare alla formazione un carattere militare, che prendesse gli ordini dal loro Comando. Noi sostenevamo che la nostra era una formazione partigiana, non militare: tutta un’altra cosa. I militari non volevano azioni a Lecco e dintorni; non volevano il commissario politico. Noi non volevamo chiamare la formazione Pisacane, volevamo essere una delle formazioni Garibaldi. Figuriamoci loro! C’è stata una prima riunione coi pesci grossi dei militari su in Erna, poi una seconda in città, s’è avuta una discussione animata. Nino [Gaetano Invernizzi, nda] non ha ceduto: ‘No! Qua formiamo le nostre formazioni partigiane. Se non siete d’accordo faremo per conto nostro’” <205.
Avvertita l’entità del problema, il Cln di Lecco aveva deciso così di affidare la guida del Comitato militare locale al colonnello Umberto Morandi. Questi, ufficiale degli Alpini, nonché “fratello di un caduto nella Prima grande guerra” <206, era solito tenere le sue riunioni – “con [Pino] Marni, Giulio Alonzi e [Alberto] Prampolini, un ufficiale che faceva parte del battaglione ‘Vestone’ nella campagna di Russia” <207 e che “aveva lavorato in precedenza per l’ufficio informazioni dell’Esercito” <208 – in casa dell’amico Antonio Colombo, in via Digione <209. Il 20 settembre [1943] <210 Morandi, nome di battaglia “Lario”, nella sua qualità di comandante, aveva pensato bene di emanare una circolare, nella quale erano contenute delle direttive che avrebbero potuto essere “dettate da un ufficio di Stato Maggiore a un esercito regolare impegnato al fronte” <211. Egli, rivolgendosi “agli ufficiali e ai gregari”, era infatti intenzionato a organizzare i vari settori operativi, compreso quello di Erna, secondo una modalità “prettamente militare” <212, da cui avrebbe dovuto “esulare ogni idea politica” <213.
All’interno del locale Cln, queste sue scelte furono però subito contestate dai comunisti che, restii per indole e per ideologia ad accettare una mentalità da caserma, rivendicavano, al contrario, il diritto di porre quella zona sotto il loro esclusivo controllo. Nel campo, del resto, erano già impegnati soprattutto loro uomini, tra cui “Carenini, che funge[va] da comandante, De Vita e Abele Saba, dei gruppi clandestini milanesi, e Gaetano Invernizzi, il sindacalista di Calolzio” <214.
E tuttavia, al di là dei contrasti, il gruppo ivi operante – definito “del dissenso” in ragione della sua refrattarietà alla disciplina -, continuava a mantenere stetti legami con il Cln di Milano, da cui provenivano alcuni componenti appartenenti al 3° Gap della città. A indicare Bernardo Carenini come nuovo capo era stato il dirigente operaio Gaetano Invernizzi – meglio conosciuto nell’ambiente come “Bonfiglio” <215 – che fungeva in quella banda partigiana da commissario politico. Il gruppo, che operava nell’area tra il Resegone e l’alta Val Brembana, era in stretto contatto con gli uomini raccolti intorno al comunista bergamasco Ettore Tulli. E, tuttavia, i motivi di contrasto all’interno del Cln di Lecco erano stati tali che l’Alonzi, il quale si era adoperato non poco a svolgere un’opera moderatrice nei confronti dei gruppi di sbandati che propendevano per la causa comunista, si era recato a Milano per riferirne all’amico Parri. Questi, da parte sua, lo aveva indirizzato a Poldo Gasparotto, che l’Alonzi avrebbe rivisto allora per la seconda volta dopo i fatti del 25 luglio: “Lo ritrovai ottimista, direi entusiasta. Conosciutone il recapito, andai da lui e parlammo di Erna: ne era appena tornato, aveva portato lassù del denaro e progettava la costituzione di un campo trincerato, con il Resegone alle spalle e gli strapiombi su Lecco e sulla Valsassina a difesa. Vi avevano già impiantato una linea telefonica che arrivava al passo del Fô” <216.
A conferma del progetto, ci sono anche le parole di “un tal Capretti” ricordate da Antonio Fussi: “Ma porca miseria ma Poldo cosa fa, sta organizzando anche le trincee, sulla Grigna, e vuole fare i collegamenti telefonici…” <217. Poldo Gasparotto, da esperto alpinista, aveva scavato la roccia – come tante altre volte aveva fatto – per installare in essa i cavi telefonici <218. Sapeva benissimo che un tale lavoro sarebbe stato utile per una guerra di trincea, non di movimento. Eppure egli sosteneva che quel collegamento avrebbe potuto rendere il passaggio di informazioni più rapido e agevole per i suoi “giovani amici” <219 ivi raggruppatisi. Giunto in Erna, Poldo vi aveva poi portato le prime
50000 lire messe a disposizione dal Comitato militare milanese <220.
Avrebbe affermato Gaetano Invernizzi: “La visita dei rappresentanti del Cln milanese, che ci lasciarono 50000 lire, ci permise d’acquistare alcune mucche. Un colpo effettuato su un ospedale di Calolziocorte che l’indomani doveva essere occupato dai tedeschi, ci consentì di procurarci zucchero, olio, formaggio, marmellata e coperte di lana. Man mano che l’organizzazione della formazione procedeva, squadre di partigiani effettuarono alcune operazioni fra cui la cattura di un posto di segnalazione antiaerea che consentì di fare cinque prigionieri e rientrare in formazione con un mulo carico di vettovaglie e armi. Un gruppo liquidò in pieno centro città uno dei capi repubblichini lecchesi. Un altro gruppo ebbe durante una ricognizione uno scontro a fuoco con una pattuglia di carabinieri al servizio dei repubblichini nel corso della quale i carabinieri ebbero un morto e i partigiani un ferito. Ma mentre ci preparavamo ad azioni di più largo raggio i tedeschi preparavano l’attacco alla nostra formazione con una divisione austriaca composta da tremila cacciatori delle Alpi” <221
[NOTE]
198 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 59.
199 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
200 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 59.
201 ivi, p. 60.
202 F. Lanfranchi, L’inquisizione nera (banditismo fascista), Nibbio, Cremona 1945, p. 227.
203 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 280.
204 ivi, p. 281.
205 F. Alasia, Gaetano Invernizzi, dirigente operaio, Vangelista, Milano 1976, p. 100.
206 U. Morandi, Azioni partigiane e rastrellamenti nazifascisti dal settembre ’43 all’aprile ’45 nel territorio lecchese, Grafiche Stefanoni, Lecco 1981, p. 12.
207 S. Puccio, Una resistenza, Nuova Europa, Milano 1965, p. 44.
208 Archivio Anpi Lecco, Registrazione – dott. G. Alonzi, f. 2.
209 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 44.
210 Il territorio di Lecco fu sottoposto al comando di Umberto Morandi dal 20 settembre 1943 al 12 gennaio 1945, data del suo arresto. U. Morandi, Azioni partigiane e rastrellamenti nazifascisti dal settembre ’43 all’aprile ’45 nel territorio lecchese, cit., p. 13.
211 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 46.
212 ibidem.
213 Col. U. Morandi (Lario), Costituzione formazioni partigiane nel lecchese, 20 settembre 1943, documento conservato tra quelli di U. Morandi nella Biblioteca civica di Lecco, si veda U. Morandi, Azioni partigiane e rastrellamenti nazifascisti dal settembre ’43
all’aprile ’45 nel territorio lecchese, cit., p. 119 ss.
214 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 47.
215 U. Morandi, Azioni partigiane e rastrellamenti nazifascisti dal settembre ’43 all’aprile ’45 nel territorio lecchese, cit., p. 83.
216 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 60.
217 P. Gasparotto, Intervista con Fussi. Archivio privato famiglia Gasparotto.
218 ibidem. I cavi collegavano telefonicamente i piani di Erna con la postazione di Ballabio. Si veda G. Fontana, La banda Carlo Pisacane, NodoLibri, Como 2010, pp. 31-2.
219 Ha sostenuto F. Parri, Il Cln e la guerra partigiana, in D. Bidussa, C. Greppi (a cura di), Ferruccio Parri. Come farla finita con il fascismo, Editori Laterza, Bari-Roma 2019, p. 105: “giovani amici di Leopoldo Gasparotto si raggrupparono al Pian dei Resinelli sotto le Grigne”.
220 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 47.
221 Appunti autobiografici citati in F. Alasia, Gaetano Invernizzi dirigente operaio, cit., pp. 101-2.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

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