Visto che oggi è il World Read Aloud Day, la Giornata Mondiale della Lettura ad Alta Voce (https://www.litworld.org/world-read-aloud-day) ne approfitto per proporvi una brevissima lettura.

Si tratta della presentazione dei personaggi del romanzo Mensaleri di Wu Ming 2, pubblicato da Einaudi. La presentazione dei personaggi mi è piaciuta molto e, secondo me, il romanzo è all'altezza della presentazione ( eh sì, questo toot è quasi un consiglio di lettura)

Qui la copertina del libro con la presentazione dei personaggi: https://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2025/08/COP_Wu_Ming_2_Mensaleri_GRANDE-2.pdf

E qui un'intervista di Loredana Lipperini a Wu Ming 2: https://podcasts.apple.com/it/podcast/wu-ming-2-mensaleri/id1770521697?i=1000745058413

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L'ardua vita nei frantumatori di carbone, inferni generazionali della Pennsylvania del Novecento - Il blog di Jacopo Ranieri

L’idea che la più duratura battaglia del pianeta sia stata combattuta tra uomo e natura è una preziosa semplificazione che ci offre l’opportunità di far passare i dettagli in secondo piano. Poiché nella visione nettamente giustapposta, tra il Caos e l’ordine, l’erratica deriva ed il rigido regime della cognizione di causa, non c’è alcuno spazio ... Leggi tutto

Il blog di Jacopo Ranieri

Centinaia di robot assemblano smartphone nell'oscurità totale mentre milioni di operai guardano i loro posti di lavoro svanire. In Cina (ma non solo lí, le "dark factories" producono un dispositivo ogni tre secondi senza intervento umano, trasformando la manifattura in una danza silenziosa di macchine che non dormono mai.

https://www.futuroprossimo.it/2025/08/dark-factories-le-fabbriche-fantasma-producono-gia-da-sole-senza-luci-ne-operai/

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Nel Cub gli studenti hanno una posizione non più subordinata, ma di partecipazione in prima persona

Tra il 1966 ed il 1967 la congiuntura economica è superata ma l’accettazione dei sacrifici imposti al mondo del lavoro aveva solo rinviato problemi e difficoltà che proprio allora sarebbero riemersi con forza. Riprende così un ciclo di lotte che ha al suo interno due caratteristiche fondamentali: da una parte, le sigle sindacali promuovono i cosiddetti scioperi per le riforme, e cioè rivendicazioni che insistono particolarmente sulla necessità che le imprese si impegnino ad effettuare investimenti sociali (casa, servizi sociali, trasporti urbani, ospedali, miglioramenti dei luoghi di lavoro); dall’altra, all’interno di una parte del mondo operaio, si afferma una tendenza che cerca di superare la funzione mediatrice del sindacato aprendo così una fase in cui la lotta per l’inclusione all’interno della modernizzazione viene cercata possibilmente attraverso lo strumento dell’autonomia; ed è su questa base, infatti, che il movimento studentesco cerca un contatto.
In particolare, l’esperienza dell’autonomia operaia si concretizza a Milano. A seguito di numerosi ma inconcludenti scioperi prevalentemente mossi dalla richiesta di abolizione delle gabbie salariali, alcuni operai – tra i quali vi sono anche iscritti a Pci e sindacati – della Pirelli (Bicocca), il più grande stabilimento italiano di lavorazione della gomma, decidono di dare vita ad una struttura organizzativa autonoma, costruita su base di classe e pensata per portare avanti un’azione di massa in vista del potere operaio: si tratta del Comitario unitario di base (Cub). Ora, i fondatori del Cub Pirelli di Milano sembrano dare concretezza alle proposte avanzate dagli studenti attraverso un rifiuto delle rappresentanza tradizionale ed un’apertura totale verso il movimento studentesco: “Nel Cub gli studenti hanno una posizione non più subordinata, ma di partecipazione in prima persona al lavoro operaio, che è lavoro politico, e in quanto tale non ammette divisioni di categorie. […] Un corretto rapporto dentro il comitato di fabbrica esige quindi una responsabilità equiparata, che vuol dire elaborazione e scelta collettiva della tattica, degli strumenti e dei tempi di lotta. Per arrivarci, all’interno del Cub sono decisamente respinti: a) l’operaismo, che attraverso il mito dell’“operaio in quanto tale”, condiziona lo studente in una prudente posizione di inferiorità e ne limita l’intervento e l’azione; b) l’autonomia tra Ms [Movimento studentesco] e movimento operaio, formula portata avanti dal Pci e dalla Cgil per conservare l’“egemonia” sulla classe operaia ed evitare che l’unità studenti-operai all’interno di un organismo possa scavalcarli” <185.
Il rifiuto della rappresentanza sindacale era legato al fatto che il sindacato non avrebbe potuto realisticamente rappresentare gli interessi dei lavoratori perché «integrato» all’interno del sistema. Così come per buona parte degli studenti, il Pci perdeva la sua forza di rappresentanza perché partito di opposizione parlamentare, allo stesso modo il sindacato, come organo di mediazione, finiva per non rappresentare fino in fondo gli interessi degli operai, rendendo l’autorappresentanza l’unica soluzione: “Il sindacato gestice il contratto e propone la lotta sempre per arrivare a delle contrattazioni e dopo che c’è stato un avvio di trattative. Il sindacato di fatto è nella logica del sistema capitalistico, perché tende a stringere ed esaurire la combattività operaia tra l’avvio e la conclusione delle trattative. Il Cub non ha cercato né lo scontro né l’incontro con il sindacato poiché si pone su un altro piano: l’impostazione politica dei problemi e la conduzione politica della lotta, di fatto, superano la gestione puramente sindacale” <186.
Strutture di questo genere iniziano progressivamente a formarsi in altre aree urbane, al Nord (Pavia, Trento, Porto Marghera) e al Centro (Bologna, Pisa, Firenze, Roma) e minimamente al Sud (Napoli), ma ciò che è più importante è che esse danno luogo a forme di protesta che marginalizzano il protagonismo dei sindacati attraverso nuove modalità di sciopero – a gatto selvaggio, in cui sezioni diverse della catena di montaggio si fermano a tempi alterni, a scacchiera, in cui gruppi di lavoratori si astengono in momenti diversi dal lavoro, a singhiozzo, in cui l’astensione è cronologicamente limitata – le quali danno concretamente la sensazione della possibilità di una rivolta dagli esiti incerti ma difficilmente gestibile.
Autorappresentanza, unità tra studenti ed operai, autonomia da partiti e sindacati, lotta in vista della presa del potere: l’immagine che emergeva dai documenti degli studenti e degli operai nonché i servizi che la televisione era solita trasmettere circa lo stato di agitazione nelle università e nelle fabbriche potevano realisticamente restituire l’idea di una società a rischio di rivoluzione.
A questo punto, però, le ricostruzioni storiografiche tendono in buona parte a descrivere l’evoluzione successiva della storia del Sessantotto particolarizzando lo scontro iniziato. Questo avviene attraverso due constatazioni. La prima riguarda la considerazione che, nonostante l’insistenza sull’autonomia e sulla possibilità della rivoluzione, le elezioni del 19 maggio segnano una lieve crescita dei consensi al Pci – il quale passa dal 25,2% al 26,9% <187. La seconda attiene il fatto che le corrispondenze e le complementarità che si possono notare sulla base dei documenti citati, in sostanza, l’ipotesi rivoluzionaria nella forma di una sinergia tra studenti ed operai, non riesce a reificarsi in nessuna struttura permanente, accettabilmente funzionante e capace di drenare consenso. Si può infatti notare come, ad esempio, alla fase di apogeo del Sessantotto, cronologicamente compresa tra marzo e giugno, venga fatto immediatamente seguire il suo tramonto nell’autunno dello stesso anno, quando il movimento non riesce a stabilizzarsi e l’attivismo si sposta prevalentemente all’interno delle fabbriche o si struttura in organizzazioni rivoluzionarie minoritarie. Il Convegno nazionale del movimento studentesco che si tiene a Venezia tra il 2 e il 6 settembre suggella la crisi di crescita iniziata nella primavera precedente e rappresenta l’ultima occasione in cui si discute a partire da un’appartenenza collettiva e di movimento <188.
Il problema ermeneutico che si pone davanti ad un’interpretazione del genere è valutare se il criterio scelto della mancata stabilizzazione sia effettivamente il più adeguato a giustificare la fine di questo evento e, dunque, l’inizio di un’altra storia. A noi sembra, invece, che vi sia un limite evidente a questa impostazione, un limite che rischia di specificare inopportunamente la storia del Sessantotto che, legata così alla visibilità del conflitto sociale nel mondo operaio ed universitario, compromette l’equilibrio complessivo della ricostruzione storica. Raccogliendo quanto abbiamo osservato nel capitolo precedente, infatti, si nota come a partire dall’anno 1968 soggetti diversi di una società si mettano indiscutibilmente in movimento in uno scenario tale da rendere la protesta studentesca ed operaia solo la parte più visibile di una «militanza civile» più larga. In altri termini, le questioni che si pongono attengono alla capacità di comprendere cosa sia il Sessantotto e, conseguentemente, quando il 1968 diventi il Sessantotto.
[NOTE]
184 Viale, Il 68, cit., pp. 56-57.
185 Lotta alla Pirelli, a cura di Cub Pirelli di Milano, in «Quindici», 1969, 16, citato in Balestrini – Moroni, L’orda d’oro 1968-1977, cit., p. 290.
186 Lotta alla Pirelli, a cura di Cub Pirelli di Milano, in «Quindici», 1969, 16, citato in ivi, p. 294.
187 ASE, Ministero dell’Interno.
188 Bobbio, Lotta continua, cit., p. 4; Viale, Il 68, cit., p. 69.
Andrea Bertini, Una sola moltitudine. Rivoluzione e modernizzazione alle origini del Sessantotto, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2013-2014

Nelle lotte si diffonde l’uso dell’assemblea “per imporre ad un sindacato ormai disponibile una gestione di base della vertenza, ed in particolare il proseguimento degli scioperi durante le trattative e forme di agitazione più incisive” <46, elementi che saranno generalizzati dal sindacato durante la tornata contrattuale dell’autunno 1969. Le battaglie che più di altre conferiscono al movimento una spinta innovativa, restano quelle portate avanti in tre casi: alla Pirelli di Milano, alla Candy di Monza ed alla FIAT di Torino, dove si sperimentano nuovi obiettivi rivendicativi e nuove forme di lotta. Alla Pirelli, che da sola monopolizza il settore italiano della gomma, dopo un criticato accordo stipulato nel febbraio 1968, ripartono diverse fermate spontanee contro l’aumento dei ritmi e per la rivalutazione del cottimo. Parallelamente, in estate, alcuni giovani attivisti sindacali dissidenti danno vita ad un organismo autonomo, il Comitato Unitario di Base (CUB) Pirelli che spinge alla mobilitazione di reparto ed accusa di burocratismo i sindacati <47. A settembre la CGIL, nonostante accetti e promuova le fermate di reparto (contrariamente alla CISL e alla UIL), ne lascia l’iniziativa all’azione diretta degli operai, che giungono, per reazione ad alcune serrate parziali, a bloccare spontaneamente l’intera fabbrica, il 1° ottobre, ed a ripetere l’iniziativa solo una settimana dopo. Le assemblee di fabbrica in dicembre decidono per lo sciopero del rendimento, che, oltre ad introdurre una forma di lotta innovativa, punta alla riduzione permanente del ritmo di lavoro. La vertenza termina con un accordo sindacale, molto
contestato, che prevede l’aumento del guadagno di cottimo, la comunicazione dei tempi parziali e l’istituzione dei comitati di cottimo. Pur non incidendo sulla riduzione dei ritmi, quello della Pirelli è uno dei primi accordi che istituisce una qualche forma di delegato sindacale decentrato (in questo caso adibito al controllo del sistema di cottimo). La fine della vertenza non pacifica la situazione in fabbrica, tanto da costringere la CGIL ad aprire nel luglio del 1969 una nuova vertenza aziendale.
[NOTE]
46 Reyneri, op.cit., p.859
47 I CUB, come altri organismi operai autonomi, nascono da nuclei di lavoratori delusi dalla linea e dalla gestione sindacale della lotta. Essi stringono rapporti molto forti con gruppi di studenti e militanti delle formazioni della sinistra extra-parlamentare, assumendo una forte connotazione politica. La formazione politica che assimila al suo interno i CUB, spingendo per la loro costituzione in altre fabbriche, sopratutto lombarde, è Avanguardia Operaia, nata nel dicembre 1968.
Lorenzo Alba, Il “punto di flesso”. Lotte operaie e contrattazione dal 1968 al 1973, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Firenze, Anno Accademico 2009-2010

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Una attenta analisi rivela come l’industria italiana abbia giovato molto allo sforzo economico tedesco

Con l’occupazione del nord Italia i tedeschi entravano in possesso di una vasta quantità di impianti industriali. L’aggiunta non è da considerarsi di poco conto: nel 1939 la percentuale tedesca sul prodotto industriale mondiale era del 10.7% e quella italiana del 2.7%. Nonostante il totale alleato contasse nel 1943 il 70% del prodotto industriale mondiale l’aumento di circa un quarto della capacità produttiva era un fattore non trascurabile. (Harrison 10-11)
L’8 settembre è la data anche di un altro importante avvenimento. Albert Speer riesce finalmente a prevalere sul piano politico e ad accentrare tutta la produzione bellica tedesca nelle mani del suo ministero, sarà dunque lui ad occuparsi in prima persona della riorganizzazione economica italiana. La decisione di Speer fu quella di incorporare la rete di produzione italiana in quella del Grossraum. Kesselring si oppose ritenendo che le industrie italiane avrebbero dovuto rifornire esclusivamente il teatro italiano, ma i numeri sulla carta apparivano troppo abbondanti in quanto non tenevano conto della reale capacità di un apparato male organizzato, di una rete ferroviaria seriamente danneggiata e la mancanza di materiali. Le ferrovie in particolare erano particolarmente vulnerabili essendo i collegamenti sostenuti da numerosi ponti, gallerie e una rete non particolarmente fitta che si concentrava in località come Bologna e Torino.
Gli alleati tuttavia non si resero conto di questa intrinseca debolezza e proseguirono fino al 1944 inoltrato con attacchi sporadici al sistema logistico italiano.
I tedeschi scoprirono con loro grande sconcerto che i dati industriali erano stati manipolati da grandi firme come la FIAT per permettere la costituzione di stock di materiali. Leyers suppone che gli imprenditori vedendo il rapido decorso della guerra fossero intenzionati a riprendere il più presto possibile le loro attività una volta arrivata la pace.
I tedeschi cominciarono le requisizioni che dal 15 settembre fino al 31 ottobre fruttarono loro 4.800 macchine da officina, 70.000 tonnellate di materiali grezzi o semilavorati e 100.000 pneumatici che andarono ad alleviare la grave scarsità di gomma nel Reich.
Lo sfruttamento riguardò anche la manodopera. A Norimberga Speer testimoniò di aver impiegato dai 400.000 ai 600.000 soldati italiani prigionieri trattati a condizioni paragonabili a quelle degli ostarbeiter russi. La mortalità nei campi sarà molto alta, circa 40.000 saranno i lavoratori che non ce la faranno. L’importanza di questa manodopera è testimoniata dalle impressionanti cifre riguardo l’economia tedesca. Ulrich Herbert le cui cifre saranno poi riprese da Tooze, Overy, Harrison e Zamagni contava che il 46% dell’agricoltura e circa un terzo dei comparti metallurgici, chimici e edili fossero stranieri ai lavori forzati.
In Italia la produzione continuava nelle principali firme anche se a ritmo ridotto a causa dei numerosi sequestri e dell’imposizione sugli operai di misure restrittive alquanto gravose, soprattutto per ciò che riguardava l’alimentazione.
Nel dicembre 1943 scoppiarono scioperi a catena in tutte le città del nord a partire dallo stabilimento di Mirafiori a Torino. Circa 50.000 tra uomini e donne disertarono il lavoro. I lavoratori protestavano contro i bassi salari e la minaccia della fame. Le razioni in effetti erano tra le più basse in Europa. Per il pane ai tedeschi spettavano 286g al giorno, ai francesi 275, ai norvegesi 260, ai belgi 224, ai croati 214 e agli italiani 150. Per la carne era anche peggio in quanto le requisizioni erano andate avanti fino a quel momento riducendo le razioni ad un terzo di quelle tedesche e croate per un totale di 100g al giorno. Per i grassi la riduzione era stata più marcata a causa dell’invasione del sud Italia e la diminuzione di produzione di olio di oliva nell’ordine dell’80%.
La reazione delle forze di sicurezza tedesche fu di totale repressione. Ribbentrop autorizzò la deportazione di tutti gli scioperanti e l’esecuzione dei loro leader come riconosciuti comunisti. La dura reazione aumentò di molto le file della Resistenza: per sfuggire alla deportazione in molti si dettero alla macchia.
Il CLN organizzò un nuovo sciopero per il febbraio 1944 che tuttavia ebbe solo parziale successo in quanto le durissime misure repressive avevano instillato il terrore in molti operai che si recarono comunque al lavoro. La reazione contro questo nuovo sciopero fu più accomodante in quanto la deportazione di così tanti lavoratori specializzati avrebbe solamente ingrossato le file partigiane e arrestato per lunghissimi periodi la produzione in molti stabilimenti.
In aprile le razioni alimentari vennero nuovamente tagliate. Le manifestazioni e le resistenze aumentarono facendo declinare la produttività totale.
Nonostante il declino produttivo lo sfruttamento tedesco rese molto bene, dall’occupazione fino al luglio 44 senza contare le requisizioni, il totale di merci prodotte è stato stimato in 1.989.100.000 marchi. Di queste solamente il 55% riguarderà articoli direttamente collegati con lo forzo bellico lasciando il 45% a beni di consumo.
Una attenta analisi rivela come l’industria italiana abbia giovato molto allo sforzo economico tedesco. Nonostante gli scioperi, la scarsità di materiali e gli attacchi dei partigiani, il prodotto industriale destinato alla Germania era di molto superiore a quello che le truppe nel sud richiedevano per mantenere il fronte.
Il successo dello sfruttamento tuttavia dipendeva molto dai collegamenti ferroviari in rapido deterioramento ovunque nel Reich. Dopo la primavera del 1944 la generale scarsità di carbone e la massima priorità data ai convogli militari sul poco materiale rotabile rimasto in Italia paralizzò l’attività economica causando una rapida diminuzione della produttività che perdurò fino alla liberazione.(Boelke 676)
Simone Giannotti, L’economia di guerra dell’Asse in Europa, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, 2013

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Le BR si affermarono sulla scena proprio alla Pirelli, a Milano

Per conoscere la genesi delle Brigate Rosse «è indispensabile rivolgere alla facoltà di sociologia di Trento, dove crebbero politicamente e si imposero come quadri dirigenti Margherita Cagol e Renato Curcio, una particolare attenzione. Non solo perché il carattere di questa città può spiegare l’origine della cosiddetta componente cattolica delle BR (troppe volte ricordata, e spesso a sproposito), ma soprattutto perché il Movimento studentesco di Trento per le sue correlazioni con le lotte analoghe in altri paesi europei e per il suo carattere fortemente anticipatorio, rimane esemplare per tutto il movimento studentesco italiano» (Soccorso Rosso 1976, p. 26).
Le lotte studentesche del ’68 «producono come primo effetto il diffondersi in fabbrica di nuove forme di lotta, violente e illegali» (Soccorso Rosso 1976, p. 35). A partire dal ’69, si assiste alla nascita di numerosi gruppi, partiti o collettivi che si pongono il problema dell’organizzazione. Uno di questi è il Collettivo Politico Metropolitano (CPM) nato a Milano e formato dal CUB Pirelli, dai gruppi di studio di Sit-Siemens e IBM, da alcuni collettivi di lavoratori-studenti, da gruppi di lavoratori provenienti dall’Alfa Romeo, dalla Marelli, da militanti del Movimento studentesco e, infine, da militanti senza un organizzazione di riferimento (Soccorso Rosso 1976).
È proprio il CPM che costituirà il nucleo iniziale da cui, attraverso varie trasformazioni, nasceranno e si svilupperanno le Brigate Rosse. L’obiettivo del CPM è l’abbattimento violento del sistema; la rivoluzione. Secondo il Collettivo, il processo rivoluzionario si presenta come «globale, politico e “culturale” insieme» <6 e il terreno della lotta è «essenzialmente urbano». Nel documento si legge: «la città è oggi il cuore del sistema, il centro organizzatore dello sfruttamento economico-politico, la vetrina in cui viene esposto “il punto più alto”, il modello che dovrebbe motivare l’integrazione proletaria. Ma è anche il punto più debole del sistema: dove le contraddizioni appaiono più acute, dove il caos organizzato che caratterizza la società tardo-capitalistica, appare più evidente. È qui, nel suo cuore, che il sistema va colpito. La città deve diventare per l’avversario, per gli uomini che esercitano oggi un potere sempre più ostile ed estraneo all’interesse delle masse, un terreno infido: ogni loro gesto può essere controllato, ogni arbitrio denunciato, ogni collusione tra potere economico e potere politico messa allo scoperto. Il sistema può opporre soltanto il peso della sua oppressione, dei suoi ricatti, della sua corruzione. Con queste armi nessun sistema è mai riuscito a sopravvivere» <7.
La storia della principale organizzazione politica clandestina italiana – scrivono Gian Carlo Caselli e Donatella Della Porta (1990) – «affonda le sue radici nel movimento degli studenti del 1968 e nell’autunno caldo del 1969» e ne ha influenzato la struttura, l’azione e le scelte strategiche. Le Brigate Rosse non nascono da subito come gruppo armato strutturato, ma lo diventano nel corso degli anni e in risposta all’intensificarsi dello scontro con lo stato e le forze dell’ordine. È per tale ragione che, in questa sede, la ricostruzione dei mutamenti e delle evoluzioni strutturali nonché delle strategie d’azione via via adottate, avverrà parallelamente all’analisi del percorso storico dell’organizzazione.
[NOTE]
6 “Il Collettivo”, n. unico, gennaio 1970, documenti del “Collettivo”, Lotta sociale e organizzazione nella metropoli
7 Ibidem
Santina Musolino, Donne e Violenza Politica: il caso delle Brigate Rosse in Italia, Tesi di dottorato, Università degli Studi “Roma Tre”, 2016

Nel novembre del 1969, in una riunione del collettivo a Chiavari, e successivamente con l’incontro a Costaferrata (frazione di Pecorile nei pressi di Reggio Emilia) nell’agosto 1970, si posero le basi per la creazione dell’organizzazione armata delle Brigate Rosse: più che una riunione con intenti programmatici, quello di Pecorile è una assemblea che pone in nuce il passaggio dalle spranghe, dei servizi d’ordine dei nuclei collettivi di fabbrica, alle armi da fuoco di un nucleo ben organizzato, capace di intervenire in varie città, lì dove lo scontro avesse richiesto una presenza dura. <9 Questi nuclei dovevano operare su un piano di semiclandestinità in alcune delle più importanti aziende milanesi come Pirelli, Siemens, Marelli ecc. <10 Si trattava di avanguardie armate in grado di coniugare la politica con la guerra rivoluzionaria, ovvero di preparare e sostenere una guerra politica e civile di lunga durata. <11 Donatella Della Porta sottolinea come le BR si affermarono sulla scena proprio alla Pirelli, a Milano, dove lotte operaie e studentesche agivano a più stretto contatto, sfociando spesso in episodi di violenza. <12 Sarebbe stato proprio questo uso della violenza, quindi, a indirizzare la futura attività delle BR.
La città di Milano giocò poi un ruolo fondamentale nella nascita delle BR, anche in quanto città simbolo del nuovo capitalismo alienante. In questa città, che Margherita Cagol paragonava a un “mostro feroce” <13 e Mario Moretti a un “orribile termitaio” <14, l’individuo, soprattutto se proveniente da diverse realtà italiane, si ritrovava completamente straniato e isolato, perdendo ogni suo punto di riferimento.
Il panorama della violenza terroristica in Italia fu dominato senz’altro dai gruppi di estrema sinistra, e in particolare dalle BR, che fecero la loro comparsa nel 1970 facendo esplodere dei bidoni di benzina contro il box del direttore della Sit Siemens. Precedenti all’azione delle BR furono però alcune organizzazioni di sinistra come il Gruppo XXII Ottobre, il primo gruppo armato genovese, fondato nel 1969 da alcuni militanti di formazione marxista leninista, e i Gruppi di azione partigiana di Feltrinelli (che comparirono nel 1970 e si presentarono come delle specie di avanguardie autonome rispetto ai movimenti di massa internazionali). C’erano poi i NAP (Nuclei Armati Proletari), separatisi da Lotta Continua quando questa rinunciò definitivamente al ricorso alla violenza, e Autop (Autonomia Operaia), un’organizzazione la cui mira era quella di guidare una globale sollevazione della classe operaia. <15
In questo periodo le azioni brigatiste non furono particolarmente violente, ma nel 1972 si giunse, con un’escalation di violenza che porterà dal sequestro e all’omicidio a un definitivo punto di rottura con movimenti sessantottini. Tale rottura coincise con il rapimento del dirigente Sit Siemens Macchiarini, e soprattutto con la decisione di entrare in clandestinità. Questa condizione di illegalità e di forzata segretezza portò i militanti delle Brigate Rosse a estraniarsi sempre più dalla realtà e a perdere ogni possibilità di dialogo e di confronto con quella classe che pretendevano di rappresentare. <16
La “missione” delle Brigate Rosse divenne sempre più un fatto quasi trascendentale, una sorta di vocazione che andava al di là dei singoli individui e dei singoli scontri sociali, e pertanto il fine cominciò tragicamente a giustificare i mezzi. <17 Da notare è però come, per un certo periodo, l’azione punitiva delle BR fu vista quasi con favore da grosse porzioni dell’opinione pubblica, e questo fatto non fece altro che render ancor più legittimo, agli occhi dei brigatisti, il nuovo ruolo che si proponevano di assumere. L’organizzazione brigatista era passata, infatti, a mostrare un volto del tutto differente rispetto agli inizi, spostandosi da una linea difensiva a una aggressivamente offensiva. Le BR non si limitavano più a una semplice reazione nei confronti dello Stato, ma miravano ora a sostituirsi a esso.
E’ l’inizio della lotta armata. E’ l’inizio della “violenza rivoluzionaria” cioè di quella pratica organizzata armata necessaria, sistematica e continua dello scontro di classe. <18 Cominciava l’attacco al cuore dello Stato che durerà oltre 10 anni. <19
“Il movimento operaio, che si sta sviluppando nelle grandi fabbriche, manifesta un bisogno tutto politico di potere: la lotta contro l’organizzazione del lavoro, il cottimo, i ritmi, i “capi”. Per questo si muove al di fuori delle strutture tradizionali del movimento operaio, come sono il PCI e i sindacati. Il bisogno di potere lo porterà inevitabilmente a uno scontro violento con le istituzioni, anche con il PCI e il sindacato. È indispensabile quindi formare una avanguardia interna a questo movimento che possa rappresentare e costruire questa prospettiva di potere. Ma questa avanguardia deve sapere unire la “politica” con la “guerra” perché lo Stato moderno, per affermare il suo potere, usa contemporaneamente la “politica” e la “guerra”. Diventa quindi inattuale e non proponibile la strategia leninista dell’insurrezione che presuppone una fase politica di agitazione e propaganda sostanzialmente pacifica, seguita poi dalla “spallata finale”, dell’“ora X”, cioè dalla fase propriamente militare. Occorre invece preparare la “guerra civile di lunga durata” in cui il “politico” è, da subito, strettamente unito al “militare”. È Milano, la grande metropoli, vetrina dell’impero, centro dei movimenti più maturi, la nostra giungla. Da lì e da ora bisogna partire” <20 Le parole di Renato Curcio evidenziano il pathos di quella visione intima e politica delle BR e la mission del brigatista come artefice di quella trasformazione radicale sociale, di rivolgimento dalle fondamenta che porterà gli uomini ad essere liberi da ogni forma di sofferenza e di infelicità, attraverso una serie di battaglie che si concretizzeranno in una continua lotta armata, in una rivoluzione sociale per costruire una società comunista. <21
A sottolineare questo natura apocalittica dell’azione delle BR sulla società sono le parole della brigatista Barbara Graglia, la quale afferma che la lotta portata avanti dai brigatisti trova giustificazione nel riscatto dell’umanità, in una rivoluzione gnostica che anela un mondo assolutamente perfetto privo di ingiustizie sociali tipiche di quella società borghese e capitalistica <22: “I problemi sono a monte, come si diceva in quegli anni, ed è a monte che bisogna risolverli, l’idea di lottare per una trasformazione della società è per me immediatamente idea di trasformazione radicale, di rivolgimento dalle fondamenta”. <23
Dagli interventi del convegno di Pecorile emergono tre anime: la prima, più movimentista, privilegia lo scontro di massa su larga scala, tutto interno al movimento e senza una guida organizzata; la seconda, sponsorizzata da Curcio, e che risulterà vincente, ipotizza un graduale passaggio alla resistenza armata a partire dalle fabbriche, attraverso nuclei ristretti ma sempre collegati con la massa e le realtà di base; la terza prevede un’ulteriore, immediata militarizzazione dei gruppi che prelude alla clandestinità, anche rompendo i rapporti col movimento. <24
Renato Curcio, Alberto Franceschini, Margherita Cagol, Mario Moretti, Mario Galesi, Nadia Desdemona Lioce, Barbara Graglia e molti altri furono l’anima di questa organizzazione animata da una feroce determinazione ideologica e da una azione politica violenta ed omicida che si basa su un processo socio-psicologico che spoglia la vittima della sua umanità e che trasforma il carnefice in un giustiziere collettivo e che vede nell’azione della lotta armata la liberazione della società schiava di dinamiche neocapitalistiche. Questa azione, oltre a dare alla violenza una dignità ermeneutica, conoscitiva, la legittima sul piano morale in quanto dà un senso a tutta una serie di sofferenze dell’individuo; perché la scelta della lotta armata diventa lo strumento di trasformazione sociale in un processo educativo, pedagogico dell’intolleranza del nemico. <25 Questo gruppo scelse la lotta armata pensando che il sacrificio di vite umane possa servire a salvarne molte altre, inscrivendo le ingiustizie della società ad un sistema che utilizza l’uso della lotta armata continua nella contrattazione politica, venendolo quasi “umanizzato”. La violenza, dunque assume un ruolo centrale da coincidere con la politica stessa.
[NOTE]
9 ORSINI A., Anatomia delle Brigate Rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario, Rubbettino, Catanzaro (Soveria Mannelli), 2010, n. 26 p.31.
10 CLEMENTI M., Storia delle brigate rosse, Odradek, Roma, 2007, p. 18 ss.
11 Ibidem
12 DELLA PORTA D., Il terrorismo di sinistra, cit. in ROBERT LUMLEY, Dal ’68 agli anni di piombo pag. 268
13 Lettera di Mara Cagol alla madre (cit. in ORSINI A., Anatomia delle Brigate Rosse, Rubettino, Catanzaro 2009, pag. 28.
14 MARIO MORETTI, Brigate rosse. Una storia italiana, cit. in ALESSANDRO ORSINI, Anatomia delle Brigate Rosse op. cit., p. 161.
15 CECI G. M., Il terrorismo italiano Carocci, Roma 2013, pp 145 147 e COLARIZI S., Storia politica della Repubblica. Partiti, movimenti e istituzioni. 1943-2006. Ed. Laterza, Roma Bari, 2007, pp. 210-213.
16 MANCONI L., Terroristi italiani. Le brigate rosse e la guerra totale 1970 2008 Rizzoli, Milano, 2008, p. 67.
17 ORSINI A., Anatomia delle Brigate Rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario, Rubbettino, Catanzaro (Soveria Mannelli), 2010, p.23 e ss.
18 ORSINI A., Anatomia delle Brigate Rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario op. cit., p.31 e ss.
19 FRITTOLI E., Agosto 1970: l’alba delle Brigate Rosse, Rivista settimanale, Panorama/lifestyle, Milano, 27 agosto 2015.
20 Lo scopo del Convegno appare chiaro fin dall’intervento introduttivo di Renato Curcio in CURCIO R., A viso aperto intervista di Mario Scialoja, Mondatori, Milano, 1993, p. 33 34.
21 ORSINI A., Anatomia delle Brigate Rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario Rubbettino, Catanzaro (Soveria Mannelli), 2010, p.14.
22 Ibidem p. 13.
23 Ibidem nota 18 p.14.
Camilla Ranieri, Cause che hanno determinato la sconfitta del terrorismo delle Brigate rosse, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2022-2023

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Visioni contrastanti: la storia della microauto che ignorava la distinzione tra dietro e davanti - Il blog di Jacopo Ranieri

Molte furono le figure di brillanti progettisti, con le loro intere aziende, che finirono a trovarsi in ristrettezza economica con il concludersi del secondo conflitto mondiale. Non i produttori di strumenti “utili” o “evoluti”, le armi da impiegare come deterrente verso l’inizio della seconda metà del secolo. Ma tutti coloro la cui stella, ormai priva ... Leggi tutto

Il blog di Jacopo Ranieri
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C’era un numero di partigiani limitato per un’area vasta come la Brianza

Un ambiente privilegiato per la diffusione dell’antifascismo è, quanto meno a Monza e nella bassa Brianza, la grande fabbrica fordista. Monza si trova a ridosso delle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni e di Milano (Breda, Falck, Innocenti, Magneti Marelli, Pirelli…). Tra le masse operaie delle grandi aziende milanesi “il partito comunista era penetrato in profondità, aveva fatto proselitismo e le teorie antifasciste associate a quelle di lotta di classe avevano preso piede. Queste idee venivano poi irradiate verso la provincia dagli operai brianzoli che vi lavoravano e dagli sfollati che dopo i tremendi bombardamenti dell’agosto 1943 su Milano si dirigevano sempre più numerosi verso la provincia” <26. La creazione di gruppi antifascisti che derivano dall’antifascismo delle fabbriche, dove erano già presenti cellule clandestine, si registrano ad Agrate Brianza, Cavenago Brianza, Lissone e Seregno <27. Nei paesi più lontani dal milanese e da Monza la struttura economica è caratterizzata da piccole aziende dove il PCI i partiti di sinistra non hanno ancora radicamento e, anche se la popolazione in larga parte è avversa al fascismo repubblicano e all’invasore tedesco, manca, specie nei primi mesi successivi all’armistizio, un’organizzazione antifascista strutturata, che tarderà a vedere la luce <28. Emerge quindi uno scenario duplice, cioè un contesto, quello della Bassa Brianza, influenzato dall’antifascismo diffuso tra il proletariato delle grandi fabbriche e il resto del circondario monzese, specie le aree più distanti da Milano, in cui, in particolare nei primi mesi della Resistenza, non è ancora presente un’organizzazione partigiana consolidata e l’elemento spontaneistico prevale.
In Brianza l’attività predominante consiste nell’assistenza logistica ai partigiani riparati sui monti e, specie nella prima fase resistenziale, non vi è una vera e propria lotta armata contro i nazifascisti <29.
I Gap (Gruppi d’azione patriottica), cioè i nuclei partigiani organizzati dal PCI per il combattimento in città, sono le uniche formazioni che nei primi mesi di occupazione tedesca svolgono attività di tipo terroristico per creare insicurezza tra i nazifascisti. In Brianza non sono presenti i Gap, ma si registrano alcune azioni armate di gappisti giunti da Milano <30. Il principale obiettivo dei Gap in territorio monzese è Luigi Gatti, squadrista di vecchia data, dirigente dell’UPI e maggiore della GNR presso la Villa Reale di Monza dove tortura gli oppositori arrestati. Il 20 ottobre 1943 due gappisti, operai milanesi, sparano al Gatti, che però risulta solo ferito. Subito dopo l’attentato la reazione fascista si concentra sui noti antifascisti locali, dieci dei quali vengono immediatamente arrestati e ne viene decretata la fucilazione per rappresaglia. Anche grazie al fatto che le ferite del Gatti non sono particolarmente gravi, hanno successo le pressioni del medico curante dottor Arrigoni e dell’Arciprete perché lo stesso Gatti si pronunci contro la rappresaglia: così avviene e la condanna a morte viene revocata <31.
I CLN
Un ruolo determinante nella guida della Resistenza italiana sono stati i Comitati di Liberazione Nazionale (Cln), cioè i comitati costituiti dai partiti antifascisti (DC, PCI, Pd’A, PLI, PSIUP). Già l’8 settembre il comitato romano assume tale nome. Il riferimento dei liberali nel comitato romano è “Alessandro Casati, appartenente ad un’antica famiglia nobiliare che risiedeva ad Arcore” <32, in Brianza. Il Cln di Milano si costituisce anch’esso nel corso del settembre 1943 e ha tra i suoi membri anche i monzesi Giovanbattista Stucchi (socialista) e Gianni Citterio (comunista). Nel gennaio 1944 il Cln di Milano è investito da quelli del settentrione del ruolo di organismo guida della ribellione nel nord-Italia. Il comitato romano, prevedendo una rapida liberazione della Capitale da parte degli Alleati, approva tale investitura: nasce così il Clnai (Comitato di liberazione nazionale alta Italia). A Monza, i rappresentanti del comitato sono coloro hanno fondato nel 1942 il già citato Fronte d’azione antifascista e, cioè, Fortunato Scali per i comunisti, Enrico Farè per i socialisti e Luigi Fossati per i democristiani <33. I primi Cln in territorio brianzolo scontano numerosi arresti e continue sostituzioni in quanto si trovano isolati tra di loro e le forze partigiane sono ancora scarse: occorrerà del tempo perché la struttura organizzativa del movimento partigiano si sviluppi nella Brianza monzese <34.
Un punto di svolta nella fase resistenziale sono stati i grandi scioperi operai del marzo 1944, che coinvolgono anche la Brianza. Il grande sciopero del marzo 1944, al contrario agli scioperi del 1943, non pone al centro le rivendicazioni economica, ma è, bensì, un’iniziativa politica del Partito comunista: l’obiettivo dello sciopero è quello di dare una prova di forza politica dell’opposizione al fascismo e all’occupazione tedesca <35.
“Il primo marzo scatta la contestazione in tutte le città del nord. Nel milanese, l’area di Sesto San Giovanni è determinante: la Breda, la Falck, la Magneti Marelli sono il fulcro dello sciopero e il punto di riferimento, naturalmente anche per la Brianza” <36. Lo sciopero riguarda anche il territorio brianzolo, soprattutto l’area di Monza, in cui si trovano importanti aziende industriali. Lo sciopero riguarda molte aziende monzesi, come la Hensemberger, la Singer, dove rientra rapidamente a causa della minaccia nazista, la Philips e la Sertum. Altre realtà industriali brianzole coinvolte sono la Bianchi di Desio e la Isotta Fraschini di Meda. Il secondo giorno di sciopero il Rapporto sullo sciopero generale del 1 marzo a Milano e provincia, redatto dal PCI, informa “che a Monza a causa della brutalità della reazione in alcuni stabilimenti il lavoro è stato ripreso” <37. Infatti, mentre a Milano e Sesto San Giovanni lo sciopero si protrae fino all’8 marzo, nel monzese lo sciopero non dura oltre i due giorni. Ad ogni modo la partecipazione allo sciopero non può dirsi negativa per una terra come la Brianza dove “gli scioperanti non potevano contare, al contrario di Sesto San Giovanni, sulla forza di enormi masse che lavorano nelle grandi fabbriche di città industriali; la repressione poteva avere buon gioco e gli agitatori potevano essere più facilmente individuati” <38. Agli scioperi seguono numerosi arresti e deportazioni nei lager tedeschi. Il PCI si rende conto che le squadre di difesa delle fabbriche, create su sua iniziativa a inizio 1944, non sono in grado di reggere l’onda d’urto della reazione nazifascista <39. Emerge quindi la necessità di un ripensamento organizzativo che porta alla nascita delle Sap.
Le SAP
Nell’estate del 1944 nascono le Sap (Squadre armate partigiane) per idea del comunista Italo Busetto <40. Le squadre delle Sap sono costituite nelle città da cinque uomini e, cioè, un caposquadra e quattro partigiani, mentre nei paesi il caposquadra, scelto nella figura più carismatica del gruppo, coordina tre gruppi composti da cinque uomini l’uno. Le squadre si raggruppano in distaccamenti idealmente di 45-50 uomini; cinque o sei distaccamenti costituiscono una brigata. Il partigiano delle Sap, al contrario dei Gappisti che vivono in clandestinità, se non è un renitente o un ricercato, vive nella legalità, svolgendo il proprio lavoro ed entrando in azione quando è chiamato a farlo <41.
Le Sap, pur essendo una formazione di emanazione del Partito Comunista, “assumono più un aspetto di milizia nazionale, contando nei propri ranghi elementi delle più disparate tendenze politiche” <42.
L’organizzazione delle Sap nella Brianza monzese si articola nell’estate del 1944 come segue <43 <44:
1° settore di Oggiono, poi rientrerà nella 104^ brigata Gianni Citterio. Comandante: Livio Cesana. Distaccamenti: Oggiono, Carate Brianza, Macherio, Biassono, Costamasnaga, Renate. Totale: 177 uomini.
2° settore di Monza, poi 150° brigata. Comandante: Moretto. Distaccamenti: Monza e Vedano al Lambro. Totale: 22 uomini.
3° settore di Vimercate. Comandante prima compagnia, che successivamente si dividerà tra 104° brigata Gianni Citterio e 103° brigata Sap Vincenzo Gabellini <45, Iginio Rota. Distaccamenti: Vimercate, Arcore, Bernareggio, Bellusco, Concorezzo, Cavenago. Totale: 140 uomini.
La seconda compagnia è dislocata a Trezzo d’Adda e dintorni. La terza compagnia (poi 105^ brigata Luigi Brambilla, è composta dai distaccamenti di Brugherio, Caponago, Agrate Brianza, Bussero, Cascine S. Ambrogio, Cernusco sul Naviglio, Carugate. Totale: 159 uomini.
Si costituisce anche una 3^ brigata Sap nella zona tra Saronno (Varese) e la Brianza monzese. Per quest’ultima area si registrano a Meda 40 sappisti attivi dai distaccamenti dell’Isotta Franchini, 12 dall’azienda F.A.C.E., oltre che 36 partigiani delle Sap a Cesano Maderno, 25 a Meda città, 5 a Paderno Dugnano, 150 nell’area compresa tra Bovisio, Varedo, Villaggio Snia, Seveso e Ceriano Laghetto <46.
A fine del 1944 le file delle Sap si ingrossano: si sono via via costituite nuove brigate che confluiranno nel Raggruppamento brigate Bassa Brianza. Tale raggruppamento, guidato dal comandante Eliseo Galliani e dal commissario politico Eugenio Mascetti, riunisce a sé la 119^ brigata Quintino Di Vona con distaccamenti a Nova Milanese, Muggiò, Lissone, Desio, Seregno, Carate Brianza, Paina, Arosio, Inverigo, Cinisello Balsamo, Cusano Milanino, Bresso e Cormano Brusuglio e la 185^ brigata Pietro Arienti con distaccamenti a Cesano Maderno, Bovisio, Seveso, Meda, Barlassina, Paderno Dugnano, Palazzolo, Senago e Limbiate. Rientrano nel raggruppamento anche i distaccamenti per la difesa interna delle industrie quali la Snia e Acna di Cesano Maderno, la Isotta Franchini di Meda e la Bianchi di Desio <47.
Contestualmente le Brigate Garibaldi sono riorganizzate anche nella parte orientale della Brianza, con il Raggruppamento brigate fiume Adda. Confluiscono in tale raggruppamento la 103^ brigata Vincenzo Gabellini con distaccamenti a Vimercate, Bernareggio, Cavenago, Mezzago e Trezzo d’Adda, la 104^ brigata Gianni Citterio e la 105^ brigata Luigi Brambilla con distaccamenti in Brianza a Caponago e Brugherio <48.
Le brigate garibaldine si sono quindi costituite anche in Brianza, sebbene, specie nei primi tempi, la struttura organizzativa sia ancora gracile e il numero dei partigiani limitato per un’area vasta come la Brianza, tanto che non di rado risultano difficili i collegamenti con le altre brigate e il comando. Nonostante le difficoltà, le Sap si rafforzano progressivamente cosicché anche la lotta contro i fascisti e i tedeschi ne trae beneficio in termini di aumento degli attacchi armati sia dal punto di vista quantitativo sia da quello qualitativo <49.
Nel corso del 1944, e in particolare durante l’estate, sono creati i Cln nel territorio brianzolo. Se in un primo momento esisteva solo il Cln di Monza, nel corso dell’estate un po’ in tutti i paesi si formano i Cln. Così facendo la Resistenza prende piede nella maggior parte dei comuni della Brianza. L’operatività e, soprattutto, l’attitudine alla lotta partigiana, dei Cln è però disomogenea: vi sono, ad esempio, alcuni Cln locali del tutto passivi, improntati più a frenare la ribellione invece che ad alimentarla. Alcuni problemi, legati all’inesperienza dei partigiani, alla presenza massiccia di forze nemiche nella zona o alla difficoltà dei collegamenti, pur migliorando nel tempo, permangono fino alla Liberazione. Tuttavia, l’aspetto più significativo che si può desumere dalle biografie dei componenti dei Cln locali è l’inedita partecipazione alla vita politica e sociale degli appartenenti di tutte le classi sociali <50 <51.
[NOTE]
26 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 52.
27 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 53.
28 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 54.
29 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 54.
30 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 54.
31 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 54.
32 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 55.
33 G. Bianchi, Dalla Resistenza. Uomini, eventi, idee della lotta di Liberazione in provincia di Milano, edizione della Provincia di Milano, Milano, 1975, pag. 27.
34 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 56.
35 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 60.
36 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 60.
37 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 60.
38 Annali della Fondazione Lelio e Lisli Basso, L’archivio Basso e l’organizzazione del partito (1943-1945), vol. 8, 1985, 1986, pag. 400, “Ditte con più di 500 dipendenti”.
39 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 97.
40 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 97.
41 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 97.
42 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 99.
43 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 100.
44 G. Bianchi, Dalla Resistenza. Uomini, eventi, idee della lotta di Liberazione in provincia di Milano, edizione della Provincia di Milano, Milano, 1975, pag. 30-31.
45 G. Bianchi, Dalla Resistenza. Uomini, eventi, idee della lotta di Liberazione in provincia di Milano, edizione della Provincia di Milano, Milano, 1975, pag. 33.
46 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 100.
47 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 137.
48 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 138.
49 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 100.
50 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 106.
51 G. Bianchi, Dalla Resistenza. Uomini, eventi, idee della lotta di Liberazione in provincia di Milano, edizione della Provincia di Milano, Milano, 1975, pag. 30.
Enrico Comini, La Corte di Assise Straordinaria di Monza. I processi per collaborazionismo a Monza (1945-1946), Tesi di laurea magistrale, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2022-2023

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