Una attenta analisi rivela come l’industria italiana abbia giovato molto allo sforzo economico tedesco

Con l’occupazione del nord Italia i tedeschi entravano in possesso di una vasta quantità di impianti industriali. L’aggiunta non è da considerarsi di poco conto: nel 1939 la percentuale tedesca sul prodotto industriale mondiale era del 10.7% e quella italiana del 2.7%. Nonostante il totale alleato contasse nel 1943 il 70% del prodotto industriale mondiale l’aumento di circa un quarto della capacità produttiva era un fattore non trascurabile. (Harrison 10-11)
L’8 settembre è la data anche di un altro importante avvenimento. Albert Speer riesce finalmente a prevalere sul piano politico e ad accentrare tutta la produzione bellica tedesca nelle mani del suo ministero, sarà dunque lui ad occuparsi in prima persona della riorganizzazione economica italiana. La decisione di Speer fu quella di incorporare la rete di produzione italiana in quella del Grossraum. Kesselring si oppose ritenendo che le industrie italiane avrebbero dovuto rifornire esclusivamente il teatro italiano, ma i numeri sulla carta apparivano troppo abbondanti in quanto non tenevano conto della reale capacità di un apparato male organizzato, di una rete ferroviaria seriamente danneggiata e la mancanza di materiali. Le ferrovie in particolare erano particolarmente vulnerabili essendo i collegamenti sostenuti da numerosi ponti, gallerie e una rete non particolarmente fitta che si concentrava in località come Bologna e Torino.
Gli alleati tuttavia non si resero conto di questa intrinseca debolezza e proseguirono fino al 1944 inoltrato con attacchi sporadici al sistema logistico italiano.
I tedeschi scoprirono con loro grande sconcerto che i dati industriali erano stati manipolati da grandi firme come la FIAT per permettere la costituzione di stock di materiali. Leyers suppone che gli imprenditori vedendo il rapido decorso della guerra fossero intenzionati a riprendere il più presto possibile le loro attività una volta arrivata la pace.
I tedeschi cominciarono le requisizioni che dal 15 settembre fino al 31 ottobre fruttarono loro 4.800 macchine da officina, 70.000 tonnellate di materiali grezzi o semilavorati e 100.000 pneumatici che andarono ad alleviare la grave scarsità di gomma nel Reich.
Lo sfruttamento riguardò anche la manodopera. A Norimberga Speer testimoniò di aver impiegato dai 400.000 ai 600.000 soldati italiani prigionieri trattati a condizioni paragonabili a quelle degli ostarbeiter russi. La mortalità nei campi sarà molto alta, circa 40.000 saranno i lavoratori che non ce la faranno. L’importanza di questa manodopera è testimoniata dalle impressionanti cifre riguardo l’economia tedesca. Ulrich Herbert le cui cifre saranno poi riprese da Tooze, Overy, Harrison e Zamagni contava che il 46% dell’agricoltura e circa un terzo dei comparti metallurgici, chimici e edili fossero stranieri ai lavori forzati.
In Italia la produzione continuava nelle principali firme anche se a ritmo ridotto a causa dei numerosi sequestri e dell’imposizione sugli operai di misure restrittive alquanto gravose, soprattutto per ciò che riguardava l’alimentazione.
Nel dicembre 1943 scoppiarono scioperi a catena in tutte le città del nord a partire dallo stabilimento di Mirafiori a Torino. Circa 50.000 tra uomini e donne disertarono il lavoro. I lavoratori protestavano contro i bassi salari e la minaccia della fame. Le razioni in effetti erano tra le più basse in Europa. Per il pane ai tedeschi spettavano 286g al giorno, ai francesi 275, ai norvegesi 260, ai belgi 224, ai croati 214 e agli italiani 150. Per la carne era anche peggio in quanto le requisizioni erano andate avanti fino a quel momento riducendo le razioni ad un terzo di quelle tedesche e croate per un totale di 100g al giorno. Per i grassi la riduzione era stata più marcata a causa dell’invasione del sud Italia e la diminuzione di produzione di olio di oliva nell’ordine dell’80%.
La reazione delle forze di sicurezza tedesche fu di totale repressione. Ribbentrop autorizzò la deportazione di tutti gli scioperanti e l’esecuzione dei loro leader come riconosciuti comunisti. La dura reazione aumentò di molto le file della Resistenza: per sfuggire alla deportazione in molti si dettero alla macchia.
Il CLN organizzò un nuovo sciopero per il febbraio 1944 che tuttavia ebbe solo parziale successo in quanto le durissime misure repressive avevano instillato il terrore in molti operai che si recarono comunque al lavoro. La reazione contro questo nuovo sciopero fu più accomodante in quanto la deportazione di così tanti lavoratori specializzati avrebbe solamente ingrossato le file partigiane e arrestato per lunghissimi periodi la produzione in molti stabilimenti.
In aprile le razioni alimentari vennero nuovamente tagliate. Le manifestazioni e le resistenze aumentarono facendo declinare la produttività totale.
Nonostante il declino produttivo lo sfruttamento tedesco rese molto bene, dall’occupazione fino al luglio 44 senza contare le requisizioni, il totale di merci prodotte è stato stimato in 1.989.100.000 marchi. Di queste solamente il 55% riguarderà articoli direttamente collegati con lo forzo bellico lasciando il 45% a beni di consumo.
Una attenta analisi rivela come l’industria italiana abbia giovato molto allo sforzo economico tedesco. Nonostante gli scioperi, la scarsità di materiali e gli attacchi dei partigiani, il prodotto industriale destinato alla Germania era di molto superiore a quello che le truppe nel sud richiedevano per mantenere il fronte.
Il successo dello sfruttamento tuttavia dipendeva molto dai collegamenti ferroviari in rapido deterioramento ovunque nel Reich. Dopo la primavera del 1944 la generale scarsità di carbone e la massima priorità data ai convogli militari sul poco materiale rotabile rimasto in Italia paralizzò l’attività economica causando una rapida diminuzione della produttività che perdurò fino alla liberazione.(Boelke 676)
Simone Giannotti, L’economia di guerra dell’Asse in Europa, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, 2013

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