Le BR si affermarono sulla scena proprio alla Pirelli, a Milano

Per conoscere la genesi delle Brigate Rosse «è indispensabile rivolgere alla facoltà di sociologia di Trento, dove crebbero politicamente e si imposero come quadri dirigenti Margherita Cagol e Renato Curcio, una particolare attenzione. Non solo perché il carattere di questa città può spiegare l’origine della cosiddetta componente cattolica delle BR (troppe volte ricordata, e spesso a sproposito), ma soprattutto perché il Movimento studentesco di Trento per le sue correlazioni con le lotte analoghe in altri paesi europei e per il suo carattere fortemente anticipatorio, rimane esemplare per tutto il movimento studentesco italiano» (Soccorso Rosso 1976, p. 26).
Le lotte studentesche del ’68 «producono come primo effetto il diffondersi in fabbrica di nuove forme di lotta, violente e illegali» (Soccorso Rosso 1976, p. 35). A partire dal ’69, si assiste alla nascita di numerosi gruppi, partiti o collettivi che si pongono il problema dell’organizzazione. Uno di questi è il Collettivo Politico Metropolitano (CPM) nato a Milano e formato dal CUB Pirelli, dai gruppi di studio di Sit-Siemens e IBM, da alcuni collettivi di lavoratori-studenti, da gruppi di lavoratori provenienti dall’Alfa Romeo, dalla Marelli, da militanti del Movimento studentesco e, infine, da militanti senza un organizzazione di riferimento (Soccorso Rosso 1976).
È proprio il CPM che costituirà il nucleo iniziale da cui, attraverso varie trasformazioni, nasceranno e si svilupperanno le Brigate Rosse. L’obiettivo del CPM è l’abbattimento violento del sistema; la rivoluzione. Secondo il Collettivo, il processo rivoluzionario si presenta come «globale, politico e “culturale” insieme» <6 e il terreno della lotta è «essenzialmente urbano». Nel documento si legge: «la città è oggi il cuore del sistema, il centro organizzatore dello sfruttamento economico-politico, la vetrina in cui viene esposto “il punto più alto”, il modello che dovrebbe motivare l’integrazione proletaria. Ma è anche il punto più debole del sistema: dove le contraddizioni appaiono più acute, dove il caos organizzato che caratterizza la società tardo-capitalistica, appare più evidente. È qui, nel suo cuore, che il sistema va colpito. La città deve diventare per l’avversario, per gli uomini che esercitano oggi un potere sempre più ostile ed estraneo all’interesse delle masse, un terreno infido: ogni loro gesto può essere controllato, ogni arbitrio denunciato, ogni collusione tra potere economico e potere politico messa allo scoperto. Il sistema può opporre soltanto il peso della sua oppressione, dei suoi ricatti, della sua corruzione. Con queste armi nessun sistema è mai riuscito a sopravvivere» <7.
La storia della principale organizzazione politica clandestina italiana – scrivono Gian Carlo Caselli e Donatella Della Porta (1990) – «affonda le sue radici nel movimento degli studenti del 1968 e nell’autunno caldo del 1969» e ne ha influenzato la struttura, l’azione e le scelte strategiche. Le Brigate Rosse non nascono da subito come gruppo armato strutturato, ma lo diventano nel corso degli anni e in risposta all’intensificarsi dello scontro con lo stato e le forze dell’ordine. È per tale ragione che, in questa sede, la ricostruzione dei mutamenti e delle evoluzioni strutturali nonché delle strategie d’azione via via adottate, avverrà parallelamente all’analisi del percorso storico dell’organizzazione.
[NOTE]
6 “Il Collettivo”, n. unico, gennaio 1970, documenti del “Collettivo”, Lotta sociale e organizzazione nella metropoli
7 Ibidem
Santina Musolino, Donne e Violenza Politica: il caso delle Brigate Rosse in Italia, Tesi di dottorato, Università degli Studi “Roma Tre”, 2016

Nel novembre del 1969, in una riunione del collettivo a Chiavari, e successivamente con l’incontro a Costaferrata (frazione di Pecorile nei pressi di Reggio Emilia) nell’agosto 1970, si posero le basi per la creazione dell’organizzazione armata delle Brigate Rosse: più che una riunione con intenti programmatici, quello di Pecorile è una assemblea che pone in nuce il passaggio dalle spranghe, dei servizi d’ordine dei nuclei collettivi di fabbrica, alle armi da fuoco di un nucleo ben organizzato, capace di intervenire in varie città, lì dove lo scontro avesse richiesto una presenza dura. <9 Questi nuclei dovevano operare su un piano di semiclandestinità in alcune delle più importanti aziende milanesi come Pirelli, Siemens, Marelli ecc. <10 Si trattava di avanguardie armate in grado di coniugare la politica con la guerra rivoluzionaria, ovvero di preparare e sostenere una guerra politica e civile di lunga durata. <11 Donatella Della Porta sottolinea come le BR si affermarono sulla scena proprio alla Pirelli, a Milano, dove lotte operaie e studentesche agivano a più stretto contatto, sfociando spesso in episodi di violenza. <12 Sarebbe stato proprio questo uso della violenza, quindi, a indirizzare la futura attività delle BR.
La città di Milano giocò poi un ruolo fondamentale nella nascita delle BR, anche in quanto città simbolo del nuovo capitalismo alienante. In questa città, che Margherita Cagol paragonava a un “mostro feroce” <13 e Mario Moretti a un “orribile termitaio” <14, l’individuo, soprattutto se proveniente da diverse realtà italiane, si ritrovava completamente straniato e isolato, perdendo ogni suo punto di riferimento.
Il panorama della violenza terroristica in Italia fu dominato senz’altro dai gruppi di estrema sinistra, e in particolare dalle BR, che fecero la loro comparsa nel 1970 facendo esplodere dei bidoni di benzina contro il box del direttore della Sit Siemens. Precedenti all’azione delle BR furono però alcune organizzazioni di sinistra come il Gruppo XXII Ottobre, il primo gruppo armato genovese, fondato nel 1969 da alcuni militanti di formazione marxista leninista, e i Gruppi di azione partigiana di Feltrinelli (che comparirono nel 1970 e si presentarono come delle specie di avanguardie autonome rispetto ai movimenti di massa internazionali). C’erano poi i NAP (Nuclei Armati Proletari), separatisi da Lotta Continua quando questa rinunciò definitivamente al ricorso alla violenza, e Autop (Autonomia Operaia), un’organizzazione la cui mira era quella di guidare una globale sollevazione della classe operaia. <15
In questo periodo le azioni brigatiste non furono particolarmente violente, ma nel 1972 si giunse, con un’escalation di violenza che porterà dal sequestro e all’omicidio a un definitivo punto di rottura con movimenti sessantottini. Tale rottura coincise con il rapimento del dirigente Sit Siemens Macchiarini, e soprattutto con la decisione di entrare in clandestinità. Questa condizione di illegalità e di forzata segretezza portò i militanti delle Brigate Rosse a estraniarsi sempre più dalla realtà e a perdere ogni possibilità di dialogo e di confronto con quella classe che pretendevano di rappresentare. <16
La “missione” delle Brigate Rosse divenne sempre più un fatto quasi trascendentale, una sorta di vocazione che andava al di là dei singoli individui e dei singoli scontri sociali, e pertanto il fine cominciò tragicamente a giustificare i mezzi. <17 Da notare è però come, per un certo periodo, l’azione punitiva delle BR fu vista quasi con favore da grosse porzioni dell’opinione pubblica, e questo fatto non fece altro che render ancor più legittimo, agli occhi dei brigatisti, il nuovo ruolo che si proponevano di assumere. L’organizzazione brigatista era passata, infatti, a mostrare un volto del tutto differente rispetto agli inizi, spostandosi da una linea difensiva a una aggressivamente offensiva. Le BR non si limitavano più a una semplice reazione nei confronti dello Stato, ma miravano ora a sostituirsi a esso.
E’ l’inizio della lotta armata. E’ l’inizio della “violenza rivoluzionaria” cioè di quella pratica organizzata armata necessaria, sistematica e continua dello scontro di classe. <18 Cominciava l’attacco al cuore dello Stato che durerà oltre 10 anni. <19
“Il movimento operaio, che si sta sviluppando nelle grandi fabbriche, manifesta un bisogno tutto politico di potere: la lotta contro l’organizzazione del lavoro, il cottimo, i ritmi, i “capi”. Per questo si muove al di fuori delle strutture tradizionali del movimento operaio, come sono il PCI e i sindacati. Il bisogno di potere lo porterà inevitabilmente a uno scontro violento con le istituzioni, anche con il PCI e il sindacato. È indispensabile quindi formare una avanguardia interna a questo movimento che possa rappresentare e costruire questa prospettiva di potere. Ma questa avanguardia deve sapere unire la “politica” con la “guerra” perché lo Stato moderno, per affermare il suo potere, usa contemporaneamente la “politica” e la “guerra”. Diventa quindi inattuale e non proponibile la strategia leninista dell’insurrezione che presuppone una fase politica di agitazione e propaganda sostanzialmente pacifica, seguita poi dalla “spallata finale”, dell’“ora X”, cioè dalla fase propriamente militare. Occorre invece preparare la “guerra civile di lunga durata” in cui il “politico” è, da subito, strettamente unito al “militare”. È Milano, la grande metropoli, vetrina dell’impero, centro dei movimenti più maturi, la nostra giungla. Da lì e da ora bisogna partire” <20 Le parole di Renato Curcio evidenziano il pathos di quella visione intima e politica delle BR e la mission del brigatista come artefice di quella trasformazione radicale sociale, di rivolgimento dalle fondamenta che porterà gli uomini ad essere liberi da ogni forma di sofferenza e di infelicità, attraverso una serie di battaglie che si concretizzeranno in una continua lotta armata, in una rivoluzione sociale per costruire una società comunista. <21
A sottolineare questo natura apocalittica dell’azione delle BR sulla società sono le parole della brigatista Barbara Graglia, la quale afferma che la lotta portata avanti dai brigatisti trova giustificazione nel riscatto dell’umanità, in una rivoluzione gnostica che anela un mondo assolutamente perfetto privo di ingiustizie sociali tipiche di quella società borghese e capitalistica <22: “I problemi sono a monte, come si diceva in quegli anni, ed è a monte che bisogna risolverli, l’idea di lottare per una trasformazione della società è per me immediatamente idea di trasformazione radicale, di rivolgimento dalle fondamenta”. <23
Dagli interventi del convegno di Pecorile emergono tre anime: la prima, più movimentista, privilegia lo scontro di massa su larga scala, tutto interno al movimento e senza una guida organizzata; la seconda, sponsorizzata da Curcio, e che risulterà vincente, ipotizza un graduale passaggio alla resistenza armata a partire dalle fabbriche, attraverso nuclei ristretti ma sempre collegati con la massa e le realtà di base; la terza prevede un’ulteriore, immediata militarizzazione dei gruppi che prelude alla clandestinità, anche rompendo i rapporti col movimento. <24
Renato Curcio, Alberto Franceschini, Margherita Cagol, Mario Moretti, Mario Galesi, Nadia Desdemona Lioce, Barbara Graglia e molti altri furono l’anima di questa organizzazione animata da una feroce determinazione ideologica e da una azione politica violenta ed omicida che si basa su un processo socio-psicologico che spoglia la vittima della sua umanità e che trasforma il carnefice in un giustiziere collettivo e che vede nell’azione della lotta armata la liberazione della società schiava di dinamiche neocapitalistiche. Questa azione, oltre a dare alla violenza una dignità ermeneutica, conoscitiva, la legittima sul piano morale in quanto dà un senso a tutta una serie di sofferenze dell’individuo; perché la scelta della lotta armata diventa lo strumento di trasformazione sociale in un processo educativo, pedagogico dell’intolleranza del nemico. <25 Questo gruppo scelse la lotta armata pensando che il sacrificio di vite umane possa servire a salvarne molte altre, inscrivendo le ingiustizie della società ad un sistema che utilizza l’uso della lotta armata continua nella contrattazione politica, venendolo quasi “umanizzato”. La violenza, dunque assume un ruolo centrale da coincidere con la politica stessa.
[NOTE]
9 ORSINI A., Anatomia delle Brigate Rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario, Rubbettino, Catanzaro (Soveria Mannelli), 2010, n. 26 p.31.
10 CLEMENTI M., Storia delle brigate rosse, Odradek, Roma, 2007, p. 18 ss.
11 Ibidem
12 DELLA PORTA D., Il terrorismo di sinistra, cit. in ROBERT LUMLEY, Dal ’68 agli anni di piombo pag. 268
13 Lettera di Mara Cagol alla madre (cit. in ORSINI A., Anatomia delle Brigate Rosse, Rubettino, Catanzaro 2009, pag. 28.
14 MARIO MORETTI, Brigate rosse. Una storia italiana, cit. in ALESSANDRO ORSINI, Anatomia delle Brigate Rosse op. cit., p. 161.
15 CECI G. M., Il terrorismo italiano Carocci, Roma 2013, pp 145 147 e COLARIZI S., Storia politica della Repubblica. Partiti, movimenti e istituzioni. 1943-2006. Ed. Laterza, Roma Bari, 2007, pp. 210-213.
16 MANCONI L., Terroristi italiani. Le brigate rosse e la guerra totale 1970 2008 Rizzoli, Milano, 2008, p. 67.
17 ORSINI A., Anatomia delle Brigate Rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario, Rubbettino, Catanzaro (Soveria Mannelli), 2010, p.23 e ss.
18 ORSINI A., Anatomia delle Brigate Rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario op. cit., p.31 e ss.
19 FRITTOLI E., Agosto 1970: l’alba delle Brigate Rosse, Rivista settimanale, Panorama/lifestyle, Milano, 27 agosto 2015.
20 Lo scopo del Convegno appare chiaro fin dall’intervento introduttivo di Renato Curcio in CURCIO R., A viso aperto intervista di Mario Scialoja, Mondatori, Milano, 1993, p. 33 34.
21 ORSINI A., Anatomia delle Brigate Rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario Rubbettino, Catanzaro (Soveria Mannelli), 2010, p.14.
22 Ibidem p. 13.
23 Ibidem nota 18 p.14.
Camilla Ranieri, Cause che hanno determinato la sconfitta del terrorismo delle Brigate rosse, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2022-2023

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