Altro che Sangiovese: duemila anni fa nel Chianti si coltivava… uva bianca

Inaspettata scoperta… enologica nel Chianti. Analizzando il DNA degli antichi vinaccioli recuperati a Cetamura del Chianti (Siena), un team internazionale di ricercatori ha ricostruito una delle più complete storie genetiche della vite antica mai ottenute in un singolo sito archeologico. Con una sorpresa: l’uva coltivata era bianca. Un dato inatteso per una regione oggi conosciuta in tutto il mondo soprattutto per i suoi eccellenti e corposi vini rossi a base di Sangiovese.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Journal of Archaeological Science, dimostra infatti che le vigne coltivate tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C. erano parte integrante della complessa rete agricola dell’Impero romano e che alcune delle varietà allora coltivate hanno lasciato tracce ancora riconoscibili nelle viti di oggi.

Lo scavo della Florida State University

Il ritrovamento proviene da una serie di pozzi profondi presenti nell’insediamento di Cetamura del Chianti, nel territorio del Comune di Gaiole in Chianti (provincia di Siena) e abitato prima dagli Etruschi e poi dai Romani. I resti archeologici furono originariamente scoperti nel 1964 da Alvaro Tracchi, un archeologo dilettante della vicina San Giovanni Valdarno. Dal 1973 gli scavi sistematici furono affidati alla Florida State University (FSU), che ogni anno organizza a Cetamura il campo archeologico “Archaeology in Tuscany”, sotto la direzione di Nancy de Grummond. Tutte le novità sullo scavo sono pubblicate su questo sito.

Duemila anni di storia conservati nei pozzi

Ma come si è arrivati alla scoperta? Per secoli gli abitanti di Cetamura hanno gettato nei pozzi resti vegetali, tra i quali una gran quantità di semi d’uva. L’ambiente umido e privo di ossigeno creatosi sul fondo ha garantito la conservazione eccezionale dei reperti organici, permettendo oggi di recuperarne il patrimonio genetico.

“Abbiamo sequenziato il DNA di 80 vinaccioli antichi e scoperto una straordinaria continuità. La grande maggioranza dei semi analizzati apparteneva a un’unica varietà identica, trasmessa direttamente dagli Etruschi ai Romani e mantenuta per secoli”, spiega Oya Inanli, che ha completato il lavoro nell’ambito del suo dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Archeologia dell’Università di York.

 Immagini rappresentative di semi di Cetamura  [dallo studio citato]

La vite dominante era la stessa da secoli

L’analisi genetica ha mostrato che la maggior parte dei semi apparteneva a una singola varietà coltivata ininterrottamente per centinaia di anni. Questa specie di vite sarebbe stata tramandata dagli Etruschi ai Romani per propagazione, mantenendo sostanzialmente inalterato il proprio patrimonio genetico nel corso del tempo. Ancora più sorprendente è stata la scoperta del colore dei grappoli.

Una sorpresa: nel Chianti antico dominava… l’uva bianca

Grazie all’identificazione di specifici marcatori genetici, gli studiosi hanno stabilito che la varietà dominante produceva uve bianche. La scoperta suggerisce che il paesaggio vitivinicolo del Chianti antico fosse molto diverso da quello attuale e che per secoli la produzione locale fosse incentrata su varietà oggi quasi scomparse.

L’arrivo di nuove varietà con Roma

Lo studio ha inoltre evidenziato un cambiamento significativo dopo l’integrazione dell’area nel sistema romano. Nei livelli più recenti del sito compaiono infatti nuove varietà di vite, probabilmente introdotte attraverso le reti commerciali e agricole dell’Impero. Gli archeologi ritengono che si trattasse di cultivar selezionate e diffuse intenzionalmente per migliorare e standardizzare la produzione vinicola.

L’analisi morfologica dei semi ha inoltre fornito alcuni indizi sulla possibile raccolta occasionale di uve selvatiche, segno che accanto alla viticoltura organizzata continuavano a essere sfruttate le risorse spontanee del territorio.

Gli abitanti del luogo gettavano i semi d’uva in pozzi profondi (Courtesy Florida State University).

Una rete agricola che collegava il Mediterraneo

I risultati hanno rivelato collegamenti genetici sorprendenti. La principale varietà coltivata a Cetamura mostra infatti una stretta parentela con due antichi vinaccioli già studiati nella Francia meridionale. Un’affinità che costituisce l’ennesima prova, stavolta biologica, dell’esistenza di una vasta rete agricola e commerciale che collegava le diverse province dell’Impero romano.

Viaggiando, le varietà di vite portavano con sé anche un patrimonio di conoscenze agronomiche e di tecniche di coltivazione, che venivano condivise su ampia scala.

Dalla Roma antica alla vite più vecchia del mondo

Tra i reperti analizzati emerge anche un altro vinacciolo particolarmente interessante, il cui profilo genetico appartiene a una famiglia di vitigni ancora oggi diffusa nell’Europa centrale e orientale.

La sua “parente” moderna più vicina sarebbe la (rara) varietà ungherese Baratcsuha szürke; tuttavia la scoperta stabilisce anche un legame diretto tra la vite di Cetamura del Chianti con quella, celebre, di Maribor, in Slovenia, con oltre quattro secoli di vita considerata la più antica vite produttiva del mondo.

Immagine in apertura: Wolfgang Weiser@Pexels (https://www.pexels.com/it-IT/license/)

📘 Fonte scientifica (primaria)

  • 📄 Oya Inanli, Laurent Bouby, Vincent Bonhomme, Nancy de Grummond, Lara González Carretero, Roberto Bacilieri, Hannes Schroeder, Jazmín Ramos-Madrigal, Nathan Wales, Grapevine cultivation at Cetamura del Chianti: multiproxy evidence for centuries of continuity from the Etruscans to the Romans
  • 📚Journal of Archaeological Science, 2026, 106605, ISSN 0305-4403,
  • https://doi.org/10.1016/j.jas.2026.106605

📘 Notizia verificata

  • 📄 Fonte: University of York ✅
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Cervelli rimossi e ossa trasformate in strumenti: il misterioso rituale funerario dell’Età del Ferro scoperto in Scozia

Le comunità britanniche dell’Età del Ferro potrebbero aver compiuto rituali funerari molto più complessi di quanto immaginato finora. A suggerirlo è una nuova ricerca condotta sui resti, eccezionalmente ben conservati, di due individui rinvenuti a Loch Borralie, nel Sutherland, nell’estremo nord-occidentale della Scozia.

Le ossa manipolate e affilate post mortem: erano state usate come strumenti o utensili prima della sepoltura? Foto: (C) University of York

La scoperta riguarda una donna adulta e un ragazzo, sepolti insieme all’interno di un piccolo tumulo in pietra. Identificare le pratiche funerarie nella Britannia dell’Età del Ferro (circa 800 a.C. – 43 d.C.) è notoriamente difficile perché i resti umani raramente si conservano. In questo caso, però, le particolari condizioni ambientali della Scozia nord-occidentale hanno favorito la conservazione delle ossa, consentendo agli scienziati di studiare, come in questo caso, reperti preistorici.

I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica internazionale Antiquity.

Un rituale mai osservato prima

L’analisi osteologica dei resti ha portato alla luce un elemento sorprendente. Gli studiosi hanno individuato una serie di incisioni all’interno del cranio della donna compatibili con la rimozione intenzionale del cervello dopo la morte.

Rappresentazione schematica degli elementi ossei superstiti dell’individuo 1. Crediti: Castells Navarro et al., Antiquity (2026)

Secondo Laura Castells Navarro, archeologa dell’Università di York e autrice dello studio, non esistono al momento confronti noti per quanto riguarda una simile pratica nella Britannia dell’Età del Ferro.

Gli esperti ritengono tuttavia che questo intervento post mortem possa inserirsi in un quadro più ampio, che comprendeva l’attenzione e la cura riservata ai defunti, attestato in altre comunità britanniche dello stesso periodo.

Ossa modellate e forse riutilizzate

Le sorprese non finiscono qui. Diverse ossa, tra cui omeri, ulne e femori, erano state deliberatamente modificate: le estremità erano state accuratamente assottigliate fino a formare punte affilate. Potrebbero essere state riutilizzate come strumenti o utensili prima della definitiva sepoltura?

Lesioni perimortem osservate nell’individuo 1: a) vista endocranica (cioè interna) del frammento della base cranica formato dalla frattura delle porzioni laterale e basilare dell’occipitale e del corpo e della piccola ala sinistra dello sfenoide dal resto del cranio (lo schema mostra la posizione del frammento all’interno del cranio); b) fratture perimortem bilaterali e quasi simmetriche alla base delle spine scapolari sinistra (immagine a sinistra) e destra (immagine a destra). Crediti: fotografie di Rebecca Ellis-Haken; Castells Navarro et al., Antiquity (2026)

Una cosa è certa: gli archeologi sottolineano come i resti della donna siano stati ricomposti con grande attenzione al momento dell’inumazione, forse perché godeva di uno status particolare o era considerata un membro di spicco all’interno della comunità.

DNA e isotopi raccontano una storia di mobilità

Per ricostruire l’identità dei due individui, i ricercatori hanno utilizzato contemporaneamente diverse metodologie scientifiche: analisi osteologiche, studi isotopici e sequenziamento del DNA antico.

Prove di manipolazione post mortem sulle ossa, tra cui incisioni all’interno del cranio e affilatura di ossa lunghe in punte. Crediti: fotografie di Rebecca Ellis-Haken; Castells Navarro et al., Antiquity (2026)

I risultati hanno rivelato che la donna e il giovane erano strettamente imparentati, probabilmente cugini di secondo grado per linea materna.

Le analisi isotopiche hanno inoltre mostrato che entrambi erano cresciuti circa 80 chilometri a sud-est rispetto al luogo della loro sepoltura.

Una rete di contatti lungo le coste della Scozia

L’analisi genetica ha restituito un quadro ancora più interessante. I due individui presentano collegamenti con individui originari delle Isole Orcadi e della regione di Applecross, il che fa supporre l’esistenza di una rete di contatti vasta, che attraversava ampi tratti di mare.

Secondo gli studiosi, questi dati dimostrano che le comunità costiere della Scozia preistorica erano molto più mobili e interconnesse di quanto si ritenesse fino a oggi.

Gli spostamenti via mare avrebbero favorito non solo gli scambi tra gruppi umani, ma anche la diffusione di tradizioni culturali e pratiche rituali condivise.

Un nuovo sguardo sulla morte nell’Età del Ferro

La scoperta aggiunge un tassello importante alla comprensione delle società britanniche della Preistoria. I risultati suggeriscono che i defunti continuassero a svolgere un ruolo significativo nella memoria collettiva delle comunità, mantenendo un legame simbolico con i vivi anche molto tempo dopo la loro dipartita e conseguente sepoltura.

Le strane manipolazioni riscontrate sui resti di Loch Borralie indicano infatti che il trattamento dei defunti era parte di un complesso sistema di credenze e relazioni sociali che si trasmetteva per generazioni, coinvolgendo territori anche distanti fra loro.

La ricerca fa parte del progetto COMMIOS , guidato dal professor Ian Armit e finanziato da un ERC Advanced Grant, che mira a combinare DNA antico, analisi isotopica, osteoarcheologia e archeologia funeraria per studiare la diversità, la mobilità e le dinamiche sociali nelle comunità dell’età del ferro in Gran Bretagna nel più ampio contesto europeo. 

📘 Fonte scientifica

  • 📄 Castells Navarro, L., Metz, S., Bleasdale, M., Evans, J., Legge, M., Büster et al., Reconnecting the dead in Iron Age Britain: funerary processing and long-distance connectivity at Loch Borralie, Scotland.
  • 📚 Antiquity (peer-reviewed) 1–19 (2026)
  • 🔗 doi:10.15184/aqy.2026.10353

    📘 Notizia verificata

    • 📄 Fonte: University of York ✅
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    Scoperta a Roma una delle più antiche trascrizioni dell'”Inno di Caedmon”, il primo testo della letteratura inglese

    Una scoperta destinata a lasciare il segno negli studi sulla lingua e sulla letteratura medievale arriva dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Tra i fondi manoscritti dell’ente è stato infatti individuato un codice del IX secolo che conserva una delle più antiche testimonianze dell’“Inno di Caedmon”, composto probabilmente alla fine del VII secolo e di conseguenza considerato il più antico testo noto in lingua inglese.

    A firmare il ritrovamento sono la ricercatrice Elisabetta Magnanti, attualmente al Trinity College di Dublino, e il collega Mark Faulkner. Per l’Università di Siena, dove la studiosa si è formata, si tratta di un risultato di grande prestigio che testimonia il valore della ricerca umanistica e delle competenze interdisciplinari sviluppate all’interno dell’ateneo.

    Un manoscritto del IX secolo riemerso dai fondi della Biblioteca Nazionale

    Il codice, datato tra l’800 e l’830 d.C., contiene una copia della Historia ecclesiastica gentis anglorum, l’opera più nota di Beda il Venerabile (Regno di Northumbria, 672-673 circa – Jarrow, 26 maggio 735), monaco, erudito, poligrafo e tra i massimi intellettuali dell’alto Medioevo.

    Beda il Venerabile mentre compone l’Historia ecclesiastica gentis Anglorum (WikiCommons)

    Il manoscritto ha una storia piuttosto avventurosa. Fu prodotto nell’abbazia di Nonantola, nel Modenese, dove appare registrato nei cataloghi negli anni 1166 (nr. 60), 1331 (nr. 96), 1464 (nr. 83) e in un catalogo tra il 1464 e il 1490 (nr. 136). Quindi prima del 1650 passò alla Biblioteca Sessoriana del monastero di S. Croce in Gerusalemme a Roma, salvo scomparire misteriosamente dalla Città Eterna tra il 1798 e il 1818 durante le turbolenze legate alle guerre napoleoniche. Gli studiosi ipotizzano che il codice fu poi acquistato, intorno al 1826, dai librai inglesi Payne e Foss, probabilmente dal libraio romano Petrucci; l’anno successivo, infatti, il manoscritto entrò a far parte della celebre collezione di sir Thomas Phillipps (nr. 2701), che a sua volta lo acquistò dal libraio londinese Thomas Thorpe.

    Dopo la dispersione della Biblioteca Phillipps, nel 1946 il volume passò ai librai antiquari Lionel e Philip Robinson, quindi alla libreria antiquaria H. P. Kraus di New York, dalla quale nel 1972 venne acquistato dall’allora Ministero della Pubblica Istruzione. Quest’ultimo lo donò infine alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, dove è tuttora conservato con la segnatura MS. Vitt. Em. 1452 (si può sfogliare in digitale QUI).

    Durante tutti questi complicati passaggi, nessuno si era mai accorto che tra le righe del testo di Beda ci fosse anche la versione in inglese antico dell’Inno di Caedmon. Poi la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ne ha realizzato la digitalizzazione, insieme a quella di molti altri manoscritti. E così è arrivata anche questa nuova, inaspettata e straordinaria scoperta.

    Perché la scoperta è così importante

    In questo codice, infatti, i nove versi dell’“Inno di Caedmon” citati da Beda appaiono trascritti direttamente in antico inglese (Old English): una novità assoluta, perché fino a oggi i più antichi manoscritti noti ne riportavano solo la traduzione latina oppure relegavano i versi anglosassoni ai margini della pagina, sotto forma di annotazioni.

    Il manoscritto individuato a Roma racconta invece una storia diversa: i versi in antico inglese sono inseriti direttamente nel corpo principale dell’opera di Beda, seguiti dalla loro traduzione latina.

    Ecco il testo dell’Inno:

    (Da Wikipedia)

    Ed ecco la pagina del codice MS. Vitt. Em. 1452, contenente il testo dell’inno (si tratta della folio 122v., in cui è trascritta parte del capitolo 24 del IV libro dell’Historia gentis Anglorum di Beda)1:

    La pagina del manoscritto contenente i versi dell’Inno (Photo Credit: Rome, National Central Library, MS. Vitt. Em. 1452, f. 122v.)

    Nel particolare qui sotto, ho evidenziato in giallo i versi in antico inglese: sono poco più di cinque righe, ma – come detto – di grande importanza.

    La pagina del manoscritto con evidenziati i versi dell’Inno in antico inglese (i segni in giallo sono stati aggiunti da chi scrive, NdA)

    Qui sotto, invece, ho evidenziato il nome del poeta Caedmon e l’inizio della traduzione latina dell’Inno, che si trova subito dopo il testo in antico inglese e prosegue nella pagina successiva:

    La stessa pagina con evidenziato il nome di Caedmon e (in basso) il primo dei versi dell’Inno in latino (i segni in giallo sono stati aggiunti da chi scrive, NdA)Il resto dell’Inno in latino all’inizio della pagina successiva (evidenziato in giallo da chi scrive, NdA)

    Chi era Caedmon?

    Secondo il racconto tramandato da Beda, Caedmon – vissuto nel VII secolo – era un umile allevatore che, grazie all’ispirazione divina ricevuta in sogno, acquisì improvvisamente la capacità di comporre versi religiosi.

    “Nel monastero di questa badessa [Hild, badessa di Streonæshalch (Whitby), ndr] viveva un fratello insigne per un dono speciale concessogli dalla grazia divina, ossia quello di scrivere versi adatti a promuovere lo zelo religioso e la pietà. Infatti, ciò che aveva imparato dalle Sacre Scritture per mezzo di interpreti, lo trasformava in espressioni poetiche nella lingua degli Angli, sua lingua nativa. Versi di tale dolcezza e commozione che molti furono spinti da tali canti a disprezzare il mondo e aspirare al Cielo” (Beda, Historia gentis Anglorum, IV 24).

    L’“Inno di Caedmon”, scritto – stando allo stesso Beda – proprio a seguito di una visione, è l’unica opera attribuita con certezza al poeta, ed è considerato il punto di inizio della tradizione letteraria inglese.

    Quella contenuta nel manoscritto di Roma rappresenta dunque la terza trascrizione più antica conosciuta al mondo del componimento. Le altre due, presenti in altrettanti codici conservati l’uno a Cambridge e l’altro a San Pietroburgo, presentano l’Inno solo in latino, mentre i versi in antico inglese appaiono aggiunti o a margine o alla fine.

    Uno dei testimoni più antichi dell’Inno di Cædmon, presente nel manoscritto cd. “Moore Bede” (737 ca.), conservato presso la Cambridge University Library (Kk. V. 16). [WikiCommons]Il testo come si presenta nel “Beda” di San Pietroburgo, in fondo pagina a margine del testo (P St. Petersburg, National Library of Russia, lat. Q. v. I. 18).

    Nel manoscritto della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, invece, i versi sono compresi all’interno del testo stesso di Beda, a dimostrazione che in quest’epoca la lingua parlata dagli anglosassoni era considerata degna di essere tramandata per iscritto. Proprio come il latino.

    Da Siena a Dublino: il percorso di Elisabetta Magnanti

    Prima del dottorato svolto a Vienna e dell’attuale attività di ricerca presso il Trinity College di Dublino, Elisabetta Magnanti ha compiuto il proprio percorso formativo all’Università di Siena.

    Dopo gli studi triennali nel campus di Arezzo, si è laureata magistrale in Lettere Moderne sotto la supervisione della professoressa Maria Rita Digilio. Fondamentale è stata anche l’esperienza nel Master in Informatica del Testo, fondato dal professor Francesco Stella e oggi diretto dalla professoressa Elisabetta Bartoli.

    Proprio l’unione tra competenze filologiche tradizionali e strumenti digitali avanzati si è rivelata decisiva per l’individuazione del manoscritto.

    Il ruolo della digitalizzazione

    La scoperta è stata resa possibile anche grazie all’enorme lavoro di digitalizzazione del patrimonio manoscritto portato avanti dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

    L’accesso a immagini digitali ad alta definizione ha consentito agli studiosi di esaminare materiali rarissimi e individuare particolari che sarebbero potuti passare inosservati.

    Si tratta di un esempio concreto di come le nuove tecnologie possano aprire prospettive inedite nella ricerca umanistica, favorendo l’emersione di documenti fondamentali per la ricostruzione della storia culturale europea.

    Leggi anche: Al via la digitalizzazione degli incunaboli delle biblioteche monastiche

    https://storiearcheostorie.com/2020/07/27/media-al-via-la-digitalizzazione-degli-incunaboli-delle-biblioteche-monastiche/

    Lo studio pubblicato da Cambridge University Press

    I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica open access Early Medieval England and its Neighbours, edita da Cambridge University Press.

    Per gli studiosi di filologia germanica e di storia della lingua inglese, il manoscritto romano rappresenta una scoperta di straordinario valore, destinata ad arricchire le conoscenze sulle prime fasi della tradizione letteraria anglosassone.

    📘 Fonte scientifica

    • 📄 Magnanti E, Faulkner M. A New Early-Ninth-Century Manuscript of Cædmon’s Hymn: Rome, Biblioteca Nazionale Centrale, Vitt. Em. 1452, 122v
    • 📚 Early Medieval England and its Neighbours. 2026;52:e9
    • 🔗 doi:10.1017/ean.2025.10012

    📘 Notizia verificata

    • 📄 Fonte: Università di Siena ✅
  • Il testo dell’Historia gentis Anglorum è contenuto tra le colonne 1r (prologo) e 65v; il manoscritto contiene anche un Sermone attribuito a sant’Agostino (in realtà di autore ignoto) e l’Epistola ad Evangelum presbyterum de Melchisedech di san Gerolamo. ↩︎
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    I nove versi si trovano in un manoscritto del IX secolo prodotto a…

    ➡️ I dettagli su Storie & Archeostorie: https://storiearcheostorie.com/2026/06/11/inno-caedmon-manoscritto-roma/

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    Scoperta a Roma una delle più antiche trascrizioni dell'”Inno di Caedmon”, il primo testo della letteratura inglese

    Scoperto alla Biblioteca Nazionale di Roma un manoscritto del IX secolo con una rarissima versione dell’Inno di Caedmon, il più antico testo della letteratura inglese.

    Storie & Archeostorie

    Scoperto nell’Oceano Indiano il più profondo ed esteso cimitero di balene mai ritrovato. Le ossa a 7 Km sotto il mare

    Uno straordinario accumulo di resti di cetacei, formatosi nell’arco di oltre cinque milioni di anni, è stato scoperto sul fondale della Fossa Diamantina, nell’Oceano Indiano sud-orientale. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature e realizzato con il contributo dei paleontologi dell’Università di Pisa, documenta quello che è stato identificato come il deposito di resti di balene più profondo e più esteso mai rinvenuto al mondo.

    Posizione della Fossa Diamantina nell’Oceano Indiano sudorientale. Questa remota regione, dove il fondale marino raggiunge oltre 7.000 metri di profondità, ospita la vasta necropoli di balene descritta nello studio.
    Crediti: G. Bianucci / Google Earth

    Immersioni fino a 7.000 metri di profondità

    La scoperta è il risultato di numerose immersioni effettuate dal batiscafo cinese Fendouzhe tra i 4.600 e i 7.000 metri di profondità nella Fossa Diamantina, una delle depressioni oceaniche più profonde del pianeta. Le fosse oceaniche, che possono raggiungere quasi 11.000 metri di profondità, sono infatti tra gli ambienti più estremi, meno esplorati e più misteriosi della Terra. 

    Le esplorazioni hanno rivelato un’inaspettata abbondanza e diversità di scheletri di balene, sia fossili che recenti, distribuiti lungo oltre 1.200 chilometri di fondale oceanico.

    Molte carcasse sono ancora in fase di decomposizione e ospitano comunità di organismi altamente specializzati, in gran parte sconosciuti alla scienza, che si nutrono della materia organica trasportata sui fondali dalle balene affondate, compresa quella conservata all’interno delle ossa.

    Ricercatori cinesi e italiani (da sinistra a destra: Mengran Du, Xiaotong Peng, Giovanni Bianucci, Alberto Collareta e Xikun Song) posano con crani fossili di cetacei recuperati dal cimitero di balene recentemente scoperto sul fondale della Fossa Diamantina nell’Oceano Indiano sudorientale. La fotografia è stata scattata presso l’Institute of Deep-sea Science and Engineering, dell’Accademia Cinese delle Scienze, Sanya, Cina.

    Due specie attuali

    Lo studio dei reperti ossei è stato condotto dai paleontologi Giovanni Bianucci e Alberto Collareta del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa: «La maggior parte dei resti scheletrici – spiega Bianucci – appartiene agli zifidi, cetacei che si immergono a grandi profondità per cacciare, ed è costituita soprattutto di rostri, cioè la parte anteriore del cranio, più resistente alla degradazione nel tempo.

    Inoltre, molti di questi resti sono ricoperti da una spessa incrostazione ferromanganesifera che ne ha favorito la conservazione. Numerosi rostri appartengono a due specie attuali, il mesoplodonte di Bowdoin (Mesoplodon bowdoini) e il mesoplodonte di Layard (Mesoplodon layardii), ma sono presenti anche specie fossili, tra cui Pterocetus diamantinae, la nuova specie dedicata proprio a questa fossa oceanica».

    Il Mesoplodonte di Bowdoin (Mesoplodon bowdoini) e il Mesoplodonte di Layardi (Mesoplodon layardii), entrambe specie ancora viventi, sono tra i cetacei identificati a partire da resti fossili e subfossili provenienti dalla Fossa Diamantina. Questi elusivi zifidi si immergono per nutrirsi fino a profondità estreme.
    Crediti: Ricostruzioni dei due mesoplodonti, Wikimedia Commons (CC); fotografie dei crani di esemplari attuali delle due specie di mesoplodonte utilizzati come sfondo, Te Papa Collections Online (CC BY 4.0); fotografia dei crani fossili dei due mesoplodonti e composizione della figura, G. Bianucci

    Resti risalenti tra i 2,4 e i 5,3 milioni di anni fa

    «Le datazioni basate sugli isotopi dello stronzio – aggiunge Collareta – indicano che i resti delle specie ancora viventi sono i più recenti (da 1,2 milioni di anni fa a oggi), mentre quelli delle specie fossili risalgono a un intervallo compreso tra 2,4 e 5,3 milioni di anni fa. Questi dati non solo confermano le nostre identificazioni, ma dimostrano che ci troviamo di fronte a uno straordinario giacimento fossile, attivo da oltre 5 milioni di anni e ancora alimentato dalla continua deposizione di carcasse sui fondali profondi».

    Scoperta e recupero dei resti fossili di Pterocetus diamantinae, una nuova specie di zifide della Fossa Diamantina. In alto a sinistra, il fossile sul fondale marino – ricoperto di noduli ferromanganesiferi – al momento del ritrovamento con il batiscafo cinese Fendouzhe; in alto a destra, recupero del fossile tramite il braccio meccanico del batiscafo; in basso, il cranio preparato per lo studio paleontologico.
    Crediti: Immagini in alto, Global TREnD, IDSSE; immagine in basso, G. Bianucci.Cranio fossile dell’olotipo di Pterocetus diamantinae proveniente dalla Fossa Diamantina, mostrato nelle viste standard. La sagoma sullo sfondo fornisce una ricostruzione indicativa del profilo della testa di questo zifide fossile.
    Crediti: G. BianucciCrani fossili di zifidi provenienti dalla Fossa Diamantina. La figura include sia specie estinte che viventi. La sagoma sullo sfondo fornisce una ricostruzione indicativa del profilo corporeo della nuova specie Pterocetus diamantinae.
    Crediti: G. BianucciCranio dell’olotipo di Pterocetus diamantinae proveniente dalla Fossa Diamantina. Le sagome sullo sfondo forniscono ricostruzioni indicative dei profili della testa e del corpo di questo zifide estinto.
    Crediti: G. Bianucci

    Le fosse oceaniche, straordinari archivi fossili

    «Questi risultati – conclude Bianucci – ridefiniscono la nostra comprensione degli ecosistemi profondi associati alle carcasse di cetacei e mettono in evidenza l’enorme potenziale delle fosse oceaniche come archivio fossile per ricostruire l’evoluzione dei cetacei nel tempo geologico».

    Nelle tre foto: Resti scheletrici frammentari di cetacei sono abbondanti sul profondo fondale marino della Fossa Diamantina, a testimonianza di una lunga esposizione e di una lenta degradazione delle carcasse. Queste ossa sono tipicamente colonizzate da animali che vivono su substrati duri, tra cui anemoni di mare peduncolati, spugne e stelle marine. Fotografie scattate dal batiscafo cinese Fendouzhe.
    Crediti: Global TREnD, IDSSE

    Team e progetto internazionali

    La ricerca è stata sviluppata nell’ambito del Global Hadal Trench Exploration Program (GHEP), un progetto internazionale che mira ad ampliare la conoscenza della geologia, della biologia e degli ambienti delle zone oceaniche più profonde della Terra (tra 6.000 e 11.000 metri).

    Nelle tre foto: recupero di ossa fossili di cetacei utilizzando il braccio meccanico del batiscafo cinese Fendouzhe sul fondale profondo della Fossa Diamantina.
    Crediti: Global TREnD, IDSSE

    Nell’ambito di spedizioni interdisciplinari, i ricercatori utilizzano tecnologie avanzate, tra cui batiscafi con equipaggio e veicoli autonomi subacquei (AUV). L’istituzione capofila del programma è l’Institute of Deep-Sea Science and Engineering della Chinese Academy of Sciences. Il comitato direttivo del GHEP è composto da 11 ricercatori provenienti da altrettanti Paesi, tra cui l’Italia, rappresentata da Giovanni Bianucci dell’Università di Pisa.

    Cranio fossile di zifide adagiato affiorante sul fondale della Fossa Diamantina. Sia il fossile che il sedimento circostante sono fortemente incrostati da noduli ferromagnesiaci, a testimonianza di una lunga esposizione e di un accumulo di sedimenti molto lento.
    Crediti: Global TREnD, IDSSE

    Immagine in apertura: Rostro di cranio fossile di Mesoplodonte di Bowdoin (Mesoplodon bowdoini) proveniente dalla Fossa Diamantina. Ancora vivente, questo elusivo cetaceo abissale è in grado di nutrirsi a profondità estreme. Crediti: Ricostruzione Mesoplodonte di Bowdoin, Alberto Bartorelli; composizione della figura, G. Bianucci

    📘 Notizia verificata

    • 📄 Fonte: Università di Pisa ✅
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    ❗ 𝗦𝗰𝗼𝗽𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗢𝗰𝗲𝗮𝗻𝗼 𝗜𝗻𝗱𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗶ù 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗲𝗱 𝗲𝘀𝘁𝗲𝘀𝗼 𝗰𝗶𝗺𝗶𝘁𝗲𝗿𝗼 𝗱𝗶 𝗯𝗮𝗹𝗲𝗻𝗲 𝗺𝗮𝗶 𝗿𝗶𝘁𝗿𝗼𝘃𝗮𝘁𝗼

    Lo studio pubblicato su “Nature”, con la partecipazione dei paleontologi dell’Università di Pisa,…

    ➡️ I dettagli su Storie & Archeostorie: https://storiearcheostorie.com/2026/06/11/scoperto-nelloceano-indiano-il-piu-profondo-ed-esteso-cimitero-di-balene/

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    Scoperto nell’Oceano Indiano il più profondo ed esteso cimitero di balene mai ritrovato

    Lo studio pubblicato su “Nature”, con la partecipazione dei paleontologi dell’Università di Pisa, documenta lo straordinario accumulo di resti di balene formatosi in oltre cinque milioni di anni in una fossa oceanica

    Storie & Archeostorie

    🐴 𝗣𝗼𝗺𝗽𝗲𝗶❟ 𝘀𝗰𝗼𝗽𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗹𝗼 𝘀𝗰𝗵𝗲𝗹𝗲𝘁𝗿𝗼 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗲𝗾𝘂𝗶𝗱𝗲 𝗻𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗱𝗲𝗶 𝗖𝗮𝘀𝘁𝗶 𝗔𝗺𝗮𝗻𝘁𝗶

    Il ritrovamento in un antico panificio riapre uno squarcio sulle ultime ore dell’eruzione…

    📷 ©Parco Archeologico Pompei

    ➡️ I dettagli su Storie & Archeostorie: https://wp.me/p7tSpZ-dkb

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    𝗦𝗧𝗨𝗗𝗜 Cosa mangiavano gli abitanti della Padova 2500 anni fa? Lo svela un nuovo studio scientifico

    Uno studio isotopico sui resti umani della necropoli del CUS-Piovego rivela la dieta delle comunità venete dell’Età del Ferro...

    I dettagli su Storie & Archeostorie: https://storiearcheostorie.com/2026/06/03/dieta-padova-preromana-eta-del-ferro/

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    Ötzi, un nuovo studio rivela: sulla mummia di Similaun ci sono lieviti e microrganismi antichissimi ancora vivi

    S&A

    A oltre trent’anni dal suo ritrovamento, Ötzi, la celebre mummia del Similaun vissuta oltre 5.300 anni fa, continua a raccontare nuove pagine della storia umana. Un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Microbiome ha permesso di distinguere i microrganismi presenti nel corpo dell’uomo preistorico quando era in vita da quelli che lo hanno colonizzato dopo la morte.

    La mummia è conservata in una cella frigorifera appositamente progettata, a una temperatura di -6 °C e con un’umidità del 99%, e viene regolarmente nebulizzata con acqua per contrastare un’eventuale perdita di umidità.
    Credit: South Tyrol Museum of Archaeology/Eurac Research/Marion Lafogler

    La ricerca, coordinata dagli specialisti di Eurac Research, ha rivelato dettagli inediti sul microbioma originario di Ötzi e ha portato alla scoperta di particolari lieviti adattati agli ambienti glaciali, rimasti associati alla mummia per migliaia di anni.

    Ritrovati i batteri intestinali dell’età del Rame

    Gli studiosi hanno analizzato campioni di tessuti interni, ghiaccio presente sulla superficie della mummia, acqua derivante dallo scongelamento e persino un campione di terreno prelevato nel luogo del ritrovamento nel 1991.

    Le indagini hanno consentito di identificare il microbioma intestinale originario di Ötzi, conservato nel tratto digestivo e nel contenuto gastrico.

    l microbiologo Mohamed Sarhan osserva le colonie di un lievito isolato da un campione prelevato dallo stomaco di Ötzi. Credit: Eurac Research | Andrea De Giovanni

    I batteri individuati mostrano sorprendenti affinità con quelli documentati in altre rare popolazioni preistoriche, mentre risultano quasi completamente assenti nelle moderne società industrializzate. Il ritrovamento offre quindi una rara finestra sul mondo microbico dell’umanità preistorica.

    Lieviti del ghiacciaio sopravvissuti per millenni

    La scoperta più sorprendente riguarda però alcuni lieviti specializzati nel vivere a basse temperature.

    I microrganismi sono stati isolati dalla pelle della mummia, dall’acqua presente all’interno del corpo e dal contenuto dello stomaco. Le analisi genetiche hanno evidenziato legami con ceppi provenienti da ambienti estremi come l’Antartide.

    Secondo i ricercatori, questi lieviti potrebbero essersi insediati sulla mummia durante la permanenza nel ghiacciaio e aver continuato a sopravvivere fino ai giorni nostri nelle condizioni di conservazione del museo.

    Una goccia di coltura liquida contenente il lievito viene trasferita su una piastra di Petri con terreno di coltura sterile per ulteriori analisi. Credit: Eurac Research | Andrea De Giovanni

    Ötzi come ecosistema vivente

    Le analisi hanno individuato sia DNA antico fortemente degradato sia materiale genetico moderno e ben conservato.

    Questo suggerisce che alcuni microrganismi non siano semplici residui del passato, ma continuino a esistere all’interno dell’ambiente controllato in cui la mummia è custodita, a circa -6 °C e con elevata umidità.

    La mummia è conservata in una cella frigorifera appositamente progettata, a una temperatura di -6 °C e con un’umidità del 99%, e viene regolarmente nebulizzata con acqua per contrastare un’eventuale perdita di umidità.
    Credit: South Tyrol Museum of Archaeology/Eurac Research/Marion Lafogler

    Come spiega il microbiologo Frank Maixner, questi lieviti hanno accompagnato Ötzi nel suo lungo percorso attraverso i millenni, dimostrando che la mummia non è un reperto statico ma un vero e proprio sistema biologico dinamico.

    Le tracce delle tecniche di conservazione moderne

    Lo studio ha inoltre evidenziato come alcune procedure adottate dopo il ritrovamento possano aver influenzato la composizione microbica della mummia.

    Il microbiologo Mohamed Sarhan osserva le colonie di un lievito isolato da un campione prelevato dallo stomaco di Ötzi.
    Credit: Eurac Research | Andrea De Giovanni

    Tre delle specie di lieviti identificate possiedono infatti caratteristiche genetiche che consentono di degradare il fenolo, una sostanza utilizzata in passato per eliminare eventuali infestazioni fungine sulla superficie del corpo.

    Secondo i ricercatori, questi microrganismi potrebbero aver sfruttato il composto chimico come fonte di nutrimento, adattandosi così all’ambiente creato dalle pratiche di conservazione.

    Possibili applicazioni industriali

    Oltre alle implicazioni archeologiche e conservazionistiche, la ricerca apre prospettive anche nel campo della biotecnologia.

    I lieviti adattati alle basse temperature potrebbero infatti essere utilizzati in processi industriali ad alta efficienza energetica, come fermentazioni e produzioni biologiche che richiedono temperature ridotte e minori consumi.

    Mohamed Sarhan osserva le cellule di lievito al microscopio.
    Credit: Eurac Research | Andrea De Giovanni

    Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Microbiome ed è liberamente accessibile: https://link.springer.com/article/10.1186/s40168-026-02417-6

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    • 📄 Fonte: Eurac Research ✅
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    Ötzi, un nuovo studio rivela: sulla mummia di Similaun ci sono lieviti e microrganismi antichissimi ancora vivi

    Un nuovo studio di Eurac Research identifica batteri intestinali preistorici e lieviti sopravvissuti per millenni nel corpo dell’Uomo venuto…

    https://storiearcheostorie.com/2026/06/03/microbioma-otzi-lieviti-batteri-intestinali/

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