Né persiano, né turco, né europeo: l’origine del tappeto di Palazzo Pitti è cinese

S&A

Per secoli è stato catalogato come persiano, turco o, più recentemente, europeo: ora un nuovo studio guidato da una ricercatrice dell’Università Ca’ Foscari Venezia ha rivelato che il grande tappeto ricamato, oggi nei depositi di Palazzo Pitti, è in realtà una manifattura cinese del XVII secolo. La ricerca, basata sulla disamina del manufatto, indagini diagnostiche e d’archivio, rimette in discussione l’origine di altri esemplari analoghi conservati al Museo del Palazzo Topkapı di Istanbul e al Museo del Louvre di Parigi. L’articolo scientifico, firmato dalla storica dell’arte Ilenia Pittui, è stato pubblicato sulla rivista Kervan – International Journal of Afro-Asiatic Studies, diretta da Mauro Tosco (Università di Torino).

Tappeto ricamato, inv. n. MPP 10562, XVII sec., Firenze, Palazzo Pitti © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi. Immagini riprodotte su concessione del Ministero della Cultura – Gallerie degli Uffizi. Sono vietate ulteriori riproduzioni o duplicazioni con qualsiasi mezzo

L’enigma del tappeto da tavola

Il protagonista di questa storia è un grande tappeto “da tavola”, lungo oltre quattro metri e largo due, composto da quattro pezze di velluto rosso tagliato unito in seta, cucite insieme a formare il supporto per il ricamo fitomorfo, eseguito con fili d’oro e di seta policroma. Ascrivibile al XVII secolo, il manufatto è stato a lungo considerato un prezioso “tappeto orientale” di produzione persiana e/o turca, fino a quando alcune ricerche più recenti non hanno suggerito una possibile origine europea. Lo studio dimostra, invece, che si tratta di un ricamo Macao che emula, nell’iconografia, coevi tappeti provenienti dall’Iran e, tracciando una fitta rete di scambi tra Asia e Mediterraneo, ne circoscrive l’ingresso nelle collezioni fiorentine alla prima metà del Settecento.

Tappeto ricamato, inv. n. MPP 10562, XVII sec., Firenze, Palazzo Pitti © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi. Immagini riprodotte su concessione del Ministero della Cultura – Gallerie degli Uffizi. Sono vietate ulteriori riproduzioni o duplicazioni con qualsiasi mezzo

L’indagine ha avuto inizio nel marzo 2023, nello studio fiorentino dell’architetto, antiquario e noto esperto di tappeti Alberto Boralevi, quando alla ricercatrice è stato segnalato l’esemplare di Palazzo Pitti come un tappeto discusso meritevole di attenzione. A seguito di valutazioni preliminari, il progetto ha preso forma nonostante le difficoltà logistiche ed economiche. «Fin dall’inizio era chiaro che ci trovavamo di fronte a un’opera straordinaria, che meritava di essere studiata, valorizzata e restituita alla pubblica fruizione», racconta Ilenia Pittui. «La sfida era capirne l’origine e continuare a ricostruirne la storia, anche collezionistica».

Caratteri cinesi dorati

Un passo decisivo è arrivato con il primo sopralluogo, il 13 maggio 2024, in occasione del quale la ricercatrice ha interagito con un team di specialiste e specialisti composto da Alberto Boralevi, Giovanni CuratolaMarina Carmignani e dalle restauratrici tessili Carla Molin Pradel Jasmine Sartor. Sulla base di nuove evidenze documentarie, è stata, poi, richiesta e ottenuta l’autorizzazione delle Gallerie degli Uffizi alla rimozione della fodera applicata durante un intervento di restauro eseguito da Alfredo Clignon e Marietta Vermigli nel 1977. L’operazione ha permesso di portare alla luce, sul retro dell’opera e in prossimità delle cimose, una serie di caratteri dorati dipinti, attualmente ancora in fase di studio. Il sistema di scrittura dei caratteri leggibili è ritenuto essere cinese.

Tappeto ricamato, inv. n. MPP 10562, XVII sec., Firenze, Palazzo Pitti © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi. Immagini riprodotte su concessione del Ministero della Cultura – Gallerie degli Uffizi. Sono vietate ulteriori riproduzioni o duplicazioni con qualsiasi mezzo

«Lo studio riconferma certamente anche la grande rilevanza di una figura come quella di Alfredo Clignon nella storia del restauro dei tessili, sottolineando la necessità e l’importanza di una sinergia tra storici dell’arte e restauratori», prosegue Pittui. «Se, infatti, Clignon non avesse notato e riferito, nella sua dettagliatissima e meticolosa relazione, di questi caratteri “in lingua orientale”, “in cinese”, dipinti sul “vivagno del velluto”, l’informazione sarebbe andata perduta forse per sempre. Mi sembra, allora, opportuno porre l’accento sull’importanza della relazione di restauro come documento che preserva e tramanda una memoria storica».

Tappeto ricamato, inv. n. MPP 10562, XVII sec., Firenze, Palazzo Pitti © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi. Immagini riprodotte su concessione del Ministero della Cultura – Gallerie degli Uffizi. Sono vietate ulteriori riproduzioni o duplicazioni con qualsiasi mezzo

La diagnostica svela il mistero

La metodologia impiegata si è avvalsa anche di analisi diagnostiche sui materiali, condotte da Silvia Bruni e Margherita Longoni del Dipartimento di Chimica dell’Università Statale di Milano. Lo studio delle fibre tessili, dei coloranti e del filato d’oro cartaceo ha confermato la coerenza del manufatto con le tecniche di produzione dell’area cinese, supportando e rafforzando l’ipotesi che potesse trattarsi di un ricamo Macao. Le movimentazioni del tappeto e le operazioni logistiche più delicate sono state affidate a Opera Laboratori Fiorentini, sotto il coordinamento della funzionaria storica dell’arte Alessandra Griffo, con il supporto della registrar Cinzia Nenci e del personale di Palazzo Pitti, su autorizzazione del Direttore Simone Verde.

Tappeto ricamato, inv. n. MPP 10562, XVII sec., Firenze, Palazzo Pitti © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi. Immagini riprodotte su concessione del Ministero della Cultura – Gallerie degli Uffizi. Sono vietate ulteriori riproduzioni o duplicazioni con qualsiasi mezzo

La ricerca non si fermerà a Palazzo Pitti. Si conoscono, infatti, due tappeti strettamente comparabili: un esemplare di dimensioni analoghe conservato al Museo del Palazzo Topkapı di Istanbul, ad oggi considerato ottomano, e un altro tappeto delle collezioni del Musée des Arts Décoratifs, oggi al Louvre, considerato indiano o persiano. Mettere in relazione questi tre manufatti è il passo successivo per capire se condividano lo stesso centro di produzione, se possano essere ricondotti a un unico laboratorio, se clientela e usi a cui queste opere erano destinate possano essere meglio conosciuti e indagati.

Tre tappeti da riunire e studiare

«L’obiettivo ora è pensare e pianificare un’operazione internazionale di valorizzazione delle opere nei depositi e riunire questi tre tappeti esponendoli insieme, così da poterli studiare e apprezzare uno accanto all’altro», osserva Pittui.

La pubblicazione su Kervan consolida ora il quadro delle evidenze e apre il confronto alla comunità scientifica internazionale, in vista anche della prossima International Conference on Oriental Carpets (ICOC), uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati ai tappeti orientali, prevista in Italia nel 2027.

Ilenia Pittui

La vicenda del tappeto di Palazzo Pitti è anche la storia di una giovane ricercatrice che si muove tra archivi, depositi museali e laboratori scientifici. Storica dell’arte e ricercatrice al Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea di Ca’ Foscari, Ilenia Pittui ha ricevuto nel 2024 il Seal of Excellence delle azioni Marie Skłodowska-Curie della Commissione Europea ed è risultata vincitrice del bando del Ministero dell’università e della Ricerca “Young Researchers 2024”, con un progetto supervisionato da Simone Cristoforetti, professore di Storia dei paesi islamici. Nel 2025, Pittui ha vinto la Laura Bassi Scholarship come giovane ricercatrice. Nel 2026, ha ottenuto, inoltre, una Marie Skłodowska-Curie Global Postdoctoral Fellowship, tra le diciannove che hanno scelto Ca’ Foscari come istituzione ospitante. Riconoscimenti che testimoniano la qualità di una ricerca capace di unire istituzioni culturali diverse e competenze interdisciplinari in grado di riscrivere la biografia delle opere entro una prospettiva globale.

Tutte le foto: Tappeto ricamato, inv. n. MPP 10562, XVII sec., Firenze, Palazzo Pitti © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi. Immagini riprodotte su concessione del Ministero della Cultura – Gallerie degli Uffizi. Sono vietate ulteriori riproduzioni o duplicazioni con qualsiasi mezzo

📘 Fonte scientifica (primaria)

  • 📄 Ilenia Pittui, Persian, Turkish, or European? An investigation into a table carpet at the Pitti Palace and its place in history
  • 🏛️ Ca’ Foscari University of Venice
  • 📚 Kervan – International Journal of Afro-Asiatic Studies (peer-reviewed) 29, 1 (2025)
  • 🔗 https://doi.org/10.13135/1825-263X/13115

📘 Notizia verificata

  • 📄 Fonte: Ca’ Foscari ✅
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🔍 Nei bracieri e nei bruciaprofumi domestici trovate resine dall’Africa e dall’Asia e tracce di vino, che raccontano nuovi dettagli sui rituali domestici

✅ I risultati delle analisi in un nuovo studio pubblicato su "Antiquity".

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➡️ I dettagli su Storie & Archeostorie: https://wp.me/p7tSpZ-cJ3

https://storiearcheostorie.com/2026/03/30/pompei-bruciaprofumi-incensi-analisi/?utm_source=mastodon&utm_medium=jetpack_social

Sacrifici prima della catastrofe: cosa bruciava negli altari domestici di Pompei?

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Non solo essenze locali, ma anche resine aromatiche preziose importate dall’Africa e dall’Asia, usate dai pompeiani per i loro rituali domestici: ecco quello che emerge dall’analisi delle ceneri conservate nei bruciaprofumi della città sepolta dall’eruzione vesuviana nel 79 d.C.

A svelare i contenuti dei bracieri uno studio condotto da un team internazionale composto da esperti di varie università europee (Zurigo, Monaco di Baviera, Bonn, Kiel e Dublino) in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei, e pubblicato sulla rivista “Antiquity. A Review of World Archaeology”, che ha analizzato i residui combusti rinvenuti in due bruciaprofumi provenienti dalla città vesuviana e da una villa di Boscoreale.

Resine tropicali e prodotti della vite

Braciere no. 1 (PAP inv. 40196) (photograph by J. Eber). [Dallo studio citato]

Utilizzando tecniche di laboratorio avanzate – tra cui analisi chimiche e microscopiche ad alta risoluzione – gli studiosi hanno “passato al setaccio” i residui carbonizzati rimasti sul fondo dei recipienti rituali, identificando con precisione le sostanze bruciate durante le offerte agli dèi. Tra le sostanze individuate, spicca una resina arborea esotica, probabilmente proveniente da aree tropicali dell’Africa o dell’Asia, confermando che i pompeiani cercavano preziosi prodotti di importazione per i loro rituali quotidiani.

Braciere no. 2 (PAP inv. 40196) (photograph by J. Eber). [Dallo studio citato]

Le analisi biomolecolari hanno inoltre rilevato tracce di una sostanza derivata dall’uva, il che dimostra l’uso del vino durante i rituali confermando quanto già noto grazie alle fonti iconografiche e letterarie, nelle quali il vino compare frequentemente nelle pratiche di culto.

Braciere no. 2 in situ (villa di Boscoreale) (Pompeii, Archivio Fotografico inv. H6803). [Dallo studio citato]

«Ora possiamo dimostrare concretamente quali profumi venivano realmente bruciati nel culto domestico pompeiano», afferma Johannes Eber dell’Università di Zurigo, coordinatore dello studio. «Oltre a piante regionali abbiamo trovato anche tracce di resine importate – un indizio di ampie connessioni commerciali di Pompei».

«Le analisi molecolari indicano inoltre la presenza di un prodotto derivato dall’uva in uno dei bruciaprofumi», spiega Maxime Rageot dell’Università di Bonn, che ha condotto le indagini biomolecolari dello studio. «Ciò sarebbe coerente con l’uso del vino nei rituali raffigurati nell’arte romana e descritti nelle fonti scritte, e dimostra al tempo stesso quanto sia importante integrare gli studi archeologici con analisi scientifiche».

«La combinazione di diverse tecniche chimiche e microscopiche moderne rende improvvisamente tangibile la vita religiosa quotidiana degli abitanti di Pompei», aggiunge Philipp W. Stockhammer della LMU di Monaco, nel cui gruppo di ricerca è stato avviato lo studio.

Pompei, altare sulla facciata dell’edificio I.11 (Pompei, Archivio Fotografico inv. C756). [Dallo studio citato]

Il culto domestico a Pompei tra tradizione e globalizzazione

I dati emersi dalla ricerca ci riportano dunque a Pompei poco prima dell’eruzione del 79 d.C., mostrando come anche gli spazi domestici fossero luoghi di ritualità complessa.

La presenza di resine importate conferma il ruolo di Pompei come nodo attivo all’interno di una rete commerciale estesa, che collegava il Mediterraneo con regioni più lontane. Le sostanze aromatiche erano tra i prodotti più richiesti e viaggiavano lungo rotte consolidate, contribuendo alla diffusione di pratiche culturali condivise.

Il Parco Archeologico di Pompei, che ha appena dedicato una nuova esposizione permanente all’eruzione e alle sue vittime, esponendo anche un elevato numero di reperti organici quali resti di piante, cibi e oggetti in legno, sottolinea l’importanza di questo tipo di studi: «Senza Pompei, la nostra conoscenza del mondo romano sarebbe meno ricca – ha commentato il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel – ma è una ricchezza di conoscenze e dati che solo un’archeologia all’altezza dei tempi può valorizzare adeguatamente: grazie all’integrazione con altre scienze, possiamo ancora scoprire tanto sulla vita nella città antica».

📘 Fonte scientifica (primaria)

  • 📄 Eber J, Gur-Arieh S, Power RC, Rageot M, Stockhammer PW. Ashes from Pompeii: incense burners, residue analyses and domestic cult practices. Antiquity. Published online 2026:1-20. doi:10.15184/aqy.2026.10320
  • 🏛️ University of Zurich (Switzerland), Christian Albrecht University of Kiel (Germany), University College Dublin (Ireland), University of Bonn (Germany), Ludwig Maximilian University of Munich (Germany), Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, Leipzig (Germany)
  • 📚 Antiquity. A Review of World Archaeology (peer-reviewed) Published online 2026:1-20
  • 🔗  https://doi.org/10.15184/aqy.2026.10320

📘 Notizia verificata

  • 📄 Fonte: Parco Archeologico Pompei ✅
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Scoperto in Egitto il sito di al-Qalaya, che riporta alla luce un antico monastero del V secolo d. C.

https://fed.brid.gy/r/https://www.geopop.it/scoperto-in-egitto-il-sito-di-al-qalaya-che-riporta-alla-luce-un-antico-monastero-del-v-secolo-d-c/

Scoperto in Turchia l’esemplare di cane più antico del mondo: un cucciolo di 15.800 anni fa

https://fed.brid.gy/r/https://www.geopop.it/scoperto-in-turchia-lesemplare-di-cane-piu-antico-del-mondo-un-cucciolo-di-15-800-anni-fa/

D’Artagnan, possibile ritrovamento del moschettiere: riemergono resti umani sotto una chiesa a Maastricht

https://fed.brid.gy/r/https://www.geopop.it/dartagnan-possibile-ritrovamento-del-moschettiere-riemergono-resti-umani-sotto-una-chiesa-a-maastricht/