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Ercolano, a Villa Sora nuovi scavi riportano alla luce un bellissimo ambiente decorato (e un cantiere fermo al 79 d.C.) | LE FOTO

Elena Percivaldi

Ancora una splendida scoperta nel Parco di Ercolano. Dopo più di trent’anni dall’ultima stagione di ricerche sistematiche, Villa Sora, nel territorio di Torre del Greco, torna a parlare. Le nuove campagne di scavo, avviate nel novembre 2025, stanno restituendo dati di particolare rilievo su una delle più significative ville marittime del Golfo di Napoli, ancora oggi solo parzialmente conosciuta.

Villa Sora (foto Mic)

Il nuovo intervento, condotto dal Parco archeologico di Ercolano, sta ampliando in modo sostanziale il quadro interpretativo del complesso, consentendo di ricostruire con maggiore precisione le fasi di vita della residenza, improvvisamente interrotte dall’eruzione del 79 d.C.

Un ambiente piccolo, ma di eccezionale qualità

Le indagini si sono concentrate sul fronte nord-orientale della villa, dove è stato individuato un ambiente di dimensioni contenute, circa 10 metri quadrati, ma caratterizzato da un apparato decorativo di livello elevatissimo.

Airone (da Villa Sora, foto Mic)

I frammenti pittorici rinvenuti, riferibili sia alle pareti sia al soffitto, delineano un programma ornamentale raffinato e coerente. Le pareti presentavano un fondo scuro, scandito da fasce in rosso cinabro, animate da elementi figurativi, tra cui aironi disposti attorno a un candelabro dorato. Il soffitto, invece, era decorato su fondo chiaro con ghirlande, fregi e figure mitologiche, tra le quali spiccano grifi inseriti in un ricco repertorio ornamentale e la figura dinamica di un centauro, di notevole qualità pittorica.

Grifi (da Villa Sora, foto Mic)

Tracce di un cantiere in attività

Di particolare interesse è il contesto di rinvenimento degli apparati decorativi. All’interno dell’ambiente sono state individuate tre ciste in piombo finemente decorate, attribuibili alla stessa officina, insieme a numerosi elementi architettonici in marmo bianco di alta qualità.

Cista in piombo (da Villa Sora, foto Mic)

Tra questi spicca un capitello conservato in eccellenti condizioni, realizzato esclusivamente a scalpello, affiancato da ulteriori frammenti marmorei, tra cui un secondo frammento di capitello. La qualità della lavorazione e la concentrazione dei materiali indicano con chiarezza uno stoccaggio intenzionale, collegato a un intervento edilizio in corso.

Capitello in eccezionali condizioni di conservazione (da Villa Sora, foto Mic)

L’insieme dei dati consente di interpretare l’ambiente come spazio di deposito o area di cantiere, confermando l’ipotesi che la villa fosse interessata da lavori di ristrutturazione o aggiornamento architettonico al momento dell’eruzione.

La distruzione e la lettura stratigrafica

La lettura stratigrafica ha permesso di ricostruire in modo chiaro la sequenza degli eventi distruttivi. Le colate piroclastiche investirono le strutture provocando il collasso delle coperture, il crollo del soffitto e il successivo cedimento delle pareti, restituendo un quadro diretto e concreto della violenza della catastrofe che colpì l’area vesuviana.

Soffitto in crollo (da Villa Sora, foto Mic)

Una grande villa affacciata sul mare

Edificata intorno alla metà del I secolo a.C., Villa Sora fu oggetto di continui rifacimenti fino al momento della distruzione. Il complesso si sviluppava lungo la linea di costa con un impianto scenografico e terrazzato, digradante verso il mare.

Grifi (da Villa Sora, foto Mic)

L’estensione stimata, pari a circa 150 metri lungo il litorale, restituisce l’immagine di una dimora di altissimo livello, dotata di ambienti residenziali e di rappresentanza di grande raffinatezza, inserita in uno dei paesaggi più ambiti dell’Italia romana.

📘 Fonte notizia

  • 📄 Comunicato stampa ufficiale del Parco Archeologico di Ercolano
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Trenta sepolture a cremazione di età romana: in Germania emerge una necropoli di duemila anni fa

Elena Percivaldi

Ancora un’importante scoperta archeologica in Germania. Durante gli scavi condotti a Werne, nel distretto di Unna (Renania Settentrionale-Vestfalia), sono emerse circa trenta sepolture a cremazione di età romana, risalenti a quasi duemila anni fa. Le tombe sono state individuate in un’area prossima all’attuale cimitero cittadino, lungo il tracciato del Südring, e documentano la presenza di un complesso funerario di primissima età imperiale, databili tra il I e il II secolo d.C.

Le indagini, concluse nel dicembre 2025, sono state coordinate da LWL-Archäologie für Westfalen, che aveva già intercettato evidenze archeologiche nello stesso settore durante alcune ricognizioni esplorative svolte nel 2024.

Sepolture sparse e irregolari

A differenza di altri contesti funerari già noti, stavolta le tombe non sono disposte in maniera ordinata né appaiono organizzate in nuclei riconoscibili. Come ha spiegato la direttrice degli scavi Martha Zur-Schaepers, le sepolture risultano anzi distribuite in modo irregolare su una superficie di circa 6.600 metri quadrati.

Werne, in Vestfalia (Germania): veduta aerea dello scavo all’inizio di novembre 2025. Foto © EggensteinExca

I confini del cimitero sono stati ricostruiti quasi integralmente, con l’eccezione del lato settentrionale, oggi occupato da una strada e da un complesso residenziale moderno. Secondo gli archeologi, è probabile che una parte della necropoli si trovi sotto le costruzioni, probabilmente distrutta o comunque ormai inaccessibile.

Leggi anche: Scoperti quattro accampamenti romani in Germania: nuove prove della presenza oltre l’Elba

https://storiearcheostorie.com/2026/01/22/germania/

Sul posto sorgerà un nuovo quartiere residenziale

Le indagini archeologiche sono state avviate in occasione della pianificazione del nuovo quartiere residenziale di Südring, un’area già ritenuta di grande interesse dal punto di vista archeologico. Il territorio di Werne, infatti, sta restituendo da tempo tracce di frequentazione antica, come dimostrano diversi ritrovamenti effettuati negli ultimi decenni.

Come previsto dalla normativa sulla tutela del patrimonio, gli scavi sono stati finanziati dal soggetto attuatore del progetto edilizio, la Wohnpark Werne-Süd GmbH & Co. KG, che ha incaricato un’impresa archeologica specializzata. I lavori sono stati eseguiti sotto la supervisione scientifica del LWL.

Le scoperte del 2024: la prima urna

Il primo segnale dell’importanza del sito era arrivato già nel 2024, quando le indagini esplorative avevano portato alla luce una sepoltura in urna databile tra I e II secolo d.C. Come ha spiegato l’archeologa Eva Cichy, in quell’area una comunità germanica locale praticava la cremazione dei defunti, seguita dalla deposizione dei resti in recipienti ceramici.

Una delle sepolture emerse a Werne, in Vestfalia Foto ©EggensteinExca

La sepoltura si trova a ovest dell’attuale cimitero e a nord del cosiddetto “Cimitero Russo“, dove sono sepolti 102 lavoratori forzati sovietici della Seconda guerra mondiale, evidenziando la stratificazione storica del paesaggio funerario presente a livello locale.

Cimitero a cremazione, ma riti diversificati

Le campagne del 2025 hanno confermato l’esistenza di un vero e proprio cimitero con tombe a cremazione, caratterizzato tuttavia da una notevole varietà di pratiche funerarie. Accanto alle classiche deposizioni in urna, sono infatti state documentate sepolture con resti cremati collocati sotto o accanto a recipienti ceramici, oltre a cremazioni semplici, con le ossa deposte direttamente nella fossa.

Una delle urne emerse dallo scavo. Foto: ©EggensteinExca

Particolarmente significativo è il ritrovamento compatto di alcuni resti combusti, segno che erano stati collocati in recipienti organici – quali ad esempio sacchetti di cuoio -, oggi scomparsi.

Sepolture singole, doppie e corredi funerari

La maggior parte delle tombe è riferita a un singolo individuo, ma non mancano esempi di sepolture doppie, con due urne deposte all’interno della stessa fossa. I corredi funerari, generalmente collocati all’interno o in prossimità dell’urna stessa, sono costituiti da piccoli vasi ceramici, rinvenuti sia integri sia frammentari.

Sepoltura con due urne. Foto ©EggensteinExca

Tra i reperti più significativi figurano anche i resti di una fibula in metallo, probabilmente in bronzo, e il frammento di un elemento in vetro, oggetti che contribuiscono a datare il complesso e a aiutano a ricostruire almeno in parte l’abbigliamento degli inumati e le pratiche di rappresentazione sociale.

Conservazione e studi in corso

Le urne meglio conservate, purtroppo in buona parte danneggiate da interventi agricoli o edilizi, sono state consolidate e trasferite nei laboratori di restauro archeologico del LWL. Qui saranno sottoposte ad approfondite analisi, che interesseranno sia i contenitori sia i resti cremati e i materiali di corredo.

I risultati delle ricerche contribuiranno ad ampliare le conoscenze sulle comunità germaniche dell’area vestfalica in età romana e sulle modalità con cui queste popolazioni recepirono, adattarono o mantennero intatte le proprie usanze funerarie dopo l’inserimento di questi territori nell’impero romano.

Foto: ©EggensteinExca

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Montopoli di Sabina (Rieti), scoperto un acquedotto romano nel sito della Villa dei Casoni

Redazione

Scoperta a Montopoli di Sabina, in provincia di Rieti, dove è stato individuato acquedotto di epoca romana all’interno dell’area archeologica della Villa dei Casoni. A comunicarlo sono il Ministero della Cultura e la Soprintendenza ABAP per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti, in una nota. Il ritrovamento è il risultato delle attività di ricerca e studio condotte dalla stessa Soprintendenza , che coordina gli scavi, in collaborazione con il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio.

Il ritrovamento consente di chiarire in modo puntuale il sistema di approvvigionamento idrico di una villa di grande rilievo nel quadro dell’insediamento romano in Sabina, confermando indicazioni note da secoli ma mai verificate sul terreno.

La villa dei Casoni e il suo assetto

Databile all’età repubblicana, la Villa dei Casoni si sviluppava su due terrazze digradanti. La terrazza inferiore ospitava il giardino, con un ninfeo e una piscina circolare, mentre quella superiore era destinata alla residenza, con criptoportico, cubicoli e tablino.

Foto: SABAP per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti

La presenza di strutture idrauliche antiche e della cosiddetta Fonte Varrone era già stata segnalata alla fine del Settecento e nel corso dell’Ottocento da diverse fonti storiche. Solo oggi, però, grazie all’indagine topografica sistematica e alle ripetute ricognizioni condotte sul territorio, è stato possibile individuare con certezza non solo la fonte, ma anche l’acquedotto e le sorgenti che alimentavano l’intero complesso.

L’acquedotto e il sistema sotterraneo

Le indagini speleologiche hanno portato all’identificazione di un articolato sistema idraulico sotterraneo, costituito da cunicoli scavati nel conglomerato naturale. Il sistema si trova a circa 300 metri dalla villa ed era destinato alla captazione e al drenaggio delle acque.

Foto: SABAP per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di RietiFoto: SABAP per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti

Come spiegato da Cristiano Ranieri, presidente del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio, le acque provenienti dalle sorgenti venivano convogliate in una cisterna, che fungeva anche da vasca limaria, per poi essere redistribuite alle diverse utenze della villa. Fino a pochi decenni fa, queste stesse sorgenti alimentavano il fontanile della “Fonte Varrone”.

Secondo Ranieri le caratteristiche del sistema, riconducibili a un antico abitato sabino, indicano che l’area era frequentata prima della romanizzazione. L’acquedotto si inserisce dunque in continuità con le pratiche idrauliche precedenti la conquista romana.

Cosa succederà adesso

Secondo Nadia Fagiani della Soprintendenza ABAP, la scoperta offre nuovi elementi per comprendere l’organizzazione idraulica di una delle ville più importanti della Sabina. L’utilizzo della tecnologia LiDAR permetterà di ottenere una mappatura tridimensionale completa dell’intero sistema sotterraneo, mettendolo in relazione con le strutture murarie e gli ambienti della villa.

Lo studio di un’opera idraulica così antica consentirà inoltre di ampliare le conoscenze sugli insediamenti sabini, i cosiddetti vici, e sulle modalità di gestione delle risorse idriche prima della piena integrazione nel mondo romano.

Il contesto di studi

Il ritrovamento si inserisce in un più ampio quadro di ricerche condotte sull’area della Villa dei Casoni, già interessata in passato da campagne di indagine non invasive e attività di studio coordinate dal Dipartimento di Studi Classici dell’Università di Basilea, sotto la direzione di Sabine Huebner.

La scoperta dell’acquedotto rappresenta un tassello decisivo per la comprensione del sito e del territorio di Montopoli di Sabina, facendo riemergere il ruolo tutt’altro che marginale della Sabina antica, dotata di infrastrutture complesse e caratterizzata da una lunga tradizione insediativa.

📘 Fonte notizia

  • 📄 Comunicati stampa ufficiali del Ministero della Cultura e della Soprintendenza ABAP per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti
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📷Foto: © Archivio Sabap Pd-Tv-Bl

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Convegni | “Archeologia in Valle Olona. Novità e ricerche a Castelseprio e Castiglione”

Redazione

Il Museo della Collegiata di Castiglione Olona (Varese) ospita venerdì 6 febbraio 2026 l’importante convegno “Archeologia in Valle Olona”, dedicato agli ultimi scavi archeologici effettuati a Castelseprio e a Castiglione Olona. Gli studiosi presenti riferiranno le novità emerse dalle recenti campagne indagini sul sito patrimonio Unesco e nell’area della Collegiata. Il convegno è ad accesso libero e gratuito, senza prenotazione. Di seguito il programma.

ARCHEOLOGIA IN VALLE OLONA. Novità e ricerche a Castelseprio e Castiglione

PROGRAMMA

9.00- Saluti istituzionali e apertura dei lavori
Rosario Maria Anzalone – Direttore regionale Musei nazionali Lombardia
Giuseppe Scotti – Responsabile Ufficio Beni Culturali della Diocesi di Milano
Beatrice Maria Bentivoglio-Ravasio – Soprintendente ABAP CO, LC, SO, VA

9.20 – Prima sessione
Alfredo Lucioni – già Università Cattolica del Sacro Cuore e CSPA Varese
Castelseprio e Castiglione: ascesa e declino di due centri di potere nel Seprio medievale

Daniela Locatelli – Soprintendenza ABAP CO, LC, MB, SO, VA
Sabrina Luglietti, Matilde Vanetti, Alice Faccin, Federica Pruneri – Archeo Solutions
Ricerche archeologiche al Museo della Collegiata. Appunti per una storia di Castiglione Olona

Mauro Reali – Liceo Banfi di Vimercate
Un servo del Municipium Comum, da Castiglione Olona

10.30 – Seconda sessione
Luca Polidoro – Direzione regionale Musei nazionali Lombardia
Stefania Felisati, Paolo Sbrana – Studio Ar.Te.
Le indagini archeologiche nell’avancorpo della chiesa di San Paolo a Castelseprio

Federica Matteoni, Chiara Pupella, Marco Sannazaro, Mauro Vessena – Università Cattolica del Sacro Cuore
Quando nasce Castelseprio? Prime considerazioni sulla fase tardoantica della “Casa medievale”

Alexandra Chavarria Arnau, Gian Pietro Brogiolo, Maurizio Marinato – Università degli Studi di Padova
Nuovi dati sulla chiesa di San Giovanni (campagna di scavo 2025)

Caterina Giostra – Università Cattolica del Sacro Cuore
Delfina Consonni, Leonardo De Vanna – Archeologi liberi professionisti
Mario Rottoli, Elisabetta Castiglioni – Laboratorio di Archeobiologia di Como
Giovanna Bosi, Paola Torri, Marta Mazzanti – Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
Scavi e ricerche presso la casa-forte: un aggiornamento

Francesco Muscolino – Direzione regionale Musei nazionali Sardegna
Novità epigrafiche da Castelseprio

12.20 – Discussione conclusiva

12.40 – Visita al complesso della Collegiata di Castiglione Olona

Per informazioni: www.museocollegiata.it

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⚒️ Riprendono le ricerche archeologiche nelle Grotte di Pertosa-Auletta, uno dei contesti sotterranei più singolari d’Europa.

Gli scavi seguono il corso del fiume sotterraneo e indagano frequentazioni dall’età del Bronzo all’epoca romana.

#Archeologia #PertosaAuletta #EtàDelBronzo #Speleoarcheologia #Cultura #Scavi

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Sotto terra, lungo il fiume: riprendono gli scavi nelle Grotte di Pertosa-Auletta

Al via una nuova campagna di scavi nelle Grotte di Pertosa-Auletta, tra palafitte protostoriche ed evidenze dall’età del Bronzo all’epoca romana.

Storie & Archeostorie

Scoperti quattro accampamenti romani in Germania: nuove prove della presenza oltre l’Elba

Monete, chiodi delle caligae e tracce di strutture e fossati rivelano una presenza romana più profonda del previsto nei territori germanici

Elena Percivaldi

22 Gennaio 2026

Che le legioni romane si siano spinte più volte in Germania, oltre il Reno e fino all’Elba, è cosa ben nota dalle fonti. Quello che mancava, finora, era la controprova fisica della loro presenza: tracce materiali chiare e riconoscibili, attribuibili con certezza all’esercito romano. In Sassonia-Anhalt, tra il Nordharz e il medio corso dell’Elba, questo vuoto si è finalmente colmato grazie alle indagini condotte dal Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie, che hanno portato alla scoperta, ad Aken, Trabitz e Deersheim, dei resti di quattro accampamenti da marcia romani, i primi finora documentati nella regione.

Le campagne romane in Germania

Già in età augustea, tra il 13 a.C. e il 9 d.C., Roma aveva tentato di trasformare l’area oltre il Reno in una provincia stabile, la Germania Magna. Conosciamo dalle fonti le spedizioni di Druso (9 a.C.), Lucio Domizio Enobarbo (3 a.C.) e Tiberio (5 d.C.), così come è celebre la brusca interruzione dei progetti di espansione imperiale dopo la disfatta di Teutoburgo del 9 d.C. – il celebre disastro di Varo narrato da Tacito – che comportò la drammatica perdita di tre intere legioni. Per secoli, tuttavia, l’archeologia ha restituito solo indizi indiretti e sporadici, in particolare monete e i chiodi fissati sotto le suole delle caligae, le ben note e iconiche calzature dei legionari, che spesso venivano smarriti durante le marce.

Germania libera nell’area dell’attuale Sassonia-Anhalt dal 60 a.C. al 180 d.C. Sono segnalati i percorsi di marcia delle truppe romane, ricostruiti sulla base di reperti monetali. © Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt, Klaus Pockrandt, Nora Seeländer.

Nel III secolo d.C., con la formazione di nuove confederazioni germaniche e, dal 233, l’acuirsi delle minacce ai confini imperiali, Roma fu costretta a tornare all’offensiva. Secondo le fonti coeve Caracalla (211-217 d.C.) e Massimino il Trace (235 al 238 d.C.) organizzarono nuove spedizioni, ma finora le prove archeologiche sono sempre state labili.

Disegno della planimetria documentata del potenziale accampamento romano di Trabitz (sopra) e ricostruzione della sua disposizione generale (sotto). © Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt, Martin Freudenreich.

Accampamenti “da manuale”

La svolta è arrivata proprio dagli ultimi scavi, che hanno individuato due campi nei pressi di Aken, uno a Deersheim e uno a Trabitz. Tutti e quattro, spiegano gli archeologi, presentano le caratteristiche tipiche degli accampamenti da marcia, strutture altamente standardizzate che ne permettevano la costruzione in tempi rapidi: perimetro rettangolare con angoli arrotondati, suddivisione ortogonale con il quartier generale (principia) al centro e un tratto di fossato protetto da un bastione difensivo (titulum) situato davanti ai passaggi delle porte.

Ingresso dell’accampamento di Trabitz con il caratteristico “titulus” . (Credit: GeoBasis-DE / LVermGeo ST, Datenlizenz Deutschland – Namensnennung – Version 2.0 (https://www.govdata.de/dl-de/by-2-0).)

La scoperta è avvenuta a partire dal 2020 esaminando un’immagine satellitare del territorio di Aken. Alla raccolta dei dati provenienti da altre immagini satellitari e dalle prospezioni geofisiche sono seguiti gli scavi veri e propri, che hanno riportato alla luce i quattro accampamenti, caratterizzati da fossati larghi fino a 1,8 metri, e un numero significativo di reperti metallici, oltre 1.500. Tra questi spiccano molti frammenti di fibule, diverse monete e – ancora una volta – i chiodi fissati sotto le suole delle caligae, che agevolavano la presa sul terreno durante le interminabili marce effettuate dai soldati su suoli spesso accidentati. La “firma” inconfondibile, insomma, dei legionari.

Profilo di un tipico fossato romano a forma di V, accampamento da marcia di Aken 1. © Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt, Thomas Koiki.

Caracalla oltre il Limes

I reperti sono databili all’inizio del III secolo d.C. Eloquente, a tal proposito, un denario di Caracalla riemerso a Trabitz, che consentirebbe di ricollegare gli accampamenti alla spedizione condotta nel 213 d.C. nella Rezia per fermare le incursioni degli Alemanni lungo il Limes germanico. Una campagna militare che si concluse vittoriosamente per i romani e valse a Caracalla il titolo di Alamannicus.

Monete coniate sotto gli imperatori Antonino Pio (138-161 d.C.), Marco Aurelio (161-180 d.C.) e Caracalla (211-217 d.C.) © Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt, Anika Tauschensky.

L’importanza delle scoperte, spiegano gli archeologi del Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie, è cruciale sul piano storico. I dati raccolti finora consentivano infatti di localizzare la presenza delle legioni soltanto entro l’area del Limes e nelle sue immediate vicinanze. Le nuove scoperte indicano invece che penetrarono molto più profondamente nel territorio germanico, spingendosi fino al medio bacino dell’Elba.

Carta geofisica della posizione dell’angolo del fossato nell’accampamento di Deersheim. © Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt, Eastern Atlas.

Le ricerche proseguiranno nei prossimi mesi e promettono di ridefinire il ruolo della Sassonia-Anhalt come snodo strategico delle operazioni militari romane nel cuore d’Europa. E ancora una volta confermano il ruolo cruciale dell’archeologia non solo per la puntuale verifica di quanto tramandato dalle fonti, ma anche per la possibilità di andare oltre.

📘 Fonte notizia

  • 📄 Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie – Comunicato stampa ufficiale

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📍 𝗜 𝗥𝗼𝗺𝗮𝗻𝗶 𝗮𝗿𝗿𝗶𝘃𝗮𝗿𝗼𝗻𝗼 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗳𝗶𝗻𝗼 𝗮𝗹 𝗳𝗶𝘂𝗺𝗲 𝗘𝗹𝗯𝗮? 𝗦ì❟ 𝗲 𝗹𝗼 𝗱𝗶𝗺𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗴𝗹𝗶 𝘀𝗰𝗮𝘃𝗶

✅ Scoperti in Germania quattro accampamenti da marcia. Al loro interno fossati, strutture difensive, monete e i chiodi delle scarpe dei legionari

Foto: ©Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt

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Graffiti di gladiatori e amori quotidiani: la vita di Pompei svelata grazie alle tecnologie digitali | IL VIDEO

Elena Percivaldi

Nel quartiere dei teatri di Pompei, in un semplice corridoio di passaggio che collegava l’area teatrale alla via Stabiana, stanno riemergendo frammenti preziosi della vita quotidiana, dei gladiatori ma anche delle persone ordinarie. Non grandi affreschi né architetture monumentali, ma scritture spontanee, incise sugli intonaci: amori dichiarati (e, chissà, magari non corrisposti…), offese, invocazioni agli dei, riferimenti a combattimenti nelle arene. Tracce di un uno spazio pubblico intensamente vissuto, e oggi tornate nuovamente leggibili grazie alle tecnologie digitali applicate all’archeologia.

Veduta d’insieme dei graffiti (©Parco Archeologico Pompei)

Guarda e ascolta l’intervista a Zuchtriegel

Il direttore del Parco Archeologico di Pompei racconta la scoperta dei graffiti dei gladiatori

https://youtu.be/I-9Dhf3vdlU

Un ambiente scavato da oltre due secoli, ma ancora capace di parlare

Il corridoio fu scavato alla fine del XVIII secolo, nel 1794, ed è uno dei luoghi più frequentati dai visitatori del sito. Proprio per questo, non ci si attendevano ulteriori scoperte. Eppure, attraverso nuove metodologie di documentazione, è stato possibile rileggere sistematicamente le pareti, portando a quasi 300 iscrizioni, tra le circa 200 già note e 79 nuove identificazioni.

Il corridoio dei teatri (©Parco Archeologico Pompei)

Tra i testi emergono storie personali come l’iscrizione “Erato amat…” (“Erato ama”… Chissà chi?), allusioni a relazioni amorose, frasi di scherno, inviti, battute oscene e riferimenti a combattimenti gladiatori, che trasformano il corridoio in una sorta di bacheca collettiva dell’antica Pompei.

Qui e sotto, il graffito in cui si legge “Erato Amat” (©Parco Archeologico Pompei)

Il progetto “Bruits de couloir” e l’archeologia delle scritture informali

Il corridoio dei teatri (©Parco Archeologico Pompei)

Lo studio rientra nel progetto “Bruits de couloir” (Voci di corridoio), ideato da Louis Autin ed Éloïse Letellier-Taillefer (Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne) e Marie-Adeline Le Guennec (Université du Québec à Montréal), in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei. Le ricerche, condotte nel 2022 e nel 2025, hanno adottato un approccio multidisciplinare, integrando epigrafia, archeologia, filologia e le cosiddette “digital humanities” (informatica umanistica).

ULTIM’ORA: Nuova scoperta a Fano, ecco i dettagli

https://storiearcheostorie.com/2026/01/19/basilica-vitruvio-fano-scavi/

L’uso di una griglia virtuale ha permesso di analizzare i rapporti spaziali e tematici tra le iscrizioni, restituendo la logica di frequentazione e interazione sociale dello spazio.

Il luogo del ritrovamento (in rosso) (©Parco Archeologico Pompei)

RTI e conservazione digitale: vedere ciò che l’occhio non vede

Fondamentale è stato l’impiego della RTI – Reflectance Transformation Imaging, una tecnica di fotografia computazionale che consente di leggere incisioni impercettibili a occhio nudo, anche su superfici degradate. Questa metodologia non solo consente nuove letture, ma rappresenta uno strumento decisivo per la conservazione digitale di un patrimonio fragile e vulnerabile.

Uno dei graffiti (©Parco Archeologico Pompei)

È in fase di sviluppo una piattaforma 3D che integrerà fotogrammetria, dati RTI e metadati epigrafici, offrendo un ambiente digitale per lo studio, l’annotazione e la futura fruizione pubblica delle iscrizioni.

Graffito dei gladiatori (©Parco Archeologico Pompei)

Tecnologia e tutela: il futuro della memoria pompeiana

Come ha sottolineato il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, a Pompei sono note oltre 10.000 iscrizioni, un archivio straordinario della vita vissuta. Per questo è prevista anche la realizzazione di una copertura protettiva del corridoio, destinata a preservare gli intonaci e a consentire una visita integrata, in cui archeologia e tecnologia dialoghino senza mediazioni spettacolari, ma con rigore scientifico.

📘 Fonte della notizia

  • 📄 Comunicato stampa ufficiale del Parco Archeologico di Pompei

    Il nostro articolo è una sintesi divulgativa della fonte scientifica citata.

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