Scoperti quattro accampamenti romani in Germania: nuove prove della presenza oltre l’Elba

Monete, chiodi delle caligae e tracce di strutture e fossati rivelano una presenza romana più profonda del previsto nei territori germanici

Elena Percivaldi

22 Gennaio 2026

Che le legioni romane si siano spinte più volte in Germania, oltre il Reno e fino all’Elba, è cosa ben nota dalle fonti. Quello che mancava, finora, era la controprova fisica della loro presenza: tracce materiali chiare e riconoscibili, attribuibili con certezza all’esercito romano. In Sassonia-Anhalt, tra il Nordharz e il medio corso dell’Elba, questo vuoto si è finalmente colmato grazie alle indagini condotte dal Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie, che hanno portato alla scoperta, ad Aken, Trabitz e Deersheim, dei resti di quattro accampamenti da marcia romani, i primi finora documentati nella regione.

Le campagne romane in Germania

Già in età augustea, tra il 13 a.C. e il 9 d.C., Roma aveva tentato di trasformare l’area oltre il Reno in una provincia stabile, la Germania Magna. Conosciamo dalle fonti le spedizioni di Druso (9 a.C.), Lucio Domizio Enobarbo (3 a.C.) e Tiberio (5 d.C.), così come è celebre la brusca interruzione dei progetti di espansione imperiale dopo la disfatta di Teutoburgo del 9 d.C. – il celebre disastro di Varo narrato da Tacito – che comportò la drammatica perdita di tre intere legioni. Per secoli, tuttavia, l’archeologia ha restituito solo indizi indiretti e sporadici, in particolare monete e i chiodi fissati sotto le suole delle caligae, le ben note e iconiche calzature dei legionari, che spesso venivano smarriti durante le marce.

Germania libera nell’area dell’attuale Sassonia-Anhalt dal 60 a.C. al 180 d.C. Sono segnalati i percorsi di marcia delle truppe romane, ricostruiti sulla base di reperti monetali. © Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt, Klaus Pockrandt, Nora Seeländer.

Nel III secolo d.C., con la formazione di nuove confederazioni germaniche e, dal 233, l’acuirsi delle minacce ai confini imperiali, Roma fu costretta a tornare all’offensiva. Secondo le fonti coeve Caracalla (211-217 d.C.) e Massimino il Trace (235 al 238 d.C.) organizzarono nuove spedizioni, ma finora le prove archeologiche sono sempre state labili.

Disegno della planimetria documentata del potenziale accampamento romano di Trabitz (sopra) e ricostruzione della sua disposizione generale (sotto). © Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt, Martin Freudenreich.

Accampamenti “da manuale”

La svolta è arrivata proprio dagli ultimi scavi, che hanno individuato due campi nei pressi di Aken, uno a Deersheim e uno a Trabitz. Tutti e quattro, spiegano gli archeologi, presentano le caratteristiche tipiche degli accampamenti da marcia, strutture altamente standardizzate che ne permettevano la costruzione in tempi rapidi: perimetro rettangolare con angoli arrotondati, suddivisione ortogonale con il quartier generale (principia) al centro e un tratto di fossato protetto da un bastione difensivo (titulum) situato davanti ai passaggi delle porte.

Ingresso dell’accampamento di Trabitz con il caratteristico “titulus” . (Credit: GeoBasis-DE / LVermGeo ST, Datenlizenz Deutschland – Namensnennung – Version 2.0 (https://www.govdata.de/dl-de/by-2-0).)

La scoperta è avvenuta a partire dal 2020 esaminando un’immagine satellitare del territorio di Aken. Alla raccolta dei dati provenienti da altre immagini satellitari e dalle prospezioni geofisiche sono seguiti gli scavi veri e propri, che hanno riportato alla luce i quattro accampamenti, caratterizzati da fossati larghi fino a 1,8 metri, e un numero significativo di reperti metallici, oltre 1.500. Tra questi spiccano molti frammenti di fibule, diverse monete e – ancora una volta – i chiodi fissati sotto le suole delle caligae, che agevolavano la presa sul terreno durante le interminabili marce effettuate dai soldati su suoli spesso accidentati. La “firma” inconfondibile, insomma, dei legionari.

Profilo di un tipico fossato romano a forma di V, accampamento da marcia di Aken 1. © Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt, Thomas Koiki.

Caracalla oltre il Limes

I reperti sono databili all’inizio del III secolo d.C. Eloquente, a tal proposito, un denario di Caracalla riemerso a Trabitz, che consentirebbe di ricollegare gli accampamenti alla spedizione condotta nel 213 d.C. nella Rezia per fermare le incursioni degli Alemanni lungo il Limes germanico. Una campagna militare che si concluse vittoriosamente per i romani e valse a Caracalla il titolo di Alamannicus.

Monete coniate sotto gli imperatori Antonino Pio (138-161 d.C.), Marco Aurelio (161-180 d.C.) e Caracalla (211-217 d.C.) © Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt, Anika Tauschensky.

L’importanza delle scoperte, spiegano gli archeologi del Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie, è cruciale sul piano storico. I dati raccolti finora consentivano infatti di localizzare la presenza delle legioni soltanto entro l’area del Limes e nelle sue immediate vicinanze. Le nuove scoperte indicano invece che penetrarono molto più profondamente nel territorio germanico, spingendosi fino al medio bacino dell’Elba.

Carta geofisica della posizione dell’angolo del fossato nell’accampamento di Deersheim. © Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt, Eastern Atlas.

Le ricerche proseguiranno nei prossimi mesi e promettono di ridefinire il ruolo della Sassonia-Anhalt come snodo strategico delle operazioni militari romane nel cuore d’Europa. E ancora una volta confermano il ruolo cruciale dell’archeologia non solo per la puntuale verifica di quanto tramandato dalle fonti, ma anche per la possibilità di andare oltre.

📘 Fonte notizia

  • 📄 Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie – Comunicato stampa ufficiale

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Germania / Chiodi per i calzari romani: scoperta un’officina militare (con magazzino) a Waldmössingen

Elena Percivaldi

Può un oggetto minuscolo come un chiodo di ferro, lungo appena un centimetro e mezzo, aprire scenari sorprendenti sulla storia di Roma? Sì, se il reperto in questione non è uno soltanto, ma sono decine. È quanto accaduto a Schramberg-Waldmössingen (Landkreis Rottweil, Germania), dove un’équipe del LAD – Landesamt für Denkmalpflege di Stoccarda e dell’Università di Friburgo ha individuato un’officina romana destinata alla produzione – o almeno al deposito – dei chiodi che servivano a rinforzare i calzari dei legionari, le celebri caligae.

Studenti durante gli scavi presso il forte romano di Schramberg-Waldmössingen (Foto: ©Ufficio statale per la conservazione dei monumenti del Consiglio regionale di Stoccarda/Immagine: ©C. Wulfmeier)

Roba… da chiodi

Le indagini si sono concentrate su un grande edificio in pietra di oltre 1.000 mq, già esplorato nel 1896 ma da allora rimasto enigmatico e di difficile interpretazione. Le nuove ricerche hanno rivelato almeno due fasi costruttive, risalenti alla seconda metà del I secolo d.C. Ma soprattutto, sono stati trovati oltre cento chiodi di scarpa in ferro, tutti perfettamente conservati. Non si tratta di pezzi usurati, ma di elementi nuovi, pronti all’uso.

Questi piccoli oggetti confermano che il sito aveva un ruolo chiave nella logistica militare romana: i chiodi davano ai soldati maggiore stabilità sui terreni accidentati, ma cadevano facilmente durante le marce. Per questo i legionari ricevevano un’indennità speciale, il clavarium, destinata all’acquisto dei ricambi.

Studenti durante gli scavi presso il forte romano di Schramberg-Waldmössingen (Foto: ©Ufficio statale per la conservazione dei monumenti del Consiglio regionale di Stoccarda/Immagine: ©C. Wulfmeier)

Waldmössingen, un nodo strategico sul Limes renano

Il castrum di Waldmössingen, esteso su una superficie di circa 2 ettari, sorgeva lungo la strada che attraversava la Foresta Nera e collegava l’alto Reno con l’area del Neckar. Intorno, sotto il regno di Vespasiano (69–79 d.C.), sorsero numerosi presidi, dipendenti dal grande campo legionario di Rottweil (Arae Flaviae). Waldmössingen, con la sua posizione strategica nei pressi di un crocevia viario, sembra aver svolto la funzione di magazzino centrale per il rifornimento delle truppe stanziate lungo questo tratto del Limes. Al suo interno sono stati rinvenuti i resti di due edifici con fondamenta in pietra, di cui solo quello del personale (principia) è stato identificato con certezza; la funzione del secondo non è chiara. I reperti provenienti dall’area del vicus indicano la presenza di una fornace per la ceramica; una pietra d’altare e una tavoletta contenente il testo di una maledizione (defixio) provengono invece da un’area dove probabilmente sorgeva un tempio.

Replica di una caliga e chiodi da scarpa dai reperti degli scavi di Schramberg-Waldmössingen (Foto: ©Università di Friburgo, L. Regetz)

Archeologia “dal vivo”

La campagna di scavo, iniziata il 4 agosto scorso, è stata l’occasione per fare divulgazione attraverso lezioni “a cielo aperto“: oltre 1.500 visitatori, in gran parte studenti e famiglie, hanno seguito da vicino il lavoro degli archeologi, osservando come gli strumenti moderni possano restituire la voce a reperti di quasi duemila anni fa.

“È stata una delle esperienze didattiche più coinvolgenti che abbia mai diretto”, ha commentato Lena Regetz, ricercatrice dell’Università di Friburgo. Per Christoph Wulfmeier, del LAD, l’iniziativa è stata un’importante “vetrina” per l’archeologia della regione.

La fine degli scavi è prevista per il 12 settembre.

Immagine in apertura: Calzatura da soldato romano (caliga ) con suola chiodata. Sullo sfondo, la torre angolare del Forte di Waldmössingen, ricostruita nel 1975 (Foto: ©Università di Friburgo, L. Regetz)

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