Le ossa cremate raccontano il passato: dai rituali degli antichi romani un vero e proprio “archivio” biologico e culturale

S&A

Per lungo tempo considerate reperti difficili da interpretare, le ossa cremate stanno oggi trasformando il modo in cui gli archeologi leggono il passato. Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista scientifica PLOS ONE dimostra infatti come i resti umani sottoposti a cremazione possano conservare preziose informazioni biologiche e culturali, aprendo nuove prospettive nello studio delle società antiche.

Al centro dello studio vi è la necropoli romana imperiale di La Cona, uno dei contesti funerari più importanti dell’Italia centro-adriatica per comprendere le pratiche rituali tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.

La ricerca è stata coordinata dal Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Padova in collaborazione con Sapienza Università di Roma, Università di Bologna, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di L’Aquila e Teramo e l’Accademia Polacca delle Scienze.

Foto: Sapienza Università di Roma

Le cremazioni non erano rituali casuali

Secondo Melania Gigante, coordinatrice dello studio e ricercatrice dell’Università di Padova, le cremazioni archeologiche rappresentano oggi “un osservatorio privilegiato” per comprendere il rapporto tra corpo, rituale e identità individuale. L’analisi dei contesti funerari di La Cona ha evidenziato la presenza di deposizioni multiple che comprendevano adulti, adolescenti e infanti. Ma soprattutto ha mostrato come la raccolta delle ossa dopo il rogo funebre non avvenisse in maniera casuale.

I ricercatori hanno individuato una selezione ricorrente di frammenti cranici e ossa lunghe, riconducibile a pratiche di ossilegium, ovvero la raccolta rituale dei resti del defunto destinati alla deposizione finale nell’ossario.

Accanto ai resti umani sono stati rinvenuti anche frammenti combusti di animali – ovicaprini, suini, galli e molluschi – interpretati come offerte rituali o elementi simbolici integrati nel funerale.

Il quadro che emerge è quello di un rituale articolato e altamente codificato, dove il trattamento del corpo aveva un forte valore simbolico e sociale.

L’osso conserva memoria anche dopo il fuoco

Uno degli aspetti più innovativi dello studio riguarda l’applicazione di tecniche istologiche ai resti cremati. Attraverso l’analisi microscopica del tessuto osseo, effettuata presso il laboratorio BIOANTH della Sapienza, i ricercatori sono riusciti a distinguere con precisione resti umani e animali e a stimare l’età alla morte anche in casi particolarmente complessi.

Foto: Sapienza Università di Roma

La ricerca ha dimostrato che la microstruttura dell’osso può sopravvivere alla combustione mantenendo leggibili elementi fondamentali come il sistema di Havers, l’unità strutturale dell’osso compatto.

Questo consente di applicare parametri quantitativi avanzati, come la densità degli osteoni, per ricostruire processi di crescita, maturazione scheletrica e invecchiamento.

Secondo Alessia Galbusera, prima autrice dello studio, l’approccio integrato permette di restituire “leggibilità biologica” anche a resti estremamente frammentati, offrendo nuove informazioni sulla composizione delle popolazioni antiche.

La bioarcheologia cambia prospettiva

La scoperta conferma come la bioarcheologia contemporanea stia vivendo una fase di profonda trasformazione metodologica. Se in passato le cremazioni venivano considerate meno informative rispetto alle inumazioni, oggi le nuove tecnologie permettono di recuperare dati biologici estremamente dettagliati anche da resti passati attraverso il fuoco.

Lo studio di La Cona si inserisce in una linea di ricerca internazionale già avviata negli ultimi anni dal gruppo coordinato da Melania Gigante, che ha prodotto uno studio pubblicato nel 2021 incentrato sui resti cremati provenienti dalla celebre Tomba 168 di Pithekoussai, nota come Tomba della Coppa di Nestore per il rinvenimento al suo interno di una coppa di produzione greca recante quella che è considerata, ad oggi, la più antica iscrizione in alfabeto greco conosciuta. In quel caso, l’analisi istologica dei resti crematori aveva permesso di smentire l’ipotesi secondo cui la sepoltura appartenesse a un fanciullo morto in tenera età, ridefinendo così l’interpretazione bioarcheologica della tomba.

Il fuoco non cancella la storia

Lo studio appena pubblicato dimostra dunque che anche dopo la cremazione l’osso continua a custodire tracce fondamentali della storia biologica degli individui. Attraverso l’analisi microscopica, gli archeologi possono oggi comprendere meglio la fisiologia scheletrica, le condizioni di vita e i cambiamenti biologici delle popolazioni antiche.

Le necropoli a cremazione, un tempo considerate difficili da interpretare, diventano così archivi preziosi per raccontare non solo la morte, ma anche la vita delle comunità del passato.

📘 Fonte scientifica

  • 📄  Galbusera A, Magri S, Higgins OA, Trevisan M, Prillo VG, Vidale M, et al. (2026) Macroscopic and histological analyses of cremated remains from the Imperial Roman necropolis of La Cona (1st cent. BCE-1st cent. CE, Teramo, Italy). 
  • 🏛️ Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Padova in collaborazione con Sapienza Università di Roma, Università di Bologna, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di L’Aquila e Teramo e l’Accademia Polacca delle Scienze
  • 📚 PLoS One (peer-reviewed) 21(4): e0345498.
  • 🔗 https://doi.org/10.1371/journal.pone.0345498

📘 Notizia verificata

  • 📄 Fonte: Sapienza Università di Roma ✅
#antropologia #archeologiaRomana #bioarcheologia #cremazione #LaCona #necropoliRomana #ossaCremate #ritualiFunerari #SapienzaUniversitàRoma #storiaAntica #UniversitàDiPadova

Natale di Roma

Quest’anno le celebrazioni si svolgono dal 19 al 22 aprile 2026, con il cuore degli eventi concentrato nel 21 aprile, data simbolica della fondazione di Roma secondo la tradizione (753 a.C.) .

La città si prepara quindi a vivere quattro giornate intense e completamente gratuite, tra musei, spettacoli e rievocazioni storiche diffuse in tutta Roma.

🏛️ Il programma tra storia, arte e spettacolo

Il Natale di Roma 2026 coinvolge alcuni dei luoghi più iconici della città, dal centro storico ai quartieri più periferici, con iniziative culturali pensate per tutte le età:

  • 🎭 Rievocazioni storiche con oltre 1.300 figuranti in costume romano
  • 🏛️ Visite guidate gratuite nei Musei Civici e nei siti archeologici
  • 🎶 Concerti e bande delle Forze Armate nelle piazze principali
  • 🏺 Mostre e percorsi culturali dedicati alla Roma antica e contemporanea
  • 🚶‍♀️ Itinerari tematici tra Fori Imperiali, Campidoglio e quartieri storici

Il grande corteo e le performance rievocative restano uno dei momenti più spettacolari, con scene di vita dell’antica Roma che prendono vita tra Circo Massimo e Fori Imperiali.

📅 I giorni clou del 2026

  • 19 aprile → apertura del programma con eventi diffusi e iniziative nei musei
  • 20 aprile → visite, incontri culturali e attività nei quartieri
  • 21 aprile (Natale di Roma) → celebrazioni ufficiali, cortei storici e grandi eventi in piazza
  • 22 aprile → chiusura con attività culturali e percorsi tematici

🌟 Novità 2026

Tra le novità di quest’anno spiccano:

  • apertura straordinaria di alcuni spazi istituzionali del Campidoglio
  • eventi diffusi anche in zone meno centrali della città
  • maggiore integrazione tra archeologia, arte contemporanea e narrazione storica
  • potenziamento degli spettacoli musicali nelle piazze simbolo

💫 Una festa che racconta Roma

Il Natale di Roma non è solo una ricorrenza storica, ma un vero viaggio identitario: ogni anno la città si “riappropria” delle sue origini, trasformandosi in un ponte tra passato e presente.

Tra rulli di tamburi, toga antiche e luci moderne, Roma continua a celebrare se stessa come solo lei sa fare: con spettacolo, memoria e meraviglia.

✨ Un anniversario che non è solo storia… ma emozione che si rinnova ogni anno.

Autore: Lynda Di Natale Fonte: web Immagine: AI #21aprile #amoreperlarte #antichità #archeologiaromana #arteitaliana #bellezzaeterna #celebrazioneromana #cittàdarte #cittàmillenaria #cittàsenzatempo #civiltàantica #Colosseo #compleannodiaroma #culturaantica #cuoreditalia #cuoridiroma #emozionistoriche #ereditàromana #eventistorici #festadellacittà #festadellaroma #festaidentitaria #fororomano #gladiatorispettacolo #imperialroma #leggendadellaLupa #leggendaitaliana #legionaromana #madeinitaly #mitoromoloeremo #monumentidiroma #museiromani #NatalediRoma #OrgoglioItaliano #originiitaliane #passeggiatanellastoria #passeggiataromana #patriaitaliana #rievocazionistoriche #romaamoremio #romacapitale #romacittàeterna #romanclassic #romanità #romanitàmoderna #romastorica #scoprireroma #spettacolaroma #stileperfettamentechic #storiadellacultura #storiaditalia #storiaetradizione #storiaitaliana #storiedelpassato #tradizioneitaliana #tradizioneromana #turismoarcheologico #viverelaroma

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Ara Pacis, al via l’esperienza immersiva: il monumento torna a “parlare” con luci e suoni

S&A

Dal 27 marzo il Museo dell’Ara Pacis propone una nuova esperienza di visita serale che trasforma la percezione di uno dei monumenti simbolo della città. Il progetto “L’Ara si rivela” introduce un percorso immersivo basato su videomapping, suoni e narrazione, pensato per restituire al pubblico la complessità storica e visiva dell’altare voluto dal Senato romano per celebrare Augusto.

L’iniziativa consente di osservare l’Ara Pacis in una dimensione inedita: i rilievi marmorei, normalmente percepiti nella loro monocromia, vengono progressivamente animati da luci e colori che ne facilitano la lettura e ne suggeriscono l’aspetto originario.

Il videomapping e la ricostruzione della policromia

Il cuore del progetto è un sistema di proiezione digitale ad alta precisione, che utilizza otto videoproiettori laser 4K coordinati da un mediaserver in grado di sincronizzare immagini, luci e suoni. La tecnologia consente di intervenire direttamente sulle superfici dell’altare, modulando in tempo reale colori e contorni.

L’obiettivo è ricostruire, in forma ipotetica ma scientificamente fondata, la policromia originaria dell’Ara Pacis. Le scelte cromatiche derivano da analisi di laboratorio, confronti con la pittura romana – in particolare pompeiana – e studi sulle decorazioni antiche greco-romane.

Un contributo importante proviene anche da ricerche botaniche che hanno identificato oltre cinquanta specie vegetali raffigurate nei fregi, permettendo una restituzione più accurata delle cromie del celebre apparato decorativo.

Un percorso narrativo tra storia, mito e riscoperta

La visita si sviluppa come un itinerario a tappe attorno al monumento, accompagnato da una narrazione sonora fruibile in cuffia. Le voci – in italiano e inglese – restituiscono non solo il contesto storico dell’opera, ma anche le vicende legate alla sua riscoperta.

Leggi anche: L’Ara Pacis torna “com’era” (e a colori) grazie alla realtà aumentata

https://storiearcheostorie.com/2016/10/11/roma-lara-pacis-torna-comera-e-a-colori-grazie-alla-realta-aumentata/

Il racconto parte dall’inquadramento dell’Ara Pacis nel Campo Marzio augusteo e si concentra sui pannelli figurati che collegano la fondazione di Roma alla genealogia della gens Iulia. Tra le immagini più celebri emergono Enea, simbolo delle origini troiane, e la scena di Romolo e Remo allattati dalla lupa.

I fregi della processione: una scena politica scolpita nel marmo

Particolare attenzione è dedicata ai fregi Nord e Sud, dove si sviluppa la grande processione imperiale. Qui sono raffigurati sacerdoti, magistrati e membri della famiglia di Augusto, disposti in un corteo solenne che riflette l’ordine e la gerarchia della società romana.

Nel fregio meridionale compare lo stesso Augusto, con il capo velato, nell’atto di compiere un rito sacro. Attorno a lui si riconoscono figure di primo piano come Marco Vipsanio Agrippa, insieme ad altri esponenti della famiglia imperiale, protagonisti del progetto politico dinastico.

Il fregio vegetale e il linguaggio simbolico della natura

Uno dei momenti più suggestivi del percorso è dedicato al fregio vegetale, considerato tra i più raffinati esempi dell’arte romana. Grazie alla ricostruzione cromatica, emergono dettagli spesso invisibili: acanto, rose, ninfee, palme da dattero, ma anche una varietà di piccoli animali.

Questo universo naturale, popolato da uccelli, rettili e insetti, non ha solo funzione decorativa, ma esprime un complesso sistema simbolico legato alla fertilità, alla rigenerazione e all’ordine cosmico. La presenza di animali associati alla metamorfosi rafforza il messaggio di rinnovamento che attraversa l’intero programma figurativo.

Dall’antichità alla riscoperta moderna

L’ultima parte dell’esperienza accompagna i visitatori oltre l’età romana, ricostruendo le vicende che hanno segnato la storia del monumento. Dopo l’interramento progressivo, l’Ara Pacis rimase nascosta per secoli, fino alle prime scoperte in età rinascimentale.

Le successive campagne di scavo, tra Ottocento e Novecento, portarono alla ricomposizione dell’altare nella forma attuale, restituendolo alla città come uno dei simboli più rappresentativi della Roma imperiale.

Un nuovo modo di visitare il patrimonio

Il progetto si inserisce nel più ampio percorso di rinnovamento dei musei civici romani, con l’obiettivo di rendere il patrimonio più accessibile e comprensibile attraverso strumenti innovativi. L’esperienza, della durata di circa 45 minuti, è disponibile nei fine settimana in orario serale e prevede gruppi limitati per garantire una fruizione immersiva.

“La tecnologia – in questo caso – non sostituisce l’opera, ma ne amplifica la lettura”, offrendo al pubblico una chiave interpretativa capace di coniugare rigore scientifico e coinvolgimento emotivo.

ℹ️ INFORMAZIONI UTILI

✅ Museo dell’Ara Pacis
📍 Lungotevere in Augusta (angolo via Tomacelli)
📅 Dal 27 marzo
Orario: venerdì, sabato e domenica con la seguente articolazione:
dal 27 al 29 marzo e dal 3 al 6 aprile: dalle 20.00 alle 22.00
dal 10 aprile: dalle 21.00 alle 23.00
Durata: circa 45 minuti
🌐 Info: www.arapacis.it, tel. 060608 (attivo tutti i giorni ore 9.00-19.00).

#AraPacis #archeologia #archeologiaRomana #arteRomana #Augusto #CampoMarzio #esperienzaImmersiva #musei #museiRoma #notizie #Roma #videomapping

Molise, nel parco archeologico di Sepino spunta una domus di età imperiale: c’è anche un’iscrizione e un tesoretto di monete del V secolo

Elena Percivaldi

Grande scoperta in Molise. Una domus monumentale affacciata sul decumano, dotata persino di un articolato sistema per il riscaldamento dell’acqua, è la scoperta più significativa emersa dalle recenti campagne di scavo nel sito di Saepinum, compreso nel parco archeologico di Sepino (attuale Sepino), in provincia di Campobasso. Il rinvenimento, comunica il Ministero della Cultura, proviene dall’area di Porta Bojano e rappresenta un’acquisizione di grande rilievo per la conoscenza dell’edilizia privata di pregio nell’Italia romana.

L’edificio, caratterizzato da un ingresso scenografico direttamente sulla strada principale est-ovest, presenta una complessa articolazione planimetrica e fu abitato a lungo, dalla prima età imperiale fino al VI secolo d.C.

Una residenza d’élite

La domus restituisce un vero e proprio palinsesto edilizio, in cui le diverse fasi costruttive si sovrappongono e dialogano tra loro. Le indagini hanno evidenziato come la residenza, inizialmente concepita come abitazione di prestigio, abbia subito nel tempo modifiche sostanziali.

Durante la tarda antichità, alcuni ambienti vengono riconvertiti a funzioni produttive e di stoccaggio, segno di un cambiamento nelle dinamiche economiche e sociali. Questo dato è particolarmente significativo perché documenta, in modo concreto, il riuso degli spazi urbani in una fase storica spesso poco leggibile nei contesti archeologici.

Le dimensioni dell’edificio, che si estendono oltre l’area attualmente indagata, confermano quanto già suggerito dalle prospezioni geofisiche, lasciando intravedere la presenza di ambienti ancora tutti da scavare.

Contenitore cilindrico in piombo, parte di un sistema domestico per il riscaldamento e la gestione dell’acqua, con decorazioni stilizzate (foto ©Ministero della Cultura)

Ceramiche e oggetti: tracce della vita quotidiana

Le fasi più antiche della domus sono testimoniate da materiali di età augustea e tiberiana, tra cui spiccano antefisse e ceramiche di qualità elevata. Nei livelli successivi, fino al III secolo d.C., si registra una consistente presenza di sigillata africana, che suggerisce l’esistenza di rapporti commerciali con le province del Mediterraneo.

Accanto ai materiali ceramici, lo scavo ha restituito anche un insieme significativo di oggetti d’uso quotidiano: lucerne in terracotta, piccoli contenitori, ornamenti e oggetti personali in bronzo quali anelli e una chiave di scrigno, che contribuiscono a ricostruire la dimensione domestica della residenza.

Un impianto per il riscaldamento dell’acqua

Tra i rinvenimenti più notevoli spicca un grande contenitore cilindrico in piombo, parte di un sistema domestico per il riscaldamento e la gestione dell’acqua. L’oggetto, decorato con motivi solari stilizzati e teste di Gorgone, è affiancato da frammenti di tubature e valvole.

Questa scoperta rappresenta una testimonianza estremamente rara delle tecnologie idrauliche adottate nelle abitazioni di alto livello, offrendo indicazioni preziose sul grado di comfort e sulle competenze tecniche raggiunte.

L’iscrizione del 139 d.C. e il legame con il potere imperiale

Le indagini più recenti hanno restituito anche frammenti architettonici in marmo e un’iscrizione onoraria datata al 139 d.C., durante l’impero di Antonino Pio.

Frammento di iscrizione (foto ©Ministero della Cultura)

L’epigrafe documenta un intervento riconducibile alla sfera imperiale e conferma il rapporto diretto tra Saepinum e l’amministrazione centrale, contribuendo a definire il ruolo di prestigio della città nell’Italia romana.

Dal Foro alle attività produttive: una città in trasformazione

Parallelamente, sono riprese le indagini nell’area del Foro, dove lo studio di centinaia di blocchi architettonici sta permettendo di ricostruire il volto monumentale della città in età imperiale.

(foto ©Ministero della Cultura)

In questo settore sono emerse anche strutture più antiche, tra cui canalizzazioni e ambienti con vasche riconducibili a un edificio produttivo di età tardo-repubblicana, probabilmente legato alla lavorazione della lana. Si tratta di un elemento importante per comprendere le attività economiche e le dinamiche che precedono la piena romanizzazione del sito.

Il cardo massimo e un tesoretto di età bizantina

Le indagini lungo il cardo massimo, presso Porta Terravecchia, hanno permesso di ricostruire la sequenza stratigrafica della strada, evidenziandone la continuità d’uso anche nelle fasi successive alla fine dell’età romana.

Una delle monete del tesoretto (foto ©Ministero della Cultura)

Ed è proprio qui che è stato rinvenuto un tesoretto di monete del V secolo d.C., attribuibile a una fase di occupazione bizantina, a documentare la persistenza della vita nel sito anche in epoca tardo-imperiale.

Le ricerche, destinate a proseguire, permetteranno di definire con maggiore precisione l’estensione degli edifici e l’organizzazione degli spazi, contribuendo ad approfondire la conoscenza di uno dei contesti archeologici più rilevanti dell’Italia centro-meridionale.

📘 Notizia verificata

  • 📄 Fonte: comunicato stampa MiC ✅
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Ostia, scoperto uno dei più antichi complessi episcopali del cristianesimo

Elena Percivaldi

Una monumentale chiesa paleocristiana con annesso palazzo episcopale è emersa durante gli scavi archeologici in corso nel settore sud-orientale di Ostia Antica, l’antico porto di Roma. Il complesso, datato intorno al 330 d.C., costituisce uno dei più antichi esempi conosciuti di sede vescovile monumentale e rivela con rara abbondanza di documentazione come il cristianesimo, dopo la svolta costantiniana, iniziò a dotarsi di architetture pubbliche e di rappresentanza paragonabili a quelle del potere civile.

Gli scavi in corso © Archiv Ostia-Projekt

La scoperta è il risultato delle campagne di scavo condotte tra 2023 e 2025 da un’équipe internazionale guidata da Sabine Feist dell’Università di Bonn, con la collaborazione dell’Università di Colonia e del Deutsches Archäologisches Institut.

L’archeologa Sabine Feist, del Dipartimento di Archeologia Cristiana dell’Università di Bonn. ©Barbara Frommann/Uni Bonn

Una grande basilica alle porte della città

Le indagini archeologiche hanno permesso di identificare un vasto complesso ecclesiastico di circa 50 × 80 metri, già individuato grazie alle prospezioni geofisiche effettuate negli anni Novanta.

Ricostruzione della basilica sulla base dei risultati degli scavi del 2023 e del 2024. © Ricostruzione: Daniel Hinz

Il complesso è costituito da una basilica, un battistero con vasca circolare, un atrio, oltre a diversi altri ambienti collegati alla residenza del vescovo.

Vista aerea: Nella parte anteriore, è visibile la doppia cinta muraria; dietro si vede l’Aula, al centro il Battistero con il fonte battesimale circolare e dietro di esso l’Atrio. © Archiv Ostia-ProjektScavo e documentazione dell’auditorium © Archiv Ostia-Projekt

La chiesa fu edificata sopra i resti di una insula romana, un grande edificio residenziale a più piani tipico dell’urbanistica imperiale. Questa scelta testimonia la trasformazione della città tardoantica: vecchie strutture urbane venivano riadattate alle nuove funzioni religiose e liturgiche mentre il cristianesimo assumeva un ruolo sempre più centrale dopo l’impero di Costantino.

Lo scavo © Archiv Ostia-Projekt

Il sito è rimasto straordinariamente ben leggibile perché, a differenza di quanto accaduto a molte altre basiliche paleocristiane, non ha subito grandi ricostruzioni in epoca medievale. Per questo gli archeologi possono studiarne la forma originaria con un livello di precisione difficilmente riscontrabile altrove.

La sorprendente aula del palazzo episcopale

La scoperta più interessante riguarda la grande aula di rappresentanza collegata alla residenza del vescovo. L’ambiente misura circa 8 × 20 metri e doveva raggiungere un’altezza superiore agli otto metri, dimensioni eccezionali per l’epoca.

Pavimento musivo dell’aula © Archiv Ostia-Projekt

Le tracce architettoniche – rivestimenti marmorei, pavimenti a mosaico – confermano l’importanza cruciale dell’edificio, la cui monumentalità richiamava quella delle sale di rappresentanza dell’élite romana. Il dato è significativo perché dimostra come i primi vescovi, la nuova “classe dirigente” della tarda antichità, adottassero gli stessi modelli architettonici degli edifici civili per affermare ed esercitare la propria autorità.

Secondo gli studiosi non esisterebbero esempi paragonabili ad Ostia nel IV secolo, il che fa dell’aula un caso quasi unico nel panorama archeologico della città.

Mille anni di occupazione nel cuore di Ostia

Un altro elemento di grande interesse riguarda la continuità di vita del quartiere. L’area della chiesa rimase abitata molto più a lungo rispetto ad altre parti della città portuale, con tracce di frequentazione che giungono fino all’alto Medioevo.

La lunga occupazione offre agli archeologi la rara occasione di seguire l’evoluzione di un intero settore urbano di Ostia per quasi un millennio, dalla città imperiale alla fase medievale. Le prossime campagne di scavo, già programmate per il 2026, dovranno chiarire il ruolo che il complesso episcopale rivestì nel processo di sviluppo della comunità locale.

📘 Fonte della notizia

  • ✅ Comunicato stampa ufficiale dell’Università di Bonn

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Il mosaico erotico trafugato dai nazisti non era di Pompei: la vera origine nelle Marche

S&A

Ne avevamo parlato lo scorso luglio, e ora la sua storia è tornata sulla breccia con una svolta clamorosa. Sì perché il mosaico romano con scena erotica, restituito all’Italia nel 2025 dopo oltre ottant’anni, in realtà non è di Pompei ma marchigiano, e più precisamente dell’area di Folignano.

Il reperto era stato sottratto durante la Seconda guerra mondiale da un capitano della Wehrmacht, l’esercito della Germania nazista, e portato in Germania come bottino personale. La restituzione è avvenuta grazie agli eredi del militare, che hanno deciso di consegnare l’opera allo Stato italiano. Il recupero è stato gestito dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, l’unità specializzata dell’Arma impegnata nella lotta contro il traffico illecito di opere d’arte.

Per approfondire: Un mosaico erotico trafugato durante la guerra torna a casa

https://storiearcheostorie.com/2025/07/15/mosaico-erotico-trafugato-in-germania-durante-la-guerra-torna-a-pompei/

Poiché mancavano informazioni certe sulla provenienza del mosaico, il Ministero della Cultura lo aveva inizialmente assegnato al Parco Archeologico di Pompei, dove era stato consegnato nel luglio 2025. Qui infatti sono noti numerosi mosaici figurati di età romana realizzati con tecniche e motivi simili.

Ma le ricerche successive hanno cambiato completamente la storia dell’opera.

Il mosaico ritrovato

Le analisi archeometriche: un mosaico non vesuviano

Una volta giunto a Pompei, il mosaico è stato sottoposto a studi archeologici e analisi scientifiche condotte in collaborazione con l’Università del Sannio.

Gli studiosi hanno applicato indagini archeometriche, una disciplina che utilizza strumenti della chimica, della mineralogia e della fisica dei materiali per ricostruire l’origine e la tecnica di produzione dei manufatti antichi.

L’analisi delle tessere musive – piccoli cubetti di pietra o pasta vitrea che compongono l’immagine – ha mostrato caratteristiche incompatibili con i mosaici vesuviani. In particolare la composizione mineralogica delle pietre, la dimensione delle tessere e la tecnica di posa del tessellatum rimandavano piuttosto a officine musive attive nell’Italia centrale, probabilmente nel Lazio.

Questi dati hanno suggerito l’esistenza di laboratori specializzati nella produzione di mosaici figurati destinati al commercio su larga scala, capaci di rifornire ville aristocratiche in diverse regioni della penisola.

Il colpo di scena: la provenienza da una villa romana delle Marche

La svolta è arrivata grazie a un incontro quasi fortuito durante la presentazione pubblica del mosaico nel 2025. L’archeologa Giulia D’Angelo, originaria delle Marche e studiosa di archeologia romana, ha riconosciuto elementi che rimandavano a un sito del suo territorio.

Le ricerche archivistiche hanno portato alla vera provenienza del reperto: una villa romana situata a Rocca di Morro, frazione del comune di Folignano, nel territorio della provincia di Ascoli Piceno.

La presenza del mosaico in quell’area era già documentata alla fine del XVIII secolo, segno che il manufatto era noto agli studiosi locali molto prima della sua scomparsa.

Il taccuino ottocentesco che ha confermato l’identificazione

Una prova decisiva è emersa da un documento sorprendente: un taccuino manoscritto del XIX secolo realizzato dal pittore e archeologo ascolano Giulio Gabrielli.

Nel quaderno, databile intorno al 1868 e oggi conservato nella Biblioteca Comunale di Ascoli Piceno, compare uno schizzo dettagliato del mosaico accompagnato da annotazioni sul luogo del ritrovamento.

Gabrielli descrive la scena come quella di un uomo che porge una borsa di denaro a una giovane donna seminuda. L’autore interpreta il soggetto come “Il congedo di un’etera”, cioè una cortigiana di alto rango nel mondo greco-romano.

Il pittore annota anche la provenienza dell’opera: un podere appartenente alla famiglia Malaspina a Rocca di Morro. Il disegno ottocentesco coincide perfettamente con il mosaico restituito nel 2025, confermando definitivamente la sua origine marchigiana.

La scena erotica, un “classico” della cultura romana

Le scene erotiche nei mosaici romani non erano affatto rare. Al contrario, facevano parte della decorazione domestica di ville aristocratiche e ambienti di rappresentanza, soprattutto negli spazi dedicati al banchetto o al riposo.

Nel caso di questo mosaico il personaggio maschile è raffigurato mentre offre una borsa di denaro, probabilmente allusione al pagamento, mentre la figura femminile, seminuda, richiama l’iconografia delle eterae, le cortigiane, associate alla seduzione e al mondo del simposio

Queste immagini avevano spesso significati simbolici e culturali complessi, legati ai temi della ricchezza, del piacere e della vita aristocratica nel mondo romano.

Il valore della restituzione

Per il ministro della Cultura Alessandro Giuli, la storia del mosaico dimostra che la tutela del patrimonio non si conclude con il recupero materiale dell’opera.

Il lavoro congiunto tra Carabinieri, archeologi, università e funzionari del Ministero ha permesso di ricostruire la vera storia del reperto e ricollocarlo nel suo contesto originario.

Oggi il mosaico rappresenta non solo un esempio di arte romana, ma anche un frammento di memoria restituito alla collettività.

Nel frattempo, le amministrazioni locali di Folignano e Ascoli Piceno stanno valutando future iniziative di valorizzazione, tra cui possibili mostre o progetti di collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei.

Sul prezioso reperto è stato pubblicato oggi, sull’E-journal di Pompei, un articolo di approfondimento a cura di Giulia D’Angelo (Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Scienze dell’Antichità), Celestino Grifa (Università del Sannio, Dipartimento di Scienze e Tecnologie; SHerIL,Samnium Heritage Innovation Lab.), Simona Boscia, Andrea Lepore, Chiara Germinario, Mariano Mercurio (Dipartimento di Scienze e Tecnologie, Università del Sannio), Gianluca Frija (Università di Ferrara, Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra), Alessandro Russo, Gabriel Zuchtriegel (Parco Archeologico di Pompei). L’articolo è consultabile a questo link.

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Monteu da Po (Torino), la città romana di Industria rinasce dopo l’alluvione

Il 28 febbraio presentazione dei nuovi progetti di valorizzazione del sito archeologico e lectio magistralis di Christian Greco: un segnale concreto di rilancio culturale per il territorio.

S&A

Non è solo un sito archeologico, ma una città che ha saputo riemergere più volte dalla propria scomparsa. Industria, antica colonia romana lungo la sponda destra del Po, torna al centro della scena culturale piemontese sabato 28 febbraio con un pomeriggio di studi, visite guidate e interventi istituzionali. Culmine dell’evento sarà la lectio magistralis di Christian Greco, direttore del Museo Egizio.

L’appuntamento rappresenta insieme una restituzione scientifica delle ricerche in corso e un segnale concreto di rilancio dopo l’alluvione che lo scorso 17 aprile ha colpito duramente Monteu da Po, sommergendo l’area archeologica sotto acqua, fango e detriti.

Un nodo strategico dell’antichità lungo il Po

Situata a circa 30 chilometri da Torino e non lontano dalla confluenza della Dora Baltea, Industria è citata già nella Naturalis historia di Plinio il Vecchio.

In età augustea la città divenne un punto nevralgico per il traffico fluviale delle merci e per la lavorazione dei metalli provenienti dalle miniere valdostane. Tra il I e il III secolo d.C. conobbe un periodo di intensa prosperità, prima di avviarsi verso un lento declino a partire dal V secolo.

Riscoperta nella metà del XVIII secolo, oggi l’area visitabile si sviluppa lungo i due assi principali, cardo e decumano, sui quali si affacciano domus e botteghe. Tra gli elementi più sorprendenti spicca il santuario dedicato alle divinità egizie Iside e Serapide, un vero unicum nell’Italia settentrionale romana, testimonianza di scambi culturali e religiosi di ampia portata.

Città romana di Industria: cardo e domus

Il rilancio dopo l’alluvione del 17 aprile

L’iniziativa del 28 febbraio nasce anche come risposta concreta alla calamità che ha investito il sito la scorsa primavera. L’alluvione ha compromesso percorsi e strutture, rendendo necessari interventi urgenti.

Grazie ai finanziamenti del Ministero della Cultura sono stati avviati lavori di ripristino e restauro: rimozione dei depositi di limo, recupero dell’accessibilità e messa in sicurezza delle strutture emerse. Un’azione che ha restituito dignità e fruibilità a un patrimonio di valore nazionale.

Città romana di Industria: mosaico

Nuove ricerche e archeologia collaborativa

Dal 2022 la University of California, Los Angeles (UCLA), in sinergia con altri atenei, il Ministero della Cultura e il Comune di Monteu da Po, ha avviato un progetto internazionale di archeologia collaborativa.

La concessione triennale 2024-2026 del progetto CAMI – Comunità Antiche e Moderne di Industria – punta a uno studio integrato della città antica, delle sue funzioni produttive e commerciali e della memoria del sito nel tempo. Indagini geofisiche non invasive e scavi mirati stanno offrendo nuovi dati sulla morfologia urbana e sull’organizzazione degli spazi.

Proprio quest’anno, grazie a un finanziamento della Direzione Generale Musei, si è conclusa una vasta campagna di scavo che ha portato alla luce nuove informazioni sull’articolazione del foro, cuore politico e civile della città romana.

Il programma della giornata del 28 febbraio

La giornata si apre alle 14.45 all’area archeologica di Industria con una visita ai nuovi scavi finanziati dal Ministero, accompagnata dalla direttrice del sito Sofia Uggè e da Alessandro Quercia della Soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio per la Città Metropolitana di Torino.

Città romana di Industria: veduta

Dalle 16, al Teatro comunale di Monteu da Po, sono previsti i saluti istituzionali delle autoritàMaria Elisa Ghion, Sindaca di Monteu da Po; Filippo Masino, Direttore Musei nazionali Piemonte; Corrado Azzollini, Soprintendente Archeologia belle arti e paesaggio per la Città Metropolitana di Torino; Andrea Gavazza, Consigliere della Città Metropolitana di Torino e Sindaco di Cavagnolo.

Alle 16.30 è in programma la lectio magistralis di Christian Greco, seguita da una serie di interventi di approfondimento. Sofia Uggè Alessandro Quercia presentano un bilancio delle attività di tutela, ricerca e valorizzazione dell’area archeologica, delineando le prospettive future del sito. Willeke Wendrich, Università della California e Politecnico di Torino, illustra l’approccio dell’archeologia collaborativa a Industria e i risultati delle indagini non invasive e delle campagne di scavo internazionali. Cristina Cuneo e Manuela Rebaudengo, del Politecnico di Torino, approfondiscono il progetto CAMELOT, dedicato allo studio di questo territorio e delle sue connessioni storiche, stimolando la riflessione degli abitanti sul suo valore culturale, naturale ed economico. Davide Borra di No Real Interactive srl presenta infine le applicazioni della realtà aumentata come strumento per migliorare l’accessibilità culturale e la fruizione del patrimonio archeologico.

La giornata si concluderà con un rinfresco offerto dal Comune di Monteu da Po e dalla Città Metropolitana di Torino.

ℹ️ INFORMAZIONI UTILI

Alle origini del territorio: la città romana di Industria tra memoria e futuro
📍 Ore 14.45: Area archeologica di Industria, corso Industria 6 ter, Monteu da Po (TO)
Ore 16: Teatro comunale di Monteu da Po, via San Giovanni 5
Ingresso libero
📅 28 febbraio 2026
🌐 Info: Musei nazionali Piemonte [email protected][email protected]; Comune di Monteu da Po 011 9187813

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