Graffiti di gladiatori e amori quotidiani: la vita di Pompei svelata grazie alle tecnologie digitali | IL VIDEO

Elena Percivaldi

Nel quartiere dei teatri di Pompei, in un semplice corridoio di passaggio che collegava l’area teatrale alla via Stabiana, stanno riemergendo frammenti preziosi della vita quotidiana, dei gladiatori ma anche delle persone ordinarie. Non grandi affreschi né architetture monumentali, ma scritture spontanee, incise sugli intonaci: amori dichiarati (e, chissà, magari non corrisposti…), offese, invocazioni agli dei, riferimenti a combattimenti nelle arene. Tracce di un uno spazio pubblico intensamente vissuto, e oggi tornate nuovamente leggibili grazie alle tecnologie digitali applicate all’archeologia.

Veduta d’insieme dei graffiti (©Parco Archeologico Pompei)

Guarda e ascolta l’intervista a Zuchtriegel

Il direttore del Parco Archeologico di Pompei racconta la scoperta dei graffiti dei gladiatori

https://youtu.be/I-9Dhf3vdlU

Un ambiente scavato da oltre due secoli, ma ancora capace di parlare

Il corridoio fu scavato alla fine del XVIII secolo, nel 1794, ed è uno dei luoghi più frequentati dai visitatori del sito. Proprio per questo, non ci si attendevano ulteriori scoperte. Eppure, attraverso nuove metodologie di documentazione, è stato possibile rileggere sistematicamente le pareti, portando a quasi 300 iscrizioni, tra le circa 200 già note e 79 nuove identificazioni.

Il corridoio dei teatri (©Parco Archeologico Pompei)

Tra i testi emergono storie personali come l’iscrizione “Erato amat…” (“Erato ama”… Chissà chi?), allusioni a relazioni amorose, frasi di scherno, inviti, battute oscene e riferimenti a combattimenti gladiatori, che trasformano il corridoio in una sorta di bacheca collettiva dell’antica Pompei.

Qui e sotto, il graffito in cui si legge “Erato Amat” (©Parco Archeologico Pompei)

Il progetto “Bruits de couloir” e l’archeologia delle scritture informali

Il corridoio dei teatri (©Parco Archeologico Pompei)

Lo studio rientra nel progetto “Bruits de couloir” (Voci di corridoio), ideato da Louis Autin ed Éloïse Letellier-Taillefer (Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne) e Marie-Adeline Le Guennec (Université du Québec à Montréal), in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei. Le ricerche, condotte nel 2022 e nel 2025, hanno adottato un approccio multidisciplinare, integrando epigrafia, archeologia, filologia e le cosiddette “digital humanities” (informatica umanistica).

ULTIM’ORA: Nuova scoperta a Fano, ecco i dettagli

https://storiearcheostorie.com/2026/01/19/basilica-vitruvio-fano-scavi/

L’uso di una griglia virtuale ha permesso di analizzare i rapporti spaziali e tematici tra le iscrizioni, restituendo la logica di frequentazione e interazione sociale dello spazio.

Il luogo del ritrovamento (in rosso) (©Parco Archeologico Pompei)

RTI e conservazione digitale: vedere ciò che l’occhio non vede

Fondamentale è stato l’impiego della RTI – Reflectance Transformation Imaging, una tecnica di fotografia computazionale che consente di leggere incisioni impercettibili a occhio nudo, anche su superfici degradate. Questa metodologia non solo consente nuove letture, ma rappresenta uno strumento decisivo per la conservazione digitale di un patrimonio fragile e vulnerabile.

Uno dei graffiti (©Parco Archeologico Pompei)

È in fase di sviluppo una piattaforma 3D che integrerà fotogrammetria, dati RTI e metadati epigrafici, offrendo un ambiente digitale per lo studio, l’annotazione e la futura fruizione pubblica delle iscrizioni.

Graffito dei gladiatori (©Parco Archeologico Pompei)

Tecnologia e tutela: il futuro della memoria pompeiana

Come ha sottolineato il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, a Pompei sono note oltre 10.000 iscrizioni, un archivio straordinario della vita vissuta. Per questo è prevista anche la realizzazione di una copertura protettiva del corridoio, destinata a preservare gli intonaci e a consentire una visita integrata, in cui archeologia e tecnologia dialoghino senza mediazioni spettacolari, ma con rigore scientifico.

📘 Fonte della notizia

  • 📄 Comunicato stampa ufficiale del Parco Archeologico di Pompei

    Il nostro articolo è una sintesi divulgativa della fonte scientifica citata.

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Gli schiavi di Pompei mangiavano meglio dei liberi? Le nuove scoperte a Civita Giuliana

Elena Percivaldi

Instrumenta vocalia, “strumenti parlanti”. Così i Romani chiamavano gli schiavi: oggetti, più che persone. Eppure, secondo un paradosso che oggi troverebbe nuove conferme archeologiche, proprio questi lavoratori forzati potevano, in alcuni casi godere, di una nutrizione migliore rispetto a molti cittadini formalmente liberi. È quanto emerge dagli scavi della grande villa rustica di Civita Giuliana, alle porte di Pompei, dove recenti indagini hanno portato alla luce sorprendenti dati sulla dieta degli schiavi agricoli.

Localizzazione area di scavo (in arancio) su quartiere servile della villa (in rosso)

Gli scavi rientrano nella Campagna nazionale di scavi 2024, finanziata dal Ministero della Cultura con 140mila euro, e i risultati sono stati pubblicati sull’E-Journal degli Scavi di Pompei (lo studio è disponibile QUI).

Anfore di fave e cesti di frutta: la dieta degli schiavi

Nel quartiere servile della villa, in ambienti situati al primo piano, sono state rinvenute anfore contenenti fave, una delle quali ancora semivuota, e un grande cesto con pere, mele o sorbe. Alimenti ricchi di proteine e vitamine, fondamentali per integrare una dieta basata quasi esclusivamente sul grano.

Villa Servile Civita Giuliana (spaccato) v4

Gli schiavi – uomini, donne e bambini – vivevano in celle di appena 16 metri quadrati, ciascuna con fino a tre letti. Tuttavia, come forza lavoro dal valore economico elevato (fino a diverse migliaia di sesterzi), venivano mantenuti in condizioni nutrizionali adeguate per garantire la massima efficienza produttiva.

Dettaglio del contenuto dell’anfora 1

Depositi sopraelevati anti-topo e controllo delle razioni

La scelta di conservare gli alimenti al primo piano aveva probabilmente una doppia funzione. Da un lato, proteggerli dai roditori, abbondanti al pianterreno, dove gli ambienti avevano solo un battuto di terra. Dall’altro, consentire un controllo rigoroso delle razioni, distribuite in base a età, sesso e mansione.

Panorama dell’ambiente M1

È possibile che al piano superiore alloggiassero i servi più fidati, incaricati di sorvegliare gli altri secondo una gerarchia interna già ricostruita dagli archeologi negli anni precedenti.

Numeri impressionanti: 18.500 kg di grano all’anno

Per nutrire circa 50 lavoratori, pari alla capienza del quartiere servile – uno dei più grandi noti nel territorio pompeiano – servivano 18.500 chilogrammi di grano all’anno, prodotti su una superficie agricola di almeno 25 ettari. Senza integrazioni alimentari, il rischio di malattie da malnutrizione sarebbe stato altissimo.

E qui emerge il paradosso: mentre gli schiavi delle grandi ville erano nutriti in modo razionale, molti cittadini liberi di Pompei vivevano in condizioni di povertà estrema, costretti a chiedere elemosine ai notabili.

Calchi, aratri e porte: la vita materiale della villa

Le nuove indagini hanno interessato il settore nord del quartiere servile, sotto l’attuale Via Giuliana. Gli ambienti indagati al piano terra hanno restituito il calco dell’anta di una porta, composta da due pannelli rettangolari e con ancora le borchie in ferro, probabilmente una delle ante della porta a doppio battente che dal portico conduceva al corridoio che terminava all’ingresso del sacrario. Un secondo calco potrebbe essere pertinente a un aratro a spalla o una stegola, l’elemento che serve a guidare un aratro trainato da animali.

Anfore e ceste dall’ambiente M1

Un altro calco di notevoli dimensioni potrebbe essere interpretato come un’anta di un portone che, a giudicare dagli incassi e dagli alloggi presenti sul lato lungo superiore, doveva essere a doppio battente. La sua posizione leggermente inclinata verso la parete a cui si appoggia e la vicinanza alla stanza cosiddetta del carpentiere lascia ipotizzare che potesse essere qualcosa in attesa o in fase di riparazione. Sono tutti reperti preziosi, che ci parlano non solo delle fatiche quotidiane dei pompeiani, ma anche di come avveniva l’organizzazione tecnica della produzione agricola.

Intreccio del coperchio

Zuchtriegel: “La schiavitù è un tema attuale”

«Qui l’assurdità del sistema schiavistico diventa palese – spiega Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Pompei –. Gli esseri umani sono trattati come macchine, ma l’umanità riaffiora: mangiamo le stesse cose, respiriamo la stessa aria. A volte gli schiavi mangiano persino meglio dei liberi».

Dettaglio dei cesti impilati in corso di scavo

Un tema che, sottolinea il direttore, non appartiene solo al passato: oggi oltre 30 milioni di persone vivono ancora in condizioni assimilabili alla schiavitù moderna.

Il futuro degli scavi a Civita Giuliana

Dal 2017 la villa è oggetto di scavi sistematici, condotti in collaborazione con la Procura di Torre Annunziata per fermare i saccheggi. È ora in corso il progetto di demolizione, scavo e valorizzazione, che permetterà di esplorare nuove porzioni del quartiere servile e ricostruire l’intera estensione della villa.

LEGGI LO STUDIO ORIGINALE SULL’E-JOURNAL

Immagine in apertura: Dettaglio del contenuto dell’anfora

📘 Fonte scientifica (primaria)

Il nostro articolo è una sintesi divulgativa dello studio scientifico citato.

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Pompei, la “Casa del Tiaso” era una domus con torre per super-ricchi? L’ipotesi: “Anticipa le case torri del Medioevo”

Elena Percivaldi

Non solo vie, botteghe e cortili: la Pompei che oggi conosciamo era anche una città “in verticale”, dove i piani superiori e forse perfino torri residenziali dominavano il paesaggio urbano.
È quanto emerge dal nuovo articolo pubblicato sull’E-Journal degli scavi di Pompei, dal titolo “La torre della Casa del Tiaso. Un nuovo progetto di ricerca per la documentazione e la ricostruzione digitale della Pompei ‘perduta’”, firmato dal direttore del Parco Archeologico Gabriel Zuchtriegel e da Susanne Muth dell’Università Humboldt di Berlino.

La scala che portava nel cielo

La scoperta nasce da un dettaglio architettonico sorprendente: una scala monumentale nella Casa del Tiaso, situata nella Regio IX, che sembra condurre nel nulla. Gli archeologi hanno ipotizzato che essa servisse per raggiungere una torre panoramica, forse destinata all’osservazione della città, del golfo e del cielo stellato.

Modello 3D della Casa del Tiaso (©Parco Archeologico Pompei)

Un’idea che trova riscontri sia nella letteratura antica – è il caso della celebre torre di Mecenate, da cui Nerone avrebbe osservato l’incendio di Roma – sia nell’iconografia pompeiana, dove molte ville affrescate mostrano torri come elementi distintivi dell’architettura di lusso.

Pompei e l’archeologia digitale: il progetto POMPEII RESET

Il nuovo studio rientra nel progetto POMPEII RESET, un programma di ricerca non invasiva che utilizza le tecnologie digitali più avanzate per documentare e ricostruire virtualmente la città antica.

Nella prima fase, gli archeologi hanno realizzato scansioni 3D dettagliate degli edifici ancora conservati; nella seconda, stanno sviluppando ricostruzioni digitali dei piani superiori e degli elementi perduti, creando una sorta di gemello digitale (digital twin) della Pompei antica.

Laser scanner in azione (©Parco Archeologico Pompei)

Come spiega Zuchtriegel:

“La ‘Pompei perduta’ consiste soprattutto nei piani superiori. Mettere insieme i dati in un modello digitale 3D ci permette di capire meglio come si viveva e come erano organizzati gli spazi”.

Torri, status e vita domestica nell’antichità

La presenza di una torre nella Casa del Tiaso suggerisce dunque un nuovo modo di intendere la vita domestica pompeiana. Così come accadrà secoli dopo nelle città medievali come Bologna o San Gimignano, anche a Pompei le torri private potevano rappresentare uno status symbol, segno tangibile di potere, prestigio e ricchezza.

Ricostruzione della Casa del Tiaso (©Parco Archeologico Pompei)

Le case dell’élite, ispirate ai modelli delle ville suburbane, diventavano veri e propri microcosmi urbani, aperti sul paesaggio e sul cielo, luoghi in cui arte, architettura e simbolismo si fondevano.

Una nuova chiave di lettura per la città sepolta

Il progetto POMPEII RESET apre prospettive inedite per la ricerca e la valorizzazione del sito. La ricostruzione digitale non solo consente di “riportare in vita” la Pompei perduta, ma anche di trasmettere conoscenza attraverso strumenti immersivi e di grande impatto visivo.
La Casa del Tiaso diventa così un laboratorio ideale per sperimentare un’archeologia del futuro, capace di coniugare tecnologia e umanità per restituire voce e forma alla città sepolta dal Vesuvio.

Per saperne di più, si può scaricare l’articolo dal sito dell’E-Journal di Pompei a questo link (SCARICA PDF).

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DOPO LA CATASTROFICA ERUZIONE, POMPEI VISSE UNA SECONDA VITA PER DIVERSI SECOLI - Daniele Mancini Archeologia

Recenti scavi archeologici confermano che i sopravvissuti alla catastrofica eruzione vulcanica che distrusse Pompei nell'ottobre del...

Daniele Mancini Archeologia

🔥 Pompei non morì nel 79 d.C.

Nuove scoperte archeologiche rivelano che la città fu rioccupata per secoli dopo l’eruzione del Vesuvio: tra le rovine, i sopravvissuti tornarono a vivere, accendere focolari, cercare fortuna.

🏚️ Una Pompei dimenticata, precaria e quasi "clandestina", sopravvissuta fino al V secolo.

Leggi l’articolo completo sul nostro sito

@pompeii_parco_archeologico

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https://storiearcheostorie.com/2025/08/07/pompei-rioccupazione-post-eruzione-v-secolo/

Pompei, nuovi scavi nella Villa dei Misteri: abbattuto l’edificio abusivo, riemerge l’antico ingresso [VIDEO-INTERVISTA]

Elena Percivaldi

Nuovo e importante capitolo per uno degli edifici simbolo di Pompei, la Villa dei Misteri, celebre per il suo straordinario fregio misterico. Questa mattina, il Direttore del Parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel, e il Procuratore della Repubblica di Torre Annunziata, Nunzio Fragliasso, hanno annunciato l’avvio del nuovo cantiere di scavo nel settore nord-ovest della villa, reso possibile dopo la demolizione di un edificio abusivo che per decenni ne aveva impedito l’indagine archeologica.

Le nuove indagini nella villa

Scavata parzialmente nel 1909-1910 e poi sistematicamente nel 1929-1930 dal celebre soprintendente Amedeo Maiuri, la Villa dei Misteri non era mai stata completamente esplorata. Un settore rimase infatti fuori dagli interventi, poiché occupato da una costruzione privata, cresciuta abusivamente nel tempo. Grazie al protocollo d’intesa tra la Procura e il Parco archeologico, oggi si può finalmente intervenire su quell’area, finora segnata da scavi clandestini e cunicoli illegali che minacciavano l’integrità del sito.

Il nuovo scavo mira non solo a ricostruire i danni causati dai saccheggiatori, ma soprattutto a completare l’opera iniziata da Maiuri. “Stiamo lavorando per portare alla luce l’ingresso principale e una parte del quartiere servile della villa – spiega Zuchtriegel – e i primi risultati sono molto promettenti: alcune strutture del piano superiore sono rimaste intatte, il che ci fa sperare anche per i livelli inferiori.”

Tornano alla luce strade e ambienti perduti

Tra le scoperte più rilevanti c’è l’antico ingresso monumentale della villa, affacciato sulla cosiddetta via Superior, un tratto viario esterno che conduceva al complesso. A fianco della strada è stata individuata una cisterna rettangolare con volta a botte, mentre dal lato opposto emergono le strutture murarie del terrapieno orientale. Maggiori dettagli sono contenuti nell’articolo di approfondimento pubblicato sull’ E-journal del Parco archeologico di Pompei a questo link

Il ritrovamento offre una nuova visione topografica della villa e delle sue connessioni con il paesaggio urbano e rurale di Pompei, aprendo scenari inediti sul funzionamento degli spazi servili e sulla vita quotidiana della villa romana.

Un modello di collaborazione contro l’abusivismo

Il successo dell’operazione è il frutto di una collaborazione istituzionale strutturata, che ha visto la Procura e il Parco archeologico firmare due protocolli fondamentali: uno per contrastare il traffico illecito di reperti archeologici, l’altro per combattere l’abusivismo edilizio in aree vincolate. In base a quest’ultimo, è il Parco a finanziare le demolizioni degli edifici abusivi, acquisendo poi le aree liberate al demanio, in vista della loro riqualificazione culturale.

La demolizione dell’edificio e l’avvio del nuovo scavo sono il risultato di una sinergia concreta ed efficace”, ha sottolineato il Procuratore Fragliasso, ricordando anche l’abbattimento recente di una struttura abusiva destinata alla ristorazione, realizzata proprio di fronte alla villa.

Le nuove scoperte nel settore nord-ovest non solo restituiscono porzioni inedite del complesso, ma testimoniano anche la possibilità di riqualificare aree compromesse dall’abusivismo, trasformandole in risorse per la ricerca scientifica e il turismo sostenibile.

Guarda il video – Zuchtriegel: “Questo è solo un primo passo, ora stiamo cercando i fondi per portarlo a termine”.

https://youtu.be/CWjU4TXvdqU

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“Pompei Sostenibile”: la città antica si trasforma in laboratorio di educazione ambientale

Mario Galloni

Pompei parla al futuro. Il celebre sito archeologico campano si apre oggi a una nuova visione con “Pompei Sostenibile”, un innovativo percorso educativo che intreccia storia e sviluppo sostenibile, presentato ufficialmente nell’Auditorium del Parco Archeologico.

Realizzato dalla FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura) in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei e con il supporto del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), il progetto trasforma quattordici luoghi simbolo della città antica – tra case, giardini, terme e edifici pubblici – in tappe di riflessione sui grandi temi dell’Agenda 2030: gestione delle risorse naturali, resilienza climatica, biodiversità, inclusione sociale e sicurezza alimentare.

Un viaggio tra passato e futuro

Ogni tappa del percorso è accompagnata da materiali didattici, totem interattivi, pannelli informativi e contenuti digitali accessibili tramite l’app MyPompeii, disponibile in italiano e inglese. Attraverso QR code e segnaletica dedicata, i visitatori vengono guidati lungo un itinerario che mostra come gli antichi Pompeiani affrontassero problemi simili a quelli di oggi: dalla raccolta dell’acqua piovana alla coltivazione urbana, dalla gestione energetica naturale alla convivenza tra uomo e ambiente.

Tra i luoghi protagonisti spiccano la Casa del Frutteto, la Casa delle Nozze d’Argento e le Terme Centrali, testimoni di una cultura materiale sorprendentemente attenta all’equilibrio ecologico.

Pompei Sostenibile: la cultura come strumento di cambiamento

“Pompei diventa un laboratorio a cielo aperto dove il passato ispira il futuro – ha dichiarato Edmondo Cirielli, Viceministro degli Affari Esteri –. Il progetto dimostra come il patrimonio culturale possa essere uno strumento concreto per sensibilizzare cittadini e comunità sugli obiettivi dell’Agenda 2030, unendo memoria e innovazione”.

A fargli eco, il Vicedirettore Generale della FAO, Maurizio Martina, ha sottolineato come “Pompei Sostenibile” rappresenti “un esempio concreto di come la saggezza del passato possa guidare le scelte per un futuro più equo e sostenibile”.

L’archeologia come coscienza del presente

“Il tema della sostenibilità – ha aggiunto il Direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel – non è solo tecnico, ma umanistico. Pompei ci aiuta a ripensare le nostre relazioni con l’ambiente, la società e il tempo. Anche per questo, all’interno del progetto, abbiamo incluso Sogno di volare, laboratorio teatrale con bambini e adolescenti del territorio che debutterà al Teatro Grande il 24 e 26 maggio”.

Un progetto condiviso con il territorio

L’iniziativa si avvale anche della collaborazione di realtà locali come la Cooperativa Onlus Il Tulipano e la Fattoria culturale e sociale, coinvolte in attività educative e produttive, oltre che dell’A.T.I. Feudi di San Gregorio Società Agricola S.P.A. e Basilisco Società Agricola s.r.l..

La giornata di presentazione ha segnato anche l’avvio della campagna che porterà verso la Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2025, con “Pompei Sostenibile” a fare da ponte tra consapevolezza storica e azione concreta.

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Homepage - Pompeii Sites Portale Ufficiale Parco Archeologico di Pompei

Visita gli scavi di Pompeii, Boscoreale, Oplontis, Stabiae, Longola, Castello di Lettere. Acquista i biglietti online e tieniti informato sugli eventi.

Pompeii Sites

Pompei, nasce la “vigna archeologica”: un’azienda vitivinicola nel cuore del Parco [CON VIDEOINTERVISTE]

Elena Percivaldi

Una vigna “archeologica” prende vita nel Parco Archeologico di Pompei, un progetto ambizioso che unisce viticoltura biologica e valorizzazione storica. Grazie a un innovativo partenariato pubblico-privato, il Gruppo Tenute Capaldo—con le cantine Feudi di San Gregorio e Basilisco—affianca il Parco nella gestione dei vigneti, con l’obiettivo di creare un’azienda vitivinicola a ciclo completo all’interno del sito. Sei ettari di viti, strutture per la vinificazione e l’affinamento, e un approccio che intreccia produzione di vini di qualità con la narrazione della Pompei antica: il tutto sotto la guida scientifica del professor Attilio Scienza e dell’agronomo Pierpaolo Sirch.

“Non è una semplice concessione, ma una collaborazione virtuosa,” spiega Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco. “Da decenni studiamo i vigneti di Pompei per capirne tecniche e abitudini. Oggi, con Feudi di San Gregorio, investiamo in una tutela attiva del patrimonio naturale e paesaggistico, integrandolo con il territorio.” Il progetto si inserisce in un disegno più ampio di “azienda archeo-agricola,” che include la coltivazione degli ulivi e iniziative di agricoltura sociale nella “fattoria culturale” del Parco.

Uva in un affresco pompeiano (foto: Parco Archeologico di Pompei)

Vino e storia: un ritorno alle radici

L’idea nasce dagli studi del Laboratorio di Ricerche Applicate di Pompei, attivi dagli anni ’90, che hanno analizzato i vitigni antichi per ricostruire le pratiche agricole romane. Ora, la nuova azienda—interamente biologica—punta a far rivivere quelle tradizioni, con viti allevate secondo metodi storici e uve trasformate in loco. “Produciamo vini autentici e valorizziamo il percorso di visita,” sottolinea Zuchtriegel. L’estensione vitata crescerà oltre i 6 ettari, coinvolgendo anche realtà del Terzo Settore per un impatto sociale positivo.

A guidare il progetto agronomico è Pierpaolo Sirch, responsabile di produzione di Feudi, noto per la sua expertise sui vitigni autoctoni campani. “Collaboriamo con il professor Scienza per riscoprire le tecniche di 2000 anni fa,” spiega Antonio Capaldo, presidente di Feudi di San Gregorio. “Pompei non sarà solo un museo, ma un centro vivo di produzione e cultura.” Il gruppo, Società Benefit dal 2021, porta in dote 40 anni di esperienza nella valorizzazione di vitigni come il Greco di Tufo e l’Aglianico, con un occhio alla sostenibilità e alle comunità locali.

Zuchtriegel e Capaldo (foto: Parco Archeologico di Pompei)

Un partenariato lungimirante

A differenza dei classici appalti, il partenariato mette a fattor comune le competenze del Parco —ricerca storica e tutela— e quelle di Feudi —produzione e gestione vitivinicola. “È un approccio culturale, non speculativo,” dice Capaldo. “Richiede tempo e investimenti, ma guarda al futuro delle prossime generazioni.” Le strutture di vinificazione sorgeranno all’interno del Parco, rispettando il vincolo archeologico, e i vini prodotti—ancora senza nome—saranno un ponte tra passato e presente, offerti ai visitatori come testimonianza viva della Pompei romana.

“Il Parco è un pilastro dell’identità campana,” aggiunge Capaldo. “Vogliamo che torni a essere un luogo di scambio, come ai tempi dell’Impero.” Il progetto si affianca ad altre iniziative, come la recente apertura della Domus del Larario, e rafforza il ruolo di Pompei come modello di gestione partecipata del patrimonio.

La vigna di Pompei: un futuro sostenibile

La vigna archeologica si Pompei non è solo un esperimento produttivo: è un tassello nella tutela del paesaggio pompeiano, tra i più fragili d’Italia. Con il coinvolgimento di botanici, agronomi e associazioni locali, il Parco punta a un modello replicabile, dove cultura e natura si fondono. “La viticoltura racconta la città antica sotto una luce diversa,” conclude Zuchtriegel. “E con partner come Feudi, possiamo condividerla col mondo.” I primi vini potrebbero arrivare entro il 2027, ma già ora Pompei brinda a un nuovo capitolo della sua storia millenaria.

Le interviste a Zuchtriegel e Capaldo

https://youtu.be/YsTcOXNQ7KU

Immagine in apertura: Il vigneto nella Domus della Nave Europa (foto: Parco Archeologico di Pompei)

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Pompei, uno studio sui pigmenti svela i colori della città vesuviana

Elena Percivaldi

Pompei, si sa, era un mondo tutto a colori. Lo dimostrano gli sgargianti affreschi che adornavano le ricche dimore della città vesuviane, riportati alla luce durante gli scavi – gli ultimi, spettacolari, nella cosiddetta Casa del Tiaso – ed esaltati dai restauri. A raccontare l’affascinante mondo dei pigmenti pompeiani è lo studio appena pubblicato sul Journal of Archaeological Science, che ha svelato dettagli inediti e straordinari sulle tecniche pittoriche degli antichi romani. La ricerca, condotta dal Parco Archeologico di Pompei in collaborazione con il gruppo di Mineralogia e Petrografia dell’Università degli Studi del Sannio e il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse dell’Università Federico II di Napoli, ha analizzato i pigmenti pompeiani dal III secolo a.C. fino all’eruzione del 79 d.C., esplorando la ricca tavolozza cromatica utilizzata dagli artisti attivi nella città vesuviana.

(C)Parco Archeologico di Pompei

La gamma dei colori di Pompei

Tra i pigmenti studiati, tutti documentati nei contesti di scavo, figurano materiali naturali come l’ematite e sintetici come il celebre blu egizio (CaCuSi₄O₁₀), coprendo una gamma che spazia dai rossi intensi ai blu profondi. L’approccio analitico non invasivo, basato su microscopia ottica e spettroscopia Raman portatile, ha permesso di preservare i reperti mentre si identificavano le loro composizioni chimiche. Gli autori hanno scoperto che i pittori romani miscelavano pigmenti come il rosso piombo (minio, Pb₃O₄) e il bianco di calcio con proporzioni precise, ottenendo sfumature personalizzate. Ad esempio, nello studio della stanza rossa della Casa del Tiaso, è emersa una miscela di rosso piombo con tracce di cinabro (HgS), un pigmento costoso che denota un’attenzione al lusso.

(C)Parco Archeologico di Pompei

Un risultato straordinario è l’identificazione di un grigio innovativo, prodotto con barite (BaSO₄) e alunite (KAl₃(SO₄)₂(OH)₆), qui documentato per la prima volta nel Mediterraneo antico. Gli autori suggeriscono che questo pigmento, rilevato in campioni della Regio V, potrebbe derivare da una lavorazione locale di minerali vulcanici, evidenziando l’ingegnosità degli artigiani pompeiani.

Tra ricerca e restauro

(C)Parco Archeologico di Pompei

Lo studio non si limita alla scoperta scientifica, ma supporta il restauro degli affreschi. Il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, sottolinea: “La conoscenza della composizione chimica, come la presenza di rame (Cu) nel blu egizio o di piombo (Pb) nel rosso, è cruciale per interventi conservativi mirati”. Le analisi sulla megalografia dionisiaca di recente scoperta, ad esempio, hanno confermato l’uso di blu egizio mescolato a terre verdi, offrendo dati cruciali per preservarne i colori originari. Questo approccio, coordinato con i restauri in corso, rappresenta un’eccellenza italiana nella tutela del patrimonio.

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I pigmenti di Pompei: testimonianze di un’arte raffinata

I risultati evidenziano una padronanza tecnica avanzata: il blu egizio, prodotto riscaldando silicati di rame a temperature tra 850 e 1000°C, era spesso diluito con fillers come il calcite per ridurre i costi, mentre il rosso piombo mostrava tracce di impurità vulcaniche, probabilmente legate all’ambiente di Pompei. Il grigio a base di barite, con un contenuto di bario quantificato tra il 5-10% nei campioni analizzati, suggerisce una sperimentazione locale, forse ispirata ai depositi minerali del Vesuvio.

(C)Parco Archeologico di Pompei

Dalla scienza alla storia

Disponibile su ScienceDirect (a questo link), lo studio apre dunque nuove prospettive per gli scavi in corso, il restauro e la conservazione a lungo termine. Le tecniche non invasive, come la spettroscopia XRF portatile, garantiscono un’analisi dettagliata senza compromettere i reperti, mentre i dati raccolti arricchiscono il dialogo tra archeologia e scienza. Pompei si conferma un laboratorio vivente, dove ogni pietra – e ogni pigmento – racconta davvero una storia.

Per saperne di più:

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A Pompei scoperti nuovi affreschi a tema dionisiaco

A più di 100 anni dalla scoperta della Villa dei Misteri, nuovi affreschi a Pompei gettano luce sui misteri di Dioniso nel mondo classico.

Storie & Archeostorie
Pompeji ist weltweit eine der berühmtesten archäologischen Stätten. Mit dem künftigen Leiter, Gabriel Zuchtriegel, sprach die DW über die neue Herausforderung.
Archäologie in Pompeji soll lebendig werden | DW | 22.02.2021 #Pompeji #GabrielZuchtriegel #Archäologie
Archäologie in Pompeji soll lebendig werden | DW | 22.02.2021

Pompeji ist weltweit eine der berühmtesten archäologischen Stätten. Mit dem künftigen Leiter, Gabriel Zuchtriegel, sprach die DW über die neue Herausforderung.