TESORO DELL'ETÀ DEL BRONZO RITROVATO DURANTE LA COSTRUZIONE DI UN PARCO EOLICO VICINO A WOLFENBÜTTEL, SASSONIA - Daniele Mancini Archeologia

I lavori per la costruzione di nuove turbine eoliche vicino a Wolfenbüttel hanno permesso di portare alla luce una vasta gamma di reperti...

Daniele Mancini Archeologia

Salerno | Pontecagnano Faiano, dagli scavi emerge una necropoli sannitica con 34 tombe: molte infantili, due con cinturone

Elena Percivaldi

Le ricerche archeologiche nel territorio di Pontecagnano Faiano, in provincia di Salerno, continuano a restituire importanti testimonianze della storia dell’antico insediamento etrusco-campano. Nell’area occupata in passato dal tabacchificio ATI Alfani gli archeologi hanno completato l’indagine di un ulteriore segmento della necropoli meridionale, portando alla luce nuove sepolture che arricchiscono il quadro delle conoscenze sul sito.

Pontecagnano Faiano, vista dall’alto dello scavo (foto: ©SABAP Salerno e Avellino)

Gli scavi rientrano nelle attività di archeologia preventiva condotte sotto la supervisione della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Salerno e Avellino, avviate in occasione di lavori pubblici e interventi edilizi privati. Questo tipo di indagini consente di verificare la presenza di resti archeologici prima dell’avvio dei cantieri, garantendo la tutela del patrimonio storico.

Le ricerche hanno restituito 34 sepolture databili tra il IV e il III secolo a.C., appartenenti alla fase sannitica della storia dell’antico centro.

Tombe distribuite in gruppi familiari

L’analisi preliminare delle strutture funerarie suggerisce che l’area sepolcrale fosse organizzata secondo piccoli raggruppamenti legati ai nuclei familiari. La maggior parte delle tombe consiste in fosse scavate nel terreno, chiuse superiormente con tegole disposte a formare una copertura inclinata.

Pontecagnano Faiano, Tomba 10149 (foto: ©SABAP Salerno e Avellino)

Accanto a queste sepolture più semplici sono state individuate anche soluzioni costruttive realizzate con blocchi lapidei: due tombe presentano casse in travertino, mentre un’altra è stata costruita con elementi in tufo.

Molte sepolture infantili

Tra i dati più significativi emersi dalle indagini vi è la presenza di numerose tombe di individui molto giovani. Quindici delle sepolture rinvenute appartengono infatti a neonati e bambini, con età comprese tra i due e i dieci anni.

Questo elemento offre agli archeologi indicazioni preziose per lo studio delle dinamiche demografiche e delle pratiche funerarie della comunità sannitica che abitava l’area in età ellenistica.

Corredi funerari tra armi e ornamenti

I materiali rinvenuti all’interno delle tombe confermano caratteristiche ben note della cultura sannitica. Le sepolture maschili restituiscono armi come punte di lancia o giavellotto, mentre in quelle femminili sono stati individuati ornamenti personali, tra cui anelli e fibule utilizzati per fermare le vesti.

Pontecagnano Faiano, Tomba 10167 (foto: ©SABAP Salerno e Avellino)

Un dettaglio che ha attirato l’attenzione degli studiosi riguarda la presenza di cinturoni in bronzo in due tombe appartenenti a bambini tra i cinque e i dieci anni. Questo oggetto è solitamente associato alle sepolture di uomini adulti e potrebbe riflettere un valore simbolico legato allo status o all’identità familiare.

Ceramiche legate ai rituali funerari

Il corredo ceramico rinvenuto nelle tombe è piuttosto limitato nel numero di oggetti, ma mantiene un chiaro significato rituale. Quando presente, è costituito da recipienti collegati alle pratiche del banchetto funerario, tra cui patere, skyphoi e piccole coppe utilizzate per il consumo di bevande.

In alcune sepolture sono stati inoltre trovati contenitori per unguenti, le cosiddette lekythoi, piccoli vasi che nelle pratiche funerarie antiche erano legati ai gesti di cura e commemorazione del defunto.

Pontecagnano Faiano, Tomba 10167, particolare del cinturone (foto: ©SABAP Salerno e Avellino)

Un sito chiave per la storia della Campania antica

Le scoperte si inseriscono in un lungo percorso di ricerca archeologica nel territorio di Pontecagnano Faiano, avviato già negli anni Sessanta del Novecento. Grazie a decenni di indagini è stato possibile ricostruire con sempre maggiore precisione la storia dell’antico centro etrusco-campano, abitato senza interruzioni dagli inizi del IX secolo a.C. fino all’età romana.

Per ragioni di tutela, comunica la Soprintendenza, i risultati complessivi delle ricerche attualmente in corso saranno resi pubblici solo al termine delle indagini. Successivamente saranno promosse iniziative di valorizzazione e divulgazione, con l’obiettivo di rendere accessibili alla comunità i reperti e le nuove conoscenze emerse dagli scavi.

📘 Fonte notizia

  • 📄 Comunicato ufficiale della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino (FB)
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Roma, tombe affrescate e colombari dell’età imperiale: scoperta una necropoli monumentale lungo la via Ostiense | LE FOTO

Elena Percivaldi

Una vasta area funeraria romana, con tombe monumentali decorate e sepolture ben conservate: l’ultima dimora di un gruppo familiare di 13 persone vissute a cavallo dell’era cristiana. E’ questa l’ultima, spettacolare scoperta effettuata lungo la Via Ostiense, nella zona di San Paolo fuori le Mura, dove sono in corso gli scavi di archeologia preventiva in vista della costruzione di un nuovo studentato.

Foto: ©Soprintendenza Speciale Roma.

A circa un metro di profondità gli archeologi hanno individuato strutture funerarie appartenenti alla grande necropoli che si sviluppava fuori dalle mura di Roma, lungo una delle principali arterie stradali della città antica.

Foto: ©Soprintendenza Speciale Roma.

Il contesto fa parte della cosiddetta “Necropoli Ostiense“, attiva tra la tarda età repubblicana e il tardo impero, di cui oggi sono visibili importanti settori archeologici come il Sepolcreto Ostiense e la Rupe di San Paolo.

La scoperta è avvenuta durante le indagini condotte dal Ministero della Cultura attraverso la Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma.

Un complesso di edifici funerari monumentali

Lo scavo, diretto dall’archeologa Diletta Menghinello, ha rivelato un nucleo di cinque edifici funerari di età imperiale disposti lungo un asse orientato nord-est / sud-ovest.

Foto: ©Soprintendenza Speciale Roma.

Le strutture presentano caratteristiche architettoniche ben riconoscibili: pianta quadrangolare, copertura a volta, murature in laterizio e ambienti sepolcrali interni articolati

Davanti ai cinque edifici principali sono state individuate due strutture minori, probabilmente funzionali all’accesso o a pratiche rituali.

Un sesto edificio funerario, orientato perpendicolarmente rispetto agli altri, insieme ai resti di ulteriori ambienti, suggerisce che l’intero complesso fosse organizzato attorno a un cortile centrale, configurando un piccolo complesso funerario familiare o collegiale.

Foto: ©Soprintendenza Speciale Roma.

Colombari decorati: nicchie per urne cinerarie

Gli edifici sepolcrali sembrano appartenere alla tipologia dei colombari, una forma di tomba collettiva diffusa soprattutto tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C.

Il termine deriva dal latino columbarium, letteralmente “colombaia”, perché le pareti interne presentano numerose nicchie sovrapposte, destinate a ospitare urne cinerarie contenenti le ceneri dei defunti dopo la cremazione.

Nonostante lo scavo sia ancora in fase iniziale, le camere funerarie mostrano già un apparato decorativo sorprendentemente ricco.

Foto: ©Soprintendenza Speciale Roma.

Tra gli elementi individuati figurano intonaci affrescati con fasce cromatiche e motivi vegetali, decorazioni in stucco, edicole decorative e figure legate alla simbologia funeraria romana

Foto: ©Soprintendenza Speciale Roma.

Tra queste compaiono rappresentazioni di oranti – figure con le braccia sollevate in gesto di preghiera – e Vittorie alate, simboli del trionfo sulla morte e dell’immortalità dell’anima.

Foto: ©Soprintendenza Speciale Roma.

Con il proseguire delle indagini gli archeologi sperano di recuperare ulteriori elementi, in particolare epigrafi funerarie, corredi sepolcrali e pavimentazioni decorative, che potranno fornire informazioni preziose sull’identità sociale dei defunti.

Foto: ©Soprintendenza Speciale Roma.

Un’aula absidata e ambienti con mosaici

L’indagine archeologica ha portato alla luce anche altre strutture, collocate più vicino all’antico tracciato stradale e a profondità maggiori. Tra queste spiccano un’aula absidata e un grande ambiente in laterizio con resti di pavimento musivo.

Foto: ©Soprintendenza Speciale Roma.

La funzione di questi spazi non è ancora chiara. Potrebbe trattarsi di ambienti destinati a rituali funerari, a banchetti commemorativi oppure al culto dei defunti, tutte pratiche ampiamente documentate in numerosi contesti funerari romani.

Solo il proseguimento dello scavo permetterà di comprendere con precisione il ruolo di questi edifici all’interno del complesso.

Foto: ©Soprintendenza Speciale Roma.

Una necropoli che cambia nel tempo: le sepolture tardoantiche

Il sito però testimonia anche una seconda fase di utilizzo funerario. Dietro il settore monumentale di età imperiale, separato da un lungo muro costruito con blocchetti di tufo, è stata individuata una necropoli più modesta di età tardo-antica.

Foto: ©Soprintendenza Speciale Roma.

Questa fase più tarda presenta caratteristiche differenti, con sepolture più semplici e scarsi oggetti di corredo. Il cambiamento riflette le trasformazioni sociali e culturali in atto tra il III e il V secolo d.C. per effetto della diffusione del cristianesimo.

La Necropoli Ostiense: uno dei più grandi cimiteri dell’antica Roma

La nuova scoperta arricchisce la conoscenza della Necropoli della via Ostiense, una delle più vaste aree funerarie dell’antica Roma. Come noto, le leggi romane vietavano le sepolture all’interno della città. Per questo tombe e monumenti funerari si allineavano lungo le strade in uscita dall’Urbe, creando veri e propri paesaggi funerari monumentali ancora oggi, come nel caso ad esempio della via Appia, ben percepibili.

Foto: ©Soprintendenza Speciale Roma.

Nel caso della via Ostiense, l’area sepolcrale fu frequentata per diversi secoli, accompagnando l’espansione urbana e la crescita demografica della capitale dell’impero.

Archeologia preventiva: quando i cantieri diventano occasioni di scoperta

Il rinvenimento dimostra ancora una volta l’importanza della verifica preventiva dell’interesse archeologico, uno strumento previsto dalla normativa italiana per valutare la presenza di resti antichi prima dell’avvio dei lavori edilizi.

Foto: ©Soprintendenza Speciale Roma.

Secondo Luigi La Rocca, capo Dipartimento per la tutela del patrimonio culturale del Ministero della Cultura, questi interventi rappresentano un’opportunità scientifica fondamentale. Grazie a tali indagini è infatti possibile ricostruire la topografia dell’antica Roma, approfondire gli aspetti antropologici e sociali delle necropoli e integrare i nuovi ritrovamenti nel tessuto della città contemporanea.

Nel caso della necropoli ostiense, l’obiettivo è tutelare e valorizzare il complesso, mantenendo allo stesso tempo il progetto dello studentato e valutando la possibile fruizione pubblica del sito archeologico.

📘 Fonte notizia

  • 📄 Comunicato stampa ufficiale della Soprintendenza Speciale di Roma
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Trenta sepolture a cremazione di età romana: in Germania emerge una necropoli di duemila anni fa

Elena Percivaldi

Ancora un’importante scoperta archeologica in Germania. Durante gli scavi condotti a Werne, nel distretto di Unna (Renania Settentrionale-Vestfalia), sono emerse circa trenta sepolture a cremazione di età romana, risalenti a quasi duemila anni fa. Le tombe sono state individuate in un’area prossima all’attuale cimitero cittadino, lungo il tracciato del Südring, e documentano la presenza di un complesso funerario di primissima età imperiale, databili tra il I e il II secolo d.C.

Le indagini, concluse nel dicembre 2025, sono state coordinate da LWL-Archäologie für Westfalen, che aveva già intercettato evidenze archeologiche nello stesso settore durante alcune ricognizioni esplorative svolte nel 2024.

Sepolture sparse e irregolari

A differenza di altri contesti funerari già noti, stavolta le tombe non sono disposte in maniera ordinata né appaiono organizzate in nuclei riconoscibili. Come ha spiegato la direttrice degli scavi Martha Zur-Schaepers, le sepolture risultano anzi distribuite in modo irregolare su una superficie di circa 6.600 metri quadrati.

Werne, in Vestfalia (Germania): veduta aerea dello scavo all’inizio di novembre 2025. Foto © EggensteinExca

I confini del cimitero sono stati ricostruiti quasi integralmente, con l’eccezione del lato settentrionale, oggi occupato da una strada e da un complesso residenziale moderno. Secondo gli archeologi, è probabile che una parte della necropoli si trovi sotto le costruzioni, probabilmente distrutta o comunque ormai inaccessibile.

Leggi anche: Scoperti quattro accampamenti romani in Germania: nuove prove della presenza oltre l’Elba

https://storiearcheostorie.com/2026/01/22/germania/

Sul posto sorgerà un nuovo quartiere residenziale

Le indagini archeologiche sono state avviate in occasione della pianificazione del nuovo quartiere residenziale di Südring, un’area già ritenuta di grande interesse dal punto di vista archeologico. Il territorio di Werne, infatti, sta restituendo da tempo tracce di frequentazione antica, come dimostrano diversi ritrovamenti effettuati negli ultimi decenni.

Come previsto dalla normativa sulla tutela del patrimonio, gli scavi sono stati finanziati dal soggetto attuatore del progetto edilizio, la Wohnpark Werne-Süd GmbH & Co. KG, che ha incaricato un’impresa archeologica specializzata. I lavori sono stati eseguiti sotto la supervisione scientifica del LWL.

Le scoperte del 2024: la prima urna

Il primo segnale dell’importanza del sito era arrivato già nel 2024, quando le indagini esplorative avevano portato alla luce una sepoltura in urna databile tra I e II secolo d.C. Come ha spiegato l’archeologa Eva Cichy, in quell’area una comunità germanica locale praticava la cremazione dei defunti, seguita dalla deposizione dei resti in recipienti ceramici.

Una delle sepolture emerse a Werne, in Vestfalia Foto ©EggensteinExca

La sepoltura si trova a ovest dell’attuale cimitero e a nord del cosiddetto “Cimitero Russo“, dove sono sepolti 102 lavoratori forzati sovietici della Seconda guerra mondiale, evidenziando la stratificazione storica del paesaggio funerario presente a livello locale.

Cimitero a cremazione, ma riti diversificati

Le campagne del 2025 hanno confermato l’esistenza di un vero e proprio cimitero con tombe a cremazione, caratterizzato tuttavia da una notevole varietà di pratiche funerarie. Accanto alle classiche deposizioni in urna, sono infatti state documentate sepolture con resti cremati collocati sotto o accanto a recipienti ceramici, oltre a cremazioni semplici, con le ossa deposte direttamente nella fossa.

Una delle urne emerse dallo scavo. Foto: ©EggensteinExca

Particolarmente significativo è il ritrovamento compatto di alcuni resti combusti, segno che erano stati collocati in recipienti organici – quali ad esempio sacchetti di cuoio -, oggi scomparsi.

Sepolture singole, doppie e corredi funerari

La maggior parte delle tombe è riferita a un singolo individuo, ma non mancano esempi di sepolture doppie, con due urne deposte all’interno della stessa fossa. I corredi funerari, generalmente collocati all’interno o in prossimità dell’urna stessa, sono costituiti da piccoli vasi ceramici, rinvenuti sia integri sia frammentari.

Sepoltura con due urne. Foto ©EggensteinExca

Tra i reperti più significativi figurano anche i resti di una fibula in metallo, probabilmente in bronzo, e il frammento di un elemento in vetro, oggetti che contribuiscono a datare il complesso e a aiutano a ricostruire almeno in parte l’abbigliamento degli inumati e le pratiche di rappresentazione sociale.

Conservazione e studi in corso

Le urne meglio conservate, purtroppo in buona parte danneggiate da interventi agricoli o edilizi, sono state consolidate e trasferite nei laboratori di restauro archeologico del LWL. Qui saranno sottoposte ad approfondite analisi, che interesseranno sia i contenitori sia i resti cremati e i materiali di corredo.

I risultati delle ricerche contribuiranno ad ampliare le conoscenze sulle comunità germaniche dell’area vestfalica in età romana e sulle modalità con cui queste popolazioni recepirono, adattarono o mantennero intatte le proprie usanze funerarie dopo l’inserimento di questi territori nell’impero romano.

Foto: ©EggensteinExca

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Vasche monumentali, un sacello e tombe repubblicane: nuove scoperte archeologiche in via di Pietralata, nel suburbio orientale di Roma | LE FOTO

Elena Percivaldi

Vasche monumentali, un sacello e tombe repubblicane. Nel corso degli scavi di archeologia preventiva avviati dalla Soprintendenza Speciale di Roma nell’area del Parco delle Acacie 2, lungo via di Pietralata, sta emergendo un contesto archeologico di straordinaria importanza. Le indagini, iniziate nell’estate del 2022 e tuttora in corso, stanno restituendo una porzione significativa del suburbio orientale di Roma, documentandone l’occupazione continua dal V–IV secolo a.C. fino al I secolo d.C., con presenze più sporadiche tra II e III secolo d.C.

La vasca est vista dal drone (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)

Il progetto, diretto scientificamente da Fabrizio Santi per la Soprintendenza, interessa un’area complessiva di circa quattro ettari, dei quali poco più di un ettaro ha già restituito strutture monumentali, contesti funerari e infrastrutture viarie inserite in un paesaggio segnato dalla presenza di un corso d’acqua confluito nell’Aniene.

Un asse viario di lunga durata tra età repubblicana e imperiale

Uno degli elementi strutturanti del contesto è un asse stradale orientato nord-ovest/sud-est, articolato in due tratti distinti. Il primo, più vicino all’attuale via di Pietralata, presenta un battuto in terra; il secondo, in prossimità di via Feronia, è ricavato direttamente nel banco tufaceo.

La strada doveva essere in uso già in età più antica, ma le prime evidenze di una regolarizzazione sistematica risalgono al III secolo a.C., quando viene realizzato un poderoso muro di contenimento in blocchi di tufo, sostituito nel secolo successivo da una struttura in opera incerta. In età imperiale, nel I secolo d.C., il percorso viene nuovamente rinnovato con un nuovo battuto e delimitazioni in opera reticolata.

Resti di strada (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)

Nel tratto scavato nel tufo sono ancora visibili solchi carrai, riferibili alla fase più antica di utilizzo. Il progressivo abbandono della strada è documentato dalla presenza, tra II e III secolo d.C., di tombe a fossa disposte lungo l’asse, segno di una perdita di funzione viaria e di una trasformazione del paesaggio.

La strada emersa dallo scavo (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)

Il sacello e il deposito votivo: un possibile culto di Ercole

Veduta del sacello (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)

Affacciato direttamente sull’asse stradale, lo scavo ha portato alla luce un sacello a pianta quadrangolare, di circa 4,5 × 5,5 metri, costruito in opera incerta di tufo e con tracce di intonaco sulle pareti interne. Al centro dell’edificio, in asse con l’ingresso, è emersa una base quadrata intonacata, interpretabile come altare, mentre sulla parete di fondo un avancorpo murario doveva sostenere una statua di culto.

La statuetta di Ercole (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)

L’edificio sacro è stato realizzato sopra un deposito votivo dismesso, dal quale provengono teste e piedi fittili, statuine femminili e due bovini in terracotta.

Stipe votiva, dal sacello (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)

L’insieme dei materiali, unito alla collocazione topografica e alla tradizione cultuale dell’area tiburtina, suggerisce una possibile dedicazione a Ercole, divinità ampiamente venerata lungo la Via Tiburtina.

Una delle statuette fittili a forma di bue (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)

Alcune monete in bronzo consentono di collocare la costruzione del sacello tra la fine del III e il II secolo a.C.

Ex voto dal sacello (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)

Un complesso funerario repubblicano di alto livello

Sul pendio tufaceo che degrada da via di Pietralata è stato individuato un complesso funerario unitario, articolato in due dromoi (corridoi) paralleli che conducono a due tombe a camera databili tra IV e inizio III secolo a.C.

Una delle due tombe di età repubblicana (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)(foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)

La Tomba A presenta un ingresso monumentale con stipiti e architrave in pietra, chiuso originariamente da una lastra monolitica. All’interno sono stati rinvenuti un sarcofago e tre urne in peperino, accompagnati da un corredo che comprende una coppa a vernice nera, una brocchetta in ceramica depurata, uno specchio e una coppetta.

Tomba A con le urne (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)Tomba A: specchio (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)Tomba A: vasi (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)

La Tomba B, probabilmente leggermente più recente, era chiusa da grandi blocchi di tufo. L’interno presenta banchine laterali per le deposizioni; tra i resti scheletrici si segnala un individuo adulto con evidenza di trapanazione chirurgica sul cranio, elemento di grande interesse bioarcheologico.

Tomba B (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)

Le due tombe dovevano essere originariamente caratterizzate da una facciata monumentale in blocchi di tufo, in parte asportati e reimpiegati già in età romana. La qualità architettonica e la monumentalità del complesso indicano l’appartenenza a una gens facoltosa, attiva in questo settore del suburbio.

Le vasche monumentali: funzioni ancora aperte

Particolarmente rilevante è la scoperta di due grandi vasche monumentali, databili al II secolo a.C., che pongono interrogativi complessi sulla loro funzione.

La vasca est, di circa 28 × 10 metri e profonda 2,10 metri, è costruita in opera incerta con rivestimento originario in intonaco bianco. Presenta nicchie voltate, un dolio inglobato nella muratura e una rampa in blocchi di tufo che non raggiunge il fondo. Era alimentata da un sistema di canalette collegate sia al corso d’acqua sia al pendio circostante. L’abbandono si colloca tra I e II secolo d.C.

Vasca est: panoramica (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)Vasca est vista dal drone (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)

La vasca sud, scavata nel banco tufaceo, misura 21 × 9,2 metri con una profondità di circa 4 metri. È dotata di una rampa basolata di accesso, seguita da una seconda rampa in cementizio pavimentata con lastre rettangolari. Le analogie con la vasca di Gabii, interpretata come struttura a funzione sacra, aprono alla possibilità di un uso cultuale, anche se mancano al momento evidenze definitive.

Vasca sud (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)La vasca sud vista dal drone (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)

Prospettive di studio e valorizzazione

Lo scavo, ancora in corso, sarà seguito da uno studio complessivo finalizzato alla valorizzazione dell’area, con l’obiettivo di restituire alla collettività un segmento significativo del paesaggio antico romano, in cui infrastrutture, culto e sepolture convivono in una relazione complessa e stratificata.

Nota: Gli scavi sono stati condotti sul campo da una squadra di archeologi della Società Kleos Srls: Davide Mancini e Valerio Spaccini coordinatori, Michele D’Alò, Daniele Micozzi, Mariele Proietti, Erika Pischedda, Andrea Zocchi, insieme ad operai specializzati della Cogetras. Lo scavo dei resti antropologici è stato svolto dall’antropologo Andrea Battistini.
PROPRIETÀ: CPI property group

SOPRINTENDENZA SPECIALE DI ROMA
Daniela Porro, Soprintendente Speciale
Fabrizio Santi, direttore scientifico dello scavo
Paola Serangeli e Fabrizio Corsi, assistenti

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✅ A Pietralata emergono tombe monumentali, un sacello forse dedicato a Ercole e vasche di dimensioni eccezionali: un nuovo tassello per la conoscenza del suburbio orientale della città.

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(foto © @soprintendenzaspecialeroma)

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Con l’apertura delle "archeostazioni" Colosseo/Fori Imperiali e Porta Metronia, la Linea C racconta 2.000 anni di storia nel sottosuolo della Capitale.

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Quando la metropolitana diventa museo: Roma inaugura le “archeostazioni” di Colosseo e Porta Metronia, sulla Linea C

Redazione

Roma aggiunge un nuovo capitolo alla sua lunga storia di dialogo – spesso complesso – tra tutela archeologica e sviluppo urbano. Con l’inaugurazione delle stazioni Colosseo/Fori Imperiali e Porta Metronia, nel nuovo tratto della Linea C della metropolitana, la Capitale mostra come un’infrastruttura strategica possa trasformarsi in luogo di conoscenza e valorizzazione del patrimonio.

Non semplici stazioni, ma veri e propri spazi museali integrati, nati da anni di indagini archeologiche condotte tra il 2015 e il 2020, che hanno restituito una stratigrafia continua dal VI secolo a.C. all’età imperiale.

Due stazioni tutte nuove ora in funzione

L’inaugurazione si è tenuta il 16 dicembre con il taglio del nastro  da parte del sindaco Roberto Gualtieri, con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini e il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Presenti ad accogliere le istituzioni i rappresentanti delle società che compongono il general contractor, Metro C, tra cui Pietro Salini, Amministratore Delegato di Webuild, e Vincenzo Onorato, Amministratore Delegato di Vianini Lavori, insieme agli ingegneri, Franco Cristini e Fabrizio Paolo Di Paola, rispettivamente Presidente ed Amministratore Delegato Metro C S.c.p.A.. Fra le istituzioni presenti Bruno Sed legale rappresentante Roma Metropolitane, Andrea Sciotti direttore tecnico Roma Metropolitane e RUP Linea C, Alessandro Rivera Paolo Aielli, rispettivamente Presidente e Direttore Generale Atac. Presenti infine per la Soprintendenza Speciale di Roma, la soprintendente Daniela Porro, e il Capo Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale Alfonsina Russo, e il Direttore del Parco Archeologico del Colosseo Simone Quilici.

Dal “rischio archeologico” al potenziale culturale

Il progetto rappresenta uno dei casi più avanzati in Italia di archeologia preventiva applicata a grandi cantieri urbani. In un contesto di eccezionale complessità come quello romano, archeologi, restauratori, architetti e ingegneri hanno lavorato insieme per trasformare il vincolo in opportunità.

Il risultato è il passaggio da una logica difensiva – il cosiddetto rischio archeologico – a una visione proattiva, che riconosce il potenziale archeologico come risorsa per la città e per i cittadini.

Porta Metronia: una caserma romana sotto la città

Durante i lavori della stazione di Porta Metronia è emerso un complesso di eccezionale interesse: una caserma romana del II secolo d.C., completa della casa del comandante, accompagnata da circa 600 reperti archeologici.

Il complesso diventerà un museo autonomo, curato dalla Soprintendenza Speciale di Roma, con apertura prevista nella primavera prossima. Stazione e museo saranno collegati da una piazza ipogea, ma con accessi distinti: i viaggiatori potranno osservare le strutture antiche attraverso grandi vetrate, mentre il museo offrirà un percorso immersivo con realtà virtuale e ricostruzioni 3D, raccontando l’evoluzione dell’area dall’età repubblicana a oggi.

Colosseo/Fori Imperiali: duemila anni di storia in discesa

La stazione Colosseo/Fori Imperiali ospita uno dei più ambiziosi progetti di museografia sotterranea mai realizzati a Roma. Il percorso accompagna il visitatore in una vera discesa nel tempo, dalla Roma dei Re fino all’età imperiale.

Tra i rinvenimenti principali spiccano 28 pozzi di età repubblicana (V–II secolo a.C.), legati alla captazione delle acque; un balneum privato con vasca e laconicum, databile tra il II secolo a.C. e il 64 d.C. e una domus imperiale affrescata, con materiali in eccezionale stato di conservazione.

Un grande oculus vetrato, nel passaggio tra Linea B e Linea C, restituisce una visione inedita del Colosseo dal basso, ricalcando lo stesso punto di vista degli archeologi durante lo scavo.

Il pozzo come metafora del tempo

L’allestimento museografico ruota attorno a un’immagine potente: il pozzo. Come un pozzo scende in profondità alla ricerca dell’acqua, così la stazione scava nel sottosuolo per riportare alla luce il passato.

Luce e ombra, materiali preziosi, strutture reticolari e grandi teche cilindriche in vetro accompagnano il racconto delle seconde vite dei pozzi, utilizzati tra IV e I secolo a.C. come depositi rituali, legati al culto delle acque e delle divinità ctonie.

Una stazione-museo per la città del futuro

L’apertura delle stazioni-museo della Linea C dimostra come Roma possa trasformarsi senza rinnegare se stessa, integrando mobilità, tutela e divulgazione. È un modello che restituisce senso civico all’archeologia e rende il patrimonio parte dell’esperienza quotidiana di cittadini e viaggiatori.

Una metropolitana che non cancella la storia, ma la porta con sé, fermata dopo fermata.

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Dal Piemonte alla Sicilia, dall’età del bronzo ai Longobardi: ecco l’Atlante dei ritrovamenti archeologici lungo le linee ferroviarie | SCARICA IL PDF

Elena Percivaldi

Negli ultimi vent’anni l’archeologia italiana ha visto affermarsi tra i protagonisti il Gruppo FS Italiane. Attraverso Archeolog, ente del Terzo settore che riunisce RFI, Italferr, Anas e Quadrilatero Marche–Umbria, il Gruppo FS ha assunto un ruolo decisivo nella tutela, nella conservazione e nella valorizzazione dei reperti rinvenuti durante la realizzazione delle infrastrutture ferroviarie e stradali.

Non si tratta di episodi sporadici, ma di una strategia coerente che ha cambiato l’approccio alle opere pubbliche: oggi la archeologia preventiva è parte integrante della progettazione, un processo che permette di conciliare sviluppo e tutela attraverso diagnosi, indagini e interventi mirati.

Il risultato più evidente di questo lavoro è l’Atlante dei Ritrovamenti Archeologici lungo tracciati ferroviari e stradali, una pubblicazione monumentale che raccoglie alcune delle più significative scoperte avvenute in Italia grazie ai cantieri ferroviari e stradali (può essere scaricata gratuitamente QUI).

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Come sottolinea Stefano Antonio Donnarumma, il ruolo delle infrastrutture è cruciale per la coesione del Paese, ma non può prescindere dal rispetto della storia. L’archeologia preventiva è diventata così un tassello indispensabile nella costruzione di una mobilità moderna e sostenibile.

L’Atlante: un grande archivio delle scoperte lungo i tracciati italiani

L’Atlante, curato da Ilaria Maggiorotti con il supporto del Ministero della Cultura e delle Soprintendenze territoriali, documenta 26 ritrovamenti recenti, ma offre anche una visione d’insieme dell’evoluzione di un modello di collaborazione unico nel suo genere.

Ciascuna scheda dell’Atlante presenta schematicamente la localizzazione del ritrovamento con cronologia, descrizione dettagliata, foto e grafici, interpretazioni e contesto storico.

Il volume è consultabile anche nei centri di documentazione del Gruppo FS ed è diventato uno strumento utile per studiosi, appassionati e operatori culturali.

Il ruolo di Archeolog: sinergia tra istituzioni e territorio

Dal 2015, anno della sua fondazione, Archeolog Onlus coordina gli interventi sui territori interessati dai grandi cantieri ferroviari e stradali.
Il suo Comitato scientifico, guidato dal prof. Alessandro Vanzetti e formato da archeologi del Ministero e accademici, definisce linee guida, metodologie e protocolli condivisi.

Come sottolinea Vanzetti, non basta scavare: occorre interpretare, restituire, comunicare. È fondamentale che le comunità locali possano conoscere il patrimonio riportato alla luce, trasformando i rinvenimenti in occasioni di crescita culturale ed economica.

I cantieri che riscrivono la storia: il caso Italferr

Tra gli attori più rilevanti c’è Italferr, società di ingegneria del Gruppo FS e pioniera dell’archeologia preventiva in Italia.
Sin dagli anni delle grandi linee AV – Torino–Milano, Bologna–Firenze, Roma–Napoli – gli archeologi hanno accompagnato ogni fase dei lavori, facendo emergere contesti di straordinario valore.

Uno dei casi più celebri è la necropoli romana scoperta durante la costruzione della stazione AV di Bologna Centrale. Ma non meno rilevante è la stazione di sosta romana con complesso termale lungo la linea Roma–Napoli, o il recupero della Tomba della Montagnola, esempio emblematico di integrazione tra tutela e progettazione.

Oggi Italferr utilizza strumenti avanzati come GIS, telerilevamento, machine learning e software predittivi per identificare aree sensibili prima dell’apertura del cantiere.

26 ritrovamenti che raccontano l’Italia: eccone alcuni

1. Piemonte – La Necropoli longobarda di Sant’Albano Stura (CN)

Uno dei ritrovamenti più spettacolari è la necropoli longobarda di Sant’Albano Stura, rinvenuta in frazione Ceriolo durante i lavori dell’autostrada Asti–Cuneo tra il 2009 e il 2011. La necropoli ha restituito oltre 800 sepolture, una delle più estese di tutto il territorio nazionale.

Tra i materiali spiccano monete d’oro e d’argento, fibule a S e collane in pasta vitrea appartenenti ai corredi femminili, e armi da taglio, lance e scudi presenti nelle tombe dei guerrieri.

Una tomba infantile a cappuccina e una struttura lignea simile alle “case della morte” – piuttosto rara in Italia – rendono il contesto ancora più importante significativo.

2. Piemonte – La città romana di Libarna (AL)

Le indagini lungo la storica Via Postumia e le linee ferroviarie Torino–Genova e Milano–Genova hanno riportato alla luce parti finora sconosciute della città romana di Libarna (I–III sec. d.C.), già individuata e scavata in più riprese a partire dalla fine dell’Ottocento.

Tra i ritrovamenti la porticus del teatro, le terme urbane (ancora da mettere in luce), un edificio produttivo dedicato alla lavorazione dei laterizi e tratti del decumano con pavimentazione originaria.

Il sito è oggi uno dei più importanti luoghi archeologici dell’Italia nord-occidentale.

3. Toscana – Le 30 navi romane di Pisa San Rossore (PI)

Forse il ritrovamento più noto riportato nell’Atlante è quello delle navi di Pisa San Rossore, emerse nel 1998 durante la costruzione di un centro direzionale FS. Gli archeologi scoprirono una vera “Pompei del mare”, sepolta a sei metri di profondità: circa 30 relitti databili tra il III sec. a.C. e il VII sec. d.C.

Tra i materiali conservati spiccano, oltre ai legni perfettamente integri degli scafi, carichi di ceramiche, anfore e utensili, oggetti personali dei marinai e strumenti di bordo.

Grazie alla mancanza di ossigeno e alle falde sotterranee, molti manufatti si sono conservati in condizioni eccezionali. Oggi le navi sono esposte negli Arsenali Medicei, sede del Museo delle Navi Antiche di Pisa.

4. Marche – Taverne di Serravalle di Chienti (MC): un villaggio del Bronzo Antico

Gli scavi nell’area della SS 77 hanno rivelato un vasto villaggio dell’Età del Bronzo Antico (2200–1700 a.C.), con oltre 1000 buche di palo.

Tra le strutture principali sono riemerse le tracce di una capanna absidata lunga 20 metri e di una seconda capanna rettangolare, recinti per animali e aree funzionali artigianali.

Accanto al villaggio è stata individuata una necropoli circolare con 20 tombe, probabilmente legate a un unico nucleo familiare.

5. Calabria – Bagnara Calabra (RC): insediamenti neolitici e del Bronzo

A Bagnara Calabra sono state scoperte due sepolture neolitiche (V millennio a.C.) e due insediamenti dell’Età del Bronzo Antico (2100–1900 a.C.).

Il ritrovamento più rilevante è la presenza di ossidiana proveniente da Lipari, conferma di intensi traffici marittimi già in epoca preistorica.

6. Calabria – Canneti (RC): un sito pluristratificato

A Canneti, nel Comune di Locri, gli scavi del 2011 hanno rivelato un insediamento attivo tra l’Età del Ferro (VIII-VII sec. a.C.) e l’epoca ellenistica.

Il sito ha restituito un pozzo e un canale arcaici, una bellissima antefissa gorgonica, una necropoli con rituali di sacrificio (enagisma) e una piccola imbarcazione rituale, tutti elementi che forniscono una preziosa testimonianza delle pratiche religiose della Sicilia centrale.

7. Sicilia – Assoro (EN), località Cuticchi

Qui sono stati identificati un vasto insediamento rurale romano-imperiale (I–III sec. d.C.) e una necropoli di 168 sepolture con corredi preziosi, oggetti in oro e un’urna cineraria iscritta.

8. Sicilia – Caltagirone (CT): la necropoli di Fontana di Pietra

Nel 2022, durante interventi infrastrutturali, è emersa una doppia necropoli: la più antica è protostorica (2200–1600 a.C.) con tombe a grotticella, la seconda tardoantica con tombe a fossa.

I corredi hanno richiesto la modifica del progetto per garantirne la conservazione.

9. Sicilia – Vallelunga Pratameno (CL): una villa rustica in attività per secoli

Le indagini hanno rivelato un insediamento attivo dal III–II sec. a.C. al VI sec. d.C., composto da una villa rustica, una grande fornace e diversi ambienti produttivi agricoli. Molte le anfore emerse, insieme alle attrezzature per la lavorazione dell’argilla.

10. Sicilia – Himera (PA): 9.300 tombe tra storia e guerra

Le ricerche hanno interessato anche la monumentale necropoli di Himera, con circa 9300 sepolture.
Tra i reperti più toccanti, le tombe collettive dei soldati caduti nelle battaglie del V secolo a.C., con segni evidenti dei colpi mortali.

Scavo di uno dei cavalli morti nella battaglia del 480 a.C. (dall’Atlante)

Un modello per il futuro

Questi sono solo alcuni dei 26 siti illustrati nell’Atlante, che insieme al lavoro di Archeolog mostra come la costruzione di infrastrutture non sia più – o almeno, non dovrebbe essere! – “distruzione” ma opportunità: opportunità di conoscenza, di tutela e di restituzione.

Come afferma Cristian D’Ammassa, l’archeologia preventiva non deve essere percepita come un ostacolo, ma come una risorsa.

L’Italia è uno dei Paesi più complessi al mondo per densità di stratificazioni archeologiche. Le esperienze raccontate e illustrate nell’Atlante dimostrano che non solo è possibile conciliare modernità e tutela, ma che questo incontro può generare nuovi modelli operativi riconosciuti a livello europeo.

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