🏛️ 𝗣𝗢𝗠𝗣𝗘𝗜 🖼️ 𝗨𝗻 𝗮𝗳𝗳𝗿𝗲𝘀𝗰𝗼 𝗿𝘂𝗯𝗮𝘁𝗼。 𝗨𝗻 𝘀𝗮𝗰𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗱𝗲𝘃𝗮𝘀𝘁𝗮𝘁𝗼。 𝗨𝗻’𝗶𝗻𝗱𝗮𝗴𝗶𝗻𝗲 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗮 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗺𝗽𝗼𝗻𝗲 𝗶𝗹 𝗾𝘂𝗮𝗱𝗿𝗼

✅ A 𝗖𝗶𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗚𝗶𝘂𝗹𝗶𝗮𝗻𝗮❟ 𝗘𝗿𝗰𝗼𝗹𝗲 𝗯𝗮𝗺𝗯𝗶𝗻𝗼 torna a raccontare la sua storia.

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Pompei, il ritorno di Ercole bambino: uno straordinario affresco trafugato ricompone il sacello di Civita Giuliana | LE FOTO E IL VIDEO

Elena Percivaldi

La storia del frammento di affresco tornato a Civita Giuliana, a nord di Pompei, somiglia davvero a un’indagine paziente, fatta di indizi, confronti e verifiche incrociate. Un percorso lento, ma decisivo, che ha permesso di ricucire uno strappo inferto anni fa da scavi clandestini a uno dei complessi extraurbani più importanti dell’area vesuviana.

Il reperto raffigura Ercole bambino mentre strozza i serpenti, un episodio mitologico carico di significati simbolici. Trafugato e immesso nel circuito del collezionismo internazionale, il frammento è stato restituito all’Italia nel 2023 grazie a una collaborazione giudiziaria tra le autorità italiane e statunitensi, per poi essere definitivamente assegnato al Parco Archeologico di Pompei.

Il sacello perduto della villa suburbana

Planimetria di Civita Giuliana, settore nord-est (©Parco Archeologico Pompei)

La provenienza dell’affresco è stata identificata con certezza solo in un secondo momento. Gli scavi condotti tra 2023 e 2024 a Civita Giuliana hanno infatti portato alla luce un ambiente rettangolare con funzione rituale, interpretabile come un sacello o sacrarium. Al suo interno era presente un basamento quadrangolare, probabilmente destinato a sostenere una statua cultuale.

Quando gli archeologi hanno intercettato l’ambiente, gran parte della decorazione era già stata asportata illegalmente: dodici pannelli figurati e la lunetta affrescata superiore risultavano mancanti. Proprio a quest’ultima è ora possibile ricondurre il frammento con Ercole, grazie al confronto tra geometrie, dimensioni e caratteristiche stilistiche.

Ricostruzione decorazione sacello by INKLINK MUSEI (©Parco Archeologico Pompei)

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Ercole bambino come presagio

L’iconografia scelta non è casuale. L’episodio di Ercole in fasce che uccide i serpenti, alla presenza di Zeus (alluso dall’aquila sul globo) e di Anfitrione, non rientra nelle canoniche dodici fatiche, ma ne costituisce un presagio narrativo.

L’affresco di Ercole Bambino da Civita Giuliana (©Parco Archeologico Pompei)

Le tracce lasciate sulle pareti del sacello suggeriscono che i pannelli sottratti raffigurassero proprio le dodici fatiche di Ercole. In questa sequenza, l’immagine del neonato prodigioso collocata nella lunetta avrebbe avuto una funzione introduttiva e simbolica, annunciando il destino eroico del protagonista prima ancora delle imprese adulte.

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Restituire il contesto, non solo l’oggetto

La certezza dell’attribuzione è maturata grazie a indagini incrociate, condotte dai funzionari del Parco in parallelo agli scavi e al confronto con dati investigativi, inclusi elementi emersi in sede giudiziaria. Un lavoro che dimostra come il recupero di un reperto non si esaurisca nella sua restituzione fisica, ma richieda una ricostruzione scientifica del contesto.

Un dettaglio dello straordinario affresco (©Parco Archeologico Pompei)

Sono ora in corso analisi approfondite sul pannello per definire con precisione i punti di connessione con i lacerti ancora in situ, in vista di una futura ricollocazione all’interno del percorso di valorizzazione del sito.

Gli eccezionali dettagli dell’affresco (©Parco Archeologico Pompei)

Civita Giuliana, un fronte ancora aperto

Il caso dell’affresco si inserisce in una più ampia strategia avviata dal 2017, che vede il Parco Archeologico di Pompei collaborare stabilmente con la Procura di Torre Annunziata. Un’azione congiunta che ha consentito non solo scoperte eccezionali – come il carro cerimoniale o gli ambienti servili – ma anche di contrastare anni di saccheggi sistematici, responsabili della perdita irreversibile di dati archeologici.

Ricostruzione in 3D del sacello (©Parco Archeologico Pompei)

Le indagini proseguono per rintracciare gli altri affreschi sottratti dal sacello, nella consapevolezza che ogni recupero restituisce non solo un’immagine, ma un frammento di storia condivisa.

Dove vedere l’affresco

Il frammento con Ercole bambino sarà esposto da metà gennaio presso l’Antiquarium di Boscoreale, che già ospita una sezione dedicata ai rinvenimenti di Civita Giuliana.

L’intervista al direttore del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel

https://youtu.be/0U1Ees48oVc

Per approfondire

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Pompei, uno studio sui pigmenti svela i colori della città vesuviana

Elena Percivaldi

Pompei, si sa, era un mondo tutto a colori. Lo dimostrano gli sgargianti affreschi che adornavano le ricche dimore della città vesuviane, riportati alla luce durante gli scavi – gli ultimi, spettacolari, nella cosiddetta Casa del Tiaso – ed esaltati dai restauri. A raccontare l’affascinante mondo dei pigmenti pompeiani è lo studio appena pubblicato sul Journal of Archaeological Science, che ha svelato dettagli inediti e straordinari sulle tecniche pittoriche degli antichi romani. La ricerca, condotta dal Parco Archeologico di Pompei in collaborazione con il gruppo di Mineralogia e Petrografia dell’Università degli Studi del Sannio e il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse dell’Università Federico II di Napoli, ha analizzato i pigmenti pompeiani dal III secolo a.C. fino all’eruzione del 79 d.C., esplorando la ricca tavolozza cromatica utilizzata dagli artisti attivi nella città vesuviana.

(C)Parco Archeologico di Pompei

La gamma dei colori di Pompei

Tra i pigmenti studiati, tutti documentati nei contesti di scavo, figurano materiali naturali come l’ematite e sintetici come il celebre blu egizio (CaCuSi₄O₁₀), coprendo una gamma che spazia dai rossi intensi ai blu profondi. L’approccio analitico non invasivo, basato su microscopia ottica e spettroscopia Raman portatile, ha permesso di preservare i reperti mentre si identificavano le loro composizioni chimiche. Gli autori hanno scoperto che i pittori romani miscelavano pigmenti come il rosso piombo (minio, Pb₃O₄) e il bianco di calcio con proporzioni precise, ottenendo sfumature personalizzate. Ad esempio, nello studio della stanza rossa della Casa del Tiaso, è emersa una miscela di rosso piombo con tracce di cinabro (HgS), un pigmento costoso che denota un’attenzione al lusso.

(C)Parco Archeologico di Pompei

Un risultato straordinario è l’identificazione di un grigio innovativo, prodotto con barite (BaSO₄) e alunite (KAl₃(SO₄)₂(OH)₆), qui documentato per la prima volta nel Mediterraneo antico. Gli autori suggeriscono che questo pigmento, rilevato in campioni della Regio V, potrebbe derivare da una lavorazione locale di minerali vulcanici, evidenziando l’ingegnosità degli artigiani pompeiani.

Tra ricerca e restauro

(C)Parco Archeologico di Pompei

Lo studio non si limita alla scoperta scientifica, ma supporta il restauro degli affreschi. Il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, sottolinea: “La conoscenza della composizione chimica, come la presenza di rame (Cu) nel blu egizio o di piombo (Pb) nel rosso, è cruciale per interventi conservativi mirati”. Le analisi sulla megalografia dionisiaca di recente scoperta, ad esempio, hanno confermato l’uso di blu egizio mescolato a terre verdi, offrendo dati cruciali per preservarne i colori originari. Questo approccio, coordinato con i restauri in corso, rappresenta un’eccellenza italiana nella tutela del patrimonio.

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I pigmenti di Pompei: testimonianze di un’arte raffinata

I risultati evidenziano una padronanza tecnica avanzata: il blu egizio, prodotto riscaldando silicati di rame a temperature tra 850 e 1000°C, era spesso diluito con fillers come il calcite per ridurre i costi, mentre il rosso piombo mostrava tracce di impurità vulcaniche, probabilmente legate all’ambiente di Pompei. Il grigio a base di barite, con un contenuto di bario quantificato tra il 5-10% nei campioni analizzati, suggerisce una sperimentazione locale, forse ispirata ai depositi minerali del Vesuvio.

(C)Parco Archeologico di Pompei

Dalla scienza alla storia

Disponibile su ScienceDirect (a questo link), lo studio apre dunque nuove prospettive per gli scavi in corso, il restauro e la conservazione a lungo termine. Le tecniche non invasive, come la spettroscopia XRF portatile, garantiscono un’analisi dettagliata senza compromettere i reperti, mentre i dati raccolti arricchiscono il dialogo tra archeologia e scienza. Pompei si conferma un laboratorio vivente, dove ogni pietra – e ogni pigmento – racconta davvero una storia.

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A Pompei scoperti nuovi affreschi a tema dionisiaco

A più di 100 anni dalla scoperta della Villa dei Misteri, nuovi affreschi a Pompei gettano luce sui misteri di Dioniso nel mondo classico.

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