⚓️Incredibile scoperta: impronta antica su barca da guerra dell'Età del Ferro riporta in vita epiche battaglie marine. #ArcheologiaMarittima #EtàDelFerro
🔗 https://www.tomshw.it/scienze/impronta-digitale-su-nave-da-guerra-di-2400-anni-2026-02-16
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✅ Ad Arisdorf, nei pressi di una torbiera, riaffiorano due rarissime monete d’oro del III secolo a.C., forse offerte agli dèi. Un ritrovamento importante per la storia della monetazione celtica.
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https://storiearcheostorie.com/2026/01/02/monete-oro-celtiche-svizzera/
Oro celtico in Svizzera: vicino alla torbiera spuntano due monete del III secolo a.C. “Forse deposte per ragioni rituali”
Elena Percivaldi
Erano nascoste nel bosco di Bärenfels, nei pressi di Arisdorf (Canton Basilea Campagna), finché due archeologi dell’Archäologie Baselland le hanno riportate alla luce dopo oltre duemila anni. Le due monete d’oro celtiche – , risalgono al III secolo a.C.: per la precisione, uno statere e un quarto di statere. E costituiscono un ritrovamento di grande importanza: si tratta infatti di due tra le più antiche monete mai rinvenute in Svizzera.
Dritto e rovescio delle due monete d’oro celtiche appena scoperte ad Arisdorf, Bärenfels. Lo statere ha un diametro di poco inferiore a 2 cm. Foto: Nicole Gebhard. © Archäologie BasellandLa scoperta è avvenuta nel corso di una ricognizione di controllo effettuata da Wolfgang Niederberger e Daniel Monale insieme ad alcuni volontari, in una zona dove già nel 2023 era stato ritrovato un ripostiglio di 34 monete d’argento celtiche, databili attorno all’80–70 a.C. Un contesto dunque già noto, ma che evidentemente continua a riservare sorprese.
Le origini della monetazione celtica
Secondo gli studiosi, l’introduzione della moneta in area celtica sarebbe legata ai contatti con il mondo ellenistico e mediterraneo, e in particolare all’esperienza dei mercenari celti, che per le loro prestazioni militari venivano pagati in moneta. Tornando nelle regioni di origine, avrebbero portato con sé gli esemplari dando origine a una produzione autonoma.
Lo statere pesa 7,8 g e raffigura la testa del dio greco Apollo sul dritto e un carro (biga) sul rovescio. ©Archäologie BasellandLe prime monete celtiche compaiono intorno alla metà del III secolo a.C., su imitazione degli stateri d’oro di Filippo II di Macedonia (359-336 a.C.). Gli originali raffiguravano Apollo al diritto e una biga al rovescio, ma i Celti rielaborarono le immagini nel loro stile simbolico e astratto, creando una monetazione del tutto diversa e peculiare.
Tipologia, peso e attribuzione delle monete
Le due monete di Arisdorf sono state studiate da Michael Nick, specialista dell’Inventario dei ritrovamenti monetali della Svizzera (IFS).
Lo statere, con un peso di 7,8 grammi, è stato attribuito al tipo Gamshurst, mentre il quarto di statere, di 1,86 grammi, rientra nel tipo Montmorot.
Entrambe appartengono a tipologie piuttosto rare in Svizzera: in tutto ne sono noti poco più di venti esemplari. Ciò conferma il carattere eccezionale del rinvenimento e il suo grande valore storico e archeologico.
Un’offerta agli dèi?
Ma c’è di più. Gli archeologi concordano sul fatto che monete d’oro di questo tipo non fossero destinate alla circolazione, ma avessero un valore simbolico: erano cioè utilizzate per pagamenti “di prestigio” e doni diplomatici, ma anche come offerte votive e strumenti per stringere alleanze politiche.
Oggetti di questo genere vengono spesso rinvenuti in contesti di tipo rituale: sepolture, paludi e sorgenti. Ad Arisdorf le doline colme d’acqua hanno originato la cosiddetta “Palude di Bärenfels”, oggi all’interno di un vasto parco naturale. Il ritrovamento in questo contesto fa pensare che si tratti di una deposizione intenzionale legata a culti o riti. Torbiere, laghi e paludi, del resto, erano considerati luoghi liminali e spesso consacrati alle divinità, dunque particolarmente adatti per le offerte agli dèi.
Il sito nella torbiera di Bärenfels è caratterizzato da numerose doline piene d’acqua. Questi luoghi erano spesso santuari naturali per i Celti, che vi depositavano offerte votive. Immagine ©Archäologie BasellandIl fenomeno è ben noto, sia dalle fonti antiche che grazie ai molti ritrovamenti archeologici avvenuti in Europa centrale e settentrionale.
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Dallo scavo al museo
Data la rarità dei reperti, l’Archäologie Baselland e l’Historisches Museum Basel hanno deciso di esporre le due monete d’oro appena ritrovate nella mostra “Schatzfunde”, in corso fino al 28 giugno 2026. A partire da marzo, dunque, saranno collocate insieme alle monete d’argento rinvenute nel 2023, in una vetrina dedicata all’interno della Barfüsserkirche di Basilea, sede dell’esposizione.
📘 Fonti scientifiche della notizia
Germania | Un monumentale tumulo romano riaffiora in Baviera: ma perché al suo interno non c’è una tomba?
Elena Percivaldi
Un cerchio di pietra perfetto, di 12 metri di diametro e con una piccola struttura quadrata addossata al margine sud. È questa la sorprendente scoperta effettuata dagli archeologi nei pressi di Wolkertshofen, villaggio appartenente al comune di Nassenfels, nell’Altopiano dell’Altmühltal in Baviera. Secondo gli esperti, si tratta del basamento di un tumulo funerario romano, ma c’è un mistero: all’interno non è stata trovata nessuna sepoltura. Nessun resto umano, né corredo.
L’enigmatico ritrovamento è avvenuto durante i lavori per la realizzazione di un bacino di raccolta delle acque piovane avviati nell’autunno 2024. La zona, ricca di testimonianze archeologiche che datano dalla Preistoria al Medioevo, si trova lungo la via di comunicazione romana che collegava Nassenfels all’Altmühltal.
Cerchio di pietre di Wolkertshofen, vista dall’alto, foto: Archäologiebüro Dr. Woidich GmbHUn tumulo raro per la provincia della Raetia
Gli archeologi ritengono che la struttura sia il basamento di un grande tumulo in pietra (Steinkreis) di circa dodici metri di diametro. Fu costruita con cura e con pietre lavorate a regola d’arte: tutte caratteristiche che rimandano ai modelli architettonici tipici dei monumenti funerari romani. A sud si trova un piccolo vano quadrato di circa 2×2 metri, probabilmente il basamento di una stele commemorativa o di una statua.
Secondo il BLfD, il Bayerisches Landesamt für Denkmalpflege, tumuli di questa tipologia sono estremamente rari nella provincia romana di Raetia, che comprendeva l’odierna Baviera, parte della Svizzera e del Tirolo.
«Non ci aspettavamo un monumento funerario di tali dimensioni e qualità in questa zona. È un elemento di prestigio, pensato per essere visto da lontano», ha spiegato Mathias Pfeil, conservatore generale del BLfD. «La sua posizione lungo una strada romana sottolinea il ruolo commemorativo e sociale del monumento».
La struttura quadrata di due metri per due addossata al cerchio di pietre. Foto: Archäologiebüro Dr. Woidich GmbHTradizioni mediterranee e memoria delle tombe protostoriche
Le sepolture a tumulo erano piuttosto diffuse in Italia e nel Mediterraneo sin dall’epoca preromana e sono attestate anche in età repubblicana e augustea. Dall’I secolo d.C., si diffusero parzialmente anche nelle province nord-occidentali, spesso sovrapponendosi a tradizioni funerarie locali precedenti.
In Germania meridionale i grandi tumuli erano già presenti nell’età del Bronzo e nella prima età del Ferro: basti pensare all’imponente tomba del principe celtico di Hochdorf (prima metà del VI secolo a.C.), scoperta nel 1977 a Hochdorf an der Enz, nel Baden-Württemberg, dotata di un eccezionale corredo, o agli oltre 50 tumuli di Heuneburg, solo in parte scavati, alcuni dei quali datati al periodo Hallstatt (ma probabilmente afferenti al periodo La Tène).
Gli studiosi ipotizzano che i Romani, costruendo monumenti come quello di Wolkertshofen, si rifacessero consapevolmente a un linguaggio funerario già molto ben radicato nella memoria del territorio, combinando in tal modo forme architettoniche di derivazione mediterranea con la locale eredità culturale celto-germanica.
Il mistero della tomba vuota: un possibile cenotafio?
Il dettaglio più sorprendente è che, all’interno della struttura, non sono stati trovati resti umani né corredi funerari. L’ipotesi è quindi che il monumento possa essere un cenotafio, un “sepolcro vuoto” eretto per commemorare un defunto sepolto altrove.
A favore di questa idea c’è il fatto che il tumulo sorgeva lungo un’importante arteria romana, una posizione ideale che ne garantiva la visibilità a chiunque transitasse. A chi apparteneva? Con molta probabilità fu eretto da una facoltosa famiglia locale, forse la stessa che possedeva una villa rustica le cui tracce sono riemerse nelle vicinanze.
Una cosa è certa: nell’area, che gravitava intorno ad Augusta Vindelicum (odierna Augsburg), capitale della provincia romana di Raetia, sono attestati diversi monumenti funerari romani. Ma un tumulo di questo tipo, caratterizzato da un cerchio di pietra in muratura (ringmauer) e di notevoli dimensioni, è un unicum senza confronti nella regione.
Nuovi spunti per future ricerche
Il sito di Wolkertshofen, interamente documentato e ora protetto, è quindi di grande interesse. Il suo studio apre molteplici prospettive di ricerca: sulle dinamiche insediative lungo la viabilità romana della regione, ma anche sul rapporto instaurato dalla popolazione “romanizzata” con le preesistenti tradizioni locali nella Raetia tardo-augustea e imperiale
La scoperta offre inoltre nuovi elementi per comprendere come le élite locali — romanizzate o di origine romana — volessero rappresentare se stesse in un territorio situato ai confini dell’Impero, a poche miglia di distanza del limes Reno-danubiano.
Secondo gli archeologi, solo ulteriori analisi del terreno e il confronto con altri tumuli europei potranno aiutare a chiarire meglio la datazione, l’esatta funzione e il contesto culturale del monumento.
Immagine in apertura: Cerchio di pietre di Wolkertshofen, vista dall’alto. Foto: Archäologiebüro Dr. Woidich GmbH.
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Francia | Officine romane, tombe carolingie e mura medievali: a Troyes riaffiorano 15 secoli di storia
Elena Percivaldi
Quindici secoli di storia di Troyes, dal I secolo a.C. al Medioevo, riemergono dal sottosuolo della città francese. Le scoperte sono arrivate in occasione del recente scavo condotto dall’Inrap (Institut national de recherches archéologiques préventives) su un’area di 500 m² in vista di un progetto edilizio al 76-78 di Mail des Charmilles.
Le tracce più antiche risalgono al periodo La Tène, testimoniando la presenza di un insediamento preromano ben organizzato. Un fossato lineare, scavato a cinque metri di profondità e datato al I secolo a.C. tramite analisi al radiocarbonio, rappresenta una delle rare testimonianze di questa fase all’interno del perimetro urbano. Potrebbe trattarsi di un’opera di drenaggio, indizio dei primi tentativi di rendere abitabile un’area soggetta alle esondazioni della Senna: un segnale precoce dell’importanza strategica del sito.
Veduta generale dello scavo durante lo scavo dei livelli di La Tène e del fossato.© Tristan Verschuère, InrapUn quartiere artigianale con 9 fornaci
Con la fondazione di Augustobona Tricassium, nome romano di Troyes, l’area divenne parte di un vivace tessuto urbano. Lo scavo ha interessato un isolato adiacente a un decumano e ha restituito quattro fasi di occupazione comprese tra la fine del I secolo a.C. e il III d.C.
Sorprendentemente, la zona sembra aver ospitato un quartiere artigianale specializzato nella metallurgia. In meno di 40 m² sono state individuate ben 9 fornaci, un dato eccezionale che testimonia un’intensa attività produttiva. Tra i reperti figurano scorie di lavorazione e ossa animali, forse usate come ossidanti nei processi di forgiatura. Questi indizi rivelano una comunità di artigiani attiva e dinamica, integrata nella vita economica della città romana.
Fotogrammetria dell’antico isolotto occupato tra il I e il III secolo e delle fosse funerarie carolingie. © Tristan Verschuère, InrapNonostante l’estensione limitata dell’area indagata, i risultati, confrontati con scavi precedenti condotti nel 2018, contribuiranno a delineare un quadro più ampio dell’artigianato urbano di Troyes in età imperiale.
Dalle officine alle tombe: la necropoli carolingia
Dopo secoli di abbandono, l’area tornò a essere frequentata tra il VII e il IX secolo, nel pieno dell’età carolingia. Sopra gli strati dell’antico quartiere romano si sviluppò infatti una necropoli ricca di inumazioni.
Tombe carolingie installate sugli antichi livelli di abbandono. © Nathalie Daviaud, InrapSono state identificate una quarantina di sepolture prive di corredo, semplici ma ordinate, a testimonianza di un luogo di sepoltura comunitario. Un individuo è stato rinvenuto deposto in posizione flessa sul fianco, una caratteristica piuttosto rara per l’epoca.
Sepoltura carolingia: inumato in posizione flessa su un fianco.© Nathalie Daviaud, InrapComplessivamente, tra le indagini condotte dal 2018 al 2023, oltre cinquanta tombe carolingie sono state scoperte in questa parte della città, confermando l’esistenza di un vasto cimitero medievale sorto ai margini nord-orientali delle mura urbane.
Il fossato monumentale e le (possibili) mura del XIII secolo
L’ultima fase documentata dallo scavo risale al XIII secolo. A ovest dell’area è stato individuato un grande fossato dalle pareti svasate, probabilmente collegato alla cinta muraria medievale di Troyes.
Sezione trasversale del fossato potenzialmente associato alla cinta muraria di Troyes nel XIII secolo . © Emilie Jouhet, InrapSebbene manchino fonti cartografiche o scritte a conferma, le sue dimensioni e la posizione coincidono con il tracciato noto delle difese cittadine. Non si esclude tuttavia che la struttura fosse in relazione con un antico ramo della Senna, che scorre a pochi metri dal sito.
Un palinsesto urbano di straordinaria continuità
I risultati dello scavo al Mail des Charmilles offrono un’inedita prospettiva sulla continuità di occupazione di Troyes, città che ha saputo reinventarsi nei secoli senza perdere la propria centralità.
Fosso di La Tène risalente al I secolo a.C. © Tristan VerschuèreDal fossato del I secolo a.C. alle officine romane, dalla necropoli carolingia fino alle fortificazioni medievali, la ricerca dell’Inrap restituisce un racconto complesso e affascinante, dove la storia urbana si intreccia con la memoria materiale di chi ha abitato questo luogo per più di 1500 anni.
Dati e immagini © Inrap / Tristan Verschuère, Nathalie Daviaud, Emilie Jouhet
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Nuove scoperte a Castelseprio: lo scavo riporta in luce una tomba dell’età del Ferro, un’iscrizione romana e i resti di un edificio di epoca gota
Elena Percivaldi
Il Parco Archeologico di Castelseprio, nel Varesotto, continua a riscrivere la propria storia. Le indagini archeologiche condotte nel 2025 dall’équipe dell’Università di Padova, diretta da Alexandra Chavarría Arnau con la consulenza di Gian Pietro Brogiolo, hanno portato a rinvenimenti eccezionali che arricchiscono la conoscenza del sito, già riconosciuto Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO all’interno del sito seriale “Longobardi in Italia: i luoghi del potere”.
Dalla fortezza tardoantica alla chiesa longobarda
Gli scavi, realizzati tra settembre e ottobre nell’ambito del progetto Castelseprio centro di potere, hanno permesso di ricostruire nuove fasi edilizie nella zona della chiesa di San Giovanni, il principale edificio di culto del sito, celebre per la sua monumentalità e per il battistero annesso.
Contrariamente a quanto ritenuto finora, la chiesa non risale al periodo tardoantico ma fu edificata all’inizio del VII secolo, in piena epoca longobarda. Prima della sua costruzione, l’area ospitava un grande edificio civile del V-VI secolo, quindi di epoca gota: di esso sono emersi due muri perimetrali, fosse e tracce di attività artigianali, accompagnate da ceramiche tardoantiche.
Una sepoltura dell’età del Ferro: Castelseprio più antico di quanto si pensasse
Fra i reperti più sorprendenti emersi durante la campagna 2025 vi è una sepoltura dell’età del Ferro, databile al VI secolo a.C..
La tomba, costituita da una grande fossa con urna funeraria, frammenti ceramici e resti di metallo fuso, rappresenta una scoperta straordinaria: conferma che Castelseprio era frequentato già in epoche protostoriche, ben prima della fondazione della fortificazione tardoantica.
La stele romana reimpiegata nel Medioevo
Un altro rinvenimento di rilievo è una stele funeraria romana di grandi dimensioni, con iscrizione leggibile, dedicata a un soldato dell’età imperiale. La lastra, oggi esposta nell’Antiquarium del Parco, era stata reimpiegata in epoca altomedievale per coprire una sepoltura, con la scritta rivolta verso il terreno. Il riuso di materiali romani – spolia – è una pratica ben documentata nei siti medievali del territorio di Castelseprio e Torba, dove il passato romano si intreccia simbolicamente con la nuova cultura longobarda.
La professoressa Chavarria con la stele appena scoperta (Foto: ©Università di Padova)Sepolture e storie di comunità
Gli archeologi di Padova hanno inoltre proseguito l’indagine nel cimitero interno alla chiesa, individuando numerose sepolture che saranno oggetto di analisi antropologiche, isotopiche e paleogenetiche. Questi studi permetteranno di ricostruire le abitudini di vita, la dieta e le origini della popolazione sepolta tra l’Alto e il Basso Medioevo, offrendo un quadro sempre più preciso delle comunità che abitarono il Seprio.
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Una sorpresa continua
«Castelseprio continua a sorprenderci», ha dichiarato il sindaco Silvano Martelozzo. «Ogni scoperta è una finestra sulla nostra storia e un motivo d’orgoglio per tutta la comunità».
Foto: ©Università di PadovaLe nuove ricerche confermano il valore unico del sito, dove tracce protostoriche, romane e medievali convivono in un racconto continuo che attraversa più di duemila anni di storia. Castelseprio si conferma così uno dei laboratori più importanti dell’archeologia medievale italiana, luogo in cui la ricerca scientifica dialoga con la memoria collettiva e con la valorizzazione del territorio attraverso visite aperte alla cittadinanza, turisti e attività con le scuole del Varesotto.
Nelle prossime settimane, la Direzione del Parco organizzerà visite guidate e incontri per illustrare le nuove scoperte, a partire dall’iscrizione del soldato romano, già esposta presso l’Antiquarium.
La prima data sarà domenica 2 novembre, durante le consuete passeggiate con l’archeologo insieme al Direttore del Parco Luca Polidoro (partecipazione gratuita, prenotazione consigliata: [email protected]).
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Armenia / Un volto di pietra di 2500 anni fa racconta i misteriosi culti dell’antico regno di Urartu
Elena Percivaldi
Era ancora nella sua posizione originaria, dopo 2500 anni, appoggiato al fianco di una cassetta litica: il volto inquietante con sopracciglia marcate, occhi ravvicinati e naso prominente, tratti che rimandano a possibili culti degli antenati o a riti ancestrali della fertilità.
L’idolo durante lo scavo (Photo: ©Michalina Andrzejewska / PCMA UW)Scolpito nel tufo vulcanico e alto circa mezzo metro, il misterioso idolo in pietra è stato ritrovato ad Argištiḫinili, in Armenia, durante l’ultima campagna di scavi del Polish Centre of Mediterranean Archaeology (Università di Varsavia) e dell’Istituto di Archeologia ed Etnografia dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Armenia, nell’ambito di una missione congiunta armeno-polacca condotta sulle alture del Caucaso meridionale sotto la direzione di Mateusz Iskra e Hasmik Simonyan.
Hasmik Simonyan e Mateusz Iskra, responsabili della spedizione (Photo: ©Tigran Zakyan)Secondo i ricercatori, si tratta di uno dei ritrovamenti più significativi mai effettuati nella regione, sia per lo stato di conservazione che per il contesto di rinvenimento. Le analisi chimiche del contenuto della cassetta di pietra potrebbero chiarire la funzione rituale dell’oggetto, forse legata a offerte domestiche o a pratiche propiziatorie.
Veduta della necropoli (Photo: ©Adrian Chlebowski / PCMA UW)Argištiḫinili: una città urartea perfettamente conservata
Le rovine di Argištiḫinili si trovano a una quindicina di chilometri circa dall’odierna città di Armavir. La fortezza faceva parte dell’antico regno di Urartu (o Ararat), tra l’Asia Minore, la Mesopotamia e il Caucaso, che gravitava attorno al lago di Van (oggi nella Turchia orientale). Fiorì tra il IX e l’VIII secolo a.C. e ospitò l’arrivo degli Armeni, prima di soccombere all’invasione degli Sciti intorno al 585 a.C.
Case urartiane scoperte sul sito (Photo: ©Patryk Okrajek / PCMA UW)Il ritrovamento proviene da una grande casa terrazzata di circa 400 m², datata tra la fine del VII e il VI secolo a.C., nel quartiere residenziale di Surb Davti Blur (“Collina di San Davide”), le cui pavimentazioni in mattoni crudi e pietra risultano ancora in ottimo stato: una circostanza che permetterà di ricostruire la vita quotidiana degli urartei nel delicato periodo di passaggio che precede la caduta del regno.
Lo scavo in corso (Photo: ©Adrian Chlebowski / PCMA UW)In uno degli ambienti, adibito a magazzino, gli archeologi hanno ritrovato ancora al loro posto molti grandi vasi da stoccaggio, a riprova della complessa organizzazione domestica e del ruolo cruciale della città nel controllo del Caucaso meridionale.
La necropoli a incinerazione: un unicum per l’Armenia
Lo scavo in corso. Sullo sfondo, il monte Ararat (Photo: ©Adrian Chlebowski / PCMA UW)Ma non è tutto. Durante le indagini la missione ha riportato alla luce anche una vasta necropoli a incinerazione con decine di urne funerarie, molte delle quali accompagnate da corredi. Secondo Hasmik Simonyan si tratta della più grande necropoli a urne finora rinvenuta in Armenia: una vera miniera di informazioni che permetterà di approfondire le credenze sull’aldilà degli abitanti di Argištiḫinili e la loro articolazione sociale.
Urne funerarie del VII secolo a.C. trovate durante lo scavo (Photo: ©Adrian Chlebowski / PCMA UW)Nuove prospettive per la ricerca sul regno di Urartu
Finanziata dal National Science Centre of Poland, la missione mira a studiare la vita domestica e la trasformazione culturale del territorio dopo la caduta del regno di Urartu.
Le prossime campagne, previste per il 2026, approfondiranno i contesti abitativi e rituali, aprendo nuove prospettive sui culti e le tradizioni della regione nell’età del Ferro.
Fonte notizia: PCMA UW
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Durante i lavori per il nuovo metanodotto è stata scoperta una necropoli dell’Età del Ferro (850-750 a.C.), con tombe a tumulo e corredi preziosi. Un ritrovamento che arricchisce la conoscenza dell’Abruzzo antico.
📍 Casoli-contrada Casabianca, Atri (TE)
Foto: © @soprintendenza_laquila_teramo
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Tutti i dettagli, le foto e le videointerviste nell'articolo di @elenapercivaldi su @storieearcheostorie
@soprintendenza_beni_culturali_Trento
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L’eredità silente dei Nabatei, una seconda necropoli di pietra nel deserto saudita
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L’aggregazione delle civiltà nel Mondo Antico è sempre stata un catalizzatore per la costruzione di opere capaci di resistere al passaggio dei millenni. In parte come tappe di un costante viaggio tecnologico e creativo, nonché come strumento utile alla congiunzione delle spirito e la mente, il raggiungimento di uno stato collettivo incline alla risoluzione dei ... Leggi tutto