Scavi in Cecenia, scoperti insediamenti e necropoli: dati su 6mila anni di storia

S&A

Undici nuovi siti archeologici, oltre diecimila metri quadrati indagati e una sequenza cronologica che copre quasi sei millenni di storia: sono i risultati delle ricerche condotte in Cecenia dall’Istituto di Archeologia dell’Accademia delle Scienze Russa lungo il tracciato del gasdotto Novogrozny–Seržen’-Jurt.

L’insediamento e il cimitero di Mairtup, vista generale.

Le indagini, tra le più estese mai realizzate nella regione, hanno portato alla luce un patrimonio che documenta la frequentazione umana dall’età del Calcolitico fino al pieno Medioevo, offrendo nuovi dati sulla formazione e sull’evoluzione delle comunità del Caucaso settentrionale.

Tjalling-2: un insediamento del IV millennio a.C.

Le tracce più antiche provengono dal sito di Tjalling-2, nell’area orientale della Cecenia, dove sono stati individuati livelli riferibili alla prima metà del IV millennio a.C. Si tratta di un insediamento della fase tarda del Calcolitico, attribuibile alla cultura agubekoviana, diffusa nelle zone pedemontane del bacino del fiume Terek.

L’insediamento di Tyalling-2. Sito di scavo con resti archeologici

Gli archeologi hanno identificato strutture abitative e aree funzionali, tra cui fosse e complessi legati ad attività domestiche. Particolarmente rilevante è la presenza di spazi interpretati come luoghi a funzione rituale, con superfici preparate in argilla, resti di focolari e depositi con ossa animali e ceramiche.

A sinistra: sepoltura. A destra: strumenti e ornamenti in pietra: 1 – ascia di pietra; 2, 3 – lame di selce a forma di coltello; 4 – accetta di selce; 5 – perline di corniola; 6 – pomolo in osso

Il repertorio dei materiali comprende utensili in pietra e osso, figurine antropomorfe e zoomorfe, oltre a ornamenti in corniola, elementi che suggeriscono una società già articolata, con pratiche simboliche ben definite accanto alle attività produttive.

Iskrinskoe-1: metallurgia e vita quotidiana nell’età del Bronzo

Di particolare interesse è il sito di Iskrinskoe-1, dove è stato individuato un insediamento della media età del Bronzo con evidenze dirette di produzione metallurgica. Sotto livelli più recenti, gli archeologi hanno scoperto resti di abitazioni e una vera e propria area di fusione dei metalli.

L’insediamento di Iskrinskoye-1, visto da est. La freccia indica il sito dell’insediamento dell’età del bronzo.Insediamento di Iskrinskoye-1

La presenza di forni, ugelli in argilla, stampi e residui di lavorazione – tra cui piccoli frammenti di rame ossidato – testimonia un’attività artigianale specializzata. I dati indicano che la produzione metallurgica era strettamente integrata nella vita quotidiana: strumenti e scarti di lavorazione compaiono anche all’interno degli spazi abitativi.

L’insediamento, attribuito alla cultura ginčinskaja, sembra essere stato distrutto da un incendio improvviso, evento che ha favorito la conservazione di numerosi elementi, tra cui strutture domestiche e attrezzature.

 In alto: abitazione dell’età del bronzo. In basso: manufatti domestici e industriali.

Khumykskoe-2: una necropoli con corredi ricchissimi

Un altro contesto di grande rilievo è rappresentato dal sito di Khumykskoe-2, datato tra il X e l’VIII secolo a.C. e riferibile alla fase iniziale della cultura kobaliana orientale. Qui sono state indagate 160 sepolture, ma il numero complessivo potrebbe raggiungere le duemila unità.

Le tombe, disposte in file regolari, restituiscono un quadro dettagliato delle pratiche funerarie e delle differenze sociali. I corredi femminili comprendono numerosi ornamenti in bronzo, perle in vetro e osso, mentre quelli maschili includono armi come pugnali, punte di lancia e freccia.

Braccialetti e anelli al polso dei defunti. Insediamento e cimitero di Khumykskoye-2.

In alcuni casi, la quantità di oggetti è particolarmente elevata: una sepoltura ha restituito decine di elementi, tra cui bracciali e anelli, offrendo un’indicazione concreta del valore simbolico attribuito agli oggetti nel rito funerario.

Il complesso di Mayrtup: tra cultura alanica e Medioevo

Le ricerche più estese hanno interessato il sito di Mayrtup, dove sono stati documentati oltre 250 contesti archeologici su quasi 5mila metri quadrati. Tra questi figurano più di cento complessi funerari, tra cui tombe a catacomba attribuite alla cultura alanica del VI secolo d.C.

Le caratteristiche delle sepolture – come l’orientamento e la struttura delle camere funerarie – suggeriscono movimenti di popolazione provenienti dall’area del Medio Terek. Accanto alle necropoli, sono state individuate anche tracce di insediamenti più recenti, databili tra il X e il XIII secolo, con strutture abitative e fosse di servizio.

Continuità e trasformazioni nel lungo periodo

Uno degli aspetti più significativi emersi dalle ricerche è la continuità di occupazione di questi territori, spesso segnata da fasi di abbandono legate a eventi distruttivi, come incendi, seguite da nuove forme di insediamento.

In alto: mazza di bronzo, punta di lancia di bronzo, punte di freccia in bronzo e osso. In basso, da sinistra a destra: sepoltura rivestita di pietre, sepoltura con armi.

Le evidenze archeologiche documentano il passaggio da comunità preistoriche basate su agricoltura e allevamento a società più complesse, caratterizzate da produzioni specializzate, strutture sociali articolate e pratiche funerarie codificate.

L’insediamento e la necropoli di Mairtupsky. Un tumulo funerario del VI secolo, al cui interno si trovano fosse di stoccaggio risalenti all’insediamento del X-XIII secolo.L’insediamento e la necropoli di Mairtup. Da sinistra a destra: oggetti di abbigliamento e gioielli provenienti da complessi funerari risalenti al VI secolo d.C., oggetti in metallo provenienti dallo strato culturale dell’insediamento risalente al X-XIII secolo d.C. e vasi in ceramica provenienti da complessi funerari risalenti al VI secolo d.C.

Un patrimonio destinato alla ricerca e alla valorizzazione

I materiali raccolti – migliaia di reperti tra ceramiche, strumenti e oggetti d’uso – saranno ora sottoposti ad analisi approfondite prima di essere trasferiti al Museo Nazionale della Repubblica Cecena.

Le ricerche aprono nuove prospettive per lo studio della storia del Caucaso settentrionale, un’area ancora poco conosciuta ma fondamentale per comprendere le connessioni tra Europa orientale e Asia nel corso dei millenni.

📘 Notizia verificata

  • 📄 Fonte: comunicato stampa Istituto di Archeologia dell’Accademia Russa delle Scienze ✅
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👑 Grecia, scoperta in Beozia la tomba della “Signora dal diadema capovolto”

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Dal Piemonte alla Sicilia, dall’età del bronzo ai Longobardi: ecco l’Atlante dei ritrovamenti archeologici lungo le linee ferroviarie | SCARICA IL PDF

Elena Percivaldi

Negli ultimi vent’anni l’archeologia italiana ha visto affermarsi tra i protagonisti il Gruppo FS Italiane. Attraverso Archeolog, ente del Terzo settore che riunisce RFI, Italferr, Anas e Quadrilatero Marche–Umbria, il Gruppo FS ha assunto un ruolo decisivo nella tutela, nella conservazione e nella valorizzazione dei reperti rinvenuti durante la realizzazione delle infrastrutture ferroviarie e stradali.

Non si tratta di episodi sporadici, ma di una strategia coerente che ha cambiato l’approccio alle opere pubbliche: oggi la archeologia preventiva è parte integrante della progettazione, un processo che permette di conciliare sviluppo e tutela attraverso diagnosi, indagini e interventi mirati.

Il risultato più evidente di questo lavoro è l’Atlante dei Ritrovamenti Archeologici lungo tracciati ferroviari e stradali, una pubblicazione monumentale che raccoglie alcune delle più significative scoperte avvenute in Italia grazie ai cantieri ferroviari e stradali (può essere scaricata gratuitamente QUI).

RFI ATLANTE ARCHEOLOG WEB D_compressedDownload

Come sottolinea Stefano Antonio Donnarumma, il ruolo delle infrastrutture è cruciale per la coesione del Paese, ma non può prescindere dal rispetto della storia. L’archeologia preventiva è diventata così un tassello indispensabile nella costruzione di una mobilità moderna e sostenibile.

L’Atlante: un grande archivio delle scoperte lungo i tracciati italiani

L’Atlante, curato da Ilaria Maggiorotti con il supporto del Ministero della Cultura e delle Soprintendenze territoriali, documenta 26 ritrovamenti recenti, ma offre anche una visione d’insieme dell’evoluzione di un modello di collaborazione unico nel suo genere.

Ciascuna scheda dell’Atlante presenta schematicamente la localizzazione del ritrovamento con cronologia, descrizione dettagliata, foto e grafici, interpretazioni e contesto storico.

Il volume è consultabile anche nei centri di documentazione del Gruppo FS ed è diventato uno strumento utile per studiosi, appassionati e operatori culturali.

Il ruolo di Archeolog: sinergia tra istituzioni e territorio

Dal 2015, anno della sua fondazione, Archeolog Onlus coordina gli interventi sui territori interessati dai grandi cantieri ferroviari e stradali.
Il suo Comitato scientifico, guidato dal prof. Alessandro Vanzetti e formato da archeologi del Ministero e accademici, definisce linee guida, metodologie e protocolli condivisi.

Come sottolinea Vanzetti, non basta scavare: occorre interpretare, restituire, comunicare. È fondamentale che le comunità locali possano conoscere il patrimonio riportato alla luce, trasformando i rinvenimenti in occasioni di crescita culturale ed economica.

I cantieri che riscrivono la storia: il caso Italferr

Tra gli attori più rilevanti c’è Italferr, società di ingegneria del Gruppo FS e pioniera dell’archeologia preventiva in Italia.
Sin dagli anni delle grandi linee AV – Torino–Milano, Bologna–Firenze, Roma–Napoli – gli archeologi hanno accompagnato ogni fase dei lavori, facendo emergere contesti di straordinario valore.

Uno dei casi più celebri è la necropoli romana scoperta durante la costruzione della stazione AV di Bologna Centrale. Ma non meno rilevante è la stazione di sosta romana con complesso termale lungo la linea Roma–Napoli, o il recupero della Tomba della Montagnola, esempio emblematico di integrazione tra tutela e progettazione.

Oggi Italferr utilizza strumenti avanzati come GIS, telerilevamento, machine learning e software predittivi per identificare aree sensibili prima dell’apertura del cantiere.

26 ritrovamenti che raccontano l’Italia: eccone alcuni

1. Piemonte – La Necropoli longobarda di Sant’Albano Stura (CN)

Uno dei ritrovamenti più spettacolari è la necropoli longobarda di Sant’Albano Stura, rinvenuta in frazione Ceriolo durante i lavori dell’autostrada Asti–Cuneo tra il 2009 e il 2011. La necropoli ha restituito oltre 800 sepolture, una delle più estese di tutto il territorio nazionale.

Tra i materiali spiccano monete d’oro e d’argento, fibule a S e collane in pasta vitrea appartenenti ai corredi femminili, e armi da taglio, lance e scudi presenti nelle tombe dei guerrieri.

Una tomba infantile a cappuccina e una struttura lignea simile alle “case della morte” – piuttosto rara in Italia – rendono il contesto ancora più importante significativo.

2. Piemonte – La città romana di Libarna (AL)

Le indagini lungo la storica Via Postumia e le linee ferroviarie Torino–Genova e Milano–Genova hanno riportato alla luce parti finora sconosciute della città romana di Libarna (I–III sec. d.C.), già individuata e scavata in più riprese a partire dalla fine dell’Ottocento.

Tra i ritrovamenti la porticus del teatro, le terme urbane (ancora da mettere in luce), un edificio produttivo dedicato alla lavorazione dei laterizi e tratti del decumano con pavimentazione originaria.

Il sito è oggi uno dei più importanti luoghi archeologici dell’Italia nord-occidentale.

3. Toscana – Le 30 navi romane di Pisa San Rossore (PI)

Forse il ritrovamento più noto riportato nell’Atlante è quello delle navi di Pisa San Rossore, emerse nel 1998 durante la costruzione di un centro direzionale FS. Gli archeologi scoprirono una vera “Pompei del mare”, sepolta a sei metri di profondità: circa 30 relitti databili tra il III sec. a.C. e il VII sec. d.C.

Tra i materiali conservati spiccano, oltre ai legni perfettamente integri degli scafi, carichi di ceramiche, anfore e utensili, oggetti personali dei marinai e strumenti di bordo.

Grazie alla mancanza di ossigeno e alle falde sotterranee, molti manufatti si sono conservati in condizioni eccezionali. Oggi le navi sono esposte negli Arsenali Medicei, sede del Museo delle Navi Antiche di Pisa.

4. Marche – Taverne di Serravalle di Chienti (MC): un villaggio del Bronzo Antico

Gli scavi nell’area della SS 77 hanno rivelato un vasto villaggio dell’Età del Bronzo Antico (2200–1700 a.C.), con oltre 1000 buche di palo.

Tra le strutture principali sono riemerse le tracce di una capanna absidata lunga 20 metri e di una seconda capanna rettangolare, recinti per animali e aree funzionali artigianali.

Accanto al villaggio è stata individuata una necropoli circolare con 20 tombe, probabilmente legate a un unico nucleo familiare.

5. Calabria – Bagnara Calabra (RC): insediamenti neolitici e del Bronzo

A Bagnara Calabra sono state scoperte due sepolture neolitiche (V millennio a.C.) e due insediamenti dell’Età del Bronzo Antico (2100–1900 a.C.).

Il ritrovamento più rilevante è la presenza di ossidiana proveniente da Lipari, conferma di intensi traffici marittimi già in epoca preistorica.

6. Calabria – Canneti (RC): un sito pluristratificato

A Canneti, nel Comune di Locri, gli scavi del 2011 hanno rivelato un insediamento attivo tra l’Età del Ferro (VIII-VII sec. a.C.) e l’epoca ellenistica.

Il sito ha restituito un pozzo e un canale arcaici, una bellissima antefissa gorgonica, una necropoli con rituali di sacrificio (enagisma) e una piccola imbarcazione rituale, tutti elementi che forniscono una preziosa testimonianza delle pratiche religiose della Sicilia centrale.

7. Sicilia – Assoro (EN), località Cuticchi

Qui sono stati identificati un vasto insediamento rurale romano-imperiale (I–III sec. d.C.) e una necropoli di 168 sepolture con corredi preziosi, oggetti in oro e un’urna cineraria iscritta.

8. Sicilia – Caltagirone (CT): la necropoli di Fontana di Pietra

Nel 2022, durante interventi infrastrutturali, è emersa una doppia necropoli: la più antica è protostorica (2200–1600 a.C.) con tombe a grotticella, la seconda tardoantica con tombe a fossa.

I corredi hanno richiesto la modifica del progetto per garantirne la conservazione.

9. Sicilia – Vallelunga Pratameno (CL): una villa rustica in attività per secoli

Le indagini hanno rivelato un insediamento attivo dal III–II sec. a.C. al VI sec. d.C., composto da una villa rustica, una grande fornace e diversi ambienti produttivi agricoli. Molte le anfore emerse, insieme alle attrezzature per la lavorazione dell’argilla.

10. Sicilia – Himera (PA): 9.300 tombe tra storia e guerra

Le ricerche hanno interessato anche la monumentale necropoli di Himera, con circa 9300 sepolture.
Tra i reperti più toccanti, le tombe collettive dei soldati caduti nelle battaglie del V secolo a.C., con segni evidenti dei colpi mortali.

Scavo di uno dei cavalli morti nella battaglia del 480 a.C. (dall’Atlante)

Un modello per il futuro

Questi sono solo alcuni dei 26 siti illustrati nell’Atlante, che insieme al lavoro di Archeolog mostra come la costruzione di infrastrutture non sia più – o almeno, non dovrebbe essere! – “distruzione” ma opportunità: opportunità di conoscenza, di tutela e di restituzione.

Come afferma Cristian D’Ammassa, l’archeologia preventiva non deve essere percepita come un ostacolo, ma come una risorsa.

L’Italia è uno dei Paesi più complessi al mondo per densità di stratificazioni archeologiche. Le esperienze raccontate e illustrate nell’Atlante dimostrano che non solo è possibile conciliare modernità e tutela, ma che questo incontro può generare nuovi modelli operativi riconosciuti a livello europeo.

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Armenia / Un volto di pietra di 2500 anni fa racconta i misteriosi culti dell’antico regno di Urartu

Elena Percivaldi

Era ancora nella sua posizione originaria, dopo 2500 anni, appoggiato al fianco di una cassetta litica: il volto inquietante con sopracciglia marcate, occhi ravvicinati e naso prominente, tratti che rimandano a possibili culti degli antenati o a riti ancestrali della fertilità.

L’idolo durante lo scavo (Photo: ©Michalina Andrzejewska / PCMA UW)

Scolpito nel tufo vulcanico e alto circa mezzo metro, il misterioso idolo in pietra è stato ritrovato ad Argištiḫinili, in Armenia, durante l’ultima campagna di scavi del Polish Centre of Mediterranean Archaeology (Università di Varsavia) e dell’Istituto di Archeologia ed Etnografia dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Armenia, nell’ambito di una missione congiunta armeno-polacca condotta sulle alture del Caucaso meridionale sotto la direzione di Mateusz Iskra e Hasmik Simonyan.

Hasmik Simonyan e Mateusz Iskra, responsabili della spedizione (Photo: ©Tigran Zakyan)

Secondo i ricercatori, si tratta di uno dei ritrovamenti più significativi mai effettuati nella regione, sia per lo stato di conservazione che per il contesto di rinvenimento. Le analisi chimiche del contenuto della cassetta di pietra potrebbero chiarire la funzione rituale dell’oggetto, forse legata a offerte domestiche o a pratiche propiziatorie.

Veduta della necropoli (Photo: ©Adrian Chlebowski / PCMA UW)

Argištiḫinili: una città urartea perfettamente conservata

Le rovine di Argištiḫinili si trovano a una quindicina di chilometri circa dall’odierna città di Armavir. La fortezza faceva parte dell’antico regno di Urartu (o Ararat), tra l’Asia Minore, la Mesopotamia e il Caucaso, che gravitava attorno al lago di Van (oggi nella Turchia orientale). Fiorì tra il IX e l’VIII secolo a.C. e ospitò l’arrivo degli Armeni, prima di soccombere all’invasione degli Sciti intorno al 585 a.C.

Case urartiane scoperte sul sito (Photo: ©Patryk Okrajek / PCMA UW)

Il ritrovamento proviene da una grande casa terrazzata di circa 400 m², datata tra la fine del VII e il VI secolo a.C., nel quartiere residenziale di Surb Davti Blur (“Collina di San Davide”), le cui pavimentazioni in mattoni crudi e pietra risultano ancora in ottimo stato: una circostanza che permetterà di ricostruire la vita quotidiana degli urartei nel delicato periodo di passaggio che precede la caduta del regno.

Lo scavo in corso (Photo: ©Adrian Chlebowski / PCMA UW)

In uno degli ambienti, adibito a magazzino, gli archeologi hanno ritrovato ancora al loro posto molti grandi vasi da stoccaggio, a riprova della complessa organizzazione domestica e del ruolo cruciale della città nel controllo del Caucaso meridionale.

La necropoli a incinerazione: un unicum per l’Armenia

Lo scavo in corso. Sullo sfondo, il monte Ararat (Photo: ©Adrian Chlebowski / PCMA UW)

Ma non è tutto. Durante le indagini la missione ha riportato alla luce anche una vasta necropoli a incinerazione con decine di urne funerarie, molte delle quali accompagnate da corredi. Secondo Hasmik Simonyan si tratta della più grande necropoli a urne finora rinvenuta in Armenia: una vera miniera di informazioni che permetterà di approfondire le credenze sull’aldilà degli abitanti di Argištiḫinili e la loro articolazione sociale.

Urne funerarie del VII secolo a.C. trovate durante lo scavo (Photo: ©Adrian Chlebowski / PCMA UW)

Nuove prospettive per la ricerca sul regno di Urartu

Finanziata dal National Science Centre of Poland, la missione mira a studiare la vita domestica e la trasformazione culturale del territorio dopo la caduta del regno di Urartu.

Le prossime campagne, previste per il 2026, approfondiranno i contesti abitativi e rituali, aprendo nuove prospettive sui culti e le tradizioni della regione nell’età del Ferro.

Fonte notizia: PCMA UW

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