La connotazione dell’inglese e il controllo del linguaggio pubblico
Di Antonio Zoppetti
Per capire i meccanismi emotivi – sociali e psicologici – che portano alla preferenza delle espressioni in inglese che si affermano al posto di quelle in italiano (touch screen/schermo tattile, open day/giornata aperta, green/ecologico…) bisogna ragionare sulla loro connotazione.
Oltre al significato (la denotazione di un oggetto o un concetto), le parole possiedono infatti una connotazione che ha a che fare con ciò che evocano. Parlare di culo, sedere, lato b, fondoschiena, glutei, natiche, chiappe, posteriore, deretano, didietro o popò (come si dice ai bambini) designa la medesima cosa, quello che cambia è il modo di farlo, che produce un diverso effetto psicologico e sociale.
Mentre la denotazione ha di solito una valenza neutra e oggettiva che serve semplicemente a trasmettere informazioni, la connotazione ha una valenza emotiva (sociale o soggettiva) in cui entrano in gioco le scelte stilistiche e anche i registri linguistici, il che riguarda la lingua, che è qualcosa di più complesso del semplice comunicare.
Quando Dante scriveva che il diavolo Barbariccia “avea del cul fatto trombetta” (Inf, XXI, 139) introduceva nel registro alto e poetico una parola di basso registro, che fino a pochi anni fa era annoverata dai dizionari come triviale (e per simili scelte il Sommo Poeta fu biasimato per secoli dai suoi tanti detrattori). E se oggi, durante una visita ospedaliera, un medico utilizzasse questa parola al posto per esempio di regione glutea, otterrebbe l’effetto di passare per incompetente (oltre che irrispettoso), perché non starebbe usando il registro scientifico più appropriato.
La connotazione superiore degli anglicismi
Gli anglicismi che stanno ormai colonizzando la maggior parte dei linguaggi settoriali penetrano di solito come tecnicismi monosignificato la cui connotazione è spesso presentata dagli addetti ai lavori come più tecnica e prestigiosa degli equivalenti italiani, nonostante il significato sia il medesimo (e va a finire che è percepita così anche da tutti gli altri). In questo modo, una parola come computer ha avuto la meglio e ha scalzato la parola calcolatore, che evoca qualcosa di preistorico rispetto alla connotazione di modernità dell’anglicismo. Questo fenomeno non è linguistico, ma sociolinguistico o semplicemente sociale, e infatti in inglese erano computer i primitivi e ingombranti mainframe degli anni Cinquanta come i più moderni dispositivi portatili ultraleggeri e lo stesso vale per gli ordinateurs dei francesi e i computadores o gli ordenadores spagnoli.
Visto che la lingua è metafora, dai linguaggi di settore la terminologia inglese finisce per penetrare nella lingua comune, divenendo parola. I termini rompono i loro argini e vengono usati in senso figurato e metaforico, dunque tecnicismi come benchmark (di ambito economico) o feedback (la retroazione ingegneristica) vengono ormai impiegati in senso lato come parole ombrello stereotipate per parlare di un qualsiasi punto di riferimento (pietra di paragone) o riscontro (aspetto il tuo “feedback”).
Il guaio, per la lingua italiana, sta proprio nel fatto che sempre più spesso la connotazione dell’inglese ha la meglio su quella dell’italiano, che non può che regredire. Anche divulgando le alternative italiane agli oltre 4.000 anglicismi registrati dai dizionari, il punto è che non sono percepite come altrettanto tecniche, prestigiose o moderne (ho chiamato questo processo “diglossia lessicale”). E questo avviene perché la percezione (emotiva e soggettiva) di chi controlla e ha in mano il linguaggio pubblico (addetti ai lavori, scienziati, tecnici, giornalisti, politici, istituzioni… e in fin dei conti la nostra intera classe dirigente) procede in questa direzione anglomane.
Dal punto di vista della denotazione, un’espressione in itanglese come:
“Chi si occupa dell’editing o del lettering di uno slogan per una campagna social deve operare tenendo presente il proprio target di riferimento e il sentiment del web”
può benissimo essere tradotta in italiano con:
“Chi si occupa della revisione e dell’impatto grafico dei testi di una pubblicità in Rete deve operare tenendo presente il suo destinatario e anche il sentimento (gradimento, percezione, opinione prevalente, clima culturale, orientamento…) degli internauti.”
Ma nonostante l’equivalenza sul piano dei significati, la seconda scelta comunicativa in italiano non possiede la stessa valenza di quella in itanglese. Come nel caso del medico che usasse “culo” al posto di “regione glutea”, un esperto di comunicazione che rinunciasse al suo gergo anglicizzato sarebbe percepito come “incompetente” non solo tra gli addetti ai lavori, ma persino alle orecchie del committente, perché non sta usando il linguaggio che il settore richiede e allo stesso tempo impone.
Il problema dell’anglicizzazione dell’italiano dipende soprattutto da questo fenomeno.
Connotazione e uso
Sui mezzi di informazione, parole come governance, tecnicismi come stakeholder, espressioni come red carpet… ricorrono molto spesso, dunque ai vocabolaristi non resterebbe che prenderne atto e registrarle con spirito “descrittivo”. Ma nella retorica dell’uso invocata da molti studiosi, troppo spesso ci si dimentica (o forse si nasconde sotto al tappeto) di sottolineare un particolare fondamentale: l’uso di chi viene preso in considerazione?
I moderni vocabolari “dell’uso” che si affannano a registrare ogni anglicismo che di solito arriva dall’alto, sono molto meno propensi ad accogliere le parole che arrivano dal basso, che sono decisamente trascurate. Sul vocabolario della Treccani, per esempio, si trova whistleblowing (allertatore civico), una parola che ben pochi usano in modo attivo, e ancor meno sono in grado di comprendere e persino di pronunciare. Altre parole che hanno un grado di comprensibilità e diffusione ben maggiore, invece, non compaiono nemmeno tra i neologismi. Per esempio rettiliano (un tipo di alieno ormai noto anche ben al di fuori dei cultori della fantascienza, la cui frequenza su Google Libri è superiore a quella di whistleblowing), ma vale anche per espressioni gergali come provolone (uno che “ci prova” con tutte) o sbattone (voce milanese che però si sta estendendo ad altre parti d’Italia per “grande sbattimento”, cioè qualcosa di noioso e impegnativo). Queste ultime tre parole, mediamente comprensibili ai più, non sembrano avere lo status alto degli anglicismi, a quanto pare. Gli inni al signor Uso che detterebbe legge sono talvolta un po’ manipolatori e inducono a farci credere che l’anglicizzazione sarebbe un processo democratico, come se arrivasse dal basso, quando è vero l’esatto contrario: l’uomo della strada non parla né di stakeholder né di governance. La connotazione più prestigiosa degli anglicismi non arriva dal popolo ma da una classe dirigente (giornali, televisione, pubblicità, web, vocabolari…) che fa prevalere il suo tipo di lingua ed educa tutti all’itanglese. In questo modo si impone “la lingua dei padroni” – per lanciare una provocazione – e delle classi dominanti, che a loro volta riprendono pappagallescamente, e in modo servile, la lingua naturale dei popoli dominanti sul piano internazionale.
Le guerre per cambiare la connotazione
In questo radicale cambiamento linguistico che sta crescendo con velocità mai vista almeno dagli anni Novanta, ci sono vasti strati della popolazione che sono esclusi: non parlano affatto a questo modo e spesso non sono in grado di comprendere simili anglicismi. Eppure – proprio mentre ci si riempie la bocca di altisonanti concetti come inclusività – sembra che a nessuno importi di questa lingua anglicizzata “esclusiva” che crea fratture sociali e barriere generazionali. L’uso – delle classi egemoni – è imposto a tutti gli italiani attraverso fortissime pressioni sociali che talvolta – come osservava negli anni Novanta Natalia Ginzburg – finiscono per criminalizzare i cittadini che non si adeguano a cui non resta che conservare il proprio lessico familiare in modo “clandestino”. Dunque si deve dire “non vedente” invece di “cieco” o “nero” invece di “negro”, osservava la scrittrice denunciando l’ipocrisia con cui la nostra società, invece di intervenire concretamente per risolvere i problemi di disabilità e razzismo, preferiva cambiare le parole con un’operazione di marketing e di restyling lessicale, potremmo dire oggi in itanglese.
La vera battaglia per imporre un tipo di lingua da far prevalere avviene insomma sul piano della connotazione, come è avvenuto nel caso degli spazzini rimpiazzati dagli operatori ecologici, mentre “handicappato” (termine che inizialmente possedeva una connotazione positiva rispetto a “minorato” che si usava in passato) è stato poi sostituito da “disabile”, che poi è diventato “diversamente abile”. Visto che la discriminazione è nella nostra testa, più che nel lessico, finisce insomma che anche le nuove parole assumano presto l’analoga connotazione negativa che in un primo tempo volevano scalzare. E in questa corsa a cambiare le parole, che dagli anni Novanta insegue la filosofia del politicamente corretto – non a caso di matrice angloamericana – la novità è che sempre più spesso sono le parole in inglese a configurarsi come connotate positivamente. Ma se un anglicismo come “gay” diventa la parola più appropriata e “rispettosa” per designare chi è omosessuale, l’analogo italiano rischia di regredire o – peggio ancora – di essere proclamato prima o poi da qualcuno come “discriminante”.
Un cambio di paradigma per riappropriarci dell’italiano
Per evitare ogni fraintendimento, ribadisco che non ho alcuna intenzione né di difendere parole come “negro” che la storia ha ormai relegato nell’inferno lessicale, né di polemizzare per esempio sulla femminilizzazione delle cariche che nasce da esigenze sacrosante, quando è l’espressione di una reale esigenza che arriva dalle donne. Sto solo constatando, con spirito descrittivo, che da sempre le diatribe linguistiche hanno appunto a che fare con la connotazione, che è il risultato di pressioni storiche e sociali. Ma la connotazione è mutevole e soggettiva, e quando una parola storicamente neutra viene messa in discussione e caricata di una valenza negativa, non c’è solo la soluzione di cambiarla, si può anche lottare per conferirle una diversa connotazione positiva.
I poeti “decadenti”, per esempio, vennero in un primo tempo bollati con questa etichetta spregiativa dai loro avversari, ma la loro reazione fu quella di ostentare con orgoglio questa definizione e farla propria, riuscendo a cambiarne appunto la connotazione che ha acquisito un valore positivo e oggi “decadentismo” e “poeti decadenti” hanno assunto tutt’altra valenza (come i poeti “maledetti”). Nel caso della parola “negro” è avvenuto tutto il contrario, e se in un primo tempo l’orgoglio africano e il rivendicare una cultura alternativa a quella occidentale dominante aveva prodotto la parola “negritudine”, questa battaglia per la connotazione positiva di una parola che in certi ambienti era invece usata con disprezzo è stata persa, e oggi si parla solo di “neri”.
Davanti alla connotazione più prestigiosa degli anglicismi, la questione è la stessa: o ci riappropriamo con fierezza delle nostre parole, senza servili e provinciali complessi di inferiorità, e riusciamo a dare loro una connotazione “alta” nel linguaggio pubblico, oppure l’italiano è destinato a cedere il posto all’inglese e a trasformarsi in un ibrido. E se gli anglicismi non cominceranno a essere stigmatizzati così come si stigmatizza ciò che è discriminatorio e non inclusivo, non se ne esce. Purtroppo, le cose stanno andando diversamente, e il fortissimo revisionismo linguistico che muove chi controlla il dibattito pubblico (e ha nelle mani le sorti dell’italiano) sta cambiando i connotati del nostro idioma e ci sta portando verso il nostro suicidio linguistico e culturale.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano












