“Terzine all’alba”: intervista a Francesco Innella

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“Terzine all’alba”: intervista a Francesco Innella

a cura di Michele Nigro

 

La raccolta intitolata “Terzine all’alba” sembrerebbe il diario di viaggio di un “alieno” atterrato o caduto, a seconda del punto di vista, in una “città forestiera”: come può la poesia trasformare il senso di estraneità in opportunità?

Sì, dici bene Michele: è il diario di viaggio di un alieno, che abita una città forestiera. Non ho mai avuto il senso di radicamento urbano, forse per i troppi spostamenti in varie città che ho dovuto fare con la mia famiglia. Pensa che quando vado a Matera, la città dove sono nato, mi sento estraneo, come un forestiero che giunge a visitare la città. Ora tu suggerisci che si può trasformare il senso di estraneità in opportunità attraverso la poesia o la letteratura? A questa domanda non so rispondere: penso che sia possibile, ma io non ci riesco adesso, può darsi nel futuro riuscirò a realizzarlo. E la tua domanda mi fa pensare a Pavese: anche lui abbandonò il suo paese, ma penso che abbia trovato un senso di radicamento e superamento dell’estraneità attraverso la scrittura. Nel romanzo  “La luna e i falò”, così scrive: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Ricorrono spesso parole come “solitudine”, “solitario”, non per forza da considerare nella loro accezione negativa: la solitudine, oltre che una condizione necessaria per pensare e scrivere, è anche una forma di difesa da un ambiente che spesso non corrisponde alla nostra natura? Che cos’è per te la solitudine?

La solitudine non deve essere intesa come uno stato negativo dell’anima, ma come uno stato di difesa della nostra interiorità assediata dagli avvenimenti esterni, non sempre piacevoli, che possono portarci ad uno stato di alienazione interiore e farci perdere il nostro equilibrio. In questo senso è una difesa necessaria di noi stessi dagli altri. Ricordo a questo punto la frase di Sartre: “L’inferno sono gli altri”. E poi per me la solitudine è il rifugio dove ritrovo me stesso, i tanti libri da leggere, gli scritti e i progetti da completare, da portare avanti. No, non mi sento solo.

In alcune terzine si scorge una velata critica a un certo tipo di umanità e al sistema sociale creato intorno a questa per assecondarla più che per contrastarla: che tipo di evoluzione intravedi nel futuro?

Ma che vuoi che ti dica! Nelle terzine ho accennato ad un certo malessere sociale che oggi emerge e non mi sono voluto soffermare molto. Intorno a noi è stata costruita una gabbia mediatica in cui ci hanno rinchiusi: c’è chi ne ha coscienza e cerca di lottare e chi è rinchiuso nella gabbia e pensa di essere libero. L’evoluzione futura la vedo come una presa di coscienza collettiva, che deve passare attraverso la nostra anima, o individualità, che dovrebbe portarci alla liberazione. Ma questo che dico è un discorso utopico.

I ricordi bussano alla porta del presente: in che modo farli entrare nella maniera più saggia ed equilibrata possibile?

Mi piace questa tua domanda… In che modo fare entrare i ricordi dentro di noi in maniera più saggia ed equilibrata? Devo dirti che ho iniziato alla mia età avanzata a raccogliere i ricordi, attraverso una riflessione a posteriori su di essi. Sto scrivendo un diario dal titolo “Vita postuma”: in esso descrivo i fatti salienti della mia vita, insieme al mio percorso intellettuale e a tutto ciò che ho realizzato fino ad oggi. Ero scettico quando ho iniziato a scriverlo, poi mi sono reso conto che è una formidabile opportunità per centrarsi, per ritrovare se stessi attraverso l’avventura della vita che abbiamo vissuto. Il mondo attuale non mi piace, preferisco il ricordo.

In un verso affermi di sentirti prigioniero di te stesso: come può avvenire la “liberazione”?

Sì, da giovane, spinto dalle filosofie orientali ed essenzialmente dal buddismo, inseguivo il mito della liberazione e forse questa terzina nella mia raccolta è un retaggio del passato. Oggi parlare di liberazione a 74 anni è utopico: è troppo tardi per me, ammesso che qualcuno seguendo i percorsi orientali si sia liberato, ne sono lieto per lui.

In un mondo che legge poco e non ha tempo per soffermarsi a riflettere sulle pagine di un libro, che senso ha continuare a scrivere e pubblicare, e soprattutto consideri la lettura come una forma di resistenza attiva o è solo un rifugio personale per superare il vuoto circostante?

Molti intendono la lettura come evasione e rifugio. Io penso che bisogna leggere i libri che ci scuotono, che ci indicano una strada anche difficile da attuare. Ricordo ad esempio il “Belzebù” di Gurdjieff, difficile da assimilare. Per quando riguarda lo scrivere e il pubblicare, sappiamo fare qualche altra cosa? Mi leggono e mi recensiscono in pochi, il che mi fa piacere: la massa pensa ad altre cose.

Le terzine sembrano fatte apposta per cogliere l’attimo, sembrano adatte a fissare in poche parole il “caos calmo” che esiste dietro l’apparente quiete delle nostre esistenze: ci sarebbe tanto da dire e da descrivere eppure hai scelto la sottrazione più che la moltiplicazione delle parole. Qual è lo scopo di questo minimalismo poetico?

Mi piace l’espressione “caos calmo”. La nostra quiete è soltanto apparente e tu lo sai bene. Non ho mai scritto poesie lunghe, ho sempre preferito la brevità dell’espressione poetica; ho scritto anche degli aforismi, o pensieri brevi sulla poesia, che dovrei riprendere ed inquadrare meglio; poi sono passato agli haiku ed infine a queste terzine. È il mio stile.

È nel silenzio dell’alba che risiede la verità o nella malinconia di un tramonto?

Penso più nella malinconia del tramonto, quando la giornata si conclude e ci aggrappiamo ancora di più alle nostre illusioni.

***

Prefazione a “Terzine all’alba”

a cura di Michele Nigro

Le terzine di Francesco Innella che state per leggere rappresentano sprazzi di vita vissuta sulla pelle dell’Autore oppure osservata, registrata e sintetizzata in una brevità che non deve ingannare il lettore. Dietro il ritmo cadenzato della terzina che trasmette un senso di ordine e sobrietà si nasconde il magma ustionante e silenzioso dell’esistenza umana che è fatta di solitudine subita o desiderata, di nostalgie ancestrali, di ricordi stagionali, di impermanenza e dell’idea di una morte che ci accompagna, di pochezza morale, di estraneità alle masse che ci sfiorano senza una conoscenza approfondita, di muta sofferenza interiore e di fugaci turbamenti, di dilagante apparenza e vacuità, ma anche, per fortuna, di tanta bellezza umile e nascosta, irrilevante agli occhi distratti di una certa società che cerca incessantemente rumore e colori.

Innella, senza alcun clamore o manifesto programmatico, prende con naturalezza le distanze da questo inconsistente giro umano, ma la libertà guadagnata ha un prezzo che è quello pagato dall’osservatore muto in un ambiente slegato dalla fonte della sapienza, dalla verità sul reale destino dell’uomo. Per darsi una voce nel mondo moribondo al Poeta Osservatore non restano che i propri versi custoditi nel silenzio e che hanno il potere di fissare attimi, di ricordare il passato, di salvare il salvabile dai “deserti urbani” e dallo smarrimento, di lasciare traccia lì dove tutto è fluido e incoerente, di sottrarre l’essere umano dalla propria prigionia e dall’inganno di questa condizione terrena e caduca chiamata Vita.

Michele Nigro

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Alcune considerazioni sulla poetica di Aleksàndr Blok

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Dopo aver letto la ricca ed esaustiva postfazione, a firma di Angelo Maria Ripellino, alla raccolta di poesie di Blok edita da Oscar Mondadori nel 1990, è alquanto arduo riuscire ad aggiungere ulteriori dati senza risultare inutilmente ripetitivi: Ripellino non solo ci propone un excursus biografico dell’autore ma entra, con il taglio tipico di chi ha familiarità con il pensiero più intimo di un poeta, nei processi creativi di Blok differenziando le varie epoche e le relative poetiche. Blok infatti fu un poeta dall’esistenza multiforme e di conseguenza variegata fu la sua produzione: ha vissuto più vite in una perché appartenente a una generazione irrequieta e intimamente consapevole del suo essere al confine tra due epoche, in eterna attesa della rivoluzione perfetta, del cambio drastico degli schemi sociali e culturali. Da un’adolescenza idilliaca e appartata all’atmosfera sovreccitata dei salotti frequentati dai simbolisti russi; dalla teologia al teatro… Ambienti sicuramente stimolanti ma distanti dalla realtà tragica di una società bisognosa di cambiamenti chirurgici, profondi, drammatici. Blok, compiendo un ulteriore ma stavolta necessario passaggio esistenziale e artistico, riuscì a sintonizzarsi con le esigenze reali del popolo, con il travaglio di una società in procinto di ribaltare lo stato delle cose. Ed è questa, a mio avviso, l’epoca più dolorosa e affascinante dell’esistenza del poeta russo: come nel corso di una muta interiore, Blok lascia dietro di sé la vecchia pelle borghese intrisa di misticismo e di un inutile sperimentalismo artistico fine a se stesso, per armarsi di un realismo che lo porterà a immergersi interamente negli anfratti di una società sull’orlo di un’apocalisse attesa da tempo. Scrive Ripellino: “Blok soffrì fisicamente il ristagno e la reazione che seguirono alla rivolta del 1905. […] L’umor nero di Blok non è una propensione letteraria, un abito esteriore, ma il basso continuo, la fosca filigrana della sua vita, giorni e notti, giorni e notti. Incalzato dall’ansia di ramingare, di perdersi negli angoli abietti e remoti della periferia cittadina, egli va alla ventura, girando per squallide strade fiancheggiate da lerci abituri… Le lettere e i diari di Blok abbondano in questo periodo di appunti di passeggiate notturne ai margini di Pietroburgo e di memorie di incontri con zingare e acrobate in ristoranti e postriboli…” C’è un bisogno viscerale di conoscere il “mondo terribile” della Russia alla vigilia della rivoluzione: dai divani stinti dei salotti mondani, un tempo frequentati dal poeta, passando alla strada della periferia dove la vita è più vera, Blok impara a fiutare la Storia scendendo in quegli abissi sociali ignorati dall’aristocrazia; il contatto col popolo è salvifico e il populismo è un buon antidoto contro la solitudine. Accolse positivamente l’Ottobre del 1917 perché scorse nella rivoluzione bolscevica (pur non essendo un convinto marxista) un ideale capovolgimento di privilegi e di schemi sociali tradizionali, quegli stessi privilegi e schemi che avevano protetto la sua classe d’appartenenza fino ad allora. 

Nei versi di Blok si scorge il bisogno di una ricerca assoluta; ogni segno naturale, cosmico, è utilizzato per descrivere la condizione terrena dell’essere umano: è la poesia di una generazione al confine e in attesa di eventi irreversibili; ma per imparare a leggere i segni dei tempi bisogna accettare di ricevere un Secondo battesimo: “… Ed entrando in un nuovo mondo, so / che vi sono uomini e faccende. / Che la vita del paradiso è aperta / a chi batte le strade del male”. Una generazione che attende cambiamenti ma non sa ancora come impiegarsi negli eventi, come partecipare razionalmente: “Anch’io con secolare angoscia, come / un lupo sotto la luna calante, / non so cosa fare di me stesso…” (Sul campo di Kulikovo); anche se c’è consapevolezza dei tempi: “… Ma ti riconosco, principio / di sublimi e burrascosi giorni! […] Il cuore non può vivere di quiete, / non a caso si ammucchiano le nubi…”. Nonostante i bagni di realtà e le immersioni nei meandri periferici, l’arte, la poesia in particolare, è e resta sempre il mezzo prediletto in attesa di sviluppi: “… solo nel lieve battello dell’arte / potrai salpare dal tedio del mondo” (Firenze). Ma anche le rivoluzioni più auspicate, una volta verificatesi, possono deludere perché non più corrispondenti agli ideali che le hanno ispirate: “Bambino, aspetterai la primavera – / la primavera ti deluderà” (Una voce dal coro).

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“Agli amici”, “I poeti”: due poesie di Aleksàndr Blok

“Tacete dunque, libri maledetti!
Io non vi ho scritti, non vi ho scritti mai!”

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dalla raccolta “Poesie” a cura di Angelo Maria Ripellino, Arnoldo Mondadori Editore 1990; lettura di Michele Nigro.

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#Raccolta #firme sul sito del ministero della giustizia per eliminare la necessità di un #quorum nei #referendum. Già raccolto il 50% delle firme in un solo giorno.
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