Dal vapore alla velocità su strada: storia della macchina capace di fischiare come una locomotiva

Nel corso degli ultimi anni del XIX secolo, non vigevano particolari dubbi in merito a quale fosse l'automobile più popolare degli Stati Uniti. Prodotte in letterali centinaia di esemplari l'anno, cifra impressionante per quell'epoca, le steamer dei gemelli Stanley sfrecciavano su strade più o meno

Il blog di Jacopo Ranieri
Aversa. 46enne sorpreso a cedere hashish in strada

Un mirato servizio di controllo del territorio finalizzato al contrasto dello spaccio di sostanze stupefacenti ha consentito ai Carabinieri della

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La prima caratteristica dell’apostolo è stare sulla strada.

Riflessione per giovedì 11 giugno 2026, San Barnaba

https://donpi.it/strada-facendo-donate-la-pace/

#riflessioni #vangelodelgiorno #strada

Strada facendo… donate la pace

Come Gesù, l'apostolo deve uscire sulla strada per annunciare il regno di Dio, ed entrare nelle case disarmato, per donare la pace del Risorto.

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avv. ANgelo Greco - " MULTE dal cielo: Le nuove TELECAMERE ti vedono (anche se non c'è la Polizia) "

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#legge #strada #multe #videosorveglianza

MULTE dal cielo: Le nuove TELECAMERE ti vedono (anche se non c'è la Polizia) | Avv. Angelo Greco

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Marano. Choc anafilattico in strada: donna salvata dai commercianti

Choc anafilattico in strada: donna salvata dal rapido intervento di residenti e commercianti. Paura ieri nella serata di ieri in

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#Maneskin, il piano di #DeMartino per #Sanremo2027 spiana la #strada alla #reunion
VIDEO | Sprofonda in un #tombino mentre cammina per #strada: il #coperchio cede e si richiude sopra di lei
“Abbiamo le #palle piene dei #terroni”: #giovane massacrato in #strada

Nota a “Campagne” di Giancarlo Busso

La prosa poetica e le campagne, quest’ultime geograficamente intese ma non solo, hanno in comune il loro essere zone ibride di confine: la prima tra la descrizione orizzontale e la sintesi tipicamente poetica, le seconde tra la natura incontaminata che sopravvive ai margini, e a volte ancora s’incunea tra gli artefatti, e l’azione trasformatrice della civiltà umana sul creato messo a disposizione per il sostentamento dell’Homo Sapiens che resiste alla città. Un confine ibrido che si rivela affascinante regione di indagine interiore, anche se la prosa poetica non spiega mai del tutto i suoi intenti e conserva un certo grado di indicibilità, così come la campagna non si concede interamente alla tecnica che plasma animali e terreni in vista di una produttività che va al di là dell’autosostentamento della società contadina.

C’è un confine, lo si avverte e va rispettato. “Dove andava la strada?” si chiede Giancarlo Busso, autore della raccolta (opera prima) di prose poetiche e poesie intitolata Campagne (Fallone editore, 2025), ma non c’è risposta certa perché il mistero che avvolge il destino di una strada di campagna è pari a quello di ogni esistenza: il cammino in sé è l’essenza del nostro esserci andando, non il nome della meta, della strada stessa (“l’enorme archivio di nomi delle campagne” e in seguito “si aprono strade infinite tra i campi”). Perché “Camminare in una direzione, forse, ha senso?” Dall’osservazione del territorio procedendo lungo il percorso si traggono i più genuini e spontanei insegnamenti di vita; ci si muove da vivi in un terreno vivo “con movimenti sincroni […] creando vibrazioni”. Dall’osservazione della natura (“L’occhio brama il paesaggio”), sia quella ancora selvaggia che quella piegata dall’uomo agricolo, si giunge alla descrizione del proprio mondo interiore, presente e passato fatto di ricordi e rivisitazioni; a volte siamo più soli di un borgo abbandonato e desertico (“visitando luoghi che ci hanno dimenticato”): a farci compagnia le memorie di generazioni operose, il loro riverbero nella storia locale e privata, e le diatribe tra vicini (“Nessuno conosce veramente il vicino…”) che entrano nel tessuto della tradizione di zona. Le stalle vuote, la siccità sono solo i sintomi di una involuzione eco-socio-economica o rappresentano i simboli di un decadimento valoriale che coinvolge l’intera umanità, persino quella contadina che credevamo protetta, isolata, distanziata per definizione dal caos di un mondo più avanzato?

Ma la terra ha una sua memoria: “Qualcuno era stato già qui nei tempi passati, decenni, poi secoli, poi millenni, di uccisioni e di nascite, di strati di terre sepolte, di occasioni perse, di coincidenze miracolose, di eventi non ancora compresi e già dimenticati nel caotico succedersi delle loro vite”. È una memoria paziente, fatta di attese che si perdono nel tempo, senza cronaca, senza clamori, senza un trafiletto nella Storia ufficiale. Senza i social!

Il “Non sono mai stato niente. Non potevo non essere che niente…” (Il tesseratto, pag.53) ricorda il “Non sono niente. Non sarò mai niente…” di Pessoa e rappresenta quello spirito degli ultimi che al di là di ogni facile pessimismo diventa addirittura “filosofia di vita”, accettazione dell’inesorabilità della vita dei semplici che viene avvertita ma non colta, non percepita consapevolmente; come una nebbia che tutto avvolge, fagocita, rende democraticamente omogeneo annullando confini, differenze, precoci autoesaltazioni, ma al tempo stesso conferma una presenza costante nel tempo integrandola nel paesaggio. “Chiamare i morti, adesso che sei rimasto solo” è un esercizio necessario che si compie nelle contrade della solitudine: ma non è pratica folle o ritardataria, è rito sacro ispirato da luoghi familiari, “nella stanza in fondo alle campagne”, quando ci ritroviamo in vestigia a noi prossime e terrene.

Michele Nigro

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