
Il 24 marzo 1976 le forze armate rovesciarono il Governo Perón e instaurarono quella che non fu "soltanto" una dittatura militare ma un regime parte del Plan Cóndor, sostenuto da apparati imprenditoriali, dell’informazione e anche della gerarchia cattolica. A quella storia si affianca oggi un presente dai contorni inquietanti che fa della riduzione dello Stato un orizzonte. Le voci di chi attraversa la "fase Milei", dalla biblioteca di La Plata a una scuola della provincia di Buenos Aires

Più la velocità di circolazione dell’informazione cresce, e più il controllo dei cambiamenti e degli scambi aumenta e tende a diventare assoluto. L’onnipresenza del controllo tende a fare di quest’ultimo il sostituto dell’ambiente dell’uomo, la sua terra, il suo unico habitat. Paul Virilio Il controllo non è soltanto la nostra casa, il nostro unico ambiente, … Il controllo polarizzato delle tecnologie Leggi altro »
Appunti di lettura: Karl Polanyi, “Per un nuovo Occidente”
Scritti 1919-1958
img generata da IA – dominio pubblico
di V. Pellegrino
In un momento storico così cruento come quello che stiamo attraversando, dove l’imperialismo guerrafondaio è tornato in superficie con tutta la sua brutalità, mettendo in subordine i principi del liberalismo e la sua governance, il richiamo all’opera di Karl Polanyi potrebbe sembrare anacronistico. In realtà la natura bina del capitalismo, dove politiche di potenza e regole di mercato si alternano e sovrappongono, fanno sì che il pensiero di questo autore eclettico rimanga di una certa utilità anche nel presente. Ecco perché parlare oggi della sua opera non è un esercizio puramente accademico.
***********
Si dice che il fantasma di Karl Polanyi si aggiri come il peggior incubo tra i corridoi e le hall del vertice di Davos e di tutti i summit internazionali di matrice neoliberista. L’autore de “La grande trasformazione” è stato senz’altro uno dei maggiori detrattori della tesi dell’Homo oeconomicus, giungendo, da storico dell’economia, a farsi antropologo proprio per indagare più a fondo la natura delle relazioni economiche nelle società native e così confutare, su solide argomentazioni, il paradigma egoistico su cui si fonda l’ideologia neoliberale. Queste sue posizioni ne fanno uno dei maggiori e più radicali critici del dogma del “libero mercato autoregolantesi” e del “laissez-faire”, peraltro da posizioni non organiche al marxismo.
L’opera che qui presentiamo, “Per un nuovo Occidente”, uscita per i tipi de “Il Saggiatore” nel 2013, è una raccolta di saggi scritti tra il 1919 e il 1958 e inediti a livello mondiale. Questa raccolta di scritti molto vari può costituire una valida tappa di avvicinamento all’opera di questo eclettico autore, uno dei pensatori più rivalutati in questi tempi di crisi generale del tardo capitalismo.
Piano dell’opera
Si riporta a seguire, per meglio orientarsi nella lettura del volume, il piano dell’opera. Si precisa che sono qui commentati solo alcuni dei saggi costituenti l’opera, a partire da appunti di lettura annotati “a caldo” e in modo alquanto informale ma, ci si augura, in grado comunque di stimolare l’interesse del potenziale lettore. Più che di una recensione, si tratta di una specie di introduzione rizomatica alla lettura.
Prefazione di Karl Polanyi-Levitt
Introduzione di Giorgio Resta
L’ECONOMIA, LA TECNICA E IL PROBLEMA DELLA LIBERTÀ
Per un nuovo Occidente
La scienza economica e la libertà di forgiare il nostro destino sociale
La storia economica e il problema della libertà
Nuove frontiere del pensiero economico
LE ISTITUZIONI CONTANO
Il contributo dell’analisi istituzionale alle scienze sociali
La natura dell’accordo internazionale
Il significato della pace
Le radici del pacifismo
La cultura nell’Inghilterra democratica del futuro
America
COME FARE USO DELLE SCIENZE SOCIALI
Come fare uso delle scienze sociali
Sulla teoria politica
Opinione pubblica e arte di governo
Storia economica generale
Elementi di mercato e pianificazione economica nell’antichità
CRISI E TRASFORMAZIONE
Quel che conta oggi. Una replica
Filosofie in conflitto nella società moderna
L’eclissi del panico e le prospettive del socialismo
Il tramonto della civilizzazione del XIX secolo
La tendenza verso una società integrata
– Postfazione di Mariavittoria Catanzariti
– Ringraziamenti e nota dei curatori
Trovate qui un’utile scheda dal sito TecaLibri che riporta l’indice e ampi brani del libro: http://www.tecalibri.info/P/POLANYI-KP_occidente.htm
Introduzione
Tra le note dell’introduzione (46), è considerevole la citazione, in inglese, di un brano del saggio di Polanyi del 1937 “Community and Society. The Christian Criticism of Our Social Order”. In questo brano si mette in luce l’effetto perverso delle regole di mercato sugli individui e sulla loro propensione all’altruismo che, di fatto, viene reso impraticabile. Il breve passo merita senz’altro la lettura nella sua versione originale:
«The market acts like an invisible boundary isolating all individuals in their day-to-day activities, as producers and consumers. They produce for the market, they are supplied from the market. Beyond it they cannot reach, however eagerly they may wish to serve their fellows. Any attempt to be helpful on their part is instantly frustrated by the market mechanism. Giving your goods away at less than the market price will benefit somebody for a short time, but it would also drive your neighbour out of business, and finally ruin your own, with consequent losses of employment for those dependent on your own factory or enterprise. Doing more than your due as a workingman will make the conditions of work for your comrades worse. By refusing to spend on luxuries you will be throwing some people out of work, by refusing to save you will be doing the same to others. As long as you follow the rules of the market, buying at the lowest and selling at the highest price whatever you happen to be dealing in, you are comparatively safe. The damage you are doing to your fellows in order to serve your own interest is, then, unavoidable. The more completely, therefore, one discards the idea of serving one’s fellows, the more successfully one can reduce one’s responsibility for harm done to others. Under such a system, human beings are not allowed to be good, even though they wish to be so》1.
Pure notevole la considerazione dell’autore, richiamata da Giorgio Resta nell’introduzione: “la vera libertà è quella che si raggiunge attraverso la società (vista la sua ineluttabilità), non quella fasulla che si crede in tal modo di perdere” (la formazione dell’individuo come processo e la consapevolezza che la sua costituzione non può darsi per pre-acquisita2).
Da pag. 28 dell’introduzione troviamo degli utili riferimenti ai saggi contenuti nel libro ove si descrive la dinamica di reciproca implementazione (e implicazione) tra tecnologia, organizzazione economica (intesa come costituzione delle istituzioni di mercato, cioè non come “processo naturale” ma come deliberata scelta istituzionale) e scienza.
Importante il richiamo alla responsabilità dell’Occidente difronte al Mondo, al suo dovere di “disciplinare le proprie creature”, cioè di mettere sotto controllo il vortice di sinergie che, mettendo in peculiare e stretta relazione queste tre forze (tecnologia – economia – scienza), ha impresso la traiettoria industriale, scientifica ed economicistica ai modelli di sviluppo globale a partire dalla Rivoluzione industriale.
Ancora, si sottolinea la necessità di subordinare le forze (produttive) a uno sviluppo che sia umano, alla realizzazione di una personalità che sia libera e alla necessità dell’equilibrio con la natura. Troviamo qui il richiamo alla questione fondamentale che Polanyi definisce “fede dogmatica nel determinismo economico” come barriera ideologica ai processi di riforma del Capitalismo. Nel capitolo “Storia economica e il problema delle libertà”, Polanyi si impegna nella confutazione della teoria secondo la quale ogni tentativo di introdurre metodi di pianificazione economica condurrebbe alla perdita delle libertà civili individuali sviluppatesi parallelamente alle istituzioni economiche di mercato (von Hayek). Pur ammettendo che le condizioni economiche possono condizionare le attitudini culturali di un popolo, esse non le “determinano”. Soltanto in un’economia di mercato non regolato sarà il meccanismo economico a “dettar legge”. Di qui l’assoluta specificità, secondo Polanyi, di questo regime economico-istituzionale, cronologicamente circoscritto al XIX secolo, cioè al momento della massima affermazione del paradigma industriale nei paesi occidentali più avanzati.
L’autonomia della sfera economica e l’attribuzione a essa della funzione di elemento trainante-determinante di tutte le altre dimensioni del vivere sociale dipendono, secondo Polanyi, dalla costituzione di specifici mercati concorrenziali per la Terra e il Lavoro e dall’aver elevato il “timore individuale della fame” e la “brama di profitto” a moventi economici determinanti.
A pag. 32 troviamo una serie di elementi che delineano il concetto di “economico” secondo Polanyi. Emerge qui chiaramente l’importanza della tendenza antiideologica del suo pensiero e al contempo il grande rilievo che esso attribuisce alle istituzioni.
G. Resta richiama la denuncia che l’autore svolge nei confronti dell’applicazione di parametri e criteri economici ad ambiti completamente diversi, come il caso del diritto e della “law and economics”.
“La scienza economica e la libertà di forgiare il nostro destino sociale”
Questo è un saggio basilare, ove l’autore sintetizza la critica del determinismo economico, una delle fondamentali finalità di tutto il suo lavoro. Egli scrive: “… le teorie sulla natura umana non sono fondate sulla psicologia, bensì sull’ideologia della vita quotidiana. Di conseguenza, la fame e il profitto vennero isolati come moventi economici e si iniziò a presumere che l’uomo agisse, in concreto, in base a essi, mentre le altre motivazioni apparivano più eteree e distaccate dai fatti prosaici dell’esistenza quotidiana… Intrinsecamente, la fame e il profitto non sono più economici dell’amore o dell’odio, dell’orgoglio o del pregiudizio. Nessun movente umano è di per sé economico… Il fattore economico, …, non è in grado di dare vita a stimoli specifici. … i morsi della fame non si traducono automaticamente in un incentivo a produrre. La produzione non è un affare individuale, bensì collettivo.”
“Come fare uso delle scienze sociali”
In questo saggio sono importanti le considerazioni di carattere epistemologico e antiscientista, con la distinzione tra scienze naturali e scienze sociali, dove le prime, a differenza delle seconde, non incidono sull’orientamento delle preferenze e sul quadro dei valori dell’uomo. Secondo Polanyi, per evitare l’effetto corrosivo che le scienze sociali hanno sull’esistenza umana, essa deve essere “orientata” cioè fondata su valori guida da proteggere allo scopo di garantire “la sovranità dell’uomo sugli strumenti della vita, ivi inclusa la scienza”.
La metafisica evidenzia il carattere composito della consapevolezza umana in quanto matrice dell’arte, della religione, della morale, della vita personale e della scienza stessa. La scienza non può essere un continuum come preteso da un certo pensiero neopositivista.
Alcuni tipi di sapere incidono immediatamente e in modo radicale sulla vita dell’uomo (le scienze sociali, per esempio), altri sono meramente strumentali in quanto servono agli scopi e agli obbiettivi già prefissati (le scienze naturali – anche se, come vediamo oggi con la biologia, la cosa non è così scontata).
In campo scientifico, il fascismo reagisce con un generalizzato scetticismo a un astratto liberalismo nel governo della conoscenza che spesso si ripercuote a danno degli ideali umani (p.e. oggi, l’ingegneria genetica).
“Storia economica generale”
Questo capitolo è un passaggio fondamentale del libro, che confuta la validità della teoria del Sistema (di mercato) autoregolantesi: vedi paragrafo 2 – “Le ragioni del cambiamento nell’oggetto e nel metodo” … punto d), in particolare pag. 178.
Poi, a pag. 188, si trova una critica del marxismo per l’attribuzione, anche in esso, come nella teoria liberalista ortodossa, del ruolo determinante dell’economia sia in relazione alle società primitive e storiche che a quelle contemporanee (vedi l’analisi marxiana della società in termini di struttura – economica – e sovrastruttura). L’autore non sembra orientato ad attribuire questa responsabilità nella deriva economicista dell’analisi sociale a Adam Schmitt, fondatore della teoria classica, cui Polanyi par riconoscere un principio di umanità, poi disatteso dai suoi esegeti.
L’analisi antropologica, cui l’autore si dedica nella seconda parte della sua produzione, rivela che tra le popolazioni primitive non esisteva una sfera economica separata dagli altri aspetti della vita sociale, ma una rete di istituzioni economiche integrate con le altre. Anche i moventi economici individuati dalla teoria economica classica come i “moventi primi” dell’agire individuale, cioè la paura individuale della fame e la ricerca del profitto, non sono mai stati registrati alla base della produzione e distribuzione dei beni in quelle società.
Interessante l’interpretazione della dimensione dualistica delle società preistoriche (che, in quanto prive di scrittura, non disponevano di efficaci sistemi contabili) quale base di un metodo pratico per garantire la distribuzione dei beni attraverso un sistema di doni reciproci ritualizzati. Questa affermazione potrebbe tuttavia confermare la visione marxista dei sistemi sociali funzionanti in base a una struttura (la dimensione economica) e una sovrastruttura (i legami sociali e il valore attribuito alla parentela) dove il fattore determinante è, anche se inconsapevolmente, il primo. Il fine ultimo, e spesso inconscio, dell’organizzazione sociale può essere l’equilibrio economico, anche se le sue dinamiche appaiono subordinate al funzionamento di altre istituzioni (p.e. la parentela).
Interessante osservazione quella che evidenzia come siano stati proprio i pensatori che attribuivano grande importanza al fattore economico nell’interpretazione del divenire storico, quelli che ne mostrarono le principali limitazioni. In particolare, Werner Sombard, Max Weber e Henri Pirenne, favorevoli all’interpretazione economica della storia, mostrarono come altri fattori, quali l’etica religiosa (ma anche – tesi dell’autore – l’onore e l’orgoglio, il senso civico e il dovere morale, che furono in seguito ritenuti irrilevanti per i rapporti produttivi; il legame di sangue, il culto degli antenati, la fedeltà feudale), possano essere altrettanto determinanti. In questo senso va richiamata la fondamentale opera di M. Weber “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”. Secondo questo autore è da evidenziare la grande importanza dell’ebraismo nell’eliminazione dell’elemento magico (superstizione) e del cristianesimo nel superamento del “sangue” e della “razza” e nella conseguente costituzione del cittadino universale.
Ciononostante, tutti questi studiosi avrebbero concordato nell’accordare un ruolo preminente all’economia nella determinazione degli avvenimenti storici limitatamente al periodo compreso tra il XVIII ed il XIX secolo. In questo senso il “determinismo economico” sembra solo un altro nome per “sistema di mercato”.
In questo capitolo (pag. 188) si enuncia la critica di Polanyi all’interpretazione marxista della storia, laddove anch’essa si basa sull’assunto che la “posizione ordinante” dell’economia non fosse un dato riconducibile al circoscritto periodo storico che vide la nascita e lo sviluppo dell’industria e, parallelamente, del sistema di mercato, ma come elemento caratterizzante l’intera storia dell’umanità (materialismo storico): “Dove il marxismo errò, fu nel vedere nel determinismo economico una legge generale della storia umana. È vero invece l’opposto.”
Segue la confutazione della tesi (von Hayek, Burnham) secondo le quali le libertà individuali (e i diritti civili) si sarebbero sviluppate parallelamente all’organizzazione capitalistica di mercato (fino a qui l’autore concorda) e che l’eventuale passaggio ad un’economia altra (pianificata) avrebbe cancellato tali libertà. Il capitolo si conclude con un raffronto del pensiero dell’autore con quello di Weber e con una ridefinizione del significato di “generale” nella dicitura “storia economica generale” che dal qualificare la dimensione storica (in senso diacronico) passa a designare la dimensione economica e il posto che essa occupa nella storia di tutte le civiltà.
“Filosofie in conflitto nella società moderna”
In questo capitolo, pag. 227, Polanyi sostiene che, in funzione della composizione sociale di una nazione al momento dell’avvento della democrazia istituzionale, si darà luogo a un sistema:
In questo stesso capitolo è rilevante il paragrafo 6.2 – “Il mercato autoregolantesi e i suoi effetti sociali” (pag. 236) – ove si sottolinea ancora una volta la paradossalità dell’inclusione della Terra e del Lavoro nella sfera del mercato autoregolantesi, conformemente alla teoria economica classica. Ciò in quanto la Terra corrisponde all’Ambiente: essa non può essere “prodotta”. Il Lavoro poi è inscindibilmente connesso all’Uomo che lo produce e non si presta alla mercificazione se non a danno della sua stessa umanità. La Moneta è per Polanyi, con la Terra e il Lavoro, per ragioni diverse, la terza “merce fittizia”.
In questo saggio si parla anche del compromesso raggiunto in Inghilterra tra laissez-faire e “governo popolare”. Sempre qui troviamo numerosi richiami al ruolo del cristianesimo e dei gruppi politici “cristiano-sociali”. A pag. 239 – fine capitolo, è degna di nota la tesi sulle origini del fascismo come tentativo di salvaguardia dell’industria: “L’intero processo può essere così sintetizzato: si giunse ad un punto in cui né il sistema politico, né il sistema economico funzionavano in maniera soddisfacente. Una sensazione di generale insicurezza si impadronì della società. Fu imboccata la scorciatoia fascista per salvaguardare la produzione al prezzo del sacrificio della democrazia. Un sistema democratico avrebbe potuto essere preservato unicamente mediante il mutamento nell’assetto della proprietà. Di conseguenza, la distruzione delle istituzioni democratiche rappresentò uno strumento di protezione per la salvaguardia del sistema industriale.
“La filosofia democratica tende ad essere socialista, quella del laissez-faire tende ad essere antidemocratica.”
Il paragrafo 10.1 – pag. 254 è dedicato a mostrare l’incompatibilità tra economia del laissez-faire e governo popolare.
Al punto 10.2 troviamo un’apparente contraddizione dell’autore che sostiene che “il sistema economico”, in un regime di proprietà privata dei mezzi di produzione, non avrebbe sopportato l’ingerenza esterna dei governi sul sistema industriale in quanto ciò avrebbe compromesso, secondo la tesi liberista, la capacità del mercato di autoregolarsi e, con essa, le libertà civili sviluppatesi parallelamente al sistema economico. Si tratta di una contraddizione solo apparente: in realtà, l’autore ritiene che un’economia di mercato possa basarsi unicamente sul principio dell’autoregolazione (la “sensibilità” del sistema di mercato nella determinazione dei prezzi) e che, per superare questo perverso assetto, si debba passare a un sistema economico di tipo pianificato, cioè socialista e, come implicazione, al superamento della proprietà privata dei mezzi produzione.
Qui si trova l’interpretazione del fascismo come sfida alla democrazia, che si dà quando nella relazione tra governo popolare (democrazia) e sistema industriale\finanziario ha la meglio il secondo (ogni riferimento al presente è del tutto superfluo). Il tutto si dà in un momento di crisi dovuto all’impossibilità dei sistemi nazionali, per effetto della loro crescente rigidità economica dovuta agli esiti delle politiche dei governi popolari (relativa emancipazione dei ceti lavorativi), di adattarsi alle dinamiche storiche internazionali, a loro volta compromesse dal crollo del gold-standard.
Il fascismo si ripromette di “riformare” il sistema capitalista attraverso tre fattori: 1) critica delle crisi economiche e della mancanza di pianificazione; 2) superamento della condizione di instabilità dei lavoratori; 3) limitazione dei divari reddituali, sia in alto che in basso. Il fascismo storico si proponeva cioè come sistema per il superamento dei fenomeni estremi prodotti dal capitalismo del laissez-faire, come suo regolatore.
“Eclissi del panico e le prospettive del socialismo”
Nel capitalismo liberale l’economia di mercato è di tipo autoregolantesi. Il meccanismo incorpora i mercati concorrenziali della Terra (Ambiente), del Lavoro (Uomo) e della Moneta (Equivalente universale). In tutti e tre i casi si tratta di merci improprie.
Ancora una volta, si esplica la critica di Polanyi a un sistema di mercato autoregolantesi che comprenda il lavoro (cioè l’uomo) e la terra (cioè l’ambiente naturale in cui l’uomo vive e di cui ha bisogno per vivere). A pag. 261, verso la fine, si incontra l’abbozzo di un pensiero ecologico ante litteram.
Il senso del capitolo potrebbe essere che il Capitalismo non consente forme di condizionamento economico dall’esterno del mercato, che potrebbero rivelarsi persino controproducenti! Quindi, o Capitalismo (senza freni) o Socialismo (liberale). Sovviene in proposito il motto luxemburghiano “Socialismo o Barbarie”.
“Il tramonto della Civilizzazione del XIX secolo”
In questo capitolo viene presentata “La teoria della causa esterna”: secondo questa teoria, la dissoluzione del sistema di valori e di ideali ma anche dell’equilibrio economico e politico mondiale su cui si basava la civiltà del XIX secolo, è da attribuire al venir meno del gold-standard, quale sistema internazionale di regolazione degli scambi. Come si può ricavare dalla lettura dei primi capitoli de “La grande trasformazione”, in realtà quella civiltà si basava su quattro pilastri: governo liberale, mercato autoregolato, equilibrio di potere e base aurea, appunto. A crollare furono tutti insieme questi pilastri, durante gli anni ’30 del secolo scorso. A innescare il crollo a catena, la rottura dell’equilibrio internazionale europeo con il costituirsi della Triplice Alleanza ed il venir meno delle dinamiche a tre (con riferimento alla Teoria dei giochi).
Ciò ha portato alla generalizzazione delle tendenze autarchiche (quelle fasciste volte a fini imperiali, quelle liberali comunque finalizzate a una pacifica collaborazione tra nazioni). A far “saltare” il gold-standard, secondo Polanyi, è stato il progressivo irrigidimento dei sistemi nazionali dovuto al dispiegarsi delle politiche dei governi popolari.
“La tendenza verso una società integrata”
In questo capitolo si condensa il nucleo teorico del pensiero di Polanyi → “Una società che racchiude al suo interno una sfera economica autoregolantesi è pura utopia!”
Le ragioni del crollo del sistema aureo e con esso del sistema degli scambi internazionali verificatosi nel 1° dopoguerra è imputabile al reciproco condizionamento (negativo) tra sfera economica (capitani d’industria) e politica (parlamenti democratici).
Postfazione
Troviamo qui evidenziata la centralità delle esigenze dell’agricoltura, come valutate dalle associazioni dei produttori, rispetto alle quali sono poste in subordine le forme dell’organizzazione industriale: incontriamo qui l’impostazione fisiocratica del pensiero di Polanyi. Per effetto di questa preminenza, l’aumento della produttività dei terreni legato all’introduzione delle macchine nell’attività agricola in epoca protocapitalista favorì dapprima il miglioramento dello standard di vita dei lavoratori agricoli (quale conseguenza delle rivoluzioni politiche) e solo in seguito quello degli impiegati dell’industria.
Per un’analisi più approfondita del principio fisiocratico si veda in particolare il saggio “Quel che conta oggi”. Nei saggi “Come fare uso delle scienze sociali” e “Sulla teoria politica” è esaminata la questione delle scienze sociali e del rapporto tra scienza e conoscenza
Il pensiero politico di Polanyi designa come termine irriducibile (e irrinunciabile) di ogni sistema sociale “il politico” non “l’economico”, che l’autore ritiene solo congiunturalmente, con riferimento al XIX secolo, storicamente elevabile al rango di “fattore guida della società e delle sue istituzioni”. Tale condizione non è affatto “connaturata”, come sostiene la dottrina liberalista, nella condizione umana (il preteso homo-oeconomicus), ma è bensì frutto dell’azione politica e istituzionale storicamente circoscritta delle classi padronali, come l’autore dimostra attraverso la disamina storico-antropologica delle società del passato. Egli sostiene che applicare questa tesi al passato rappresenterebbe un semplice anacronismo mentre, per il futuro, sarebbe un mero pregiudizio.
Al tema attualissimo della guerra è dedicato il saggio “La natura dell’accordo internazionale” in cui si gettano le premesse per il superamento dell’”istituzione guerra” attraverso la costituzione di un governo mondiale (Le Nuove Nazione Unite, di cui proprio oggi sentiamo la grande mancanza e la cui effettiva costituzione sembra di là da venire). Sempre sul tema, vedasi anche “Il significato della Pace” e “Le radici del pacifismo”, articoli nei quali si criticano gli approcci pacifisti basati sulla semplice morale (propri delle così dette anime belle), che non tengano conto che la guerra è un’istituzione che, per essere soppiantata, deve essere sostituita da un’altra.
Di grande rilievo ed attualità, per la politica basata sul modello rappresentativo, il saggio sulla figura dello statista “Opinione pubblica ed arte del governo” nel quale questa qualifica viene attribuita al governante che sappia leggere “l’opinione diffusa”, elemento dell’espressione sociale più profondo dell’opinione pubblica, quale fattore contenente le premesse per il grande cambiamento necessario a superare la minaccia del “pericolo attuale e dei pericoli futuri imminenti”.
La tesi conclusiva e fondamentale che emerge dalla lettura dei saggi contenuti in questa raccolta è che oggi, epoca di potenziale abbondanza dove la scarsità è prodotta artificialmente3, sia finalmente possibile il simultaneo conseguimento della libertà e della giustizia, condizione che invece in precedenza, nella storia del Capitalismo, non si è mai verificata.
Note
1 – «Il mercato agisce come un confine invisibile che isola tutti gli individui nelle loro attività quotidiane, come produttori e consumatori. Producono per il mercato, sono riforniti dal mercato. Oltre non possono andare, per quanto desiderosi di servire i loro simili. Ogni tentativo di essere d’aiuto da parte loro viene immediatamente frustrato dal meccanismo del mercato. Dare via i propri beni a un prezzo inferiore a quello di mercato avvantaggerà qualcuno per un breve periodo, ma manderebbe anche il vicino fuori dal mercato e alla fine rovinerebbe il tuo, con conseguenti perdite di lavoro per coloro che dipendono dalla tua fabbrica o impresa. Fare più del dovuto come lavoratore peggiorerà le condizioni di lavoro dei tuoi compagni. Rifiutandoti di spendere in beni di lusso, farai perdere il lavoro ad alcune persone, rifiutandoti di risparmiare farai lo stesso ad altre. Finché seguirai le regole del mercato, comprando al prezzo più basso e vendendo al prezzo più alto qualsiasi cosa tu stia trattando, sarai relativamente al sicuro. Il danno che stai facendo ai tuoi simili per servire il tuo stesso interesse è, quindi, inevitabile. Più completamente, quindi, si scarta l’idea di servire i propri simili, più efficacemente si può ridurre la propria responsabilità per il danno fatto agli altri. In un tale sistema, agli esseri umani non è permesso essere buoni, anche se lo desiderano».
2 – Attraverso il tema della libertà, in Polanyi la “valorizzazione dell’unicità dell’individuo contro ogni forma di collettivismo sociale” si sposa mirabilmente con la critica radicale di quella forma di liberalismo che – come ha scritto Giacomo Marramao in “Dono, scambio, obbligazione: il contributo di Karl Polanyi alla filosofia sociale” – «presupponendo l’individuo, cioè considerandolo già costituito e non invece prodotto di un processo di costituzione, finisce per svuotarlo di ogni significato riducendolo ad à-tomon – appunto in-dividuum – lo estrapola da quei nessi, quei legami, quei processi costitutivi che soli possono costituirlo come individuo».
3 – Se nell’arco di vita di Karl Polanyi (1886 – 1964) era già concreta la grande abbondanza di beni frutto della potenza produttiva della grande industria, oggi, nell’epoca del così detto capitalismo cognitivo, dove l’informazione assurge a bene principe nelle relazioni economiche e sociali in genere, la scarsità è prodotta artificialmente, ai fini del profitto e della rendita per pochi, attraverso dispositivi giuridici (copyright, brevetti e segreto industriale, diritti editoriali) ed economici (monopoli, oligopoli e cartelli). Jeremy Rifkin, nel suo “La società a costo marginale zero. L’Internet delle cose, l’ascesa del Commons Collaborativo e l’eclissi del capitalismo” focalizza la sua attenzione sul carattere peculiare del bene-informazione che, a differenza dei beni materiali, ha un costo di riproduzione tendente a zero.
#democrazia #economia #globalizzazione #karlPolanyi #liberalismo #libertà #mercato #neoliberismo #occidente #pace #socialismoAppunti di lettura: Karl Polanyi, “Per un nuovo Occidente”
https://rizomatica.noblogs.org/2026/02/pellegrino-appunti-lettura-karl-polanyi-nuovo-occidente/
L’opera che qui presentiamo, “Per un nuovo Occidente”, è una raccolta di saggi scritti tra il 1919 e il 1958. Questa raccolta di scritti molto vari può costituire una valida t
#Economia #Politica #democrazia #economia #globalizzazione #KarlPolanyi #liberalismo #libert #mercato #neoliberismo #occidente #pace #socialismo
Guerra sia all’aristocrazia
img generata da IA – dominio pubblico
di M. Minetti
Nel seguente articolo si cercherà di presentare l’inquietante situazione attuale come una occasione unica per individuare i nemici di classe e condurre contro di loro una guerra asimmetrica, accompagnarli nel baratro che hanno contribuito a scavare, abbandonandoli al passato.
Posto che non siamo stati noi a volere la guerra, almeno che sia utile a spazzare via quelle élite che la cavalcano. Non combatteremo per loro ma contro di loro, assieme agli sfruttati di tutte le nazioni. Un nemico esterno alle volte è il migliore alleato della lotta di classe.
Pacifismo e non-violenza.
Che siamo in guerra e per quali motivi, ritengo di non doverlo ribadire in questo testo. Sull’argomento ho già scritto in passato(1) e mi dedicherò quindi a delle considerazioni a valle di questa situazione già piuttosto definita. Una è la definizione del campo pacifista, necessariamente unitario e alleato ma mosso al suo interno da diversi centri propulsori.
Il pacifismo non-violento è probabilmente il più diffuso. La sua origine viene dalla ormai sedimentata avversione allo scontro fisico, eredità della civilizzazione (Freud 2025, p. 15) portata dal messaggio evangelico e buddista, consolidata dalla espulsione della violenza da tutti gli aspetti della vita dell’onesto cittadino integrato nella società del consumo. In quest’ultima gli ostacoli al soddisfacimento di un bisogno si rimuovono grazie al pagamento di una somma di denaro, magari enorme, ma senza dover far ricorso alla forza fisica. Chi ricorre alla violenza è il criminale che infrange la legge e con la forza ottiene ciò che vuole, sia del denaro, la vendetta o un rapporto sessuale. Così per ottenere giustizia non si sfodera più la spada o la pistola: si denuncia il torto subito, rivolgendosi alle forze dell’ordine o a un avvocato. Se la violenza è un mezzo arcaico per soddisfare i propri bisogni, quale sarebbe il bisogno odierno di combattere uno straniero, o talvolta un connazionale, se questo non rappresenta una minaccia diretta? Coloro che ricercano l’esperienza violenta possono trovarla facilmente nello sport da combattimento, in cui adulti consenzienti si scambiano colpi più o meno controllati, oppure nella caccia, negli scontri di piazza e nelle rivolte. Chi ne fa una scelta di vita potrà arruolarsi nelle forze dell’ordine o nelle forze armate. A parte coloro che trovano nell’omicidio un piacere in sé stesso, e di questi psicopatici gli eserciti, gli assaltatori e i mercenari sono pieni, per i molti arruolati il combattimento diventa un lavoro, un dovere da compiere senza giudizi personali, eseguendo gli ordini dei superiori e per evitare le punizioni.
Una diversa categoria di pacifisti è formata da persone che, pur non aborrendo l’uso delle armi, non vogliono rivolgerle contro coloro che non ritengono nemici. E’ il pacifismo del soldato che, come nella canzone La guerra di Piero di Fabrizio De Andrè (2), si trova di fronte un nemico simile a lui e non se la sente di ammazzarlo, pagando poi le conseguenze di quel gesto. L’internazionalismo è riconoscere la solidarietà di classe fra i soldati di ogni paese, mandati dai potenti a morire nelle guerre.
Il pacifismo che ammette l’uso della violenza non è assoluto ma selettivo e situato. Il pacifista, in base ai suoi valori e alle sue identità, sceglie quali guerre sono degne di essere combattute e quali no, in quali casi combattere non ha senso e in quali invece è assolutamente necessario. Per i combattenti autonomi, volontari, che non partecipano al mercato della “sicurezza”, l’ingaggio è costituito dal dovere morale di lottare per una causa giusta, condividendo quindi la designazione del nemico da colpire. Questa situazione la definiamo chiamando guerriglieri, insorti, partigiani, militanti, terroristi o miliziani, quei e quelle combattenti, riconoscendogli uno status di maggiore o minore dignità a seconda della causa per cui combattono volontariamente, dipendentemente da quanto la condividiamo. Anche una motivazione considerata giusta può non essere valida se porta a una sicura sconfitta. In questa accezione il pacifismo è strategico: non è sbagliato combattere in assoluto, ma è sbagliato quando porta a non raggiungere i propri scopi, anzi a peggiorare la propria condizione. Anche Franco Berardi (Bifo) nel suo libro Disertate (Berardi 2023, p. 10) afferma che la diserzione non è solo etica, ma anche una scelta strategica in vista del recupero di forze per un nuovo scontro.
La domanda scomoda che pongo è: combattere per ottenere un proprio Stato nazionale su base etnica è una motivazione che condividete?
La dottrina del presidente statunitense Thomas Woodrow Wilson, con i suoi quattordici punti, venne presentata al congresso di pace di Parigi del 1918, lì si parlò del diritto dei “popoli” di autodeterminarsi in Stati nazionali indipendenti. Le nazioni che nacquero dalla dissoluzione degli Imperi Centrali, più che da una autonoma iniziativa dei loro abitanti, avevano origine dalla necessità di evitare il riarmo del Reich tedesco e di frazionare i territori che facevano prima parte dei tre imperi: Russo, Austroungarico e Ottomano, costruendo una fascia di Stati cuscinetto attorno alla Russia rivoluzionaria che era in piena guerra civile.
Il disvelamento del conflitto
I conflitti esistono ovunque si contrappongano bisogni che non possono essere soddisfatti contemporaneamente. Questa competizione può rimanere inespressa se una o più parti rinunciano a qualsiasi forma di rivendicazione, di solito perchè non hanno i mezzi per veder riconosciute le proprie aspirazioni. Esiste anche un conflitto costituente insanabile tra l’individuo desiderante e la realtà in cui è immerso, tra l’Io e il Mondo, tra le pulsioni e la realtà (Freud 2025). Già nei primi anni ’80 del secolo scorso, alcuni teorici come Foucault o Lasch avevano indagato le <tecnologie del Sé>, che producono l’individuazione in ruoli sociali categorizzati (Lazzarato 2022, p. 107), osservando come, nelle società consumiste, il conflitto era ormai inarrestabilmente traslato verso forme rivendicative di narcisismo. Nella lotta edipica dell’individuo contro il potere astratto, inteso come struttura organizzata della società-mondo, che impedisce il soddisfacimento del desiderio, viene nascosto il contrasto fra soggetti (prima si sarebbe detto fra autocoscienze o fra classi) che si sottraggono le risorse a vicenda. Il conflitto non è assente, perché risiede nell’esistenza dei bisogni contrastati, ma non è più visibile nella superficie dei comportamenti, i quali piuttosto che alla lotta collettiva tenderanno alla liberazione, ovvero al soddisfacimento individuale dei desideri (Lasch 1981) vissuti come diritti naturali. Il consumo diventa un diritto, così come la piena libertà di vivere esperienze, anche estreme.
Farò un esempio che spesso tendiamo a ignorare: il conflitto capitale/lavoro. Per capitale intendiamo il datore di lavoro che anticipa il capitale variabile, ovvero gli stipendi; per lavoro intendiamo i lavoratori che percepiscono un salario in cambio della loro forza lavoro venduta su base oraria. Lo scopo del capitale è pagare il meno possibile la forza lavoro, adeguatamente qualificata ed efficiente, lo scopo dei lavoratori è essere pagati il più possibile, per lavorare il meno possibile durante un orario il più ridotto possibile.(3) Il conflitto fra interessi è sempre presente, ma emerge soltanto quando una delle due parti vuole ottenere un cambiamento a proprio favore. La possibilità di ottenere questo miglioramento di condizioni non dipende solo dal numero o dalla forza contrattuale delle due componenti, ma da condizioni ambientali e di contesto che cambiano il terreno di scontro e l’equilibrio vigente.
Grazie all’introduzione di macchine che riducono la necessità di operatori umani per svolgere compiti anche complessi: il telaio meccanico, i robot nell’industria o l’Intelligenza Artificiale nella produzione di comunicazione informativa; subentra una diffusa disoccupazione tecnologica. Il capitale, viste le nuove condizioni, decide che può abbassare il costo del lavoro: troverà infatti molti disoccupati disposti a svolgere compiti semplificati dalla macchine, quindi più ripetitivi e meno qualificati, per una paga oraria inferiore. Come può rispondere il lavoro? Non lo so, ma sicuramente il conflitto diventerà visibile. Assisteremo a manifestazioni, scioperi, picchetti con bandiere e striscioni, articoli e servizi televisivi, interviste, dirigenti sindacali che chiedono aiuto alla politica, politici che promettono soldi alle aziende in cambio di nuova occupazione: i piani industriali con cui lo Stato finanzia il capitale. I soggetti coinvolti si organizzeranno per difendere i propri interessi con forme più o meno efficaci di lotta, cercando alleati e utilizzando ogni forma possibile di pressione, dalla visibilità mediatica alla intimidazione fisica. Alla fine il conflitto capitale/lavoro raggiungerà un nuovo equilibrio determinato dai rapporti di forza vigenti in quel preciso momento storico, tornando latente. Fino al momento in cui le condizioni ambientali e politiche cambieranno nuovamente.
La prospettiva della liberazione propone di disertare quello scontro. Il movimento del ’77 individua l’obiettivo (ovviamente utopico a quell’epoca e anche oggi) della liberazione generalizzata dal lavoro salariato, ovvero la soddisfazione immediata del desiderio di non lavorare offerta dalle possibilità di uscita della forza lavoro dal mercato capitalista. Questa soluzione del conflitto capitale/lavoro ottenuta abbandonando il campo dello scontro, è ovviamente praticabile individualmente da una minoranza (esodo), ma non elimina le condizioni globali dello sfruttamento. Semplificando: se sei un operaio sfruttato, invece di organizzarti nel sindacato e lottare per condizioni migliori, licenziati e smetti di fare l’operaio. Fai l’artigiano, l’agricoltore, il libero professionista, il commerciante o il ladro; occupa case, organizza feste, sarai più felice.
L’imperialismo non è mai morto.
Quando le parti in conflitto non sono individui o gruppi, come le classi sociali, ma interi Stati che si contendono le risorse naturali e umane, osserviamo quelle che noi chiamiamo guerre, o conflitti regionali, da quando le guerre non si dichiarano più. Si tratta di rotture dell’equilibrio pre-esistente per raggiungere nuovi equilibri tra soggetti concorrenti.
Gli Stati non sono persone con volontà autonome, anche se la propaganda politica ce li personalizza: la Cina è XI Jinping, La Russia è Putin, gli USA sono Trump e l’Italia è Meloni, la Francia Macron e così via. Ogni Stato rappresenta gli interessi delle classi egemoni di quel paese e gode di un consenso fra i suoi cittadini che viene misurato periodicamente con delle elezioni, di primo o secondo livello, che individuano la classe politica al governo. Gli interessi degli Stati sono quindi i bisogni diffusi di milioni di persone. Se le scelte interne ed internazionali tradiscono le aspettative delle èlite di un paese, quelle corrono ai ripari sostituendo le posizioni di comando, se c’è una democrazia con delle elezioni, altrimenti con un colpo di stato militare.
Questo per dire che le guerre non originano dai capricci di presidenti impazziti, ma dalle intenzioni delle classi dirigenti che tutelano i propri interessi materiali. Sono sempre gruppi molto ampi con interessi comuni, solitamente economici, che lottano per le risorse e per mantenere il proprio ruolo egemone.
Se uno Stato ha l’arma atomica e un altro no, raggiungeranno un certo equilibrio. Se anche il secondo ottiene l’armamento nucleare sarà portato a rompere il precedente equilibrio per stabililo su un nuovo piano di maggiore parità.
Per questo da anni, soprattutto gli Stati Uniti conducono guerre preventive per evitare che nazioni a loro ostili sviluppino Armi di Distruzione di Massa, ovvero quelle stesse armi che essi possiedono. Già dai primi anni ’50 del secolo scorso, con l’avvento dei modelli matematici predittivi, i generali si sono messi a giocare con dei simulatori di conflitti in cui modellizzare diversi scenari di guerra per approfittare di ogni vantaggio strategico. La visione paranoica inserita in questi modelli matematici, plasmati dalla RAND corporation sul famoso dilemma del prigioniero (De Landa 1996), porta a temere ogni potere esterno come una minaccia, conduce dritti verso l’autodistruzione.
Da decenni viviamo serenamente solo grazie alla deterrenza nucleare che assicura la fine dell’umanità come la conosciamo se la guerra dovesse davvero coinvolgere superpotenze nucleari come USA o Russia. Da circa dieci anni però, altri attori hanno sviluppato armi nucleari e vettori missilistici intercontinentali.
L’uso della Intelligenza Artificiale, come capacità macchinica di operare scelte in ambito militare, è stata oggetto di sviluppo del Pentagono già negli anni ’80 e oggi è alla portata di molti complessi militari-industriali nel mondo che mettono alla prova le loro tecnologie nei teatri di conflitto più avanzati: quello Russo-Ucraino e quello Israeliano-Palesinese-Siriano-Iraniano-Yemenita-Libanese. Le tecnologie usate sul primo fronte rimangono quelle delle applicazioni informatiche e della comunicazione satellitare nella designazione degli obiettivi, con qualche uso dell’IA nella identificazione dei bersagli e per la guida autonoma dei droni d’attacco. Fra gli armamenti dell’esercito israeliano, invece, la più avanzata applicazione dell’IA è il sistema di individuazione degli obiettivi, basato sul’elaborazione di enormi quantità di dati accumulati e intercettati in tempo reale, che indica la posizione da colpire. La collaborazione del governo israeliano con Palantir, l’azienda privata di consulenza del governo statunitense in materia di sicurezza, non è nota fino in fondo, ma i software di identificazione dei bersagli operano allo stesso modo e sullo stesso tipo di dati di quelli del Pentagono.
Le variazioni negli sviluppi tecnologici suddetti, cambiano gli equilibri dell’ambiente in cui i conflitti preesistevano, generandone la manifestazione visibile, ovvero la guerra con le sue conseguenze più drammatiche di morti, distruzioni, carestie, migrazioni.
Quando descriviamo il susseguirsi delle diverse civiltà nella storia ci riferiamo al dominio, solitamente militare, che alcuni popoli esercitavano sugli altri grazie alle tecnologie usate per combattere e difendersi. I conflitti emergono oggi dalla crisi del sistema coloniale e neocoloniale che ha segnato gli ultimi cinquecento anni di storia. Crisi non significa scomparsa ma evoluzione, cambiamento, il cui esito non è determinato.
Guerra sia all’aristocrazia
Nel paragrafo precedente ho portato alcuni esempi di come una evoluzione dell’ambiente porta a dei mutati equilibri fra bisogni in conflitto fra loro. L’introduzione di tecnologie come le armi nucleari, i vettori missilistici ipersonici, i droni a guida remota o autonoma, le piattaforme di aggregazione ed elaborazione dei dati per la profilazione e l’identificazione predittiva degli obiettivi, ci dispiegano i vecchi conflitti in nuove forme.
Lo sviluppo tecnologico, ben saldamente controllato da pochi grandi azionisti e dalle élite ormai globalizzate, fornisce ai fortunati e abili nuovi aristocratici l’opportunità di non dover più scendere a patti con quelle istituzioni democratiche che per un certo periodo, diciamo corrispondente alla seconda metà del XX secolo per noi Europei, aveva garantito l’ingresso delle masse nella vita politica degli Stati, da cui prima erano tenute ai margini. Quella ubriacatura di democrazia liberale, talvolta colorata di socialismo, sembrava destinata al tramonto già con l’evento che segna l’apertura del nuovo millennio, l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001. Al suo posto, già da qualche anno si è affermato qualcosa di diverso dalle democrazie liberali: il tecnofeudalesimo.
Noi esseri umani non abbastanza intelligenti e non abbastanza ambiziosi per metterci al sevizio dei nuovi potenti, non abbastanza ricchi per vivere in vacanza tra viaggi e divertimenti, non abbastanza giovani e belli da poterci prostituire, non abbastanza talentuosi da esibirci per un vasto pubblico pagante, non abbiamo nessuna possibilità di guadagnarci un posto da cortigiani, per frequentare la nuova aristocrazia e diventarne parte. La separazione fra classi sociali è rimasta ben salda e la mobilità è ridotta ai pochi casi citati. Tutti noi, i molti, dobbiamo ancora sperare di vendere il nostro tempo in cambio di denaro per poter vivere la nostra semplice vita. Chi, invece, può pagare molti umani per convincerli a fare ciò che gli è utile, anche senza produrre nulla, fa parte dei pochi e forma l’aristocrazia, indipendentemente da come ha avuto il denaro: spesso lo ha soltanto ereditato (4).
meme dall’intenet
La capacità di vendere servizi agli Stati, di estrarre profitti dalle aziende produttive e commerciali e dalle transazioni dei singoli utenti, godendo di un vantaggio tecnologico che rasenta il monopolio è stata definita Capitalismo della sorveglianza (Zuboff 2019), Gigacapitalismo (Staglianò 2022, p. 38) o Tecnofeudalesimo (Varoufakis 2023). I proprietari privati delle infrastrutture più avanzate tecnologicamente, in grado di catturare ed elaborare l’enorme massa di informazioni e dati prodotti mediante le tecnologie digitali, sono quindi in grado di dominare i mercati a discapito dei capitalisti(Mayer-Schonberg – T. Ramge 2018). Il termine tecnofeudalesimo è stato usato da vari opinionisti prima ma l’economista Yanis Varoufakis ne dà una accessibile spiegazione in un suo saggio (Varoufakis 2023, p. 115). La forma più avanzata di accumulazione di ricchezza non è più l’estrazione di plusvalore dal lavoro, come nel capitalismo industriale descritto da Marx fra gli altri, ma una rendita di posizione basata sulla proprietà. Questa deve essere necessariamente enorme, come avviene nella finanza e nella rendita immobiliare o fondiaria. Ciò non significa che le precedenti forme siano scomparse. Esiste ancora la rendita fondiaria, magari raccolta, invece che da latifondisti con titoli nobiliari, da società per azioni con sede in paradisi fiscali come Cipro o il Lussemburgo. Così esiste ancora il capitalismo industriale, ma questo assume una scala sempre più grande che tende al monopolio (Sylos Labini – Caravani 2024, p. 330), come nel campo automobilistico o dei semiconduttori, agro-alimentare, farmaceutico, ma anche nel meno noto delle multiservizi privatizzate. Anche il settore apparentemente plurale e innovativo delle startup è in realtà alimentato da flussi di capitale d’impresa (Venture Capital) forniti dai grandi fondi di investimento o dalle solite multinazionali dominanti, che si appropriano dei profitti del settore produttivo. Insomma, all’interno del panorama globale dell’economia, il capitalismo classico, quello imprenditoriale, è in forte crisi mentre emergono quei settori finanziari e tecnologici in grado di appropriarsi della maggior parte del valore sotto forma di rendita e profitti speculativi (Mayer-Schonberg – T. Ramge 2018). Ciò che sovrasta il capitalismo, il tecnofeudalesimo, è un sistema di estrazione della ricchezza dai suoi produttori, ovvero dalle imprese e in ultima analisi dai lavoratori, coloro che realmente producono tutto ciò di cui abbiamo bisogno.
Rispetto all’analisi di Varoufakis e di altri autori che trattano il tema del valore-dato (Gambetta 2018, p. 63) ovvero del valore intrinseco dei dati, personalmente non ritengo che gli utenti producano valore modulando i dati che poi vengono catturati dai proprietari dei servizi usati. I dati sono a mio parere materie prime abbondanti come l’acqua: finchè queste non viene estratta, accumulata, immagazzinata e distribuita, non ha alcun valore d’uso né economico. I dati, a mio avviso, sono un prodotto del sistema di misurazione e immagazzinarli, conservarli, processarli e interpretarli comporta dei costi. L’informazione non catturata non ha quindi nessun valore di partenza che venga estratto. Il dato registrato, però, confrontato con quelli già posseduti dall’operatore e processati dal sistema, con ulteriori costi per le macchine, l’energia e lavoro umano degli analisti, fornisce una nuova informazione sintetica. Questo profilo descrive l’utente e alcune sue caratteristiche, tra cui la posizione in tempo reale e le sue attività su internet, le sue comunicazioni, i pagamenti effettuati. Le agenzie che accumulano i dati possono confrontarli e indagare le relazioni fra utenti: una sorta di schedatura approfondita generalizzata. La profilazione e l’intercettazione personale sono ambite dalle agenzie di sicurezza, dai governi, ma anche dalle aziende commerciali che comprano dati aggregati a scopo pubblicitario e per mostrare annunci personalizzati. Google, Meta, Amazon e TikTok ottengono quasi la metà della spesa mondiale nella pubblicità online (Staglianò 2022, p. 62). I dati processati, la possibilità di interazione con l’utente, la sua attenzione (Laghi 2025, p.15), sono le merci/servizio che hanno valore e che vengono vendute. L’utente non ha nessun diritto di proprietà da accampare sui suoi dati, può solo evitare che vengano prelevati, rinunciando però ad agire, mostrarsi, muoversi, comprare, comunicare in rete e nel mondo fisico. Chi paga le rendite ai signori tecnofeudali non sono i semplici utenti, a cui il più delle volte vengono offerti servizi gratuiti, ma gli inserzionisti: i governi e gli organismi politici per la propaganda, gli imprenditori per vendere merci e servizi ed essere visibili nella rete. Sono tariffe, spesso esentasse, che vengono riscosse da operatori privati per poter svolgere attività produttive e commerciali sul territorio-rete, per essere visibili, per poter “incontrare” i compratori. Solo Francia e Regno Unito tassano le piattaforme al 2% dei fatturati.
Nelle forme del post-capitalismo (Wark 2019, p.42) le aziende non svolgono solo funzioni produttive ma, come al tempo delle Compagnie delle Indie, queste enormi aggregazioni concessionarie svolgono attività di dominio, di governo e di governance, attuando quel soft-power che permette la colonizzazione culturale e ideologica. Emittenti televisive satellitari o piattaforme di distribuzione audiovisiva, servizi per il cloud, compagnie aeree o di spedizioni navali, agenzie di rating, banche di investimento e per il credito al consumo, produzioni audiovisive e musicali, infrastrutture logistiche commerciali, servizi per le aziende e le amministrazioni, industrie militari e di cybersicurezza, compagnie telefoniche o internet satellitare, sono solo alcuni esempi di aziende private con un elevato valore strategico.
Quando queste funzioni vengono incorporate in strumenti di misurazione, previsione e intervento apparentemente slegati da processi decisionali umani, ormai in quasi tutti gli ambiti dell’economia e dell’amministrazione, possono essere definite governamentalità algoritmica , un concetto coniato dal filosofo Bernard Stiegler (Stiegler 2019).
I governi appaltano alle grandi multinazionali tecnologiche alcuni servizi in modo che non siano sottoposti al controllo democratico delle istituzioni. Le aziende spingono con attività lobbistiche, quasi del tutto legali, la amministrazioni ad affidargli in appalto i servizi alle loro condizioni. Funzioni dello Stato vengono assegnate a enti privati sussidiari, come assicurazioni sanitarie e previdenziali, banche di investimento, agenzie spaziali, università private e ospedali, compagnie minerarie e compagnie militari private. Questo connubio fra Stato e privati é comune in ogni parte del mondo, perfino nella Cina comunista, e si delinea come la struttura di governo economico-politico attualmente prevalente, in cui emerge una aristocrazia patrimoniale.
Le manifestazioni “No Kings” esplose negli USA contro Trump prendono atto tardivamente di un processo attivo da più di venti anni, in cui il problema non è solo il nuovo capriccioso ed eccentrico sovrano assoluto, ma tutta la schiera molto numerosa di cortigiani, tanto repubblicani quanto democratici, che vivono di privilegi grazie agli incarichi della corte. Cosa sono gli incarichi della corte? La spartizione delle rendite attraverso dividendi azionari e falsi lavori più o meno di lusso (Graeber 2018) utili soltanto a riprodurre la classe al potere. Certo, cambiato l’inquilino della Casa Bianca molti funzionari progressisti che operavano nel vasto sistema di governance internazionale come USAID si sono trovati in disgrazia, ma questo non basta a provocare una rivoluzione. Più facile che si assista ad una mutazione nell’ideologia dei cortigiani per conservare le posizioni di privilegio.
Negli anni passati i liberali di sinistra hanno favorito la trasformazione del capitalismo in crisi in un tecnofeudalesimo, conquistando per i loro rampolli progressisti carriere di successo nella finanza e nella Silicon Valley grazie a percorsi universitari d’eccellenza. Era la retorica della meritocrazia che nascondeva il privilegio dei percorsi di formazione esclusivi ed escludenti (Abranavel 2021, p 160). Oggi le destre vincono le elezioni in quasi tutto il mondo cosiddetto democratico, cavalcando il malcontento delle classi popolari e il più becero razzismo che le anima, abbandonando la borghesia liberale che non è più in grado di mascherare con le buone intenzioni dello sviluppo sostenibile gli interessi di classe delle élite. Come cento anni fa, gli Stati tornano all’hard power del controllo militare dopo l’infatuazione, tutto sommato breve, per discorsi di pace, diritti umani e tutela dell’ambiente. Ricordiamo che negli USA i diritti civili ai cittadini non bianchi sono stati concessi nel 1965, in Sudafrica nel 1994 e nella odierna Israele ancora i cittadini palestinesi sopravvissuti non godono dei diritti civili e politici.
L’aristocrazia ha abbandonato la maschera del liberalismo e dei diritti umani, visto che supporta il genocidio operato dallo Stato di Israele, l’arruolamento forzato degli uomini ucraini, mandati a morire in trincea a migliaia ogni mese, l’uccisione di politici, giornalisti, scienziati e militari in paesi non belligeranti. Parimenti i liberali rinunciano anche alla retorica del benessere diffuso, per arroccarsi in un rinnovato nazionalismo militarista, in reazione ad una crisi del capitalismo difficilmente evitabile. Emerge così l’opportunità del conflitto popolare contro i ricchi e i loro cortigiani. Le guerre e i sacrifici imposti per sostenerle hanno reso di nuovo attuale il conflitto di classe.
Chi sono gli aristocratici e i loro cortigiani.
Malgrado delle avvisaglie ci siano state già nel 2011, con i vari movimenti Occupy, la generica identificazione di quell’1% di privilegiati, rispetto al blocco popolare costituito dal 99% dei cittadini, non ha aiutato a definire le parti in conflitto per la distribuzione delle risorse. I ricchi negli Stati Uniti sono ben più dell’1% e in un fortunato articolo sul The Atlantic, Matthew Stewart(5) li ha definiti come la nuova aristocrazia del 9,9%. Anche negli altri paesi con un reddito pro-capite medio-alto, il 10% più ricco della popolazione comprende milioni di persone che formano anche l’elite intellettuale delle nostre democrazie liberali. I cosiddetti opinion-maker fanno parte dell’aristocrazia o lavorano alle sue dipendenze. Politici, giornalisti, accademici, produttori, registi, editori, sono la diretta espressione di questa nuova plutocrazia e selezionano l’accesso alle carriere degli aspiranti professionisti della cultura. Per essere degni di ottenere un ottimo reddito, anche se precario fino all’età matura, bisogna dimostrare una inflessibile fedeltà ai valori e agli interessi della classe dei possidenti. Le famiglie, in cui ricorrono spesso i cognomi di un secolo fa, possono aver cambiato identità politica, abbracciando ideali democratici e anche socialisti in alcuni periodi, quando conveniva, ma hanno sempre perseguito la conservazione e la riproduzione del loro ceto sociale. Possono emergere, grazie a dei talenti particolari, nuovi membri delle elitè, come sempre è stato, mentre altri decadono, rimanendo ai margini e dovendosi adattare a ruoli meno ambiziosi.
Visto che parliamo di una aristocrazia del denaro che si trasmette attraverso il patrimonio e non attraverso le linee di sangue, proporrò un metodo semplificato per individuare le classi sociali, basato sui patrimoni piuttosto che sui redditi o le professioni, adattando le categorie formulate a suo tempo da Sylos Labini nel suo saggio del 1974 (Sylos Labini 2015) e aggiornate dal più recente saggio di Giorgio Ardeni (Ardeni 2024).
Fonte Banca d’Italia 2024
In questi ultimi cinquanta anni, come hanno osservato molti economisti e sociologi(4) tra cui Thomas Piketty, la globalizzazione ha portato una polarizzazione (Piketty 2014, p.550) gravemente acuitasi dal 2010 al 2016 (Banca d’Italia 2024, p. 12), erodendo il potere d’acquisto della piccola borghesia includendovi però gran parte dei lavoratori, ed espandendo l’alta borghesia di milionari che possiamo oggi associare alla nuova aristocrazia. Il dato da osservare è la divergenza tra ricchezza mediana (in forte calo) e la ricchezza media (in costante crescita) in un ambito di stagnazione dei redditi e del PIL. A mio avviso le categorie della fonte di reddito non ci sono più utili a individuare le classi, anche perchè le zone d’ombra sono larghissime, mentre la condizione cetuale risulta più adeguata a descrivere macrocategorie affini anche culturalmente.
In sostanza abbiamo quattro macro-classi, in base al patrimonio individuale formato da beni immobili, durevoli e denaro, fondi o azioni (di seguito Patrimonio):
La piccola borghesia, o ceto medio, che deve lavorare per vivere che oggi ingloba anche operai e lavoratori dei servizi che vendono la propria forza lavoro. Sono circa l’80% della popolazione, visto che la mediana della proprietà individuale si assesta nei paesi europei più ricchi, tra cui l’Italia (Pa mediano 150.000€), fra i 100 e i 300 mila euro. 50.000 €/$< Patrimonio < 1 Mln €/$
Secondo una classificazione di questo tipo, emerge la trasformazione del proletariato, ovvero di quella classe lavoratrice povera, che costituiva fino a metà del XX secolo la maggioranza della popolazione dei paesi industrializzati: la classe operaia e i contadini. “La cetomedizzazione continua, puntando però verso il basso”(Ardeni 2024, p. 103). L’evoluzione tecnologica ha fatto sì che gli operai abbiano conquistato condizioni salariali equiparabili, quando non migliori, degli impiegati dei servizi (Ardeni 2024, p. 100), che nel frattempo si sono espansi fino a superare il 70% dei posti di lavoro. La popolazione è generalmente invecchiata, raggiungendo numeri record di pensionati, in Italia circa 18 Mln di cittadini (8) di poco inferiori agli occupati totali che sono 24 Mln(9), che generano la spesa rispetto al PIL più alta di tutti i paesi OCSE.
Nel resto del mondo non OCSE le diseguaglianze sono invece maggiori, in quanto nei paesi più popolosi e di recente sviluppo permane una ampia maggioranza di lavoratori poveri e una ristretta minoranza di ricchissimi, mentre si sta costituendo rapidamente una piccola borghesia. Ovvero quel processo di trasformazione degli operai e contadini poveri in piccola classe media, attuatosi negli ultimi 50 anni nel primo mondo, sta attuando ora, come conseguenza del rapido sviluppo economico globalizzato, in atto da almeno venti anni. La piccola borghesia di quei paesi poveri è ancora minoritaria e alleate delle élite.
Fonte World Inequality Report 2026
I soggetti in conflitto.
Il socialismo è nato insistendo sulla frattura, accentuata dal primo capitalismo industriale, fra lavoratori e proprietari. Marx scriveva nel 1848:
La nostra epoca, l’epoca della borghesia, si caratterizza però per la semplificazione delle contrapposizioni di classe. L’intera società si divide sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi che si fronteggiano direttamente: borghesia e proletariato. (Marx-Engels 1983, p.55)
I lavoratori erano la maggioranza ed erano poveri, la loro cultura era ancora quella tradizionale e contadina della comunità territoriale e religiosa. Poi il capitalismo è entrato in crisi, nella seconda metà degli anni ’70 del novecento (Mazzetti 2016), proprio perché aveva svolto il suo ruolo storico di portare fuori dalla miseria le popolazioni del primo mondo. Il conflitto di classe vero e proprio ha segnato la sconfitta dei lavoratori, con il passaggio al neoliberismo degli anni ’80 (Lazzarato 2022). Dopo quaranta anni di neoliberismo possiamo concordare sul fatto che oggi, come disse Margaret Tatcher:”come sapete, la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie.”(10) Per i valori condivisi, attualmente ricchi e poveri concordano in un unico orizzonte di senso, quello dei ricchi. Il valore del successo individuale prevale ovunque. Il che non significa che il conflitto fra classi sia scomparso ma, come previsto anche da Marx nel Manifesto, alcuni elementi di socialismo, attuati anche dai fascismi e dalle democrazie liberali nel corso del ‘900, hanno portato i lavoratori a rivendicazioni esclusivamente individuali ed economiche, trasformandoli appunto in piccoli borghesi.
“Una seconda forma di questo socialismo [borghese NdA], meno sistematica e più pratica, cercava di togliere alla classe lavoratrice ogni tentazione rivoluzionaria, sostenendo che a giovarle avrebbe potuto essere non un qualsiasi mutamento politico, ma solo un mutamento delle condizioni materiali di esistenza, dunque dei rapporti economici. Per mutamento delle condizioni materiali di esistenza questo tipo di socialismo non intende però in alcun modo l’abolizione dei rapporti borghesi di produzione, possibile solo con la rivoluzione, ma miglioramenti amministrativi che restino sul terreno di questi rapporti di produzione; che dunque non tocchino affatto il rapporto tra capitale e lavoro salariato, ma che semmai nel migliore dei casi alleggeriscano alla borghesia i costi del suo dominio e semplifichino il bilancio del suo Stato.”(Marx-Engels 1983, p. 85)
Ma chi dice che la classe piccolo borghese non possa essere conflittuale o rivoluzionaria? In passato è stata la preziosa alleata dei conservatori, delle monarchie e dei fascismi contro gli operai e il socialismo, ma anche la beneficiaria della socialdemocrazia (Macaluso 2013, p 61). Oggi il socialismo non è più un pericolo e gli operai sono diventati i piccoli borghesi, piccoli proprietari, individui consumatori. Questa classe media, ormai maggioritaria nel Global North, vede frustrate le sue aspirazioni al benessere; viene impoverita e precarizzata dalla crisi del capitalismo industriale e del sistema neocoloniale che ne aveva permesso l’enorme crescita; inizia ad esprimere una conflittualità contro quell’alta borghesia che, per le sue caratteristiche di esclusività, si sottrae alla mobilità sociale diventando, appunto, aristocratica. Nel periodo che va dal 2010 al 2016, in Italia ad esempio, la mediana dei patrimoni personali, ovvero dalla ricchezza posseduta mediamente dalla maggioranza dei cittadini è calata del 25% passando da 200.000 a 150.000 euro pro capite. (Neri – Spuri – Vercelli 2024, p. 12).
Il maggiore antagonista della nuova aristocrazia è quindi proprio la classe media impoverita, che ne condivide i valori ma compete per le risorse materiali che gli vengono sottratte: mediante lo sfruttamento del lavoro, attraverso la rendita e i meccanismi del debito. Le professioni, un tempo redditizie, che sono state devastate dall’avvento di Internet e delle piattaforme e che continueranno ad essere sfalciate dall’uso massiccio dell’IA (Bellucci 2021), erano quelle del commerciante, del giornalista, del pubblicitario, dell’editore, del dirigente pubblico, del bancario. Al loro posto fioriscono fattorini, magazzinieri, cassieri, operatori al PC, stagisti, informatici precari, camerieri e banchisti in un panorama di sottoccupazione diffusa (Brancati – Carboni 2024, p.10).
Come nell’ancien régime, i signori tecnofeudali e l’aristocrazia della rendita vivono sontuosamente a spese dei lavoratori. I ricchi sono comunque dei parassiti. Quei lavoratori, che talvolta vengono retribuiti molto bene, in quanto fedeli cortigiani e amministratori delle grandi proprietà, potrebbero facilmente sostituire l’aristocrazia, visto che effettivamente svolgono tutti i ruoli necessari alla riproduzione sociale, se solo avessero il controllo delle infrastrutture logistiche e tecnologiche. L’ostacolo a questa “rivoluzione” è proprio il monopolio della cultura e dei saperi tecnici elevatissimi che permettono all’aristocrazia di risultare indispensabile. È attraverso il monopolio dei percorsi di formazione esclusivi che le classi aristocratiche mantengono il dominio e i canali preferenziali per occupare i ruoli dirigenziali militari, della finanza, dell’industria tecnologica, delle università e della politica.
L’ideologia che in questi ultimi trenta anni ha irretito la piccola borghesia è quel mito del successo e del merito che, attraverso una abile propaganda, rinnovava lo stantio e fallace mito dell’American dream in salsa europea, con la generazione erasmus e gli esempi dell‘imprenditoria giovanile finanziata dai bandi UE. Una versione neoliberista e precaria del capitalismo assistito dalla Cassa del Mezzogiorno della Prima Repubblica in cui, ovviamente, la maggior parte dei finanziamenti pubblici sono arrivati all’alta borghesia con i ruoli imprenditoriali e direzionali, distribuendo ai dipendenti contratti a progetto e co.co.co che duravano il tempo del finanziamento.
L’aristocrazia, durante gli anni della globalizzazione, si era ammantata di valori progressisti come i diritti umani, la difesa dell’ambiente e delle minoranze, l’inclusività sociale, perché quelli erano i valori fondanti delle democrazie liberali attraverso cui governavano. Oggi l’aristocrazia tecnofeudale si è convertita rapidamente al militarismo della destra populista e nazionalista, per raccogliere il consenso delle classi medie impoverite, dei pensionati e dei poveri veri e propri, che si sentono minacciati dai nuovi poveri diversi da loro, gli immigrati. Le strategie comunicative della propaganda politica mirano a ottenere il consenso nella forma democratica delle elezioni, ma non è per nulla detto che questa forma persisterà nel momento in cui la borghesia lavoratrice dovesse trovare dei riferimenti politici antagonisti all’aristocrazia, che per sua natura è minoritaria. Di fronte alla prospettiva di perdere il potere con elezioni, l’aristocrazia potrebbe sospendere la dialettica democratica con l’occasione, ad esempio di una o più guerre. Ci stiamo preparando a questo, no? Il Segretario Generale della NATO dice entro il 2030.(11)
L’ecosistema.
I soggetti politici attuali non sono più monolitici e ideologici. All’interno di uno stesso schieramento di interessi convivono molteplici posizioni che coprono un vasto panorama di identificazioni individuali. Destra e sinistra si oppongono fra nazionalisti, transfemministe, tradizionalisti, antifascisti, libertariani, antispecisti, sionisti, ecologisti, oltre a tutte le ideologie politiche fiorite negli ultimi duecento anni. Ogni “partito”, inteso come parte organizzata, individua un nemico, un antagonista nel conflitto esistente o rappresentato. Se ci manteniamo fedeli a una lettura materialista della società, non ci faremo distrarre dalle molteplici narrative proposte, perché ciò che per noi identifica la faglia del conflitto sono gli interessi materiali, non l’ideologia manifesta. Chi lavora e vede i ricchi appropriarsi del frutto del suo lavoro vive il conflitto di classe, anche se nel suo animo parteggia per gli aristocratici e da loro si sente protetto. Il lavoratore sceglie di non manifestare quello scontro perché si percepisce, e in effetti è, debole di fronte alla conservazione del potere, tanto da implorare di essere utile al ricco per procurarsi il poco che gli occorre per vivere. Finché c’è benessere le rivoluzioni non avvengono e i valori del gruppo egemone vengono condivisi da gran parte della società, ma è nelle crisi e dalle guerre perse che emergono nuovi equilibri e la possibilità di immaginare altre forme della vita.
L’attuale recrudescenza dello scontro militare in Medio Oriente, come anche in Europa e nell’America Latina, con l’aggressione militare al Venezuela bolivariano, esplicita nel dichiarare la causa nella nazionalizzazione delle risorse petrolifere del 1976, chiarisce gli schieramenti interni ai nostri paesi alleati. La retorica del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli ha lasciato il passo agli interessi nazionali, con trasparenti coinvolgimenti dei privati nell’industria estrattiva, bellica e tecnologico-strategica del controllo e della propaganda. La forza prevale sulla forma. Per i governi nessuna giustificazione morale deve più nascondere la guerra imperialista. Si tratta solo di valutare costi e benefici. Costi per i cittadini lavoratori e benefici per l’aristocrazia proprietaria, assumendosi dei rischi. In questo scenario brutale si definiscono ecosistemi di potere: organizzazioni muoiono, nascono, si trasformano.
Le aristocrazie europee al potere, non conservatrici ma a loro modo rivoluzionarie, hanno già conquistato le istituzioni democratiche tramite quelle non democratiche: la NATO e l’UE ma anche la BCE, le banche di investimento e le altre istituzioni economiche private. Il processo di unificazione europea è stata una rivoluzione dall’alto. Attorno a quei centri di potere si diffonde un ecosistema di vassalli alla ricerca di benefici, in cambio di fedeltà. Il flusso di denaro che raggiunge ogni angolo della periferia si chiama oggi PNRR, domani Rearm EU. Il connubio tra Stati e potere economico è strettissimo. Nel nostro piccolo possiamo vedere i nostri datori di lavoro affannarsi per ottenere qualche bando di finanziamento e assistiamo all’inerzia di chi spera almeno di vedersi pagare gli stipendi o di ottenere un lavoro a tempo determinato, anche se alla condizione di una sempre maggiore dipendenza dai bilanci della guerra. Questo è l’ecosistema del potere e si nutre del bisogno di sicurezza, economica in primis, di milioni di persone. Ma dov’è l’ecosistema alternativo, che potrebbe esprimere un progetto pacifico di vita e prosperità condivisa, espropriando le proprietà private dell’aristocrazia che ci sta conducendo alla guerra?
In questo momento storico abbiamo la possibilità di identificare quelle organizzazioni che sono materialmente in conflitto con l’ecosistema aristocratico e, se vogliamo avere una speranza di miglioramento nelle nostre condizioni di vita, dobbiamo entrare a farne parte. Non come simpatizzanti, attivisti da tastiera, seguaci da social. Bisogna entrare a fare parte di organizzazioni reali sostenendole con quote associative, donazioni, lavoro volontario, partecipazione alla vita interna e alla decisionalità. Far crescere le organizzazioni dei lavoratori contro le organizzazioni della rendita. Non c’è un solo soggetto di riferimento ma ce ne sono molti che dovranno poi saper comunicare in modo funzionale (Nunes 2025, p. 228). Partiti, sindacati, associazioni, comitati, piccoli gruppi di amici e singoli formano l’ecosistema trasformativo che mira a costruire un futuro migliore, possibile e senza classi di privilegiati. Le loro identità sono molteplici, le strutture organizzative da rinnovare, gli organizzatori da formare, le narrative da inventare.
Non c’è bisogno di dirlo, attualmente l’ecosistema del potere è immensamente più forte e ramificato della sinistra trasformativa. Le risorse sono saldamente nelle mani dell’alta borghesia e finché questa non vacilla troverà ancora professionisti disposti a sostenerla in cambio di uno stipendio. La dialettica democratica è quasi ovunque sospesa in Europa e il sostegno diffuso alla commissione presieduta da Ursula von der Leyen e ai suoi piani di guerra lo dimostra. Il cognome preso dal marito, tra l’altro, chiarisce la vicinanza familiare alla vecchia aristocrazia dell’ancien régime. Curiosamente estrema destra e estrema sinistra convergono nella critica alle politiche imperiali dell’UE, per differenti ragioni ma per un comune atteggiamento antisistema.
Le stesse categorie di sinistra e destra risultano oramai usurate riferendosi a schieramenti identitari in cui oggi c’è di tutto (Neiman 2025, p. 16). La destra è sia liberale che sociale, nazionalista e filostatunitense oppure, anticinese e filo-israeliana, ultra-liberista e statalista, per la famiglia tradizionale ma contro il cristianesimo sociale. La sinistra è parimenti frammentata fra liberali progressisti, socialdemocratici per l’ecologismo etico, comunisti di varia tradizione e anarchici libertari. Tutte identità attualmente incapaci di affrontare efficacemente l’esistente per trasformarlo e sopratutto incapaci di confrontarsi e cooperare tra loro.
Andare oltre le identità auto riferite e collaborare a orizzonti comuni non è più solo una tra le strategie praticabili, è l’unica possibilità di influire sulla realtà. Stante che ognuna possa definirsi come più gli piace, risulta ridicolo oltre che dannoso identificarsi per opposizione alle altre mille facce dell’ecosistema o semplicemente contro un nemico comune. Nel prossimo futuro quelle organizzazioni che si chiudono verso l’interno, attente solo a testimoniare la propria alterità e purezza potranno forse sopravvivere, ma non potranno far parte del lavoro ecosistemico di costruzione della società futura. Rimarranno nella loro nicchia asfittica, beandosi nella malinconia, continuando i propri riti fino alla completa estinzione.
Per accumulare potenza occorre un progetto trasformativo esplicito, come è stato il socialismo più di cento anni fa: l’idea di una società senza classi in cui non ci siano oppressi e oppressori ma un’unica comunità umana. Oggi sappiamo che questo è un orizzonte, una tensione, un obiettivo verso cui tendere, proprio nel momento in cui le masse si arrendono ad accettare la legge del più forte: il privilegio dei pochi sullo sfruttamento dei molti, il benessere consumista in cambio della perdita della libertà.
Il ruolo storico delle organizzazioni oggi è costruire l’infrastruttura di mediazione e direzione dell’ecosistema trasformativo (Nunes 2025, p. 99) Quello della mediazione fra le diverse identità sociali è necessariamente il ruolo delle organizzazioni più forti, strutturate e diffuse territorialmente. La nascita di nuove forme di partito politico che possano svolgere questa funzione è ovviamente un’altra possibilità da esplorare.
Conoscere l’arte della guerra.
Vincere senza combattere è il culmine della scienza militare (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 104), ma perché ciò sia possibile bisogna padroneggiare tutti gli elementi della guerra (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 95). Trattandosi di un conflitto materiale fra lavoratori e aristocrazia del denaro, ma non di uno scontro militare vero e proprio, ciò che rappresenta il terreno sono le condizioni storiche di vita dei gruppi sociali. Conoscere le condizioni sociali è quindi indispensabile per poter progettare strategie efficaci. Il precedente capitolo sulle strutture di classe intende proprio evitare di basare la propria azione su una interpretazione della società che poteva essere corretta cinquanta anni fa ma che oggi non lo è più. La conoscenza di sé e del nemico porta al vantaggio strategico che permette di vincere (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 95). Tale è l’importanza delle informazioni alla cui raccolta e valutazione va dedicata la massima attenzione da parte degli strateghi.
“Coloro che padroneggiano la forma possono sconfiggere ogni avversario adattandosi alla sua forma. Usare una sola forma di vittoria per sconfiggere tutti gli avversari non è possibile. Il principio per la vittoria è unico, ma le tecniche concrete devono essere molteplici.” (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 297)
Questo principio concorda con il pensiero di Rodrigo Nunes per cui la forza prevale sulla forma e per ottenere successi vanno applicate molteplici forme organizzative (Nunes 2024, p. 100). Altra conoscenza antica è che la guerra si vince con la logistica. Una mancanza di risorse in una delle due parti ne comporta la immediata capitolazione.
Immaginiamo cosa significhi essersi trovati in Grecia nel 2015 con le banche che bloccarono i prelievi per far rispettare le condizioni capestro della BCE. I ricchi greci erano tutti a Londra e nelle città europee o statunitensi, ma i poveri non avevano il denaro per fare la spesa. Questa mossa distolse Alexis Tsipras dall’attuare il suo piano di contrattacco, racconta Yanis Varoufakis, che all’epoca era Ministro delle Finanze. Quella fu una dimostrazione di forza delle banche, ma l’aristocrazia della rendita è anche estremamente vulnerabile: ha bisogno di stabilità per appropriarsi della ricchezza. Di fronte ad una crisi vera le borse crollano, le bolle speculative scoppiano, la fiducia in guadagni futuri scompare e il potere del denaro arretra di fronte alla forza delle armi.
Nella preparazione di un conflitto contro l’aristocrazia del denaro bisogna accumulare potenza, tutto qui. Con ogni mezzo necessario vanno aggregati i migliori strateghi, le più ampie masse di manovra e alleati potenti. Per fare questo serve anche il denaro. Bisogna costruire un contro-potere che sia in grado di organizzare la società meglio di come è organizzata ora. Convincere le forze produttive e la maggioranza delle popolazioni che la trasformazione attesa sarebbe vantaggiosa, per tutti coloro che vengono sfruttati, anche se non sono poveri, riportando la proprietà delle infrastrutture produttive a chi lavora.
Un programma minimo.
Gli obiettivi devono essere pochi, semplici e condivisi, non molteplici e frazionati in identità contrapposte come sono ora. Le differenze esistono, ma solo ciò che è comune porta all’unità. L’estrema radicalità e l’utopismo nelle rivendicazioni portano inevitabilmente al settarismo e all’isolamento, quindi all’impotenza. Stiamo rappresentando l’obiettivo di classi sociali formate dal 90% della popolazione, non di una minoranza idealista e radicale. La minoranza, come scriveva Marx, deve mettersi al servizio “nell’interesse dell’enorme maggioranza”(Quirico – Ragona 2018, p 19), non il contrario, cercando il consenso democratico attorno alle riforme strutturali, verso una via italiana al socialismo (Macaluso 2013, p. 60) che oggi non può che essere integrata in Europa.
Se il potere dell’aristocrazia è fondato sul denaro, l’obiettivo è togliergli il denaro, con i mezzi che già esistono.
Tassare i ricchi, espropriarli e rendere le banche e le grandi aziende strategiche proprietà pubbliche, comuni, nella forma di cooperative o società con azionariato diffuso. I lavoratori devono avere la proprietà delle aziende per cui lavorano. Le infrastrutture di comunicazione (strade, trasporti, reti di distribuzione e telematiche) devono tornare pubbliche, sotto il controllo democratico dei cittadini. Alla popolazione va garantito lavoro dignitoso, con orari brevi che permettano di conciliare i tempi di vita (Mazzetti 1997). Non vogliamo più denaro per comprare oggetti superflui ma la possibilità di fare a meno del denaro (Mazzetti 1992), svincolando la soddisfazione dei bisogni dal mercato: abitazione, istruzione, salute, trasporti. Questo è possibile anche trasformando l’attuale forma del denaro, facilmente tesaurizzabile, in una moneta di consumo utile solo alla circolazione(12), che non sia possibile accumulare oltre una certa cifra o portare all’estero, e che non produca interessi (Bossone – Cattaneo – Grazzini – Sylos Labini 2015). Un esempio già esistente sono le attuali “social card” o “carta acquisti“, attraverso cui attualmente lo Stato italiano eroga miserevoli sussidi (500€ all’anno o 40€ al mese), carte di debito che erogano una somma fissa non cumulabile. Questi sistemi di pagamento già in uso garantiscono la possibilità di uscire in pochi giorni dal sistema di pagamenti europeo dell’Euro. Interessante in proposito il sistema statale brasiliano per i pagamenti elettronici PIX a cui si ispira il progetto dell’Euro Digitale, resilienti in caso di fallimento delle banche. La catastrofe della guerra verso cui ci stanno portando è l’unica possibilità che abbiamo per veder crollare l’aristocrazia del denaro. Per raggiungere degli obiettivi, siano questi o altri, bisogna far leva sul potere statale che è oggi l’unico possibile antagonista della grande proprietà privata e finanziaria. L’idea di cambiare il mondo senza prendere il potere (Holloway 2004), se pure fosse stata una nobile idea, è attualmente tramontata. Senza prendere il potere si può al massimo sopravvivere, adeguandosi o nascondendosi.
Abolire i miliardari è già un primo obiettivo possibile. Tassare fortemente i milionari il secondo. Poi si vedrà.
Note
La Guerra di Piero live 1991 https://www.youtube.com/watch?v=vBfZdiFRzv4
Se queste condizioni non sono tutte rispettate significa che, per fortuna dei lavoratori, non stiamo osservando una condizione di puro scambio di lavoro merce, ma qualcosa di più complesso ed evoluto in cui rientrano relazioni che non sono puramente economiche e strumentali fra le parti sociali.
Bibliografia
AA.VV., Limes, nn. 2/2024 – 8/2025 – 10/2025, GEDI.
R. Abranavel, Aristocrazia 2.0, Solferino, 2021.
P. G. Ardeni, Le classi sociali in Italia oggi, Laterza, 2024.
S. Bellucci, AI-Work, Jacabook, 2021.
F. Berardi, Disertate, Timeo, 2023.
M. Bertorello – D. Corradi, Lo strano caso del debito italiano, Alegre, 2023.
R. Brancati – C. Carboni, Verso la piena sottocupazione, Donzelli, 2024.
B. Bossone, M. Cattaneo, E. Grazzini, S. Sylos Labini, Per una moneta fiscale gratuita, MicroMega, 2015.
L. Caracciolo, La pace è finita, Feltrinelli, 2022.
M. De Landa, La guerra nell’era delle macchine intelligenti, Feltrinelli, 1996.
S. Feltri, Il nemico. Elon Musk e l’assalto del tecnocapitalismo alla democrazia, UTET, 2025.C. Formenti, Guerra e rivoluzione Vol.II, Meltemi, 2023.
F. Fornari, Psicoanalisi della guerra, Feltrinelli, 1966.
S. Freud, La guerra. Considerazioni attuali sulla guerra e la morte 1915, BollatiBoringhieri, 2025.
D. Gambetta, Datacrazia, Codice, 2018.
A. Gorz, L’immateriale, Boringhieri, 2003.
D. Graeber, Bullshit jobs, Garzanti, 2018.
J. Holloway, cambiare il mondo senza prendere il potere, Carta, 2004.
P. Khanna, I tre imperi. Nuovi equilibri globali nel XXI secolo, Fazi, 2009.
P. Khanna, Connectography. Le mappe del futuro ordine mondiale, Fazi, 2016.
P. Khanna, Il secolo asiatico, Fazi, 2019.
R. Laghi, Scritture digitali, Meltemi, 2025.
C. Lasch, La cultura del narcisismo, Bompiani,1981.
M. Lazzarato, Guerra o rivoluzione, DeriveApprodi, 2022.
E. Macaluso, Comunisti e riformisti. Togliatti e la via italiana al socialismo, Feltrinelli, 2013.
K. Marx – F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, Editori Riuniti, 1983.
V. Mayer-Schonberg – T. Ramge, Reinventare il capitalismo nell’era dei Big Data, Egea, 2018.
G. Mazzetti, Dalla crisi del comunismo all’agire comunitario, Editori Riuniti, 1992.
G. Mazzetti, Quel pane da spartire, Boringhieri, 1997.
G. Mazzetti, Il futuro oltre la crisi, Manifestolibri, 2016.
M. Mazzucato, Il valore di tutto, Laterza, 2018.
S. Neiman, La sinistra non è woke, UTET, 2025.
A. Neri – M. Spuri – F. Vercelli, Questioni di economia e finanza. N. 836, Banca d’Italia, 2024.
T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014.
T. Piketty, Diseguaglianze, Bocconi, 2018.
M. Quirico – G. Ragona, Socialismo di frontiera, Rosenberg & Sellier, 2018.
F. Sylos Labini – M. Caravani, Bussola per un mondo in tempesta, Alegre, 2024.
P. Sylos Labini, Saggio sulle classi sociali, Laterza, 2015.
R. Staglianò, Gigacapitalisti, Einaudi, 2022.
B. Stiegler, La società automatica, Meltemi, 2019.
Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023.
M. Wark, Capital Is Dead: Is This Something Worse?, Verso, 2019.
S. Zizek, Benvenuti in tempi interessanti, Ponte alle Grazie, 2012.
S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss, Milano, 1919.
Guerra sia all’aristocrazia
https://rizomatica.noblogs.org/2026/02/minetti-guerra-aristocrazia/
Andare oltre le identità auto riferite e collaborare a orizzonti comuni non è più solo una tra le strategie praticabili, è l'unica possibilità di influire sulla realtà. Stante che ogn
#Economia #Politica #Strumenti #Tecnopolitica #aristocrazia #classi #conflitto #economia #ecosistema #gaza #guerra #italia #king #neoliberismo #organizzazione #politica #socialismo #tecnofeudalesimo
La riforma del lavoro di Milei ulteriore tassello del progetto ultraliberista del “loco”
Giovedì 12 febbraio, il governo argentino di estrema destra di Javier Milei ha ottenuto un’altra vittoria parlamentare, quando il senato ha approvato in via preliminare il disegno di “riforma del lavoro”, tra acute proteste di piazza, che hanno provocato molti feriti e circa 30 arresti. Con 42 voti favorevoli e 30 contrari, i senatori hanno approvato un’iniziativa che smantella le leggi sul lavoro in vigore dal 1974.Il progetto di legge di “modernizzazione del lavoro” del […]