Economic Sociology & Political Economy: The Karl Polanyi Bibliographic Database of Scholarship and Digital Archive. “The Karl Polanyi Institute of Political Economy at Concordia University has launched the Bibliographic Database of International Scholarship – a project dedicated to exploring Karl Polanyi’s preeminent intellectual legacy and current influence worldwide.”

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Economic Sociology & Political Economy: The Karl Polanyi Bibliographic Database of Scholarship and Digital Archive

Economic Sociology & Political Economy: The Karl Polanyi Bibliographic Database of Scholarship and Digital Archive. “The Karl Polanyi Institute of Political Economy at Concordia Universi…

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Appunti di lettura: Karl Polanyi, “Per un nuovo Occidente”

Scritti 1919-1958

img generata da IA – dominio pubblico

di V. Pellegrino

In un momento storico così cruento come quello che stiamo attraversando, dove l’imperialismo guerrafondaio è tornato in superficie con tutta la sua brutalità, mettendo in subordine i principi del liberalismo e la sua governance, il richiamo all’opera di Karl Polanyi potrebbe sembrare anacronistico. In realtà la natura bina del capitalismo, dove politiche di potenza e regole di mercato si alternano e sovrappongono, fanno sì che il pensiero di questo autore eclettico rimanga di una certa utilità anche nel presente. Ecco perché parlare oggi della sua opera non è un esercizio puramente accademico.

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Si dice che il fantasma di Karl Polanyi si aggiri come il peggior incubo tra i corridoi e le hall del vertice di Davos e di tutti i summit internazionali di matrice neoliberista. L’autore de “La grande trasformazione” è stato senz’altro uno dei maggiori detrattori della tesi dell’Homo oeconomicus, giungendo, da storico dell’economia, a farsi antropologo proprio per indagare più a fondo la natura delle relazioni economiche nelle società native e così confutare, su solide argomentazioni, il paradigma egoistico su cui si fonda l’ideologia neoliberale. Queste sue posizioni ne fanno uno dei maggiori e più radicali critici del dogma del “libero mercato autoregolantesi” e del “laissez-faire”, peraltro da posizioni non organiche al marxismo.

L’opera che qui presentiamo, “Per un nuovo Occidente”, uscita per i tipi de “Il Saggiatore” nel 2013, è una raccolta di saggi scritti tra il 1919 e il 1958 e inediti a livello mondiale. Questa raccolta di scritti molto vari può costituire una valida tappa di avvicinamento all’opera di questo eclettico autore, uno dei pensatori più rivalutati in questi tempi di crisi generale del tardo capitalismo.

Piano dell’opera

Si riporta a seguire, per meglio orientarsi nella lettura del volume, il piano dell’opera. Si precisa che sono qui commentati solo alcuni dei saggi costituenti l’opera, a partire da appunti di lettura annotati “a caldo” e in modo alquanto informale ma, ci si augura, in grado comunque di stimolare l’interesse del potenziale lettore. Più che di una recensione, si tratta di una specie di introduzione rizomatica alla lettura.

Prefazione di Karl Polanyi-Levitt
Introduzione di Giorgio Resta

L’ECONOMIA, LA TECNICA E IL PROBLEMA DELLA LIBERTÀ

Per un nuovo Occidente
La scienza economica e la libertà di forgiare il nostro destino sociale
La storia economica e il problema della libertà
Nuove frontiere del pensiero economico

LE ISTITUZIONI CONTANO

Il contributo dell’analisi istituzionale alle scienze sociali
La natura dell’accordo internazionale
Il significato della pace
Le radici del pacifismo
La cultura nell’Inghilterra democratica del futuro
America

COME FARE USO DELLE SCIENZE SOCIALI

Come fare uso delle scienze sociali
Sulla teoria politica
Opinione pubblica e arte di governo
Storia economica generale
Elementi di mercato e pianificazione economica nell’antichità

CRISI E TRASFORMAZIONE

Quel che conta oggi. Una replica
Filosofie in conflitto nella società moderna
L’eclissi del panico e le prospettive del socialismo
Il tramonto della civilizzazione del XIX secolo
La tendenza verso una società integrata

– Postfazione di Mariavittoria Catanzariti
– Ringraziamenti e nota dei curatori

Trovate qui un’utile scheda dal sito TecaLibri che riporta l’indice e ampi brani del libro:   http://www.tecalibri.info/P/POLANYI-KP_occidente.htm

Introduzione

Tra le note dell’introduzione (46), è considerevole la citazione, in inglese, di un brano del saggio di Polanyi del 1937 “Community and Society. The Christian Criticism of Our Social Order”. In questo brano si mette in luce l’effetto perverso delle regole di mercato sugli individui e sulla loro propensione all’altruismo che, di fatto, viene reso impraticabile. Il breve passo merita senz’altro la lettura nella sua versione originale:

«The market acts like an invisible boundary isolating all individuals in their day-to-day activities, as producers and consumers. They produce for the market, they are supplied from the market. Beyond it they cannot reach, however eagerly they may wish to serve their fellows. Any attempt to be helpful on their part is instantly frustrated by the market mechanism. Giving your goods away at less than the market price will benefit somebody for a short time, but it would also drive your neighbour out of business, and finally ruin your own, with consequent losses of employment for those dependent on your own factory or enterprise. Doing more than your due as a workingman will make the conditions of work for your comrades worse. By refusing to spend on luxuries you will be throwing some people out of work, by refusing to save you will be doing the same to others. As long as you follow the rules of the market, buying at the lowest and selling at the highest price whatever you happen to be dealing in, you are comparatively safe. The damage you are doing to your fellows in order to serve your own interest is, then, unavoidable. The more completely, therefore, one discards the idea of serving one’s fellows, the more successfully one can reduce one’s responsibility for harm done to others. Under such a system, human beings are not allowed to be good, even though they wish to be so1.

Pure notevole la considerazione dell’autore, richiamata da Giorgio Resta nell’introduzione: “la vera libertà è quella che si raggiunge attraverso la società (vista la sua ineluttabilità), non quella fasulla che si crede in tal modo di perdere” (la formazione dell’individuo come processo e la consapevolezza che la sua costituzione non può darsi per pre-acquisita2).

Da pag. 28 dell’introduzione troviamo degli utili riferimenti ai saggi contenuti nel libro ove si descrive la dinamica di reciproca implementazione (e implicazione) tra tecnologia, organizzazione economica (intesa come costituzione delle istituzioni di mercato, cioè non come “processo naturale” ma come deliberata scelta istituzionale) e scienza.

Importante il richiamo alla responsabilità dell’Occidente difronte al Mondo, al suo dovere di “disciplinare le proprie creature”, cioè di mettere sotto controllo il vortice di sinergie che, mettendo in peculiare e stretta relazione queste tre forze (tecnologia – economia – scienza), ha impresso la traiettoria industriale, scientifica ed economicistica ai modelli di sviluppo globale a partire dalla Rivoluzione industriale.

Ancora, si sottolinea la necessità di subordinare le forze (produttive) a uno sviluppo che sia umano, alla realizzazione di una personalità che sia libera e alla necessità dell’equilibrio con la natura. Troviamo qui il richiamo alla questione fondamentale che Polanyi definisce “fede dogmatica nel determinismo economico” come barriera ideologica ai processi di riforma del Capitalismo. Nel capitolo “Storia economica e il problema delle libertà”, Polanyi si impegna nella confutazione della teoria secondo la quale ogni tentativo di introdurre metodi di pianificazione economica condurrebbe alla perdita delle libertà civili individuali sviluppatesi parallelamente alle istituzioni economiche di mercato (von Hayek). Pur ammettendo che le condizioni economiche possono condizionare le attitudini culturali di un popolo, esse non le “determinano”. Soltanto in un’economia di mercato non regolato sarà il meccanismo economico a “dettar legge”. Di qui l’assoluta specificità, secondo Polanyi, di questo regime economico-istituzionale, cronologicamente circoscritto al XIX secolo, cioè al momento della massima affermazione del paradigma industriale nei paesi occidentali più avanzati.

L’autonomia della sfera economica e l’attribuzione a essa della funzione di elemento trainante-determinante di tutte le altre dimensioni del vivere sociale dipendono, secondo Polanyi, dalla costituzione di specifici mercati concorrenziali per la Terra e il Lavoro e dall’aver elevato il “timore individuale della fame” e la “brama di profitto” a moventi economici determinanti.

A pag. 32 troviamo una serie di elementi che delineano il concetto di “economico” secondo Polanyi. Emerge qui chiaramente l’importanza della tendenza antiideologica del suo pensiero e al contempo il grande rilievo che esso attribuisce alle istituzioni.

G. Resta richiama la denuncia che l’autore svolge nei confronti dell’applicazione di parametri e criteri economici ad ambiti completamente diversi, come il caso del diritto e della “law and economics”.

La scienza economica e la libertà di forgiare il nostro destino sociale

Questo è un saggio basilare, ove l’autore sintetizza la critica del determinismo economico, una delle fondamentali finalità di tutto il suo lavoro. Egli scrive: “… le teorie sulla natura umana non sono fondate sulla psicologia, bensì sull’ideologia della vita quotidiana. Di conseguenza, la fame e il profitto vennero isolati come moventi economici e si iniziò a presumere che l’uomo agisse, in concreto, in base a essi, mentre le altre motivazioni apparivano più eteree e distaccate dai fatti prosaici dell’esistenza quotidiana… Intrinsecamente, la fame e il profitto non sono più economici dell’amore o dell’odio, dell’orgoglio o del pregiudizio. Nessun movente umano è di per sé economico… Il fattore economico, …, non è in grado di dare vita a stimoli specifici. … i morsi della fame non si traducono automaticamente in un incentivo a produrre. La produzione non è un affare individuale, bensì collettivo.”

Come fare uso delle scienze sociali”

In questo saggio sono importanti le considerazioni di carattere epistemologico e antiscientista, con la distinzione tra scienze naturali e scienze sociali, dove le prime, a differenza delle seconde, non incidono sull’orientamento delle preferenze e sul quadro dei valori dell’uomo. Secondo Polanyi, per evitare l’effetto corrosivo che le scienze sociali hanno sull’esistenza umana, essa deve essere “orientata” cioè fondata su valori guida da proteggere allo scopo di garantire “la sovranità dell’uomo sugli strumenti della vita, ivi inclusa la scienza”.

La metafisica evidenzia il carattere composito della consapevolezza umana in quanto matrice dell’arte, della religione, della morale, della vita personale e della scienza stessa. La scienza non può essere un continuum come preteso da un certo pensiero neopositivista.

Alcuni tipi di sapere incidono immediatamente e in modo radicale sulla vita dell’uomo (le scienze sociali, per esempio), altri sono meramente strumentali in quanto servono agli scopi e agli obbiettivi già prefissati (le scienze naturali – anche se, come vediamo oggi con la biologia, la cosa non è così scontata).

In campo scientifico, il fascismo reagisce con un generalizzato scetticismo a un astratto liberalismo nel governo della conoscenza che spesso si ripercuote a danno degli ideali umani (p.e. oggi, l’ingegneria genetica).

Storia economica generale”

Questo capitolo è un passaggio fondamentale del libro, che confuta la validità della teoria del Sistema (di mercato) autoregolantesi: vedi paragrafo 2 – “Le ragioni del cambiamento nell’oggetto e nel metodo” … punto d), in particolare pag. 178.

Poi, a pag. 188, si trova una critica del marxismo per l’attribuzione, anche in esso, come nella teoria liberalista ortodossa, del ruolo determinante dell’economia sia in relazione alle società primitive e storiche che a quelle contemporanee (vedi l’analisi marxiana della società in termini di struttura – economica – e sovrastruttura). L’autore non sembra orientato ad attribuire questa responsabilità nella deriva economicista dell’analisi sociale a Adam Schmitt, fondatore della teoria classica, cui Polanyi par riconoscere un principio di umanità, poi disatteso dai suoi esegeti.

L’analisi antropologica, cui l’autore si dedica nella seconda parte della sua produzione, rivela che tra le popolazioni primitive non esisteva una sfera economica separata dagli altri aspetti della vita sociale, ma una rete di istituzioni economiche integrate con le altre. Anche i moventi economici individuati dalla teoria economica classica come i “moventi primi” dell’agire individuale, cioè la paura individuale della fame e la ricerca del profitto, non sono mai stati registrati alla base della produzione e distribuzione dei beni in quelle società.

Interessante l’interpretazione della dimensione dualistica delle società preistoriche (che, in quanto prive di scrittura, non disponevano di efficaci sistemi contabili) quale base di un metodo pratico per garantire la distribuzione dei beni attraverso un sistema di doni reciproci ritualizzati. Questa affermazione potrebbe tuttavia confermare la visione marxista dei sistemi sociali funzionanti in base a una struttura (la dimensione economica) e una sovrastruttura (i legami sociali e il valore attribuito alla parentela) dove il fattore determinante è, anche se inconsapevolmente, il primo. Il fine ultimo, e spesso inconscio, dell’organizzazione sociale può essere l’equilibrio economico, anche se le sue dinamiche appaiono subordinate al funzionamento di altre istituzioni (p.e. la parentela).

Interessante osservazione quella che evidenzia come siano stati proprio i pensatori che attribuivano grande importanza al fattore economico nell’interpretazione del divenire storico, quelli che ne mostrarono le principali limitazioni. In particolare, Werner Sombard, Max Weber e Henri Pirenne, favorevoli all’interpretazione economica della storia, mostrarono come altri fattori, quali l’etica religiosa (ma anche – tesi dell’autore – l’onore e l’orgoglio, il senso civico e il dovere morale, che furono in seguito ritenuti irrilevanti per i rapporti produttivi; il legame di sangue, il culto degli antenati, la fedeltà feudale), possano essere altrettanto determinanti. In questo senso va richiamata la fondamentale opera di M. Weber “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”. Secondo questo autore è da evidenziare la grande importanza dell’ebraismo nell’eliminazione dell’elemento magico (superstizione) e del cristianesimo nel superamento del “sangue” e della “razza” e nella conseguente costituzione del cittadino universale.

Ciononostante, tutti questi studiosi avrebbero concordato nell’accordare un ruolo preminente all’economia nella determinazione degli avvenimenti storici limitatamente al periodo compreso tra il XVIII ed il XIX secolo. In questo senso il “determinismo economico” sembra solo un altro nome per “sistema di mercato”.

In questo capitolo (pag. 188) si enuncia la critica di Polanyi all’interpretazione marxista della storia, laddove anch’essa si basa sull’assunto che la “posizione ordinante” dell’economia non fosse un dato riconducibile al circoscritto periodo storico che vide la nascita e lo sviluppo dell’industria e, parallelamente, del sistema di mercato, ma come elemento caratterizzante l’intera storia dell’umanità (materialismo storico): “Dove il marxismo errò, fu nel vedere nel determinismo economico una legge generale della storia umana. È vero invece l’opposto.”

Segue la confutazione della tesi (von Hayek, Burnham) secondo le quali le libertà individuali (e i diritti civili) si sarebbero sviluppate parallelamente all’organizzazione capitalistica di mercato (fino a qui l’autore concorda) e che l’eventuale passaggio ad un’economia altra (pianificata) avrebbe cancellato tali libertà. Il capitolo si conclude con un raffronto del pensiero dell’autore con quello di Weber e con una ridefinizione del significato di “generale” nella dicitura “storia economica generale” che dal qualificare la dimensione storica (in senso diacronico) passa a designare la dimensione economica e il posto che essa occupa nella storia di tutte le civiltà.

Filosofie in conflitto nella società moderna”

In questo capitolo, pag. 227, Polanyi sostiene che, in funzione della composizione sociale di una nazione al momento dell’avvento della democrazia istituzionale, si darà luogo a un sistema:

  • Liberale come in Inghilterra, dove ciò avvenne ancor prima della nascita di una “classe operaia”; 1642 – 1651
  • Egualitario come in Francia, dove, al momento della Rivoluzione, era già ben sviluppata una classe di lavoratori salariati; 1789
  • Socialista come in Russia, dove era presente una classe operaia, per quanto numericamente ancora poco sviluppata, che fu comunque determinante nel condizionare le sorti della Rivoluzione d’Ottobre; 1917

In questo stesso capitolo è rilevante il paragrafo 6.2 – “Il mercato autoregolantesi e i suoi effetti sociali” (pag. 236) – ove si sottolinea ancora una volta la paradossalità dell’inclusione della Terra e del Lavoro nella sfera del mercato autoregolantesi, conformemente alla teoria economica classica. Ciò in quanto la Terra corrisponde all’Ambiente: essa non può essere “prodotta”. Il Lavoro poi è inscindibilmente connesso all’Uomo che lo produce e non si presta alla mercificazione se non a danno della sua stessa umanità. La Moneta è per Polanyi, con la Terra e il Lavoro, per ragioni diverse, la terza “merce fittizia”.

In questo saggio si parla anche del compromesso raggiunto in Inghilterra tra laissez-faire e “governo popolare”. Sempre qui troviamo numerosi richiami al ruolo del cristianesimo e dei gruppi politici “cristiano-sociali”. A pag. 239 – fine capitolo, è degna di nota la tesi sulle origini del fascismo come tentativo di salvaguardia dell’industria: “L’intero processo può essere così sintetizzato: si giunse ad un punto in cui né il sistema politico, né il sistema economico funzionavano in maniera soddisfacente. Una sensazione di generale insicurezza si impadronì della società. Fu imboccata la scorciatoia fascista per salvaguardare la produzione al prezzo del sacrificio della democrazia. Un sistema democratico avrebbe potuto essere preservato unicamente mediante il mutamento nell’assetto della proprietà. Di conseguenza, la distruzione delle istituzioni democratiche rappresentò uno strumento di protezione per la salvaguardia del sistema industriale.

“La filosofia democratica tende ad essere socialista, quella del laissez-faire tende ad essere antidemocratica.”

Il paragrafo 10.1 – pag. 254 è dedicato a mostrare l’incompatibilità tra economia del laissez-faire e governo popolare.

Al punto 10.2 troviamo un’apparente contraddizione dell’autore che sostiene che “il sistema economico”, in un regime di proprietà privata dei mezzi di produzione, non avrebbe sopportato l’ingerenza esterna dei governi sul sistema industriale in quanto ciò avrebbe compromesso, secondo la tesi liberista, la capacità del mercato di autoregolarsi e, con essa, le libertà civili sviluppatesi parallelamente al sistema economico. Si tratta di una contraddizione solo apparente: in realtà, l’autore ritiene che un’economia di mercato possa basarsi unicamente sul principio dell’autoregolazione (la “sensibilità” del sistema di mercato nella determinazione dei prezzi) e che, per superare questo perverso assetto, si debba passare a un sistema economico di tipo pianificato, cioè socialista e, come implicazione, al superamento della proprietà privata dei mezzi produzione.

Qui si trova l’interpretazione del fascismo come sfida alla democrazia, che si dà quando nella relazione tra governo popolare (democrazia) e sistema industriale\finanziario ha la meglio il secondo (ogni riferimento al presente è del tutto superfluo). Il tutto si dà in un momento di crisi dovuto all’impossibilità dei sistemi nazionali, per effetto della loro crescente rigidità economica dovuta agli esiti delle politiche dei governi popolari (relativa emancipazione dei ceti lavorativi), di adattarsi alle dinamiche storiche internazionali, a loro volta compromesse dal crollo del gold-standard.

Il fascismo si ripromette di “riformare” il sistema capitalista attraverso tre fattori: 1) critica delle crisi economiche e della mancanza di pianificazione; 2) superamento della condizione di instabilità dei lavoratori; 3) limitazione dei divari reddituali, sia in alto che in basso. Il fascismo storico si proponeva cioè come sistema per il superamento dei fenomeni estremi prodotti dal capitalismo del laissez-faire, come suo regolatore.

Eclissi del panico e le prospettive del socialismo”

Nel capitalismo liberale l’economia di mercato è di tipo autoregolantesi. Il meccanismo incorpora i mercati concorrenziali della Terra (Ambiente), del Lavoro (Uomo) e della Moneta (Equivalente universale). In tutti e tre i casi si tratta di merci improprie.

  • Ciò determina dei gravi pericoli, in particolare per l’uomo e il suo ambiente. Ne conseguono reazioni di tipo protettivo;
  • Se queste reazioni portano ad interventi disordinati sul sistema di mercato, esse possono produrre dei danni dal punto di vista strettamente economico;
  • Qualsiasi ipotesi di intervento pianificato sull’economia produrrebbe il panico nei mercati finanziari.
  • Ancora una volta, si esplica la critica di Polanyi a un sistema di mercato autoregolantesi che comprenda il lavoro (cioè l’uomo) e la terra (cioè l’ambiente naturale in cui l’uomo vive e di cui ha bisogno per vivere). A pag. 261, verso la fine, si incontra l’abbozzo di un pensiero ecologico ante litteram.

    Il senso del capitolo potrebbe essere che il Capitalismo non consente forme di condizionamento economico dall’esterno del mercato, che potrebbero rivelarsi persino controproducenti! Quindi, o Capitalismo (senza freni) o Socialismo (liberale). Sovviene in proposito il motto luxemburghiano “Socialismo o Barbarie”.

    Il tramonto della Civilizzazione del XIX secolo”

    In questo capitolo viene presentata “La teoria della causa esterna”: secondo questa teoria, la dissoluzione del sistema di valori e di ideali ma anche dell’equilibrio economico e politico mondiale su cui si basava la civiltà del XIX secolo, è da attribuire al venir meno del gold-standard, quale sistema internazionale di regolazione degli scambi. Come si può ricavare dalla lettura dei primi capitoli de “La grande trasformazione”, in realtà quella civiltà si basava su quattro pilastri: governo liberale, mercato autoregolato, equilibrio di potere e base aurea, appunto. A crollare furono tutti insieme questi pilastri, durante gli anni ’30 del secolo scorso. A innescare il crollo a catena, la rottura dell’equilibrio internazionale europeo con il costituirsi della Triplice Alleanza ed il venir meno delle dinamiche a tre (con riferimento alla Teoria dei giochi).

    Ciò ha portato alla generalizzazione delle tendenze autarchiche (quelle fasciste volte a fini imperiali, quelle liberali comunque finalizzate a una pacifica collaborazione tra nazioni). A far “saltare” il gold-standard, secondo Polanyi, è stato il progressivo irrigidimento dei sistemi nazionali dovuto al dispiegarsi delle politiche dei governi popolari.

    La tendenza verso una società integrata”

    In questo capitolo si condensa il nucleo teorico del pensiero di Polanyi “Una società che racchiude al suo interno una sfera economica autoregolantesi è pura utopia!”

    Le ragioni del crollo del sistema aureo e con esso del sistema degli scambi internazionali verificatosi nel 1° dopoguerra è imputabile al reciproco condizionamento (negativo) tra sfera economica (capitani d’industria) e politica (parlamenti democratici).

    Postfazione

    Troviamo qui evidenziata la centralità delle esigenze dell’agricoltura, come valutate dalle associazioni dei produttori, rispetto alle quali sono poste in subordine le forme dell’organizzazione industriale: incontriamo qui l’impostazione fisiocratica del pensiero di Polanyi. Per effetto di questa preminenza, l’aumento della produttività dei terreni legato all’introduzione delle macchine nell’attività agricola in epoca protocapitalista favorì dapprima il miglioramento dello standard di vita dei lavoratori agricoli (quale conseguenza delle rivoluzioni politiche) e solo in seguito quello degli impiegati dell’industria.

    Per un’analisi più approfondita del principio fisiocratico si veda in particolare il saggio “Quel che conta oggi”. Nei saggi “Come fare uso delle scienze sociali” e “Sulla teoria politica” è esaminata la questione delle scienze sociali e del rapporto tra scienza e conoscenza

    Il pensiero politico di Polanyi designa come termine irriducibile (e irrinunciabile) di ogni sistema sociale “il politico” non “l’economico”, che l’autore ritiene solo congiunturalmente, con riferimento al XIX secolo, storicamente elevabile al rango di “fattore guida della società e delle sue istituzioni”. Tale condizione non è affatto “connaturata”, come sostiene la dottrina liberalista, nella condizione umana (il preteso homo-oeconomicus), ma è bensì frutto dell’azione politica e istituzionale storicamente circoscritta delle classi padronali, come l’autore dimostra attraverso la disamina storico-antropologica delle società del passato. Egli sostiene che applicare questa tesi al passato rappresenterebbe un semplice anacronismo mentre, per il futuro, sarebbe un mero pregiudizio.

    Al tema attualissimo della guerra è dedicato il saggio “La natura dell’accordo internazionale” in cui si gettano le premesse per il superamento dell’”istituzione guerra” attraverso la costituzione di un governo mondiale (Le Nuove Nazione Unite, di cui proprio oggi sentiamo la grande mancanza e la cui effettiva costituzione sembra di là da venire). Sempre sul tema, vedasi anche “Il significato della Pace” e “Le radici del pacifismo”, articoli nei quali si criticano gli approcci pacifisti basati sulla semplice morale (propri delle così dette anime belle), che non tengano conto che la guerra è un’istituzione che, per essere soppiantata, deve essere sostituita da un’altra.

    Di grande rilievo ed attualità, per la politica basata sul modello rappresentativo, il saggio sulla figura dello statista “Opinione pubblica ed arte del governo” nel quale questa qualifica viene attribuita al governante che sappia leggere “l’opinione diffusa”, elemento dell’espressione sociale più profondo dell’opinione pubblica, quale fattore contenente le premesse per il grande cambiamento necessario a superare la minaccia del “pericolo attuale e dei pericoli futuri imminenti”.

    La tesi conclusiva e fondamentale che emerge dalla lettura dei saggi contenuti in questa raccolta è che oggi, epoca di potenziale abbondanza dove la scarsità è prodotta artificialmente3, sia finalmente possibile il simultaneo conseguimento della libertà e della giustizia, condizione che invece in precedenza, nella storia del Capitalismo, non si è mai verificata.

    Note

    1 – «Il mercato agisce come un confine invisibile che isola tutti gli individui nelle loro attività quotidiane, come produttori e consumatori. Producono per il mercato, sono riforniti dal mercato. Oltre non possono andare, per quanto desiderosi di servire i loro simili. Ogni tentativo di essere d’aiuto da parte loro viene immediatamente frustrato dal meccanismo del mercato. Dare via i propri beni a un prezzo inferiore a quello di mercato avvantaggerà qualcuno per un breve periodo, ma manderebbe anche il vicino fuori dal mercato e alla fine rovinerebbe il tuo, con conseguenti perdite di lavoro per coloro che dipendono dalla tua fabbrica o impresa. Fare più del dovuto come lavoratore peggiorerà le condizioni di lavoro dei tuoi compagni. Rifiutandoti di spendere in beni di lusso, farai perdere il lavoro ad alcune persone, rifiutandoti di risparmiare farai lo stesso ad altre. Finché seguirai le regole del mercato, comprando al prezzo più basso e vendendo al prezzo più alto qualsiasi cosa tu stia trattando, sarai relativamente al sicuro. Il danno che stai facendo ai tuoi simili per servire il tuo stesso interesse è, quindi, inevitabile. Più completamente, quindi, si scarta l’idea di servire i propri simili, più efficacemente si può ridurre la propria responsabilità per il danno fatto agli altri. In un tale sistema, agli esseri umani non è permesso essere buoni, anche se lo desiderano».

    2 – Attraverso il tema della libertà, in Polanyi la “valorizzazione dell’unicità dell’individuo contro ogni forma di collettivismo sociale” si sposa mirabilmente con la critica radicale di quella forma di liberalismo che – come ha scritto Giacomo Marramao in “Dono, scambio, obbligazione: il contributo di Karl Polanyi alla filosofia sociale” – «presupponendo l’individuo, cioè considerandolo già costituito e non invece prodotto di un processo di costituzione, finisce per svuotarlo di ogni significato riducendolo ad à-tomon – appunto in-dividuum – lo estrapola da quei nessi, quei legami, quei processi costitutivi che soli possono costituirlo come individuo».

    3 – Se nell’arco di vita di Karl Polanyi (1886 – 1964) era già concreta la grande abbondanza di beni frutto della potenza produttiva della grande industria, oggi, nell’epoca del così detto capitalismo cognitivo, dove l’informazione assurge a bene principe nelle relazioni economiche e sociali in genere, la scarsità è prodotta artificialmente, ai fini del profitto e della rendita per pochi, attraverso dispositivi giuridici (copyright, brevetti e segreto industriale, diritti editoriali) ed economici (monopoli, oligopoli e cartelli). Jeremy Rifkin, nel suo “La società a costo marginale zero. L’Internet delle cose, l’ascesa del Commons Collaborativo e l’eclissi del capitalismo” focalizza la sua attenzione sul carattere peculiare del bene-informazione che, a differenza dei beni materiali, ha un costo di riproduzione tendente a zero.

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    Appunti di lettura: Karl Polanyi, “Per un nuovo Occidente”

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    L’opera che qui presentiamo, “Per un nuovo Occidente”, è una raccolta di saggi scritti tra il 1919 e il 1958. Questa raccolta di scritti molto vari può costituire una valida t

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    Appunti di lettura: Karl Polanyi, “Per un nuovo Occidente” | Rizomatica

    “The economic system is, in effect, a mere function of social organization”*…

    A statue in the likeness of a police officer stands watch over a smart highway in Jinan, China, on April 18, 2024

    The AI race is, of course, afoot. But while most headlines focus on the new capabilities and benchmarks achieved by competing developers, Jeremy Shapiro reminds us that the winners in this race won’t necessarily be the most objectively capable, but rather the players who most effectively integrate the technology into their organizations, economies, and societies…

    Artificial intelligence has rapidly become a central arena of geopolitical competition. The United States government frames AI as a strategic asset on par with energy or defense and seeks to press its apparent lead in developing the technology. The European Union lags in platform power but seeks influence over AI through regulation, labor protections, and rule-setting. China is racing to catch up and to deploy AI at scale, combining heavy state investment with administrative control and surveillance.

    Each of these rivals fears falling behind. Losing the AI race is widely understood to mean slower growth, military disadvantage, technological dependence, and diminished global influence. As a result, governments are pouring money into chips, data centers, and national AI champions, while tightening export controls and treating compute capacity as a strategic resource. But this familiar race narrative obscures a deeper danger. AI is not just another general-purpose technology. It is a force capable of reshaping the very meaning of work, income, and social status. The states that lose control of these social effects may find that technological leadership offers little geopolitical advantage.

    History suggests that societies unable to absorb disruptive economic change become politically volatile, strategically erratic, and ultimately weaker competitors. The central question, then, is not only who builds the most powerful AI systems, but who can integrate them into society without triggering a societal backlash or an institutional breakdown.

    Karl Polanyi’s The Great Transformation, published in 1944, explains why the capacity to “socially embed” new market forces determines national strength. By “embeddedness,” Polanyi meant that markets have historically been subordinate to social and political institutions, rather than governing them. The nineteenthcentury idea of what he called a “self-regulating market” was historically novel precisely because it sought to “disembed” the economy from society and organize social life around price and competition rather than social obligation. As Polanyi put it in his most succinct formulation, “instead of economy being embedded in social relations, social relations are embedded in the economic system.”

    Writing in the shadow of the Great Depression, Polanyi argued that the attempt in the nineteenth century to create a self-regulating market society that treated labor, land, and money as commodities generated social dislocation so severe that it provoked authoritarian backlash and geopolitical collapse. Stable orders, he insisted, required markets to be re-embedded in social and political institutions. Where they were not, societies sought protection by other means, which often translated into support for fascist or communist regimes that promised to tame the market. Today, it often means electing populist leaders who promise to break the entire existing order, both domestic and international.

    Polanyi insisted that the idea of a “self-adjusting market implied a stark utopia” because such a system could not exist “for any length of time without annihilating the human and natural substance of society.” The interwar gold standard, for example, disciplined states in the name of efficiency, but it did so by transmitting economic shocks directly into social life. When democratic governments proved unable to shield their populations, they either abandoned the liberal economic order or turned authoritarian (or both)…

    [Shapiro considers the history of the 20th century, in particular the rise of Nazi Gernmany, sketches the state of play in the AI arena, considers the challenge of embedding the changes that AI will bring in The U.S., Europe, and China, then teases out the ways in which the “industrial revolution” is different from it predecessors (in particular, the mobility of capital, the services (as opposed to manufacturing)-heavy character of employment today, and the accelerating pace of tech deelopment. He concludes…]

    … Geopolitical competition in the AI age will not take place solely in clean rooms or data centers. It will also involve the less visible realm of social institutions: labor markets, communities, social protections, and political legitimacy. Polanyi teaches us that markets are powerful only when societies can bear them. When they cannot, markets provoke their own undoing and often in rather spectacular fashion.

    The West’s success in the Cold War owed much to its ability to reconcile capitalism with social protection. If the AI age is another “great transformation,” the same lesson applies. Chips matter. Data matters. But the ultimate source of power may be the capacity to re-embed technological change in society without sacrificing cohesion.

    That is not a liberal-progressive distraction from geopolitical competition. It is its hidden core.

    The Next Great Transformation,” from @jyshapiro.bsky.social and @open-society.bsky.social.

    For a complementary perspective (with special focus on the interaction between labor and the supply side of the economy) pair with: “Brave New World- a third industrial divide?” from @thunen.bsky.social in @phenomenalworld.bsky.social.

    And see also: “AI and the Futures of Work,” from Johannes Kleske (@jkleske.bsky.social). A response to dramatic predictions of AI’s impact– most recently, Matt Shumer‘s viral “Something Big Is Happening“: it’s a possible future, Kleske suggests. but only one possibe future– and one that, while plausible, isn’t likely (at least outside the rarified atmsphere of coding, in which Shumer operates). In a way that echoes Shapiro’s piece above, Kleske suggests that individuals need to better understand the technology in order to retain/regain some agency, and societies need the same kind of rekindled resistance to act clearly and with purpose in re-embedding AI, and markets, in society. Not the other way around… Resonant with the thinking of Tim O’Reilly and Mike Loukides featured here before: “The best way to predict the future is to invent it“; and with Ted Chiang‘s “ChatGPT Is a Blurry JPEG of the Web” and “Will A.I. Become the New McKinsey?” And then there’s the ever-illuminating Rusty Foster (riffing on Gideon Lewis-Kraus‘ recent New Yorker piece): “A. I. Isn’t People.”

    For a look at a high-value, trust-based use case for AI that seems to avoid the objections to AGI (and speak to Shapiro’s points), see “The Middle Game: Routers at the Edge,” from Byrne Hobart.

    But back to AGI… as Nicholas Carr observes, we might understand Bosrtrom’s “paperclip maximizer” “not as a thought experiment but as a fable. It’s not really about AIs making paperclips. It’s about people making AIs. Look around. Are we not madly harvesting the world’s resources in a monomaniacal attempt to optimize artificial intelligence? Are we not trapped in an “AI maximizer” scenario?”

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    As we digest development, we might recall that it was on this date in 1962 that an early precondition for the revolution underway was first achieved: telephone and television signals were first relayed in space via the communications satellite Echo 1– basically a big metallic balloon that simply bounced radio signals off its surface.  Simple, but effective.

    Forty thousand pounds (18,144 kg) of air was required to inflate the sphere on the ground; so it was inflated in space.  While in orbit it only required several pounds of gas to keep it inflated.

    Fun fact: the Echo 1 was built for NASA by Gilmore Schjeldahl, a Minnesota inventor probably better remembered as the creator of the plastic-lined airsickness bag.

    source

    #AI #artificalIntelligence #communications #communicationsSatellite #culture #Echo1 #GilmoreSchjeldahl #history #IndustrialRevolution #industrialRevolutions #KarlPolanyi #Polanyi #Science #society #Technology #TheGreatTransformation

    Zur Einleitung von Sven Beckerts Kapitalismus-Buch: Kapitalismus als Prozess

    Am Montag habe ich die Einleitung zu Sven Beckerts Geschichte des Kapitalismus (Beckert, 2025a) gelesen. Ich habe die englische Epub-Version gekauft; das Buch ist auch auf deutsch erschienen (Beckert, 2025b) und medial zu Recht gerade sehr präsent. Empfehlenswert zur Orientierung ist Thilo Jungs Gespräch mit Beckert bei „Jung und Naiv“ (Jung & Naiv, 2026). Die Einleitung ist sehr lesbar geschrieben. Beckert gibt einen Überblick über sein Buch und stellt seinen Zugang zum Gegenstand „Kapitalismus“ dar. […]

    https://wittenbrink.net/zur-einleitung-von-sven-beckerts-kapitalismus-buch-kapitalismus-als-prozess/

    Zur Einleitung von Sven Beckerts Kapitalismus-Buch: Kapitalismus als Prozess – Lost and Found

    Não sei se incorro num sacrilégio, mas o estado das coisas em 2026 me parece colocar #KarlPolanyi em posição de mto maior relevância q #KarlMarx. Especialmente nas Américas. Leia https://pt.wikipedia.org/wiki/A_Grande_Transforma%C3%A7%C3%A3o e me diga se o livro não é profético da nossa época. Poderia ter sido escrito hoje…

    Critiquem 😆🤭

    #marxismo #comunismo #socialismo

    A Grande Transformação – Wikipédia, a enciclopédia livre

    2 “ #Nature would be reduced to its elements, #neighborhoods and #landscapes defiled, #rivers polluted, #military #safety jeopardized, the power to produce #food and #rawmaterials destroyed.” - #KARLPOLANYI, THE GREAT TRANSFORMATION: THE POLITICAL AND ECONOMIC ORIGINS OF OUR TIME #institutions

    Klimapolitik, Geopolitik und Mario Draghis Rede – Überlegungen zum Standard-Interview mit Kywan Riahi

    Der Standard bringt heute ein langes Interview zur Festlegung der europäischen Klimaziele, dass Benedikt Narodoslawsky mit Kywan Riahi geführt hat (Narodoslawsky 2025b). Riahi sagt deutlich, dass Europa bis 2050 nicht CO2-neutral werden kann, wenn die Emissionen nicht bis 2040 um 90% gesenkt werden. Der Standard hat in der letzten Woche darüber berichtet, dass die ÖVP aktiv versucht, dieses Ziel zu blockieren (Narodoslawsky 2025a), die österreichische Regierung darüber aber nicht einig ist. Über die Konflikte auf der europäischen Ebene gibt es einen ausführlichen Artikel im Guardian (Harvey 2025). Macron und Merz spielen hier unrühmliche Rollen und setzen dabei offenbar auch auf den Antieuropäer Orbán. […]

    https://wittenbrink.net/klimapolitik-geopolitik-und-mario-draghis-rede-ueberlegungen-zum-standard-interview-mit-kywan-riahi/

    Klimapolitik, Geopolitik und Mario Draghis Rede – Überlegungen zum Standard-Interview mit Kywan Riahi – Lost and Found