#Askatasuna, #Maresca: "Indagare i responsabili per #terrorismo ed #eversione"
https://www.larampa.news/2026/02/askatasuna-maresca-indagare-responsabili-terrorismo-eversione/
Il contesto in cui si formò la Banda della Magliana
Destrutturata sul finire del 1976 l’epopea marsigliese, rea di aver ostentato pubblicamente trasversalità e connivenze occulte del proprio agire <665, saranno ancora i sequestri di persona la chiave di volta per il riassestamento dei vuoti originatisi all’interno del network. Complici l’endemica conflittualità <666 a cui fu relegato sin da genesi il circondario romano, e la predominanza di un meticciato malavitoso sintesi dell’orizzonte frontaliero su cui andarono a stabilirsi quelle che il sociologo Martone ha brillantemente definito “mafie di mezzo” <667, Roma assistette alla germinazione del primo sodalizio di matrice autoctona. Si trattò di un processo tutt’altro che spontaneo, il cui movente va ricercato nelle fotografie sbiadite della periferia a sud della capitale. Un filo nero preesistente alle notorie gesta della tanto romanzata Banda della Magliana e la cui veemenza simbolica è raccolta nelle fondamenta del Fungo, noto ristorante del quartiere Eur e luogo di ritrovo di rampolli neofascisti e ambasciatori della mala nostrana. Un rapporto di P.S datato 18 ottobre 1975, ed il cui sunto è riportato – per bocca del funzionario Ferdinando Guarino – nelle “eccedenze” <668 del procedimento Olimpia <669, esprime la cifra dei personalismi condensati nell’epicentro laziale: “Altre alleanze le aveva stipulate … con Giuseppe Nardi la banda della Magliana. Infatti, vorrei ricordare a riguardo che nel 1975 Paolo De Stefano, elemento della famiglia De Stefano, vale a dire Paolo e … ed altri importanti esponenti della ‘ndrangheta, della … di Reggio Calabria vennero sorpresi al ristorante il Fungo, vennero sorpresi al
ristorante … da personale della Squadra Mobile che era ivi in servizio per la cattura del latitante Saverio Mammoliti. Insieme a Paolo De Stefano vi era, appunto, Giuseppe Nardi, vi era anche Giuseppe Piromalli e Pasquale Condello. […] A Roma. Ristorante all’EUR di Roma. E … addosso al Piromalli fu anche rinvenuta una banconota proveniente dal riscatto di Paul Ghetty junior, una banconota di 50 mila lire…” <670.
Con Nardi, Piromalli, Condello e i De Stefano, al Fungo furono identificati anche altri uomini, delinquenti autoctoni dalle spiccate qualità intermediatorie. Saranno loro, assieme agli esuli mafiosi sbarcati nella metropoli in cerca di fortune, a costituire quel capitale sociale che renderà unica l’esperienza del cartello maglianese. Si tratta di una questione di primaria importanza negli studi sulla malavita romana, assunta a metronomo della sua coriacea vivacità politica in ragione della varianza di legami ponte raffigurabili da suddetti individui. Si può notare, quindi, come in virtù di tale ragionamento sia fallace – e anacronistica – l’interpretazione maggioritaria che scorge nel sequestro del Duca Grazioli Lante della Rovere (1977) la conditio sine qua non del sistema “Magliana”. Siffatta impostazione è percepibile nel vizio metodologico alla sua base, inficiante l’erroneo posizionamento di prospettiva nel campo. Ad un’indagine sui motivi del riuscito condizionamento territoriale (power syndacate) <671 da parte dei gruppuscoli rionali convogliati nella Banda, non è seguita un’altrettanta metodica esplorazione sul versante organizzativo dei traffici illeciti (enterprise syndacate) <672, rendendo parziale il tentativo di porre in risalto le ambivalenze organizzative <673 insite nel suo gene. Ecco perché, in considerazione del nostro quesito di ricerca, diviene centrale comprendere di quali meccanismi intermediatori si sia popolata l’anticamera maglianese ed in quali termini operativi l’eversione nera abbia inciso nell’organizzazione delle attività criminali. In tale prospettiva vanno inquadrate le condotte di certe figure cerniera, la cui versatilità nel network funse da sintesi nell’interlocuzione tra sodalizi storici e criminalità comune. È il caso di Gianfranco Urbani detto “er pantera”, commensale del romanissimo Manlio Vitale nella riunione dell’Eur, e riconosciuto da personalità del calibro di Maurizio Abbatino e Antonio Mancini quale anello di congiunzione con le cosche del mandamento centrale e della Piana di Gioia Tauro. Un oscuro consigliere il cui operato intersecò anche l’assassinio del giudice Occorsio, legatosi nel suo ultimo periodo di vita al confidente ‘ndranghetista Totò D’Agostino, stroncato anch’esso poche settimane (2 novembre del ’76) dopo la morte del magistrato da una raffica di mitra esplosa da uomini del clan Papalia <674. In un contesto a forte radicamento sociale, i maglianesi hanno rimarcato scelte tipiche delle esperienze criminali indo-asiatiche, prediligendo la costruzione di due livelli di capitale sociale: quello bridging <675, il cui accesso sarebbe stato garantito a gruppi eterogenei in collegamento reciproco; e quello linking <676, indispensabile per il drenaggio di risorse economico-politiche con i soggetti muniti di forte autorità nella scala sociale. Dunque, non sembrerebbe lasciata al caso la scelta di imbastire relazioni anche con gli altri due sodalizi tradizionali, rappresentati sul territorio con paradossale antiteticità. Mentre la camorra cutoliana, interessata alla preservazione di fette di controllo sul litorale tirrenico, investì della dote di ambasciatore lo spregiudicato Nicolino Selis, futuro leader della batteria di rapinatori proveniente da Acilia, Cosa Nostra si interfacciò con le neofite formazioni autoctone riproponendo lo schema bidirezionale tipico della mafia palermitana. Il livello d’interlocuzione politica fu delegato al gruppo di faccendieri orbitante attorno a Domenico Balducci, Ernesto Diotallevi, Flavio Carboni, Danilo Sbarra e Francesco Pazienza. Il gradino inferiore, invece, vide la primazia di un uomo transitato in ogni fase della storia criminale capitolina. Per via della sua pubblica vocazione fascista, Danilo Abbruciati, detto “er camaleonte”, si rivelò un fedele servitore del federalismo sovversivo citato nelle pagine che ci precedono <677. Racconta Maurizio Abbatino in un interrogatorio del 18 novembre 1992 <678: “Qualche tempo prima dell’omicidio Balducci, su invito di Danilo Abbruciati, io, lo stesso Abbruciati, Edoardo Toscano e Renato De Pedis, avevamo incontrato Ernesto Diotallevi, il quale, se non ricordo male, aveva un banco presso i mercati generali, dove avvenne l’incontro. Abbruciati ci presentò al Diotallevi come esponenti della Banda della Magliana. L’incontro, per quanto noi ne sapevamo, aveva lo scopo di istituire, in funzione dell’approvvigionamento di eroina a noi necessaria, un contatto con dei siciliani, facenti capo, a Roma, a Pippo Calò, il quale li rappresentava. Infatti, il Diotallevi era in rapporti con Calò e dunque l’incontro poteva esserci di una qualche utilità, tanto che, proprio a seguito di esso, apprendemmo che il gruppo di Testaccio aveva aperto un suo canale di rifornimento di eroina con la famiglia Bontate di Palermo, eroina che dividevano con noi. In realtà, per Abbruciati, il farci incontrare con il Diotallevi aveva anche lo scopo di dimostrare un suo peso specifico nell’ambito della malavita romana, necessario a lui onde porsi come interlocutore, su Roma, della mafia stessa” <679.
[NOTE]
665 Albert Bergamelli pagherà con la vita le rivelazioni seguenti al suo arresto. Il 31 agosto 1982 verrà assassinato nel carcere di Ascoli Piceno dall’ex brigatista Paolo Duongo. Jacques Renè Berenguer, invece, venne ritrovato senza vita nel carcere di Nizza il 14 dicembre 1988.
666 E. CICONTE, L’assedio. Storia della criminalità a Roma da Porta Pia a Mafia Capitale, Carrocci editore, Roma, 2021, pag. 95.
667 V. MARTONE, Le mafie di mezzo. Mercati e reti criminali a Roma e nel Lazio, Donzelli, Roma, 2017.
668 B. TOBAGI, L’uso delle fonti giudiziarie per la ricerca storica: problemi di metodo, di conservazione, di accessibilità, Archivi memoria di tutti le fonti per la storia delle stragi e del terrorismo, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo direzione generale per gli archivi, 2014.
669 Tribunale Di Reggio Calabria Corte Di Assise Seconda Sezione P.P. Olimpia Sentenza Procedimento Penale Olimpia Nr. 46/93 R.G.N.R. D.D.A. Nr. 72/94 R. G.I.P. D.D.A N. 3/99 Sentenza N. 18/96 R.G. Assise, p. 676. Deposizione dott. Guarino Ferdinando, funzionario di P.S.
670 Ibidem.
671 A. BLOCK, East West Side. Organizing crime in New York 1930-1950, University College Cardiff Press, Cardiff, 1980.
672 ibidem.
673 R. SCIARRONE, Il capitale sociale della mafia. Relazioni esterne e controllo del territorio, Quaderni di Sociologia, n. XVIII, 1998.
674 Il nesso tra l’omicidio Occorsio e la morte di D’Agostino e ben centrato dal testo di E. CICONTE, L’assedio. Storia della criminalità a Roma da Porta Pia a Mafia Capitale, Carrocci editore, Roma, 2021, pag. 101. Di pregevole fattura anche il contributo di A. BECCARIA, F. REPICI, M. VADUDANO, I soldi della P2, Sequestri, casinò, mafie e neofascismo: la lunga scia che porta a Licio Gelli, Paper First editore, Roma, 2021, pp. 30-33.
675 T.W. LO, Beyond Social Capital: Triad Organized Crime in Hong Kong and China, The british Journal of criminology, 50, n. V, pp. 851-868.
676 Ibidem.
677 Il collante fra questi due livelli va ricercato nelle speculazioni edili avviate sul finire degli anni Settanta in Sardegna. Le rivelazioni di Flavio Carboni dinnanzi al Tribunale penale di Roma in data 5 giugno 1994 raccontano della possibilità di investire i capitali di provenienza illecita in attività formalmente lecite, convogliando ingenti somme di denaro versate da Diotallevi, Abbruciati, Giuseppucci e piccoli esponenti del terrorismo nero. Le operazioni si sarebbero svolte sotto l’egida di Domenico Balducci, noto usuraio vicino a Danilo Sbarra, al finanziere italo svizzero Lay Ravello e al Carboni stesso. Il Balducci, in questa sua opera di intermediazione, sarebbe così divenuto referente
privilegiato di Calò, latitante a Roma sotto il falso nome di Mario Agliarolo (o Mario Salamandra) e futuro padrino di battesimo proprio del figlio di Ernesto Diotallevi.
679 Tribunale di Roma, sentenza-ordinanza contro Abbatino Maurizio + altri, n. 1164/87A G.I., n. 8800/86A P.M, giudice istruttore dott. Otello Lupacchini, giugno 1993, pag. 93.
Giuliano Benincasa, Criminalità Organizzata. Sviluppo, metamorfosi e contaminazione dei rapporti fra criminalità organizzata ed eversione neofascista: ibridazione del metodo del metodo mafioso o semplice convergenza oggettiva?, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2020-2021
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Angleton si fece consegnare dai partigiani che l’avevano catturato il comandante della X MAS Junio Valerio Borghese
Mi sono soffermato molto sull’aspetto internazionale e sul legame con gli ambienti della NATO che ha avuto la strategia della tensione; adesso voglio invece approfondire il fronte interno, parlando delle responsabilità degli attori dello stato e ripercorrendo brevemente la storia post-bellica dei servizi segreti, per analizzare il ruolo che hanno avuto nella strategia della tensione. Nel primo capitolo ci sono molti riferimenti a ciò che è stato il depistaggio praticato dai servizi segreti italiani, benché spesso manipolati da quelli anglo-americani. L’azione di depistaggio ha avuto la finalità di distogliere l’attenzione dalle forze eversive di destra (quelle effettivamente colpevoli degli attentati), cercando di far ricadere la colpa delle stragi sui gruppi extraparlamentari di sinistra. L’atto di nascondere le trame eversive rappresenta di per sé un reato e una colpa molto gravi, ancor più grave è coadiuvare la strategia e operare per il proseguo di essa. Ciò nonostante essa, non ha preso forma in seno a gruppi eversivi nascosti e segreti, ma questi sono stati un mezzo con il quale attori di tutt’altro contesto hanno ricercato un fine. Un fine che riguardava la stabilità di una forma di governo, la quale garantisse ai partiti di centro (la Dc su tutti) la continuità sulla determinazione dell’indirizzo politico dell’Italia.
L’implicazione delle istituzioni dello Stato rimanda a un argomento molto importante e delicato che ho già accennato nel primo capitolo: la continuità tra Stato fascista e Repubblica democratica. D’altronde, ciò ha significato l’assegnazione di esecutori materiali del regime a posizioni di vertice nel nuovo Stato. Pochissimi vennero condannati a morte; le detenzioni, anche di chi si era macchiato di crimini contro il popolo italiano stesso, furono molto brevi. Cito nuovamente il libro dello storico Davide Conti, Gli uomini di Mussolini (2017), che fa una panoramica precisa della situazione: «”Se c’era un’istituzione che l’8 settembre si era dissolta in modo sfacciato e insieme tragico di fronte agli occhi di tutti gli italiani, questa era l’esercito”. La rotta del regio esercito e lo sbando totale delle truppe in Africa, nei Balcani, in Russia fino all’abbandono simbolico della capitale, lasciata in balia dei tedeschi dopo la fuga del re e dei massimi vertici militari, avrebbero dovuto costituire la premessa storica, politica e istituzionale per una cesura irriducibile tra l’eredità dello Stato sabaudo e la nascita della Repubblica democratica. Al contrario, proprio in questa leva nevralgica della ricostruzione istituzionale si verificò un visibile fenomeno di convergenza: degli apparati del regno del Sud a conduzione monarchica; delle gerarchie militari che avevano guidato tutte le guerre fasciste del Ventennio; di elementi dell’esercito della Repubblica sociale. La composizione, dapprima relativa e poi progressivamente sempre più organica, di questo blocco continuista determinò un assetto interno alle istituzioni in grado di indirizzare scelte, linee politiche, procedure legislative e amministrative ostili all’avvio di un processo di sostanziale rinnovamento dello Stato» <101. Effettivamente un auspicabile rinnovamento non c’è stato. Nonostante il notevole ampliamento della libertà, come sottolinea l’articolo 13 della Costituzione italiana, e altri vari elementi di discontinuità, il fatto di essere governato da una classe dirigente organica rispetto al Ventennio ha in parte reciso questa libertà del popolo italiano. Come la libertà di quelle persone di andare in una banca, prendere un treno, o trovarsi in piazza per una manifestazione senza rischiare la propria vita.
Manlio Milani, sopravvissuto alla strage di piazza della Loggia, nella quale perse la moglie, scrive nella sua testimonianza che la condanna all’ergastolo di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, gli ordinovisti veneti autori della strage, ha in qualche modo riconciliato i familiari delle vittime con le regole democratiche. La volontà e l’obiettivo di chi studia e chi scrive a riguardo del periodo stragista è una riconciliazione dell’intero paese. «Ma è doveroso domandarsi: a quali condizioni e con quali modalità l’attuale frattura tra verità giudiziaria, verità storica e coscienza collettiva può essere ricomposta? Non di certo attraverso le annuali “commemorazioni” di rito delle tragedie del terrorismo. In realtà una “memoria” degna di questo nome, fondativa di un’autentica operazione di giustizia verso le vittime, i loro familiari e il Paese intero, non può andare disgiunta dal sommo valore della verità, o almeno, più umilmente, da quei frammenti di verità che la ricostruzione storica elaborata dai saggi ospitati in questo volume ci pare sia in grado di offrire oggi alla consapevolezza e alla sensibilità degli studiosi, dei rappresentanti delle istituzioni e della collettività. La ricordata sentenza di condanna di Maggi e Tramonte è per molti versi un documento di eccezionale valore, su cui è necessario meditare perché stabilisce con esemplare chiarezza che “lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell’opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze […] individuabili ormai con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato, nelle centrali occulte di potere, che hanno, prima, incoraggiato e supportato lo sviluppo di progetti eversivi della destra estrema, ed hanno sviato, poi, l’intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche» <102.
Del ruolo dei servizi segreti italiani ho parlato spesso, l’implicazione è evidente; si può dire che non depone a loro vantaggio il fatto che gli archivi dei centri territoriali del SID, in particolare di quello di Padova, una città chiave per le ragioni che conosciamo, siano stati distrutti a metà degli anni Ottanta. Stando a quanto ha dichiarato il maggiore Giuseppe Bottallo, ciò è dipeso da un ordine dell’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del SISMI (ex SID) <103. Questo tipo di decisione alimenta la tesi del totale coinvolgimento nelle trame dei decenni precedenti, inoltre lascia spazio a supposizioni di vario genere. Per esempio, che cosa si sarebbe ulteriormente scoperto se gli archivi del SID fossero rimasti intatti? E ancora, c’è chi a livello politico ha fatto pressioni affinché gli archivi venissero distrutti? Sicuramente le informazioni contenute negli archivi avrebbero danneggiato ulteriormente l’immagine di determinati personaggi; forse sarebbero uscite nuove verità. Quello che sappiamo però è già parecchio e ci permette di tracciare un breve quadro storico dei Servizi segreti, ma occorre procedere passo per passo.
Per ripercorrere le tappe del Servizio segreto italiano, occorre tornare ai primi anni successivi alla caduta del fascismo. Ho parlato in precedenza di James Angleton, membro della CIA, il quale trascorse molti anni a Roma. Un’operazione effettuata da James Angleton fu, come vedremo, il recupero del poderoso archivio della polizia segreta fascista grazie all’aiuto del commissario di polizia Federico Umberto D’Amato. Ma tra le prime vi fu, molto importante da sottolineare, l’operazione effettuata il 30 aprile 1945 a Milano, dove Angleton si fece consegnare dai partigiani che l’avevano catturato il comandante della X MAS Junio Valerio Borghese. Poi lo accompagnò a Roma sotto la sua personale protezione, assicurandogli un destino sicuramente più benevolo di quello che gli sarebbe stato riservato a Milano dal Comitato di Liberazione Nazionale e anche un futuro di avventure reazionarie. A fargli da assistente fu proprio D’Amato, il quale venne da subito ben visto da Angleton che lo giudicava un volenteroso apprendista. L’agente CIA chiarì, in parole semplici, che dopo la sconfitta del fascismo il nuovo nemico era il comunismo. Per combatterlo è sicuramente utile allearsi con i fascisti, il nemico di prima, che non chiede altro <104. Angleton e i suoi agenti, fecero un colpo sensazionale visti gli effetti che esso provocò nei decenni successivi nel nostro paese: «tra la fine del 1944 e l’inizio del 1946, riciclarono nei propri apparati la rete dell’OVRA fascista <105, impossessandosi del poderoso archivio allestito durante il Ventennio». Questo avrebbe portato a un lungo gioco di ricatti e intossicazione della vita pubblica, rivelandosi decisivo per le vicende interne del nostro paese. «Insieme a spezzoni del vecchio Battaglione 808 dei carabinieri, infatti, quel colpo avrebbe anche partorito una sorta di cabina di regìa della strategia della tensione, tra la fine degli anni Sessanta e buona parte dei Settanta del Novecento; il famigerato Ufficio affari riservati del ministero degli Interni, diretto per lungo tempo da Federico Umberto D’Amato. E fu proprio lui, D’Amato, all’epoca già alle dirette dipendenze di James Jesus, a condurre in porto quella che passò agli annali come l’”Operazione Leto”, Guido Leto, il potentissimo capo dell’OVRA» <106. D’Amato ebbe il compito, affidatogli da Angleton, di prendere contatti con alcuni elementi della polizia politica della Repubblica sociale italiana. Tra questi c’era Guido Leto, che dopo gli incontri segreti con D’Amato, si consegnò al CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia). Leto entrò successivamente in contatto con alcuni rappresentanti del Governo Militare Alleato (GMA) al Nord, ovvero due militari dei servizi britannici, il maggiore Harris e il capitano Baker, indicando loro l’ubicazione degli archivi dell’OVRA. «Mentre tutti credevano che i capi della polizia fascista fossero agli arresti e in attesa di un processo, a sorpresa i due ufficiali inglesi decisero di collocare Leto in “libertà condizionata”, affidandogli “per conto del GMA” addirittura la “custodia degli archivi integrali”, con tutti i documenti raccolti durante il Ventennio e nel breve periodo della Rsi» <107. Quando da Roma ci si accorse che qualcosa non andava, venne emesso un mandato di cattura nei confronti di Leto da parte di Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio e nuovo alto commissario per le sanzioni contro il fascismo. Questa decisione provocò forti malumori nell’intelligence americana, la consegna del capo dell’OVRA alle autorità italiane portò a reazioni molto dure da parte della sede romana dell’OSS. «E non è azzardato ipotizzare che dietro ci fosse proprio lo zampino di Angleton. Il Servizio segreto Usa temeva un eventuale processo ai vertici della polizia fascista. […] l’OSS temeva che da un eventuale processo pubblico emergessero i legami che americani e inglesi avevano coltivato durante il Ventennio con gerarchi fascisti e l’alta burocrazia dello Stato; e che fossero scoperte le reti spionistiche angloamericane all’interno del regime» <108. Questo passaggio riassume bene due aspetti fondamentali legati alla strategia della tensione: l’ingerenza dei Servizi segreti americani e britannici, già ben nota e approfondita; e la responsabilità dello Stato italiano in quanto non riuscì a prendere una netta distanza dal periodo fascista, anzi ne incarnò vari aspetti.
[NOTE]
101 D. Conti, Gli uomini di Mussolini, op cit., p. 189.
102 C. Fumian, A. Ventrone (a cura di), Il terrorismo di destra e di sinistra in Italia e in Europa, op cit., p. 9.
103 A. Ventrone, La strategia della paura, op cit., p. 253.
104 Gianni Flamini, Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere, Roma, Newton Compton editori s.r.l., 2012
105 Polizia segreta dell’Italia fascista. Compito dell’OVRA era la vigilanza e la repressione di organizzazioni sovversive, che tramassero contro lo Stato.
106 M. J. Cereghino, G. Fasanella, Le menti del doppio stato, op cit., pp. 57-58.
107 Ivi, p. 59
108 Ivi, p. 59-60.
Pietro Menichetti, L’Italia del terrore: stragi, colpi di Stato ed eversione di destra, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Anno Accademico 2019-2020
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Una costante rappresentata sia dai numerosi depistaggi, sia dagli apparati statali che obbedivano a logiche diverse rispetto a quelle democratiche
Come si è detto, molti (intellettuali, politici, giudici ecc.) hanno dato ai fatti accaduti in quegli anni un’interpretazione unitaria del fenomeno terrorista di matrice neofascista come di una gigantesco sistema di protezione del potere ordito dalla classe dirigente del Paese. Una classe dirigente senza scrupoli avrebbe guidato le operazioni terroristiche (e golpiste) allo scopo di trarre vantaggi politici (rafforzare deboli coalizioni governative, ottenere il voto degli elettori) e per eliminare il pericolo del sorpasso delle forze di sinistra. Il terrorismo nero non sarebbe stato altro che un componente di un piano molto più ambizioso: “la strategia della tensione”.
Questa posizione può essere riassunta nel famoso articolo di Pasolini pubblicato sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974 e dal titolo “Cos’è questo golpe? Io so”. <54 Una visione degli anni di piombo che godette di grandissima popolarità e conta ancora oggi un gran numero di sostenitori. <55
Tuttavia, un’immagine così unitaria dell’eversione neofascista non pare sufficiente a spiegare il fenomeno. Leggendo l’opera di Satta, centrando l’attenzione sull’attività degli apparati dello Stato coinvolti nella lotta antiterrorista ed esaminando i fatti, ci si rende conto che questi presentano una realtà contraddittoria e spesso rendono impossibile usare un’unica chiave interpretativa.
Analizzando cronologicamente l’attività terrorista di matrice fascista, ad esempio, si osserva che le date degli attentati non coinciderebbero con nessun concreto successo del PCI. <56 Non sarebbe dunque possibile giungere all’unica conclusione che questa non possa che essere considerata come una risposta anticomunista, dovuta al pericolo rappresentato dai crescenti successi del PCI in ambito politico. Invece, lo stragismo sarebbe stato, secondo Satta, la manifestazione di una strategia antisistema, antidemocratica e anticapitalista. Lo dimostrerebbero ad esempio le parole di Franco Freda, <57 nonché il fatto che una volta fallito l’obiettivo di destabilizzazione dell’ordine democratico, gli stessi terroristi avrebbero fatto un passo indietro. <58
D’altra parte, non si possono dimenticare le irregolarità commesse durante i processi, le collusioni dimostrate tra servizi segreti e ambienti neofascisti, le responsabilità dei dirigenti politici, degli organi di stampa, il coinvolgimento di istanze straniere, aspetti negativi solo parzialmente compensati dall’operato e dagli esiti in parte positivi di indagini e processi che avevano finito per individuare almeno la matrice degli attentati e messo in luce le irregolarità e collusioni di cui sopra.
Mirco Dondi giunge ad inserire il terrorismo degli anni di piombo all’interno della costruzione di uno “Stato intersecato”, nel quale diverse strutture si sovrapponevano facendo sì che uomini dei servizi segreti fossero allo stesso tempo parte delle organizzazioni eversive. <59 Le conseguenze sulla vita democratica di tale struttura sarebbero state devastanti: non solo attentati terroristici, ma la possibilità di influire sulle nomine delle forze armate e degli apparati di sicurezza, e condizionando la giustizia.
Invece, parlare di un vero e proprio “terrorismo o stragismo di Stato”, parrebbe improprio, essenzialmente perché “Stato” è un concetto complesso, in cui intervengono soggetti assai diversi tra loro. Durante “gli anni di piombo” le istituzioni dello Stato e della società civile (apparati di polizia, della magistratura, rappresentanti politici, i sindacati) hanno lavorato duramente e in una situazione sommamente difficile per sconfiggere il terrorismo. Mentre non esisterebbero prove che «un ceto dirigente di governo o una sua parte significativa abbiano pianificato stragi e assassinii». <60
Secondo Satta, questo uso improprio del concetto di strage, che si è propagato a macchia d’olio fra i giovani di sinistra e questa visione dello Stato italiano come di un assassino che addirittura pianifica gli attentati, si sommava, o ne era la conseguenza, ad un antistatalismo già diffuso nel Paese. <61 All’epoca ebbe senz’altro delle conseguenze importantissime e gravi, contribuendo a creare un ambiente propizio alla legittimazione di una risposta terroristica e violenta.
Tornando a Pasolini, si deve ricordare che il suo punto di vista non era né quello dello storico, né del giurista, ma di un intellettuale, un poeta, la cui missione, potremmo dire, è quella di illuminare i comuni mortali su una verità che va oltre i dati di fatto. Il contributo di Pasolini rimane estremamente prezioso in un’epoca nella quale la prassi comune nella società italiana, dalle istituzioni statali alla familia, era comunque quella di mettere a tacere tutto quello che poteva risultare scomodo. Era la voce di chi, dotato di una particolare sensibilità, avvertiva gli scompensi del sistema e voleva muovere le nuove generazioni a prendere in mano le redini della propia vita e a ricercare la verità attivamente, anche oltre le apparenze. Si trattava inoltre di una critica necessaria che avrebbe propiziato il dibattito fra le forze politiche e le diverse istanze della società e attraverso il quale si potè avanzare nel chiarire e organizzare un’efficace risposta al terrorismo, una risposta che, per vincere, doveva provenire dall’insieme della società italiana.
[NOTE]
54 Pier Paolo Pasolini, “Cos’è questo golpe? Io so”, in Corriere della Sera, 14 novembre 1974, in http://www.corriere.it/speciali/pasolini/ioso.html, consultato il 02/08/18.; Mirco Dondi, L’eco del boato…, cit., p. 395. Dondi precisa che l’articolo di Pasolini uscì pochi giorni dopo l’arresto del generale Vito Miceli che era stato capo del Sid, accusato di cospirazione contro lo Stato.
55 Tra questi c’è ad esempio Miguel Gotor, Il memoriale della Repubblica, Einaudi, Torino 2011, p. 525. Il titolo dell’articolo di Pasolini è stato poi più volte ripreso, riutilizzato e adattato da molti anche in tempi recentissimi (come ricorda Guido Vitiello nel suo articolo “Più Sciascia e meno Pasolini”, in La Lettura, supplemento domenicale del Corriere della Sera, 19 dicembre 2012, in http://lettura.corriere.it/piu-sciascia-meno-pasolini/, consultato il 28/08/18), come nel caso del magistrato Antonio Ingroia, autore insieme a Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza del libro Io so, Chiarelettere, 2012, che cerca di ricostruire la verità dei rapporti fra mafia e Stato.
56 Vladimiro Satta, I nemici della Repubblica…, cit., p. 428.
57 Vladimiro Satta, I nemici della Repubblica…, cit., p. 263 e ss.
58 Secondo Satta, il terrorismo di matrice fascista si fu progressivamente debilitando, non tanto per i meriti delle forze di polizia o dei servizi segreti, ma più probabilmente perché vide poco a poco sfumare i suoi obiettivi politici. Vladimiro Satta, “La risposta dello Stato al terrorismo: gli apparati e la legislazione”, in Vene aperte del delitto Moro: terrorismo, PCI, trame e servizi segreti. – (Radici del presente), Firenze, Mauro Pagliai, 2009, p. 241.
59 Mirco Dondi, L’eco del boato…, cit., p. 400 e ss. L’autore individua tre livelli: i Nuclei di difesa dello Stato, di emanazione statale; la Rosa dei Venti e la Loggia P2 con importanti rappresentanti delle istituzioni; ON, AN, Fronte nazionale, Mar e Ordine nero, “cinque organizzazioni i cui atti criminosi sono coperti dalle istituzioni”. Le prime tre avrebbero avuto funzioni superiori rispetto alle altre.
60 Sono queste le parole dello storico Giovanni Sabbatucci nell’intervista rilasciata a Gian Guido Vecchi e pubblicata con il titolo “Lo stragismo di Stato? Categoria che non esiste”, in Corriere della Sera, 15 settembre 2008, in https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera/20080915/281805689734907, consultato il 10/07/17. Secondo Sabbatucci: «Terrorismo di Stato è il nazismo, naturalmente. Sono Stalin, il regime militare argentino, i colonnelli greci […] Ma deve avere una regia politica, istituzionale. […] E invece in Italia la formula si è ripetuta con disinvoltura».
61 Alessandro Naccarato, Difendere la democrazia…, cit., p. 26.
Lilia Zanelli, Gli anni di piombo nella letteratura e nell’arte degli anni Duemila, Tesi di dottorato, Università di Salamanca, 2018
In questo contesto, il 17 maggio 1973, davanti alla Questura di Milano, durante una cerimonia in memoria del commissario Luigi Calabresi, lo scoppio di un ordigno provocò la morte di quattro persone. Subito arrestato, l’attentatore Gianfranco Bertoli si professò anarchico: una versione smentita successivamente dalle indagini della magistratura, da cui emersero contatti di rilievo con i servizi segreti italiani e, indirettamente, con quelli statunitensi <952. Anzitutto, si appurò che il Bertoli fosse un uomo della destra eversiva, vicino alla cellula veneta di On e a Carlo Maria Maggi. Bertoli inoltre era stata una fonte informativa del Sifar e poi del Sid, con tanto di retribuzione, e proprio da parte degli organismi di intelligence era scattata, subito dopo l’azione, la protezione e la copertura finalizzata a coprire l’identità politica dell’attentato. L’obiettivo della strage era quello di attentare alla vita di Rumor, presente alla commemorazione, colpevole di non aver proclamato lo stato di emergenza subito dopo la strage di Piazza Fontana e di aver promosso lo scioglimento di On nel febbraio 1972. In linea più generale, tuttavia, la strage si proponeva di determinare uno stato di caos e di tensione tale da rendere necessaria una svolta autoritaria. La matrice anarchica dell’attentato serviva solamente a mimetizzare i veri mandanti e responsabili dell’attentato, esattamente secondo le linee indicate nel Field Manual 30-31 e nel piano Chaos, volto a introdurre in gruppi di estrema sinistra elementi mimetizzati appartenenti a servizi di sicurezza o comunque legati agli ambienti estremisti, convincendo la popolazione che i colpevoli della strage fossero da individuare a sinistra. Per queste ragioni, e per tutti gli elementi emersi dalle inchieste giudiziarie che collegano Bertoli ad ambienti della destra e dell’intelligence, l’attentato alla Questura di Milano non può ritenersi un gesto isolato, ma va inserito all’interno della strategia della tensione e di un quadro costituito oltreoceano e già entrato in attività nei precedenti attentati che, attraverso una sofisticata opera di mimetizzazione, ha posto in essere l’operazione di occultamento della vera identità di Bertoli.
[…] I riflessi della svolta del 1974 si ebbero anche in Italia. Gli eventi susseguitisi durante tutto l’arco dell’anno fanno infatti pensare “a un mutamento parziale di strategia della Cia all’interno del blocco occidentale e dunque anche in Italia” <959. La portata di questo cambiamento si coglie nelle parole di Giovanni Pellegrino: “L’obiettivo strategico non mutò: restò ferma cioè la direzione di contrasto all’espansionismo comunista; a mutare furono i mezzi, meno rozzi e più sofisticati, cui fu affidato il perseguimento dell’obiettivo. Le tensioni sociali non sarebbero state più artificiosamente acuite nella prospettiva di creare le precondizioni di un golpe o comunque di una involuzione autoritaria delle istituzioni democratiche. Nel permanere e nel consolidarsi di queste, le tensioni sociali sarebbero state soltanto, in qualche modo ed entro certi militi, “tollerate” al fine di utilizzarne l’impatto su settori dell’opinione pubblica favorevoli al consolidamento elettorale di soluzioni politiche non eccessivamente sbilanciate a sinistra e sostanzialmente moderate” <960. Secondo questa ipotesi, pur continuando ad essere importante l’obiettivo di stabilizzare il quadro italiano, del quale preoccupavano soprattutto l’apertura a sinistra e le tensioni sociali, la strategia aggressiva che aveva caratterizzato l’operato degli Usa in Italia subì una battuta di arresto <961.
Gli aiuti finanziari occulti iniziarono ad essere distribuiti in maniera più cauta, evitando di destinarli ad esponenti dell’estrema destra e ai singoli candidati, e preferendo invece programmi elettorali circoscritti e ben definiti <962. Le forze che in Italia avevano tentato di sovvertire l’ordine democratico, si ritrovarono improvvisamente senza appoggio. In questo contesto appare comprensibile anche la decisione del governo italiano di colpire i vertici dello stato e gli esponenti delle organizzazioni più compromessi con l’eversione di destra <963.
[NOTE]
952 Il processo nei confronti di Bertoli, colto in flagranza, si concluse rapidamente con una condanna all’ergastolo emessa dalla Corte d’assise di Milano il 1° marzo 1975, confermata sia in appello che in cassazione e divenuta definitiva l’anno dopo. Più lungo fu invece l’iter del processo cui furono sottoposti Carlo Maria Maggi, Francesco Neami, Giorgio Boffelli, Amos Spiazzi e Carlo Digilio, accusati di essere stati i mandanti della strage e rinviati a giudizio il 18 luglio 1998 dal giudice istruttore di Milano Antonio Lombardi. A giudizio fu rinviato anche il generale Gian Adelio Maletti, capo del Reparto D del Sid, accusato di omissione di atti d’ufficio nonché di sottrazione e soppressione di atti e documenti riguardanti la sicurezza dello Stato. Le vicende giudiziarie e i fatti del 17 maggio sono ricostruiti da: P. Calogero, Questura di Milano, via Fatebenefratelli (17 maggio 1973), in A. Ventrone (a cura di), L’Italia delle stragi, cit. pp. 69-77.
959 N. Tranfaglia, La strategia della tensione e i due terrorismi, in C. Venturoli (a cura di), Come studiare il terrorismo e le stragi. Fonti e metodi, Venezia, Marsilio, 2002, pp. 42-43.
960 G. Pellegrino, Proposta di relazione, in Commissione stragi, cit. p. 116.
961 P. Pellizzari, La strage di piazza Loggia e l’occhio statunitense, in “Storia e Futuro. Rivista di storia e storiografia”, 20, giugno 2009, disponibile al link: http://storiaefuturo.eu/strage-piazza-loggia-locchio-statunitense/.
962 Gli aiuti poi saranno interrotti nel mese di dicembre 1974, per opposizione del Congresso allo stanziamento di 6 milioni di dollari da parte di Ford. C. Gatti, Rimanga tra noi, cit. pp. 144-145.
963 L. Cominelli, L’Italia sotto tutela, cit. p. 167.
Letizia Marini, Resistenza antisovietica e guerra al comunismo in Italia. Il ruolo degli Stati Uniti. 1949-1974, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2020
Dunque, dobbiamo sempre tenere conto di due elementi di fondo che per l’intelligence statunitense erano imprescindibili: una totale fedeltà atlantica (sancita pubblicamente con la firma del patto NATO) da una parte e un intransigente anticomunismo dall’altra. Gli americani, per assicurarsi che le nuove strutture italiane corrispondessero ad almeno uno di questi due principi, adottarono due linee diverse per l’uno e per l’altro servizio: – Per riformare il servizio militare si appoggiarono all’ambiente dell’antifascismo bianco e del lealismo monarchico, coi quali avevano già collaborato durante la guerra dopo l’otto settembre, e dei quali poterono assicurarsi la totale fedeltà soltanto dopo la firma del patto Nato, a cui seguirono altri protocolli di collaborazione molto stringenti; – Per il servizio informazione della polizia (ed in sostanza per tutta la pubblica sicurezza), la linea che si seguì fu quella del reintegro dei quadri dirigenti delle disciolte polizie d’epoca fascista (in particolare Ovra e Pai), il fervente anticomunismo dei quali non era messo in dubbio.
Claudio Molinari, I servizi segreti in Italia verso la strategia della tensione (1948-1969), Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2020-2021
Il colpo di Stato organizzato da Edgardo Sogno mostra una natura molto diversa da quella del golpe Borghese: non è un colpo di Stato neofascista, poiché a suo dire Sogno odiava molto il fascismo, anche se l’odio verso di esso veniva di gran lunga superato dall’odio verso il comunismo, molto più viscerale. Questo è uno dei motivi per i quali inizialmente il progetto trovò approvazione sia in ambienti politici sia in ambienti militari, anche se venne successivamente accantonato perché secondo la valutazione dell’intelligence Usa e della Nato, avrebbe causato più problemi di quelli che voleva risolvere.
Pietro Menichetti, L’Italia del terrore: stragi, colpi di Stato ed eversione di destra, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Anno Accademico 2019-2020
Nel valutare i fattori che hanno contribuito a fare del 1974 un anno di svolta per la strategia della tensione, va riconosciuta anche “la sincera adesione ai valori di una democrazia parlamentare da parte delle maggiori forze politiche presenti in Parlamento. I pericoli che la democrazia correva nel difficilissimo periodo furono adeguatamente percepiti; le spinte anche internazionali verso una involuzione autoritaria furono certamente intuite, probabilmente conosciute, ma non assecondate” <968. Inoltre, le maggiori eredità del movimento del 1968 avevano favorito la creazione di un contesto sociale “contrario alle ricorrenti tentazioni di pronunciamenti militari e di involuzione autoritaria delle istituzioni, che nella seconda metà del decennio vennero quindi in gran parte abbandonate” <969.
[NOTE]
968 G. Pellegrino, Proposta di relazione, in Commissione stragi, cit. p. 118.
969 Ibidem.
Letizia Marini, Resistenza antisovietica e guerra al comunismo in Italia. Il ruolo degli Stati Uniti. 1949-1974, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2020
Una terza costante è rappresentata sia dai numerosi depistaggi, sia dagli apparati statali che obbedivano a logiche diverse rispetto a quelle democratiche <165. La difficoltà maggiore, nella stesura dell’elaborato, è dovuta proprio al fatto che su molte delle vicende trattate non sia stata fatta sufficiente chiarezza. Non sono state chiarite (se vi sono state) le responsabilità internazionali, non è stata fatta luce sul ruolo dei servizi segreti e sui loro rapporti con la P2. Queste informazioni sarebbero state fondamentali, poiché appare piuttosto inverosimile che dei movimenti extraparlamentari abbiano potuto agire da soli. Senza delle risposte certe, la politica nostrana si è divisa in quattro direzioni interpretative <166: la prima, riconducibile al PCI, al PSI e alla sinistra della DC, vedeva l’emergere di un nuovo fascismo sostenuto da alcune frange delle forze dell’ordine, dei servizi segreti, dell’esercito e dalla NATO. Questi ultimi utilizzavano l’estrema destra per indurre la sinistra a rinunciare a qualsiasi tipo di aspirazione <167. La seconda ipotesi, riconducibile alla destra della DC, interpretava il fenomeno come manifestazione della teoria degli opposti estremismi, secondo la quale erano in atto dei disegni eversivi provenienti sia da destra che da sinistra <168. La terza ipotesi, riconducibile all’estrema sinistra, interpretava il fenomeno come volto alla costituzione di uno Stato apertamente fascista <169. La quarta ed ultima, riconducibile all’MSI, vedeva nel terrorismo la longa manus dell’URSS <170. Quel che è certo è che il caso italiano non può essere spiegato senza fare un chiaro riferimento alla Guerra fredda. USA e URSS utilizzavano delle «strategie indirette» per inserire i paesi nel loro raggio di controllo, i primi sovvenzionando colpi di Stato, i secondi appoggiando i gruppi che portavano avanti la guerriglia rivoluzionaria. Fu in questo frangente che la NATO adottò la strategia della guerra psicologica in tutti quei paesi europei “a rischio”. Il caso italiano risultò particolarmente difficile poiché ospitava il partito comunista più grande d’Europa. Il declino della strategia della tensione fu dovuto alle dimissioni di Nixon e alla debolezza del successore Ford. La lotta armata, invece, deriva da una sfiducia della sinistra extraparlamentare nei confronti di tutti i partiti, accusati di far parte del Sim; paradossalmente i comunisti, che volevano fermare la violenza attraverso il compromesso storico, crearono per essa un terreno ancor più fertile. Se in un primo momento il problema era il terrorismo di destra fomentato sia da gruppi facinorosi che da vertici dello Stato, ora la questione del terrorismo riguardava anche la sinistra.
[NOTE]
165 A. Speranzoni, F. Magnoni, Le stragi: i processi e la storia. Ipotesi per un’interpretazione unitaria della “strategia della tensione” 1969-1974, Grafiche Biesse Editrice, Martellago-Venezia, 1999.
166 A. Giannulli, La strategia della tensione. Servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio complessivo, Ponte alle Grazie, Milano, 2018.
167 A. Giannulli, La strategia della tensione. Servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica
internazionale: un bilancio complessivo, Ponte alle Grazie, Milano, 2018.
168 Ibidem
169 Ibidem
170 Ibidem
Ida Maria Galeone, Democrazia in bilico: gli anni di piombo e la strategia della tensione in Italia, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2021-2022
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Aldo Moro lasciò la corrente dorotea della Dc
L’Autunno caldo era solo la miccia della bomba presente nella polveriera italiana. Il resto dell’ordigno, che avrebbe dato il via ad anni di terrore, scoppiò poco dopo. Il 12 dicembre del 1969 all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana a Milano, si verificò un attentato nel quale rimasero uccise 16 persone e ferite oltre ottantotto. Del fatto furono frettolosamente incolpati gli anarchici, quando in realtà si scoprì seppur con ritardo che la mano dietro il detonatore era quella dei neofascisti e delle forze reazionarie del paese. La strage di Piazza Fontana, come scrive Salvadori, “aprì un capitolo tragico della storia italiana, segnato dal gonfiarsi sia di gruppi terroristici di destra sia di quelle extraparlamentari di sinistra votatisi entrambi all’eversione delle istituzioni” <196. Due movimenti anti-stato <197 presentatisi con ambizioni diverse, uno mirante all’instaurazione di uno stato autoritario e l’altro alla rivoluzione del proletariato, ma che finirono entrambi a condividere l’attacco al cuore dello stato, che avrebbe dovuto mettere al bando un sistema politico e partitico che non aveva saputo più rispondere all’esigenze di un paese insofferente sotto il profilo sociale ed economico.
Il secondo governo Rumor chiuse la sua esperienza nel febbraio del ‘70 circa due mesi dopo la strage di Milano. Il democristiano fu però reincaricato di formare un terzo esecutivo che guidò il paese fino al luglio dello stesso anno: vi parteciparono democristiani, repubblicani, socialisti e socialdemocratici. Le quattro forze politiche sottoscrissero in quei mesi una sorta di preambolo <198, redatto dal nuovo segretario Dc Forlani, che prevedeva l’allargamento della formula del centrosinistra anche alle amministrazioni locali. Una linea che ribadiva come obiettivo delle alleanze del centro-sinistra l’esclusione dal dialogo politico del Pci. Una scelta quella di escludere i comunisti che non apparve più accettabile agli occhi di Aldo Moro. L’ex segretario democristiano lasciò la corrente dorotea parlando di “tempi nuovi” <199 che dovevano mirare ad affrontare i problemi che avevano condotto operai e studenti a non sentirsi più veramente partecipi nella società. E fu su questa scia che Moro varò la “strategia dell’attenzione” <200 verso i comunisti al fine di aprire “un impegnativo confronto con il Partito comunista in ordine ai problemi vitali della società” <201.
Dopo Piazza Fontana, primo atto della “strategia della tensione”, una serie di azioni eversive iniziarono a farsi largo nel paese complici anche le incapacità di intervento dei governi. Nel dicembre del 1970, Junio Valerio Borghese già comandante della X Mas nella Repubblica di Salò insieme ad alcuni neofascisti, guardie forestali e con la complicità dei servizi segreti tentò l’occupazione del Viminale per dare luogo ad un golpe che però non riuscì. L’eversione della destra si fece ulteriormente sentire nelle rivolte di Reggio Calabria e dell’Aquila tra l’estate del 1970 e gli inizi del 1971 e al contempo andava sempre più rafforzandosi l’arcipelago di organizzazioni <202 della sinistra extraparlamentare che, complice anche l’erronea valutazione della loro pericolosità da parte dei vertici comunisti e socialisti, finirono ben presto per divenire un vero e proprio partito armato <203 che iniziò a macchiarsi di rapimenti e omicidi.
Nell’estate del 1970 a Rumor successe, alla guida di Palazzo Chigi, Emilio Colombo che diete vita a una “versione sempre più stanca del centro sinistra”204 che riuscì, nonostante le fortissime ostilità delle gerarchie democristiane, ad approvare la legge sul divorzio che era stata proposta dal socialista Fortuna e dal liberale Baslini e sostenuta da Pri, Psi, Psiup e Pci. L’approvazione della sola legge sul divorzio non appariva comunque sufficiente per valutare positivamente le esperienze dei governi di centro-sinistra succedutisi a partire dal 1968. A non sostenere affatto gli esecutivi furono anche i partiti che al loro interno, dopo l’avvio della V legislatura, registrarono scontri e situazioni difficili. Primi tra tutti i socialisti i quali dopo la sconfitta del Psu e la mancata partecipazione al governo di Giovanni Leone tornarono a sciogliere il partito ricostituendo il Psi e Psdi. La faticosa tela <205
intessuta da Nenni e Saragat iniziò a lacerarsi dopo meno di un anno proprio perché i socialisti e i socialdemocratici avevano voglia di tornare di nuovo alle urne – le amministrative e le regionali del 1970 – con i vecchi simboli e assetti politici. “Non è però possibile cancellare con un tratto di penna un percorso politico e fingere che nulla sia successo” <206 scrive la Colarizi a proposito del ritorno alle vecchie bandiere del Psi e Psdi. I socialdemocratici decisero di virare verso “destra” convinti che fosse giunto il momento di frenare la corsa delle sinistre più radicali e di ricostruire un argine al comunismo con un percorso diametralmente opposto alla nuova “strategia dell’attenzione” <207 varata da Moro e sposata dal Psi. Ovviamente lo scontro tra socialdemocratici e socialisti si consumava all’interno del governo determinando così “l’instabilità permanente della coalizione” <208.
Nel Psi l’uscita di scena di Nenni lascerà spazio a due nuovi leder: Mancini e De Martino i quali ritenevano necessario un nuovo percorso per far ripartire il partito senza però uscire dalla dimensione del governo che assicurava posizioni di potere <209 anche se queste non si rivelarono fruttuose al livello di voti. Per quanto concerneva l’area nella quale rintracciare nuovi consensi le idee di Mancini e De Martino sembrarono distanziarsi seppur mai entrare in contraddizione. Il primo riteneva che si dovesse guardare alle spinte moderne che arrivavano per lo più dall’elettorato giovanile, mentre il secondo guardava ai settori “più marcatamente politicizzati della sinistra” <210. Mancini e De Martino erano infatti convinti di riuscire a ottenere vantaggi politici ed elettorali dagli umori trasgressivi delle piazze con l’obbiettivo di “abbattere la barriera del centro-sinistra delimitato e apre il dialogo con il Pci” <211. La “strategia dell’attenzione” non sembrava lasciar dubbi sul fatto che l’isolamento del Partito comunista fosse ormai destinato a concludersi.
Il ritrovato spirito di collaborazione tra socialisti e comunisti giunse in un momento davvero cruciale per le vicende del partito-chiesa comunista il quale si trovava a dover fronteggiare la sempre più ampia radicalizzazione violenta della sinistra extraparlamentare che lo gettò, per tutta la V legislatura, nell’occhio del ciclone <212. Le scomuniche <213 non apparvero sufficienti a bloccare e riassorbire i fronti deviazionisti interni alla sinistra e per questo il riavvicinamento del Psi e la sempre più vicina fine dell’isolamento, dettata anche dall’inizio del dialogo con la sinistra cattolica, apparvero di fondamentale importanza per i vertici di via delle Botteghe Oscure che erano forti anche della costante crescita elettorale che gli proponeva come interlocutori ideali <214 seppur impossibilitati dal sedersi tra i banchi dell’esecutivo.
Simona Colarizi a questo proposito scrive: “La conventio ad excludendum resta insormontabile per i comunisti legati a Mosca […]. È però possibile ricercare intese sul programma, come sembra suggerire Moro con la fumosa formula della strategia dell’attenzione; governare attraverso preventivi accordi con l’opposizione che garantiscono alle leggi e ai provvedimenti varati dal centrosinistra un consenso o quanto meno un gradimento di quel 27% della popolazione controllato dal Pci <”215. Un’idea quella di Moro che troverà sponda nel mondo comunista dopo il 1972 quando, al XIII Congresso del Pci, venne eletto segretario Enrico Berlinguer che si presentò al mondo politico affermando: “In un paese come l’Italia una prospettiva nuova può essere realizzata solo con la collaborazione tra le grandi correnti popolari: comunista, socialista, cattolica. Di questa collaborazione l’unità di sinistra è condizione necessaria ma non sufficiente. […] Noi siamo disposti ad assumerci le nostre responsabilità” <216.
La Dc riteneva ben accetti <217 i voti comunisti seppur non tutti i vertici del partito condividessero la linea della sinistra cattolica e questo perché era sempre più evidente e forte la preoccupazione per i fermenti che si registravano all’interno del paese e la tensione crescente anche nell’estrema destra interna ed esterna al partito cattolico. Nel 1971 la Democrazia Cristiana aveva portato a casa l’importante risultato dell’elezione al Quirinale di Giovanni Leone che, scrive Gervasoni, “non era mai stato un grande sostenitore del centro-sinistra” <218. Leone introdusse nel dibattito politico temi importanti come quello della “saldatura tra coscienza morale e istituzioni” <219 ma la sua ascesa al Colle non diede nuova linfa né una ritrovata stabilità al governo Colombo. Proprio per queste ragioni nel febbraio del 1972 Giulio Andreotti venne chiamato a formare un nuovo governo che però non ottenne la maggioranza al Senato e costrinse Leone a sciogliere le camere e indire elezioni anticipate “diventando il primo presidente a far terminare una legislatura prematuramente” <220.
La fine non naturale della V legislatura, unitamente alle proteste sempre più violente e incontrollate interne al Paese, mise in evidenza la crisi di un sistema politico incapace, nonostante i reiterati tentativi del centro-sinistra, di dare risposte ad una società in continuo mutamento. Il terrore degli anni di piombo e gli eventi internazionali, verificatesi in luoghi molto lontani dalla penisola durante gli anni ‘70, posero i partiti dinanzi alla necessità, non più procrastinabile, di dare una svolta politica in grado di rinvigorire la democrazia italiana e mettere al riparo il sistema dal terrorismo nero e rosso.
[NOTE]
196 M. L. SALVADORI, Storia d’Italia, cit., p. 402.
197 Ibidem.
198 M. L. SALVADORI, Storia d’Italia, cit., p. 415.
199 Ibidem.
200 Ibidem.
201 Ibidem.
202 Ivi, p. 417.
203 Ibidem.
204 Ivi, p. 418.
205 S. COLARIZI, Storia politica, cit., p. 99.
206 Ibidem.
207 Ivi, p. 100.
208 Ibidem.
209 Ibidem.
210 Ibidem.
211 Ivi, p. 101.
212 S. COLARIZI, Storia politica, cit., p. 103.
213 Ibidem.
214 M. L. SALVADORI, Storia d’Italia, cit., p. 103.
215 Ibidem.
216 II testo della relazione in D. e O. PUGLIESE (a cura di), Da Gramsci a Berlinguer. La via italiana al socialismo attraverso i congressi del Partito Comunista Italiano, Edizioni del Calendario-Marsilio, Venezia, 1985, pp. 275-314.
217 S. COLARIZI, Storia politica, cit., p. 104.
218 M. GERVASONI, op. cit., p. 85
219 Ivi, p. 84.
220 Ibidem.
Marco Martino, Italia, Cile: destini politici e percorsi partitici alla base del Compromesso Storico tra PCI e DC, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno accademico 2019-2020
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Sino alla clamorosa operazione dell'antiterrorismo lusitano, molti hanno fatto finta di non vedere le tensioni che da tempo agitano il Portogallo sotto la facciata da cartolina turistica e che hanno favorito la crescita dell'estrema destra neosalazarista, violenta e razzista.
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