Recensione “Mektoub My Love: Canto Due”: L’Estate Sta Finendo

Era il mese di maggio di otto anni fa quando mi trovai di fronte a 2 ore e 54 di bellezza pura, volate in un soffio, come quell’estate del ’94 raccontata da Kechiche, così carica di desiderio, sguardi, sapori, note assordanti. Era il Canto Uno del progetto di una vita, quello di Mektoub My Love, proseguito poi in una ormai mitologica proiezione di Intermezzo. Questo perché al di fuori di quei fortunati presenti a Cannes il 23 maggio del 2019 (esattamente sette anni fa, giuro che non l’ho fatto apposta), nessuno ha mai avuto modo di vedere questo film, tuttora irreperibile per diverse questioni legate ai diritti d’autore della colonna sonora, a controversie di montaggio per l’inserimento di una scena di sesso esplicito non simulata, al Covid, oltre che a dissesti finanziari che hanno portato al fallimento della casa di produzione: credetemi, ci ho provato in tutti i modi a procurarmi questo film, tra torrent improbabili, forum francesi mezzi morti, finti link rimossi dopo tre ore, email a case di produzione e a cinefili che ne parlavano come di un’apparizione mariana. Niente, invano. A sei anni di distanza da quel fantomatico intermezzo, arriva finalmente Mektoub My Love: Canto Due, parte conclusiva di un universo cinematografico d’autore, diventato in breve tempo il film più atteso da parte di una certa fauna cinefila di cui, purtroppo o per fortuna, faccio parte anch’io.

Pensate che Abdellatif Kechiche, pur di finanziare questa trilogia, ha dovuto vendere la Palma d’Oro che aveva conquistato nel 2013 con il meraviglioso La Vita di Adele, prodigandosi in sforzi produttivi sovrumani che fanno subito pensare ad altre produzioni travagliate giunte a destinazione solo grazie all’enorme determinazione dei suoi autori (Herzog e Coppola su tutti, ma gli esempi sono molteplici). Questa lunga premessa è necessaria per inquadrare al meglio la grandezza di una trilogia (ormai tramutata in dittico?), che ha mostrato una maniera, oltre che una necessità, di fare cinema che va oltre ogni canone tradizionale. Credo che sia palese ormai: come tanti, quando si parla di Sète e di questi film, non capisco più niente, vorrei solo guardarli e riguardarli per ore.

Le vicende continuano più o meno da dove si erano concluse in Canto Uno. Siamo sempre a Sète, ma a settembre del 1994. L’estate è andata avanti e troviamo Amin e Charlotte che condividono del tempo insieme: Amin scatta delle fotografie e Charlotte parla di un libro che ha letto, Le Tour de Malheur di Joseph Kessel (un imponente ciclo di romanzi in cui, guarda caso, la storia segue il percorso interiore di un protagonista alla ricerca di purezza e integrità morale). Mi sono bastati due minuti per trovarmi di nuovo dentro la stessa atmosfera del primo film della serie, in quel tipo di cinema slice of life tanto caro a Linklater, in cui non sembra succedere mai niente di eclatante se non la cosa più importante di tutte: la vita. Nelle notti d’estate del gruppo di amici e parenti che abbiamo imparato a conoscere lo scorso decennio, irrompe però un elemento del tutto inaspettato: una coppia di statunitensi, lui produttore attempato, lei giovane attrice in rampa di lancio. Entrambi si interessano ad Amin (alla sua sceneggiatura il primo, alla sua integrità la seconda) e, mentre il nostro si destreggia nella sua consueta placida osservazione del mondo circostante, la sua migliore amica Ophelie deve sistemare il guaio che ha combinato, prima che torni il suo promesso sposo partito soldato, mentre il cugino Toni ha ancora bollenti spiriti da tenere a bada prima di combinare l’ennesimo disastro. Amin stavolta dovrà smettere di guardare e mettersi finalmente in ballo: crescere, definitivamente, prima della fine dell’estate.

Girato quasi in contemporanea con il primo film della serie, Mektoub My Love: Canto Due cambia le carte in tavola, diventando altro, nutrendosi continuamente di cinema, dal film muto del 1932 Pour un Soir, che Amin guarda nella sua stanza, all’imitazione di Joe Pesci in Toro Scatenato messa in piedi da Toni durante la prima visita agli americani. La fetta di vita estiva raccontata da Kechiche durante tutti questi anni si trasforma in qualcosa di inaspettato, quasi spiazzante, aggiungendo alla storia del cinema un’altra memorabile corsa, una fuga verso un futuro nuovo che chiude, inevitabilmente, l’estate del 1994, ma anche la fanciullezza adolescenziale di un protagonista indimenticabile. Ultimo frammento di un cinema febbrile, libero, forse irripetibile (Kechiche un anno fa ha avuto un ictus e, di conseguenza, annunciato l’addio alla regia), la sensazione è sempre la stessa di otto anni fa: la nostalgia, profonda, palpabile, di un’epoca della nostra vita in cui eravamo più ingenui, forse più imperfetti, e incredibilmente vivi.

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Recensione “Amarga Navidad”: Tra Pedro e Realtà

Stasera mi sono avvicinato a piazza della Repubblica pensando di trovarmi a Cannes. Certo, via Nazionale non è esattamente la Croisette (ovviamente è meglio, di che parliamo), ma è stato interessante vedere un nuovo film di Pedro Almodóvar a Roma, in contemporanea con la proiezione del Festival di Cannes. In questa danza tra realtà e finzione, Amarga Navidad si inserisce perfettamente, dando al regista spagnolo la possibilità di mettere in scena i suoi dubbi creativi, il suo bisogno di girare film, anche a costo di realizzare qualcosa di imperfetto. Dove finisce la realtà e dove comincia la rappresentazione artistica? Fino a dove può spingersi un’ispirazione, se arriva da qualcosa di doloroso, di reale? E i personaggi, sono solo un’ombra di persone realmente esistenti, o ricalcano carattere e ruoli di coloro che circondano la vita del regista? La riflessione, seppur non particolarmente originale, è affascinante, anche se Almodóvar troppo spesso dà l’impressione di aver voluto girare un film terapeutico su se stesso, lasciando il pubblico seduto in sala a guardarlo mentre si ricuce le ferite davanti allo specchio. Lo so, fa sempre bene cercare bellezza e significato, anche quando un grande autore sa benissimo di non essere più nel suo momento migliore (che poi è una cosa tremendamente umana).

Elsa, una regista di spot pubblicitari, dopo due film andati male e la morte della madre, sente il bisogno di mettersi a scrivere con l’intenzione di tornare al più presto dietro la macchina da presa. Una serie di dolorose emicranie spinge la donna a lasciare il premuroso compagno a Madrid per trascorrere qualche giorno di relax nell’isola di Lanzarote. Questa storia però altro non è se non la nuova sceneggiatura di un autore di fama mondiale, Raul, in cui Elsa è un alter ego del regista stesso, alle prese con il blocco dello scrittore e un soggetto vagamente ispirato alla sua vita, tramite il quale spera di superare la perdita della madre e i problemi di comunicazione con il fidanzato e con la storica assistente.

Woody Allen, nel suo capolavoro Io e Annie, raccontava quanto fosse importante raggiungere la perfezione tramite l’arte, “perché è talmente difficile nella vita”. Pedro Almodóvar realizza invece un film volutamente imperfetto per rappresentare il bisogno di esprimersi, la necessità di raccontare se stesso tramite una storia, tramite l’arte. Lo fanno in tanti, non tutti ci riescono (tra l’altro, anche senza essermi cimentato in un film, ci ho provato pure io). Il timbro del regista c’è sempre, che siano i colori accesi, canzoni strazianti (una delle quali dà il titolo al film) o relazioni omosessuali: la determinazione di girare un film vale però il costo di vampirizzare tutto ciò che gli gravita intorno? Amarga Navidad è profondamente autocritico (dalla serie: “sopportatemi, sono fatto così”) ma anche indulgente: il regista si mette davanti allo specchio, si assolve, si accusa, si riscrive. Noi restiamo lì a guardarlo, forse con un po’ troppo distacco, come quando si guarda qualcuno che parla da solo in un bar alle due di notte. E alla fine non è chiaro se ciò che abbiamo visto sia una confessione o, più semplicemente, cinema.

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