Recensione “Hamnet”: L’Arte del Dolore

Dopo la discutibile parentesi Marvel con Eternals, Chloé Zhao torna su un film più congeniale alla sua sensibilità, concentrandosi sulla storia di un lutto impossibile da superare e di come il dolore possa reinventarsi sottoforma di arte. Prodotto tra gli altri da Steven Spielberg e Sam Mendes, Hamnet è un incanto fatto di silenzi che fanno rumore, di lacrime che sembrano non poter trovare fine, di dolori che strappano l’anima, di rimpianti che non possono essere colmati. Ed è in tutto questo che emergono le interpretazioni di Jessie Buckley e Paul Mescal, capaci di strapparti il cuore dal petto con una sfumatura del viso (e Mescal sembra essersi specializzato in questo, pensando ad Aftersun e non solo).

Un giovane William Shakespeare incontra la sua futura moglie Agnes, che gli darà tre figli. Nonostante una felice vita coniugale, Will è frustrato, lavora controvoglia nel laboratorio del padre e non riesce a concentrarsi sulla scrittura per emergere come drammaturgo. Agnes lo invita allora a trasferirsi a Londra per consacrarsi nel teatro. Durante la sua assenza però la peste porta via il piccolo Hamnet a soli undici anni, catapultando l’intera famiglia negli abissi del dolore, un dolore in cui si può annegare, ma anche un dolore e un rimpianto che forse si può esorcizzare con l’arte.

Tratto dal romanzo omonimo di Maggie O’Farrell, Hamnet è un film travolgente come l’esperienza di diventare genitori e, al tempo stesso, devastante come quella di perdere un figlio. Zhao concentra il suo sguardo su Agnes, sul suo carattere, sulla maternità, sul lutto, sull’elaborazione del dolore, restituendoci uno dei personaggi femminili più belli degli ultimi anni di cinema. Ma è anche una riflessione sulla ripetitività (e l’eternità) dell’arte: grazie all’Amleto, l’opera attraverso la quale William elabora il lutto di suo figlio Hamnet, il bambino potrà rinascere ancora migliaia di volte, nei secoli dei secoli. Se non è questa la magia dell’arte e, per estensione, del cinema, non so proprio che altro possa esserlo.

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Recensione “Attitudini: Nessuna”: Tre Uomini e Una Vita

“Noi siamo tre clown che, quando stanno insieme, diventano un clown unico”: le parole di Giovanni Storti riassumono perfettamente l’essenza del trio comico più amato d’Italia, Aldo, Giovanni e Giacomo, simboli di un’intera generazione che ora si raccontano in un bel documentario realizzato da Sophie Chiarello, che già in passato aveva collaborato come assistente alla regia in ben quattro pellicole del trio. Il titolo, Attitudini: Nessuna, è tratto da un crudele commento che compare sulla pagella delle scuole medie di Aldo ed è lo spunto per raccontare la vita dei tre comici prima di diventare gli Aldo, Giovanni e Giacomo nazionali: l’infanzia milanese, tra oratori e vita di strada, l’amicizia di Aldo e Giovanni e la loro gavetta tra i locali della città (Giacomo sarebbe arrivato molto dopo), il lavoro da operai, che avrebbe trovato sfogo nelle prime scuole di teatro, a lasciar intendere che spesso la cultura è l’unica via di scampo quando sembri destinato a una vita da spettatore.

Noi, nati e cresciuti negli anni 80 e 90, per un’intera vita abbiamo colorito le nostre conversazioni al liceo e, successivamente, all’università o sul posto di lavoro, con qualche citazione di Aldo, Giovanni e Giacomo, tratta magari dai clamorosi sketch di Mai Dire Gol, dal geniale esordio Tre Uomini e una Gamba o dal bellissimo Chiedimi Se Sono Felice. Davvero, trovatemi qualcuno della mia età che non abbia detto neanche una volta “Non ce la faccio, troppi ricordi”, “L’irreprensibile” o “Non ci posso credereee!!”, oppure ripetuto il gesto di Giacomo nei panni del bulgaro o saltellato come Tafazzi canticchiando “Oh oh oh oh oh ooooh”. Insomma, un trio comico capace di entrare, con semplicità e simpatia, nell’immaginario collettivo di un’intera generazione, che ha imparato a conoscerli soprattutto in tv con la Gialappa’s Band e successivamente al cinema (tralasciando la bellezza di averli potuti vedere soprattutto a teatro).

Al di là del racconto giustamente agiografico, Sophie Chierello ci porta sui luoghi dove sono nati Aldo, Giovanni e Giacomo, sempre attraverso le parole dei tre protagonisti. Dal documentario emerge una certa nostalgia, che a tratti sfocia in malinconia, per una Milano che forse non c’è più, quella di Enzo Jannacci, di Paolo Rossi, di Gino e Michele, una città che, tra i trambusti delle fabbriche e la difficoltà di portare a casa la pagnotta, riusciva a offrire freschezza, spensieratezza e lampi di genialità sui palchi di locali storici come il Derby o lo Zelig. Dicembre quest’anno non sarà come quello del 1998, quando Tre Uomini e una Gamba riempiva le sale nonostante la concorrenza di un certo Titanic, ma senza dubbio regalerà a tanti trentenni e quarantenni un “docupanettone” (come l’ha definito Giacomo) di due ore pieno di ricordi e belle vibrazioni, in compagnia di tre vecchi amici.

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Recensione “Nouvelle Vague”: Fino al Primo Respiro

4 maggio 1959. A Cannes, per la prima volta, viene presentato al pubblico I 400 Colpi di Truffaut, inizio folgorante di una carriera straordinaria. Tra gli spettatori c’è un collega, Jean-Luc Godard, anche lui come Truffaut scrive di cinema sui Cahiers du Cinema. Sulle lenti dei suoi inseparabili occhiali da sole si riflette il finale del film, con Jean Pierre Leaud che cammina sulla spiaggia. Basterebbe questa scena, da sola, a rendere Nouvelle Vague di Richard Linklater un film degno di essere visto. Ha perfettamente senso, a pensarci, che uno dei padri del cinema indie statunitense, cresciuto a pane e cinefilia, realizzi una dichiarazione d’amore a quella passione che lo ha nutrito sin da giovane e che l’ha reso, oggi, uno dei registi più innovativi e apprezzati del suo tempo. Ma il suo ultimo film non è un omaggio, assolutamente no: è il desiderio di trascorrere del tempo in giro con quelle persone, con Truffaut, Godard, Chabrol, Rivette e tutto il resto della compagnia, talmente folta che a tratti si fatica a memorizzare ogni volto, ogni nome. Come se Linklater fosse il protagonista di qualcosa come Midnight in Paris, e che invece di tornare nella Parigi degli anni 20, fosse stato catapultato (e noi con lui) in quella del 1959, nel momento in cui Godard decide che è arrivato il momento di esordire alla regia di un lungometraggio.

Il film ripercorre tutte le fasi che hanno portato alla nascita di Fino all’Ultimo Respiro: il bisogno di dirigere un film, la scelta della sceneggiatura (firmata proprio da Truffaut), il casting e tutta le pre-produzione, fino ai venti giorni che hanno segnato una fase di riprese che avrebbe rivoluzionato per sempre le regole di fare cinema, allo stesso modo del montaggio (“Saltate! Saltate tutto quello che non serve!”, l’ordine che darà vita alla tecnica del jumpcuts). Linklater ci catapulta su quelle strade, con Belmondo e Jean Seberg in giro per Parigi a rubare scene, quasi a improvvisare battute e movimenti (“Dammi un Bogart”, l’indicazione del regista, che avrebbe dato vita a uno dei gesti più celebri della Nouvelle Vague francese).

Nouvelle Vague è pura cinefilia: come si fa a non emozionarsi quando Jean Seberg mostra a Jean Paul Belmondo come ballano negli Stati Uniti, quello stesso ballo che Godard mostrerà in uno dei suoi film successivi, Bande à Part, in una delle scene più iconiche del suo cinema? O quando lo stesso Godard chiede a Belmondo di citare una frase qualunque di Casablanca mentre parla con Jean Seberg? Chi ama il cinema ama la Nouvelle Vague e chi ama la Nouvelle Vague amerà il film di Linklater. Il sillogismo dunque è semplice: chi ama il cinema, non potrà non innamorarsi di questo film.

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Recensione “Alpha”: Tra Venti Rossi e Vene di Pietra

Nel bellissimo Titane, film precedente di Julia Ducournau, Vincent Lindon insegnava alla protagonista del film come fare un massaggio cardiaco canticchiando Macarena. Qui a fare i massaggi cardiaci c’è invece la splendida dottoressa Golshifteh Farahani, già musa di Ridley Scott, Asghar Farhadi e Jim Jarmusch, tra gli altri. Forse tutto Alpha è un lungo massaggio cardiaco alle emozioni dello spettatore, continuamente messo alla prova dagli sbalzi ermetici di un film molto bello, che come il precedente farà discutere, dividerà, ma che innegabilmente è in grado di scavare nel profondo grazie anche a tre interpretazioni pazzesche (Tahar Rahim diventa sempre più bravo a ogni film).

La giovane Alpha un giorno torna a casa con la lettera A incisa sul braccio, una ragazzata che getta sua madre, dottoressa single, nel panico: in giro infatti c’è un virus ematico che pietrifica le persone, rendendole simile a statue di marmo (lo stesso virus contratto anni prima dal fratello della dottoressa). Per sapere se la ragazza è stata contagiata servono però due settimane: un’attesa snervante per una 13enne che deve vivere ogni giorno in una classe di coetanei che, adesso, cercano di evitarla in ogni modo.

Il mondo del film, senza cellulari, senza internet e tecnologie simili, somiglia in maniera inquietante agli anni 80 in cui siamo cresciuti anche noi, con il terrore dell’AIDS che rendeva spaventosa ogni passeggiata per strada (“guarda sempre a terra, attento a non calpestare siringhe”, ci dicevano gli adulti). Il riferimento all’HIV non è neanche tanto nascosto, in questa allegoria che abbellisce esteticamente la malattia, ma che al tempo stesso ci mostra quanto sia spietata e pericolosa. La chiave di tutto forse è in una poesia di Edgar Allan Poe, Un sogno dentro un sogno, che viene spiegata a lezione di inglese nella classe di Alpha, dove il poeta racconta cosa significa perdersi durante il cammino dell’esistenza, quando la disperazione prende il sopravvento e non si riesce più a distinguere cosa sia reale e cosa sia, per l’appunto, un’illusione. Alpha, infatti, è un film sulle difficoltà di essere adolescenti, su quanto sia difficile essere madre di una ragazza in crisi e sorella di un uomo disperato, sopraffatto dalla tossicodipendenza, ma soprattutto, come dicevo, è un lungo massaggio cardiaco: c’è un costante bisogno di aggrapparsi alla vita, di curare, di salvare, di salvarsi.

Dopo la Palma d’Oro con Titane, la regista francese realizza forse il suo film più bello, sicuramente il più cupo e disperato, dove le montagne russe tra la corsia di un ospedale (dove c’è spazio anche per l’ottimo francese dell’infermiera Emma Mackey!) e la casa-ambulatorio delle protagoniste altro non sono se non quella stessa spiaggia dorata dove il poeta di cui sopra soffriva della sua incapacità di trattenere la sabbia nella mano: tutti cerchiamo qualcosa di solido a cui aggrapparci, ma ciò che cerchiamo si trova sempre di fronte a un cambiamento perpetuo, inarrestabile, forse davanti a una realtà effimera, che soffia come il maledetto vento rosso delle maledizioni berbere.

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Nuova locandina del film "Good Boy": l'horror su un casa infestata raccontato dal punto di vista del cane che lì vi abita (con il suo padrone).
#goodboy #cinema #horror #CaseInfestate #hauntedhouse #locandina
https://www.klub99.it/2025/09/10/good-boy-nuova-locandina-dellhorror-raccontato-dal-punto-di-vista-di-un-cane/
klub99.it - Good Boy: nuova locandina dell'horror raccontato dal punto di vista di un cane

Nuova locandina di "Good Boy": l'horror su un casa infestata raccontato dal punto di vista del cane che lì vi abita (con il suo padrone).

klub99.it

#WestNile: conferenza locale per la #sanità della #AslRM6; due casi sul #territorio

Le #autorità #sanitarie rassicurano che la situazione è sotto controllo sui 22 #contagi dal #virus in tutta la #regione. Una #locandina informativa

https://www.metropoli.online/west-nile-conferenza-locale-per-la-sanita-della-asl-rm6-due-casi-sul-territorio/

West Nile: conferenza locale per la sanità della Asl RM6; due casi sul territorio

Le autorità sanitarie rassicurano che la situazione è sotto controllo sui 22 contagi dal virus in tutta la regione. Una locandina informativa

metropoli.online

Recensione “Aragoste a Manhattan”: Cotto Bene e Mangiato Meglio

Per anni ho lavorato in una pizzeria, occupandomi un po’ di tutto: davo una mano in cucina con i fritti, servivo i clienti, rispondevo al telefono, facevo consegne, gestivo i rider, tiravo fuori le pizze dal forno. Condividevo le ore di lavoro con ragazzi del Bangladesh, con studenti fuorisede abruzzesi, ragazzi di borgata. E come quel Sammy cantato dai Queen, tutti sognavamo di spread our wings, nonostante la stanchezza, il forno a 300 gradi ad agosto o la frustrazione di sapere gli amici a cena insieme mentre tu consegnavi pizze con la pioggia battente. Questa premessa serve a comprendere un po’ meglio forse la grandezza di un piccolo film come questo, leggermente penalizzato da un infelice titolo italiano che fa pensare troppo a una commedia, quando invece il film di Alonso Ruizpalacios è molto di più.

Dopo il successo di The Bear, tutto ciò che si svolge dentro una cucina deve caricarsi sulle spalle vari esami del dna per definire il grado di parentela con la serie. Ciò che vediamo in La Cocina (titolo originale del film) ha però delle vibrazioni tutte sue, che raccontano molto del mondo che viviamo oggi. La storia si svolge interamente all’interno di un ristorante a Times Square, dove cuochi, assistenti, cameriere e lavoratori da ogni parte del mondo godono dei rari momenti di pausa per fare i conti con le proprie esistenze. Tra i tanti, c’è un cuoco messicano che sogna la green card e al tempo stesso di costruire una famiglia con la bella cameriera Julie (Rooney Mara, migliore in campo). Il tempo però stringe, è venerdì e il caos di mille ordinazioni sta per piombare ancora una volta dentro questa cucina multietnica.

Come ripeto spesso, se c’è una cosa che apprezzo molto in un film è la capacità di raccontare il suo tempo alle generazioni future. In quest’ottica, un film in cui individui di culture diverse si districano tra i muri dell’incomprensione, mentre il macigno del capitalismo tenta di sacrificare ogni individualità, ogni sogno, ogni speranza sull’altare del profitto e del consumo, racconta piuttosto bene cosa significa vivere negli Stati Uniti oggi, soprattutto se non sei un ricco uomo bianco. A condire tutte queste vicende c’è tanto umorismo caustico e una regia piena di belle intuizioni, tra cui un piano sequenza da urlo: quanta fame (di vita!) in un film così piccolo. Andatelo a vedere.

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Recensione “Nosferatu”: l’oscurità dentro di noi

Parafrasando Nietzsche, si può dire che se tu guarderai a lungo nell’oscurità, anche l’oscurità vorrà guardare dentro di te. Ed è proprio in un buio accecante che Eggers immerge lo spettatore (e Lily-Rose Depp) sin dalla primissima inquadratura, come a volerlo rendere parte di quella stessa notte buia, la stessa oscurità nella quale il regista fa muovere le sue ombre.

Il vampiro Nosferatu, il “non spirato”, nasce nel 1922 come plagio cinematografico del capolavoro di Bram Stoker Dracula, in uno dei film più simbolici della cinematografia di Murnau, dell’espressionismo tedesco e senza dubbio di tutto il cinema muto: qualunque cinefilo che si rispetti avrà presente l’inquietante sagoma deformata di Max Schreck, il primo Nosferatu del cinema, proiettata sulla parete della sua decadente magione. Eggers prende quell’ombra e la diffonde per 135 minuti di film sugli occhi di chi guarda, soprattutto tra le pieghe di un desiderio latente, quello di una protagonista eccezionale, che rispetto alle versioni precedenti di Nosferatu, qui diventa il vero e proprio motore della storia: Lily-Rose Depp è infatti splendida e inquietante al tempo stesso, a tal punto che forse mi spaventerebbe addirittura incontrarla per strada, e concede tutta se stessa ai suoi demoni, alla sua solitudine, al suo desiderio, in una società maschilista controllata da inetti, come il marito della sua Ellen, il solito Nicolas Hoult confuso e incapace di cambiare espressione, non importa se il suo personaggio venga bullizzato nel liceo descritto da Nick Hornby, sia in preda a dubbi etici e morali nella giuria di Clint Eastwood o terrorizzato nei Carpazi da un uomo molto più carismatico di lui (sebbene si tratti di uno spaventoso vampiro, questo glielo concediamo). Perché, diciamolo, è molto più interessante il rapporto che intercorre tra Ellen e Orlok rispetto a quello che la donna ha con suo marito: è infatti la lotta contro l’oscurità che Leni porta dentro la vera anima di questo convincente lavoro di Eggers, un horror gotico ricco di atmosfere e suggestioni appartenenti al secolo scorso, ma capace anche di essere moderno, sempre credibile e mai grottesco. La grandezza di questa nuova versione di Nosferatu è, al di là dell’indubbia potenza visiva, la capacità di reinventarsi in ogni scena, di essere coinvolgente anche di fronte a una storia che abbiamo visto in tutte le salse, che il regista statunitense però riesce a modernizzare con la metafora, neanche troppo sottile, di una donna indipendente in lotta contro una società di maschi dominanti, che frenano i suoi desideri, che decidono come deve vivere e che addirittura tentano di frenare la sua “follia” facendole indossare corpetti più stretti.

Il Conte Orlok può anche far paura (bravo Skarsgaard, ormai abbonato a vestire i panni dei mostri), ma non sarà mai così spaventoso come quando Eggers costringe noi spettatori – e ogni personaggio dei suoi film – a fare i conti con l’oscurità che portiamo dentro, che probabilmente rinneghiamo, ma che forse dovremmo imparare a riconoscere. Perché anche dopo la notte più buia, c’è sempre il sorgere del sole.

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Recensione “It” (2017)

Ma quanto lo abbiamo aspettato questo film? Noi che nel 1990 eravamo bambini, noi che non abbiamo dormito per colpa di Pennywise, noi che siamo stati costretti per tutta la vita a mantenere le dist…

Una Vita da Cinefilo

Recensione “Anora”: Un Dramma Sociale Vestito da Farsa

Anora, o Ani, come preferisce farsi chiamare, lavora come stripper a New York. Vanya invece è il rampollo di una famiglia di milionari russi, all’ennesima vacanza nella Grande Mela. I due si conoscono allo strip club e approfondiscono l’intesa durante una lap dance, quando il ragazzo chiede alla ballerina di poterla vedere anche fuori dagli orari di lavoro. Quando però la famiglia del giovane lo viene a sapere, il rapporto tra i due sarà messo a dura prova.

Sembra l’incipit della più classica delle commedie romantiche (a Pretty Woman stanno fischiando le orecchie?), se non fosse che c’è di mezzo Sean Baker, uno che tra Starlet, Tangerine e Red Rocket (uno più bello dell’altro) è riuscito a dipingere con tantissima umanità un’attrice porno in rampa di lancio, una prostituta transessuale e un ex-divo di cinema per adulti. Questo significa che in Anora non c’è niente di prevedibile, se non la meravigliosa dignità della sua protagonista Mikey Madison, nel ruolo che vale una carriera. Baker non giudica, non punta il dito, riesce però a farci ridere per gran parte del suo film e, al tempo stesso, emozionare con i sogni infranti di una working class al quale è severamente proibito godere di un riscatto, una rivalsa sociale o quel che sia. Non è un caso se il film decolla davvero nel momento in cui entrano in gioco gli scagnozzi armeni del padre di Vanya, che puzzano di strada e dei marciapiedi di Brighton e Coney Island quasi quanto Ani, regalandoci forse il miglior secondo atto visto al cinema quest’anno, senza dubbio il più divertente.

È infatti nella solidarietà di classe, nel legame che si forma tra la ragazza e il trio di malcapitati “collaboratori” dell’oligarca russo, che il film trova motivo di essere, di esistere, ma soprattutto di arrivare al Festival di Cannes e portarsi a casa la Palma d’Oro. Forse Anora non gode della potenza di Un Sogno Chiamato Florida, ma è un film trascinante, che maschera il dramma sociale sotto le spoglie di una farsa, segnando quest’anno di cinema grazie a un’indimenticabile protagonista: Sean Baker insiste a non voler sbagliare mai un film.

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Recensione “Tangerine” (2015)

Interamente girato con alcuni IPhone, una steadycam e un’app da 8 dollari, si tratta di uno dei film più applauditi lo scorso anno al Sundance. Il cinema indipendente americano arricchisce la…

Una Vita da Cinefilo

Recensione “Flow”: insieme si può restare a galla

Un’opera originale, che trova solidarietà nella desolazione, un’isola di calore “animale” in uno spaventoso mare di scoramento, che sembra non finire più. Quello del lettone Gints Zilbalodis è un miracolo d’animazione, presentato la scorsa primavera a Cannes nella sezione Un Certain Regard. I protagonisti di questa meraviglia non sono animali antropomorfi, come siamo stati abituati a vedere nei film Disney (e non solo), sono semplicemente animali, pieni di sentimento, che si comportano semplicemente come tali, mostrando resilienza, solidarietà, comunione d’intenti.

Un piccolo gatto nero, a causa di una straordinaria inondazione, è costretto ad allontanarsi dalla casa in cui è cresciuto, dove non c’è più alcuna traccia di esseri umani, né nell’abitazione, né tantomeno nel mondo circostante, dominato ormai soltanto dalla natura e dalle bestie. Il gatto è solo, in un mondo enormemente più grande di lui, un mondo pericoloso, certamente ostile, visto che l’acqua sta lentamente inglobando ogni cosa. Il felino riesce tuttavia a trovare rifugio su una barca, dove condivide la solitudine inizialmente con un capibara, al quale si aggiungono ben presto un lemure, una cicogna e un golden retriever. Una compagnia eterogenea e improvvisata a bordo di un’arca contemporanea (figlia dei cambiamenti climatici?), che costringerà il gruppo a coesistere e collaborare per sperare di sopravvivere.

Il realismo di un’animazione digitale che, nella sua voluta imperfezione, restituisce la magia dei disegni a mano, risultando meravigliosamente viva nell’infondere calore agli animali, assolutamente credibili e al tempo stesso espressivi, grazie a sfumature del muso, degli occhi, della coda, che conferiscono ai personaggi tutta l’umanità di cui il film sembrava essere letteralmente privo. Insomma, dimenticate il glaciale realismo dei remake “live action” di film come Lilli e il Vagabondo o Il Re Leone, Flow è un’opera rivoluzionaria che avvicina il pubblico allo schermo, trascinandolo dentro la storia. Una favola per adulti e bambini, universale, attuale, maledettamente attuale: basta accendere un telegiornale per sentir parlare di vite perdute tra le acque del Mediterraneo e disastri ecologici che, ogni giorno che passa, sembrano una minaccia sempre più vicina. Il film di Zilbalodis insegna, senza alcuna retorica, che qualunque vita è importante e va salvata e che insieme, seppur con le nostre differenze e distanze culturali, si può ancora restare a galla.

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