This stupid nonsense against #Poetica coffee shop won't work.
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DOJ launches civil rights probe into NYC coffee shop that banned pro-Israel politician
The Jusice Department’s Civil Rights Division has opened an investigation into a woke Park Slope coffee shop that denied service to a pro-Israel politician, and warned an enforcement action could b…
Gabbiani in città
C’è come un’aura nemica dell’altro
che respinge parole in più
e inviti a sedersi tra la folla,
è memore invece l’amico lontano
egli attende l’andata discussa da tempo
nella boscosa frescura della Nevena,
non sa niente del grido gabbiano
fuori luogo e sinistro, stridente presagio,
nella calda città di provincia
è ancora dolce come in passato
il garrito vorticoso delle rondini,
algoritmo di stormo in volo.
Dove andranno ora che tutto è nuovo?
Scomparsi gli anfratti decadenti del ricordo,
è tempo di aprirsi a questo mare senz’acqua.
Ma offende la storia
e i risvegli al mattino
il richiamo del pennuto spazzino
ed è estraneo al contesto
degli anni felici,
fu severo il tuo repulisti,
ora non cresce più niente
sul terreno rovente di città,
fu profondo il disprezzo mostrato
non c’è seme che prenda forza,
anche cercare la giusta pelle
a suo modo è lavoro.
Gabbiano a me stesso
sogno ore mute tra mura di faggi,
nel mezzo di gorgoglii d’asfalto estivo
non s’arrende la restante speme.
♦
#amicizia #città #distanziamento #estraneo #forza #isolamento #mare #misantropia #passato #poesia #poeta #poetica #poetry #provincia #ricordi #società #sociologia #solitudine #speranza #webPoetryLa pregunta que me acompaña este #tiempo es ¿puedo reunir, juntar, retejer mis partes fragmentadas?
¿Reunir mis mundos y caminar mas íntegra?
Me aferro a la #promesa que desliza #clarissapinkolaestes en su LibroBiblia; escondida en su #poética manera de llevarnos de viaje en su lectura; cuando nos dice: "si haces la tarea serás alimentada de por vida".
Que así Sea.
Nota a “Un tempo nuovo” di Carla Malerba
Il tempo definito come nuovo può essere interpretato in due modi differenti: è nuovo il tempo a venire che in gioventù immaginiamo ottimisticamente gravido di promesse (“E sembrava fosse tornato / un tempo nuovo […] una gioventù che irrideva gli anni / che sembrava farsi eternità”), di progetti succulenti, di orizzonti misteriosi inseguendo chimere – e per tale motivo affascinanti -; oppure è tempo nuovo quello che tramite la poesia e il silenzio (o la preghiera) ci concediamo in ogni periodo dell’esistenza; un ripartire verticale verso l’alto che possiamo solo sfiorare. Ma non è operazione facile e volontaria perché a volte le parole sono “Annidate così nel profondo” che “non sanno fiorire”: quante idee percorrono la nostra mente, quante immagini degne di nota che potrebbero diventare versi, eppure scegliamo di tacere. Ma il poeta non va di fretta e si affida ai tempi ciclici della gioia pura che non attende inviti ma si manifesta quando è pronta, ed è fatta di verità semplici, da cogliere con umiltà (“l’occhio del poeta / osserva intuisce riferisce / cosa c’è nell’anima del mondo”); alimentata dal “sogno eterno del ritorno”. Ma ritornare dove? In luoghi del passato mai abbandonati interiormente o in una dimensione attuale e perfetta ottenuta negli anni e grazie al privilegiato esercizio della ricerca poetica?
Carla Malerba è una poetessa risolta? I versi delicati ed essenziali contenuti nella raccolta “Un tempo nuovo” (Fara Editore, 2026) sembrerebbero evidenziare un raggiunto equilibrio non solo stilistico ma innanzitutto esistenziale, storico, e quindi autobiografico, oppure il tutto è solo un “sentirsi al sicuro / appollaiati / in attesa del vortice” perché un poeta è sempre in viaggio dentro se stesso e il suo vissuto; la quiete è per i falsi risolti che non hanno dubbi. C’è un tempo sospeso, potenziale e spesso esplorato dai ricordi perché la vita ha deviato dal suo percorso, che sempre riaprirà varchi spazio-temporali, riesaminerà ipotesi esistenziali o semplicemente ripercorrerà pagine private che dolcemente e tristemente ritornano alla memoria. Anche nel presente insonne c’è una stazione dove qualcuno “ripete senza sosta / le stesse parole ferrate d’addio”: solo la sensibilità del poeta (intento per sua natura “ad ascoltare nel buio / mormorii e richiami”) può afferrarle al volo e ricollocarle in un angolo remoto del proprio lontano vissuto. Ma certe cose si sentono a tratti, in momenti di grazia: a volte è lo stesso poeta a sottovalutarne la portata, le potenzialità e molte sono le cose che scivolano via; tra queste le voci dell'”altro che non eri / o che sei stato”, gli io inespressi, le persone care estinte che oggi – come direbbe Massimo Recalcati – sono “luce di stelle morte” ma pur sempre, in altro modo, luce. È un ciclo che riguarda tutti: ci consola il fatto che “saremo / sedimenti di nuove colonie”; sulle nostre parole apparentemente ignorate forse si sta già formando la nuova coscienza di un’umanità che non vedremo.
Carla Malerba vuole rappresentare, a se stessa in primis, il raggiungimento di una dimensione di pace che non significa rassegnato immobilismo: c’è invece un sobrio equilibrio tra elementi naturali, eventi personali, ricordi, stati di grazia conquistati con lo strumento mai scontato della semplicità osservatrice (“Semplice è sinonimo di chiaro”), percezioni a volte addirittura impalpabili, sovrapposizioni casuali e felici (“note di fado / nello sciabordio della marea”): è il poeta che registra, immortala, ma con leggerezza, senza l’ossessione del definitivo, del lapidario. In questa raccolta, forse più che in altre, Malerba ha voluto toccare e finalmente fissare l’essenza dell’esistere, le cose che contano, l’importanza del tempo, quello vero – l’altro – eterno, non misurabile dagli scarsi strumenti umani; ha preso coscienza “dell’indifferenza / verso passate stagioni”, delle voci ormai spente e che mai più torneranno, perché “di tutte le assenze / sconfinato il desiderio / di sorrisi e mani amate”. Ma non si tratta di un nostalgico arrendersi al tempo che passa perché “depongo con cura ciò che resta / delle trascorse stagioni. / Qui è vivo il presente…”. Un presente operoso e dinamico, ma con un occhio saggiamente rivolto sempre agli insegnamenti provenienti dal proprio vissuto.
A questo punto dovrebbe essere abbastanza chiaro che la raccolta di Carla Malerba ha un co-autore ed è il Tempo: solo grazie a questa dimensione così sfuggevole e indefinibile, ma che di fatto ci insegue e fa sentire tutto il proprio peso sul nostro agire, possiamo valutare in profondità gli accadimenti, i sentimenti provati, le persone e i personaggi incontrati, le emozioni avvertite, i vuoti e i pieni sopravvalutati o sottovalutati… È grazie al tempo che a distanza riusciamo a definire, a dare un nome alle cose, all’indicibile per fortuna sempre presente in questo viaggio chiamato vita.
Michele Nigro
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nota pubblicata anche QUI!
#lettura #memoria #nota #passato #poesia #poeta #poetica #poetry #recensione #ricordi #ricordo #ritorno #silenzio #tempo #vita #webPoetryNota a “Campagne” di Giancarlo Busso
La prosa poetica e le campagne, quest’ultime geograficamente intese ma non solo, hanno in comune il loro essere zone ibride di confine: la prima tra la descrizione orizzontale e la sintesi tipicamente poetica, le seconde tra la natura incontaminata che sopravvive ai margini, e a volte ancora s’incunea tra gli artefatti, e l’azione trasformatrice della civiltà umana sul creato messo a disposizione per il sostentamento dell’Homo Sapiens che resiste alla città. Un confine ibrido che si rivela affascinante regione di indagine interiore, anche se la prosa poetica non spiega mai del tutto i suoi intenti e conserva un certo grado di indicibilità, così come la campagna non si concede interamente alla tecnica che plasma animali e terreni in vista di una produttività che va al di là dell’autosostentamento della società contadina.
C’è un confine, lo si avverte e va rispettato. “Dove andava la strada?” si chiede Giancarlo Busso, autore della raccolta (opera prima) di prose poetiche e poesie intitolata Campagne (Fallone editore, 2025), ma non c’è risposta certa perché il mistero che avvolge il destino di una strada di campagna è pari a quello di ogni esistenza: il cammino in sé è l’essenza del nostro esserci andando, non il nome della meta, della strada stessa (“l’enorme archivio di nomi delle campagne” e in seguito “si aprono strade infinite tra i campi”). Perché “Camminare in una direzione, forse, ha senso?” Dall’osservazione del territorio procedendo lungo il percorso si traggono i più genuini e spontanei insegnamenti di vita; ci si muove da vivi in un terreno vivo “con movimenti sincroni […] creando vibrazioni”. Dall’osservazione della natura (“L’occhio brama il paesaggio”), sia quella ancora selvaggia che quella piegata dall’uomo agricolo, si giunge alla descrizione del proprio mondo interiore, presente e passato fatto di ricordi e rivisitazioni; a volte siamo più soli di un borgo abbandonato e desertico (“visitando luoghi che ci hanno dimenticato”): a farci compagnia le memorie di generazioni operose, il loro riverbero nella storia locale e privata, e le diatribe tra vicini (“Nessuno conosce veramente il vicino…”) che entrano nel tessuto della tradizione di zona. Le stalle vuote, la siccità sono solo i sintomi di una involuzione eco-socio-economica o rappresentano i simboli di un decadimento valoriale che coinvolge l’intera umanità, persino quella contadina che credevamo protetta, isolata, distanziata per definizione dal caos di un mondo più avanzato?
Ma la terra ha una sua memoria: “Qualcuno era stato già qui nei tempi passati, decenni, poi secoli, poi millenni, di uccisioni e di nascite, di strati di terre sepolte, di occasioni perse, di coincidenze miracolose, di eventi non ancora compresi e già dimenticati nel caotico succedersi delle loro vite”. È una memoria paziente, fatta di attese che si perdono nel tempo, senza cronaca, senza clamori, senza un trafiletto nella Storia ufficiale. Senza i social!
Il “Non sono mai stato niente. Non potevo non essere che niente…” (Il tesseratto, pag.53) ricorda il “Non sono niente. Non sarò mai niente…” di Pessoa e rappresenta quello spirito degli ultimi che al di là di ogni facile pessimismo diventa addirittura “filosofia di vita”, accettazione dell’inesorabilità della vita dei semplici che viene avvertita ma non colta, non percepita consapevolmente; come una nebbia che tutto avvolge, fagocita, rende democraticamente omogeneo annullando confini, differenze, precoci autoesaltazioni, ma al tempo stesso conferma una presenza costante nel tempo integrandola nel paesaggio. “Chiamare i morti, adesso che sei rimasto solo” è un esercizio necessario che si compie nelle contrade della solitudine: ma non è pratica folle o ritardataria, è rito sacro ispirato da luoghi familiari, “nella stanza in fondo alle campagne”, quando ci ritroviamo in vestigia a noi prossime e terrene.
Michele Nigro
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