Gabbiani in città

 

C’è come un’aura nemica dell’altro
che respinge parole in più
e inviti a sedersi tra la folla,
è memore invece l’amico lontano
egli attende l’andata discussa da tempo
nella boscosa frescura della Nevena,

non sa niente del grido gabbiano
fuori luogo e sinistro, stridente presagio,
nella calda città di provincia
è ancora dolce come in passato
il garrito vorticoso delle rondini,
algoritmo di stormo in volo.
Dove andranno ora che tutto è nuovo?
Scomparsi gli anfratti decadenti del ricordo,
è tempo di aprirsi a questo mare senz’acqua.

Ma offende la storia
e i risvegli al mattino
il richiamo del pennuto spazzino
ed è estraneo al contesto
degli anni felici,

fu severo il tuo repulisti,
ora non cresce più niente
sul terreno rovente di città,
fu profondo il disprezzo mostrato
non c’è seme che prenda forza,

anche cercare la giusta pelle
a suo modo è lavoro.
Gabbiano a me stesso
sogno ore mute tra mura di faggi,
nel mezzo di gorgoglii d’asfalto estivo
non s’arrende la restante speme.

#amicizia #città #distanziamento #estraneo #forza #isolamento #mare #misantropia #passato #poesia #poeta #poetica #poetry #provincia #ricordi #società #sociologia #solitudine #speranza #webPoetry

Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero.

versione pdf: Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero

Dove per “bianco e nero” non si vuole intendere solo una categoria cromatica ma soprattutto un’epoca cinematografica che ai nostri occhi appare come un’epoca “primordiale”, rappresentativa di un periodo storico in cui la società è ancora “illibata” dal punto di vista valoriale, semplice (in alcuni casi “sempliciotta”) nel suo storytelling. Si considerano alcune epoche passate come le migliori – i “bei tempi” -, in cui tutto era più genuino, lineare, buono, trasparente e i sentimenti erano veri, spontanei, privi di malizia… Di conseguenza anche la canzone e il cinema di quelle epoche sono degni prodotti di una presunta genuinità che forse abita solo nell’animo dell’osservatore contemporaneo. Ovvero, si tratta semplicemente di nostalgismo o vi è una base di verità in questa rivalutazione più che positiva di certi tempi passati attraverso musiche e pellicole che a volte, anche meglio di altri documenti storici, pur edulcorando la realtà sanno bene rappresentare lo spirito di un’epoca? Non c’è una risposta definitiva e risolutiva a questa domanda.

Forse questo nostro presente caratterizzato da un realismo giornalistico e cinematografico esasperante, da effetti speciali che non danno tregua ai sensi, e ora da una pervasiva Intelligenza Artificiale che sta confondendo le acque mentali di un’umanità già allo sbando e in bilico tra realtà e “presunzione di realtà”, ha bisogno di tanto in tanto di un ritorno ancestrale a epoche “vergini”, così come all’uomo tecnologico non dovrebbe mai mancare il contatto con la natura incontaminata. Ma il cinema è un prodotto tecnologico; allora a quale primordialità ci riferiamo quando parliamo di “cinema in bianco e nero”? L’assenza di colori, riconducendo il tutto a una realtà dipinta per mezzo di una “scala di grigi”, è in grado di resettare l’invadente presunzione realistica del colore appunto; senza la colorazione è come se si affidasse alle sole forme la responsabilità del racconto, la rappresentazione della realtà che resta tuttavia una “realtà di fiction”, un vero che è pur sempre frutto della narrazione del regista e degli sceneggiatori. Molti sono stati i registi contemporanei che, affascinati dal “potere democratico” del bianco e nero, hanno voluto raccontare le loro storie eliminando il colore; così come alcuni laboratori per la restaurazione di vecchie pellicole hanno voluto dare colore a riprese originariamente nate in bianco e nero, per testare un effetto alternativo, per avvicinare fatti storici, che nell’immaginario collettivo sono da sempre in bianco e nero, alla nostra sensibilità “colorata”; per assecondare la nostra assuefazione a un realismo ormai solo ed esclusivamente colorato.

Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero, e in particolar modo di quelli di stampo nazional-popolare? È necessario parlare di bisogno perché la moda dei tempi ci condurrebbe istintivamente a seguire i prodotti più diffusi, quelli più efficienti ed efficaci da un punto di vista tecnologico e di risposta emotiva calibrata in base a parametri che nulla hanno a che vedere con “antiche” tendenze culturali e sociali. Quindi il bisogno nasce da richieste più intime, private, appartenenti alla propria storia personale e familiare, a un vissuto che risale a nostre stratificazioni genealogiche condivise con persone di cui abbiamo sentito solo parlare ma che per motivi anagrafici non abbiamo mai conosciuto: persone che, proprio a causa del fatto di non averle mai neanche sfiorate nella vita reale, sono diventate personaggi, e grazie ai racconti di familiari che invece hanno avuto l’occasione di frequentarli. Ed è così che epoche a noi cronologicamente anche piuttosto vicine assumono addirittura un carattere mitico.

Se per gli spettatori dell’epoca quei film rappresentavano loro stessi nel loro presente e quindi non potevano considerarli già come prodotti mitizzanti, per noi successori sono fonte, forse illusoria, di una verginità che in realtà non esiste o perlomeno non può esistere nel nostro tempo ma resiste in un angolo di mondo ideale. Quindi il film in bianco e nero non è che una “macchina del tempo” a uso e consumo di chi ha bisogno di ritrovare una dimensione embrionale della società in cui vive e della cultura complessa con cui si confronta quotidianamente. Una macchina del tempo che contribuisce all’idealizzazione di certi periodi storici considerati, per il tipo di argomenti trattati e il lieto fine quasi sempre assicurato, non più riproponibili se confrontati con la complessa e corrotta situazione sociale del presente. Ma in realtà quelli che noi consideriamo difetti caratteristici solo della nostra epoca contemporanea sono, nei contenuti, una costante storica camuffata nella forma dalla leggerezza della commedia cinematografica; da qui la nostalgia per tempi che alla radice contengono le stesse potenzialità edificanti o distruttive di qualsiasi periodo. Da qui, forse, una “nostalgia per epoche non vissute”, una anemoia di origine familiare: attraverso film e canzoni ci caliamo nell’atmosfera di un periodo storico vissuto da persone a noi care e ormai estinte; le immaginiamo giovani al momento della proiezione di quel film al cinema, sorridenti, spensierate, probabilmente in compagnia di chi avrebbe in seguito condiviso un importante tragitto esistenziale fino a giungere a noi, figli di questa contemporaneità a volte orfana di punti di riferimento valoriale e di senso. È un po’ come se volessimo partecipare al loro vissuto e acquisire così un frammento della loro forza e della loro fede nella vita.

Il sentimento amoroso rappresentato in queste pellicole è basilare, archetipico, elementare, nonostante il tentativo da parte di alcune trame di complicarne la realizzazione, ma è solo un espediente narrativo per fornire complessità e profondità a una conclusione che fin dall’inizio si annuncia ottimistica. E ci piace pensare che quella stessa ottimistica ingenuità sia stata adottata nella vita reale anche da quei cari estinti a cui si faceva riferimento e che ha rappresentato la base di partenza della nostra esistenza qui e ora. Senza quel loro crederci semplice e spontaneo – simile a quello dei protagonisti di certi film – forse molte cose non sarebbero state realizzate; e anche noi allora vorremmo recuperare quella loro fede ingenua, quel loro gettarsi nella vita fidandosi della tradizione, della gerarchia familiare, dei valori tramandati, della Storia. Tutte le epoche per gli osservatori coevi risultano complesse, ma basterà spostarsi in avanti nel tempo di una generazione e quella complessità diventerà arretratezza, schema semplice da decifrare, approccio esistenziale da aggiornare in base alle nuove scoperte e ai nuovi comportamenti assemblati nel corso degli anni. Quella stessa semplicità sottovalutata dall’evoluzione diventerà merce rara ricercata da chi guardando indietro avrà la necessità di fermarsi a recuperare l’essenza del vivere: non si tratta di disadattamento alla propria epoca bensì di una richiesta di integrazione al presente con elementi resi “primordiali” dalla distanza cronologica. Il tempo permette all’osservatore di allontanarsi per meglio vedere il quadro nel suo insieme: la profondità nasce dall’allineamento dell’oggi su paesaggi divenuti storici.

I film in bianco e nero, al netto dell’effetto malinconico-nostalgico che possono avere sullo spettatore medio, posseggono un potenziale antidepressivo da non sottovalutare perché sono in grado di ripristinare un certo “candore” esistenziale e una fiducia nella vita con cui affrontare e sopportare il peso dell’oggi: non si tratta del solito insegnamento derivante dal confronto con la Storia; lo spettatore ha bisogno di abbeverarsi a una fonte sì storica ma relativamente recente: una fonte lontana quanto basta per osservarsi con gli occhi della generazione precedente, ma non troppo lontana da non riconoscersi già in essa. Però non sarebbe corretto interpretare il bisogno di questi film come un “rifugio” dal presente per vigliacchi, disadattati, per quelle persone che vivono con disagio il proprio tempo. I personaggi delle storie in bianco e nero sembrano avere una vita più facile della nostra ma si tratta di un miraggio cinematografico creato ad arte: attribuiamo loro una certa abilità nel saper vivere perché in fondo noi conosciamo come va a finire la loro vicenda, noi siamo il loro futuro e sappiamo che dopo quell’epoca “felice” (felice per noi che la osserviamo da qui!) è giunto il nostro tempo, più complesso e “cattivo”, con il suo carico di guai nuovi di zecca. Quelli che invece “vivono” nei film in bianco e nero sanno benissimo cosa fare, o almeno così ci sembra, perché inconsciamente sappiamo che la loro vicenda è già Storia, è già stato tutto risolto e si sono tolti il pensiero di come vivere e risolvere i problemi. E quindi dal confronto tra la nostra e la loro epoca deriva l’idealizzazione del loro tempo. Ma si tratta di un’opera di autoconvincimento di cui abbiamo bisogno per alleggerire, attraverso il loro vissuto, il nostro; un processo mentale autoassolutorio e palesemente illusorio. In cambio di questo nostro periodico riesumarli, guardando le pellicole che mantengono in vita anche attori ormai scomparsi da decenni, chiediamo un tributo in leggerezza, in semplicità che rasenta l’ingenuità; chiediamo una chiave di lettura che disinneschi la complessità del presente. Ma quella che per noi è complessità sarà lo spasso e il divertente passatempo degli spettatori del futuro quando guarderanno film che descriveranno la vita di oggi. È un processo ciclico.

Oggi alcuni temi e alcune scene di certi film in bianco e nero farebbero gridare al “patriarcato” e sarebbero oggetto di accesa discussione da parte dei sostenitori del politically correct e della cancel culture: il maschio prepotente e tossico, la moglie troppo paziente e dipendente dal marito, la figlia presa a schiaffi dal padre autoritario, e altri residui di una cultura sociale e familiare, sarebbero giustamente portati alla sbarra per essere processati in un “tribunale woke. Il pregio di queste pellicole è proprio quello di fotografare e conservare nel tempo la cultura di un’epoca, nel bene e nel male. Proporre una censura revisionistica di questi film (come ipotizzato recentemente per certe pellicole famose in altri paesi) sarebbe inutile e culturalmente fuorviante.

versione pdf: Perché abbiamo bisogno dei film in bianco e nero

immagini, in ordine di apparizione, tratte dai film:

“Lazzarella” (1957)

“Tuppe tuppe, Marescià!” (1958)

“Un americano a Roma” (1954)

“Totò, Peppino e la… malafemmina” (1956)

“Siamo tutti inquilini” (1953)

#amore #ancestrale #cancelCulture #censura #cinema #cinematografia #commedia #contemporaneo #cultura #epoca #famiglia #film #futuro #generazione #idealismo #malinconia #memoria #mito #nazionalismo #nostalgia #passato #patriarcato #periodico #personaggio #politicallyCorrect #popolare #presente #primordiale #regia #revisionismo #ricordi #ricordo #ritorno #sentimento #società #sociologia #storia #tempo #umanità #umorismo #woke

Nota a “Un tempo nuovo” di Carla Malerba

Il tempo definito come nuovo può essere interpretato in due modi differenti: è nuovo il tempo a venire che in gioventù immaginiamo ottimisticamente gravido di promesse (“E sembrava fosse tornato / un tempo nuovo […] una gioventù che irrideva gli anni / che sembrava farsi eternità”), di progetti succulenti, di orizzonti misteriosi inseguendo chimere – e per tale motivo affascinanti -; oppure è tempo nuovo quello che tramite la poesia e il silenzio (o la preghiera) ci concediamo in ogni periodo dell’esistenza; un ripartire verticale verso l’alto che possiamo solo sfiorare. Ma non è operazione facile e volontaria perché a volte le parole sono “Annidate così nel profondo” che “non sanno fiorire”: quante idee percorrono la nostra mente, quante immagini degne di nota che potrebbero diventare versi, eppure scegliamo di tacere. Ma il poeta non va di fretta e si affida ai tempi ciclici della gioia pura che non attende inviti ma si manifesta quando è pronta, ed è fatta di verità semplici, da cogliere con umiltà (“l’occhio del poeta / osserva intuisce riferisce / cosa c’è nell’anima del mondo”); alimentata dal “sogno eterno del ritorno”. Ma ritornare dove? In luoghi del passato mai abbandonati interiormente o in una dimensione attuale e perfetta ottenuta negli anni e grazie al privilegiato esercizio della ricerca poetica?

Carla Malerba è una poetessa risolta? I versi delicati ed essenziali contenuti nella raccolta “Un tempo nuovo” (Fara Editore, 2026) sembrerebbero evidenziare un raggiunto equilibrio non solo stilistico ma innanzitutto esistenziale, storico, e quindi autobiografico, oppure il tutto è solo un “sentirsi al sicuro / appollaiati / in attesa del vortice” perché un poeta è sempre in viaggio dentro se stesso e il suo vissuto; la quiete è per i falsi risolti che non hanno dubbi. C’è un tempo sospeso, potenziale e spesso esplorato dai ricordi perché la vita ha deviato dal suo percorso, che sempre riaprirà varchi spazio-temporali, riesaminerà ipotesi esistenziali o semplicemente ripercorrerà pagine private che dolcemente e tristemente ritornano alla memoria. Anche nel presente insonne c’è una stazione dove qualcuno “ripete senza sosta / le stesse parole ferrate d’addio”: solo la sensibilità del poeta (intento per sua natura “ad ascoltare nel buio / mormorii e richiami”) può afferrarle al volo e ricollocarle in un angolo remoto del proprio lontano vissuto. Ma certe cose si sentono a tratti, in momenti di grazia: a volte è lo stesso poeta a sottovalutarne la portata, le potenzialità e molte sono le cose che scivolano via; tra queste le voci dell'”altro che non eri / o che sei stato”, gli io inespressi, le persone care estinte che oggi – come direbbe Massimo Recalcati – sono “luce di stelle morte” ma pur sempre, in altro modo, luce. È un ciclo che riguarda tutti: ci consola il fatto che “saremo / sedimenti di nuove colonie”; sulle nostre parole apparentemente ignorate forse si sta già formando la nuova coscienza di un’umanità che non vedremo.

Carla Malerba vuole rappresentare, a se stessa in primis, il raggiungimento di una dimensione di pace che non significa rassegnato immobilismo: c’è invece un sobrio equilibrio tra elementi naturali, eventi personali, ricordi, stati di grazia conquistati con lo strumento mai scontato della semplicità osservatrice (“Semplice è sinonimo di chiaro”), percezioni a volte addirittura impalpabili, sovrapposizioni casuali e felici (“note di fado / nello sciabordio della marea”): è il poeta che registra, immortala, ma con leggerezza, senza l’ossessione del definitivo, del lapidario. In questa raccolta, forse più che in altre, Malerba ha voluto toccare e finalmente fissare l’essenza dell’esistere, le cose che contano, l’importanza del tempo, quello vero – l’altro – eterno, non misurabile dagli scarsi strumenti umani; ha preso coscienza “dell’indifferenza / verso passate stagioni”, delle voci ormai spente e che mai più torneranno, perché “di tutte le assenze / sconfinato il desiderio / di sorrisi e mani amate”. Ma non si tratta di un nostalgico arrendersi al tempo che passa perché “depongo con cura ciò che resta / delle trascorse stagioni. / Qui è vivo il presente…”. Un presente operoso e dinamico, ma con un occhio saggiamente rivolto sempre agli insegnamenti provenienti dal proprio vissuto.

A questo punto dovrebbe essere abbastanza chiaro che la raccolta di Carla Malerba ha un co-autore ed è il Tempo: solo grazie a questa dimensione così sfuggevole e indefinibile, ma che di fatto ci insegue e fa sentire tutto il proprio peso sul nostro agire, possiamo valutare in profondità gli accadimenti, i sentimenti provati, le persone e i personaggi incontrati, le emozioni avvertite, i vuoti e i pieni sopravvalutati o sottovalutati… È grazie al tempo che a distanza riusciamo a definire, a dare un nome alle cose, all’indicibile per fortuna sempre presente in questo viaggio chiamato vita.

Michele Nigro

#lettura #memoria #nota #passato #poesia #poeta #poetica #poetry #recensione #ricordi #ricordo #ritorno #silenzio #tempo #vita #webPoetry

Fico d’India


Mute scie su vetri di cielo tivvù
tagliano bianche come graffi
la vita passante e le cose da fare,
ti sei accorto in autunno
del tempo sempre più breve
per riaversi dalle piccole morti?

Delusioni incrociate su strada
scorrono feroci tra la gente,
assuefatti alla verde ferita
allo stato dell’arte perdente,
nascono gemme, promesse di pale
e getti futuri
lì dove il taglio offende la polpa
guarigione succosa,
corre ai ripari l’istinto a sperare
risponde al trauma con figli inattesi.

(ph M.Nigro©2026)

#esistenza #evoluzione #futuro #morte #natura #passato #poesia #poetry #psicologia #resilienza #resistenza #speranza #tempo #vita #webPoetry

Monumento ai cadenti

Ritorni solo dal desinare di domenica
nel sole accecante tra case allineate,
è curioso quel che ricorda all’imbrunire
l’amico prezioso riemerso dall’infanzia
le smorfie irriverenti al severo adulto
lontani gesti rimossi egli rammenta
alla memoria allentata dagli anni.

Vi ritrovo invecchiati e stanchi
feriti, colpiti, caduti ma in piedi a crederci
nel caldo vento di un maggio ancora senza rose
compagni pesanti di vita e morte,
l’usura è la stessa mia di sciagurati respiri
e delle cicliche stagioni su passaggi terreni,

eppure sempre fluttueranno come ieri
gatti liberi e raminghi sulle tettoie del silenzio
parole e versi per foglie sonanti
all’alito di insperati tramonti.

Sarà dolce andarsene a scadenza tra risa di luppolo,
decadente e umano è il farsi appoggio l’un dell’altro
la ruggine paziente dei cancelli
la sua lenta azione sulla presenza dell’uomo
accolta dai tempi con fede insistente.

(Immagine: Igor Shulman, Progetto Gravity. #16., Pittura, Olio su tela – 2021)

 

#esistenza #memoria #morte #passato #poesia #poetry #ricordi #ricordo #ritorno #solitudine #speranza #storia #tempo #vita #webPoetry

Sacerdote del vuoto

Albero che tra verdi foglie d’altri ancora non germogli
assapori forse con calma il dominio del tempo?
Eterni, mai lo saremo!,
in mari agitati d’ansia, sotto cieli d’umori grigi
non trascuri la marcia sognata
e i punti cardinali del programma,
non balena di clamore la notizia nei tuoi occhi
è del piccolo mondo ormai la loro cura.

Padre, tu che niente hai visto di noi
accompagni muto in polvere d’ossa
i passi eredi e i rami venuti dopo,
mi dicono sacerdote del vuoto
ma è nel silenzio di vedetta
che di nuovo pronuncio preghiere.

#distanza #distanziamento #eredità #esistenza #futuro #genitore #lavoro #lontananza #passato #poesia #poeta #poetry #preghiera #provincia #provincialismo #silenzio #tempo #vita #webPoetry

Sangue per squali

Furono le ultime ferie innocenti
premessa di una morte a venire,
era ancora senza peso e misura
lo sguardo profondo sulla storia

è privo di un nome che metta pace
questo potente vuoto sconosciuto
dinanzi al baratro d’infinite scelte.

Saluti veloci dall’asfalto, un segno di croce
un bacio staccato dal volante in fuga
tornando da nuovi destini coraggiosi
verso notturne luminarie tra cipressi,
ti riconosco a momenti in voci sorelle
sprazzi ereditati che non colmano

è forte la presenza degli estinti
nelle case parallele dove li invoco
ma nessuno chiede elemosine
come fosse sangue per squali
dopo l’urlo muto della solitudine.

(ph M.Nigro©2026)

#cimitero #futuro #morte #pace #passato #poesia #poeta #poetica #poetry #potere #presente #presenza #scelta #solitudine #storia #tempo #vuoto #webPoetry
Hamnet: Riflessioni sui Film Nominati agli Oscar 2025

Analisi dei Candidati agli Oscar 2025: Un’Ossessione per il Doppio e il Passato Dieci film sono stati nominati agli Oscar del 2025, rivelando un’ossessione per temi ricorrenti e ar

Notizie Buzz!
Giù le mani dai motorini Simson: l'AfD va pazza dei mezzi della famiglia ebraica

Simson, nazismo e la storia di una famiglia espropriata: Un passato da ricordare, un presente da criticare L'AfD sta suscitando indignazione per il suo invito a partecipare alle sf

Notizie Buzz!
Il ritorno di Mihail: tra arte e memoria

Nella Montréal contemporanea, Mihail, critico ed esperto d’arte di origine bulgara, conduce una vita costruita lontano dalle proprie radici dopo la morte della moglie e l’emigrazio

Notizie Buzz!