Corriere.it - Homepage: Chi era Paolo Cirino Pomicino, politico ed ex ministro Dc morto il 21 marzo. Il "viceré" che divenne Geronimo: mezzo secolo di politica

Protagonista assoluto della scena politica, dagli anni di Giulio Andreotti a quelli di Silvio Berlusconi. Nel 1993 finì nella tempesta di Tangentopoli e successivamente si firmò Geronimo portando scompiglio con i suoi pamphlet

Who was Paolo Cirino Pomicino, a politician and former DC minister who died on March 21st. The "vice-regent" who became Geronimo: half a century of politics.

The undisputed protagonist of the political scene, from Giulio Andreotti’s years to those of Silvio Berlusconi. In 1993 it found itself in the Tangentopoli storm and subsequently signed on as Geronimo, causing chaos with its pamphlets.

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http://napoli.corriere.it/notizie/politica/26_marzo_21/chi-era-paolo-cirino-pomicino-politico-ed-ex-ministro-dc-morto-il-21-marzo-da-vicere-a-geronimo-mezzo-secolo-di-politica-6a55e656-3a41-4745-91ed-de101b2f6xlk.shtml

Chi era Paolo Cirino Pomicino, politico ed ex ministro Dc morto il 21 marzo. Il «viceré» che divenne Geronimo: mezzo secolo di politica

Protagonista assoluto della scena politica, dagli anni di Giulio Andreotti a quelli di Silvio Berlusconi. Nel 1993 finì nella tempesta di Tangentopoli e successivamente si firmò Geronimo portando scompiglio con i suoi pamphlet

Corriere della Sera

Il Tempo: E' morto Paolo Cirino Pomicino, aveva 86 anni

ROMA (ITALPRESS) – Addio a Paolo Cirino Pomicino. L'ex leader della Dc, a lungo ministro tra gli anni '80 e i primi anni '90, è scomparso all'età di 86 anni. Nato a Napoli il 3 settembre del 1939, dopo aver conseguito la laurea in Medicina, Pomicino è entrato in politica nel 1970, diventando consigliere comunale a Napoli con la Democrazia Cristiana: diventerà da lì a breve un perno del partito, con cui fu eletto alla Camera per la prima volta nel 1976 e fino al 1994, anno della fine della Prima Repubblica. Pomicino fu ministro della Funzione pubblica del governo De Mita (1988-1989) e poi ministro del Bilancio e della Programmazione economica di due Governi guidati da Giulio Andreotti. Legato ad Andreotti, aderiva infatti alla sua corrente, Pomicino venne coinvolto in diverse inchieste giudiziarie, a partire da Mani pulite nel 1993. In occasione delle elezioni europee del 2004 Pomicino ha aderito al partito di Clemente Mastella candidandosi con i Popolari UDEUR e risultando eletto nella circoscrizione sud. Venne nuovamente eletto alla Camera nel 2006 nella lista formata dalla DC insieme al Nuovo PSI.
– foto Ipa Agency –(ITALPRESS).

Paolo Cirino Pomicino has died, he was 86 years old.

ROME (ITALPRESS) – Paolo Cirino Pomicino has died. The former leader of the DC (Democrazia Cristiana), a long-time minister during the 1980s and early 1990s, passed away at the age of 86. Born in Naples on September 3, 1939, after obtaining a degree in Medicine, Pomicino entered politics in 1970, becoming a municipal councilor in Naples with the Christian Democrat Party: from there, he soon became a pillar of the party, with whom he was first elected to the Chamber of Deputies in 1976 and until 1994, the year of the end of the First Republic. Pomicino served as Minister of Public Administration for the De Mita government (1988-1989) and then as Minister of Budget and Economic Planning for two governments led by Giulio Andreotti. Linked to Andreotti, he belonged to his current, and Pomicino was involved in several judicial investigations, starting with Mani Pulite (Clean Hands) in 1993. In occasione delle elezioni europee del 2004 Pomicino has aderito al partito di Clemente Mastella candidandosi con i Popolari UDEUR e risultando eletto nella circoscrizione sud. He was again elected to the Chamber of Deputies in 2006 on the list formed by the DC together with Nuovo PSI. – photo Ipa Agency –(ITALPRESS).

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https://www.iltempo.it/italpress/2026/03/21/news/e-morto-paolo-cirino-pomicino-aveva-86-anni-46920759/

E' morto Paolo Cirino Pomicino, aveva 86 anni

ROMA (ITALPRESS) – Addio a Paolo Cirino Pomicino. L’ex leader della Dc, a lungo ministro tra gli anni ’80 e i primi anni ’90, ...

Attacco alla Banca d’Italia: la difesa di Paolo Baffi | Prefazione – di Alfredo Gigliobanco - Effimera

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Giulio Andreotti, la salute non logora chi non ce l'ha: seppellito il dottore - Boomerissimo

L'incredibile resistenza di Giulio Andreotti. Il ragazzo che doveva morire giovane ma è soprassivissuto a tutti, compreso il suo dottore

Boomerissimo

Se si intende sottovalutare il golpe Borghese

Quando si vuole a tutti i costi sminuire i rischi corsi dalla democrazia italiana con il progetto di golpe di Junio Valerio Borghese ci si arrampica sugli specchi come fa in questa parte della sua tesi Filippo Augusto Albarin, del resto in buona compagnia con Pansa, il quale sembrava proprio anticipare nell’intervista con il Principe Nero, dallo studente ampiamente menzionata, lo spregiudicato e qualunquistico revisionismo storico, che caratterizzò i suoi ultimi anni.
Sul tentativo di colpo di stato di Borghese è sufficiente una elementare considerazione per denunciarne la pericolosità: l’indubbio coinvolgimento di Licio Gelli, che nell’occasione fece quantomeno una prova generale dei suoi ben noti piani eversivi.
Nota del redattore

Il periodo degli “anni di piombo” in Italia è stato caratterizzato da una crescente tensione politica e sociale, con conflitti tra gruppi estremisti di destra e sinistra, oltre a interferenze da parte di servizi segreti e organizzazioni criminali. Questo contesto ha generato una diffusa paura nella popolazione, inclusa quella di poter trovare carri armati per strada al risveglio.
Durante questo periodo, si assistette a un confronto violento tra estremisti di destra, che miravano a instaurare un regime autoritario ispirato a modelli sudamericani come quelli del Cile e dell’Argentina, e forze di sinistra, che lottavano per una trasformazione sociale e politica radicale, inclusa la presa del potere attraverso una rivoluzione operaia.
Le attività di gruppi estremisti, organizzazioni criminali e interferenze dei servizi segreti crearono un clima di instabilità e diffidenza all’interno della società italiana, con la minaccia costante di violenza politica e azioni terroristiche. Questo periodo oscuro della storia italiana è stato caratterizzato da una serie di attacchi, omicidi politici e violenze che hanno avuto un impatto duraturo sul tessuto sociale e politico del paese.
E nella cronaca che seguiva questi eventi abbiamo visto che il modus operandi era sempre lo stesso: compiere un atto e accusare la parte opposta; ed è per questo che è fortemente credibile che anche l’evento in analisi, il presunto tentativo di golpe [Borghese], possa essere frutto di un invenzione, o meglio di una retorica di voluta esagerazione, messa in atto dalle forze di sinistra.
Per dovere di cronaca, ma anche per un’oggettiva convinzione che la storia che abbiamo raccontato fino ad adesso sia influenzata da una retorica fortemente complottista e di parte, presenteremo i punti in favore della teoria che vede questa storia come una grossa montatura.
Un primo esempio di quanto appena detto risiede in un’intervista che il Principe ha rilasciato il 5 dicembre [1970], quindi poco più di 24h prima del presunto golpe, a Gianluca Pansa; se riletta, questa intervista, conoscendo le accuse che sono state successivamente rivolte a Borghese, queste dichiarazioni hanno del paradossale. Vengono trattati temi che, se effettivamente fosse accaduto tutto quello raccontato da lì a poche ore, non avrebbe avuto senso trattare in un’intervista; in particolare, ritengo opportuno riportare uno stralcio dell’intervista, la parte in cui Pansa chiede al Principe la sua visione su un eventuale colpo di Stato:
P: Come vi comportereste di fronte ad un colpo di Stato? Cioè il vostro giudizio su un eventuale colpo di Stato?
B: Se il colpo di Stato dovesse partire da della gente che noi riteniamo nociva alle sorti del paese, il nostro atteggiamento sarebbe del tutto negativo. Se il colpo di Stato partisse da qualche organizzazione politica e noi lo ritenessimo soddisfacente per le finalità che ci proponiamo, potremmo anche considerarlo come un avvenimento positivo.
Poi l’intervento del fedelissimo Carlo Guadagni: “E sarebbe sempre, però, l’attuazione di quel secondo articolo del nostro Statuto che parla del ripristino dei massimi valori della civiltà italica.
B: sì, non ci interessa il colpo di Stato come colpo di Stato: non ci fermiamo di fronte alla drammaticità del fenomeno, che del resto non vedo come potrebbe svolgersi perché la nostra finalità non è quella del colpo di Stato: la nostra finalità è quella della creazione di uno Stato, cioè il nostro deve essere un apporto positivo e non negativo alla nazione.
P: Ma che giudizio da di un colpo di Stato tipo quello greco?
B: In Italia un colpo di Stato come quello greco mi sembra molto difficile.
[…]
P: Ma se oggi, per esempio, un gruppo di militari facesse in Italia un colpo di Stato e mettesse al governo, non per forza un generale, ma un governo “tecnico”?
B: Se questo dovesse essere un fenomeno a breve termine e inteso per il ristabilimento dell’ordine, che oggi manca totalmente in Italia, o per impedire l’avvento dei comunisti al governo, poteremmo giustificarlo. Non lo giustificheremmo in linea politica perché un governo siffatto si presenta fin d’ora con le caratteristiche di un governo conservatore e noi non siamo conservatori, siamo dei progressisti.
<54
Sarebbe una mossa sensata pronunciare queste parole a poche ore da un tentativo di colpo di Stato? Bisogna effettuare anche altre considerazioni su questa ipotesi; è di fondamentale importanza il contesto nazionale, che appariva molto deteriorato, almeno agli occhi della parte conservatrice del paese: scioperi, violenza, senso di insicurezza, insoddisfazione con il sistema politico (i governi in quel periodo spesso non duravano più di pochi mesi). Si aveva inoltre l’impressione che le sinistre, guidate dal PCI controllato da Mosca, volessero sovvertire con le loro manifestazioni l’ordine democratico.
L’idea che “qualcuno facesse qualcosa” non era quindi lontana da molti cuori. Quanto allo specifico del Golpe Borghese – che indubbiamente fu pianificato, con vari contatti cercati nei militari e in altri soggetti – vi sono diverse osservazioni sull’efficacia della sua pianificazione, per tacere della “realizzazione”. In particolare: – Numero limitato dei partecipanti; livello dei vertici (Borghese a parte) non particolarmente significativo; esiguità delle forze in campo (200 guardie forestali…); – Localizzazione geografica delle azioni molto limitata (Roma, qualcosa in Centro Italia, quasi niente al Nord, alleanze con la Mafia solo presunte al Sud: non proprio un’organizzazione capillare); – Non possibile realizzare il golpe (voleva essere un “golpe bianco”, ossia guidato dalle istituzioni, o no?) senza il coinvolgimento effettivo di almeno un corpo militare diffuso in tutto lo Stato: di fatto, si legge che “reparti” dell’esercito o dei Carabinieri avrebbero partecipato; di fatto, il referente dei Carabinieri sparì al momento dell’azione, segno evidente che l’Arma non era disponibile; – Colpisce l’improvvisazione del piano, in particolare per il “dopo”: anche ammettendo che i leader di sinistra e sindacali fossero catturati e deportati (li avrebbero trovati tutti? Il PCI sapeva…), cosa sarebbe successo in caso di manifestazioni di piazza? Spari sulla folla? Borghese disse
chiaramente che non voleva spargimenti di sangue… – Come si poteva pensare che PCI, PSI e sindacati, in grado in quegli anni di mobilitare grandi folle, non avrebbero reagito? – L’impressione è che gli USA (che in quegli anni non disdegnavano di rovesciare governi a loro nemici, ma non era il caso dell’Italia, anche aperta a sinistra) giocassero attraverso la CIA ad un gioco di “wait and see”, ma non fossero convinti della fattibilità del piano, e avessero comunque informato il Governo italiano; – Andreotti, il cui nome incontrava comunque l’ostilità di Israele, e quindi all’atto pratico probabilmente anche degli USA, probabilmente sapeva, e ha “dato corda” ai congiurati, per vedere
fin dove sarebbero arrivati. Non appare credibile l’ipotesi del rapimento del Capo dello Stato, a meno che i corazzieri non fossero parte del piano; – Non va poi dimenticato che fu proprio Andreotti (insieme a Moro) il fautore dell’apertura a sinistra, con il coinvolgimento sempre maggiore del PCI nei governi locali (per un coinvolgimento diretto dei comunisti a livello di appoggio al Governo, bisognerà aspettare ancora qualche anno); senza dimenticare la posizione assolutamente apicale ricoperta da Andreotti stessi in quegli anni nella politica Italia, quindi perché avrebbe dovuto cambiare una situazione in una difficilmente più vantaggiosa? – Appaiono poi totalmente trascurati gli aspetti economico-finanziari del Golpe: chi avrebbe remunerato i partecipanti? Soprattutto, se fossero emerse rivolte successive, con una evidente divisione e lotta tra diversi poteri dello Stato, con quali mezzi sarebbe stata finanziata la continuazione dell’esperienza golpista? Non si sa. Anche questo aspetto fa parte della pianificazione un po’ improvvisata, basata più sui “contatti” con i potenziali partecipanti che sugli aspetti pratici; – Da ultimo, non si può dimenticare che la Corte di Cassazione stabilì nel 1986 che un vero e proprio golpe non fu in effetti realizzato.
Insomma, per concludere, ci sono diversi punti interrogativi su questa vicenda, a cui difficilmente riusciremo a rispondere in questa sede; quella che ripetiamo essere solo la nostra opinione è semplice: qualcosa c’è stato, ma non nei termini quasi fantascientifici di molti degli autori che hanno trattato il tema.
[NOTA]
54 G. Pansa, op. cit., pp. 114-115
Filippo Augusto Albarin, Il Golpe Borghese, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2023-2024

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De Mita intendeva riportare la politica italiana su binari consueti

Dopo le elezioni regionali del 1985, tra DC e PSI i rapporti iniziarono a peggiorare: cresceva e diventava sempre più forte infatti, la conflittualità fra i due partiti. Il principale obiettivo democristiano rimase lo stesso: vincolare il PSI ad un rapporto più stretto con la DC, e a tale obiettivo si sarebbe aggiunta la contesa per riconquistare la Presidenza del Consiglio <117. Il 13,3% ottenuto dal PSI evidenziò la mancanza di un “effetto Craxi”, ossia il significativo balzo in avanti elettorale trainato dal primo governo a guida socialista dell’Italia Repubblicana e di tutta la storia unitaria <118. Proprio questa mancanza di una spinta provocata dal primo governo Craxi incoraggiò i democristiani: se la pesante sconfitta del 1983 aveva spinto la DC ad accettare un ruolo subalterno rispetto al PSI e a cercare una collaborazione vera con il segretario socialista, il risultato del 1985 la spinse ad assumere un
atteggiamento più conflittuale <119.
Dopo le elezioni, il segretario democristiano De Mita cercò innanzitutto di mutare la natura del governo, trasformando il pentapartito in una vera coalizione politica. Contemporaneamente preparò l’elezione del nuovo presidente della Repubblica coinvolgendo anche i comunisti. Il segretario democristiano intendeva riportare la politica italiana su binari consueti, riaffermando il primato politico della DC e iniziando un’opera di correzione “dell’anomalia” craxiana <120. Nel Congresso del 1986, De Mita rilanciò la sua prospettiva <121 affermando: “senza un obiettivo comune non è possibile tenere insieme una maggioranza. In questo senso abbiamo parlato e continuiamo a parlare di strategia. Una visione comune non è un desiderio: è una necessità” <122. Non erano posizioni nuove, ma ora la DC era più forte e dal Congresso uscì rafforzata anche la segreteria di De Mita, che fu rieletto con il 75% dei voti. In tale contesto, si aprì una nuova contesa per la riconquista della Presidenza del Consiglio. Il segretario della DC dovette però anche constatare due novità in contrasto con la sua linea: da un lato, Cossiga, della cui elezione De Mita era stato il principale artefice con il consenso dei comunisti, non sposò gli interessi democristiani e mostrò attenzione verso le richieste socialiste, dall’altro lato, Andreotti, che pure aveva difeso a lungo la politica di solidarietà nazionale, polemizzando apertamente con Craxi, si spostò verso una linea di collaborazione con il PSI. Proprio ciò che spingeva De Mita e la maggioranza della DC a rivendicare la Presidenza del Consiglio, in altre parole, suggerì viceversa ad Andreotti un atteggiamento più possibilista verso le richieste del PSI <123. Il conflitto tra democristiani e socialisti portò alla fine del governo Craxi cui però non seguì una “staffetta” e cioè la riconquista della guida del governo da parte della DC. Si andò nuovamente ad elezioni anticipate nel 1987, da cui ebbe inizio l’ultima legislatura della Prima repubblica. La DC riuscì a recuperare una parte dei consensi perduti, mentre il PCI post-berligueriano subiva un crollo pesante e il PSI otteneva un buon risultato alla Camera <124. De Mita tornò a rivendicare la guida del governo democristiano, i numeri effettivamente gli davano ragione: si trattava del partito di maggioranza relativa, rafforzato dal risultato elettorale. Malgrado il rafforzamento del segretario democristiano, Craxi si oppose ad un governo da lui guidato, nel silenzio di Forlani ed Andreotti. Cossiga allora chiamò Goria, già ministro del Tesoro nel governo Craxi, a formare il nuovo esecutivo.
Mentre continuava il braccio di ferro con i socialisti, i leader della DC si trovarono in modo sempre più evidente davanti ad un dilemma insolubile: da un lato cresceva l’insofferenza verso “l’egemonia democristiana” ma, dall’altro lato, “la stabilità del governo continuava ad essere garantita dall’impegno della DC” <125. Ciononostante, De Mita sperò di poter realizzare un governo in grado di affrontare problemi cruciali, a partire dal risanamento della finanza pubblica, e di avviare una riforma politico-istituzionale, e nel 1988 raggiunse l’obiettivo di assumere la Presidenza del Consiglio. Questo tentativo sarebbe durato solo pochi mesi: nella primavera del 1989, De Mita venne sostituito da Forlani alla guida del partito e, poco dopo, da Andreotti a quella dell’esecutivo.
[NOTE]
117 Il risultato si prestò a più letture. Quattro milioni di elettori, sottolinearono i socialisti, avevano lasciato i due partiti maggiori. In questa luce le elezioni sancivano una sconfitta del duopolio DC-PCI, mentre si modificarono i rapporti di forza tra i due partiti di sinistra a vantaggio dei socialisti. Cfr. Colarizi, Gervasoni, La cruna dell’ago, Editori Laterza, 2005, cit. p. 185.
118 Sangiorgi, Piazza del Gesù, Mondadori, 2005, cit. p. 187.
119 A. Giovagnoli, La Repubblica degli Italiani 1946-2016, Editori Laterza, Bari, 2016, pp. 124-147.
120 Craxi “non si comportava da presidente del Consiglio ma da capo autoritario del governo” Sangiorgi, Piazza del Gesù, Mondadori, 2005, cit. p. 275; Il PSI non gestiva il potere in base a un’investitura ricevuta, ma adoperava il potere per cambiare la politica chiedendo a posteriori la legittimazione di un arbitrio, ivi p. 281; Craxi, che governava con la DC e preparava l’alternativa alla DC, teneva i piedi in due staffe, ibidem
121 De Mita voleva tornare al centro-sinistra tradizionale. A suo avviso “affidare la guida del governo a un uomo del partito di maggioranza relativa era la regola non l’eccezione”; l’alleanza di pentapartito doveva essere intesa come impegno pluriennale esteso anche alla legislatura successiva; da vent’anni c’erano rapporti positivi tra DC e PSI, anche se molte cose erano cambiate e occorreva tener conto dei problemi specifici di un partito di sinistra al governo; il PSI doveva mostrare coerenza con la politica nazionale nelle scelte a livello locale. A. Giovagnoli, La Repubblica degli Italiani 1946-2016, Editori Laterza, Bari, 2016 cit. p. 93.
122 Ibidem
123 Sangiorgi, Piazza del Gesù, Mondadori, 2005.
124 Risultati Camera dei Deputati: DC 34,31%, PCI 26,57%, PSI 14,27% Risultati Senato della Repubblica: DC 33,62%, PCI 28,33%, PSI 10,91% dati presi dall’ archivio del portale dell’Istituto Cattaneo http://www.cattaneo.org/archivi/archivio-dati-elettorali/elezionipolitiche/
125 Sangiorgi, Piazza del Gesù, Mondadori, 2005, cit. p. 435-459.
Isabella Alfano, 1968-1994: dalla prima repubblica alla “discesa in campo” di Berlusconi, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2017-2018

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Schade um das schöne Geld – „Mafiajäger“ (2024)

Polizei-PR ist legitim – unabhängiger Journalismus ist was Anderes. Fertig geärgert hatte ich mich schon. Dann erschien in der taz eine Nacherzählung; dem Autor war offenbar nichts Kritisches eingefallen. Das hat mich noch mal zusätzlich geärgert. Also bekommen Sie jetzt hier von mir einen Kritik-Bonus… (ARTE)

Mediathekperlen? | Schade um das schöne Geld! - „Mafiajäger“ (2024)

Polizei-PR ist legitim – unabhängiger Journalismus ist was Anderes. Fertig geärgert hatte ich mich schon. Dann erschien in der taz eine Nacherzählung; dem Autor war offenbar nichts Kritisches…

NexxtPress

L’amministrazione Kennedy aveva quindi permesso all’Italia di spostarsi a sinistra

Il 26 marzo 1959 il governo italiano aveva firmato l’accordo definitivo con gli Stati Uniti per i missili “Jupiter”, che vennero schierati presso Gioa del Colle, in Puglia <17.
Il legame con gli USA e la Nato si strinse sempre di più quando, il 19 maggio successivo, l’Italia entrò a far parte del “Coordination and Planning Committee” (CPC) <18, partecipando per la prima volta ad una sua riunione. L’organismo era previsto in funzione del secondo istituto, l’“Allied Clandestine Committee” (ACC), che coordinava direttamente le azioni delle reti Stay Behind europee. Tuttavia, la situazione interna italiana si scaldò quando, nel giugno-luglio del 1960, il governo monocolore guidato dal democristiano Fernando Tambroni subì una grossa crisi. In quel periodo, il Movimento Sociale Italiano (MSI) decise di tenere il suo congresso nazionale a Genova, città medaglia d’oro per la Resistenza durante la Seconda guerra mondiale <19. Il congresso avrebbe dovuto cominciare il 2 luglio al teatro Santa Margherita, a poca distanza dal sacrario dei caduti partigiani, ed essere presieduto da Carlo Emanuele Basile, ex prefetto del capoluogo ligure durante la RSI e responsabile di arresti e torture di partigiani <20. Le manifestazioni che seguirono presero subito di mira il governo, dato che la costituzione di quest’ultimo nel marzo precedente era riuscita anche grazie all’MSI. La protesta cominciò a Genova e poi si diffuse in gran parte d’Italia. L’irrigidimento delle direttive riguardanti l’ordine pubblico causò una dura contrapposizione di piazza. Il 30 giugno a Genova un corteo antifascista venne attaccato dalla polizia con bombe lacrimogene. Alla fine di una lunga giornata di scontri, 83 manifestanti rimasero feriti. Nei giorni successivi un’altra manifestazione antifascista venne repressa dalla polizia a Roma, anche qui con diversi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine <21.
Ma gli incidenti più gravi accaddero il 7 luglio a Reggio Emilia, dove 5 manifestanti vennero uccisi dalla polizia. Il Primo Ministro Tambroni, visto il dissenso dei suoi stessi compagni di partito alla sua invana richiesta di aiuto, rassegnò le dimissioni il 19 luglio 1960. Il 26 luglio successivo si formerà un altro governo monocolore DC, ma questa volta appoggiato da PRI, PLI e PSDI <22.
Si ebbe infatti una svolta della politica italiana. Gli esponenti democristiani e dei partiti liberali si orientarono – chi più, chi meno – verso una possibile apertura per la partecipazione all’esecutivo del Partito Socialista Italiano. Dopotutto il PSI, già a metà degli anni ‘50, aveva preso le distanze dal PCI, assumendo posizioni molto più moderate <23.
Nel 1962, con la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la costituzione dell’ “Ente Nazionale per l’Energia Elettrica” (ENEL) si aprì la cosiddetta fase del centro-sinistra <24.
Nonostante l’apertura a sinistra, la DC, il SIFAR e anche gli Stati Uniti notarono come il PCI era indirettamente riuscito a far cadere un governo utilizzando il solo potere della “piazza”, durante la crisi Tambroni. Come scrive Giannuli ne “La strategia della tensione”, le gerarchie militari erano convinte che il Partito Comunista fosse vicino all’“ora X”. L’esercito temeva che la DC stesse diventando inefficiente e cominciarono a diffidarne. È da notare infatti che in quegli anni viene formato il nucleo genovese di Gladio <25.
Passando al contesto internazionale, da quando John Fitzgerald Kennedy era diventato presidente nel 1961 non si era mai dimostrato un interlocutore arrendevole in favore dell’URSS: ne erano esempi il suo famoso discorso “Ich bin ein Berliner” quando fu eretto il muro di Berlino, e con la crisi dei missili di Cuba, minacciando di iniziare un conflitto armato <26. La politica liberal e progressista di JFK si era però contrapposta al prudente conservatorismo dell’era Eisenhower, basando la lotta con l’Unione Sovietica sulla diffusione del benessere e della libertà, soprattutto con un controllo e riduzione degli armamenti nucleari <27. Nel particolare caso dell’Italia, la politica americana di Kennedy cambiò i rapporti tra i due paesi, dato che il presidente USA simpatizzava per i socialisti italiani. Tuttavia, le simpatie di JFK trovarono un’ostinata resistenza all’interno della sua stessa amministrazione, più precisamente il dipartimento di Stato e la CIA. Il Segretario di Stato Dean Rusk fece infatti notare al presidente: “L’esponente socialista Riccardo Lombardi sostiene pubblicamente il riconoscimento della Cina comunista, il ritiro delle basi americane dall’Italia e la lotta al capitalismo e all’imperialismo. Sarebbe questo il partito con cui il governo USA dovrebbe trattare?” <28. Anche i funzionari dell’ambasciata USA a Roma erano preoccupati. L’agente CIA Vernon Walters dichiarerà in futuro che, se Kennedy avesse permesso ai socialisti italiani di vincere le prossime elezioni del 1963, gli Stati Uniti “avrebbero dovuto invadere il paese” <29.
Si venne quindi a creare l’assurda situazione nella quale il presidente americano si trovava in disaccordo con il suo Segretario di Stato e con la CIA. Alle elezioni politiche del 28 aprile 1963 il PCI era l’unico partito ad aver guadagnato consensi. Tornata nera invece per la Democrazia Cristiana, che scese al 38% dei voti. Il peggior risultato di sempre. Il 25% dei voti comunisti e il 14% di quelli socialisti, se uniti, dimostravano il dominio della sinistra in Parlamento per la prima volta dalla nascita della Repubblica <30.
Si formò allora un governo, presieduto dall’esponente della sinistra democristiana Aldo Moro, che vedeva anche i socialisti ricoprire cariche ministeriali. Il Presidente Kennedy, soddisfatto dai risultati delle elezioni italiane, decise di compiere una visita a Roma. Il suo arrivo all’aeroporto fu festeggiato da migliaia di persone. Il leader del PSI, Pietro Nenni, dichiarò in relazione al presidente americano: “È un uomo meraviglioso; sembra molto più giovane della sua età. Mi ha invitato a visitare gli Stati Uniti” <31.
L’amministrazione Kennedy aveva quindi permesso all’Italia di spostarsi a sinistra. Anche le solide resistenze del dipartimento di Stato iniziarono via via ad ammorbidirsi. L’ambasciata USA avviò nella capitale italiana una campagna di contatti con le maggiori personalità esponenti del socialismo per scambi di opinione, come si è visto anche invitandoli a Washington. Tra questi, comincerà a farsi strada un giovane assessore socialista di Milano, della nuova giunta di centro-sinistra: Bettino Craxi <32. Ciò che gli americani più apprezzavano dei socialisti italiani era proprio il loro distacco ideologico dal PCI, che li rendeva appunto più moderati. La pianificazione militare e quella per la pubblica sicurezza furono riviste dal nuovo governo. Il Consiglio Atlantico aveva giudicato “positivo e soddisfacente” il nuovo dispositivo italiano. In una sua visita negli Stati Uniti, il Ministro della Difesa Giulio Andreotti chiese al suo omologo americano, Robert McNamara, sostentamenti e materiali per le forze armate italiane <33. Il rafforzamento delle pianificazioni non riguardava solo quelle dell’Italia. Cresceva nelle sfere militari occidentali la preoccupazione per una nuova forma di guerra, definita “rivoluzionaria”, se l’URSS avesse continuato a sostenere le agitazioni politiche interne ai paesi Nato.
[NOTE]
17 Formigoni Guido, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 264.
18 Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Relazione d’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio, 1992, p. 20.
19 Formigoni Guido, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 274.
20 Giannuli Aldo, La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio definitivo, Milano, Ponte alle Grazie, 2018, p. 91.
21 Idem, p. 91.
22 Giannuli Aldo, La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio definitivo, Milano, Ponte alle Grazie, 2018, p. 92.
23 Banti Alberto Mario, L’età contemporanea: dalla grande guerra a oggi, Bari, Laterza, 2009, p. 320-321.
24 Idem, p. 321.
25 Giannuli Aldo, La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio definitivo, Milano, Ponte alle Grazie, 2018, p. 93.
26 Idem, p. 97.
27 Formigoni Guido, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 283.
28 Ganser Daniele et al., Gli eserciti segreti della Nato: operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Roma, Fazi, 2005, p. 87.
29 Idem, p. 88.
30 Idem, p. 88.
31 Idem, p. 88.
32 Formigoni Guido, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 284.
33 Idem, p. 285.
Daniele Pistolato, “Operazione Gladio”. L’esercito segreto della Nato e l’Estremismo Nero, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2023-2024

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A proposito del fascismo di ieri, di oggi e di altro ancora

di Sandro Moiso Enrica Garzilli, Mussolini e Oriente, UTET/DeAgostini Libri, Milano 2023, pp. 1190, 45 [...]

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Oligarchie tötet Demokratie

Signore Berlusconi weine ich keine Träne nach. Für Italiens Mafiaorganisationen, die “professionell” in den legalen Kapitalismus diffundierten, war er der idealtypische Nachfolger ihres authentischen Repräsentanten Giulio Andreotti, der zu ihrem, der Nato und der italienischen Geheimdienste Bedauern die Kontrolle über Politik und Land verloren hatte. Mit […]

https://extradienst.net/2023/06/12/oligarchie-toetet-demokratie/

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