Rinaldo Benigni è la prima vittima dellʼoccupazione tedesca di Rimini

9 – 13 SETTEMBRE: Comincia lʼoccupazione militare tedesca, da parte della 65^ Divisione di fanteria che si installa appunto tra Ravenna e Rimini. Viene imposto il coprifuoco dalle 21 alle 5 del mattino. Dopo lʼinvio delle prime pattuglie, giunte nella piazza centrale oggi dei Tre Martiri, il grosso delle truppe tedesche occupa le caserme Giulio Cesare e Castelfidardo. Il 13 gli occupanti entrano nellʼaeroporto di Miramare. Alcuni ufficiali del regio esercito rimangono al loro posto attendendo lʼarrivo dei tedeschi; tra questi il capitano Ugo Ughi, che sarà poi nominato commissario prefettizio di Rimini. In questi giorni diversi militari barattano le divise e le armi in cambio di abiti
civili per fuggire; i civili entrano nelle caserme vuote e vi prelevano armi. Ughi ed altri ufficiali consegnano materiale dellʼesercito agli istituti ospedalieri e di ricovero, ed allʼAiuto materno (2). Il primo comandante tedesco della piazza di Rimini è il maggiore Kurt Weddigen.
10 SETTEMBRE: A Forlì si tiene una riunione del PCI con attivisti provenienti da tutta la provincia che devono rientrare in clandestinità. Si discute la formazione di bande armate per la lotta contro lʼoccupazione tedesca; viene deciso anche un appello unitario agli altri partiti antifascisti. Lo stesso giorno nel santarcangiolese, sulle due rive del Marecchia, nascono i primi gruppi armati. I tenenti Werter Manduchi e Edvino Casadei a Casale di SantʼErmete, ed il repubblicano Primo Bellettini a Santarcangelo, in collegamento tra loro, riuniscono alcuni militari sbandati con lʼintento di costituire bande “dʼazione”.
12 SETTEMBRE: Proclama del feldmaresciallo Albert Kesselring, attraverso la Prefettura di Forlì, contro i sabotaggi, gli scioperi, lʼinsubordinazione di ufficiali e soldati dellʼesercito regio (3). Sui bandi, affissi in tutta la provincia, nella notte vengono apposte strisce di carta con stampate scritte antifasciste. Lo stesso giorno alcuni fascisti (tra questi anche coloro che erano stati incarcerati in agosto, come Perindo Buratti) si riuniscono con esponenti del Fronte Antifascista in casa di Gualtiero Frontali, in Via Bonsi 45 (4). Il Fronte è stato contattato per un patto di pacificazione che eviti azioni contro i tedeschi. Per i fascisti sono presenti, oltre a Frontali, Paolo Tacchi, Giuseppe Pauselli, Perindo Buratti, Albini; per il Fronte sono presenti Giuseppe Babbi, Dario Celli, Gomberto Bordoni, Isaia Pagliarani, Celestino Giuliani, Ghinelli, Adamo Toni (5). Dopo questo primo contatto, che non si conclude col patto proposto, non si avranno più incontri, sia per lʼostilità dei tedeschi, sia per lʼabbandono della proposta da parte dei fascisti seguendo direttive pervenute dalla segreteria nazionale repubblicana, sia infine per la volontà politica delle opposizioni non tutte disposte a pacificarsi con i fascisti. Su questi incontri il Fronte infatti si era trovato diviso al suo interno, con la dissociazione aperta dei comunisti non disposti ad avallare simili tentativi di patteggiamento, che infatti saranno davvero pochi in tutta la provincia (6), uno a Rimini ed un altro a Santarcangelo che vedremo.
METAʼ SETTEMBRE: I tedeschi procedono allʼoccupazione militare di tutto il circondario. I militari italiani ed i loro ufficiali sono fuggiti; alcuni di essi però continuano nella raccolta delle armi e si riuniscono per studiare la possibilità di una qualche forma di resistenza alle truppe dʼoccupazione germaniche. In una riunione dentro la canonica di San Fortunato partecipano il comandante della “Castelfidardo”, il colonnello Guido Dalè, e il capitano Alberico Borghesi dello stesso 26° artiglieria. Questi ufficiali coordinano anche lʼasportazione di armi, carburante e vario materiale dallʼaeroporto di Miramare. Altre requisizioni avvengono a Cattolica per opera di civili e carabinieri che riescono a raccogliere 24 cassette di nastri per mitragliatrici, moschetti, bombe a mano, materiale che in seguito sarà affondato al largo. Viene assalita la polveriera dellʼartiglieria, a Spadarolo, con le armi nascoste e distrutte a San Leo (7). Azioni come queste di Spadarolo sono dirette da ufficiali come Giuliani, lʼaccademista Carlo Capanna (allora cadetto dellʼAccademia aeronautica di Forlì ed in seguito comandante partigiano col nome di “Oberdan”), Salvatore Lepore, Marcello Fantini, il sergente maggiore Pandolfini. Anche il sottotenente Angelo Galluzzi cerca di recuperare armi presso il battaglione costiero nel quale presta servizio, ma si trova di fronte allʼopposizione del comandante filotedesco Terzo Severi. Galluzzi allora si rivolge al silos di armi presso il porto ed al tiro a volo dove riesce a prelevare alcuni fucili, munizioni e bombe a mano che porta in Valmarecchia insieme ad alcuni civili come Demos Bonini. Tutte queste armi, salvo quelle distrutte (8), serviranno poi per i primi nuclei resistenti che si formeranno sulle colline in Valmarecchia ed in città. Inizia la fuga dei giovani in montagna per i primi tentativi, spontanei e ancora poco organizzati, di costituzione di bande resistenti. Ufficiali e civili pensano di organizzare una banda partigiana armata sulle colline attorno a Montefiore Conca (9), ma devono desistere ben presto, ripiegando chi sulla costituzione di formazioni in zone più impervie, come lʼalta Valmarecchia, chi su agili squadre per le azioni di sabotaggio distribuite in pianura ed in città. Si scatena intanto la repressione tedesca contro i militari del regio esercito in fuga ed i civili sorpresi nelle caserme. Uno di questi, Rinaldo Benigni viene fucilato: è la prima vittima dellʼoccupazione in città.
16 SETTEMBRE: Viene fondato il Fascio repubblicano riminese. Tra gli organizzatori Paolo Tacchi, Perindo Buratti, Giuffrida Platania, Cesare Frontali, Pilade Antimi Clari, Mario Mosca, Aurelio Parisio, Raffaellini, Giuseppe Vinzio. Lʼatto costitutivo avviene in casa di Frontali, uno dei tre triunviri insieme a Tacchi e Buratti. Nei giorni seguenti vengono fondati i fasci anche nel resto del Circondario. Lo stesso giorno si insedia il nuovo Consiglio Grande e Generale sammarinese, liberamente eletto il 5 settembre.
FINE SETTEMBRE: Si costituisce una sorta di primo CLN a Viserba [frazione del comune di Rimini] con alcuni esponenti di vari partiti e diversi comunisti. Viene organizzata anche una squadra dʼazione, guidata da Alessandro Ghelfi e dal tenente Paolo Sobrero, armata con i fucili dei soldati in fuga e le bombe fabbricate dai fratelli Sobrero. A Bellaria vengono nascosti 38 ebrei fuggiti dalla Jugoslavia; li aiuta monsignor Emilio Pasolini che trova come luogo di rifugio la pensione di Ezio Giorgetti e riesce a farli proteggere dal maresciallo dei carabinieri Osman Carugno. Dopo alcuni giorni gli ebrei vengono spostati dalla costa a San Mauro Pascoli, nascosti nella tenuta Torlonia, e quindi fatti riparare a San Marino (10). I militari che non sono rientrati alle loro case proseguono nella raccolta delle armi da inviare in montagna. Carlo Capanna, con altri ufficiali e soldati, si rifugia a Montebello. Il tenente Celestino Giuliani, con Pietro Arpesella, tenta di asportare armi dalle caserme dei carabinieri di Rimini e Riccione, quindi porta in salvo il colonnello Guido Dalè a Brescia e si rifugia nelle Marche, nellʼalta vallata del Foglia. Nella stessa zona sono riparati Angelo Galluzzi col fratello, il sottotenente Giuseppe Galluzzi ed il maggiore Giuseppe DallʼAglio. Molti militari del battaglione costiero (quasi tutti i 300 effettivi) vengono aiutati a disertare dagli antifascisti di Viserba; un centinaio di questi si rifugerà sulle montagne forlivesi insieme a diversi prigionieri alleati riusciti a fuggire dai campi di reclusione dopo lʼarmistizio (11). Dopo il breve periodo di relativa libertà di stampa, tornano i manifesti ed i volantini antifascisti ed ora anche antitedeschi, affissi di nascosto. La tipografia Cavalli di Morciano si distingue nella preparazione di materiale clandestino, compresa la pubblicazione di un giornalino che incita alla lotta antifascista. Altro materiale è stampato a San Marino. A Rimini, in un locale di viale Regina Margherita, nei pressi dellʼalbergo Stella Polare, si scrivono volantini contro la guerra, riprodotti col ciclostile di Guerrino Succi e distribuiti poi in tutta la Romagna con le staffette. A Santarcangelo avviene un secondo episodio di patteggiamento tra fascisti e oppositori: viene firmato un documento con cui gli antifascisti si impegnano, per la tranquillità del paese, a non svolgere alcuna attività politica in cambio della non persecuzione da parte del locale Fascio. Il patto non verrà assolutamente rispettato (12), anzi proprio Santarcangelo sarà uno dei centri principali della lotta di liberazione nel circondario riminese. Con lʼoccupazione tedesca già conclusa in diversi prendono coscienza della necessità di una lotta anche armata contro il nuovo nemico. Si tratta di una esigenza che però nel Riminese non è ancora pienamente sentita dai civili compresi i comunisti, effettivamente dominati da un certo attendismo, come ricorda “Pietro Mauri” nella sua relazione (riprodotta nel primo volume de Lʼ8a. brigata Garibaldi nella resistenza, da pag. 33 a pag. 103). Sono invece i soldati e gli ufficiali del dissolto esercito regio a capire immediatamente lʼurgenza di una resistenza combattente e ad organizzarla, accogliendo lʼappello di Badoglio a difendere la legalità del nuovo governo. Questi militari hanno guidato la raccolta di armi dalle caserme e dalle polveriere, hanno sottratto materiali e munizioni ai tedeschi, diversi di loro si stanno riunendo per preparare una difesa armata contro gli invasori e più tardi saranno una componente importante della nostra Resistenza, soprattutto sui monti dove parteciperanno alla guerra di liberazione con numerose azioni di disturbo ai presidi e alle linee militari tedesche. Fin da questo inizio dʼautunno 1943 nella zona si stanno lentamente costituendo alcuni gruppi o “bande”. Tra le prime formazioni solo quella di Viserba (con il tenente Paolo Sobrero e Alessandro Ghelfi come animatori), e pochi altri sparuti nuclei di antifascisti sorti spontaneamente, sono formate anche con civili mentre in massima parte risultano costituite da militari, di carriera e di complemento, presenti tanto in pianura (come quella di Werter Manduchi a Santarcangelo), quanto nella Valmarecchia dove nascono le bande di Carlo Capanna, Celestino Giuliani e Angelo Galluzzi. Per tutta la prima fase della lotta di liberazione nazionale, tra la fine di settembre e lʼinverno, a Rimini a differenza che nel Forlivese i civili in larga parte non possono dirsi organizzati militarmente. In questo periodo solo il partito Comunista si pone concretamente (anche se con divisioni interne e lentamente sul piano organizzativo) la questione militare.
[NOTE]
(2) La relazione di un ufficiale, il tenente Raffaele Montella, datata 7 dicembre 1944, si apre proprio con il trasferimento da Miramare a San Leo del suo reggimento dʼartiglieria, il 110°, tra il 10 e lʼ11 settembre (probabilmente non si trattava di un reggimento ma di un reparto interno al 26° regg. di artiglieria citato nella precedente nota). Nei mesi successivi Montella, che sarà uno degli organizzatori del gruppo di resistenza “Mazzini”, effettuerà “ripetuti viaggi” con un trattore per asportare armi e munizioni del reggimento (la relazione è in S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione 1940 – 1945, Fano 1997, pp. 133-134). Ugo Ughi nelle sue memorie chiama questi prelievi di armi e materiali “saccheggi”, ma le relazioni dei militari che diverranno poi comandanti di squadre SAP, parlano di raccolta di armi concordata spesso con gli ufficiali comandanti delle caserme allo scopo di sottrarle ai tedeschi; per lo stesso motivo alcune dovranno essere poi distrutte. Le razzie dei tedeschi e la stessa richiesta di restituzione delle coperte e di altro materiale dato dai militari riminesi (ed anche da Ughi) agli Istituti Caritativi, richiesta ricordata proprio nel memoriale del prossimo commissario straordinario, saranno al contrario la rappresentazione della logica di rapina delle truppe germaniche di occupazione, questo sì un saccheggio che nellʼanno successivo diventerà pesante in tutto il riminese con le massicce requisizioni di derrate alimentari e animali vivi, di biciclette e macchinari vari. Le razzie sono ancora ricordate dai civili intervistati per il volume di M. CASADEI, Non passava mai! Settembre 1944: il fronte di guerra a San Clemente, Riccione 2001; in una di queste: nellʼestate 1944 i tedeschi “ogni tanto ammazzavano i maiali e gli animali che prendevano in giro […] per dare da mangiare ai cavalli andavano a rubare il fieno dei contadini. Passavano con le mucche che avevano preso nel pesarese e cercavano gli uomini per guidarle fino a Rimini” (p. 56), e mucche erano prelevate anche nelle nostre campagne (si veda alle pp. 118 e seg.). Il GAP al quale appartenevano i “Tre Martiri”, arrestati nellʼagosto del 1944, era dotato di armi ed esplosivo presi nelle caserme riminesi in questi giorni di settembre 1943. Uno di questi “saccheggi” è descritto nella autobiografia di Silvano LISI, Il partigiano “Bardan”. Memorie di un giovane ribelle (1943- 1948), Istituto Storico della Resistenza, Rimini 2004, pp. 40-43.
(3) Dal giorno dopo il prefetto, Floriano Gianmichele, emette ordinanze sulla disciplina annonaria e bancaria, il 14 contro lʼuso e il possesso di armi. In seguito verranno emessi proclami sia tedeschi che repubblichini per il rientro dei soldati italiani nelle caserme. Lʼautorità militare germanica sta già sostituendo lʼautorità civile italiana in molti campi.
(4) Alcuni autori datano lʼincontro tra fascisti ed antifascisti al 12 settembre (è il caso di Amedeo Montemaggi), altri lo collocano prima (Decio Mercanti non lo data con precisione ma sembra lo faccia risalire addirittura a fine agosto), altri ancora lo spostano ai primi di ottobre (come Guido Nozzoli). Sergio Flamigni e Luciano Marzocchi, nel loro Resistenza in Romagna, a p. 117, datano lʼincontro di Rimini (ed il documento di “pacificazione” firmato a Santarcangelo) nel settembre, precisando che il 5 ottobre verranno date istruzioni, da parte fascista, per interrompere tali contatti.
(5) Secondo alcuni autori prima citati, il tentativo di pacificazione sarebbe nato dal desiderio dei fascisti di trovare un accordo sul reciproco rispetto tra loro e gli antifascisti, e sullʼevitare rappresaglie tedesche. Guido Nozzoli, nella sua testimonianza a Bruno Ghigi (La guerra a Rimini, cit., p. 211) così racconta lʼepisodio: “giusto in quel periodo, cioè verso i primi di ottobre ʼ43, il fascismo rinascente tentò una sconcertante operazione che ancor oggi non capisco come avesse potuto trovare udienza in una parte del CLN […] Tacchi […] chiede di incontrarsi con il locale Comitato di Liberazione [… al colloquio] per quel che ne so, pur dichiarandosi certo della sconfitta, Tacchi disse che il Fascio sarebbe stato ricostruito in ogni caso, con o senza il suo assenso, con la differenza che lui, conoscendo Rimini e i riminesi, avrebbe potuto far da mediatore con i tedeschi, impedendo rappresaglie e interventi troppo pesanti ai danni della popolazione, mentre un segretario venuto da fuori non avrebbe avuto certamente simili preoccupazioni”. Sul comitato che partecipò agli incontri con i fascisti si vedano le considerazioni fatte nella nota (16) del capitolo precedente.
(6) Lʼadesione a questi tentativi di pacificazione, limitata ad alcuni antifascisti e del tutto improduttiva, dimostrava la debolezza della preparazione politica di alcuni e lʼingenuità di altri che, di fronte alla novità costituita dallʼavvenuta occupazione tedesca, prestarono credito ad un fascismo che malgrado il destino di subalternità al nazismo riteneva di poter rinascere ritornando sulle posizioni repubblicane e movimentiste “della prima ora”. In questo equivoco cadde anche una parte del PCI se è vero che in casa di Gualtiero Frontali ci andarono esponenti importanti come Isaia Pagliarani e Adamo Toni; il partito censurò in seguito questi compagni: “La Federazione clandestina del P.C. giudicò severamente il principio di un patto di concordia che portava al tradimento degli ideali antifascisti, e allontanò quelli che avevano partecipato da posizione di dirigenti”, scrive Decio Mercanti in Primi passi, cit., p. 34.
(7) Lʼepisodio di Spadarolo è ricordato da Giorgio Amati nella sua testimonianza a Ghigi in La guerra a Rimini, pp. 224-225. Carlo Capanna in seguito sarà il comandante di una formazione autonoma in Valmarecchia col nome di battaglia di “Oberdan”, e si guadagnerà una medaglia dʼargento al valor militare. A San Leo, nella seconda metà di settembre, si sposta il colonnello Guido Dalè con diversi ufficiali e da li conferma la licenza illimitata a tutto il 26° reggimento dʼartiglieria. In questo drammatico autunno diversi antifascisti dovettero fuggire dalla zona. Era il caso di Egidio Renzi che da San Giovanni in Marignano cercò rifugio a Roma; nella primavera successiva verrà arrestato, incarcerato a Regina Coeli e quindi il 24 marzo fucilato presso le Fosse Ardeatine. In tutto il riminese lʼoccupazione militare tedesca era vista con preoccupazione dalla popolazione e questo forte timore puntualmente entrava nelle lettere intercettate dalla censura; il 30 ottobre una donna di Montefiore scriveva ai figli: “… anche qua ci sono i tedeschi che fanno dei brutti scherzi; che a Rimini e a Riccione vanno dentro in quelle case portano via tutto […] e in più portano via anche gli uomini. Lʼaltro giorno sono venuti anche a Montefiore sono andati nella sacca e si sono messi a sparare lassù in alto …” (S. PIVATO, Sentimenti e quotidianità in una provincia in guerra, cit., p. 114). E ancora: “… sono arrivati a S.Arcangelo unʼinfinità di tedeschi con moltissimi ufficiali, in unʼora hanno fatto sgomberare le scuole, lʼasilo e tutti i posti abitati dagli sfollati …” (ivi, p. 115).
(8) Notizie dettagliate sul recupero delle armi sono in alcune relazioni di comandanti SAP e GAP, in particolare di Giuliani, Galluzzi e Monti, pubblicate nel citato Guerra e resistenza a Rimini.
(9) A Montefiore Conca si recano Nozzoli, Arpesella, Quondamatteo, Galluzzi, Gianni Benzi, Giovanni Sesto Menghi, Ezio Pedrini, Mario Porcellini. Montefiore è scelta come base per una banda partigiana senza tenere conto della facilità di accesso nonché della vicinanza al mare e ad importanti linee di comunicazione; dopo il sopralluogo viene abbandonata ogni ipotesi di banda armata sulle basse colline riminesi.
(10) P. GRASSI – F. SUCCI, Cattolici riminesi, in “Il Ponte” 9 febbraio 1986. Per questo episodio lʼalbergatore Ezio Giorgetti ed il maresciallo Osman Oscar Carugno riceveranno onorificenze dallo Stato dʼIsraele. Ai primi di ottobre un gruppo di otto bellariesi dà vita ad una sezione del partito nazionale fascista che in poco tempo arriverà a contare una settantina di associati (testimonianza di Guerrino Caldiroli in: M. FOSCHI, Torneremo a riveder le stelle …. Tin bota, La Stamperia, Rimini 1995, p. 42 e segg.).
(11) I primi nuclei di partigiani in montagna saranno costituiti proprio da militari dellʼesercito in dissolvimento dopo lʼ8 settembre, e da prigionieri anglo-americani, russi, slavi, polacchi, come ricordano i testi scritti sulla brigata partigiana romagnola. Molti di questi militari provenivano proprio dalle caserme del Riminese, o da qui transitavano per essere avviati ai monti, attraverso la valle del Marecchia e quella dellʼUso. Si veda anche la già citata relazione Montella in S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione, p. 133. Ad aiutare i militari a fuggire in montagna cʼerano quegli esponenti del movimento laburista che durante lʼestate abbiamo visto lavorare per il ritorno alla democrazia; liberal-socialisti e comunisti in questo momento puntano proprio sulla nascita di gruppi armati, aiutando i soldati a fuggire o inviando propri militanti in montagna.
(12) Mentre a Rimini la pacificazione non venne formalizzata, a Santarcangelo gli antifascisti firmarono un documento di reciproco rispetto con i repubblichini. Anche cinque comunisti firmarono il patto e per questo verranno espulsi dal partito (S. FLAMIGNI – L. MARZOCCHI, Resistenza in Romagna, cit., p. 117). Il PCI clandestino si rendeva conto della gravità di questi episodi; lʼispettore “Giulio” in un rapporto descriveva la situazione del partito a Rimini come poco incoraggiante, e riteneva che esso, dopo tali patteggiamenti, fosse “debole politicamente e poco energico” (citato in: R. TUTONE, Sindacato e lotte sociali, p. 74).
Maurizio Casadei, La Resistenza nel Riminese. Una cronologia ragionata, Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea della Provincia di Rimini, 2005

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Venne bruscamente l’ambiente fascista di Firenze

In Toscana, era soprattutto il capoluogo fiorentino a sperimentare una precoce e non episodica azione gappista: agguati, attentati dinamitardi e sabotaggi, portati sin nel cuore del centro storico, si sarebbero ripetuti con crescente continuità, assimilando la resistenza urbana fiorentina – e di converso l’azione repressiva volta a rintuzzarla – più a quella delle grandi capitali del Nord Italia che alle altre realtà cittadine della regione <226. L’attentato che ne avrebbe inaugurata l’attività colpiva nella tarda serata del primo dicembre 1943 il tenente colonnello Gino Gobbi, comandante il locale distretto militare, ucciso «sulla porta della propria abitazione» da un piccolo manipolo partigiano <227. Per la sua importanza, tale da costituire «un salto di qualità dell’intera Resistenza toscana», appare opportuno soffermarci brevemente su questo episodio. Gobbi rappresentava infatti un obiettivo «specifico» e volutamente simbolico <228: se da un lato, a pochi giorni dall’inizio delle operazioni di leva, veniva colpito colui che più di tutti si era adoperato per la buona riuscita della stessa – dando in tal modo un forte segnale teso a «incoraggiare alla ribellione i giovani che avrebbero dovuto presentarsi alla chiamate alle armi» <229 – dall’altro l’agguato gappista intendeva punire un ufficiale «traditore» <230, ben «noto» in città «per il suo passato fascista» e il comportamento di smaccata collaborazione tenuto con l’occupante e le nuove autorità cittadine <231.
La morte dell’ufficiale, pur certamente non la prima vittima della provincia <232, scuoteva bruscamente l’ambiente fascista cittadino, scalfendone l’ostentato «vanto della calma e della disciplina» <233. Immediata e rabbiosa, la reazione delle autorità locali – la prima rappresaglia registratasi nella regione, su cui avremo modo di tornare – era affidata alla fucilazione, la mattina successiva l’agguato, di 5 detenuti politici già da mesi ristretti in carcere, condannati a morte da un sedicente tribunale straordinario quali mandanti morali dell’uccisione di Gobbi.
Nei mesi successivi, una fitta sequela di azioni dall’«audacia […] incredibile», culminata il 29 aprile 1944 con il ferimento a morte, in pieno giorno, del comandante provinciale la GNR Italo Ingaramo, avrebbe contribuito a ingenerare un crescente senso di tensione e «insicurezza continua» tra la fila fasciste <234. «Si sentiva in aria odor di vendetta, di odio, di sangue», ricorda con «disgusto» Armando Foppiani, commissario dell’Unione provinciale fascista degli industriali durante i primi mesi della RSI.
“Gli sguardi erano falsi; le parole servivano solo a mascherare il pensiero; Firenze inganna: ha il primo piano brillante e il fondo cupo […]. Si arrestavano i nemici personali, si uccidevano i nemici personali, si facevano rappresaglie sui nemici personali. […] Il sovvertimento e l’involuzione morale trasparivano da [questa] dialettica contorta, la quale mi faceva assai più pena delle miserie reali. Quanto mi trasferii in Lombardia alla fine di febbraio [1944] provai un senso di sollievo: pur con un panorama più insanguinato, c’era qualcuno che dava buon giorno senz’altro scopo che quello di augurare una giornata buona <235.
Negli stessi giorni, un’«atmosfera fiorentina […] molto tesa» accoglieva anche la marchesa Origo, nient’affatto sorpresa nel constatare come i «gerarchi fascisti» di passaggio all’Hotel Excelsior, adibito a sede del comando tedesco, fossero scortati da «grossi contingenti di polizia», nel timore di «altri attentati»” <236.
A conferma della segnalata crisi della sicurezza innescatasi a partire dai primi mesi del 1944, un pur rapido confronto con le fonti quantitative prodotte dagli stessi organi della RSI aiuta infine a restituire – e al contempo problematizzare – la ben nota «tendenza generale» che vede una crescita pressoché costante del movimento resistenziale, «dall’inverno [1943-44] all’estate» successiva <237. Ci riferiamo in particolare alla meticolosa opera di sistematizzazione e censimento condotta dal Servizio politico investigativo (SPI) del Comando Generale della GNR, tesa a evidenziare su base mensile l’«attività dei banditi» e i conseguenti sforzi compiuti dalla Guardia per contrastarla <238. Una documentazione preziosa, per completezza e serialità, non sufficientemente valorizzata – questa è l’impressione – dalla storiografia, cui faremo più volte riferimento <239.
Disponibili a partire dal gennaio 1944, generalmente suddivisi per compartimenti regionali <240, cartogrammi e specchi numerici permettono infatti, al di là delle singole rilevazioni, di farsi «un’idea precisa dell’accrescersi dell’intensità dell’attività dei ribelli», come significativamente sottolineato, presentando dati analoghi, dall’Ufficio operazioni e servizi dello Stato maggiore dell’esercito (SME) repubblicano <241. Una mole di informazioni ed elementi di valutazione che, pur con tutti le cautele del caso, offriva agli allora decision makers come agli studiosi odierni una «sintesi efficace delle indicazioni, tendenzialmente univoche», affioranti dalle relazioni provenienti dalle singole province, permettendo al contempo un utile confronto tra le diverse realtà territoriali capace di coglierne le marcate, e pur sfuggenti, specificità locali <242.
Quale dato di partenza, l’«attività dei banditi» registratasi agli inizi del 1944 appare ancora, in termini assoluti, relativamente sotto controllo <243. Al di là della comprensibile preoccupazione da parte fascista sui possibili sviluppi futuri del movimento partigiano, nel corso del mese di gennaio erano “solo” 476 le «segnalazioni» pervenute da tutto il Centro-Nord Italia, ben 200 delle quali (42%) relative al solo Piemonte, un dato che conferma la «non casuale specificità» e vivacità dell’ambiente resistenziale locale <244. Nelle altre regioni, con la macroscopica eccezione della «Venezia Giulia», sin dal 1942 sede di una vivace attività resistenziale <245, la media degli episodi ascrivibili all’attività delle bande scendeva invece a poco più di un caso al giorno, con minimi scostamenti tra le diverse aree della penisola.
Nel corso dei mesi immediatamente successivi, la situazione era però destinata a subire un drastico e repentino deterioramento, chiaramente percepibile anche e soprattutto in Toscana. Ancora in febbraio, pur registrandosi un deciso aumento delle segnalazioni – che passavano nella regione dalle 35 del mese precedente a 64 (+83%), sostanzialmente in linea con il dato generale <246 – queste non si discostavano comunque di molto dalla sporadica, seppur non trascurabile, attività partigiana registratasi «dal settembre al dicembre 1943», stimata da Giovanni Verni in «almeno 190 attacchi e sabotaggi, cioè più di uno al giorno» <247. Trovano in tal senso conferma le difficoltà del movimento partigiano segnalate durante i mesi invernali, ulteriormente aggravate della pur precario tentativo della RSI di normalizzare, anche attraverso una crescente azione repressiva, la situazione. A titolo di confronto, nello stesso mese il Piemonte avrebbe fatto registrare ben 432 casi (+116% rispetto a gennaio), mentre la vicina Emilia Romagna – separata dalla Toscana da un confine di fatto poroso all’azione delle mobili formazioni partigiane – si attestava a 112 episodi (+138%), confermando su base mensile una rinnovata vitalità della Resistenza sul versante settentrionale dell’Appennino.
[NOTE]
226 Sullo spostamento del «baricentro della lotta nelle città», imposto dall’inclemenza della stagione invernale, si veda in particolare G. VERNI, La Resistenza in Toscana, cit., p. 222.
227 Un infame delitto dei traditori della Patria, «La Nazione», ed. di Firenze, 3 dicembre 1943. Sull’episodio, cfr. infra, cap. II.
228 S. PELI, Storie di Gap, cit., pp. 91, 96.
229 C. MASSAI, Autobiografia di un gappista fiorentino, Associazione Centro documentazione di Pistoia, Pistoia 2008, p. 39.
230 Gino Gobbi freddato da mani giustiziere, «L’azione comunista», 3 dicembre 1943. Il testo del comunicato era riproposto anche in un manifestino contestualmente stampato, in O. BARBIERI, Ponti sull’Arno. La Resistenza a Firenze, Editori Riuniti, Roma 1964 [ed. orig. 1958], p. 80.
231 ACS, MI, Gabinetto, RSI, b. 4, fasc. 11, Promemoria situazione Firenze, cit.. Sulla figura e il contegno di Gobbi si veda inoltre ASLU, Tribunale di Lucca, Corte d’Assise, Fascicolo processuale relativo a Mario Carità e altri, b. 1, vol. A-I, cc. 14-15, R. Questura di Firenze, Delitti compiuti durante il regime fascista, Firenze, 13 gennaio 1945 e AISRT, Sirio Ungherelli – Processo a carico di Enrico Adami Rossi e altri, b. 2, fasc. 2, vol. III, cc. 83-84, Esame teste Cammilli Giuseppe, s.l. [ma Firenze], 14 febbraio 1946.
232 Già nelle settimane precedenti, tra la fine di ottobre e i primi di novembre, 5 militi e un fascista repubblicano venivano uccisi in due diversi agguati, portati tra Sesto Fiorentino e la più decentrata San Godenzo. Queste prime azioni violente, immediatamente rivendicate dalla stampa comunista, erano invece passate sostanzialmente sotto silenzio dalla cronaca locale, in Proditoria e feroce uccisione di alcuni Fascisti Repubblicani, «La Nazione», ed. di Firenze, 11 novembre 1943.
233 «A Firenze – non mancava di sottolineare la stampa cittadina – episodi di odio e di sangue, verificatisi qua e là in altre città e in altri paesi, non se n’erano mai avuti […]. La capitale italiana dello spirito non smentiva la propria tradizione di gentilezza e di umanità», in Un infame delitto dei traditori della Patria, cit.
234 B. FANCIULLACCI, Vita dei gappisti, in R. BILENCHI, Cronache degli anni neri, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 32.
235 A. FOPPIANI, Ubriacarsi con l’acqua, cit., p. 227.
236 I. ORIGO, Guerra in Val d’Orcia, cit., pp. 137-138.
237 Su questa fase di «sviluppo delle bande partigiane» si veda il ricco quadro offerto da S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., pp. 55-81.
238 Il corposo incartamento è conservato in ACS, SPD, RSI-CR, b. 5, fasc. 28, s. fasc. 23A. Tra le altre voci presi in considerazione, e che torneremo a utilizzare, spiccano in particolare i «caduti e feriti della GNR» e le «perdite dei banditi».
239 Cenni in tal senso in G. TOSATTI, Leggere la Resistenza nei documenti dell’Archivio centrale dello Stato, in L. DI RUSCIO – L. FRANCESCANGELI (a cura di), Antifascismo Resistenza Liberazione. Itinerari della memoria a Roma, Pubbliprint service [stampa], Roma 2007, p. 62. Ben più note sono invece le rilevazioni contestualmente effettuate dall’Esercito repubblicano, per cui si veda SME – Ufficio operazioni e servizi, Relazione complessiva sulla forza dei banditi – Attività banditi ed antiribelli dal settembre 1943 al novembre 1944, s.l., Dicembre 1944, pubblicata in R. DE FELICE, La guerra civile, cit., pp. 567-580, 737-753.
240 Questi sono nell’ordine «Piemonte», «Emilia», «Toscana», «Venezia Giulia», «Veneto», «Lombardia», «Marche» e «Liguria», pur con alcune difformità rispetto all’odierna organizzazione amministrativa delle regioni suddette. Sui criteri di catalogazione e raccolta delle segnalazioni, iniziata presumibilmente nel novembre 1943, si veda ACS, GNR, b. 13, fasc. Maggio 1944, CoGeGuardia – SPI, Circolare n. 7458/A.5. del 20.11.44 [recte: 1943] – Specchio periodico, PdC 707, 29 maggio 1944 e R. ABSALOM – P. CARUCCI – A. FRANCESCHINI – J. LAMBERTZ – F. NUDI – S. SLAVIERO (a cura di), Le stragi nazifasciste in Toscana 1943-45, cit., pp. 38-39.
241 AINFP, CVL, b. 160, fasc. 492, Situazione ribelli alla data 15 giugno 1944, s.l., s.d. [ma fine giugno-inizio luglio 1944]. Copia del documento è pubblicata, pur con alcune difformità, in G. VACCARINO (a cura di), Documenti del governo di Salò sulla guerra partigiana, «Il movimento di liberazione in Italia», (1950), n. 9, pp. 12-14.
242 F. DE FELICE, I massacri di civili nelle carte di polizia dell’Archivio centrale dello Stato, cit., pp. 606-607. I suddetti specchi numerici andavano con ogni probabilità a integrare i «notiziari giornalieri» quotidianamente trasmessi del Servizio politico della GNR ai massimi esponenti fascisti, per i quali si veda L. BONOMINI – F. FAGOTTO – L. MICHELETTI – L. MOLINARI TOSATTI – N. VERDINA (a cura di), Riservato a Mussolini. Notiziari giornalieri della Guardia nazionale repubblicana, novembre 1943/giugno 1944, Feltrinelli, Milano 1974, p. IX-XIX.
243 Dove non diversamente indicato, la fonte dei dati presentati è ACS, SPD, RSI-CR, b. 5, fasc. 28, s. fasc. 23A, Attività dei banditi dal 1-1-1944 al 31-8-1944, s.l., s.d., che riporta anche le segnalazioni provenienti dalla Marche, successivamente omesse. La documentazione allegata non chiarisce in ogni caso le diverse tipologie di azioni di guerriglia considerate dagli estensori di questi specchi numerici.
244 Sull’eccezionalità della situazione piemontese, dove i CLN erano in grado di mobilitare fin dall’autunno 1943 un nutrito contingente di uomini e mezzi, vedi S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., pp. 40-41. Il dato relativo al Piemonte comprende anche la provincia di Aosta.
245 Sono qui comprese le rilevazioni, certamente sottostimate, registrate nella province di Trieste, Gorizia, Pola e Fiume, riunite dal settembre 1943 nella Zona d’operazioni del Litorale adriatico di fatto sottratta alla sovranità della Repubblica sociale.
246 Globalmente le segnalazioni sarebbero aumentate da 476 a 944 (+98,3%). Per una rappresentazione grafica di questi dati cfr. infra, cap. III.
247 Di queste, 53 erano effettuate «nell’area di Siena e Grosseto», 21 «nella contigua area di Livorno e Pisa», 108 tra Arezzo, Firenze e Pistoia, mentre solo 8 «azioni e sabotaggi» risultavano eseguite nelle rimanenti province di Lucca e Massa Carrara. Si noti come le pur preziose stime fornite da Verni, ricostruite a posteriori sulla base dei risultati emersi dal progetto Cronologia della Resistenza in Toscana, siano per ammissione stessa del curatore «non […] certamente assolut[e]», avendo «un valore prevalentemente indicativo». In particolare, i dati relativi alla primavera 1944 risultano notevolmente difformi da quelli registrati dal Servizio politico della GNR, in G. VERNI, La resistenza armata in Toscana, cit., pp. 222-223. Cfr. inoltre G. VERNI (a cura di), Cronologia della Resistenza in Toscana, Carocci, Roma 2005, pp. 13-23.
Lorenzo Pera, La lunga RSI: violenza e repressione antipartigiana del fascismo repubblicano toscano, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze – Università di Siena, 2022

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Il Comandante partigiano “Amedeo” catturato e fucilato

Il 26 gennaio 1945 una delazione fu fatale al Comandante “Amedeo” ed a cinque suoi compagni. Le cause che portarono alla loro cattura furono diverse.
Tra il 24 ed il 25 gennaio 1945 i Battaglioni Nuotatori Paracadutisti e Sagittario della Decima Mas organizzarono insieme un rastrellamento contro la ricostituita Mazzini. I primi, sfruttando l’abbondante nevicata, attaccarono a sorpresa il gruppo del bolognese “Gianni” (Primo Cavicchi) e del mestrino “Danton” nei pressi di un bivacco nella zona di Pianezze di Miane, perdendo 13 uomini (tra i quali il Sergente Vincenzo Aniparides), ma uccidendo “Danton” ed un altro partigiano; i secondi, beneficiando delle informazioni di una staffetta, che si faceva chiamare “l’Americana” e che era stata arrestata dal Battaglione Nuotatori Paracadutisti, compirono un rastrellamento a Premaor di Miane; dove, in una stalla, erano nascosti quattro partigiani armati <146.
Sulla base di quanto affermano la storiografia resistenziale e le deposizioni dei fascisti processati dalla Corte d’Assise straordinaria di Treviso, la cattura di Marino Zanella (Amedeo) e della sua staffetta Salvatore Pontieri (Totonno) non fu frutto di un piano organizzato, ma avvenne in modo del tutto casuale. Le nipoti di “Amedeo” ritengono, invece, che l’arresto dello zio sia stato tutt’altro che fortuito, visto che la Brigata Mazzini continuò ad essere il principale obiettivo delle rappresaglie fasciste anche dopo il rastrellamento del Cansiglio. Hanno inoltre sostenuto che la discesa a valle di “Amedeo” avvenne con un motivo ben preciso: la notte del 23 gennaio 1945 il Comandante della Mazzini si recò a Guia di Valdobbiadene per assistere la partoriente cognata Assunta De Rui. Quest’ultima, infatti, dopo il rastrellamento di Segusino, trascorse circa un mese in montagna con i partigiani e, successivamente, grazie ad un accordo tra Curzio Frare (Attilio) ed il parroco di Guia, venne ospitata insieme alla figlia presso l’abitazione di tre benestanti signore di quel paese. Infine, il 24 o il 25 gennaio 1945, prima di ritornare in montagna, “Amedeo” doveva recarsi ad un incontro concordato con il macellaio di Miane Giuseppe Bortolini: accordo che prevedeva il pagamento di una somma di 135.000 lire, in cambio di un rifornimento di carne per la Brigata Mazzini.
È possibile che “l’Americana” – di lì a poco giustiziata dai partigiani – o chi per essa, al corrente dei piani di Marino Zanella, vuoi per ricevere un elevato compenso alimentare ed economico, vuoi per motivazioni di altro genere, avesse informato i fascisti; i quali, dopo aver arrestato i quattro partigiani, intercettarono anche “Amedeo” e la sua staffetta “Totonno” lungo la strada tra Miane e Follina.
Anche il fatto che gli uomini della Decima Mas non sapessero di avere tra le mani il Comandante della Mazzini, ricercato politico fin dagli anni ’30, appare una ricostruzione poco convincente. Potrebbe anche essere vero che, a causa di un atto di ingenuità di “Amedeo”, l’arresto fosse avvenuto in modo inaspettato e che i militi che lo intercettarono non avessero riconosciuto il prigioniero, ma appena fu condotto nelle carceri del Municipio di Pieve di Soligo e, visti i segni delle pesanti torture che furono trovati sul suo corpo dai familiari, non è ragionevole pensare che i vertici del Battaglione Sagittario (il vicecomandante Tenente Angelo Rossellini ed i Sottotenenti Alfredo Bonichi ed Aldo Grosso) non fossero ben consapevoli di aver ottenuto un successo strategico fondamentale.
Venendo ai fatti, dopo un violento interrogatorio e la condanna a morte senza processo, attorno alle ore 11 del 26 gennaio 1945 (venerdì) i sei partigiani, assistiti da monsignor Domenico Martini, locale arciprete, furono fucilati tre alla volta sul lato nord-est del muro di cinta del cimitero di Pieve di Soligo, dove, ancor oggi, si trovano una scultura bronzea realizzata da Augusto Murer ed una lapide che ricorda il loro sacrificio. All’interno del cimitero, in tempi più recenti, è stato realizzato un grande monumento in onore dei sei caduti, del vicecomandante “Cirillo” e delle vittime pievigine del nazifascismo.
Elenco dei partigiani giustiziati con Marino Zanella (Amedeo) <147: 1. Antonio Bortolini (Bepi), nato a Miane il 6 gennaio 1922, partigiano combattente dal 18 ottobre 1943; 2. Salvatore Pontieri (Totonno), nato a Savelli di Crotone l’11 dicembre 1922; 3. Giovanni Possamai (Lavaredo/Ravanello), nato a Mura di Cison di Valmarino l’11 giugno 1922, soldato di Fanteria; 4. Leone Sasso (Resistere), nato a Cison di Valmarino il 6 gennaio 1894, in precedenza Alpino del 7° Reggimento Alpini di Belluno; 5. Maurizio Violini (Mario/Violini), nato a Sassari il 5 novembre 1910 e residente a Valmareno di Follina, Carabiniere.
Lo stesso giorno della fucilazione, opponendosi alla presa di posizione del Comando del Battaglione Sagittario di scavare una fossa comune per far passare sotto silenzio la vicenda, l’arciprete di Pieve di Soligo contattò i familiari delle vittime; cosicché, nei giorni seguenti, le salme furono trasferite e sepolte nella rispettive parrocchie.
Il 1° febbraio 1945 la Brigata Mazzini riservò al suo Comandante una partecipata cerimonia funebre a Segusino; dove, dimenticato o sconosciuto ai più, riposa ancor oggi nella tomba di famiglia <148.
Negli anni successivi alla fine della guerra, i dirigenti provinciali del Pci organizzarono delle cerimonie pubbliche in occasione degli anniversari dalla morte del fondatore della Brigata Mazzini, ma, nel contesto della Guerra Fredda e della lunga contrapposizione tra i blocchi americano e sovietico, la Democrazia Cristiana (Dc) ed il clero misero in cattiva luce la figura di Marino Zanella, facendolo passare alla storia come colui che era «autore di più di 500 condanne capitali, eseguite nelle nostre montagne» e che «con la sua propaganda, più a suon di denaro, ha attecchito nelle teste di un gruppo, fortunatamente esiguo, di giovinotti e di ragazze della stessa risma» <149. Al contempo, nonostante fosse già stata molto danneggiata, non ci furono remore nel mettere in difficoltà la famiglia Zanella con le più varie offese; trascurando il fatto che, seppur durante la liberazione e la “resa dei conti” le opportunità fossero state all’ordine del giorno, i familiari di “Amedeo” non vollero trarne alcun beneficio, preferendo il perdono all’immorale arricchimento dell’ultim’ora <150.
I responsabili del plurimo omicidio di Pieve di Soligo furono processati dalla sezione speciale della Corte d’Assise di Treviso. La sentenza del 13 luglio 1946 ebbe il seguente esito: Angelo Rossellini fu condannato all’ergastolo ed alla confisca a favore dello Stato di tutti i beni di sua proprietà, poiché ideatore e primo esecutore della rappresaglia; Aldo Grosso alla pena di 15 anni di reclusione per la sua partecipazione diretta al fatto; Alfredo Bonichi fu assolto per amnistia. Rossellini e Grosso furono inoltre condannati all’interdizione perpetua dai pubblici uffici ed al pagamento delle spese processuali. Nei successivi gradi di giudizio furono entrambi assolti: Grosso dalla Corte di Cassazione con sentenza del 1° aprile 1948, Rossellini dalla Corte di Assise di Appello di Venezia il 27 maggio 1953, nonostante pendessero su di loro le accuse di omicidio aggravato e continuato e di collaborazionismo <151.
Di certo, in tempi brevi prevalse la pace, ma non avrebbe dovuto essere questa la soluzione migliore per ottenerla: chiudere gli occhi non sempre aiuta a dimenticare.
[NOTE]
146 ACASREC, b. 57, Archivio CRV, f. Documenti vari schedati, sf. Relazione sull’attività militare svolta dalle Brigate della Divisione “N. Nannetti” dal mese di dicembre 1943 al mese di maggio 1945; Albo nazionale caduti e dispersi della RSI, edizione aggiornata per l’anno 2015; AISTRESCO, fondo Tribunale Speciale e Corte d’Assise straordinaria di Treviso, b. 9, ID 1103 n. inventario 083, f. Decima Mas – Rossellini e altri, Procedimento penale a carico di Rossellini Angelo e altri, pp. 12-13; BIZZI, Il cammino di un popolo, vol. II, cit., pp. 151-153; MAISTRELLO, La Decima Mas in provincia di Treviso, cit., pp. 55-59; MASIN, La lotta di liberazione nel Quartier del Piave, cit., pp. 144-145; SERENA, I fantasmi del Cansiglio, cit., pp. 41-42.
147 AISRVV, II sez., b. 64, f. 3 sf. 1 Pratiche per pensioni di guerra, doc. 18, 88, 89, 96, 114; Archivio della Parrocchia di Miane, Registro dei morti; ASCM, b. Anno 1946 – Pratiche dalla 1a alla 4a, f. II (Elenco partigiani e caduti partigiani), sf. Bortolini Antonio, in particolare vedi: atto di notorietà del 1° luglio 1946.
148 Archivio della Parrocchia di Segusino, Registro dei morti (1936-1961), anno 1945; ASDPd, b. Guerra 1940-1945: Relazioni parrocchiali, f. Vicariato di Quero, sf. Parrocchia di Segusino, Relazione di don Agostino Giacomelli, s.d. (senza data); AISTRESCO, fondo Tribunale Speciale e Corte d’Assise straordinaria di Treviso, b. 9, ID 1103 n. inventario 083, f. Decima Mas – Rossellini ed altri, Procedimento penale a carico di Rossellini Angelo e altri, a p. 22 la deposizione di monsignor Domenico Martini, alle pp. 24-27 le deposizioni dei Sottotenenti Alfredo Bonichi ed Aldo Grosso.
149 ASDPd, b. Guerra 1940-1945: Relazioni parrocchiali, f. Vicariato di Quero, sf. Parrocchia di Segusino, Relazione di don Agostino Giacomelli, senza data.
150 Testimonianze di Fiorentina e di Silvana Zanella, 6 febbraio e 7 marzo 2015.
151 AISTRESCO, fondo Tribunale Speciale e Corte d’Assise straordinaria di Treviso, b. 9, ID 1103 n. inventario 083, f. Decima Mas – Rossellini ed altri, Procedimento penale del luglio 1946 e sentenze successive; in particolare si veda la sentenza n. 46 del 13 luglio 1946.
Luca Nardi, Storie di guerra: Valdobbiadene e dintorni dal gennaio 1944 all’eccidio del maggio 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, 2016

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Ci è stato segnalato un presunto ordine di #fucilazione per i #disertori in #Ucraina. #Documento recente, ma con diversi gravissimi #errori in comune con simili #fake di identico contenuto che ne denunciano chiaramente le origini di #falso

https://www.bufale.net/lo-sgrammaticato-falso-ordine-di-sparare-ai-disertori-in-ucraina/

Lo sgrammaticato falso ordine di sparare ai disertori in Ucraina

Ebbene sì: l'ordine di sparare ai disertori in Ucraina diffuso sui social è un falso. Un falso che ci è stato sottoposto in traduzione

Bufale

30 dicembre 1943 prima #fucilazione di #partigiani al Poligono di tiro Bologna
Le prime vittime sono Amerigo Donati di 22 anni e Max Emiliani (nome di battaglia Marx) di 23 anni. Facevano entrambi parte della “banda” La Scansi” che operava nelle valli del Lamone e del Montone, in uno scontro a fuoco con i tedeschi avvenuto a Medicina Max era stato subito catturato per era rimasto ferito mentre Arrigo viene catturato alcuni giorni dopo a Marradi (FI).

Il 29 dicembre vengono deferiti al Tribunale Speciale e condannati a morte la sentenza viene eseguita il giorno dopo.

Per intimorire la cittadinanza i tedeschi affigeranno il 3 gennaio un manifesto che riporta l’avvenuta fucilazione di Amerigo Donati e Max Emiliani più altri tre nomi Adriano Brunelli, Lino Formili e Luciano Romagnoli.

Le verità su piazzale Loreto - MilanoInMovimento

Gian Antonio Bravin, 36 anni Giulio Casiraghi, 44 anni Renzo Del Riccio, 20 anni Andrea Esposito, 45 anni Domenico Fiorani, 31 anni Umberto Fogagnolo, 42 anni Tullio Galimberti, 21 anni Vittorio Gasparini, 31 anni Emidio Mastrodomenico, 21 anni Angelo Poletti, 32 anni Salvatore Principato, 51 anni Andrea Ragni, 22 anni Eraldo Soncini, 43 anni Libero […]

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“Cara mamma, quando riceverai questa, io non ci sarò più, il piombo nemico mi avrà già freddato, perciò mi raccomando a te i miei cari figlioli, baciali tanto per me, come pure Tilde ed istruiscili finché siano buoni patrioti come lo fui io e che facciano di tutto per vendicarmi. Caramente bacio tutti per l’ultima …

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18 dicembre 1943, i Gap uccidono in via Bronzetti il Commissario Federale milanese del PNF Aldo Resega. La città è occupata dai tedeschi da già tre mesi e la Resistenza ha già messo a segno alcuni colpi come l’attacco al deposito di benzina dell’aeroporto di Taliedo e la bomba all’ufficio di informazione tedesco della Stazione …

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Al Campo Giuriati un monumento di marmo ricorda le vittime della ferocia nazi-fascista, in particolare i 15 partigiani che in quel luogo vennero fucilati tra il gennaio e il marzo del 1945. I primi a pagare con la vita il loro desiderio di libertà furono nove ragazzi del Fronte della Gioventù Comunista, il più adulto …

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10 Agosto: 74° Anniversario Eccidio Di P.le Loreto - ore 21 @ Piazzale Loreto - MilanoInMovimento

ORE 9.30 – 10.30 CERIMONIA IN PRESENZA DEL SINDACO ORE 21 – 23 MANIFESTAZIONE ANTIFASCISTA CON PAOLO PEZZINO E ALTRI “È l’alba di giovedì 10 agosto 1944, quindici antifascisti detenuti nel carcere di San Vittore a Milano, vengono prelevati dalle proprie celle e caricati su un camion. Sono Umberto Fogagnolo, partigiano arrestato per aver affrontato …

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