Venne bruscamente l’ambiente fascista di Firenze

In Toscana, era soprattutto il capoluogo fiorentino a sperimentare una precoce e non episodica azione gappista: agguati, attentati dinamitardi e sabotaggi, portati sin nel cuore del centro storico, si sarebbero ripetuti con crescente continuità, assimilando la resistenza urbana fiorentina – e di converso l’azione repressiva volta a rintuzzarla – più a quella delle grandi capitali del Nord Italia che alle altre realtà cittadine della regione <226. L’attentato che ne avrebbe inaugurata l’attività colpiva nella tarda serata del primo dicembre 1943 il tenente colonnello Gino Gobbi, comandante il locale distretto militare, ucciso «sulla porta della propria abitazione» da un piccolo manipolo partigiano <227. Per la sua importanza, tale da costituire «un salto di qualità dell’intera Resistenza toscana», appare opportuno soffermarci brevemente su questo episodio. Gobbi rappresentava infatti un obiettivo «specifico» e volutamente simbolico <228: se da un lato, a pochi giorni dall’inizio delle operazioni di leva, veniva colpito colui che più di tutti si era adoperato per la buona riuscita della stessa – dando in tal modo un forte segnale teso a «incoraggiare alla ribellione i giovani che avrebbero dovuto presentarsi alla chiamate alle armi» <229 – dall’altro l’agguato gappista intendeva punire un ufficiale «traditore» <230, ben «noto» in città «per il suo passato fascista» e il comportamento di smaccata collaborazione tenuto con l’occupante e le nuove autorità cittadine <231.
La morte dell’ufficiale, pur certamente non la prima vittima della provincia <232, scuoteva bruscamente l’ambiente fascista cittadino, scalfendone l’ostentato «vanto della calma e della disciplina» <233. Immediata e rabbiosa, la reazione delle autorità locali – la prima rappresaglia registratasi nella regione, su cui avremo modo di tornare – era affidata alla fucilazione, la mattina successiva l’agguato, di 5 detenuti politici già da mesi ristretti in carcere, condannati a morte da un sedicente tribunale straordinario quali mandanti morali dell’uccisione di Gobbi.
Nei mesi successivi, una fitta sequela di azioni dall’«audacia […] incredibile», culminata il 29 aprile 1944 con il ferimento a morte, in pieno giorno, del comandante provinciale la GNR Italo Ingaramo, avrebbe contribuito a ingenerare un crescente senso di tensione e «insicurezza continua» tra la fila fasciste <234. «Si sentiva in aria odor di vendetta, di odio, di sangue», ricorda con «disgusto» Armando Foppiani, commissario dell’Unione provinciale fascista degli industriali durante i primi mesi della RSI.
“Gli sguardi erano falsi; le parole servivano solo a mascherare il pensiero; Firenze inganna: ha il primo piano brillante e il fondo cupo […]. Si arrestavano i nemici personali, si uccidevano i nemici personali, si facevano rappresaglie sui nemici personali. […] Il sovvertimento e l’involuzione morale trasparivano da [questa] dialettica contorta, la quale mi faceva assai più pena delle miserie reali. Quanto mi trasferii in Lombardia alla fine di febbraio [1944] provai un senso di sollievo: pur con un panorama più insanguinato, c’era qualcuno che dava buon giorno senz’altro scopo che quello di augurare una giornata buona <235.
Negli stessi giorni, un’«atmosfera fiorentina […] molto tesa» accoglieva anche la marchesa Origo, nient’affatto sorpresa nel constatare come i «gerarchi fascisti» di passaggio all’Hotel Excelsior, adibito a sede del comando tedesco, fossero scortati da «grossi contingenti di polizia», nel timore di «altri attentati»” <236.
A conferma della segnalata crisi della sicurezza innescatasi a partire dai primi mesi del 1944, un pur rapido confronto con le fonti quantitative prodotte dagli stessi organi della RSI aiuta infine a restituire – e al contempo problematizzare – la ben nota «tendenza generale» che vede una crescita pressoché costante del movimento resistenziale, «dall’inverno [1943-44] all’estate» successiva <237. Ci riferiamo in particolare alla meticolosa opera di sistematizzazione e censimento condotta dal Servizio politico investigativo (SPI) del Comando Generale della GNR, tesa a evidenziare su base mensile l’«attività dei banditi» e i conseguenti sforzi compiuti dalla Guardia per contrastarla <238. Una documentazione preziosa, per completezza e serialità, non sufficientemente valorizzata – questa è l’impressione – dalla storiografia, cui faremo più volte riferimento <239.
Disponibili a partire dal gennaio 1944, generalmente suddivisi per compartimenti regionali <240, cartogrammi e specchi numerici permettono infatti, al di là delle singole rilevazioni, di farsi «un’idea precisa dell’accrescersi dell’intensità dell’attività dei ribelli», come significativamente sottolineato, presentando dati analoghi, dall’Ufficio operazioni e servizi dello Stato maggiore dell’esercito (SME) repubblicano <241. Una mole di informazioni ed elementi di valutazione che, pur con tutti le cautele del caso, offriva agli allora decision makers come agli studiosi odierni una «sintesi efficace delle indicazioni, tendenzialmente univoche», affioranti dalle relazioni provenienti dalle singole province, permettendo al contempo un utile confronto tra le diverse realtà territoriali capace di coglierne le marcate, e pur sfuggenti, specificità locali <242.
Quale dato di partenza, l’«attività dei banditi» registratasi agli inizi del 1944 appare ancora, in termini assoluti, relativamente sotto controllo <243. Al di là della comprensibile preoccupazione da parte fascista sui possibili sviluppi futuri del movimento partigiano, nel corso del mese di gennaio erano “solo” 476 le «segnalazioni» pervenute da tutto il Centro-Nord Italia, ben 200 delle quali (42%) relative al solo Piemonte, un dato che conferma la «non casuale specificità» e vivacità dell’ambiente resistenziale locale <244. Nelle altre regioni, con la macroscopica eccezione della «Venezia Giulia», sin dal 1942 sede di una vivace attività resistenziale <245, la media degli episodi ascrivibili all’attività delle bande scendeva invece a poco più di un caso al giorno, con minimi scostamenti tra le diverse aree della penisola.
Nel corso dei mesi immediatamente successivi, la situazione era però destinata a subire un drastico e repentino deterioramento, chiaramente percepibile anche e soprattutto in Toscana. Ancora in febbraio, pur registrandosi un deciso aumento delle segnalazioni – che passavano nella regione dalle 35 del mese precedente a 64 (+83%), sostanzialmente in linea con il dato generale <246 – queste non si discostavano comunque di molto dalla sporadica, seppur non trascurabile, attività partigiana registratasi «dal settembre al dicembre 1943», stimata da Giovanni Verni in «almeno 190 attacchi e sabotaggi, cioè più di uno al giorno» <247. Trovano in tal senso conferma le difficoltà del movimento partigiano segnalate durante i mesi invernali, ulteriormente aggravate della pur precario tentativo della RSI di normalizzare, anche attraverso una crescente azione repressiva, la situazione. A titolo di confronto, nello stesso mese il Piemonte avrebbe fatto registrare ben 432 casi (+116% rispetto a gennaio), mentre la vicina Emilia Romagna – separata dalla Toscana da un confine di fatto poroso all’azione delle mobili formazioni partigiane – si attestava a 112 episodi (+138%), confermando su base mensile una rinnovata vitalità della Resistenza sul versante settentrionale dell’Appennino.
[NOTE]
226 Sullo spostamento del «baricentro della lotta nelle città», imposto dall’inclemenza della stagione invernale, si veda in particolare G. VERNI, La Resistenza in Toscana, cit., p. 222.
227 Un infame delitto dei traditori della Patria, «La Nazione», ed. di Firenze, 3 dicembre 1943. Sull’episodio, cfr. infra, cap. II.
228 S. PELI, Storie di Gap, cit., pp. 91, 96.
229 C. MASSAI, Autobiografia di un gappista fiorentino, Associazione Centro documentazione di Pistoia, Pistoia 2008, p. 39.
230 Gino Gobbi freddato da mani giustiziere, «L’azione comunista», 3 dicembre 1943. Il testo del comunicato era riproposto anche in un manifestino contestualmente stampato, in O. BARBIERI, Ponti sull’Arno. La Resistenza a Firenze, Editori Riuniti, Roma 1964 [ed. orig. 1958], p. 80.
231 ACS, MI, Gabinetto, RSI, b. 4, fasc. 11, Promemoria situazione Firenze, cit.. Sulla figura e il contegno di Gobbi si veda inoltre ASLU, Tribunale di Lucca, Corte d’Assise, Fascicolo processuale relativo a Mario Carità e altri, b. 1, vol. A-I, cc. 14-15, R. Questura di Firenze, Delitti compiuti durante il regime fascista, Firenze, 13 gennaio 1945 e AISRT, Sirio Ungherelli – Processo a carico di Enrico Adami Rossi e altri, b. 2, fasc. 2, vol. III, cc. 83-84, Esame teste Cammilli Giuseppe, s.l. [ma Firenze], 14 febbraio 1946.
232 Già nelle settimane precedenti, tra la fine di ottobre e i primi di novembre, 5 militi e un fascista repubblicano venivano uccisi in due diversi agguati, portati tra Sesto Fiorentino e la più decentrata San Godenzo. Queste prime azioni violente, immediatamente rivendicate dalla stampa comunista, erano invece passate sostanzialmente sotto silenzio dalla cronaca locale, in Proditoria e feroce uccisione di alcuni Fascisti Repubblicani, «La Nazione», ed. di Firenze, 11 novembre 1943.
233 «A Firenze – non mancava di sottolineare la stampa cittadina – episodi di odio e di sangue, verificatisi qua e là in altre città e in altri paesi, non se n’erano mai avuti […]. La capitale italiana dello spirito non smentiva la propria tradizione di gentilezza e di umanità», in Un infame delitto dei traditori della Patria, cit.
234 B. FANCIULLACCI, Vita dei gappisti, in R. BILENCHI, Cronache degli anni neri, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 32.
235 A. FOPPIANI, Ubriacarsi con l’acqua, cit., p. 227.
236 I. ORIGO, Guerra in Val d’Orcia, cit., pp. 137-138.
237 Su questa fase di «sviluppo delle bande partigiane» si veda il ricco quadro offerto da S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., pp. 55-81.
238 Il corposo incartamento è conservato in ACS, SPD, RSI-CR, b. 5, fasc. 28, s. fasc. 23A. Tra le altre voci presi in considerazione, e che torneremo a utilizzare, spiccano in particolare i «caduti e feriti della GNR» e le «perdite dei banditi».
239 Cenni in tal senso in G. TOSATTI, Leggere la Resistenza nei documenti dell’Archivio centrale dello Stato, in L. DI RUSCIO – L. FRANCESCANGELI (a cura di), Antifascismo Resistenza Liberazione. Itinerari della memoria a Roma, Pubbliprint service [stampa], Roma 2007, p. 62. Ben più note sono invece le rilevazioni contestualmente effettuate dall’Esercito repubblicano, per cui si veda SME – Ufficio operazioni e servizi, Relazione complessiva sulla forza dei banditi – Attività banditi ed antiribelli dal settembre 1943 al novembre 1944, s.l., Dicembre 1944, pubblicata in R. DE FELICE, La guerra civile, cit., pp. 567-580, 737-753.
240 Questi sono nell’ordine «Piemonte», «Emilia», «Toscana», «Venezia Giulia», «Veneto», «Lombardia», «Marche» e «Liguria», pur con alcune difformità rispetto all’odierna organizzazione amministrativa delle regioni suddette. Sui criteri di catalogazione e raccolta delle segnalazioni, iniziata presumibilmente nel novembre 1943, si veda ACS, GNR, b. 13, fasc. Maggio 1944, CoGeGuardia – SPI, Circolare n. 7458/A.5. del 20.11.44 [recte: 1943] – Specchio periodico, PdC 707, 29 maggio 1944 e R. ABSALOM – P. CARUCCI – A. FRANCESCHINI – J. LAMBERTZ – F. NUDI – S. SLAVIERO (a cura di), Le stragi nazifasciste in Toscana 1943-45, cit., pp. 38-39.
241 AINFP, CVL, b. 160, fasc. 492, Situazione ribelli alla data 15 giugno 1944, s.l., s.d. [ma fine giugno-inizio luglio 1944]. Copia del documento è pubblicata, pur con alcune difformità, in G. VACCARINO (a cura di), Documenti del governo di Salò sulla guerra partigiana, «Il movimento di liberazione in Italia», (1950), n. 9, pp. 12-14.
242 F. DE FELICE, I massacri di civili nelle carte di polizia dell’Archivio centrale dello Stato, cit., pp. 606-607. I suddetti specchi numerici andavano con ogni probabilità a integrare i «notiziari giornalieri» quotidianamente trasmessi del Servizio politico della GNR ai massimi esponenti fascisti, per i quali si veda L. BONOMINI – F. FAGOTTO – L. MICHELETTI – L. MOLINARI TOSATTI – N. VERDINA (a cura di), Riservato a Mussolini. Notiziari giornalieri della Guardia nazionale repubblicana, novembre 1943/giugno 1944, Feltrinelli, Milano 1974, p. IX-XIX.
243 Dove non diversamente indicato, la fonte dei dati presentati è ACS, SPD, RSI-CR, b. 5, fasc. 28, s. fasc. 23A, Attività dei banditi dal 1-1-1944 al 31-8-1944, s.l., s.d., che riporta anche le segnalazioni provenienti dalla Marche, successivamente omesse. La documentazione allegata non chiarisce in ogni caso le diverse tipologie di azioni di guerriglia considerate dagli estensori di questi specchi numerici.
244 Sull’eccezionalità della situazione piemontese, dove i CLN erano in grado di mobilitare fin dall’autunno 1943 un nutrito contingente di uomini e mezzi, vedi S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., pp. 40-41. Il dato relativo al Piemonte comprende anche la provincia di Aosta.
245 Sono qui comprese le rilevazioni, certamente sottostimate, registrate nella province di Trieste, Gorizia, Pola e Fiume, riunite dal settembre 1943 nella Zona d’operazioni del Litorale adriatico di fatto sottratta alla sovranità della Repubblica sociale.
246 Globalmente le segnalazioni sarebbero aumentate da 476 a 944 (+98,3%). Per una rappresentazione grafica di questi dati cfr. infra, cap. III.
247 Di queste, 53 erano effettuate «nell’area di Siena e Grosseto», 21 «nella contigua area di Livorno e Pisa», 108 tra Arezzo, Firenze e Pistoia, mentre solo 8 «azioni e sabotaggi» risultavano eseguite nelle rimanenti province di Lucca e Massa Carrara. Si noti come le pur preziose stime fornite da Verni, ricostruite a posteriori sulla base dei risultati emersi dal progetto Cronologia della Resistenza in Toscana, siano per ammissione stessa del curatore «non […] certamente assolut[e]», avendo «un valore prevalentemente indicativo». In particolare, i dati relativi alla primavera 1944 risultano notevolmente difformi da quelli registrati dal Servizio politico della GNR, in G. VERNI, La resistenza armata in Toscana, cit., pp. 222-223. Cfr. inoltre G. VERNI (a cura di), Cronologia della Resistenza in Toscana, Carocci, Roma 2005, pp. 13-23.
Lorenzo Pera, La lunga RSI: violenza e repressione antipartigiana del fascismo repubblicano toscano, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze – Università di Siena, 2022

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Nell’Alto Casentino, sul Monte Morello, così come nell’area delle Colline Metallifere e della Bassa Maremma vedevano la luce sin dal settembre-ottobre 1943 le prime formazioni ribelli

Il rovinoso dissolversi dell’autorità di governo – «lo stato italiano non c’era più», ricorda laconicamente l’azionista Enzo Enriquez Agnoletti, «di questo tutti ne erano testimoni» <187 – permetteva infatti alle pur deboli forze dell’antifascismo organizzato di proporsi come un’alternativa chiara e netta al risorgere dell’ultimo fascismo, «accetta[ndo] la sfida della guerra civile» lanciata con la costituzione della Repubblica sociale e il tentativo di mobilitazione dell’intero corpo sociale da questa imposto <188.
Sin dalle prime settimane seguenti l’armistizio, il nascente movimento resistenziale si sarebbe comunque dimostrato fenomeno eterogeneo e dai contorni quanto mai sfuocati, destinato inevitabilmente a subire, al pari dell’azione repressiva volta a contrastarlo, i contraccolpi della guerra combattuta sul fronte meridionale, che «non poco influirono» sulla «formazione, l’incremento o la dispersione delle bande partigiane» <189. Al pari dell’intenso lavorio condotto dai partiti antifascisti per gettare le basi delle future formazioni partigiane, era la stessa società civile toscana, superato il trauma iniziale, a mostrarsi tutt’altro che immobile: fondamentale sarebbe infatti apparso, in primo luogo, il diffuso aiuto e sostegno materiale spontaneamente offerto dalla popolazione locale ai militari italiani sbandati e ai prigionieri di guerra alleati evasi dai campi di detenzione, rifugiatisi in gran numero nelle campagne. Dalla sua tenuta nei pressi di Chianciano, appuntava il 19 settembre 1943 la scrittrice inglese Iris Origo, attenta testimone del conflitto combattutosi in Toscana:
“Ogni giorno [prigionieri alleati] arrivano in fattoria o alle varie case coloniche, a piccoli gruppi; chiedono la strada per il Sud, si fanno dare da mangiare e poi proseguono. La maggior parte dei coloni, pur essendo consci del pericolo che corrono, li accolgono e li ospitano con gioia” <190.
Pur non configurandosi necessariamente come un consapevole moto di resistenza civile, questa insostituibile «rete protettiva» si sarebbe ben presto estesa alle prime formazioni partigiane, garantendo in alcuni casi un radicamento sul territorio tale da permetterne la sopravvivenza durante il primo, difficile inverno alla macchia. Un rapporto, quello tra comunità locali e Resistenza, comunque complesso e non privo di diffidenze e battute d’arresto, impostesi in particolare a seguito della prime stragi e violenze perpetrate da fascisti e truppe occupanti, tese in alcuni casi a spezzare il sostegno della popolazione isolando di conseguenza le bande <191.
In queste fase aurorale erano comunque le aree più interne e appartate della regione, lontane dall’occhiuta sorveglianza nazifascista, a costituire l’habitat delle prime aggregazioni di uomini datisi alla macchia. Nell’Alto Casentino, sul Monte Morello, così come nell’area delle Colline Metallifere e della Bassa Maremma – per limitarci ad alcune della località più precocemente interessate dal fenomeno resistenziale – vedevano la luce sin dal settembre-ottobre 1943 le prime formazioni ribelli, passate in alcuni casi immediatamente all’azione. Comprensibilmente più lento si sarebbe invece dimostrato lo sviluppo di un’opposizione armata al nazifascismo nelle province costiere, anche in virtù della maggior presenza tedesca <192.
Accanto a una sparuta ma significativa presenza di militanti antifascisti, alcuni dei quali reduci dalle decisive esperienze vissute nel conflitto civile spagnolo o nel maquis francese <193, queste prime bande si componevano inizialmente soprattutto dei molti militari sbandatisi dopo l’8 settembre, ben intenzionati a sottrarsi agli insistenti bandi di presentazione disposti dalle autorità tedesche e poi italiane <194. A una tale ossatura si sarebbero aggiunti, nel corso dei mesi successivi, i sempre più numerosi renitenti alle leve fasciste e al servizio del lavoro, creando quella base di massa indispensabile per lo sviluppo della resistenza armata <195. Per la gran parte di questi uomini, l’aggregarsi, anche casualmente, in piccoli gruppi rispondeva comunque almeno inizialmente a motivazioni di conservazione e di autodifesa, ben sintetizzabili – nella penetrante definizione di Santo Peli – in una vera e propria «resistenza alla guerra», presupposto spesso indispensabile a una «partecipazione diretta alla guerra partigiana vera e propria» <196. Il nascondersi, sottraendosi a una netta scelta di campo in condizioni di semiclandestinità, si sarebbe infatti dimostrata una «condizione […] scomoda, pericolosa e umiliante», spesso accettata «perché ritenuta provvisoria». Da qui, precisa Maurizio Fiorillo, la «volontà» per alcuni di «uscire dalla passività» e dall’inazione, contrapponendosi alla minaccia nazifascista attraverso la resistenza armata <197.
A questa miriade di gruppi «che potremo definire prepolitici», animati da un diffuso spontaneismo ma spesso incapaci di condurre forme di lotta non episodiche, si sarebbe nel corso dei mesi saldata la febbrile attività organizzativa e di coordinamento portata avanti dagli esponenti locali dei partiti antifascisti, sempre più decisiva per infondere continuità, direzione e visibilità al movimento resistenziale <198. Un confronto certamente non privo di reticenze e tensioni, destinato a ricomporsi solo a ridosso della liberazione: a una mentalità della guerriglia «sull’uscio di casa», espressione di necessità di autodifesa marcatamente localistiche, si contrapponevano le potenzialità di una lotta di più ampio respiro e politicamente consapevole, gravata però da maggiori incertezze e crescenti rischi per la popolazione locale, esposta alla dura reazione nazifascista <199.
Portatrici di progetti politici assai diseguali, da raggiungersi attraverso forme e metodi di lotta diversi, le stesse forze politiche antifasciste avrebbero comunque impostato la loro azione nella consapevolezza – già lo ricordavamo – di «rendere irreversibile una radicale discontinuità rispetta al regime fascista» <200, in netta opposizione al concomitante tentativo di radicamento portato innanzi del fascismo repubblicano, «arma pericolosissima in mano ai tedeschi» <201.
Alle autorità del tradimento – precisava Enriques Agnoletti in un importante contributo pubblicato sul primo numero della rivista Il ponte – bisognava opporre l’autorità, clandestina ma conosciuta, degli organi della rivolta popolare e democratica, […] bisognava insomma in qualche modo partecipare all’autorità governativa <202.
«Combattere subito i fascisti», al pari e più dei tedeschi, era la posizione espressa a chiare lettere già nel novembre 1943 da Carlo Ludovico Ragghianti, responsabile militare del Partito d’Azione (PdA) a Firenze <203. Ma se per i vertici del PdA l’impegno sul campo si sarebbe in special modo concretizzato, almeno inizialmente, in una forte azione propagandistica e organizzativa, per il Partito comunista l’«agire subito», opponendosi frontalmente all’autorità fascista in quella guerra civile pur formalmente rigettata dalla propaganda comunista, avrebbe rappresentato un imperativo non più dilazionabile <204.
[NOTE]
187 E. ENRIQUES AGNOLETTI, La politica del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, cit., p. 417. Sulle ricadute di un tale «venir meno di riferimenti non solo istituzionali, ma anche ideologici ed etici» cfr. S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., p. 18.
188 S. NERI SERNERI, Guerra, guerra civile, liberazione, cit., pp. 543-546. Sulla «costituzione della RSI» quale «origine» della guerra civile si veda R. DE FELICE, La guerra civile, cit., p. 69.
189 G. PERONA, La Toscana nella guerra e la Resistenza: una prospettiva generale, cit., pp. 76-77. Pur in assenza di un aggiornato lavoro d’insieme, che rilegga criticamente la storia della Resistenza toscana, disponiamo comunque di un’amplissima bibliografia di contributi di taglio locale, cui daremo via via conto, e di alcuni validi saggi di respiro regionale. Limitatamente a questi ultimi, si segnalano in particolare i contributi pubblicati in M. PALLA (a cura di), Storia della Resistenza in Toscana, cit. Meno recenti, seppur non privi di utili spunti, sono invece G. VERNI, La Resistenza in Toscana, cit. e L. CASELLA, La Toscana nella guerra di liberazione, cit.. Per una più ampia rassegna bibliografica si rimanda a N. LABANCA, Resistenza/resistenze. Un bilancio tra discorso pubblico e studi storici, in C. FUMIAN – M. FIORAVANZO (a cura di), 1943: strategie militari, collaborazionismi, resistenze, cit., pp. 27-75.
190 I. ORIGO, Guerra in Val d’Orcia, cit., p. 78.
191 Su questi aspetti un solido punto di partenza rimane A. BRAVO, Resistenza civile, in E. COLLOTTI – R. SANDRI – F. SESSI (a cura di), Dizionario della Resistenza, Vol. I. Storia e geografia della Liberazione, Einaudi, Torino 2000, pp. 268-282. Riguardo al «problema dei “costi” umani della Resistenza», su cui torneremo più volte a confrontarci, cfr. S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., pp. 238-249 e ID., La Resistenza difficile, Franco Angeli, Milano 1999, pp. 35-57.
192 G. VERNI, La resistenza armata in Toscana, cit., pp. 204-206. Per un’agile ma attenta ricostruzione sulle «origini» del movimento partigiano vedi S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., pp. 15-54.
193 S. PELI, Storie di Gap, cit., pp. 39-42. Cfr. inoltre E. ACCIAI, Ieri in Spagna, oggi in Europa. Le rotte dei reduci italiani delle Brigate Internazionali in un continente in Guerra (1936-1945), in F. BERTAGNA – F. MELOTTO (a cura di), Resistenza e guerra civile, cit., pp. 21-41.
194 «I militari italiani di qualsiasi grado – si legge in una delle prime ordinanze emesse da Kesselring – inclusi quelli i cui reparti sono già stati disciolti, debbono presentarsi immediatamente in uniforme al più vicino comando militare tedesco. Ogni militare che non eseguisce il presente ordine verrà giudicato dai tribunali militari tedeschi», in Un bando del Comando Supremo delle truppe germaniche, «La Nazione», ed. di Firenze, 17 settembre 1943.
195 Sulla «scelta partigiana», non scontata e spesso travagliata, vedi in particolare C. PAVONE, Una guerra civile, cit., pp. 23-41 e L. BALDISSARA, I “resistenti” prima della Resistenza, in L. ALESSANDRINI – M. PASETTI (a cura di), 1943: guerra e società, Viella, Roma 2015, pp. 17-33.
196 Le citazioni sono rispettivamente tratte da S. PELI, La Resistenza difficile, cit., p. 37 e S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., p. 6. In tal senso si veda anche G. PERONA, La Toscana nella guerra e la Resistenza: una prospettiva generale, cit., p. 87 e, per un interessante caso locale, R. GIACOMINI, La Resistenza come rifiuto della guerra, «Storia e problemi contemporanei», VIII (1995), n. 15, pp. 275-295.
197 M. FIORILLO, Uomini alla macchia. Bande partigiane e guerra civile. Lunigiana 1943-1945, Laterza, Roma 2010, p. 51.
198 Per il contesto toscano si richiama in particolare G. PERONA, La Toscana nella guerra e la Resistenza: una prospettiva generale, cit., pp. 91-95. Più in generale vedi S. PELI, La Resistenza difficile, cit., pp. 34-54.
199 G. VERNI, Appunti per una storia della Resistenza nell’aretino, in I. TOGNARINI (a cura di), Guerra di sterminio e Resistenza. La Provincia di Arezzo 1943-1944, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1990, p. 126.
200 S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., p. 6.
201 E. ENRIQUES AGNOLETTI, La politica del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, cit., p. 417.
202 Ibid..
203 Rapporto al Comitato Centrale del Partito d’Azione in Roma, cit., p. 4. Sulla figura di Ragghianti e l’organizzazione del PdA a Firenze cfr. C. FRANCOVICH, La Resistenza a Firenze, cit., pp. 76-80.
204 S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., pp. 44-45. Per una concettualizzazione e contestualizzazione di lungo periodo della categoria di guerra civile, tra antifascismo e Resistenza, si veda S. NERI SERNERI, «Guerra civile» e ordine politico. L’antifascismo in Italia e in Europa tra le due guerre, «Italia contemporanea», (2002), n. 229, pp. 601-623.
Lorenzo Pera, La lunga RSI: violenza e repressione antipartigiana del fascismo repubblicano toscano, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze – Università di Siena, 2022

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