Ecco il progetto che svela i segreti nascosti delle sculture dell’antica Roma

S&A

Come venivano assemblate, fissate e restaurate le grandi sculture dell’antica Roma? È questa la domanda al centro di HARMOGE, ambizioso progetto di ricerca dedicato alle tecniche costruttive e conservative del mondo ellenistico e romano, promosso grazie al finanziamento del Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito dei PRIN 2022.

Analisi a raggi XRF di una grappa in una transenna di età romana riccamente decorata. Foto: Myriam Pilutti Namer – tutti i diritti riservati.

Il progetto, dal titolo completo Hellenistic and Roman Methods of Joining. Exploring the Joins and Attachments of Freestanding Sculpture and Architectural Decoration (2nd century BCE – 3rd century CE), coinvolge Università di Pisa, Università Ca’ Foscari Venezia e Istituto di Chimica dei Composti Organometallici del CNR, in collaborazione con il Museo Nazionale Romano.

Alla scoperta dei “segreti invisibili” delle statue antiche

L’indagine si concentra su un aspetto spesso nascosto delle opere antiche: i sistemi utilizzati per unire tra loro le diverse parti di statue, decorazioni architettoniche e monumenti funerari in marmo.

Tra II secolo a.C. e III secolo d.C., infatti, scultori e artigiani romani ricorrevano frequentemente a perni metallici, staffe e sistemi di fissaggio per assemblare elementi scolpiti separatamente o per restaurare opere danneggiate.

Questi giunti metallici rappresentano oggi una straordinaria fonte di informazioni sulle tecniche costruttive dell’antichità, permettendo agli studiosi di comprendere non solo le modalità di realizzazione delle opere, ma anche gli interventi di manutenzione e restauro effettuati nel corso dei secoli.

Le opere analizzate al Museo Nazionale Romano

La prima campagna di analisi si è svolta nelle sedi del Museo Nazionale Romano, dove il team ha potuto studiare alcuni dei più importanti capolavori della scultura antica.

Si indagano i perni relativi al restauro del Discobolo di Castel Porziano realizzato già in età romana. Foto: Myriam Pilutti Namer – tutti i diritti riservati.

Tra le opere esaminate figurano il celebre Discobolo di Castel Porziano, l’iconico Ermafrodito addormentato e numerosi ritratti imperiali, oltre a colonne, capitelli e frammenti architettonici che conservano tracce delle antiche tecniche di assemblaggio.

Il patrimonio del museo si è rivelato particolarmente prezioso per la varietà dei reperti conservati e per la possibilità di osservare direttamente i sistemi di connessione utilizzati dagli artigiani romani.

Tecnologie avanzate per studiare l’antichità

Per analizzare i materiali senza danneggiare le opere, il progetto utilizza tecnologie diagnostiche non invasive di ultima generazione.

Tra queste, la fluorescenza a raggi X (XRF), effettuata tramite uno spettrometro portatile Bruker Elio direttamente sulle superfici marmoree, e la spettroscopia Raman, che consente di identificare la composizione chimica degli strati di corrosione e le alterazioni organiche presenti nei metalli antichi.

Grazie a queste indagini sarà possibile creare il primo grande database dedicato ai perni metallici utilizzati in età ellenistica e romana, offrendo nuove chiavi di lettura per archeologi, restauratori e storici dell’arte.

Un progetto interdisciplinare tra archeologia e scienza

Secondo Anna Anguissola e Luigi Sperti, docenti di archeologia greca e romana rispettivamente presso Università di Pisa e Università Ca’ Foscari Venezia, il progetto rappresenta la prima iniziativa di ampio respiro dedicata specificamente alle tecniche di assemblaggio delle opere antiche.

L’obiettivo è integrare archeologia, archeometria e diagnostica scientifica per ricostruire concretamente il lavoro degli artigiani romani e comprendere come venissero progettate, montate e restaurate le grandi opere in marmo.

Fondamentale è anche il contributo del team del CNR-ICCOM di Pisa. Lo studioso Stefano Legnaioli sottolinea infatti come le analisi XRF consentiranno di raccogliere dati completamente nuovi sui materiali impiegati dagli scultori e dai restauratori antichi.

Il ruolo del Museo Nazionale Romano

La direttrice del Museo Nazionale Romano, Federica Rinaldi, ha evidenziato come il progetto rappresenti un’importante opportunità per approfondire le conoscenze sulle tecniche artistiche e conservative dell’antichità romana.

La collaborazione tra museo, università e centri di ricerca permette infatti di valorizzare il patrimonio culturale attraverso nuove metodologie scientifiche, favorendo il dialogo tra discipline differenti e aprendo prospettive innovative per lo studio delle opere antiche.

Nuove prospettive per la ricerca archeologica

HARMOGE si inserisce in un filone di ricerca sempre più orientato all’integrazione tra discipline umanistiche e tecnologie avanzate.

Lo studio dei giunti metallici e delle tecniche di assemblaggio non riguarda soltanto la storia dell’arte antica, ma permette anche di comprendere meglio le pratiche di restauro del passato, le competenze tecniche degli artigiani romani e la complessa vita materiale delle sculture antiche.

Un patrimonio di conoscenze che, grazie alle moderne tecniche diagnostiche, sta finalmente tornando alla luce.

Nota: Il progetto HARMOGE. Hellenistic and Roman Methods of Joining. Exploring the Joins and Attachments of Freestanding Sculpture and Architectural Decoration (2nd century BCE – 3rd century CE)” (2022AS5M9E) è realizzato con il finanziamento del Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Bando relativo allo scorrimento delle graduatorie finali del bando PRIN 2022.

📘 Notizia verificata

  • 📄 Fonte: Università di Pisa ✅
#archeologiaRomana #archeometria #arteRomana #CaFoscari #CNRICCOM #diagnosticaArcheologica #HARMOGE #MuseoNazionaleRomano #patrimonioCulturale #PRIN2022 #restauroArcheologico #RomaAntica #scultureRomane #statueAntiche #UniversitàDiPisa

𝗡é 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗶𝗮𝗻𝗼❟ 𝗻é 𝘁𝘂𝗿𝗰𝗼❟ 𝗻é 𝗲𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲𝗼: 𝗹'𝗼𝗿𝗶𝗴𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝘁𝗮𝗽𝗽𝗲𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗣𝗮𝗹𝗮𝘇𝘇𝗼 𝗣𝗶𝘁𝘁𝗶 è 𝗰𝗶𝗻𝗲𝘀𝗲

#studi #cafoscari #palazzopitti #firenze #venezia #studi #tappetocinese
➡️ I dettagli su Storie & Archeostorie: https://wp.me/p7tSpZ-cQA

https://storiearcheostorie.com/2026/04/07/tappeto-cinese-palazzo-pitti/?utm_source=mastodon&utm_medium=jetpack_social

Né persiano, né turco, né europeo: l’origine del tappeto di Palazzo Pitti è cinese

S&A

Per secoli è stato catalogato come persiano, turco o, più recentemente, europeo: ora un nuovo studio guidato da una ricercatrice dell’Università Ca’ Foscari Venezia ha rivelato che il grande tappeto ricamato, oggi nei depositi di Palazzo Pitti, è in realtà una manifattura cinese del XVII secolo. La ricerca, basata sulla disamina del manufatto, indagini diagnostiche e d’archivio, rimette in discussione l’origine di altri esemplari analoghi conservati al Museo del Palazzo Topkapı di Istanbul e al Museo del Louvre di Parigi. L’articolo scientifico, firmato dalla storica dell’arte Ilenia Pittui, è stato pubblicato sulla rivista Kervan – International Journal of Afro-Asiatic Studies, diretta da Mauro Tosco (Università di Torino).

Tappeto ricamato, inv. n. MPP 10562, XVII sec., Firenze, Palazzo Pitti © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi. Immagini riprodotte su concessione del Ministero della Cultura – Gallerie degli Uffizi. Sono vietate ulteriori riproduzioni o duplicazioni con qualsiasi mezzo

L’enigma del tappeto da tavola

Il protagonista di questa storia è un grande tappeto “da tavola”, lungo oltre quattro metri e largo due, composto da quattro pezze di velluto rosso tagliato unito in seta, cucite insieme a formare il supporto per il ricamo fitomorfo, eseguito con fili d’oro e di seta policroma. Ascrivibile al XVII secolo, il manufatto è stato a lungo considerato un prezioso “tappeto orientale” di produzione persiana e/o turca, fino a quando alcune ricerche più recenti non hanno suggerito una possibile origine europea. Lo studio dimostra, invece, che si tratta di un ricamo Macao che emula, nell’iconografia, coevi tappeti provenienti dall’Iran e, tracciando una fitta rete di scambi tra Asia e Mediterraneo, ne circoscrive l’ingresso nelle collezioni fiorentine alla prima metà del Settecento.

Tappeto ricamato, inv. n. MPP 10562, XVII sec., Firenze, Palazzo Pitti © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi. Immagini riprodotte su concessione del Ministero della Cultura – Gallerie degli Uffizi. Sono vietate ulteriori riproduzioni o duplicazioni con qualsiasi mezzo

L’indagine ha avuto inizio nel marzo 2023, nello studio fiorentino dell’architetto, antiquario e noto esperto di tappeti Alberto Boralevi, quando alla ricercatrice è stato segnalato l’esemplare di Palazzo Pitti come un tappeto discusso meritevole di attenzione. A seguito di valutazioni preliminari, il progetto ha preso forma nonostante le difficoltà logistiche ed economiche. «Fin dall’inizio era chiaro che ci trovavamo di fronte a un’opera straordinaria, che meritava di essere studiata, valorizzata e restituita alla pubblica fruizione», racconta Ilenia Pittui. «La sfida era capirne l’origine e continuare a ricostruirne la storia, anche collezionistica».

Caratteri cinesi dorati

Un passo decisivo è arrivato con il primo sopralluogo, il 13 maggio 2024, in occasione del quale la ricercatrice ha interagito con un team di specialiste e specialisti composto da Alberto Boralevi, Giovanni CuratolaMarina Carmignani e dalle restauratrici tessili Carla Molin Pradel Jasmine Sartor. Sulla base di nuove evidenze documentarie, è stata, poi, richiesta e ottenuta l’autorizzazione delle Gallerie degli Uffizi alla rimozione della fodera applicata durante un intervento di restauro eseguito da Alfredo Clignon e Marietta Vermigli nel 1977. L’operazione ha permesso di portare alla luce, sul retro dell’opera e in prossimità delle cimose, una serie di caratteri dorati dipinti, attualmente ancora in fase di studio. Il sistema di scrittura dei caratteri leggibili è ritenuto essere cinese.

Tappeto ricamato, inv. n. MPP 10562, XVII sec., Firenze, Palazzo Pitti © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi. Immagini riprodotte su concessione del Ministero della Cultura – Gallerie degli Uffizi. Sono vietate ulteriori riproduzioni o duplicazioni con qualsiasi mezzo

«Lo studio riconferma certamente anche la grande rilevanza di una figura come quella di Alfredo Clignon nella storia del restauro dei tessili, sottolineando la necessità e l’importanza di una sinergia tra storici dell’arte e restauratori», prosegue Pittui. «Se, infatti, Clignon non avesse notato e riferito, nella sua dettagliatissima e meticolosa relazione, di questi caratteri “in lingua orientale”, “in cinese”, dipinti sul “vivagno del velluto”, l’informazione sarebbe andata perduta forse per sempre. Mi sembra, allora, opportuno porre l’accento sull’importanza della relazione di restauro come documento che preserva e tramanda una memoria storica».

Tappeto ricamato, inv. n. MPP 10562, XVII sec., Firenze, Palazzo Pitti © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi. Immagini riprodotte su concessione del Ministero della Cultura – Gallerie degli Uffizi. Sono vietate ulteriori riproduzioni o duplicazioni con qualsiasi mezzo

La diagnostica svela il mistero

La metodologia impiegata si è avvalsa anche di analisi diagnostiche sui materiali, condotte da Silvia Bruni e Margherita Longoni del Dipartimento di Chimica dell’Università Statale di Milano. Lo studio delle fibre tessili, dei coloranti e del filato d’oro cartaceo ha confermato la coerenza del manufatto con le tecniche di produzione dell’area cinese, supportando e rafforzando l’ipotesi che potesse trattarsi di un ricamo Macao. Le movimentazioni del tappeto e le operazioni logistiche più delicate sono state affidate a Opera Laboratori Fiorentini, sotto il coordinamento della funzionaria storica dell’arte Alessandra Griffo, con il supporto della registrar Cinzia Nenci e del personale di Palazzo Pitti, su autorizzazione del Direttore Simone Verde.

Tappeto ricamato, inv. n. MPP 10562, XVII sec., Firenze, Palazzo Pitti © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi. Immagini riprodotte su concessione del Ministero della Cultura – Gallerie degli Uffizi. Sono vietate ulteriori riproduzioni o duplicazioni con qualsiasi mezzo

La ricerca non si fermerà a Palazzo Pitti. Si conoscono, infatti, due tappeti strettamente comparabili: un esemplare di dimensioni analoghe conservato al Museo del Palazzo Topkapı di Istanbul, ad oggi considerato ottomano, e un altro tappeto delle collezioni del Musée des Arts Décoratifs, oggi al Louvre, considerato indiano o persiano. Mettere in relazione questi tre manufatti è il passo successivo per capire se condividano lo stesso centro di produzione, se possano essere ricondotti a un unico laboratorio, se clientela e usi a cui queste opere erano destinate possano essere meglio conosciuti e indagati.

Tre tappeti da riunire e studiare

«L’obiettivo ora è pensare e pianificare un’operazione internazionale di valorizzazione delle opere nei depositi e riunire questi tre tappeti esponendoli insieme, così da poterli studiare e apprezzare uno accanto all’altro», osserva Pittui.

La pubblicazione su Kervan consolida ora il quadro delle evidenze e apre il confronto alla comunità scientifica internazionale, in vista anche della prossima International Conference on Oriental Carpets (ICOC), uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati ai tappeti orientali, prevista in Italia nel 2027.

Ilenia Pittui

La vicenda del tappeto di Palazzo Pitti è anche la storia di una giovane ricercatrice che si muove tra archivi, depositi museali e laboratori scientifici. Storica dell’arte e ricercatrice al Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea di Ca’ Foscari, Ilenia Pittui ha ricevuto nel 2024 il Seal of Excellence delle azioni Marie Skłodowska-Curie della Commissione Europea ed è risultata vincitrice del bando del Ministero dell’università e della Ricerca “Young Researchers 2024”, con un progetto supervisionato da Simone Cristoforetti, professore di Storia dei paesi islamici. Nel 2025, Pittui ha vinto la Laura Bassi Scholarship come giovane ricercatrice. Nel 2026, ha ottenuto, inoltre, una Marie Skłodowska-Curie Global Postdoctoral Fellowship, tra le diciannove che hanno scelto Ca’ Foscari come istituzione ospitante. Riconoscimenti che testimoniano la qualità di una ricerca capace di unire istituzioni culturali diverse e competenze interdisciplinari in grado di riscrivere la biografia delle opere entro una prospettiva globale.

Tutte le foto: Tappeto ricamato, inv. n. MPP 10562, XVII sec., Firenze, Palazzo Pitti © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi. Immagini riprodotte su concessione del Ministero della Cultura – Gallerie degli Uffizi. Sono vietate ulteriori riproduzioni o duplicazioni con qualsiasi mezzo

📘 Fonte scientifica (primaria)

  • 📄 Ilenia Pittui, Persian, Turkish, or European? An investigation into a table carpet at the Pitti Palace and its place in history
  • 🏛️ Ca’ Foscari University of Venice
  • 📚 Kervan – International Journal of Afro-Asiatic Studies (peer-reviewed) 29, 1 (2025)
  • 🔗 https://doi.org/10.13135/1825-263X/13115

📘 Notizia verificata

  • 📄 Fonte: Ca’ Foscari ✅
#CaFoscari #firenze #Kervan #notizie #scoperte #studi #tappetiOrientali #Venezia

✨ 𝗡𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗠𝘂𝗿𝗮𝗻𝗼: il vetro di Venezia ha origini altomedievali. E nell'VIII secolo già lo si "riciclava"

🔬 Uno studio di Ca' Foscari rivela come nell'alto Medioevo il sito di Olivolo (oggi San Pietro di Castello), uno dei nuclei fondativi della città lagunare, fosse un luogo di produzione tecnologicamente avanzata e sorprendentemente moderna.

#venezia #murano #vetro #studi #cafoscari #archeologia @cafoscari

➡️ Tutti i dettagli su Storie & Archeostorie:…

https://storiearcheostorie.com/2025/12/19/non-solo-murano-vetro-venezia-origini-altomedievali/

🏛️ 𝗔𝗹 𝗠𝘂𝘀𝗲𝗼 𝗔𝗿𝗰𝗵𝗲𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗼 𝗱𝗶 𝗩𝗲𝗻𝗲𝘇𝗶𝗮 𝗹’𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗼 𝘁𝗼𝗿𝗻𝗮 𝗮 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮𝗿𝗲.

🎧 Con il progetto “Comunicare l’antico” iscrizioni, statue e rilievi si raccontano grazie a nuove audioguide digitali. Un nuovo modo di vivere il museo, ascoltando le voci del passato.

#MuseoArcheologicoVenezia #ComunicareLantico #Archeologia #CaFoscari #PNRRCultura
@cafoscari
@museo_archeologico_venezia
➡️ Tutti i particolari su Storie & Archeostorie: https://wp.me/p7tSpZ-bqA

https://storiearcheostorie.com/2025/12/10/museo-archeologico-venezia-audioguide-comunicare-l-antico/

🫒 𝗧𝘂𝗻𝗶𝘀𝗶𝗮❟ 𝘀𝗰𝗼𝗽𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗳𝗿𝗮𝗻𝘁𝗼𝗶𝗼 𝗿𝗼𝗺𝗮𝗻𝗼 𝗽𝗶ù 𝗶𝗺𝗽𝗼𝗻𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗶𝗺𝗽𝗲𝗿𝗼

🏛️ La missione archeologica, alla quale partecipa anche Ca' Foscari, riporta la luce sull’industria dell’olio nell’Africa antica.

#archeologia #caFoscari #Tunisia #olio #imperoromano #scopertearcheologiche
@cafoscari

➡️ Articolo completo su Storie Archeostorie: https://wp.me/p7tSpZ-b8r

https://storiearcheostorie.com/2025/11/18/tunisia-scoperto-secondo-frantoio-romano-piu-imponente-dellimpero/

The Arrangement, Description and Digitization Project of the Davide Pace Archive has officially started. The archive is held by the National Archaeological Museum of Lomellina in Vigevano, part of the Direzione Regionale Musei Lombardia, which also preserves several artifacts discovered by Pace himself.

👥 Grazia Solenne (Ca’ Foscari); Franz Fischer, Elisa Corrò & Marco Lanzini (VeDPH; DSU); Elena Martelli; Stefania Bossi (Museum)

#archivi #digitalizzazione #archeologia #ricerca #Cafoscari

Atelier Aperti – Art Night 2025

Sabato 21 giugno 2025
dalle 18.00 alle 23.30

L'Accademia di Belle Arti di Venezia rinnova il suo appuntamento con Art Night, la notte bianca dell'arte veneziana, e anche quest'anno aderisce alla manifestazione proponendo Atelier Aperti, il format che include una ricca programmazione di eventi, mostre, performance, laboratori e proiezioni. Per l'occasione saranno aperte tutte e tre le nostre sedi

Inoltre, nella Sede Centrale, la serata sarà valorizzata da un’illuminazione speciale del chiostro e musica dal vivo:

Crow
dalle ore 19.30 alle ore 20.00

Gli Incurabili
dalle ore 20.00 alle ore 21.30
Band formata da Ettore Greco - voce, Stefano Mancini - chitarra, Matteo Alemanno - basso, Francesco Prearo - batteria, Marco Ceck Ceccchetto - armonica

Dj Panini
dalle ore 21.30 alle ore 23.00

#venezia #venice #abavenezia #accademiadibelleartivenezia #accademia #cafoscari #artnight #djpaniniforthepeople

Zainab Entezar. "Cinepresa e penna sono la voce della mia libertà"

La scrittrice e regista afghana racconta come ha seguito le proteste delle manifestanti contro i Talebani e raccolto le loro storie fino al 2022, quando è stata costretta alla latitanza. Il materiale è confluito prima in un documentario, "Shot the voice of freedom", e poi in un libro, “Fuorché il silenzio”, che custodisce 36 testimonianze di resistenza e coraggio. Un messaggio ai Paesi occidentali che dopo vent'anni di occupazione hanno di nuovo abbandonato Kabul

Altreconomia