Antonio Sagredo, il dovere della poesia, È un io che tenta disperatamente di stabilirsi come luogo di articolazione del senso e invece si ritrova attraversato da voci, suoni, maschere che non gli appartengono. È un io che recita sulla ribalta di un Teatro dell’assurdo. Il poeta recita un rito senza officianti, senza altare, e perfino senza fede. Una carriera poetica ha sempre una dimensione cortigiana, appartiene alla Corte è una plusvalenza della Corte e, come tale viene riconosciuta a Corte.

da IL DOVERE DELLA POESIA

Mi dicono che la finzione è il mio limite,
che dal marmo tracimano le memorie dei Morti.
Ti devo lasciare, Poesia, la mediocrità mi aspetta
per inventare un passato di cui nulla si conosce.
Inchiodato sulla soglia di una storta luce
era il mio passo deciso e la mente remota al di là
dei marosi e gli applausi di sale. Il canto delle mie mani
nei calici e nel sangue delle mie preghiere i misteri.

Il congedo della carne mi salutava con tardiva sapienza
quel mattino di leuca nei cori del decimo requiem.
Ai lutti era concesso il rimpianto di una corona viola.
Ossa – memoria della carne!

Si parlava tra vicoli e crocicchi di finte resurrezioni,
di angeli incurvati e ruvidi nel carparo ingiallito.
Corrotti dal salmastro i gesti macerati dell’attore salentino.
Da un carro di lauri lacrime di cartapesta cantavano.

Roma, 13\14 maggio 2025

io vedea passar gli antichi
mostri e gli eterni lutti.
(D’Annunzio)

Il dovere della poesia

Se sono stato generato dal fuoco
perché sono immobile sulla soglia con occhi arsi
e le mie ceneri sparse tra i marosi?

Fui presente alla mia esecuzione come un novello martire
d’altri tempi, e dal mio corpo pendula era la voce della luce,
una banderuola votata all’ignoto aragonese.

La condanna si fermò di botto quand’ero sul viottolo
a vaneggiare coi numeri delle rote, e fu un preludio
alla Notte del Cordoglio e nessun rimpianto d’ossa
mutò la mia preghiera in fittizia risurrezione,
quando dominai la luce e la voce, ma non la condanna.

Ma di quali sorgenti io vaneggio sul viottolo
segnato dalle rote come presagi dei Numeri?

Sul mio corpo la voce della luce fu presente alla esecuzione,
non il Martire immobile sulla soglia con occhi arsi.
E le mie ceneri ancora nel mare
se generate dal fuoco – sono accese?

Roma, 5\7 giugno 2025

Ancora ci sposiamo con Isotta

Ancora ci sposiamo con Isotta e le sue note.
Da preludi in deliquio e da specchi notturni
vediamo i suoni di pentagrammi viola,
e dai calici fra sponsali e attori

tracima un mancamento dal nero legno,
e mi rimprovera Pamina che la commedia
è ferma per un mio errore di spartito e di vocali
impastati a una partitura in disaccordo .

Che l’armonia io non so che sogni-accordi esegue
e non so quali strumenti in rivolta tacciono
se i suoni come trucioli non si spargono sul palco,
ma dal capestro dondola pigro il canto di una folle sinfonia.

Non accusatemi se la commedia da sola s’è ripresa
da quando accesi con gli occhi di Pamina i fatui fuochi
e le paludi e gli stagni mi hanno eletto un Senza Corona.
Non ho da offrire nemmeno un cuore in contumacia.

Roma, 9 giugno 2025

*

Soltanto versi e saluti al visionario

Soltanto versi e saluti al visionario
che i circoli evita per compassione
e alle rette vie che non sanno il centro
resta una pietas sfiorita sulla Terra.

E non c’è modo di affittare una stamberga
dove solo versi e canti alloggiano gratis.
E non si vogliono snaturare le tragedie
per un finale trionfale e una fittizia nemesi.

E ascoltiamo i suoni dei sogni scartati, accucciati
in un angolo ignoto di una oscura materia della conoscenza.
Da una radice sonora ad una sorgente viva un inizio per fissare
una meta che non sa cos’è una partenza e una domanda.

La luce dell’indicibile che ci sorvola e ci trascura
non sa che la creatura è l’unico punto inosservabile.
Come un vino schietto che non produce aceto
il giudizio finale scansa con un brindisi soave.

Roma, 10 giugno 2025
(tardo pomeriggio)

*

Quando il conteggio delle ossa ritornò dall’Anagrafe dei Morti
le mie ceneri truccarono il volto spalmato su uno specchio.
Un grugnito di campane si levò come un corale fra canne d’organo.
Dai merletti si rovesciò il liquido spettro di una resurrezione disattesa.

I tuoi occhi di potassio sono armille oscurate da rancidi tramonti,
come la Pietà Rondanini brillano da un’umida cantina romana.
La sua luce è un amaro trionfo per celebrare gli avanzi feriali,
da secoli le stazioni sono miracoli per una storia evanescente.

Lontano dalle lacrime sulla soglia rugosa
non vedo più i canti oltre i confini ignoti, e il pianto
non è più per me, e fra le mie dita si sciolgono gli occhi
come ghiacciai… le orbite si sono disseccate nel pozzo.

Non mi resta che ignorare il tragitto e con la lingua
marchiare bestemmie come monatti in lacrime e invocare
una voce senza pietà per un’alcova dove svernare la mia vita
guastata dalla Poesia, e poi il Nulla in ogni preghiera…

e l’inizio di una condanna.

Roma, 24-26\06\2025

Prove antiche

Non mi dovevi un addio per antonomasia,
è per un vuoto che si è appassito il tuo volto,
e non ho discrezioni da spartire e da innestare
con un famelico capriccio estremo.

Non ho una tua conferma per adulare l’arbitrio
di un riserbo, e per non aver celebrato il decoro
di un saluto notturno ti dovevo sulla scena,
per essere fedele, una fittizia trama cechoviana.

Ma un errore tragico prevede un assassinio,
una pausa e il bardo inglese in gramaglie nere.
Vestito di bianco in un corpo inerte il re regna ancora!
La sua spada fugge dal sangue e dal mortale enigma.

Il clamore di una fattucchiera sugli altari
rese la parola astiosa per i suoni
e i significati… una mazzata sul capo
di un poeta ingenuo e tranquillo come un muto

*

ossario in una teca antica e in un’epoca
trascorsa fra labirinti di grida, formule strane
che la retta via della fisica deformano in assiomi
innaturali… quanti numeri ancora da scoprire!

E se ne veniva il poeta per il sentiero distorto
dai suoi occhi – una campagna obliqua davanti
e il passo tardo e lento di un Francesco rassegnato
alle cadenze dei suoi versi inattuali – oggi, e per sempre?

La visione di un capestro lo tallonava sino alle viscere,
il suo piede non creava orme e né tracce per una fittizia
testimonianza – la sua storia in un corpo cavo
e solo le sue dita ancora sui leggii segnavano i pensieri.

Le tue conoscenze latine non bastano più,
soltanto per un traduttore straniero ha senso
la memoria, e la terra che ti reggeva i sogni
era desolata, marcia davanti a un rinascimento.

Roma, 29 giugno 2025
(ora terza)

*

Quel rogo di Tolosa vale di più di una croce.
Si dividono l’innocenza fra astragali e tribunali.
Il fuoco conosce il volo che il chiodo fissa
e la terra raccoglie le ceneri più che il sangue.

Il dubbio si addice alla croce e alla favola di Leone
e alla sua indulgenza che irritò Martino.
Non pensate che la fede sia una merce al mercato,
in compra-vendita soltanto la colpa è simile.

Tu mi dici di archiviare le parole e di lasciare alle ossa
dei suoni la crescita dei sensi e dei deliri.
Tu mi consigli l’uso delle metafore durante la veglia,
ma le visioni sono ribelli a una facile comprensione.

I delitti del pensiero e dell’azione sono il marchio
di chi con la voce sottrasse al gesto una disarmonia,
e della fede uno strumento irrazionale per giudicare
il trionfo dei tribunali e dei capestri per un canto senza gloria.

antonio sagredo-1971

*

Mi hai consigliato un sentiero già tracciato dalla storia –
un luogo del tempo che detesto più del giusto disinganno
di non poter immaginare altro se non quel vino materno
che i natali mi offrirono gelosi del mio benestare.

Ma i lampioni triviali di antiche e sfatte contrade
sono sospesi e spenti per un’aurora rancorosa.
Per gli occhi di un polipo o di una medusa in fiamme
ho rinunciato al facile verso di una accademica puttana.

Roma, 2-3 luglio 2025

*

Non posso, non voglio stare dietro ai tuoi fantasmi spenti!
La Clinica della Felicità ha serrato i ranghi depressi.
E non ho voglia di altre succursali – alcove di libeccio antico
dove brillano per la gioia dei pensieri foschi labirinti.

E dai saloni alle stanze gli sguardi in fiamme degli specchi
respiravo indenne con tutti i mali della fattucchiera siciliana.
E qui, vuote, si mutarono in cripta salentina le orbite cave
e gli applausi dei marosi in sibillini variopinti caroselli.

Roma, 7\8\9 luglio 2025

*

Ascoltavo note rovinose e le raffiche mordaci dei sibili,
il vento e il gelo indugiavano nella fioritura angolare.
E la gola di mogano era interdetta per la secchezza dei suoni
turbata dal canto al gradino più basso di una ottava.

Il gesto sovrano era sospeso e la bacchetta in crisi
tardavano gli attacchi per il moto obliquo delle dita.
Il sentiero era un controfagotto a doppia curva.
Per ogni passo il suono di un timbro cavernoso.

Roma, 10\11-luglio 2025

*

Abbiate pietà almeno del poeta e dei suoi sogni, Poesia,
che non ti nascondi per errore, per calcolo o finta invenzione.
Il tragitto non prevede ponti, ma ricavi di errori e di parole
per non abbandonarti a un trionfo privo di visioni.

Attendere da Canossa un perdono e col capo chino una preghiera
è consegnare al potere la disfatta di un nuovo immaginare.
Ma il verso è come una vendetta che conduce al capestro il corpo
di chi senza il pensiero celebra una vittoria presunta senza appello.
E non rinnegare al suo futuro il mistero della parola
– questo sale che regna da secoli è una medicina senza tempo,
e più di una fede conosce gli inferni salutari e i malsani paradisi
che dell’ombra mutano la natura in luminosa ascensione.

La partenza in terza classe fu amata da Boris e Antonio,
che sull’umile legno, fra gli scarti dei vagoni, sognarono
le leggende di due giovani poeti… amici – e l’immortalità vinse
la violenta morte come la legge dei martiri conferma e sigilla.

Roma, 13 luglio 2025
(dall’ora terza alla quarta di leuca)

Maschere

Barattavo una resurrezione ad ogni crocicchio
e come un accattone chiedevo un obolo di cartapesta.
Il miracolo si era rifatto il trucco allo specchio
per essere nel riflesso una maschera carnale.

La stazione tra gli sbuffi catramosi attendeva
la gelosia di Otello tutta festosa, e di bianco pavesata
elargiva sorrisi e sospetti ad ogni trivio esangue
e sotto i lampioni la rossiccia parrucca brillava.

Se ne veniva braccato da quattro candelabri
accesi l’attore che ubriaco di parole saltava
le battute e, smemorato acrobata, giocava
tra le funi e sul palco… danzava la ciaccona.

Sospirava senza requie Otello come un Pierrot alla luna

per rovinare il modello della sua maschera arlecchina.
Sospirava Desdemona come una Ofelia schiacciata
tra i rovi e le canne di un malefico torrente.

Ma la fine dell’atto era prossima al suo trionfo
che fra quinte, palco e poltrone rovesciava
l’assenza in penosa confessione senza fine.
Gli attori decapitati si mutarono in sgraziati

esilaranti burattini.

(Roma, 16 luglio 2025)

Ermeneutica

I

C’è un punto di incandescenza, in Antonio Sagredo (1945), nel quale la parola perde ogni dovere e allo stesso tempo se lo assume con radicalità inaudita. Il dovere della poesia (2025) non è un titolo programmatico, non  indica alcun programma o impegno, è il rovesciamento del guanto: la poesia non deve nulla a nessuno, se non forse al proprio stesso collasso. È in questo gesto di auto abrasione che Sagredo si fa riconoscere – come un attore che recita la parte della voce che lo smentisce, come un martire che assiste alla propria esecuzione e si domanda se la condanna non sia il vero preludio al linguaggio che lo possiede . E tuttavia, in questa nuova plaquette, il delirio linguistico che già dominava La Gorgiera e il Delirio si fa più compassato, più rarefatto, quasi inclinato verso una teologia negativa del verbo: non più solo la sfarzosa ipotiposi barocca che infilza icone e reliquie, ma un teatro della sottrazione in cui il poeta, come un residuo, marca le proprie ceneri e le interroga come uno stregone calmucco.

Già a partire da La lettera rubata Lacan concede alla parola e alla “lettera” un’altra funzione da quella di supporto della significazione, dove la parola e la lettera diventano cose di cui si può farne tutt’altro che leggerle: rubarle, bruciarle, nasconderle, manometterle, conservarle, restituirle; in quanto non sono più medium del senso, ma oggetti per far circolare godimenti. In senso lacaniano, Sagredo usa una lingua algebrica imbevuta di desiderio e di godimento, fatta di impossibili a dire, di equivoci, di depositi che una storia del tutto singolare ha lasciato sul fondo, una lingua con la quale si cerca di fare altro che comunicare e significare. Sagredo è poeta della lalangue più che della lingua. La sua scrittura risponde alla spinta pulsionale descritta da Lacan: un godimento che non mira al senso ma alla sua disfatta, una felicità repressa che affiora come sintomo di un linguaggio che non riconosce genealogie se non nella propria dissipazione e dissoluzione, perché “il poeta degli immondezzai è più vicino alla verità che non il poeta delle nuvole” come scriveva Rozewicz negli anni cinquanta. Non c’è tradizione che possa rivendicarlo, l’idioletto sagrediano non eredita, deraglia. Se nella prefazione al precedente volume di poesia di Sagredo parlavo della “perdita di valore all’interno della catena del valore rappresentata dalla tradizione”, qui tale perdita si estremizza in forma di liturgia rovesciata: il poeta recita un rito senza officianti, senza altare, e perfino senza fede. Ciò che resta è una teatralità spettrale, un repertorio di maschere che si pavoneggiano nel momento stesso in cui vengono nominate, come se la nominazione fosse già un tradimento.

In questa nuova plaquette la dissoluzione della catena del valore non assume l’aspetto del virtuosismo distruttivo, ma quello di una consapevolezza infida: la poesia è ormai un relitto che continua a parlare dopo che la nave è affondata. Non assistiamo all’ebbrezza barocca che trasborda nel Sagredo degli anni precedenti, ma a una sorta di malinconica scansione postuma di una lira neroniana. Se la tradizione è un corpo morto, Sagredo conta le ossa di quel corpo, come nel verso dedicato all’“Anagrafe dei Morti”, e scopre che il conteggio non restituisce alcun ordine, ma un riflesso distorto, una biacca sul volto stesso del linguaggio. Di qui quell’insistenza su ceneri, martiri, roghi, condanne, capestri: non è un simbolismo, è la testimonianza della miseria del Simbolico, il suo aderire a un godimento strutturalmente eccedente. Il poeta si ritrova così tra le mani un linguaggio in frantumi, e ne fa la sola forma possibile; non mira a riorganizzarlo in un sistema, ma lo lascia proliferare come un’oscena verità che si afferma non grazie al senso, ma nonostante esso.

Questa poesia non ha più trama, plot, racconto;  non può averne, proprio in quanto si tratta di una narrazione post-edipica. Sagredo si muove in uno spazio senza inizio né fine, senza Padre e senza Figlio, dove il Finale, la finalità senza scopo e/o con scopo di kantiana memoria non può più governare alcun evento. Il verso slegato dalla necessità di una progressione, non si dà nello sviluppo frastico, ma solo nella sua torsione, nella deviazione dal senso e dal sensorio, è un ritorno impuro a ciò che non è più puro. A ogni “soglia” (il termine ritorna con insistenza) non c’è passaggio, ma inciampo. Ogni scena è un altrove che si richiude su sé stesso. Il linguaggio non conduce, si presenta e basta; appare come un residuo di una voce che ha smarrito la propria fonte. Da qui quell’impressione di essere sempre “sulla soglia”, “sul viottolo”, tra “calici”, “requiem”, “stazioni”, “carte”, “marosi”: una geografia che non ha confini, solo interstizi. È proprio questa mancanza di luogo che spinge il poeta a riscriversi continuamente come un attore smemorato che tenta la trama e ne trova solo gli scarti.

Ciò che resta, allora, è un io ipertrofico ma non perché si affermi, bensì perché non riesce più a contrarsi nella posizione canonica dell’autore. È un io che esplode (o implode) perché non sa più dove collocarsi: un io psicotico, un io ostrogoto, non per ragioni cliniche ma strutturali e congiunturali propri della nostra attuale fase di civilizzazione. L’io si presenta come un contenitore di resti, di scarti, un dispositivo di transito per voci che non gli appartengono. Sagredo non è certo un poeta confessionale, è un poeta della possessione lalanguica e del ritorno delle parole rimosse che hanno “per ogni passo il suono di un timbro cavernoso”. Ma, significativamente, in questa nuova plaquette la possessione non giunge più in forma di furia iconoclasta, bensì in forma di esaustione, di resa lucida: “non posso, non voglio stare dietro ai tuoi fantasmi spenti”, scrive l’autore, e l’affermazione suona come un congedo dalla propria stessa retorica.

Non a caso, una delle linee più sottili che attraversano la plaquette è quella del teatro: attori, maschere, commedie sospese, partiture in errore, candelabri, scene mute. Tutto concorre a delineare la poesia come ultimo luogo del gesto, come scena di un dramma non più rappresentabile ma ancora, ostinatamente, recitato. L’attore sagrediano è un sopravvissuto, uno smargiasso triste e ilare che continua lo spettacolo dopo l’incendio del teatro, un ente che danza, come un fachiro, su un pavimento in cenere. E tuttavia, la poesia non rinuncia al proprio dis/quilibrio visionario, anzi lo custodisce come unica àncora possibile contro la dissipazione generale del simbolico.

In questo senso, sì, in Sagredo c’è una affinità con la “linguisteria” lacaniana. La sua poesia è una “lalangue” allo stato puro, un dispositivo pulsionale in cui il significante gode di sé stesso e si disfa del significato e del senso nel mentre che gode. Ciò che in altri poeti distopici e kitchen si manifesta come figurazione o immagine, qui si incarna come scossa, terremoto linguistico, torsione del suono, coazione a ripetere del delirio di un accattone che accumula resti e scarti (“barattavo una resurrezione ad ogni crocicchio/ e come un accattone chiedevo un obolo di cartapesta”). Non c’è allegoria, non c’è allegria, c’è sintomo, il rimosso di zattere significanti che si sono “rifatti il trucco allo specchio”; non c’è metafora, c’è risonanza, magnitudini; non c’è tradizione, c’è un cumulo di detriti che continua a brillare perché non ha più un luogo in cui essere depositato.

Il dovere della poesia si rivela per ciò che è: non un tributo, ma una bestemmia; non un compito, ma un reato; non un dogma, ma la resa di un soggetto ormai completamente esposto alla magnificenza e magnitudo oscura della parola, che non salva e non redime, ma ferisce, infirma. La poesia non deve niente a nessuno perché il poeta stesso è ormai debitore soltanto del proprio fallimento. E proprio in questo fallimento, in questa luce che “non domina la condanna”, l’autore salentino trova la sua irriducibile grandezza.

Se tutto è evaporato, se il simbolico è in rovina, se la storia non può raccontare nulla, allora la poesia può soltanto mostrarsi come fallimento, come resto, come l’orbita vuota di un cadavere che continua a ruotare e rotolare tra “candelabri” e “sbuffi catramosi”, con un volto truccato (“una maschera arlecchina… che danza la ciaccona”), che ride di un riso non suo, come una preghiera di un pagliaccio che nessun dio ascolta. È forse qui la felicità repressa del poeta, che non risiede nel compimento dell’atto, ma nel gesto che, come Sisifo, ricomincia, ancora una volta e per sempre a portare sulle spalle il dolore di cartapesta delle parole avulse e celibi, proprio dove la notte del linguaggio sembra giunta al termine della oscurità.

II

Antonio Sagredo, poeta salentino di adozione romana, pone in essere il tentativo di significantizzare il godimento, costruire una lingua di rappresentazioni non rappresentative, in cui parole senza senso, sonorità vuote offrono l’esempio evidente di una via che consiste nel cercare nella lettera della parola un tenente-luogo della parola mancante.

La poesia di Sagredo agisce come un laboratorio in cui il linguaggio non è più chiamato a significare, ma a significantizzare il godimento. È questo il punto centrale da cui occorre ripartire per comprendere fino in fondo la struttura profonda della sua scrittura. Se tutto ciò che apparteneva alla funzione simbolica (forma, trama, eredità, autorità) è evaporato nell’aria, come nel celebre passo marxiano, allora la poesia diviene il luogo in cui il significante, ormai orfano di senso, tenta comunque di catturare ciò che per sua natura è refrattario a ogni cattura: il reale del godimento. Sagredo, più di ogni altro poeta italiano della sua generazione, mette in atto questo processo in modo radicale, rifiutando qualsiasi rassicurazione figurativa, qualsiasi rappresentazione riconoscibile, costruendo invece una lingua fatta di immagini senza referente, di sonorità vuote, di parole che non descrivono ma vibrano. In questa vibrazione c’è la pulsione, quella che Lacan chiamava lalangue, lo strato sonoro e opaco del linguaggio dove la parola non significa ma gode, dove non comunica ma insiste.

Quando Sagredo accumula reliquie, martiri, ceneri, roghi, maschere, non sta costruendo un immaginario simbolico: sta mettendo in scena ciò che resta del linguaggio dopo il crollo del Simbolico. Le sue figure non rappresentano nulla, sono rappresentazioni non rappresentative, come se la poesia fosse costretta a far sorgere immagini non per dire il mondo, ma per registrare il tremore della sua assenza. È questo il meccanismo per cui ogni parola sagrediana diventa una lettera, una specie di corpo sonoro che conserva la traccia del godimento senza poterla tradurre. Sagredo non cerca il senso, cerca la lettera. E nella lettera cerca quel “tenente-luogo” che ospita la parola mancante, come se la poesia fosse l’unico spazio ancora capace di far risuonare il vuoto che la attraversa. Così le sue parole sembrano spesso prive di significato, ma non sono mai insignificanti; sembrano arbitrarie, ma obbediscono a una necessità interna, a una forza che le sovrasta. Ciò che appare come perdita di senso è in realtà un guadagno di intensità, un aumento di pressione del significante sul corpo del linguaggio.

In questo ordine di discorso si comprende perché in Sagredo l’io esploda (o imploda) e si ritiri allo stesso tempo. La sua ipertrofia non è narcisistica, ma sintomatica: è il sintomo di una metastasi giunta all’ultimo stadio, l’io non domina la scena, vi è travolto. È un io che tenta disperatamente di stabilirsi come luogo di articolazione del senso e invece si ritrova attraversato da voci, suoni, maschere che non gli appartengono. È un io che recita perché non può fare altro, perché la parola lo possiede. E proprio per questo la poesia diventa teatro, non nel senso figurativo del termine, ma nel senso del tribunale: un luogo in cui la voce dell’accusa sopravvive senza un soggetto-colpevole che la garantisca, in cui la lingua si mette in moto indipendentemente dall’io che la pronuncia. L’attore sagrediano salta le battute, dimentica il copione, perde la trama perché la trama non esiste più; non recita un personaggio, recita la caduta del personaggio. Il teatro di Sagredo è la scena di un Simbolico in rovina che continua a parlarsi sul mento.

La poesia diventa allora un tentativo di catturare il reale proprio nel punto esso in cui frigge e sfugge. Le immagini di Sagredo (i capestri, le ossa, le stazioni, le candele, i requiem) funzionano come lettere del Reale: non rappresentano il reale, lo marcano. L’immagine è un colpo sul significante, una trafittura. Da qui il suo oscillare continuo tra sacro e profano, tra sublime e grottesco, tra lutto e parodia. Non è un gioco estetico, è il risultato del fatto che il godimento non è mai collocabile in un registro unico. Quando Sagredo parla del “martire immobile sulla soglia con occhi arsi” o delle “mie ceneri ancora nel mare”, non compone un quadro simbolista, ma crea una fenditura nel linguaggio, un luogo in cui la parola scopre la propria impotenza, e tuttavia continua a parlare.

È proprio in questo punto che Sagredo diventa poeta radicalmente contemporaneo perché affida alla poesia il compito più difficile, quello di sospendere la mancanza di senso delle parole. In un tempo in cui l’immaginazione collettiva è saturata di immagini, storie, trame piene di significato prefabbricato, Sagredo pratica il contrario, una scrittura che si sottrae al senso, che espone il proprio vuoto, che non cerca la coerenza narrativa ma la fissione del linguaggio. Non è un rifiuto della forma, ma un attraversamento della sua dissoluzione. E se nella  prefazione alla raccolta ancora inedita parlavo della “perdita di valore” come cifra della condizione post-storica, Sagredo trasforma quella perdita in gesto poietico, non tenta di colmare il vuoto della tradizione, ne fa la materia stessa della sua poesia.

Così, “Il dovere della poesia” diventa l’enunciazione paradossale di questo compito: la poesia non ha doveri se non quello di testimoniare la propria impotenza, di portare alla luce la parola mancante, di custodire il residuo della voce dopo la scomparsa del senso. È un dovere che non salva, non illumina, non redime. È un dovere che condanna e libera allo stesso tempo, perché permette alla poesia di esistere non come rappresentazione del mondo, ma come luogo dell’irriducibile. In questo compito, Sagredo si rivela uno dei pochissimi poeti di oggi capaci di misurarsi con il dopo-Simbolico senza cedere alla nostalgia né alla frivolezza postmoderna. Egli attraversa il linguaggio come un territorio bruciato, e, nel farlo, restituisce alla poesia la sua forma più nuda e più perigliosa: quella di una voce che continua a echeggiare anche quando nessuno può più garantirne il senso.

                                  (Giorgio Linguaglossa)

Antonio Sagredo è nato a Brindisi il 29 novembre 1945 (pseudonimo Alberto Di Paola) e ha vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: “Malvis” (n.1) e “Turia” (n.17), 1995, Zaragoza. La Prima Legione (da Legioni, 1989) in “Gradiva”, ed. Yale Italia Poetry, USA, 2002, e in Il Teatro delle idee, Roma, Cantos del Moncayo, Ediciones Olifante, Zaragoza, 2022,2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile. Come articoli o saggi in “La Zagaglia”: Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in “Rivista di Psicologia Analitica”, 1984, (pseud. Baio della Porta): Leone Tolstoj Le memorie di un folle; in “Il caffè illustrato”, n.11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il “Teatro degli Skomorochi”, 1971-74. (A. Di Paola). Ha curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema: Tumuli di Josef Kostohryz , pubblicato in “L’ozio”, ed. Amadeus, 1990; trad. A. Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi: Edison (in L’ozio, 1987, trad. A. Di Paola), e Il becchino assoluto (in “L’ozio”, 1988) di Vitĕzslav Nezval, (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová). Traduzioni di poesie scelte di Kateřina Rudčenková, di Zbynk Hejda, Ladislav Novák, di Jirí Kolár, e altri in varie riviste italiane e ceche. Recentemente nella rivista “Poesia” (settembre 2013, n. 285), ha pubblicato per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori di Otokar Březina, La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Otokar Březina ad Antonio Sagredo), traduzione di A. Di Paola e K. Zoufalová. È presente nella antologia kitchen Exodus  (undici voci di Avatar disseminati nel cosmo) con Progetto Cultura (2024). Sue poesie sono presenti nel volume La poesia nell’epoca della Intelligenza Artificiale e La nuova poesia italiana tra Intelligenza Artificiale, Infotainment, Comunicazione e Riproducibilità algoritmica, entrambi i volumi a cura di Giorgio Linguaglossa, Progetto Cultura, 2025.Sempre nel 2025 pubblica la plaquette Il dovere della poesia.

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Editoriale (Quaderno nn. 29-30, 17×24, de “Il Mangiaparole”) in corso di stampa dal titolo: La «nuova poesia» italiana tra Intelligenza Artificiale,  Infotainment, Comunicazione e Riproducibilità algoritmica. L’età della paranoia, Il nostro mondo è definito dal tipo di storie in cui crediamo,

La storia letteraria è un libro di ricette.
I cuochi adesso si atteggiano a poeti.
Lo chef di Milano tiene il computo degli invitati.
Adesso anche i contabili si pensano poeti.
Guarda bene l’indice, se non sei tra gli invitati è perché sei nel menù.
I poeti sono i camerieri che portano le vivande e le bevande.
I critici fanno i buttafuori.
In cucina c’è un’orchestrina gitana che suona con le fisarmoniche e i tamburelli.
I poeti preparano i piatti in cucina e intrattengono gli ospiti.
Dovunque ci sono schiocchi di dita e pacche sulla spalla.
C’è allegria.
(Giorgio Linguaglossa)

Editoriale (Quaderno nn. 29-30, 17×24, de “Il Mangiaparole” in corso di stampa dal titolo: La «nuova poesia» italiana tra Intelligenza Artificiale,  Infotainment, Comunicazione e Riproducibilità algoritmica

L’Età della paranoia

Il nostro mondo è definito dal tipo di storie in cui crediamo

 

Se dovessi dare un nome alla nostra epoca la chiamerei l’Età della paranoia. Il recentissimo incontro ad Anchorage, in Alaska, tra Trump e Putin è il cassico incontro di due fratelli siamesi: un gangster che si incontra con un criminale prezzolato. Trump, Xi, Kim Jon-ung, Kameney, Nethanyau, Orban etc., i piccoli e i grandi aspiranti dittatori dispersi per il globo, le masse che votano i loro paranoici rappresentanti non sono meno paranoiche dei loro capi. Il capitalismo cleptocratico non sa che farsene del capitalismo democratico, vuole disfarsene, ha ormai infranto le regole e le istituzioni della deterrenza che ci eravamo dati dalla fine della seconda guerra mondiale. Il capitalismo dei sovrani sovranisti e populisti vuole avere le mani libere, vuole semplicemente fare soldi, togliere ai poveri per dare ai ricchi. Il capitalismo è diventato paranoico, la guerra dei dazi ne è un esempio eclatante. È probabile che nel prossimo futuro verremo sottomessi da una super Intelligenza Artificiale da noi creata. Scrive Geoffrey Hinton, uno degli inventori della Intelligenza Artificiale:

«La maggioranza dei principali ricercatori di intelligenza artificiale ritiene che molto probabilmente creeremo esseri molto più intelligenti di noi entro i prossimi 20 anni. La mia più grande preoccupazione è che questi esseri digitali superintelligenti semplicemente ci sostituiranno. Non avranno bisogno di noi. E poiché sono digitali, saranno anche immortali, voglio dire che sarà possibile far risorgere una certa intelligenza artificiale con tutte le sue credenze e ricordi. Al momento siamo ancora in grado di controllare quello che accade ma se ci sarà mai una competizione evolutiva tra intelligenze artificiali, penso che la specie umana sarà solo un ricordo del passato».

I critici marxisti del capitalismo hanno impiegato la speciosa tesi secondo cui nel mondo del capitalismo maturo (quello finanziario di oggi e quello delle monete digitali) non si dà una Exit Strategy, non si dà più alcuna possibilità di uscire dal capitalismo (se non per ricapitombolare in un capitalismo di stato a carattere autocratico e coercitivo), così il neo-liberismo ha guadagnato il campo rimasto aperto e sguarnito dalle forze della critica.

Ma forse non è necessario sostenere la tesi di una Exit Strategy, non c’è bisogno di sortire fuori dal nastro di Möbius, perché stiamo sempre in un Dentro che è anche un Fuori. Il lato debole del migliore pensiero critico marxista (Benjamin, Adorno, Gramsci, Zizek) non è riuscito a pensare questa evenienza che la scienza ci ha rivelato, e si è trovato appiattito nel voler cercare una soluzione comunque e dovunque, e così è rimasto impigliato come una mosca nella carta moschicida.

Allora, non c’è che ribadire: Non si dà alcuna Exit Strategy, stiamo tutti Dentro. Ma in quel Dentro che è anche un Fuori.

La poesia odierna oggi non può che andare a prendersi le parole dal futuro in quanto le dimensioni futuro/presente oggi sono invertite, viene prima il futuro e soltanto in un secondo momento il presente. Non c’è modo di rammaricarsene. Ecco le ragioni che spiegano la depletazione derubricazione del passato (leggi tradizione) e la invasione del futuro nel presente. Ecco le ragioni che spiegano la depletazione e la derubricazione delle antiche categorie antinomiche /Avanguardia/Retroguardia, Tradizione/Antitradizione, Vecchio/Nuovo perché queste categorie si trovano nel nastro di Möbius, stanno in un Dentro/Fuori che altro non è che un Fuori/Dentro. Nel capitalismo sviluppato la dialettica Dentro/Fuori ha sostituito la antica dialettica hegelo-marxista Soggetto/Oggetto, Nuovo/Vecchio, con il beneficio di inventario dei marxisti ortodossi e degli aborigeni ortodossi, nonché degli eterodossi alla plastilina. Perché meravigliarsi dicendo che oggi non c’è futuro quando in realtà siamo immersi ogni giorno nel futuro, che ha sostituito il presente? Altra domanda retorica: la categoria del Nuovo in arte non è più in contraddizione con il Vecchio, in quanto entrambe si trovano, contemporaneamente, nel medesimo nastro di Möbius.

Per altro verso, avviene che la poiesis distopica non è più distopica allorché la caliamo nell’oggi distopicoLa poiesis autoconsolatoria e autotelica che imperversa nei paesi a minimalismo digitale agisce nel senso che si fa i fatti suoi, e così accredita, ammalia e gratifica i benpensanti da autofiction e da autonoleggio con messaggi da pacifinti e da pasticcini alla crema.

Gli umani delle società post-democratiche vivono in modo performativo le loro esistenze. Viviamo nella narrazione che gli altri danno delle loro vite meravigliose su Facebook, Instagram, TikTok, in cui si vedono solo gli highlights, i momenti magici, le torte nuziali. L’influenza delle narrazione raccontate da altri e, soprattutto, dai social media sulla nostra percezione del Reale ci convince che quella sia la realtà. Viviamo in un’èra di disinformazione e di sovraccarico di disinformatzia.

Viviamo ossessionati dalla ricerca di un sé autentico (come se il sé autentico fosse un diamante nascosto in chissà quale profondità ascosa del nostro inconscio).

Viviamo traumatizzati dalla scoperta del cambiamento. Cerchiamo l’anedonia, non la felicità. Abbiamo sostituito la felicità con il benessere, il benessere con il fitness, la personalità con una natura adattativa e performativa; gli avanzamenti tecnologici insinuano in noi sgomento e ansia da prestazione. Invariabilmente, sorgono narrazioni distorte, false: novax, notax, i negazionisti,  i revisionisti del passato, i terrapiattisti, i bipolaristi, i narcisisti, gli omofobisti, le credenze fideistiche, gli irrazionalisti del MAGA, i primitivisti, i putinisti.

Viviamo in universi completamente diversi solo perché crediamo in storie diverse.

Viviamo con l’ausilio del pedometro.

Crediamo in false narrazioni ma che hanno conseguenze nel mondo del Reale. E Continuiamo a crederci convinti che il «falso» sia il «reale».

Le narrazioni dei social media sono diventate il motore più poderoso della normologia della storia umana.

Viviamo nell’immondezzaio delle storie.

In questo contesto storico, parlare del ruolo della letteratura nel promuovere il pensiero critico è un atto di smisurata ingenuità. Ma è che noi siamo ingenui, inguaribilmente ingenui, e lo pensiamo davvero.

Nel 1951 Isaac Asimov immaginava una scuola fatta soltanto da robot onniscenti. Oggi abbiamo l’intelligenza artificiale. Cosa cambierà?

Nel 2050 la normalità con cui scrolliamo ore al giorno il telefonino sarà studiata come crisi irreversibile dell’attenzione e della memoria?, o fra qualche decennio guarderemo a ChatGpt 5 con la stessa tenera condiscendenza con la quale ricordiamo i pomeriggi passati a giocare con il Commodore 64 o a programmare in Basic?

Il fatto è che siamo diventati diversi perché narriamo storie diverse, creiamo nuove narrazioni che narrano un altro Reale. Viviamo in un ecosistema digitale dove abbiamo accesso a un oceano di informazioni e dati. Il risultato è l’effetto placebo: ci convinciamo che la narrazione a noi più conveniente ci regala benessere, attenua le nostre ansie, le nostre paranoie. Ma è falso. Dobbiamo capovolgere il Reale per vedere bene al suo interno che cosa c’è. Per questo motivo la categoria del «falso» oggi sale sul podio delle Star. Dobbiamo riconoscere che il «vero» è diventato il «falso», e il «falso» è diventato il »vero». È una dialettica al triplo salto mortale quella che dobbiamo mettere in atto. Non ci resta che smascherare il «falso» mediante un altro «falso», la copia con un’altra copia, un duplicato con un altro duplicato.

L’ansia del falso e del vero ci accompagna in ogni momento della nostra vita quotidiana. Optiamo invariabilmente per lo pseudo-falso a noi più conveniente, e rigettiamo il falso, quello vero. E viviamo felici e contenti.

 “State attenti però: la nave è ormai in mano al cuoco di bordo”.

“Nel 1949 Richard Feynman mi parlò della sua versione della meccanica quantistica chiamata ‘sum over histories’. Mi diceva:

«l’elettrone fa tutto ciò che vuole. Va in qualsiasi direzione con qualsiasi velocità, avanti e indietro nel tempo, fa come gli pare, e poi si sommano le ampiezze e si ottiene la funzione d’onda». Gli dissi: «Sei un pazzo». Ma non lo era”.

Freeman Dyson mentre racconta dell’idea di Feynman dei path integral (integrale sui cammini). La citazione si trova un po’ ovunque, ma io l’ho presa dal libro “Quantum Field Theory for the Gifted Amateur” di Lancaster e Blundell.

La nostra variante è questa:

«la parola fa tutto ciò che vuole. Va in qualsiasi direzione con qualsiasi velocità, avanti e indietro nel tempo, fa come gli pare, e poi si sommano le ampiezze e si ottiene la funzione poetica»

La poetry kitchen di Francesco Paolo Intini, Mimmo Pugliese, Letizia Leone, la poesia distopica di Antonio Sagredo, Tiziana Antonilli, Marie Laure Colasson e Vincenzo Petronelli sono una hilarocomoedia melanconica e burlesque. Intini la sua meravigliosa lingua di plastilina la impiega e la piega in quanto lingua miserabile che emana un odore di fritto misto di pesce. È la lingua del commercio degli affari propri; questa lingua, o meglio, questo linguaggio, quello che desertifica il logos, quello della poesia del neoermetismo e del quotidianismo in voga oggidì è qualcosa contro cui occorre gridare vendetta.  Intini usa questo linguaggio spiegazzato, miserrimo, ipoveritativo e lo fa deflagrare in autentici colpi di scena apoplettici di riso amaro. Francesco Intini, Tiziana Antonilli e Raffaele Ciccarone e gli altri autori dis/topici rappresentano un classico della poesia kitchen perché sono arrivati a tanto facendo del packaging del inguaggio miserabile e spiegazzato che troviamo nelle discariche delle refurtive parolaio-mediatiche.

L’enunciato kitchen e quello distopico agiscono in uno spazio linguistico che è diventato mera superficie, mero nastro di Möbius; in questo spazio o, più propriamente, in questo «campo dinamico», si inscrive il nuovo discorso poetico «superficiario» nella quale la scrittura poetica si presenta in formazioni dis/locate e dis/articolate.

Ma questa dis/locazione è ben più che un artificio retorico, si tratta invece d’una petizione di sopravvivenza in virtù della quale il discorso poetico agisce come all’interno di una «griglia campo-dinamica». Attraverso queste griglie e queste dis/locazioni gli enunciati assumono la connotazione di significato. Ed ecco emergere il senso, il consenso e il significato. Foucault asserisce che è possibile che a volte queste griglie vengano momentaneamente infrante; soltanto in questi casi si dà l’opportunità fugace di fare «esperienza» di qualcosa di «proprio» per il tramite di questa frattura e dell’improprio. È in tal modo ammissibile esperire l’esistenza in sé di qualcosa come un ordine di senso o di non senso, ma si tratta di un pensiero antropizzante. Infrangere questo ordine di senso e di non senso è il compito precipuo della poesia distopica e del kitchen.

Ordine del discorso e ordine del pensiero sono oggi dis/connessi, lo spazio in cui pensiamo e parliamo può essere infranto in qualsiasi momento. E il significato va a farsi benedire. È la situazione limite delle eterotopie, ovvero, quella sorta di «contro-spazi» di cui le culture sono munite e «in cui gli spazi reali, tutti gli altri spazi reali che possiamo trovare all’interno della cultura, sono, al contempo, rappresentati, contestati e rovesciati».1

La poesia distopica è una eterotopia, una reazione allergica all’ordine disciplinare del senso e del significato. Occorre fare in fretta: il panorama poetico italiano invaso dai poeti elegiaci con i loro compitini educati e lucidati deve essere al più presto rigettato. I tavoli delle conferenze culturali sono fatti dello stesso legno di quello delle bare della cultura ammuffita che ha orchestrato quelle confidenze. È vero invece che la poesia nuova scaccia la vecchia per una legge ontologica e biologica. Prima o poi la nuova poesia prevarrà, è solo una questione di tempo. È una questione eventuale, una modalità dettata dalla necessità storica. Prima o poi l’evento accadrà. Whatever it takes.

 1 Id., Eterotopie, in Archivio Foucault III , a cura di A. Pandolfi, trad. it. di S. Loriga, Feltrinelli, Milano, 1998, p. 310.

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L’enunciato kitchen e quello distopico (suo corollario) agiscono in uno spazio che è diventato mera superficie, mero nastro di Möbius, un discorso poetico organizzato per formazioni dis/locate, ibride, dis/funzionali alla idea di tradizione, intesa come ordine linguistico costrittivo – Riflessione di Vincenzo Petronelli

Ben ritrovati cari amici dell’Ombra,

mi fa molto piacere tornare a scrivere su queste pagine che per me hanno il profumo di casa, proprio in coincidenza di quest’articolo, che trovo riassuma emblematicamente dei nuclei centrali della poetica Kitchen.

Come giustamente evidenzia Marie Laure Colasson, la poesia di Francesco Intini, Mimmo Pugliese, Giorgio Linguaglossa e Antonio Sagredo sono dei punti di riferimento imprescindibili per lo sviluppo del progetto Poetry kitchen, per la particolare “piegatura” destrutturante assunta dal loro registro linguistico, rappresentativa del vuoto o se vogliamo della vanificazione del sistema di significazione convenzionale che caratterizza l’epoca attuale.

La “liquidità” del mondo odierno, con la frantumazione dei codici espressivi dovuta al mondo digitale, con la globalizzazione, che ha contaminato le variabili linguistiche locali tradizionali, con la vorticosità dei mutamenti storico-politici ed i loro riflessi culturali, hanno inevitabilmente isterilito la prassi linguistica e comunicazionale cui il mondo si era abituato a partire dal secondo dopoguerra; c’è bisogno – è questo il concetto che sottende l’operazione mimetica della Poetry kitchen – di un modello espressivo che rifletta tale vuoto odierno nella lingua e che evidenzi per converso anche la soggettività e lo sbriciolamento delle immagini, delle metafore e direi anche topoi classici della poesia, ormai inadeguati a ritrarre il mondo e la società attuali. Peraltro, non si tratta solo di una questione di adeguatezza nella rappresentazione mimetica della scrittura poetica, ma anche della necessità di creare nuovi spazi palingenetici per la poesia ed il sapere tutto.

Come abbiamo avuto modo di accennare in un altro articolo, la storia e la filosofia della scienza, ci dimostrano come siano proprio i momenti di crisi dei paradigmi consolidati, corrispondenti alle fasi di transizione storiche, a determinare, negli intellettuali più sensibili ed avveduti, l’opportunità di rinnovare i modelli di conoscenza ed evitare la supremazia di quella che Giorgio chiama correttamente “la lingua dell’idioletto”; quel balbettio pseudo-poetico, che in questo contesto fluido rischia di imporsi, nella grigia comfort zone del conservatorismo culturale, rappresentato dalla poesia del quotidiano.

Come evidenzia opportunamente Marie Laure Colasson nel suo intervento, “è nelle discariche delle refurtive parolaie-mediatiche”, che la ricerca kitchen trova la propria essenza, al fine di ricostruire, rintracciare, ciò che la comunicazione artefatta, filtrata, selezionata dagli interessi dominanti, esecra a proprio piacimento ed edificare l’impalcatura di una nuova significazione poetica e linguistica, che rifletti (avalutativamente, come sempre per ciò che riguarda l’interpretazione artistica ed intellettuale) la contemporaneità.

Altrettanto correttamente, la Colasson sottolinea come la reciprocità fra “l’enunciato kitchen e quello distopico” (suo naturale corollario) “agiscono in uno spazio che è diventato mera superficie, mero nastro di Möbius”, dando vita ad un discorso poetico organizzato per “formazioni dis/locate e dis/articolate”: si tratta di un’opzione fondamentale per la sopravvivenza di un linguaggio poetico che mantenga ancora il suo senso e la sua dignità intellettuale, attraverso l’individuazione della sua (riprendo sempre le parole di Marie Laure) “connotazione di significato”.

La decostruzione di uno schema sintattico e semantico consolidato, determina ipso facto una morfologia distopica e dunque la Poetry kitchen è poesia distopica, l’unica via di fuga possibile dalle ridicole tendenze tardo pascoliane, che abbondano nella poesia (specie italiana) di oggi, riflettendo anche in poesia, la deriva populista nella quale purtroppo l’Europa è oggi immersa.

Versi come questi di Mimmo Pugliese:

Nella sala d’attesa si lucidano rivoltelle
il domatore arriva in motoslitta
è già morto 11 volte
ma il corridoio non ha mai cambiato spartito”
;

o questi altri di Francesco Paolo Intini:

Un passero rovista nel riciclabile. Manca un led alla rabbia finale.
Il potere si concentra in un motore poi passa di mano in mano
Ma non saprà dirci, con tutta evidenza,
Cos’è quest’allegrezza nel fil di rame
…”;

mettono indiscutibilmente la parola “fine” a qualsiasi tentativo di perpetuazione di modelli poetici che nel nome di una presunta “tradizione” pretendono di eternare un modello di poesia isterilita e dunque asservita.

Il progetto Poetry kitchen segna una frattura definitiva con questi cascami ormai non solo anacronistici, ma ingombranti, parassiti annidantesi nel nostro panorama culturale, e lo fa in maniera incisiva, non limitandosi solo alla dimensione sincronica, ma affondando anche in quella diacronica, come in questi versi di Giorgio Linguaglossa:

Diomede ed Euriloco sperano che le vacanze di Troia non finiscano più.

Odisseo mette il caricatore nel kalashnikov di Agamennone il quale, beato lui, si prende la tintarella sulla spiaggia.

Odisseo, Menelao, Agamennone si spalmano l’abbronzante sul corpo sotto l’ombrellone”.

Screenshot

È evidente la necessità di procedere a mettere anche la storia sotto la lente d’ingrandimento, rileggendone criticamente i canoni linguistici, pena l’impossibilità di ricostruire adeguatamente le azioni delle onde sotterranee che hanno sempre attraversato la poesia occidentale: perché qualsiasi operazione di ricerca sulla lingua è un intervento antropologico, ed in quanto tale fa inevitabilmente i conti con le concrezioni della storia.

Siamo di fronte ad un’opzione vitale per recuperare quello che Giorgio Linguaglossa evidenzia come il fattore mancante nella costruzione poietica dominante oggi, il Fattore Fantasia – ammorbata proprio dal dipanarsi dei condizionamenti storici – senza il quale qualsiasi impalcatura di costruzione poetica viene inevitabilmente a decadere.

L’idea di “tradizione” è una delle chiavi interpretative delle articolazioni di controllo delle manifestazioni del pensiero, con la sua fissità sul Reale, che avvilisce la poiesi; come dimostrano gli studi di antropologia storica, il concetto di tradizione, è servito come strumento di forgiatura e controllo politici delle prassi sociali e culturali in varie epoche storiche ed a varie latitudini, nel nome di una presunta “purezza delle origini”, funzionale alla perpetuazione dell’ordine costituito nelle varie articolazioni che regolano le società.

Si tratta in realtà di un processo di manipolazione che va ad incidere su quella che è una dinamica fisiologica, che tutte le società, di ogni epoca storica hanno sempre avvertito, vale a dire quella di assicurarsi la coesione sociale e il senso di appartenenza, processo che parte storicamente dalla riattualizzazione degli antichi miti nella quotidianità, conferendo alla comunità un senso di rassicurazione collettiva.

Nel passaggio dalla dimensione antropologico-sociale a quella antropologico-culturale, tale attitudine innata nell’uomo, si riassume nella celebre formula coniata in filosofia da Nietzsche del “mito dell’eterno ritorno”, ripresa poi da uno degli artefici della moderna ricerca storico-religiosa, Mircea Eliade, con la quale lo studioso romeno riassume la rielaborazione nella dimensione del quotidiano dei modelli archetipi mitologici, il riproporsi ciclico dell’ordine cosmico, del ciclo della vita, della morte e della rinascita, che si reitera nell’espletamento del rito.

Nel passaggio dal mondo contadino a quello industriale ed al “modo di produzione capitalistico”, la tradizione ha finito – in forma ancor più accentuata che in passato – per diventare uno strumento di conservazione e legittimazione di istituzioni, status, gerarchie sociali o rapporti di autorità, grazie al potere di persuasione dell’”idea forza” della sua perpetuazione nel tempo, inculcando credenze, sistemi di valori, codici convenzionali e di comportamento ripetitivi, nei quali si afferma implicitamente la continuità col passato.

Le critiche a questa degenerazione del concetto di tradizione, sono alla base di una delle opere più importanti di antropologia storica del ‘900, dal titolo, per l’appunto L’invenzione della tradizione, di Eric Hobsbawm (uno dei maggiori storici contemporanei) e Terence Ranger.

I due autori partono dall’osservazione che: “tradizioni che ci appaiano, o si pretendono, antiche, hanno spesso un’origine piuttosto recente, e talvolta sono inventate di sana pianta”; “è caratteristico (di tali tradizioni: nda) il fatto che l’aspetto della continuità sia in larga misura fittizio” “che assumano la forma di riferimenti a situazioni antiche”.

I due studiosi, dimostrano in realtà come si tratti di elaborazioni di risposte calate dall’alto, di fronte a fasi di rapido cambiamento sociale; in queste situazioni, evidentemente le forme di potere costituite intravedono il rischio di scricchiolii, per sventare i quali è fondamentale cercare di coinvolgere le comunità, fornendo loro l’impressione di individuare a sua volta delle soluzioni a tale stato di incertezza, moltiplicatesi esponenzialmente con l’affermazione dell’ “età del capitalismo”, almeno dalla fine del ‘700 e la rottura dei precedenti equilibri.

Non è un caso dunque, che quest’idea “ossessiva” del concetto di tradizione, si radichi soprattutto durante l’800: basti pensare ai vari tentativi di legittimazione dinastica, in contrapposizione alla nascita dei nuovi stati nazionali ed a loro volta ai vari miti creati ad arte per rafforzare le aspirazioni nazionaliste, che avranno come corollario, nel corso del ‘900, lo sviluppo del nazionalismo con tutte le nefandezze da esso prodotte nel corso del secolo.

E non è un caso, altresì, che nell’individuare la definizione di ogni nuova tradizione, si ricorra sempre alla costruzione immaginifica di presunte abitudini umane originarie, attraverso la dimostrazione della loro perpetuazione, in maniera immutata, nel tempo: si attua così, verso queste supposte consuetudini, il meccanismo che Ugo Fabietti definisce di “rimozione dalla storia” e che alimenta quello che già Marc Bloch aveva ribattezzato “idolo delle origini”, che ritroviamo ormai a tutti i livelli, dalla più bieche strumentalizzazioni politiche, fino alla creazione di sagre paesane, sfruttando “l’eterno selvaggio” che si annida nella società occidentale.

L’antropologia combatte queste concrezioni negative e le loro ricadute, mostrando come non esistano culture chiuse alla contaminazione nello spazio ed al contatto con la storia ed evidenziando come qualsiasi cultura sia soggetta a processi evolutivi, in ogni sua singola articolazione, radicati nelle dinamiche storiche.

La prassi di edificare tradizioni ad hocsi estrinseca per forza di cose, anche attraverso il controllo delle singole manifestazioni del pensiero e della creatività, in modo da annientare le aspirazioni al cambiamento, che soprattutto nei momenti di crisi tendono ad affiorare, come reale via d’uscita dal panorama di difficoltà.

In questo quadro, inevitabilmente, la poesia, da sempre considerata la massima espressione della creazione umana e dotata storicamente di una particolare forza d’impatto sull’animo umano che probabilmente condivide solo con la musica – sua musa gemella – ha goduto sempre di “attenzioni particolari”, soprattutto in quelle realtà che possono basarsi su maggiori eredità legate a modelli classici (e ciò non riguarda evidentemente solo la nostra classicità) a perorazione della pretesa nobiltà di modelli archetipi esemplari cui attenersi; ed è così che in ambito italiano proliferino tuttora scritti elegiaci di sapore pascoliano o gozzaniano, assolutamente insignificanti al giorno d’oggi, ma che assolvono questa funzione consolatoria.

Cosa fare? Forse la soluzione è davvero quella che Giorgio Linguaglossa prospetta nel suo componimento qui presente: “mettere mine ad ogni endecasillabo” o scioglierli facendone dentifrici.

Un caro saluto a tutti.

(Vincenzo Petronelli, poeta componente della redazione de lombradelleparole.wordpress.com e della rivista cartacea Il Mangiaparole)

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Vincenzo Petronelli è nato a Barletta l’8 novembre del 1970, laureato in lettere moderne con specializzazione storico-antropologica, risiede ad Erba in provincia di Como. Dopo un primo percorso post-laurea come ricercatore universitario nell’ambito storico-antropologico-geografico e redattore editoriale negli stessi comparti, oltreché in quello musicale, attualmente gestisce un’attività di consulenza aziendale nel campo della comunicazione, del marketing internazionale e dell’export. Agisce in vari settori culturali. Come autore sono impegnato scrive testi di poesia, di narrativa e di storytelling sportivo, musicale e cinematografico, nonché come autore di testi per programmi televisivi e spettacoli teatrali. Nel contempo, prosegue nell’impegno come ricercatore in qualità di cultore della materia sul versante storico-antropologico, occupandosi in particolare di tematiche inerenti i sistemi di rappresentazione collettiva, l’immaginario collettivo, la cultura popolare, la cultura di massa, la storia delle religioni. È attivo nell’ambito della ricerca storica e antropologica e come storyteller, nell’organizzazione di eventi e festival culturali in diversi settori (musica, letteratura, teatro, divulgazione) e come promoter musicale. È redattore per il blog letterario internazionale lombradelleparole.wordpress.com e collabora con le riviste Il Mangiaparolee Mescalinaoccupandosi di musica, poesia e del rapporto tra poesia e scienze sociali. Dal 2018 è presidente dell’associazione letteraria Ammin Acarya di Como. Ha iniziato a comporre poesie dalla seconda metà degli anni novanta. Alcuni suoi testi sono presenti nelle antologie IPOET edita nel 2017 e Il Segreto delle Fragole edita nel 2018, entrambe a cura dell’editore Lietocolle, nonché in Mai la Parola rimane sola edita nel 2017 dalla associazione “Ammin  Acarya” di Como, nel blog letterario internazionale “L’Ombra delle Parole”. È uno degli autori presenti nelle Antologie Poetry kitchen 2022 e Poetry kitchen 2023, nonché nella Agenda 2023 Poesie kitchen edite e inedite 2023 e  nel volume di Giorgio Linguaglossa, L’Elefante sta bene in salotto, Progetto Cultura, Roma, 2022. Sue poesie sono presenti nel volume La poesia nell’epoca della Intelligenza Artificiale a cura di Giorgio Linguaglossa, Progetto Cultura, 2025.

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Poesie kitchen e distopiche di Francesco Paolo Intini, Mimmo Pugliese, Antonio Sagredo e Giorgio Linguaglossa. Ermeneutica di Marie Laure Colasson, L’enunciato kitchen e quello distopico agiscono in uno spazio che è diventato mera superficie, mero nastro di Möbius; in questo spazio o, più propriamente, in questo «campo dinamico», si inscrive il nuovo discorso poetico «superficiario»

Francesco Paolo Intini

Un Cappotto Taglia 110 per Beethoven

Flex e il violinista si piantano sul balcone.

All’aereo che passa mandano un saluto ultravioletto
È giorno di cieli rotti e rifacimenti in nero.
Mattonelle scendono sugli abeti, riempiono i cortili

Un passero rovista nel riciclabile. Manca un led alla rabbia finale.
Il potere si concentra in un motore poi passa di mano in mano
Ma non saprà dirci, con tutta evidenza,

Cos’è quest’allegrezza nel fil di rame.
Si tratta di prolegomeni. Quello che accadrà ai nervi.

Se interroghi una scocca il parafango brandisce dubbi.
Dentro l’uovo cresce un velociraptor: TRRRRRR…
Spaccherà il guscio dell’Europa

Cosa vuoi che sia un trapano?
Toc..Toc… fa l’inizio di un bussare alla serranda:

che ci fanno i Cristi nella banda?
C’è sempre il lancio dal quinto piano

Previsto per il 15 dicembre.
Si aprono i lapsus e nel fuggi-fuggi dei violini
Beethoven azzanna un violoncello:

per i figli-dice- quelli che verranno.
Sulla bacchetta spunta una rapa
tra le orecchiette, le acciughe al sale
e patacche d’oro da inghiottire all’alba.


Mimmo Pugliese

LA TRAIETTORIA DELL’OMBELICO

La traiettoria dell’ombelico si denuda
prima di sera incrocia l’alluminio coibentato
che si porta dietro bucce di mela come sposa
in cerca di un filo di rimmel per non perdersi
L’arroganza del gallo è un disco a 78 giri
una zattera con problemi di alopecia tossisce
sorvola una scala a chiocciola e
si sdraia sotto il ponte di Brooklyn
L’arrivo della fase lunare disorienta il detersivo
strappa la giacca ai gerani
svegliatisi gli hamburger dopo l’alluvione
allineati agli orari dei dirigibili
Nella sala d’attesa si lucidano rivoltelle
il domatore arriva in motoslitta
è già morto 11 volte
ma il corridoio non ha mai cambiato spartito
Al battesimo di Sofocle non c’è nessuno
il cortile condominiale ha le gambe asimmetriche
tiene per mano la madre
e gli basta che abbia più anni di lei*

* da Papaveri neri freschi a colazione, in corso di stampa

Antonio Sagredo

Ancora ci sposiamo con Isotta

Ancora ci sposiamo con Isotta e le sue note.
Dei preludi in deliquio e da specchi notturni
vediamo i suoni di pentagrammi viola,
e dai calici fra sponsali e attori

tracima un mancamento dal nero legno,
e mi rimprovera Pamina che la commedia
è ferma per un mio errore di spartito e di vocali
impastati a una partitura in disaccordo .

Che l’armonia io non so che sogni-accordi esegue
e non so quali strumenti in rivolta tacciono
se i suoni come trucioli certo non si spargono sul palco,
ma dal capestro dondola pigro il canto di una folle sinfonia.

Non accusatemi se la commedia da sola s’è ripresa
da quando accesi con gli occhi di Pamina i fatui fuochi
e le paludi e gli stagni mi hanno eletto un Senza Corona.
Non ho da offrire nemmeno un cuore in contumacia.

(Roma, 9 giugno 2025, da Nuove poesie)

Giorgio Linguaglossa

Oggi qui, domani là

Menelao si presenta all’esame di maturità a Mar-a-Lago.
Proclama:
«Whatever it takes».
«Troia è il nostro cortile di casa».

Diomede ed Euriloco sperano che le vacanze di Troia non finiscano più.
Odisseo mette il caricatore nel kalashnikov di Agamennone il quale, beato lui, si prende la tintarella sulla spiaggia.
Odisseo, Menelao, Agamennone si spalmano l’abbronzante sul corpo sotto l’ombrellone.

Gli achei cucinano vermicelli all’istrice sulla spiaggia.
Nel frattempo Elena ha ripudiato Paride,
dice che vuole tornare da Menelao.

Il Signor K. si mette una gardenia all’occhiello,
si presenta dal critico Linguaglossa con un frac inappuntabile.
Dice: «sulla pista ciclabile c’è posto anche per i Tank».

Col gioco delle tre carte Paride ci beve sopra un bicchierino di vodka, recita il rosario, maneggia granate e timbri con lo scolapasta.
Scambia uncini per gondole, lucciole per lanterne.

*

“Nel 1949 Richard Feynman mi parlò della sua versione della meccanica quantistica chiamata ‘sum over histories’. Mi diceva:

«l’elettrone fa tutto ciò che vuole. Va in qualsiasi direzione con qualsiasi velocità, avanti e indietro nel tempo, fa come gli pare, e poi si sommano le ampiezze e si ottiene la funzione d’onda». Gli dissi: «Sei un pazzo». Ma non lo era”.

Freeman Dyson mentre racconta dell’idea di Feynman dei path integral (integrale sui cammini). La citazione si trova un po’ ovunque, ma io l’ho presa dal libro “Quantum Field Theory for the Gifted Amateur” di Lancaster e Blundell.

La mia variante è questa:

«la parola fa tutto ciò che vuole. Va in qualsiasi direzione con qualsiasi velocità, avanti e indietro nel tempo, fa come gli pare, e poi si sommano le ampiezze e si ottiene la funzione poetica»

(Giorgio Linguaglossa)

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Ermeneutica di Marie Laure Colasson

La poetry kitchen di Francesco Paolo Intini, Mimmo Pugliese e la poesia distopica di Antonio Sagredo e Giorgio Linguaglossa sono una hilarocomoedia burlesque. Intini la sua meravigliosa lingua di plastilina la impiega e la piega in quanto lingua miserabile che emana un odore di fritto misto di pesce. È la lingua del commercio degli affari propri; questa lingua, o meglio, questo linguaggio, quello che desertifica il logos, quello della poesia del neoermetismo del quotidiano è qualcosa contro cui occorre gridare vendetta.  Intini usa questo linguaggio spiegazzato, miserrimo, ipoveritativo e lo fa deflagrare in autentici colpi di scena apoplettici di riso amaro. Intini, Mimmo Pugliese sono, a mio avviso, un classico della poesia kitchen perché loro sono arrivati a tanto accettando il linguaggio miserabile e spiegazzato che troviamo nelle discariche delle refurtive parolaie-mediatiche.

L’enunciato kitchen e quello distopico agiscono in uno spazio che è diventato mera superficie, mero nastro di Möbius; in questo spazio o, più propriamente, in questo «campo dinamico», si inscrive il nuovo discorso poetico «superficiario» nella quale la scrittura poetica si presenta in formazioni dis/locate e dis/articolate.

Ma questa dislocazione è ben più che un artificio retorico, si tratta invece d’una petizione di sopravvivenza in virtù della quale il discorso poetico agisce come all’interno di una «griglia campodinamica». Attraverso queste griglie e queste dis/locazioni gli enunciati assumono la connotazione di significato. Ed ecco emergere il senso e il significato. Foucault asserisce che è possibile che a volte queste griglie vengano momentaneamente infrante, allora soltanto si dà l’opportunità fugace di fare «esperienza» di qualcosa di «proprio» per il tramite di questa frattura. È in tal modo ammissibile esperire l’esistenza in sé di qualcosa come un ordine di senso o di non senso, ma si tratta di un pensiero antropizzante. Infrangere questo ordine di senso o di non senso è il compito precipuo della poesia distopica e del kitchen.

Ordine del discorso e ordine del pensiero sono disconnessi, lo spazio in cui pensiamo e parliamo può essere infranto in qualsiasi momento. E il significato va a farsi benedire. È la situazione limite delle eterotopie, ovvero, quella sorta di «contro-spazi» di cui le culture sono munite e «in cui gli spazi reali, tutti gli altri spazi reali che possiamo trovare all’interno della cultura, sono, al contempo, rappresentati, contestati e rovesciati».1

La poesia distopica è una eterotopia, una reazione allergica all’ordine del senso e del significato. Occorre fare in fretta: il panorama poetico italiano invaso dai poeti elegiaci con i loro compitini educati e lucidati deve essere al più presto rigettato. I tavoli delle conferenze culturali sono fatti dello stesso legno di quello delle bare della cultura ammuffita che ha orchestrato quelle confidenze. È vero invece che la poesia nuova scaccia la vecchia per una legge ontologica e biologica. Prima o poi la nuova poesia prevarrà, è solo una questione di tempo. È una questione eventuale, una modalità dettata dalla necessità storica. Prima o poi l’evento accadrà. Whatever it takes.

 1 Id., Eterotopie, in Archivio Foucault III , a cura di A. Pandolfi, trad. it. di S. Loriga, Feltrinelli, Milano, 1998, p. 310.

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Notizie biobibliografiche

 Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per la poesia con Progetto Cultura, Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti:  NATOMALEDUE è in preparazione. È uno degli autori presenti nelle Antologie Poetry kitchen 2022, Poetry kitchen 2023 e nella Agenda 2023 Poesie kitchen edite e inedite (2022), nonché nel volume di saggi di Giorgio Linguaglossa, L’Elefante sta bene in salotto, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2022. È presente nella antologia kitchen Exodus e nel dialogo distopico a due voci con Giorgio Linguaglossa, Excalibur (2024). È membro della redazione della rivista on line lombradelleparole.wordpress.com

Giorgio Linguaglossa è nato nel 1949 e vive e Roma. Per la poesia esordisce nel 1992 con Uccelli (Scettro del Re, Roma), nel 2000 pubblica Paradiso (Libreria Croce, Roma). Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura “Poiesis” che dal 1997 dirigerà fino al 2006. Nel 1995 firma, insieme a Giuseppe Pedota, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il “Manifesto della Nuova Poesia Metafisica”, pubblicato sul n. 7 di “Poiesis”. È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Libreria Croce, Roma). Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto (LietoColle). Per la saggistica nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: “È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo”», Passigli. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980–2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato, Mimesis, Milano. Nel 2011, per le edizioni EdiLet pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000–2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e una antologia della propria poesia bilingue italiano/inglese Three Stills in the Frame. Selected poems (1986-2014) con Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Nel 2017 escono la monografia critica su Alfredo de Palchi, La poesia di Alfredo de Palchi (Progetto Cultura, Roma), nel 2018 il saggio Critica della ragione sufficiente e la silloge di poesia Il tedio di Dio, con Progetto Cultura di Roma.  Ha curato l’antologia bilingue, ital/inglese How The Trojan War Ended I Don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019. Nel 2002 esce  l’antologia Poetry kitchen che comprende sedici poeti contemporanei e il saggio L’elefante sta bene in salotto (la Catastrofe, l’Angoscia, la Guerra, il Fantasma, il kitsch, il Covid, la Moda, la Poetry kitchen). È il curatore delle Antologie Poetry kitchen 2022 e Poetry kitchen 2023 nonché dei volumi Agenda 2023 Poesie kitchen edite e inedite (2022), del saggio L’Elefante sta bene in salotto, Progetto Cultura, Roma, 2022. Nel 2024 pubblica Due dialoghi Excalibur (dialogo distopico tra Giorgio Linguaglossa e Francesco Paolo Intini), Expiravit (dialogo distopico tra Giuseppe Talia e Giorgio Linguaglossa), ed Exodus  (undici voci di Avatar disseminati nel cosmo) con Progetto Cultura (2024). Nel 2014 ha fondato e dirige tuttora la rivista on line lombradelleparole.wordpress.com  con la quale insieme ad altri poeti, prosegue la ricerca di una «nuova ontologia estetica»: dalla ontologia negativa di Heidegger alla ontologia meta stabile dove viene esplorato un nuovo paradigma per una poiesis che pensi una poesia delle società signorili di massa e che prenda atto della implosione dell’io e delle sue pertinenze retoriche. La poetry kitchen, la poesia buffet o distopica perseguita dalla rivista rappresenta l’esito letterario del Collasso del Simbolico, uno sconvolgimento totale della «forma-poesia» che abbiamo conosciuto nel novecento, con essa non si vuole esperire alcuna metafisica né alcun condominio personale delle parole, concetti ormai defenestrati dal capitalismo cognitivo di oggi.

Mimmo Pugliese è nato nel 1960 a San Basile (Cs), paese italo-albanese, dove risiede. Licenza classica seguita da laurea in Giurisprudenza presso l’Università “La Sapienza” di Roma, esercita la professione di avvocato presso il Foro di Castrovillari. Ha pubblicato, nel maggio 2020, Fosfeni, Calabria Letteraria-Rubbettino Editore, una raccolta di n. 36 poesie. È uno degli autori presenti nelle Antologie Poetry kitchen 2022 e Poetry kitchen 2023,nella Agenda 2023 Poesie kitchen edite e inedite (2022), nonché nel volume di saggi di Giorgio Linguaglossa, L’Elefante sta bene in salotto, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2022. È presente nella antologia kitchen, Exodus (2024). È presente nella antologia kitchen Exodus (2024). Nel 2025 pubblica Papaveri neri freschi a colazione.

Antonio Sagredo è nato a Brindisi il 29 novembre 1945 (pseudonimo Alberto Di Paola), ha vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: “Malvis” (n.1) e “Turia” (n.17), 1995, Zaragoza. La Prima Legione (da Legioni, 1989) in “Gradiva”, ed. Yale Italia Poetry, USA, 2002, e in Il Teatro delle idee, Roma, Cantos del Moncayo, Ediciones Olifante, Zaragoza, 2022,2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile. Come articoli o saggi in “La Zagaglia”: Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in “Rivista di Psicologia Analitica”, 1984, (pseud. Baio della Porta): Leone Tolstoj Le memorie di un folle; in “Il caffè illustrato”, n.11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il “Teatro degli Skomorochi”, 1971-74. (A. Di Paola). Ha curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema: Tumuli di Josef Kostohryz , pubblicato in “L’ozio”, ed. Amadeus, 1990; trad. A. Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi: Edison (in L’ozio, 1987, trad. A. Di Paola), e Il becchino assoluto (in “L’ozio”, 1988) di Vitĕzslav Nezval, (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová). Traduzioni di poesie scelte di Kateřina Rudčenková, di Zbynk Hejda, Ladislav Novák, di Jirí Kolár, e altri in varie riviste italiane e ceche. Recentemente nella rivista “Poesia” (settembre 2013, n. 285), ha pubblicato per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori di Otokar Březina, La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Otokar Březina ad Antonio Sagredo), traduzione di A. Di Paola e K. Zoufalová. È presente nella antologia kitchen Exodus  (undici voci di Avatar disseminati nel cosmo) con Progetto Cultura (2024).

Marie Laure Colasson nasce a Parigi nel 1955 e vive a Roma. Pittrice, ha esposto in molte gallerie italiane e francesi, sue opere si trovano nei musei di Giappone, Parigi e Argentina, ha insegnato danza classica e coreografia di spettacoli di danza contemporanea. Nel 2022 per Progetto Cultura di Roma esce la sua prima raccolta poetica in edizione bilingue, Les choses de la vie. È uno degli autori presenti nella Antologie Poetry kitchen 2022 e Poetry kitchen 2023, nonché nella  Agenda 2023 Poesie kitchen edite e inedite (2022),  nel volume di contemporaneistica e ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, L’Elefante sta bene in salotto, (2022), nonché nella antologia di undici autori kitchen Exodus del 2024,  Progetto Cultura, Roma. È componente della redazione della rivista on line l’ombradelleparole.wordpress.com e della rivista trimestrale di poesia e contemporaneistica “Il Mangiaparole”. Sulla sua pittura hanno scritto, tra gli altri, Mario Lunetta, Edith Dzieduszycka, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago e Giorgio Linguagloss

#AntonioSagredo #burlesque #FrancescoPaoloIntini #giorgioLinguaglossa #MarieLaureColasson #MimmoPugliese #poesiaDistopica #poetryKitchen

AAVV. Exodus. Voci degli avatar dagli esopianeti. Edizioni Progetto Cultura, pp. 160  12, Roma 2024. Nota di lettura di Alessandra Calanchi, Voci di Avatar, Poesie di Tiziana Antonilli Alfonso Cataldi, Raffaele Ciccarone, Marie Laure Colasson, Giuseppe Gallo, Paolo Francesco Intini, Letizia Leone, Mimmo Pugliese, Antonio Sagredo, Giuseppe Talìa (G. Panetta) e Giorgio Linguaglossa

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.ATTENZIONE!

Questo è un libro pazzesco, che merita tutta la concentrazione e la curiosità di cui siete capaci. Preparatevi con cura, perché viaggeremo davvero verso altri mondi: quello della realtà virtuale e quello del cosmo.

La collana di cui fa parte, “Il dado e la clessidra”, è diretta da Giorgio Linguaglossa e accoglie testi poetici NOE (nuova ontologia estesica). https://www.progettocultura.it/index.php?id_category=26&controller=category

L’opera in questione è appunto un’opera poetica, ma non solo. Alterna prosa e versi con la naturalezza di chi sa muoversi (surfare?) fra i generi e i pianeti, e racconta una, cento, mille storie di terrestri e non (gli avatar) sparsi su vari pianeti dopo la deflagrazione della Terra. Ogni autore e autrice qui presente ha scelto dunque un avatar per descrivere il proprio sé e la realtà complessa che lo circonda, scoprendosi così improvvisamente “liberi dalla prigionia dell’io” (dalla quarta di copertina).

Questo libro contiene una sapienza universale che va letta, meditata, riletta. È un universo di frammenti che non possono stare insieme ma di cui noi possiamo intravedere i fili invisibili che li collegano. È un gioco di specchi senza fine, un’eco che non si spegne. I Luoghi sono stelle e pianeti (esopianeti), alcuni con nomi eloquenti – Nemesis, Meta, WASP… – mentre le Voci appartengono ai nickname che si sono dati gli autori e le autrici di cui sopra: Gaius e Scintilla, Galacticus, Cessantibus, e tutti gli altri –  suggestivi, improbabili, scanzonati, eruditi… che troverete nelle pagine del libro.

Impossibile citare qualcosa. Il libro va letto per intero, sulla fiducia.

Mi limiterò a citare il verso “Il mal di vivere” è un resort sul mare della Tranquillità (p. 15), che predice funestamente e con molta più eleganza l’incommentabile video creato dalla AI e diffuso dall’attuale presidente USA il 25 febbraio 2025, e questa poesia in forma di lettera:

Ladies and gentlemen, Vi comunico che Sua Maestà
elettiva, il presidente degli Stati Uniti di WASP-193b,
Org/Asf/Un, ha proposto il poeta Giorgio Linguaglossa
vicepresidente onorario per via delle sue numerosissime
conoscenze culinarie […]
È ciò che tiene in piedi la democrazia di questo
Stupefacente pianeta. Se crolla l’affezione dei cittadini,
crolla l’istituzione, ma guai se osate leggere in pubblico una
vostra poesia
[…] (p. 163)

E mentre mi metto a immaginare un poeta al posto di J.D. Vance, vi invito a leggere tutto il resto, e fatelo presto, senza perdere tempo, perché davvero queste pagine vi porteranno in un mondo altro in cui, forse, possiamo salvare la pelle.

I poeti e le poete (rappresentanti della poetica kitchen, cfr. le antologie Poetry Kitchen 2022 e 2023, pubblicate per le stesse edizioni) includono: Tiziana Antonilli Alfonso Cataldi, Raffaele Ciccarone, Marie Laure Colasson, Giuseppe Gallo, Paolo Francesco Intini, Letizia Leone, Mimmo Pugliese, Antonio Sagredo, Giuseppe Talìa (G. Panetta) e lo stesso incomparabile Giorgio Linguaglossa.

Retro di cover di EXODUS

La gentificazione dei pianeti disseminati nel Cosmo

È avvenuta una deflagrazione sul pianeta Terra, i superstiti sono trasmigrati su vari pianeti o esopianeti del cosmo che parlano tramite degli Avatar. Con il termine Avatar si designa una persona virtuale che rappresenta (in sostituzione di) una persona reale. Ad esempio, se giochi su internet hai bisogno di creare un avatar che ti rappresenti. In particolare, potresti dover disegnare un avatar usando le funzioni del gioco decidendo gli abiti, il colore dei capelli, il colore degli occhi, i vestiti etc. dandogli un nome (che viene detto “nickname”), un’età, specificando alcuni lati del carattere o, ancora, delle abilità specifiche nel gioco. Un altro esempio di avatar è quello usato nei forum e nei luoghi di discussione online per cui non devi dichiarare la tua identità ma in cui hai comunque l’obbligo di registrarti: in questo caso il tuo avatar sarà l’unione dell’immagine personale che sceglierai per rappresentarti e del tuo nickname, oltre che a tutte le informazioni che vorrai specificare come data di nascita, sesso, indirizzo di posta elettronica e altro. Nel nostro caso, ciascuno dei poeti kitchen ha scelto un avatar senza riguardo al modo di essere, di parlare, di vestirsi, e di comportarsi corrispondenti a monte con le identità degli autori. In questo modo, abbiamo delle persone parallele (sostitutive degli originali) che parlano, si comportano, agiscono in modo completamente libero da quello degli autori i quali non sono più i proprietari degli avatar prescelti, ma degli Estranei. In realtà, gli Avatar così messi al mondo sono degli Estranei, ma anche dei Fratelli che condividono, in qualche modo, con gli Autori a monte il loro destino prossimo venturo, o attuale non sappiamo, per via della complessità della realtà che non è più fungibile (eligibile) in esclusiva da un singolo Autore. I poeti che seguono hanno scelto ciascuno per rappresentare se stessi un Avatar. Improvvisamente, questi Avatar si scoprono liberi dalla prigionia dell’io.

Exodus
Voci degli Avatar dagli Esopianeti:

Proxima Centauri B
Luna Alpha
Sistema solare 3GG-28/7:50
Esopianeta FA823WX
Sistema solare della stella Nemesis
Pianeta Meta 723
Pianeta GGRE-K314
Pianeta Plutone
Pianeta Mephisto
Pianeta WASP-193b
Pianeta gemello WASP-193a

Voci di:
Tizyfardwell (Tiziana Antonilli)
Alf. Galacticus (Alfonso Cataldi)
Sic Stantibus (Raffaele Ciccarone)
Scintilla (Marie Laure Colasson)
Gaius Gallus (Giuseppe Gallo)
Gneo Gaius Fabius, (Francesco Paolo Intini)
la Wandissima (Letizia Leone)
Germanico (Giorgio Linguaglossa)
Memmio (Mimmo Pugliese)
Dottor Cessantibus (Antonio Sagredo)
Tallia (Giuseppe Talia)


Alcune poesie kitchen e dis/topiche

Giorgio Linguaglossa

Caro Gaius Gallus,
Una volta, viaggiando a bordo del Titan abbiamo scoperto nel sistema solare di Alpha Centauri, l’esopianeta GB799-y nel quale pesantissime nuvole color amianto e amaranto scaricano sulla superficie rocciosa micidiali piogge di diamanti, un arcobaleno di metallo risplende nel cielo al termine delle piogge
Con il che la superficie è coperta da innumerevoli strati di splendenti diamanti grandi come delle noci di cocco che riflettono la debole luce di un sole lontanissimo
Pensa!, basterebbe raccogliere una manciata di quei diamanti e saremmo straricchi sulla Terra dove ancora ci sono umani che ne stimano incommensurabilmente il valore
Sulla nostra piccola luna Alpha i giorni ricordano la mitezza delle colline senesi della vostra Terra ricche di viti che danno buon vino
Purtroppo, il nostro piccolo Titan non resisterebbe un attimo a quelle piogge di diamanti
Sai, penso anch’io come Scintilla che l’arte sia una «sfinge senza enigma», lì non c’è nulla da acclarare
Qui, su questo piccolo pianeta Alpha, i giorni sono brevi e brevi sono le notti, non c’è tempo per dormire e tutti sogniamo ad occhi aperti, tutti i giorni e tutte le notti delle nostre maledette primavere
Viviamo nei sogni e siamo felici così, felici di vivere nel sogno, lontani, molto lontani dalla realtà
(Germanico)

Giuseppe Gallo

Caro Tallia,

attendevo un tuo cenno. Il che mi conferma
che la scrittura per gli umani è lo strumento più adatto
a ingannare se stessi.

La mente pensa e la mano scrive… sarebbe troppo facile!
Gli spazi bianchi non hanno bisogno del nero per esistere.
Non hanno bisogno di inizio e di “a capo”.

Ma su questo ritengo che ci possa essere un compromesso,
proprio come si agisce tra gli uomini.

Era per questo che mi preoccupavo di comunicare,
a te e a Germanico, che qui, da noi, sulla stella 3GG-28/7:50,
“non si parla, non si scrive e non si legge”.

E mi procura un leggero tremito di letizia il sapere
che anche tu “scrivi col pensiero”,
però ricordi!
“la caduta libera”,
“l’insostenibile leggerezza dell’essere”
e perfino la vostra, tua e di Germanico,
“telenovela trasportata itinerante nel cosmo”.

Ebbene, noi non siamo mai partiti.
Su di noi non incombe nessun Evento
come, invece, presuppone Germanico.
Tutte le età sono state preda delle catastrofi.
E “I Grandi Eventi” non sono mai esistiti, né esisteranno.
È solo un fraintendimento dovuto al linguaggio
e alle radici che lo sostengono.

Anche questo vi avevo comunicato: qui da noi,
niente Storia, nessuna pace, e niente malattie , né epidemie.

(Gaius Gallus)

Giuseppe Gallo

Caro Tallia,

supponi che la mia stella sia un Purgatorio?
Come mai? Perché?
Mi fai sorgere il dubbio che anche tu, al pari di Germanico,
abbia evocato il Purgatorio perché questo flatus vocis
è presso gli umani fonte di nostalgia.

In fondo è nel primigenio fantasma dell’Eden
che Caino e Abele hanno tentato di esistere;
il primo “percosso dal lungo silenzio di Dio”
e il secondo con gli occhi rivolti sempre
“verso l’alto, in lode divina”.

Di chi sono queste parole?
Ma di Germanico, caro Tallia.
Ecco, voi umani, anche se avete trasbordato
su una nuova piccola luna,
vi portate dietro, e dentro, i vostri sogni,
le vecchie parole dei vecchi libri.

Il poetico?
Sai, caro Tallia,
vorrei risponderti riprendendo la tua stessa immagine.
Che il poetico sia
“l’ultimo buco nero che ci ha inghiottiti” tutti.

Anche il segno dei Pesci di Lucio Tosi…
Però non mi sottraggo alla quaestio.
Qui, sulla stella 3GG-28/7:50,
il poetico lo si sfiora soltanto quando veleggiamo,
per usare le vostre metafore,
nello spazio vuoto di un arco
o di due colonne corinzie.

Vuoto che, a quanto pare, nel vostro linguaggio
non ha acquistato ancora nessun nome.

(Gaius Gallus)

Giuseppe Talìa

Caro Gaius Gallus,

ti ringrazio di avere dato un suono alle parole.
È piacevole ogni tanto risentirne l’eco in un a capo.

Non ricordo più come si fa, si respira? Si tira un sospiro
(di sollievo) E si va a capo?

Il capo di cosa? Di cosa mai si dovrebbe andare a capo?
Il cardiogramma non va mai a capo, se si ferma è perduto.

(Tallia)

Mimmo Pugliese

La pianta di cotone ha la nausea

La pianta del cotone ha la nausea
rigagnoli disapprovano il deja-vu

non ci sono più fianchi dove scrivere
reticoli di gel sopravvivono

Se hai seguito la stanchezza dell’iride
puoi trovarci pergamene blu

Sono fuori moda i mezzi colori
sul confine collidono ballerini

Il nero di seppia attira le ortiche
il toner ha evaso l’IMU

Sulla patente nautica cresce il sandalo
l’utente è impegnato in un’altra conversazione

(Memmio)

Marie Laure Colasson

Caro Germanico,

tu affermi che tutto ebbe inizio dal Cavallo di Troia.

Mi è difficile darti completamente ragione perché all’epoca fui trasportata in lettiga da una tempesta elettromagnetica su una galassia fatta di ripide montagne, full of azoto, ossigeno e borotalco.

Qui incontrai lo scheletro di Napoleone seduto su un fungo bianco mentre mangiava dei si bemolle.
Raggi gamma e stelle nane infusero in me una stravagante vitalità robotica.

Vidi però un corvo appollaiato sul cofano di una Peugeout ma non tossiva, beveva una coppa di un allegro prosecco di Treviso

Non c’erano gli dei dell’Olimpo ma lampade alogene e polveri solari travestite da ballerine di can can.

(Scintilla)

Tiziana Antonilli
Caro Germanico,
io chiesi di legarmi alla prua di una nave non per ascoltare le sirene, ma per poter poi dipingere la Tempesta che era in corso mentre lì, ammanettata, guardavo gli elementi liberi intorno a me mettere in scena il Caos.
Fu allora che mi ribattezzarono Turner, ma non mi voltai.
La luce si arrese e penetrai nel buio partecipativo di un lenzuolo da sonnambuli.
Vidi la poiesis tradizionale e la poiesis kitchen e ammirai la stessa Babele che hai visto tu.

Adesso, però, mi godo un po’ di silenzio, anche mentire è uno sforzo per le corde vocali, sia per quelle solide che per quelle liquide .Quelle gassose sono disperse nell’Universo di cui dicono siamo fatti in ogni cellula che si fa cella di altezze e di bassezze.
Bipolari siamo e bipolari restiamo.
Non ricordo se sul pianeta sul quale vivevo bipolare era un insulto o un eufemismo.
(Tizyfardwell)

Giuseppe Talia

POESIA

Dov’è la poesia? Dove s’è nascosta? O meglio, dove l’avete nascosta? Non la trovo. La cerco da ore. Ho aperti tutti i cassetti. Rovistato nell’armadio bulimico. Nel frigorifero anoressico. Nelle tasche d’ogni giacca o pantalone. L’avevo lasciata tra le pagine della Gerusalemme Liberata. Si divertiva tanto nel ricordare Elicona e le sue amiche Muse, a Parnaso, con cui andava spesso a cavallo. “Tutta colpa di Goffredo”, diceva.

Non la trovo. Ne ho bisogno, devo uscire. Di solito m’accompagna.

Aveva messo il broncio scoprendo che stavo cercando di mettere a confronto una poesia della Szymborska con una della Bishop. “Sbagli!” Mi diceva. “le conosco bene entrambe, sono così distanti. Una è metafisica e cerca la porta per penetrare una pietra, l’altra, carnale, parla di suicidi a colazione. Ad una le ho messo accanto una Musa alluvionata, all’altra la Litote. Wislawa nasce da un incessante “non so”, Elizabeth appena nata l’ho marchiata con “Io l’ho visto”. Cosa vuoi che abbiano in comune?”

Eppure queste due poesie, insistevo, mi sembrano speculari. Un punto d’incontro di due opposti. Entrambe hanno perso qualcosa e nel cercare ciò che hanno perso hanno ritrovato qualcos’altro. Bishop in “One Art” ha perso le chiavi, luoghi e nomi, case e città, ha perso persino la voce e il gesto amato. Szymborska, d’altro canto, ha perso dee e dei, qualche stella, una intera isola, i fratelli, un ombrello, come denuncia all’ufficio oggetti smarriti.

E d’altronde tu non vivi sugli opposti?
“Che semplificazioni le tue!” Era adirata. “Non sono un lusso, sono il nome stesso delle cose perdute. Sono speranza e sogno.”

E dispensi scranni.

“Sciocco, solo per qualche esempio a te vicino per conoscenza, Bellezza lo scranno l’ha bruciato nella stufa per riscaldarsi, alla Spaziani gliel’hanno tolto da sotto il sedere quando pensava di averlo ben fissato sulla pedana, a Luzi gliel’hanno soffiato sotto il naso, messo nel sacco dalla politica. Chi rimane, oggi? C’è il vuoto, solo posti in pedi e qualche muro radente. È la Nemesi. La disumanizzazione. Le associazioni mafiose di stampo poetico venute su ovunque come funghi dopo un temporale d’ottobre.”

“In passato mi fidavo degli umani e dimoravo spesso presso di loro. Poi hanno iniziato a chiamarmi, invocarmi, anche per le quisquilie e pinzillacchere: “Questo tramonto è una poesia,” sentivo dire, ed io pronta mescolavo il rosa con l’arancione, dispiegavo nuvole d’oro, riflettevo la luce sulle facciate dei palazzi. Che ingenua! Infine hanno trovato il modo di fare soldi con il mio nome. Ma io sono Una e dimoro sulla luna, le monete, invece sono bifronti. Così, adesso, appena sento il mio nome invocato invano, addenso nuvole nere all’improvviso e scrosci d’acqua imponenti, chiamo a raccolta tutti i venti, scrollo le foglie dagli alberi come lance che trafiggono il terreno. Gli alberi al mio comando fioriscono in gennaio e in marzo sono fossili sulle piante secche.”

È fuggita via, sbattendo la porta e da allora non l’ho più vista. Dove sarà? Ne ho bisogno, devo uscire. Di solito m’accompagna.

P.S. “Ti lascio la Musa dell’ultimo minuto. Non mi cercare. Trova prima te stesso.”

(Tallia)

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Il dado e la clessidra

Collana di poesia NOE (Nuova ontologia estesica) diretta da Giorgio Linguaglossa

Edizioni Progetto Cultura