Editoriale (Quaderno nn. 29-30, 17×24, de “Il Mangiaparole”) in corso di stampa dal titolo: La «nuova poesia» italiana tra Intelligenza Artificiale,  Infotainment, Comunicazione e Riproducibilità algoritmica. L’età della paranoia, Il nostro mondo è definito dal tipo di storie in cui crediamo,

La storia letteraria è un libro di ricette.
I cuochi adesso si atteggiano a poeti.
Lo chef di Milano tiene il computo degli invitati.
Adesso anche i contabili si pensano poeti.
Guarda bene l’indice, se non sei tra gli invitati è perché sei nel menù.
I poeti sono i camerieri che portano le vivande e le bevande.
I critici fanno i buttafuori.
In cucina c’è un’orchestrina gitana che suona con le fisarmoniche e i tamburelli.
I poeti preparano i piatti in cucina e intrattengono gli ospiti.
Dovunque ci sono schiocchi di dita e pacche sulla spalla.
C’è allegria.
(Giorgio Linguaglossa)

Editoriale (Quaderno nn. 29-30, 17×24, de “Il Mangiaparole” in corso di stampa dal titolo: La «nuova poesia» italiana tra Intelligenza Artificiale,  Infotainment, Comunicazione e Riproducibilità algoritmica

L’Età della paranoia

Il nostro mondo è definito dal tipo di storie in cui crediamo

 

Se dovessi dare un nome alla nostra epoca la chiamerei l’Età della paranoia. Il recentissimo incontro ad Anchorage, in Alaska, tra Trump e Putin è il cassico incontro di due fratelli siamesi: un gangster che si incontra con un criminale prezzolato. Trump, Xi, Kim Jon-ung, Kameney, Nethanyau, Orban etc., i piccoli e i grandi aspiranti dittatori dispersi per il globo, le masse che votano i loro paranoici rappresentanti non sono meno paranoiche dei loro capi. Il capitalismo cleptocratico non sa che farsene del capitalismo democratico, vuole disfarsene, ha ormai infranto le regole e le istituzioni della deterrenza che ci eravamo dati dalla fine della seconda guerra mondiale. Il capitalismo dei sovrani sovranisti e populisti vuole avere le mani libere, vuole semplicemente fare soldi, togliere ai poveri per dare ai ricchi. Il capitalismo è diventato paranoico, la guerra dei dazi ne è un esempio eclatante. È probabile che nel prossimo futuro verremo sottomessi da una super Intelligenza Artificiale da noi creata. Scrive Geoffrey Hinton, uno degli inventori della Intelligenza Artificiale:

«La maggioranza dei principali ricercatori di intelligenza artificiale ritiene che molto probabilmente creeremo esseri molto più intelligenti di noi entro i prossimi 20 anni. La mia più grande preoccupazione è che questi esseri digitali superintelligenti semplicemente ci sostituiranno. Non avranno bisogno di noi. E poiché sono digitali, saranno anche immortali, voglio dire che sarà possibile far risorgere una certa intelligenza artificiale con tutte le sue credenze e ricordi. Al momento siamo ancora in grado di controllare quello che accade ma se ci sarà mai una competizione evolutiva tra intelligenze artificiali, penso che la specie umana sarà solo un ricordo del passato».

I critici marxisti del capitalismo hanno impiegato la speciosa tesi secondo cui nel mondo del capitalismo maturo (quello finanziario di oggi e quello delle monete digitali) non si dà una Exit Strategy, non si dà più alcuna possibilità di uscire dal capitalismo (se non per ricapitombolare in un capitalismo di stato a carattere autocratico e coercitivo), così il neo-liberismo ha guadagnato il campo rimasto aperto e sguarnito dalle forze della critica.

Ma forse non è necessario sostenere la tesi di una Exit Strategy, non c’è bisogno di sortire fuori dal nastro di Möbius, perché stiamo sempre in un Dentro che è anche un Fuori. Il lato debole del migliore pensiero critico marxista (Benjamin, Adorno, Gramsci, Zizek) non è riuscito a pensare questa evenienza che la scienza ci ha rivelato, e si è trovato appiattito nel voler cercare una soluzione comunque e dovunque, e così è rimasto impigliato come una mosca nella carta moschicida.

Allora, non c’è che ribadire: Non si dà alcuna Exit Strategy, stiamo tutti Dentro. Ma in quel Dentro che è anche un Fuori.

La poesia odierna oggi non può che andare a prendersi le parole dal futuro in quanto le dimensioni futuro/presente oggi sono invertite, viene prima il futuro e soltanto in un secondo momento il presente. Non c’è modo di rammaricarsene. Ecco le ragioni che spiegano la depletazione derubricazione del passato (leggi tradizione) e la invasione del futuro nel presente. Ecco le ragioni che spiegano la depletazione e la derubricazione delle antiche categorie antinomiche /Avanguardia/Retroguardia, Tradizione/Antitradizione, Vecchio/Nuovo perché queste categorie si trovano nel nastro di Möbius, stanno in un Dentro/Fuori che altro non è che un Fuori/Dentro. Nel capitalismo sviluppato la dialettica Dentro/Fuori ha sostituito la antica dialettica hegelo-marxista Soggetto/Oggetto, Nuovo/Vecchio, con il beneficio di inventario dei marxisti ortodossi e degli aborigeni ortodossi, nonché degli eterodossi alla plastilina. Perché meravigliarsi dicendo che oggi non c’è futuro quando in realtà siamo immersi ogni giorno nel futuro, che ha sostituito il presente? Altra domanda retorica: la categoria del Nuovo in arte non è più in contraddizione con il Vecchio, in quanto entrambe si trovano, contemporaneamente, nel medesimo nastro di Möbius.

Per altro verso, avviene che la poiesis distopica non è più distopica allorché la caliamo nell’oggi distopicoLa poiesis autoconsolatoria e autotelica che imperversa nei paesi a minimalismo digitale agisce nel senso che si fa i fatti suoi, e così accredita, ammalia e gratifica i benpensanti da autofiction e da autonoleggio con messaggi da pacifinti e da pasticcini alla crema.

Gli umani delle società post-democratiche vivono in modo performativo le loro esistenze. Viviamo nella narrazione che gli altri danno delle loro vite meravigliose su Facebook, Instagram, TikTok, in cui si vedono solo gli highlights, i momenti magici, le torte nuziali. L’influenza delle narrazione raccontate da altri e, soprattutto, dai social media sulla nostra percezione del Reale ci convince che quella sia la realtà. Viviamo in un’èra di disinformazione e di sovraccarico di disinformatzia.

Viviamo ossessionati dalla ricerca di un sé autentico (come se il sé autentico fosse un diamante nascosto in chissà quale profondità ascosa del nostro inconscio).

Viviamo traumatizzati dalla scoperta del cambiamento. Cerchiamo l’anedonia, non la felicità. Abbiamo sostituito la felicità con il benessere, il benessere con il fitness, la personalità con una natura adattativa e performativa; gli avanzamenti tecnologici insinuano in noi sgomento e ansia da prestazione. Invariabilmente, sorgono narrazioni distorte, false: novax, notax, i negazionisti,  i revisionisti del passato, i terrapiattisti, i bipolaristi, i narcisisti, gli omofobisti, le credenze fideistiche, gli irrazionalisti del MAGA, i primitivisti, i putinisti.

Viviamo in universi completamente diversi solo perché crediamo in storie diverse.

Viviamo con l’ausilio del pedometro.

Crediamo in false narrazioni ma che hanno conseguenze nel mondo del Reale. E Continuiamo a crederci convinti che il «falso» sia il «reale».

Le narrazioni dei social media sono diventate il motore più poderoso della normologia della storia umana.

Viviamo nell’immondezzaio delle storie.

In questo contesto storico, parlare del ruolo della letteratura nel promuovere il pensiero critico è un atto di smisurata ingenuità. Ma è che noi siamo ingenui, inguaribilmente ingenui, e lo pensiamo davvero.

Nel 1951 Isaac Asimov immaginava una scuola fatta soltanto da robot onniscenti. Oggi abbiamo l’intelligenza artificiale. Cosa cambierà?

Nel 2050 la normalità con cui scrolliamo ore al giorno il telefonino sarà studiata come crisi irreversibile dell’attenzione e della memoria?, o fra qualche decennio guarderemo a ChatGpt 5 con la stessa tenera condiscendenza con la quale ricordiamo i pomeriggi passati a giocare con il Commodore 64 o a programmare in Basic?

Il fatto è che siamo diventati diversi perché narriamo storie diverse, creiamo nuove narrazioni che narrano un altro Reale. Viviamo in un ecosistema digitale dove abbiamo accesso a un oceano di informazioni e dati. Il risultato è l’effetto placebo: ci convinciamo che la narrazione a noi più conveniente ci regala benessere, attenua le nostre ansie, le nostre paranoie. Ma è falso. Dobbiamo capovolgere il Reale per vedere bene al suo interno che cosa c’è. Per questo motivo la categoria del «falso» oggi sale sul podio delle Star. Dobbiamo riconoscere che il «vero» è diventato il «falso», e il «falso» è diventato il »vero». È una dialettica al triplo salto mortale quella che dobbiamo mettere in atto. Non ci resta che smascherare il «falso» mediante un altro «falso», la copia con un’altra copia, un duplicato con un altro duplicato.

L’ansia del falso e del vero ci accompagna in ogni momento della nostra vita quotidiana. Optiamo invariabilmente per lo pseudo-falso a noi più conveniente, e rigettiamo il falso, quello vero. E viviamo felici e contenti.

 “State attenti però: la nave è ormai in mano al cuoco di bordo”.

“Nel 1949 Richard Feynman mi parlò della sua versione della meccanica quantistica chiamata ‘sum over histories’. Mi diceva:

«l’elettrone fa tutto ciò che vuole. Va in qualsiasi direzione con qualsiasi velocità, avanti e indietro nel tempo, fa come gli pare, e poi si sommano le ampiezze e si ottiene la funzione d’onda». Gli dissi: «Sei un pazzo». Ma non lo era”.

Freeman Dyson mentre racconta dell’idea di Feynman dei path integral (integrale sui cammini). La citazione si trova un po’ ovunque, ma io l’ho presa dal libro “Quantum Field Theory for the Gifted Amateur” di Lancaster e Blundell.

La nostra variante è questa:

«la parola fa tutto ciò che vuole. Va in qualsiasi direzione con qualsiasi velocità, avanti e indietro nel tempo, fa come gli pare, e poi si sommano le ampiezze e si ottiene la funzione poetica»

La poetry kitchen di Francesco Paolo Intini, Mimmo Pugliese, Letizia Leone, la poesia distopica di Antonio Sagredo, Tiziana Antonilli, Marie Laure Colasson e Vincenzo Petronelli sono una hilarocomoedia melanconica e burlesque. Intini la sua meravigliosa lingua di plastilina la impiega e la piega in quanto lingua miserabile che emana un odore di fritto misto di pesce. È la lingua del commercio degli affari propri; questa lingua, o meglio, questo linguaggio, quello che desertifica il logos, quello della poesia del neoermetismo e del quotidianismo in voga oggidì è qualcosa contro cui occorre gridare vendetta.  Intini usa questo linguaggio spiegazzato, miserrimo, ipoveritativo e lo fa deflagrare in autentici colpi di scena apoplettici di riso amaro. Francesco Intini, Tiziana Antonilli e Raffaele Ciccarone e gli altri autori dis/topici rappresentano un classico della poesia kitchen perché sono arrivati a tanto facendo del packaging del inguaggio miserabile e spiegazzato che troviamo nelle discariche delle refurtive parolaio-mediatiche.

L’enunciato kitchen e quello distopico agiscono in uno spazio linguistico che è diventato mera superficie, mero nastro di Möbius; in questo spazio o, più propriamente, in questo «campo dinamico», si inscrive il nuovo discorso poetico «superficiario» nella quale la scrittura poetica si presenta in formazioni dis/locate e dis/articolate.

Ma questa dis/locazione è ben più che un artificio retorico, si tratta invece d’una petizione di sopravvivenza in virtù della quale il discorso poetico agisce come all’interno di una «griglia campo-dinamica». Attraverso queste griglie e queste dis/locazioni gli enunciati assumono la connotazione di significato. Ed ecco emergere il senso, il consenso e il significato. Foucault asserisce che è possibile che a volte queste griglie vengano momentaneamente infrante; soltanto in questi casi si dà l’opportunità fugace di fare «esperienza» di qualcosa di «proprio» per il tramite di questa frattura e dell’improprio. È in tal modo ammissibile esperire l’esistenza in sé di qualcosa come un ordine di senso o di non senso, ma si tratta di un pensiero antropizzante. Infrangere questo ordine di senso e di non senso è il compito precipuo della poesia distopica e del kitchen.

Ordine del discorso e ordine del pensiero sono oggi dis/connessi, lo spazio in cui pensiamo e parliamo può essere infranto in qualsiasi momento. E il significato va a farsi benedire. È la situazione limite delle eterotopie, ovvero, quella sorta di «contro-spazi» di cui le culture sono munite e «in cui gli spazi reali, tutti gli altri spazi reali che possiamo trovare all’interno della cultura, sono, al contempo, rappresentati, contestati e rovesciati».1

La poesia distopica è una eterotopia, una reazione allergica all’ordine disciplinare del senso e del significato. Occorre fare in fretta: il panorama poetico italiano invaso dai poeti elegiaci con i loro compitini educati e lucidati deve essere al più presto rigettato. I tavoli delle conferenze culturali sono fatti dello stesso legno di quello delle bare della cultura ammuffita che ha orchestrato quelle confidenze. È vero invece che la poesia nuova scaccia la vecchia per una legge ontologica e biologica. Prima o poi la nuova poesia prevarrà, è solo una questione di tempo. È una questione eventuale, una modalità dettata dalla necessità storica. Prima o poi l’evento accadrà. Whatever it takes.

 1 Id., Eterotopie, in Archivio Foucault III , a cura di A. Pandolfi, trad. it. di S. Loriga, Feltrinelli, Milano, 1998, p. 310.

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AAVV. Exodus. Voci degli avatar dagli esopianeti. Edizioni Progetto Cultura, pp. 160  12, Roma 2024. Nota di lettura di Alessandra Calanchi, Voci di Avatar, Poesie di Tiziana Antonilli Alfonso Cataldi, Raffaele Ciccarone, Marie Laure Colasson, Giuseppe Gallo, Paolo Francesco Intini, Letizia Leone, Mimmo Pugliese, Antonio Sagredo, Giuseppe Talìa (G. Panetta) e Giorgio Linguaglossa

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.ATTENZIONE!

Questo è un libro pazzesco, che merita tutta la concentrazione e la curiosità di cui siete capaci. Preparatevi con cura, perché viaggeremo davvero verso altri mondi: quello della realtà virtuale e quello del cosmo.

La collana di cui fa parte, “Il dado e la clessidra”, è diretta da Giorgio Linguaglossa e accoglie testi poetici NOE (nuova ontologia estesica). https://www.progettocultura.it/index.php?id_category=26&controller=category

L’opera in questione è appunto un’opera poetica, ma non solo. Alterna prosa e versi con la naturalezza di chi sa muoversi (surfare?) fra i generi e i pianeti, e racconta una, cento, mille storie di terrestri e non (gli avatar) sparsi su vari pianeti dopo la deflagrazione della Terra. Ogni autore e autrice qui presente ha scelto dunque un avatar per descrivere il proprio sé e la realtà complessa che lo circonda, scoprendosi così improvvisamente “liberi dalla prigionia dell’io” (dalla quarta di copertina).

Questo libro contiene una sapienza universale che va letta, meditata, riletta. È un universo di frammenti che non possono stare insieme ma di cui noi possiamo intravedere i fili invisibili che li collegano. È un gioco di specchi senza fine, un’eco che non si spegne. I Luoghi sono stelle e pianeti (esopianeti), alcuni con nomi eloquenti – Nemesis, Meta, WASP… – mentre le Voci appartengono ai nickname che si sono dati gli autori e le autrici di cui sopra: Gaius e Scintilla, Galacticus, Cessantibus, e tutti gli altri –  suggestivi, improbabili, scanzonati, eruditi… che troverete nelle pagine del libro.

Impossibile citare qualcosa. Il libro va letto per intero, sulla fiducia.

Mi limiterò a citare il verso “Il mal di vivere” è un resort sul mare della Tranquillità (p. 15), che predice funestamente e con molta più eleganza l’incommentabile video creato dalla AI e diffuso dall’attuale presidente USA il 25 febbraio 2025, e questa poesia in forma di lettera:

Ladies and gentlemen, Vi comunico che Sua Maestà
elettiva, il presidente degli Stati Uniti di WASP-193b,
Org/Asf/Un, ha proposto il poeta Giorgio Linguaglossa
vicepresidente onorario per via delle sue numerosissime
conoscenze culinarie […]
È ciò che tiene in piedi la democrazia di questo
Stupefacente pianeta. Se crolla l’affezione dei cittadini,
crolla l’istituzione, ma guai se osate leggere in pubblico una
vostra poesia
[…] (p. 163)

E mentre mi metto a immaginare un poeta al posto di J.D. Vance, vi invito a leggere tutto il resto, e fatelo presto, senza perdere tempo, perché davvero queste pagine vi porteranno in un mondo altro in cui, forse, possiamo salvare la pelle.

I poeti e le poete (rappresentanti della poetica kitchen, cfr. le antologie Poetry Kitchen 2022 e 2023, pubblicate per le stesse edizioni) includono: Tiziana Antonilli Alfonso Cataldi, Raffaele Ciccarone, Marie Laure Colasson, Giuseppe Gallo, Paolo Francesco Intini, Letizia Leone, Mimmo Pugliese, Antonio Sagredo, Giuseppe Talìa (G. Panetta) e lo stesso incomparabile Giorgio Linguaglossa.

Retro di cover di EXODUS

La gentificazione dei pianeti disseminati nel Cosmo

È avvenuta una deflagrazione sul pianeta Terra, i superstiti sono trasmigrati su vari pianeti o esopianeti del cosmo che parlano tramite degli Avatar. Con il termine Avatar si designa una persona virtuale che rappresenta (in sostituzione di) una persona reale. Ad esempio, se giochi su internet hai bisogno di creare un avatar che ti rappresenti. In particolare, potresti dover disegnare un avatar usando le funzioni del gioco decidendo gli abiti, il colore dei capelli, il colore degli occhi, i vestiti etc. dandogli un nome (che viene detto “nickname”), un’età, specificando alcuni lati del carattere o, ancora, delle abilità specifiche nel gioco. Un altro esempio di avatar è quello usato nei forum e nei luoghi di discussione online per cui non devi dichiarare la tua identità ma in cui hai comunque l’obbligo di registrarti: in questo caso il tuo avatar sarà l’unione dell’immagine personale che sceglierai per rappresentarti e del tuo nickname, oltre che a tutte le informazioni che vorrai specificare come data di nascita, sesso, indirizzo di posta elettronica e altro. Nel nostro caso, ciascuno dei poeti kitchen ha scelto un avatar senza riguardo al modo di essere, di parlare, di vestirsi, e di comportarsi corrispondenti a monte con le identità degli autori. In questo modo, abbiamo delle persone parallele (sostitutive degli originali) che parlano, si comportano, agiscono in modo completamente libero da quello degli autori i quali non sono più i proprietari degli avatar prescelti, ma degli Estranei. In realtà, gli Avatar così messi al mondo sono degli Estranei, ma anche dei Fratelli che condividono, in qualche modo, con gli Autori a monte il loro destino prossimo venturo, o attuale non sappiamo, per via della complessità della realtà che non è più fungibile (eligibile) in esclusiva da un singolo Autore. I poeti che seguono hanno scelto ciascuno per rappresentare se stessi un Avatar. Improvvisamente, questi Avatar si scoprono liberi dalla prigionia dell’io.

Exodus
Voci degli Avatar dagli Esopianeti:

Proxima Centauri B
Luna Alpha
Sistema solare 3GG-28/7:50
Esopianeta FA823WX
Sistema solare della stella Nemesis
Pianeta Meta 723
Pianeta GGRE-K314
Pianeta Plutone
Pianeta Mephisto
Pianeta WASP-193b
Pianeta gemello WASP-193a

Voci di:
Tizyfardwell (Tiziana Antonilli)
Alf. Galacticus (Alfonso Cataldi)
Sic Stantibus (Raffaele Ciccarone)
Scintilla (Marie Laure Colasson)
Gaius Gallus (Giuseppe Gallo)
Gneo Gaius Fabius, (Francesco Paolo Intini)
la Wandissima (Letizia Leone)
Germanico (Giorgio Linguaglossa)
Memmio (Mimmo Pugliese)
Dottor Cessantibus (Antonio Sagredo)
Tallia (Giuseppe Talia)


Alcune poesie kitchen e dis/topiche

Giorgio Linguaglossa

Caro Gaius Gallus,
Una volta, viaggiando a bordo del Titan abbiamo scoperto nel sistema solare di Alpha Centauri, l’esopianeta GB799-y nel quale pesantissime nuvole color amianto e amaranto scaricano sulla superficie rocciosa micidiali piogge di diamanti, un arcobaleno di metallo risplende nel cielo al termine delle piogge
Con il che la superficie è coperta da innumerevoli strati di splendenti diamanti grandi come delle noci di cocco che riflettono la debole luce di un sole lontanissimo
Pensa!, basterebbe raccogliere una manciata di quei diamanti e saremmo straricchi sulla Terra dove ancora ci sono umani che ne stimano incommensurabilmente il valore
Sulla nostra piccola luna Alpha i giorni ricordano la mitezza delle colline senesi della vostra Terra ricche di viti che danno buon vino
Purtroppo, il nostro piccolo Titan non resisterebbe un attimo a quelle piogge di diamanti
Sai, penso anch’io come Scintilla che l’arte sia una «sfinge senza enigma», lì non c’è nulla da acclarare
Qui, su questo piccolo pianeta Alpha, i giorni sono brevi e brevi sono le notti, non c’è tempo per dormire e tutti sogniamo ad occhi aperti, tutti i giorni e tutte le notti delle nostre maledette primavere
Viviamo nei sogni e siamo felici così, felici di vivere nel sogno, lontani, molto lontani dalla realtà
(Germanico)

Giuseppe Gallo

Caro Tallia,

attendevo un tuo cenno. Il che mi conferma
che la scrittura per gli umani è lo strumento più adatto
a ingannare se stessi.

La mente pensa e la mano scrive… sarebbe troppo facile!
Gli spazi bianchi non hanno bisogno del nero per esistere.
Non hanno bisogno di inizio e di “a capo”.

Ma su questo ritengo che ci possa essere un compromesso,
proprio come si agisce tra gli uomini.

Era per questo che mi preoccupavo di comunicare,
a te e a Germanico, che qui, da noi, sulla stella 3GG-28/7:50,
“non si parla, non si scrive e non si legge”.

E mi procura un leggero tremito di letizia il sapere
che anche tu “scrivi col pensiero”,
però ricordi!
“la caduta libera”,
“l’insostenibile leggerezza dell’essere”
e perfino la vostra, tua e di Germanico,
“telenovela trasportata itinerante nel cosmo”.

Ebbene, noi non siamo mai partiti.
Su di noi non incombe nessun Evento
come, invece, presuppone Germanico.
Tutte le età sono state preda delle catastrofi.
E “I Grandi Eventi” non sono mai esistiti, né esisteranno.
È solo un fraintendimento dovuto al linguaggio
e alle radici che lo sostengono.

Anche questo vi avevo comunicato: qui da noi,
niente Storia, nessuna pace, e niente malattie , né epidemie.

(Gaius Gallus)

Giuseppe Gallo

Caro Tallia,

supponi che la mia stella sia un Purgatorio?
Come mai? Perché?
Mi fai sorgere il dubbio che anche tu, al pari di Germanico,
abbia evocato il Purgatorio perché questo flatus vocis
è presso gli umani fonte di nostalgia.

In fondo è nel primigenio fantasma dell’Eden
che Caino e Abele hanno tentato di esistere;
il primo “percosso dal lungo silenzio di Dio”
e il secondo con gli occhi rivolti sempre
“verso l’alto, in lode divina”.

Di chi sono queste parole?
Ma di Germanico, caro Tallia.
Ecco, voi umani, anche se avete trasbordato
su una nuova piccola luna,
vi portate dietro, e dentro, i vostri sogni,
le vecchie parole dei vecchi libri.

Il poetico?
Sai, caro Tallia,
vorrei risponderti riprendendo la tua stessa immagine.
Che il poetico sia
“l’ultimo buco nero che ci ha inghiottiti” tutti.

Anche il segno dei Pesci di Lucio Tosi…
Però non mi sottraggo alla quaestio.
Qui, sulla stella 3GG-28/7:50,
il poetico lo si sfiora soltanto quando veleggiamo,
per usare le vostre metafore,
nello spazio vuoto di un arco
o di due colonne corinzie.

Vuoto che, a quanto pare, nel vostro linguaggio
non ha acquistato ancora nessun nome.

(Gaius Gallus)

Giuseppe Talìa

Caro Gaius Gallus,

ti ringrazio di avere dato un suono alle parole.
È piacevole ogni tanto risentirne l’eco in un a capo.

Non ricordo più come si fa, si respira? Si tira un sospiro
(di sollievo) E si va a capo?

Il capo di cosa? Di cosa mai si dovrebbe andare a capo?
Il cardiogramma non va mai a capo, se si ferma è perduto.

(Tallia)

Mimmo Pugliese

La pianta di cotone ha la nausea

La pianta del cotone ha la nausea
rigagnoli disapprovano il deja-vu

non ci sono più fianchi dove scrivere
reticoli di gel sopravvivono

Se hai seguito la stanchezza dell’iride
puoi trovarci pergamene blu

Sono fuori moda i mezzi colori
sul confine collidono ballerini

Il nero di seppia attira le ortiche
il toner ha evaso l’IMU

Sulla patente nautica cresce il sandalo
l’utente è impegnato in un’altra conversazione

(Memmio)

Marie Laure Colasson

Caro Germanico,

tu affermi che tutto ebbe inizio dal Cavallo di Troia.

Mi è difficile darti completamente ragione perché all’epoca fui trasportata in lettiga da una tempesta elettromagnetica su una galassia fatta di ripide montagne, full of azoto, ossigeno e borotalco.

Qui incontrai lo scheletro di Napoleone seduto su un fungo bianco mentre mangiava dei si bemolle.
Raggi gamma e stelle nane infusero in me una stravagante vitalità robotica.

Vidi però un corvo appollaiato sul cofano di una Peugeout ma non tossiva, beveva una coppa di un allegro prosecco di Treviso

Non c’erano gli dei dell’Olimpo ma lampade alogene e polveri solari travestite da ballerine di can can.

(Scintilla)

Tiziana Antonilli
Caro Germanico,
io chiesi di legarmi alla prua di una nave non per ascoltare le sirene, ma per poter poi dipingere la Tempesta che era in corso mentre lì, ammanettata, guardavo gli elementi liberi intorno a me mettere in scena il Caos.
Fu allora che mi ribattezzarono Turner, ma non mi voltai.
La luce si arrese e penetrai nel buio partecipativo di un lenzuolo da sonnambuli.
Vidi la poiesis tradizionale e la poiesis kitchen e ammirai la stessa Babele che hai visto tu.

Adesso, però, mi godo un po’ di silenzio, anche mentire è uno sforzo per le corde vocali, sia per quelle solide che per quelle liquide .Quelle gassose sono disperse nell’Universo di cui dicono siamo fatti in ogni cellula che si fa cella di altezze e di bassezze.
Bipolari siamo e bipolari restiamo.
Non ricordo se sul pianeta sul quale vivevo bipolare era un insulto o un eufemismo.
(Tizyfardwell)

Giuseppe Talia

POESIA

Dov’è la poesia? Dove s’è nascosta? O meglio, dove l’avete nascosta? Non la trovo. La cerco da ore. Ho aperti tutti i cassetti. Rovistato nell’armadio bulimico. Nel frigorifero anoressico. Nelle tasche d’ogni giacca o pantalone. L’avevo lasciata tra le pagine della Gerusalemme Liberata. Si divertiva tanto nel ricordare Elicona e le sue amiche Muse, a Parnaso, con cui andava spesso a cavallo. “Tutta colpa di Goffredo”, diceva.

Non la trovo. Ne ho bisogno, devo uscire. Di solito m’accompagna.

Aveva messo il broncio scoprendo che stavo cercando di mettere a confronto una poesia della Szymborska con una della Bishop. “Sbagli!” Mi diceva. “le conosco bene entrambe, sono così distanti. Una è metafisica e cerca la porta per penetrare una pietra, l’altra, carnale, parla di suicidi a colazione. Ad una le ho messo accanto una Musa alluvionata, all’altra la Litote. Wislawa nasce da un incessante “non so”, Elizabeth appena nata l’ho marchiata con “Io l’ho visto”. Cosa vuoi che abbiano in comune?”

Eppure queste due poesie, insistevo, mi sembrano speculari. Un punto d’incontro di due opposti. Entrambe hanno perso qualcosa e nel cercare ciò che hanno perso hanno ritrovato qualcos’altro. Bishop in “One Art” ha perso le chiavi, luoghi e nomi, case e città, ha perso persino la voce e il gesto amato. Szymborska, d’altro canto, ha perso dee e dei, qualche stella, una intera isola, i fratelli, un ombrello, come denuncia all’ufficio oggetti smarriti.

E d’altronde tu non vivi sugli opposti?
“Che semplificazioni le tue!” Era adirata. “Non sono un lusso, sono il nome stesso delle cose perdute. Sono speranza e sogno.”

E dispensi scranni.

“Sciocco, solo per qualche esempio a te vicino per conoscenza, Bellezza lo scranno l’ha bruciato nella stufa per riscaldarsi, alla Spaziani gliel’hanno tolto da sotto il sedere quando pensava di averlo ben fissato sulla pedana, a Luzi gliel’hanno soffiato sotto il naso, messo nel sacco dalla politica. Chi rimane, oggi? C’è il vuoto, solo posti in pedi e qualche muro radente. È la Nemesi. La disumanizzazione. Le associazioni mafiose di stampo poetico venute su ovunque come funghi dopo un temporale d’ottobre.”

“In passato mi fidavo degli umani e dimoravo spesso presso di loro. Poi hanno iniziato a chiamarmi, invocarmi, anche per le quisquilie e pinzillacchere: “Questo tramonto è una poesia,” sentivo dire, ed io pronta mescolavo il rosa con l’arancione, dispiegavo nuvole d’oro, riflettevo la luce sulle facciate dei palazzi. Che ingenua! Infine hanno trovato il modo di fare soldi con il mio nome. Ma io sono Una e dimoro sulla luna, le monete, invece sono bifronti. Così, adesso, appena sento il mio nome invocato invano, addenso nuvole nere all’improvviso e scrosci d’acqua imponenti, chiamo a raccolta tutti i venti, scrollo le foglie dagli alberi come lance che trafiggono il terreno. Gli alberi al mio comando fioriscono in gennaio e in marzo sono fossili sulle piante secche.”

È fuggita via, sbattendo la porta e da allora non l’ho più vista. Dove sarà? Ne ho bisogno, devo uscire. Di solito m’accompagna.

P.S. “Ti lascio la Musa dell’ultimo minuto. Non mi cercare. Trova prima te stesso.”

(Tallia)

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Il dado e la clessidra

Collana di poesia NOE (Nuova ontologia estesica) diretta da Giorgio Linguaglossa

Edizioni Progetto Cultura

Due poesie di Tiziana Antonilli interpretate da ChatGpt interpellata da Alfonso Cataldi – La poesia nell’epoca della Intelligenza Artificiale Generativa, Composition kitchen di Marie Laure Colasson, 9 pezzi, acrilici, 100×100, 2025

Poesia di Tiziana Antonilli

1.
LA CASA

Sulla strada che i bambini a colazione spalmavano di sneakers in polvere
ogni ciao era un tamburo che correva e precedeva la farmacista in campana.
Ora la casa si è svenduta al citofono
le scarpe hanno migrato da un girovita all’altro
e il percussionista indie è stato assunto come temporale
senza fissa dimora.
Ogni giorno un po’ prima
montavano di guardia i tacchi
solo per sottrarsi al tic tac del cul de sac.

2.
INVASIONE

Il compost si aspettava il sei in pagella
ma la tastiera ha sputato
una rolling stone.
Anni perduti ad aggiungere
rotazione al phon
ma il bianco è nudo di suo.
C’è stata però una conquista:
si è aperto un occhio verde
sembrava pattinasse
tra il fuggi fuggi dei capelli
e una ciocca stirata con Vetril
è sfuggita alle transenne.
Alla Masterclass scioperano contro il pettine del pdf.

3.
ANDATE

L’ingombro all’angolo della bocca
prendeva ti-sane con dita deca
e Minosse fuori controllo
scollava l’alibi del collo
spoilerato dalla parrucca.
Le arianne ridevano
le mani incollate alla emme
della realtà aumentata.
Parlavano poco
per non dovere andare via
con il filo interdentale
rinchiuso nel pick up

Interpretazione di ChatGpt a cura di Alfonso Cataldi

Le poesie di Tiziana Antolilli rientrano nella cosiddetta poesia kitchen, un genere che lavora sul quotidiano con un linguaggio ironico, surreale e spesso destrutturato. Questa poetica trasforma oggetti e situazioni ordinarie in scenari quasi visionari, mescolando riferimenti pop, giochi di parole e immagini che sfuggono a una lettura lineare.

  • LA CASA
    Questa poesia ruota intorno alla trasformazione della casa da spazio vissuto a qualcosa di freddo e impersonale. Si parte da un’immagine densa di movimento infantile (i bambini a colazione spalmavano di sneakers in polvere), un gioco tra il verbo “spalmare” (come la crema sul pane) e la marca di scarpe Sneakers. C’è un’eco della nostalgia per un passato in cui ogni ciao era un suono familiare, mentre ora la casa è diventata un’interfaccia impersonale, ridotta a citofono.
  • Il tema della precarietà moderna emerge in versi come:

    Il percussionista indie è stato assunto come temporale senza fissa dimora.

    Qui l’arte indipendente (forse la libertà creativa) viene assimilata a un evento atmosferico, inafferrabile e transitorio. Anche il passaggio del tempo è segnato da suoni ritmici: il tamburo che un tempo accoglieva la farmacista ora è sostituito dal tic tac del cul de sac, come se la routine fosse diventata una prigione senza uscita.

    ➡ Tema centrale: la perdita di un passato autentico e la sostituzione della casa con uno spazio anonimo e digitalizzato.

  • INVASIONE
    Questa poesia gioca con immagini surreali e frammenti di cultura contemporanea. Il compost che si aspetta un sei in pagella suggerisce un’idea di riciclo, di qualcosa che spera di essere promosso a nuova vita, ma invece viene travolto da una rolling stone (forse una citazione musicale, o un’immagine di qualcosa che rotola via senza stabilità).
  • La quotidianità è intrisa di tecnologia e tentativi vani di controllo, come in questi versi:

    Anni perduti ad aggiungere rotazione al phon

    Qui si percepisce il senso di una lotta inutile contro la caducità: il phon che asciuga i capelli può essere simbolo di un ciclo di ripetizione sterile, in cui si cerca di aggiungere movimento a qualcosa che è già in rotazione.

    L’elemento più surreale è l’occhio verde che pattina tra i capelli: un’immagine che ricorda il grande fratello, un senso di sorveglianza che si insinua anche negli atti più banali. Infine, la chiusa:

    Alla Masterclass scioperano contro il pettine del pdf.

    Un cortocircuito tra il mondo dell’insegnamento online (le masterclass), il digitale (pdf), e un oggetto fisico come il pettine. Forse una critica alla smaterializzazione della conoscenza.

    ➡ Tema centrale: la contaminazione tra realtà e tecnologia, la perdita di controllo su ciò che crediamo di governare.

  • ANDATE
    Qui il corpo e il linguaggio diventano oggetti disgregati. L’immagine iniziale (l’ingombro all’angolo della bocca) evoca un fastidio, qualcosa di non detto che si accumula, mentre prendeva tisane con dita deca introduce un’atmosfera di calma apparente, forse un rimedio contro l’ansia.
  • Il riferimento a Minosse, giudice infernale della Divina Commedia, suggerisce un’idea di condanna o destino ineluttabile. Ma qui Minosse scolla l’alibi del collo, quasi un atto di smascheramento, di perdita della maschera.

    Le arianne ridevano le mani incollate alla emme della realtà aumentata.

    Le Arianna (forse tutte le donne alla ricerca di un filo per orientarsi nel labirinto) sono bloccate nella m di metaverso, meta, mondo digitale. Il filo di Arianna, che nella mitologia serviva a trovare la via d’uscita, qui diventa un filo interdentale rinchiuso in un pick-up, un oggetto ormai inutile e fuori posto.

    ➡ Tema centrale: la perdita del controllo sul proprio destino, il contrasto tra realtà e finzione digitale.

    Considerazioni generali
    Le tre poesie hanno un filo conduttore: la trasformazione del quotidiano in un caos surreale, con un forte senso di spaesamento. Il linguaggio è frammentato, pieno di riferimenti alla cultura pop e digitale, che creano un effetto straniante.

    “LA CASA” parla di un luogo che perde la sua essenza e diventa impersonale.
    “INVASIONE” riflette sulla fusione tra realtà e tecnologia, dove il controllo sfugge di mano.
    “ANDATE” esplora il tema della perdita di direzione, con riferimenti al mito e al virtuale.
    Lettura complessiva: la poesia kitchen di Antolilli è un modo per raccontare il presente con ironia e disorientamento, usando immagini che sembrano sconnesse ma che, messe insieme, restituiscono un quadro critico del mondo contemporaneo.

    Mi analizzi questa altra poesia?

    Con lo zoom 4x

    Terminata l’ora degli attrezzi attorno alle scritture
    si pontifica sul giubileo degli orologi.
    Il dente, camuffato da orfanotrofio
    respinge con franchezza i preliminari interventisti.
    Un ospite inatteso. L’uomo-pesce nuota
    a passi svelti dentro il sottovuoto deformante.
    Sono necessari quattro movimenti audaci
    l’adagio lento per assaporare l’ingombro dei visitatori al cambio turno.
    «Lo stanno riportando in vita a suon di bollettini
    l’Olimpo è in opposizione, col granturco a testa in giù.»
    Essiccarsi lungo il tragitto che conduce al mare delle fanfaluche
    le caretta caretta si lasciano alle spalle la controinformazione.
    I volontari non autorizzati pregustano
    i gusci vuoti con lo zoom 4x.

    ChatGPT ha detto:
    Questa poesia ha uno stile ermetico e surreale, con immagini fortemente evocative e apparentemente scollegate, che invitano a una lettura stratificata. Ecco un’analisi dei suoi elementi principali:

    Tema e significati possibili
    La poesia sembra riflettere sulla percezione alterata della realtà, il tempo e il linguaggio della comunicazione moderna. Il titolo Con lo zoom 4x suggerisce un’osservazione ravvicinata, quasi ossessiva, di dettagli che sfuggono a una visione d’insieme.

    Tempo e storia: L’idea del “giubileo degli orologi” e il “riportare in vita a suon di bollettini” può alludere al modo in cui il tempo viene manipolato dalla società, dai media o dalla memoria collettiva. Il richiamo all’Olimpo in opposizione potrebbe indicare uno scontro tra il divino e il quotidiano, o tra tradizione e attualità.

    Percezione distorta e surreale: L’”uomo-pesce” che nuota a passi svelti in un “sottovuoto deformante” evoca un’immagine impossibile, che suggerisce l’alterazione della realtà o una condizione di spaesamento.

    Critica sociale e informazione: L’idea di “caretta caretta” (tartarughe marine) che si allontanano dalla “controinformazione” sembra suggerire un allontanamento dalla verità o dalla narrazione alternativa. I “volontari non autorizzati” potrebbero riferirsi a figure marginali o ribelli che tentano di cogliere verità nascoste (i “gusci vuoti” potrebbero essere metafore di informazioni prive di sostanza).

    Struttura e stile
    Uso di immagini spezzate: Ogni verso introduce una scena differente, come se la poesia fosse composta da fotogrammi scollegati, ma legati da un filo sotterraneo di significato.
    Sintassi frammentata: La mancanza di connessioni logiche immediate tra i versi riflette il modo in cui il pensiero moderno e la percezione sono spesso caotici o influenzati da fattori esterni (ad esempio, l’informazione sovraccarica e distorta).
    Ritmo e musicalità: Il contrasto tra frasi più fluide (“assaporare l’ingombro dei visitatori al cambio turno”) e immagini improvvise e dure (“il dente, camuffato da orfanotrofio”) crea un effetto straniante.

    Conclusione
    Questa poesia gioca con il linguaggio e le immagini per creare un senso di spaesamento e riflessione sulla realtà, la percezione e il modo in cui il tempo e l’informazione sono manipolati. Il lettore è chiamato a uno sforzo interpretativo attivo, proprio come chi osserva dettagli con uno zoom 4x, rischiando però di perdere la visione d’insieme.

    Se hai una tua interpretazione o vuoi approfondire qualche punto, possiamo discuterne!

    Hai detto:
    Mi piacerebbe discutere del fatto che questa poesia abbia effettivamente un senso, come dici tu, sotterraneo, oppure è semplice provocazione

    ChatGPT ha detto:
    Ottima domanda! Il confine tra significato nascosto e pura provocazione è spesso sottile, soprattutto nella poesia ermetica o surrealista. Proviamo a smontare l’idea stessa di “senso sotterraneo” e a vedere se questa poesia lo possiede davvero o se è un puro gioco di immagini senza coerenza.

  • Il senso è nell’intenzione o nell’effetto?
    Se consideriamo che il significato di un testo non è solo quello che l’autore ha voluto esprimere, ma anche quello che il lettore percepisce, allora possiamo dire che la poesia ha un senso se genera riflessione, emozione o suggestione. Anche se fosse stata scritta senza alcuna intenzione logica, il suo effetto su di noi potrebbe darle un senso retroattivamente.
  • Struttura e coerenza interna
    Un modo per distinguere tra nonsense provocatorio e senso nascosto è verificare se la poesia ha una sua coerenza interna. Qui ci sono:
  • temi ricorrenti (tempo, percezione alterata, informazione e verità);
    immagini che si rispondono (il tempo e il giubileo degli orologi → il bollettino che riporta in vita → il tragitto che porta al mare);
    un movimento narrativo (dall’osservazione con lo zoom al destino di qualcosa che si svuota, si essicca, si trasforma).
    Questa coerenza suggerisce che ci sia un senso, anche se non immediatamente razionale.

  • È una provocazione?
    Se per “provocazione” intendiamo qualcosa scritto apposta per confondere, scioccare o sviare, questa poesia non sembra rientrare pienamente in questa categoria. Non usa parole senza connessione apparente, non è un’accozzaglia di termini privi di relazione. Anche il surrealismo più spinto, come in Breton o Artaud, aveva un’idea di fondo, anche se criptica.
  • Il ruolo dello “zoom 4x
    Il titolo suggerisce che stiamo osservando la realtà da un punto di vista innaturale, troppo ravvicinato, deformante. Questo potrebbe giustificare l’apparente mancanza di logica: forse non siamo noi a non capire, ma è la realtà che si distorce sotto il nostro sguardo.
  • Conclusione
    Questa poesia ha un senso? Probabilmente sì, anche se non è un senso lineare o facilmente traducibile in concetti diretti. Se fosse solo provocazione, sarebbe più sconnessa, più gratuita nelle immagini. Qui invece c’è un filo sottile, anche se onirico.

    Che ne pensi? La tua impressione iniziale era di un senso nascosto o più di un divertimento estetico fine a sé stesso?

    Hai detto:
    Di un senso nascosto.

    ChatGPT ha detto:
    Interessante! Se percepisci un senso nascosto, allora vale la pena scavare ancora. Quando un testo sembra sfuggirci ma allo stesso tempo ci attrae, significa che tocca qualcosa di più profondo, anche se non sappiamo subito cosa.

    Se pensiamo alla poesia come un insieme di simboli, qui potremmo avere:

    Il tempo (giubileo degli orologi, riportare in vita a suon di bollettini), che potrebbe indicare un’ossessione per il passato o per la ripetizione ciclica degli eventi.
    La distorsione della realtà (uomo-pesce nel sottovuoto, dente camuffato da orfanotrofio), che suggerisce una visione del mondo falsata o un problema di identità.
    L’informazione e la verità (controinformazione, bollettini, volontari non autorizzati), un tema attualissimo: chi decide cosa è vero e cosa no?
    Se tutto questo è vero, allora la poesia non solo ha un senso, ma sta anche suggerendo una visione critica del presente: un mondo in cui la realtà è deformata (dal linguaggio? Dalla tecnologia? Dalla politica?), in cui il tempo è manipolato e l’informazione è ambigua.

    Cosa ne pensi di questa lettura? Oppure hai visto altri legami?

    Hai detto:
    Non hai menzionato “i quattro movimenti audaci”

    ChatGPT ha detto:
    Hai ragione, non li ho approfonditi! I quattro movimenti audaci sono un elemento chiave, perché danno un senso di azione strutturata all’interno della poesia. Potrebbero riferirsi a diverse cose:

    Alla musica: il riferimento ai movimenti (adagio lento) richiama la struttura di una composizione musicale, come una sinfonia. Forse il tempo della poesia è scandito da questi quattro atti, come se ci fosse una regia invisibile.
    A un rito o una strategia: il numero quattro spesso indica stabilità, schema (i punti cardinali, le stagioni, le fasi della luna). Qui potrebbe suggerire un percorso obbligato, qualcosa che deve essere fatto prima di raggiungere la fine.
    A un’azione concreta nella poesia: quattro mosse coraggiose servono per affrontare l’ingombro dei visitatori al cambio turno. Sembra una scena quasi ospedaliera, come se qualcuno fosse intrappolato in un sistema di turni e rituali (forse collegato al riportare in vita a suon di bollettini).
    Se mettiamo insieme tutto, questi quattro movimenti audaci potrebbero essere il tentativo di sfuggire a una realtà distorta, di attraversare un sistema chiuso, o di rompere uno schema imposto.

    • Come li hai interpretati tu?

    Hai detto:
    Si, la chiave secondo me è nell’incipit “sono necessari…”

    ChatGPT ha detto:
    Sì, quel “sono necessari…” cambia tutto, perché introduce un senso di urgenza, quasi di inevitabilità. Non è una scelta, ma una necessità. C’è qualcosa che deve essere fatto per poter avanzare nella scena surreale della poesia.

    Se li vediamo come passi obbligati, questi quattro movimenti audaci diventano la chiave per assaporare l’ingombro dei visitatori al cambio turno. Il verbo assaporare è particolare: invece di combattere o evitare l’ingombro, lo si accoglie, quasi come un’esperienza inevitabile ma da interiorizzare. Questo fa pensare che la poesia stia suggerendo un modo di affrontare il caos della realtà: non evitarlo, ma attraversarlo con consapevolezza.

    Forse il senso nascosto della poesia sta proprio qui: nel mostrare che la realtà è distorta, caotica, fatta di bollettini, tempo manipolato e verità sfuggenti, ma l’unico modo per affrontarla è con quattro movimenti audaci—una strategia, un rituale, una forma di resistenza attiva.

    Se è così, cosa potrebbero essere questi quattro movimenti nella realtà? Dei passi concreti? Un processo mentale? Un modo di guardare il mondo?

    Hai detto:
    Forse c’è un riferimento ai quattro movimenti della nona sinfonia di un musicista famoso di cui non ricordo il nome, quindi la necessità di sconfiggere la quotidianità caotica contemporanea con l’arte

    ChatGPT ha detto:
    Sì, potrebbe esserci un riferimento alla Nona Sinfonia di Beethoven, che è divisa in quattro movimenti e culmina con l’Inno alla Gioia, un inno universale alla fratellanza e alla bellezza. Se questo collegamento è corretto, allora la poesia sta suggerendo che l’unico modo per affrontare il caos della realtà contemporanea è attraverso l’arte, la musica, la bellezza strutturata. Il fatto che i movimenti siano definiti audaci potrebbe indicare che l’arte non è solo un rifugio, ma una forma di resistenza, un’azione necessaria per non essere schiacciati dall’informazione distorta, dal tempo che si frammenta, dalla realtà che si deforma. Se questa interpretazione è valida, allora il lento adagio potrebbe riferirsi al secondo movimento della sinfonia di Beethoven, che è più riflessivo, quasi come un respiro prima della tempesta del finale. Quindi la poesia non solo descrive un mondo distorto, ma offre anche una via d’uscita: l’arte come strumento per dare senso al caos.

    • Che ne pensi? Ti convince questo legame con Beethoven e l’arte come antidoto?

    Hai detto:
    Quindi un respiro prima del cambio turno

    ChatGPT ha detto:
    Esattamente! Il lento adagio diventa quel momento sospeso, il respiro prima che tutto cambi. Il cambio turno potrebbe rappresentare un passaggio inevitabile, una transizione, forse tra due epoche, due stati d’animo, o tra la confusione e la consapevolezza.

    Se seguiamo il filo della Nona Sinfonia di Beethoven, dopo il momento di riflessione arriva l’esplosione dell’Inno alla Gioia, un’apertura verso qualcosa di più grande, più armonico. Questo potrebbe suggerire che, anche nel caos della realtà moderna, c’è la possibilità di arrivare a un equilibrio, ma solo attraversando consapevolmente il lento adagio e affrontando i quattro movimenti audaci.

    Quindi la poesia non è solo una descrizione della confusione, ma forse una guida implicita su come affrontarla:

    Riconoscere il caos (la distorsione della realtà, il tempo manipolato).
    Attraversarlo con consapevolezza (i movimenti audaci).
    Prendersi un respiro, un momento di pausa (il lento adagio).
    Trovare un senso attraverso l’arte, la musica, la bellezza (il superamento del cambio turno).
    Se il cambio turno è inevitabile, allora la scelta sta in come lo affrontiamo: con passività o con un’azione artistica e consapevole.

    #AlfonsoCataldi #ChatGpt #compositionKitchen #IntelligenzaArtificialeGenerativa #MarieLaureColasson #poesieKitchen #TizianaAntonilli

    In realtà una composizione kitchen ha due porte: una di entrata e una di uscita

    Il magistero della poesia di Francesco Paolo Intini rappresenta  una rivoluzione e una esplosione del linguaggio, indica che il soggetto è da sempre stravolto dalla machinerie del linguaggio, e dalla machinerie del montaggio ed è costretto a vagare di qui e di là, senza un fine, senza una finalità, ma dalla fatalità stessa del linguaggio, congegno peraltro magico per eccellenza. In realtà, una composizione kitchen ha due porte: una di entrata e una di uscita, non ha mai veramente fine, la fine è posta d’autorità dall’Autorità scrivente, ma ricomincia subito dopo in un’altra composizione. L’Autorità scrivente non ha altra autorità che quella di interrompere lo scorrere frastico delle parole.
    Il linguaggio si serve del parlante per mantenere in funzione la macchina del linguaggio.
    È la machinerie del linguaggio ciò che trascina il poeta kitchen nelle sue divagazioni condotte sul filo del piano metonimico mediante continui scarti dalla linea prestabilita dalla sintassi e mediante uno o più scarti dalla linea prestabilita del metro, che peraltro risulta assente nella poetry kitchen. Così, si ha una metricità anziché un metro, e una distassia anziché una sintassi, una dismetria anziché un metro che diventa a sua volta il metodo principe di composizione della poetry kitchen.

    Una volta Lacan si è chiesto: Che cos’è che muove la machinerie del linguaggio?, e si è dato una risposta: è la Cosa, Das Ding, ovvero, il desiderio della Cosa, di Das Ding. Ma allora, qual è la differenza tra la Cosa (Das Ding) e le cose?. Si tratta di una sostituzione. Sul piano linguistico abbiamo sempre a che fare con le cose concrete e reali (la Sache), mai con la Cosa, con Das Ding, che è una Cosa mentale.
    La differenza fra la Sache (la Cosa che sta nel linguaggio) e la Ding (la Cosa che che sta fuori dal linguaggio) dà luogo a una funzione produttiva, questa differenza installa nel linguaggio e nell’animale che parla, nella phonè, una tensione, una direzione di movimento, che può esplicarsi per via metonimica e per via di quella differenza originaria tra Sache e Ding, grazie alla quale soltanto v’è linguaggio. E ciò è ben esemplificato nella poesia di Francesco Paolo Intini e nella poesia kitchen in generale che procede per via metonimica e non programmatica, seguendo il principio della non programmazione del non programmatico.

    (Giorgio Linguaglossa)

    Per quanto riguarda queste composizioni, di Giorgio Linguaglossa e di Mimmo Pugliese, ci troviamo invece davanti ad un analogon di un “quartetto per archi ed elicotteri” di Stockausen. Il rumore dell’elicottero introduce nella composizione musicale delle discrasie, delle difformità dei suoni dei violini, stirati e allungati all’inverosimile; per così dirla parafrasando Stockhausen, nella poesia di Mimmo Pugliese non c’è frastuono interlinguistico (come invece avviene nella poesia di Intini); i singoli pezzi sono ipotonici, lessico ipotonico e dismetrico, privo di metrica, la sintassi è ottimale e ottimizzata versus il significato, solo che il significato ti sfugge tra le dita come sabbia, e alla fine ti accorgi che il significato a cui il lettore viene indirizzato è uno specchietto per le allodole, un riflesso, un effetto di linguaggio, che ci sono altri significati possibili e probabili, inintenzionali e imprevedibili e che il significato altro non è che una convenzione, ad excludendum piuttosto che ad inclusione. Che il significato è una illusione, una costruzione ideologica, una costrizione.

    (Marie Laure  Colasson)

    Mimmo Pugliese

    SETTEMBRE DEI RAGNI

    Ma dove dormono i ragni?
    non è stato un bel sabato

    Il glucosio si arrampica sui gioielli della corona
    incroci di starnuti polverizzano vagoni letto

    L’arrivo è da applausi
    hai dato l’acqua ai fiori?

    Lo zodiaco soffre di sonnambulismo
    i solstizi fotografano vichinghi

    Hanno mille anni i tuoi piedi
    chi ha sconvolto i papaveri?

    Gli scorpioni sono in deshabillè

    ieri il fondotinta zoppicava
    L’estate aveva le ginocchia sbucciate

    Socrate non risponde al telefono
    Polifemo alleva cani da slitta

    l’insalata di mare gioca a poker
    Rose ridono guardandosi allo specchio

    l’altra faccia della luna beve uno spritz
    Una nave contrae matrimonio

    in fondo alla città è sera

    Francesco Paolo Intini

    IL PREGIO DELLE SUPPOSTE SENZA EFFETTI COLLATERALI

    Ma sì, che vuoi che siano due sigari sui cieli di Mosca!
    Prendere e fumare, dicono, questo è il calumet di pace.

    E dunque!
    Tutti alle illustrazioni del signor Verchovenskij.
    Una locusta di tipo invasivo.

    Questio: come adattare Stavrogin a Paperino?

    Versa tritolo in una suppostiera
    Il mondo capirà perché non ci sono effetti collaterali.

    Il polo Nord dà un bacio in bocca a Breznev
    -Belli i tempi in cui si giocava col West
    spegnendo i vulcani di Reykjavik per accenderli sotto Allende.

    Il polo Sud spenna due pinguini e li arrostisce sul Plutonio!
    Per rabbia credo, non avendo Islande a disposizione
    Ma neanche un surrogato di Gano o di un cavallino a dondolo.

    Ecco Kirillov al prezzo di due senza un Dio di mezzo
    con solo una pallottola di senso nella beretta.

    Chiamatelo Totò vantandone il rigore logico!

    Perdinci dove trovare un muro come si deve?
    Qualcosa che assomigli a un Vopos
    Una versione precedente dell’AI.

    Buchi invece sovrastati da marabù
    Pronti a beccare la prima salma che emerge dai morti.

    1(sono stati omessi tre versi iniziali per ovvie ragioni)

    Tiziana Antonilli
    13 settembre 2024 alle 10:32

    DIS-PACE

    Le armi hanno allargato il fai da te
    delle piaghe ulcerate.

    Nel deserto i segnali stradali boicottano
    i parafulmini e la penicillina

    reclama la legittima difesa.
    La sabbia cura i grilletti facili

    ma complica il lavoro dei cimiteri
    sempre più in crisi abitativa.

    Un Nobel per la dis-pace non si nega a nessuno
    basta che i giovani imparino a disinnescare

    la finestra sul naso dei cecchini.

    Glossa

    Penso che la poesia DIS-PACE di Tiziana sia autentica poesia Kitchen. Ritengo il titolo davvero potente ad indicare la situazione attuale in cui a volere la pace sono solo le anime belle dei bambini e affini.

    Ciò che ne risulta è una situazione di stallo -una dis-pace appunto!- in cui non si trova alcuna soluzione al teorema invasoinvasore variamente coniugato e condito da sanzioni e schieramenti, offensive e controffensive, pronunciamenti di tribunali internazionali e violazioni sistematiche dei diritti elementari, stragi e controstragi senza fine e senza scopo se non quello di avvitare il mondo in un clima d’odio.

    Nel tema della pace i versi si intingono come in un piatto indigeribile l’uno dopo l’altro e si rincorrono in immagini sorprendenti,  per conficcarsi efficacemente nella mente del lettore e dare l’idea della confusione che regna in questo mondo sempre più a colabrodo.

    (Francesco Paolo Intini)

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2024/09/20/in-realta-una-composizione-kitchen-ha-due-porte-una-di-entrata-e-una-di-uscita-il-kitchen-rappresenta-una-rivoluzione-e-una-esplosione-del-linguaggio-indica-che-il-soggetto-e-da-sempre-stravo/

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    In realtà una composizione kitchen ha due porte: una di entrata e una di uscita, il kitchen rappresenta  una rivoluzione e una esplosione del linguaggio, indica che il soggetto è da sempre stravolto dalla machinerie del linguaggio e dalla machinerie del montaggio, Poesie di Francesco Paolo Intini, Mimmo Pugliese, Tiziana Antonilli, Glosse di Marie Laure Colasson e Giorgio Linguaglossa Quartetto per archi ed elicotteri di Karlheinz Stockhausen

    In realtà una composizione kitchen ha due porte: una di entrata e una di uscita Il magistero della poesia di Francesco Paolo Intini rappresenta  una rivoluzione e una esplosione del linguaggio, ind…

    L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale