LA NOTIZIA: La guerra a Gaza cambia armi, dalle bombe ai valichi
A Gaza la guerra continua come una pratica amministrativa. I bombardamenti hanno lasciato il posto a un altro ritmo: quello dei valichi che aprono e chiudono e dei camion che passano oppure restano in attesa. Nelle ultime ore il Programma alimentare mondiale ha parlato di una riattivazione graduale del valico di Kerem Shalom per gli aiuti diretti alla Striscia. Graduale è la parola che racconta meglio la situazione: la sopravvivenza dipende da decisioni logistiche prese fuori da Gaza, da autorizzazioni che arrivano o restano sospese, da corridoi che esistono soltanto sulla carta finché qualcuno non li rende praticabili.
Mentre la Striscia resta appesa a questo equilibrio fragile, in Israele si consuma uno scontro istituzionale che riguarda il controllo della polizia. La procuratrice generale Gali Baharav-Miara ha chiesto alla Corte suprema di valutare la rimozione del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, accusandolo di interferire con l’indipendenza delle forze dell’ordine. Ben-Gvir ha reagito accusandola di voler trasformare la polizia in una «Guardia rivoluzionaria sul modello iraniano». Il lessico è quello della guerra totale: chi prova a far valere regole viene dipinto come nemico interno.
Il conflitto arriva nel pieno della guerra regionale e rivela una frattura profonda nello Stato israeliano. Da una parte il governo rivendica il controllo politico degli apparati di sicurezza e pretende obbedienza. Dall’altra l’ufficio legale dello Stato parla di pressioni sulla catena di comando e di interferenze operative. È una lotta per il comando che si svolge lontano dal fronte, ma che decide anche come verranno gestite piazze, proteste, convogli, ordine pubblico.
Nel frattempo Gaza continua a vivere dentro una sospensione permanente. I tribunali discutono di poteri e competenze, i ministri rilanciano accuse. Nella Striscia la guerra si misura con un’altra unità: il numero di camion che riescono a passare ogni giorno dal cancello del valico, e con il tempo che serve a trasformare una promessa “graduale” in pane.
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The war in Gaza is changing weapons, from bombs to checkpoints.
In Gaza, the war continues as an administrative practice. Bombardments have given way to a new rhythm: that of checkpoints opening and closing and trucks passing or waiting. In recent hours, the World Food Programme has spoken of a gradual reactivation of the Kerem Shalom crossing for direct aid to the Strip. Gradual is the word that best describes the situation: survival depends on logistical decisions made outside Gaza, on authorizations that arrive or remain suspended, on corridors that exist only on paper until someone makes them viable.
While the Strip remains suspended in this fragile balance, a clash is unfolding in Israel over police control. Attorney General Gali Baharav-Miara has asked the Supreme Court to consider the removal of National Security Minister Itamar Ben-Gvir, accusing him of interfering with the independence of law enforcement. Ben-Gvir retaliated by accusing her of wanting to turn the police into a “Revolutionary Guard on the Iranian model.” The language is that of a total war: anyone trying to enforce rules is portrayed as an internal enemy.
The conflict arrives at the height of the regional war and reveals a deep fracture in the Israeli state. On one side, the government claims political control of security forces and demands obedience. On the other, the State Legal Advisor speaks of pressure on the chain of command and operational interference. It is a struggle for command that takes place far from the front lines, but that also determines how squares, protests, convoys, and public order will be managed.
Meanwhile, Gaza continues to live within a permanent suspension. Courts discuss powers and competencies, ministers trade accusations. In the Strip, the war is measured by another unit: the number of trucks that manage to pass through each day through the checkpoint, and the time it takes to transform a “gradual” promise into bread.
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