Scoperte a Nimega le più grandi terme romane dei Paesi Bassi

Straordinaria scoperta archeologica nei Paesi Bassi. A Nimega (Nijmegen), l’antica Ulpia Noviomagus, gli archeologi delle società di ricerca BAAC e RAAP hanno portato alla luce le più grandi terme romane mai rinvenute nel Paese.

Veduta dell’area di scavo (©Gemeente Nijmegen)

Gli scavi, avviati nel settembre 2025 nell’area del Waalfront, hanno consentito di riportare alla luce gran parte di un vasto impianto termale pubblico, oltre a diversi quartieri residenziali, strade, ricche dimore e persino una torre. Il sito si trova in una zona precedentemente occupata da diverse strutture industriali, ora destinata a un nuovo progetto urbanistico.

I restauratori al lavoro sui reperti (©Gemeente Nijmegen)

Un complesso termale monumentale

Le nuove indagini hanno permesso di identificare i diversi ambienti (calidarium, tepidarium e frigidarium, le vasche di acqua calda, tiepida e fredda) destinati alla balneazione. Il complesso termale vanta una superficie di almeno 4.900 metri quadrati, oltre il doppio rispetto alle terme pubbliche romane già note di Forum Hadriani (l’odierna Voorburg) e di Coriovallum (Heerlen). Le pareti delle vasche erano rivestite in marmo, mentre i pavimenti erano decorati con lastre di calcare bianco e nero. Gli ambienti erano inoltre impreziositi da intonaci dipinti e da elementi decorativi in pietra calcarea e arenaria.

Leggi anche: A Nimega torna alla luce una grande necropoli merovingia: 130 tombe con spettacolari corredi di armi, gioielli e monete | FOTO

https://storiearcheostorie.com/2025/09/28/necropoli-merovingia-nimega-130-tombe-corredi/

Il sistema di riscaldamento romano a ipocausto

Tra le scoperte più significative figurano le tracce del sistema di riscaldamento a ipocausto, la tecnologia utilizzata dai Romani per diffondere aria calda sotto i pavimenti. Sono stati rinvenuti ancora in situ i pilastrini in mattoni che sostenevano le pavimentazioni sopraelevate, permettendo il passaggio del calore al di sotto.

Gli archeologi hanno rinvenuto le tracce del sistema di risaldamento a ipocausto (©Gemeente Nijmegen)

Alcune delle murature si conservano ancora per circa due metri in alzato: sono tra le strutture romane meglio preservate mai rinvenute finora a Nimega; saranno inserite e rese visibili nel futuro progetto edilizio.

Gioielli, monete e un’immagine di Bacco

Dadi da gioco (©Gemeente Nijmegen)

Gli scavi hanno restituito anche un’elevata quantità di reperti, che testimoniano il livello di benessere raggiunto dagli abitanti della città tra il II e il III secolo d.C.

Aghi crinali in osso (©Gemeente Nijmegen)

Tra gli oggetti più interessanti spiccano gli aghi crinali (spilloni) per capelli in osso, alcuni dei quali decorati con protomi a forma di gatto: uno è rappresentato con un’espressione particolarmente aggressiva.

Vi sono poi anelli sigillo, gioielli con elementi in oro e diversi frammenti di statue in bronzo; notevole in particolare una piccola testa in bronzo raffigurante Bacco, il dio romano del vino, in origine appesa forse a un recipiente o a un elemento d’arredo.

La piccola testa bronzea di Bacco (©Gemeente Nijmegen)

La città prosperò fino al III secolo

Le tante monete rinvenute, comprese quelle dell’imperatore Postumo (260-269 d.C.), dimostrano che questa parte della città continuò a prosperare anche durante la crisi dell’Impero romano, iniziata nel III secolo.

Secondo gli studiosi, la scoperta conferma il ruolo di Ulpia Noviomagus come il più importante centro urbano romano dell’attuale territorio olandese.

Il passato entra nel futuro

L’impresa responsabile del progetto urbanistico che sorgerà nell’area ha garantito che le strutture manterranno un legame simbolico con l’antica città. Alcuni edifici richiameranno infatti le architetture romane con colonnati coperti, mentre la piazza centrale del nuovo quartiere sarà denominata Thermenplein, “Piazza delle Terme”, in omaggio proprio al monumentale complesso che per quasi due millenni è rimasto nascosto nel sottosuolo.

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  • 📄 Fonte: Comune di Nimega ✅
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Filippine, ritrovato il relitto di una “nave inferno” giapponese affondata nel 1944 con oltre mille prigionieri alleati

Una delle pagine più drammatiche e meno conosciute della Seconda guerra mondiale riemerge dalle profondità del mare delle Filippine. Un team internazionale guidato dall’esploratore e conduttore televisivo Josh Gates, in collaborazione con la Hellships Memorial Foundation, ha identificato il relitto dell’Hōfuku Maru, nave da trasporto giapponese utilizzata per trasferire prigionieri di guerra alleati e affondata nel 1944.

La scoperta è avvenuta al largo della provincia di Zambales, nell’isola di Luzon, a circa 50 metri di profondità. Il relitto è uno dei più grandi “cimiteri marittimi” di guerra la cui esatta ubicazione era, fino ad oggi, ancora ignota.

Le “Hellships”, le navi inferno del Pacifico

Durante il conflitto, il Giappone imperiale requisì oltre 130 navi mercantili e passeggeri per trasportare prigionieri di guerra tra campi di lavoro e territori occupati nel Sud-est asiatico. I militari alleati le soprannominarono “Hellships”, navi inferno, per le condizioni estreme a cui erano sottoposti i detenuti.

Il mercantile Hōfuku Maru, convertito in “nave inferno” dalla Marina giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale e affondato con oltre 1200 prigionieri di guerra alleati a bordo. Foto: Archivio Federale Tedesco

Si stima che oltre 125.000 prigionieri alleati siano stati trasportati su queste imbarcazioni e che circa 20.000 siano morti durante i trasferimenti. Molte di esse vennero inoltre affondate dagli stessi Alleati, ignari della presenza di prigionieri a bordo:  “Le navi erano infatti dipinte in modo da sembrare navi militari e si trovavano all’interno dei convogli giapponesi, quindi gli Alleati le consideravano legittimi obiettivi militari”, ha spiegato Josh Gates.

Fotogrammetria del relitto recentemente identificato come Hōfuku Maru. Foto: Evan Kovacs, Marine Imaging Technologies, LLC

L’affondamento dell’Hōfuku Maru

Il 21 settembre 1944 l’Hōfuku Maru fu colpita da un siluro alleato mentre navigava all’interno di un convoglio militare. La nave si spezzò in due e affondò in meno di tre minuti.

Targa commemorativa dedicata ai prigionieri di guerra morti a bordo della Hōfuku Maru. Subic Bay, Filippine. Foto: Expedition Unknown di Discovery

Nei suoi stive erano rinchiusi centinaia di prigionieri britannici e olandesi. Le vittime furono probabilmente un migliaio, una delle più gravi tragedie militari sullo scenario bellico del Pacifico.

Per più di ottant’anni la posizione esatta del relitto è rimasta un mistero. A risolverlo sono state le nuove ricerche condotte negli archivi militari statunitensi e giapponesi, che hanno spostato di oltre 50 chilometri l’area dove si riteneva che la nave si fosse inabissata.

La conferma grazie ai sonar e alle immersioni

Fotogrammetria del relitto recentemente identificato come Hōfuku Maru. Foto: Evan Kovacs, Marine Imaging Technologies, LLC

I primi indizi sono giunti grazie ai sonar, per mezzo dei quali la spedizione ha potuto individuare la presenza sul fondale di un relitto fino a quel momento non ancora mappato. La conferma è arrivata dalle immersioni e dai rilievi fotogrammetrici, che hanno consentito di confrontare la struttura della nave con quello documentato nei progetti di costruzione originali.

Le dimensioni dello scafo e la disposizione degli alberi e delle stive coincidevano; inoltre, il relitto appariva diviso in due sezioni. Erano le prove che servivano per l’identificazione. Durante le esplorazioni sono stati avvistati anche resti umani.

La memoria ritrovata

L’esploratore Josh Gates e il subacqueo Evan Kovacs sopra il relitto della Hōfuku Maru. Foto: Expedition Unknown di Discovery

Secondo gli studiosi coinvolti nel progetto, la scoperta offre finalmente una risposta alle famiglie dei prigionieri scomparsi e contribuisce a riportare all’attenzione una delle tragedie meno conosciute del secondo conflitto mondiale.

La vicenda dell’Hōfuku Maru sarà al centro della nuova stagione del programma televisivo Expedition Unknown, in onda su Discovery Channel, che documenta le ricerche e le operazioni subacquee che hanno portato al ritrovamento della nave.

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  • 📄 Fonte: Warner Bros Discovery ✅

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Lampedusa, il mare restituisce decine di anfore e reperti archeologici di età repubblicana e tardoantica | IL VIDEO

I fondali di Lampedusa continuano a rivelare importanti testimonianze del passato. Nell’ambito delle attività di tutela del patrimonio culturale sommerso, la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, insieme ai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Palermo, al Nucleo Carabinieri Subacquei di Messina e alla motovedetta dei Carabinieri di Lampedusa, ha condotto una significativa operazione di ricognizione e recupero archeologico.

© Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana

Le attività si sono concentrate in due diverse aree dell’isola e hanno portato al recupero di reperti databili tra la tarda età repubblicana romana e il periodo tardoantico. I materiali, trovandosi a bassa profondità e in parte dissabbiati, risultavano particolarmente esposti al rischio di essere depredati.

Guarda il 📽️video: Lampedusa, il mare restituisce decine di anfore e reperti di età romana

https://youtu.be/kwSKBKcYqzU

Anfore e reperti recuperati a Cala Guitgia

Nel tratto di mare antistante Cala Guitgia, tra i 100 e i 200 metri dalla costa e a profondità comprese tra 3 e 6 metri, sono stati recuperati 44 reperti archeologici. Tra questi figurano due anfore da trasporto parzialmente conservate, numerosi frammenti di colli, anse e puntali di anfore, oltre a un manufatto in piombo probabilmente utilizzato come peso da rete o collegato alle operazioni di recupero delle ancore.

© Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana

Ritrovamenti anche al Molo della Madonnina

Ulteriori rinvenimenti sono avvenuti nei pressi del Molo della Madonnina, dove gli archeologi hanno recuperato altri otto reperti a profondità comprese tra 8 e 10 metri. Il gruppo comprende tre anfore frammentarie, una contromarra in piombo, un puntale di anfora da trasporto e diversi materiali ceramici.

Possibili relitti sotto la sabbia

Durante le operazioni, gli specialisti hanno inoltre individuato anomalie sotto lo strato sabbioso che potrebbero appartenere a strutture di relitti sommersi. Le evidenze saranno oggetto di future indagini per verificarne la natura e il valore archeologico.

© Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana© Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana© Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana

L’assessore regionale ai Beni culturali Francesco Paolo Scarpinato ha sottolineato come l’intervento dimostri l’importanza della collaborazione tra istituzioni nella salvaguardia del patrimonio culturale subacqueo, permettendo di preservare e valorizzare testimonianze storiche che il mare custodisce da secoli.

© Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana

I reperti sono stati affidati agli organi competenti per le operazioni di studio, catalogazione e conservazione, in vista di una futura valorizzazione scientifica e pubblica.

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  • 📄 Fonte: Regione Siciliana ✅
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Villa Sora rivela nuovi tesori: dalla residenza sul mare sepolta dal Vesuvio spunta… un ittiocentauro alato

Dopo più di tre decenni di inattività archeologica, Villa Sora, una delle più prestigiose residenze d’otium dell’antica costa vesuviana, torna a raccontare la propria storia grazie alla campagna di scavo 2025-2026 promossa dal Parco Archeologico di Ercolano.

I risultati delle indagini sono stati presentati nei giorni scorsi a Palazzo Vallelonga, a Torre del Greco, nell’ambito delle Giornate Europee dell’Archeologia 2026. Lo scavo rappresenta il primo intervento sistematico sul sito dagli anni Ottanta e Novanta ed è stato reso possibile grazie a un finanziamento ministeriale di 150 mila euro, integrato dal sostegno del Packard Humanities Institute e del Comune di Torre del Greco.

©Parco Archeologico Ercolano / MiC

Costruita intorno alla metà del I secolo a.C., Villa Sora si sviluppava lungo il Golfo di Napoli con un articolato sistema di terrazze affacciate sul mare e un’estensione stimata di circa 150 metri lungo la costa. Una residenza esclusiva, destinata probabilmente a membri dell’élite senatoriale e imperiale.

Un ambiente piccolo ma straordinariamente ricco

Le nuove ricerche si sono concentrate sull’ambiente 22, uno spazio di appena dieci metri quadrati che ha restituito risultati sorprendenti.

L’analisi stratigrafica ha permesso di ricostruire con precisione le fasi della distruzione provocata dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Le colate piroclastiche investirono la struttura causando il crollo delle coperture, dei soffitti e successivamente delle pareti.

Proprio sotto questi crolli si sono conservati centinaia di frammenti decorativi che oggi consentono agli archeologi di ricostruire uno dei programmi pittorici più raffinati finora documentati nella villa.

Leggi anche: Villa Sora nuovi scavi riportano alla luce un bellissimo ambiente decorato (e un cantiere fermo al 79 d.C.) | LE FOTO

https://storiearcheostorie.com/2026/02/05/villa-sora-scavi-torre-del-greco-cantiere-79-dc/

Affreschi di lusso tra aironi, grifi e colori preziosi

I frammenti recuperati mostrano un apparato decorativo di altissimo livello, databile intorno alla metà del I secolo d.C.

©Parco Archeologico Ercolano / MiC

Le pareti erano caratterizzate da eleganti sfondi neri scanditi da fasce in cinabro, uno dei pigmenti più costosi dell’antichità. Su questi pannelli si sviluppavano raffinati candelabri dorati animati da aironi resi con grande naturalismo.

©Parco Archeologico Ercolano / MiC

Anche il soffitto era riccamente decorato: ghirlande, fregi ornamentali, creature fantastiche e figure mitologiche si alternavano in una composizione complessa e scenografica. Tra i soggetti identificati compaiono anche magnifici grifi, simboli frequentemente associati al mondo divino e alla protezione degli spazi prestigiosi.

Airone (da Villa Sora, foto Mic)

L’eccezionale scoperta dell’ittiocentauro alato

Il ritrovamento più spettacolare della campagna riguarda però la ricomposizione di una figura mitologica estremamente rara: un ittiocentauro alato.

Frammento di affresco con grifi (da Villa Sora, foto Mic)

Questa creatura fantastica, metà uomo e metà essere marino, è nota nell’arte romana ma compare raramente come soggetto principale. A Villa Sora, invece, l’ittiocentauro occupava una posizione di primo piano all’interno della decorazione del soffitto.

Gli studiosi sottolineano l’eccezionale qualità dell’esecuzione: la figura presenta accurati effetti di chiaroscuro, lumeggiature e una resa plastica particolarmente dinamica. Non si tratta di un semplice elemento ornamentale, ma di un soggetto protagonista del programma figurativo, pensato per stupire gli ospiti della residenza.

©Parco Archeologico Ercolano / MiC

La scoperta offre nuove informazioni sul gusto artistico delle élite campane e sulla creatività delle botteghe pittoriche attive nell’area vesuviana poco prima dell’eruzione.

Capitelli in marmo e preziose cistae plumbee

Lo scavo ha restituito anche una serie di reperti che testimoniano il lusso della villa. Tra questi figurano tre cistae plumbee, contenitori in piombo finemente decorati e probabilmente prodotti dalla stessa officina artigianale. Si tratta di oggetti rari e di pregio che contribuiscono a delineare il livello sociale dei proprietari.

Cista in piombo (da Villa Sora, foto Mic)

Particolarmente importante è inoltre il rinvenimento di un capitello corinzieggiante in marmo bianco, conservato in condizioni eccezionali. L’elemento presenta motivi liriformi e una lavorazione eseguita interamente a scalpello, riconducibile ai modelli artistici dell’età augustea.

Capitello ionico da Villa Sora (foto MiC)

Accanto al capitello sono emersi altri frammenti architettonici marmorei di alta qualità.

La villa era ancora in ristrutturazione nel 79 d.C.

Uno degli aspetti più interessanti emersi dalle indagini riguarda il contesto di rinvenimento di questi elementi architettonici.

Secondo gli archeologi, la concentrazione di capitelli, marmi e materiali decorativi non sarebbe casuale. Tutto lascia pensare che si trattasse di componenti accuratamente accantonati in vista di lavori edilizi in corso.

In altre parole, Villa Sora era ancora interessata da un importante cantiere di rinnovamento quando il Vesuvio eruttò nel 79 d.C.

La catastrofe interruppe improvvisamente interventi di ristrutturazione che avrebbero probabilmente aggiornato l’aspetto della residenza secondo i gusti più moderni dell’epoca.

Nuove prospettive di ricerca

I risultati della campagna confermano il ruolo di Villa Sora tra le più lussuose residenze costiere dell’area vesuviana.

Le attività di studio proseguiranno nei prossimi mesi con la ricomposizione dei frammenti affrescati e con l’analisi dettagliata del programma iconografico del soffitto. Le future campagne di scavo mireranno inoltre ad ampliare le aree investigate e a sviluppare nuovi percorsi di visita per il pubblico.

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  • 📄 Fonte: Parco Archeologico Ercolano ✅
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Il viaggio della Pietra dell’Altare di Stonehenge trasportata da umani per 700 km dalla Scozia: lo studio

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Altro che Sangiovese: duemila anni fa nel Chianti si coltivava… uva bianca

Inaspettata scoperta… enologica nel Chianti. Analizzando il DNA degli antichi vinaccioli recuperati a Cetamura del Chianti (Siena), un team internazionale di ricercatori ha ricostruito una delle più complete storie genetiche della vite antica mai ottenute in un singolo sito archeologico. Con una sorpresa: l’uva coltivata era bianca. Un dato inatteso per una regione oggi conosciuta in tutto il mondo soprattutto per i suoi eccellenti e corposi vini rossi a base di Sangiovese.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Journal of Archaeological Science, dimostra infatti che le vigne coltivate tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C. erano parte integrante della complessa rete agricola dell’Impero romano e che alcune delle varietà allora coltivate hanno lasciato tracce ancora riconoscibili nelle viti di oggi.

Lo scavo della Florida State University

Il ritrovamento proviene da una serie di pozzi profondi presenti nell’insediamento di Cetamura del Chianti, nel territorio del Comune di Gaiole in Chianti (provincia di Siena) e abitato prima dagli Etruschi e poi dai Romani. I resti archeologici furono originariamente scoperti nel 1964 da Alvaro Tracchi, un archeologo dilettante della vicina San Giovanni Valdarno. Dal 1973 gli scavi sistematici furono affidati alla Florida State University (FSU), che ogni anno organizza a Cetamura il campo archeologico “Archaeology in Tuscany”, sotto la direzione di Nancy de Grummond. Tutte le novità sullo scavo sono pubblicate su questo sito.

Duemila anni di storia conservati nei pozzi

Ma come si è arrivati alla scoperta? Per secoli gli abitanti di Cetamura hanno gettato nei pozzi resti vegetali, tra i quali una gran quantità di semi d’uva. L’ambiente umido e privo di ossigeno creatosi sul fondo ha garantito la conservazione eccezionale dei reperti organici, permettendo oggi di recuperarne il patrimonio genetico.

“Abbiamo sequenziato il DNA di 80 vinaccioli antichi e scoperto una straordinaria continuità. La grande maggioranza dei semi analizzati apparteneva a un’unica varietà identica, trasmessa direttamente dagli Etruschi ai Romani e mantenuta per secoli”, spiega Oya Inanli, che ha completato il lavoro nell’ambito del suo dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Archeologia dell’Università di York.

 Immagini rappresentative di semi di Cetamura  [dallo studio citato]

La vite dominante era la stessa da secoli

L’analisi genetica ha mostrato che la maggior parte dei semi apparteneva a una singola varietà coltivata ininterrottamente per centinaia di anni. Questa specie di vite sarebbe stata tramandata dagli Etruschi ai Romani per propagazione, mantenendo sostanzialmente inalterato il proprio patrimonio genetico nel corso del tempo. Ancora più sorprendente è stata la scoperta del colore dei grappoli.

Una sorpresa: nel Chianti antico dominava… l’uva bianca

Grazie all’identificazione di specifici marcatori genetici, gli studiosi hanno stabilito che la varietà dominante produceva uve bianche. La scoperta suggerisce che il paesaggio vitivinicolo del Chianti antico fosse molto diverso da quello attuale e che per secoli la produzione locale fosse incentrata su varietà oggi quasi scomparse.

L’arrivo di nuove varietà con Roma

Lo studio ha inoltre evidenziato un cambiamento significativo dopo l’integrazione dell’area nel sistema romano. Nei livelli più recenti del sito compaiono infatti nuove varietà di vite, probabilmente introdotte attraverso le reti commerciali e agricole dell’Impero. Gli archeologi ritengono che si trattasse di cultivar selezionate e diffuse intenzionalmente per migliorare e standardizzare la produzione vinicola.

L’analisi morfologica dei semi ha inoltre fornito alcuni indizi sulla possibile raccolta occasionale di uve selvatiche, segno che accanto alla viticoltura organizzata continuavano a essere sfruttate le risorse spontanee del territorio.

Gli abitanti del luogo gettavano i semi d’uva in pozzi profondi (Courtesy Florida State University).

Una rete agricola che collegava il Mediterraneo

I risultati hanno rivelato collegamenti genetici sorprendenti. La principale varietà coltivata a Cetamura mostra infatti una stretta parentela con due antichi vinaccioli già studiati nella Francia meridionale. Un’affinità che costituisce l’ennesima prova, stavolta biologica, dell’esistenza di una vasta rete agricola e commerciale che collegava le diverse province dell’Impero romano.

Viaggiando, le varietà di vite portavano con sé anche un patrimonio di conoscenze agronomiche e di tecniche di coltivazione, che venivano condivise su ampia scala.

Dalla Roma antica alla vite più vecchia del mondo

Tra i reperti analizzati emerge anche un altro vinacciolo particolarmente interessante, il cui profilo genetico appartiene a una famiglia di vitigni ancora oggi diffusa nell’Europa centrale e orientale.

La sua “parente” moderna più vicina sarebbe la (rara) varietà ungherese Baratcsuha szürke; tuttavia la scoperta stabilisce anche un legame diretto tra la vite di Cetamura del Chianti con quella, celebre, di Maribor, in Slovenia, con oltre quattro secoli di vita considerata la più antica vite produttiva del mondo.

Immagine in apertura: Wolfgang Weiser@Pexels (https://www.pexels.com/it-IT/license/)

📘 Fonte scientifica (primaria)

  • 📄 Oya Inanli, Laurent Bouby, Vincent Bonhomme, Nancy de Grummond, Lara González Carretero, Roberto Bacilieri, Hannes Schroeder, Jazmín Ramos-Madrigal, Nathan Wales, Grapevine cultivation at Cetamura del Chianti: multiproxy evidence for centuries of continuity from the Etruscans to the Romans
  • 📚Journal of Archaeological Science, 2026, 106605, ISSN 0305-4403,
  • https://doi.org/10.1016/j.jas.2026.106605

📘 Notizia verificata

  • 📄 Fonte: University of York ✅
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Cervelli rimossi e ossa trasformate in strumenti: il misterioso rituale funerario dell’Età del Ferro scoperto in Scozia

Le comunità britanniche dell’Età del Ferro potrebbero aver compiuto rituali funerari molto più complessi di quanto immaginato finora. A suggerirlo è una nuova ricerca condotta sui resti, eccezionalmente ben conservati, di due individui rinvenuti a Loch Borralie, nel Sutherland, nell’estremo nord-occidentale della Scozia.

Le ossa manipolate e affilate post mortem: erano state usate come strumenti o utensili prima della sepoltura? Foto: (C) University of York

La scoperta riguarda una donna adulta e un ragazzo, sepolti insieme all’interno di un piccolo tumulo in pietra. Identificare le pratiche funerarie nella Britannia dell’Età del Ferro (circa 800 a.C. – 43 d.C.) è notoriamente difficile perché i resti umani raramente si conservano. In questo caso, però, le particolari condizioni ambientali della Scozia nord-occidentale hanno favorito la conservazione delle ossa, consentendo agli scienziati di studiare, come in questo caso, reperti preistorici.

I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica internazionale Antiquity.

Un rituale mai osservato prima

L’analisi osteologica dei resti ha portato alla luce un elemento sorprendente. Gli studiosi hanno individuato una serie di incisioni all’interno del cranio della donna compatibili con la rimozione intenzionale del cervello dopo la morte.

Rappresentazione schematica degli elementi ossei superstiti dell’individuo 1. Crediti: Castells Navarro et al., Antiquity (2026)

Secondo Laura Castells Navarro, archeologa dell’Università di York e autrice dello studio, non esistono al momento confronti noti per quanto riguarda una simile pratica nella Britannia dell’Età del Ferro.

Gli esperti ritengono tuttavia che questo intervento post mortem possa inserirsi in un quadro più ampio, che comprendeva l’attenzione e la cura riservata ai defunti, attestato in altre comunità britanniche dello stesso periodo.

Ossa modellate e forse riutilizzate

Le sorprese non finiscono qui. Diverse ossa, tra cui omeri, ulne e femori, erano state deliberatamente modificate: le estremità erano state accuratamente assottigliate fino a formare punte affilate. Potrebbero essere state riutilizzate come strumenti o utensili prima della definitiva sepoltura?

Lesioni perimortem osservate nell’individuo 1: a) vista endocranica (cioè interna) del frammento della base cranica formato dalla frattura delle porzioni laterale e basilare dell’occipitale e del corpo e della piccola ala sinistra dello sfenoide dal resto del cranio (lo schema mostra la posizione del frammento all’interno del cranio); b) fratture perimortem bilaterali e quasi simmetriche alla base delle spine scapolari sinistra (immagine a sinistra) e destra (immagine a destra). Crediti: fotografie di Rebecca Ellis-Haken; Castells Navarro et al., Antiquity (2026)

Una cosa è certa: gli archeologi sottolineano come i resti della donna siano stati ricomposti con grande attenzione al momento dell’inumazione, forse perché godeva di uno status particolare o era considerata un membro di spicco all’interno della comunità.

DNA e isotopi raccontano una storia di mobilità

Per ricostruire l’identità dei due individui, i ricercatori hanno utilizzato contemporaneamente diverse metodologie scientifiche: analisi osteologiche, studi isotopici e sequenziamento del DNA antico.

Prove di manipolazione post mortem sulle ossa, tra cui incisioni all’interno del cranio e affilatura di ossa lunghe in punte. Crediti: fotografie di Rebecca Ellis-Haken; Castells Navarro et al., Antiquity (2026)

I risultati hanno rivelato che la donna e il giovane erano strettamente imparentati, probabilmente cugini di secondo grado per linea materna.

Le analisi isotopiche hanno inoltre mostrato che entrambi erano cresciuti circa 80 chilometri a sud-est rispetto al luogo della loro sepoltura.

Una rete di contatti lungo le coste della Scozia

L’analisi genetica ha restituito un quadro ancora più interessante. I due individui presentano collegamenti con individui originari delle Isole Orcadi e della regione di Applecross, il che fa supporre l’esistenza di una rete di contatti vasta, che attraversava ampi tratti di mare.

Secondo gli studiosi, questi dati dimostrano che le comunità costiere della Scozia preistorica erano molto più mobili e interconnesse di quanto si ritenesse fino a oggi.

Gli spostamenti via mare avrebbero favorito non solo gli scambi tra gruppi umani, ma anche la diffusione di tradizioni culturali e pratiche rituali condivise.

Un nuovo sguardo sulla morte nell’Età del Ferro

La scoperta aggiunge un tassello importante alla comprensione delle società britanniche della Preistoria. I risultati suggeriscono che i defunti continuassero a svolgere un ruolo significativo nella memoria collettiva delle comunità, mantenendo un legame simbolico con i vivi anche molto tempo dopo la loro dipartita e conseguente sepoltura.

Le strane manipolazioni riscontrate sui resti di Loch Borralie indicano infatti che il trattamento dei defunti era parte di un complesso sistema di credenze e relazioni sociali che si trasmetteva per generazioni, coinvolgendo territori anche distanti fra loro.

La ricerca fa parte del progetto COMMIOS , guidato dal professor Ian Armit e finanziato da un ERC Advanced Grant, che mira a combinare DNA antico, analisi isotopica, osteoarcheologia e archeologia funeraria per studiare la diversità, la mobilità e le dinamiche sociali nelle comunità dell’età del ferro in Gran Bretagna nel più ampio contesto europeo. 

📘 Fonte scientifica

  • 📄 Castells Navarro, L., Metz, S., Bleasdale, M., Evans, J., Legge, M., Büster et al., Reconnecting the dead in Iron Age Britain: funerary processing and long-distance connectivity at Loch Borralie, Scotland.
  • 📚 Antiquity (peer-reviewed) 1–19 (2026)
  • 🔗 doi:10.15184/aqy.2026.10353

    📘 Notizia verificata

    • 📄 Fonte: University of York ✅
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