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La forte personalità di Nisticò garantì a «L’Ora» un’apprezzabile libertà rispetto alle scelte editoriali e alla selezione del personale

La storia de «L’Ora» non si concluse con la partenza di Nisticò, il quale peraltro nel ’79 venne eletto presidente della cooperativa di giornalisti subentrata al Pci come proprietaria della testata. In sede conclusiva sembra opportuno dare conto per sommi capi di ciò che accadde negli anni successivi (che nondimeno meriterebbero un approfondimento specifico). Etrio Fidora successe a Nisticò come direttore alla fine del ‘75, accompagnando la fallimentare esperienza di una edizione del mattino (resa necessaria dalla crisi generale della stampa pomeridiana). Iniziò allora l’epoca del declino, con il Pci sempre meno disposto a fornire finanziamenti e l’allontanamento di molti professionisti storici dal giornale. Alla guida de «L’Ora» seguirono Alfonso Madeo (1978-79), Nino Cattedra (1978-84), Bruno Carbone (1984-89), ultimo direttore designato dalla cooperativa presieduta da Nisticò. Avvenne quindi che la gestione editoriale passasse alla Nuova editrice meridionale, che si procedesse alla ristrutturazione della sede, con l’acquisto di nuovi macchinari, e che il Pci rivendicasse il controllo della testata. La direzione toccò a un certo punto ad Alfonso Calasciura, ma intanto le tensioni interne al partito iniziarono a riflettersi pesantemente sulla redazione, provocando smottamenti e contrasti. Un ultimo tentativo di portare il giornale agli antichi fasti si ebbe nel 1991, con la direzione di Vincenzo Vasile, già “biondino” a «L’Ora» nei primi anni Settanta e in seguito giornalista de «L’Unità», e la vicedirezione di Franco Nicastro. Con al timone due esponenti della scuola di Nisticò il quotidiano sembrò riprendersi, raddoppiando la tiratura, rilanciando la sua storica vocazione al giornalismo d’inchiesta e alle campagne corrosive, quando venne chiuso definitivamente l’8 maggio 1992, a due settimane dall’eccidio di Capaci. Fu così che l’antico quotidiano dei Florio terminò per sempre la sua lunga e complessa esistenza <625.
Giornalismo politico, giornalismo civile
Nell’autunno del 2019 – come accennato all’inizio di questo lavoro – gli ex giornalisti de «L’Ora» hanno celebrato con alcune iniziative (tutte patrocinate dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando) il decennale dalla morte di Vittorio Nisticò (come anche il centenario dalla nascita), mostrando così riconoscenza verso l’antico direttore e maestro, nonché un forte senso di appartenenza alla comunità intellettuale in cui professionalmente e politicamente si formarono: una comunità – si direbbe dalla pagina Facebook creata per l’occasione – ancora viva e combattiva <626. È interessante notare come nei loro racconti, apparsi sul web e in un volume di recente pubblicazione <627, definiscano la storica battaglia del giornale contro la mafia – il tratto più caratteristico de «L’Ora» di Nisticò e che in questo lavoro si è tentato di ricostruire – come una battaglia insieme civile e politica, con una qualche prevalenza del primo termine sul secondo: un po’ all’opposto di quanto avveniva in passato, quando l’enfasi “civile” si affacciava per lo più in occasione di eventi drammatici (come l’eccidio di Ciaculli o l’assassinio di Scaglione) mentre predominante era la dimensione politica dello scontro in corso. D’altro canto, “Romanzo civile” s’intitola il pregevole libro postumo di Giuliana Saladino, firma tra le più autorevoli e rappresentative del giornale palermitano. L’opera ripercorre con intelligenza e disincanto la vicenda storica della sinistra siciliana, partendo dall’epopea contadina per arrivare all’inizio degli anni Ottanta, restituendo passioni, aspettative e angosce di una generazione di militanti <628. L’impressione è che lo slittamento di prospettiva – e di lessico – risalga proprio al periodo in cui la giornalista scrisse il romanzo, il 1983, quando l’offensiva della mafia contro lo Stato e il sistema politico assunse proporzioni senza precedenti. Tra il 1979 e il 1983 furono infatti assassinati uno dopo l’altro il vicequestore Boris Giuliano (1979), il magistrato Cesare Terranova (1979), il presidente della Regione Piersanti Mattarella (1980), il capitano dei carabinieri Emanuele Basile (1980), il procuratore Gaetano Costa (1980), il segretario del Pci Pio La Torre (1982), il generale Carlo Alberto dalla Chiesa (1982), il giudice Rocco Chinnici (1983). Così la Saladino commentò la tragica sequenza di eventi di quegli anni: “Capisco. Nel 1983 capisco che non esiste città o cittadina o villaggio d’Europa che possa vantare – senza golpe, senza eserciti in armi, né assedio e irruzione entro le mura – l’intero establishment
politico burocratico militarpoliziesco massacrato: capo della procura, vicequestore, capo dell’opposizione, capo della regione, medico legale, generale prefetto. In quest’era nostra forse è accaduto – ma non è detto – in qualche villaggio georgiano sotto Stalin, forse accade – non sappiamo con precisione – in qualche Macondo dell’America centrale o meridionale, forse, supponiamo, in qualche insediamento del centro dell’Africa. In Europa, nazismo eccettuato, non accade, credo, da oltre due secoli”. <629 L’escalation diede luogo a una prima, grande mobilitazione civile, segnata da iniziative di piazza, dal decisivo contributo dell’associazionismo e del mondo della scuola, dunque non riconducibile come in passato (si pensi alle lotte contadine) a uno specifico fronte politico <630. Accadde insomma che l’istanza antimafia diventasse – da tema tipico delle sinistre e segnatamente del Pci – risorsa “diffusa”, con qualche cedimento all’antipolitica motivato dal progressivo discredito dei partiti, per tornare a giocare un ruolo “politico” soprattutto nella fase di transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica <631; che la “società civile” venisse assunta a serbatoio sano di una politica inesorabilmente corrotta. Non sorprende allora che alcuni giornalisti formatisi con Nisticò tendano a rileggere quel loro passato (e la stessa esperienza degli “anni ruggenti”) alla luce degli eventi e della sensibilità successivi <632. La battaglia storica de «L’Ora», in realtà, si svolse in assenza dell’opposizione politico/civile, anche perché i protagonisti della stagione di Nisticò credevano che gli obiettivi di qualunque battaglia civile fossero raggiungibili soltanto attraverso la lotta politica. Come ha scritto Vincenzo Vasile: “Fatto sta che «L’Ora» di Nisticò è frutto e insieme simbolo di un periodo abbastanza lungo, ma circoscritto e ormai chiuso, che in Sicilia vede l’identificazione quasi piena del movimento antimafia con il movimento contadino e popolare che fa capo al Pci e alla sinistra […] Superata la metà degli anni Settanta, e soprattutto dopo la campagna di delitti politici e le stragi, il movimento antimafia risorgerà e crescerà invece – come si dice – dal basso, segnato da sempre minori caratterizzazioni politiche, partitiche, o addirittura ideologiche. L’Ora di Nisticò invece è antimafiosa, perché in quegli anni eroici è di sinistra apertamente e dichiaratamente, e l’antimafia è di sinistra <633.
Un’esperienza peculiare
Si può a questo punto delineare un sintetico prospetto delle peculiarità de «L’Ora» sotto la direzione di Vittorio Nisticò, con particolare riferimento al ruolo da esso giocato nell’approntamento di conoscenze sul fenomeno mafioso e nella formazione di una moderna coscienza antimafia: si intende così dare conto della funzione storica svolta dal giornale nel campo della questione mafiosa.
Continuità della linea politica. Il giornale si mosse lungo tutto il ventennio di Nisticò secondo le direttive del Pci siciliano, aventi come obiettivi fondamentali la rottura dell’isolamento e l’interlocuzione con le forze politiche, sociali e culturali tese al progresso democratico ed economico della Sicilia. In ciò consisté il sicilianismo della testata, il quale andò collocandosi in perfetta continuità con la formulazione datane da Togliatti nel secondo dopoguerra e che, mutatis mutandis, rimase pressoché identico sia al tempo del milazzismo – non a caso convintamente sostenuto dal quotidiano – sia negli anni Settanta, all’epoca del “patto autonomistico” con la Dc e delle larghe intese. Nelle
pagine precedenti si è tentato di registrare le contraddizioni cui tale politica espose i comunisti e (in via indiretta) anche il giornale: in entrambe le stagioni storiche citate, infatti, la retorica sicilianista fece sì che l’autonomismo diventasse sinonimo di progressismo e che il Pci abbassasse la propria capacità di contrasto delle degenerazioni politiche regionali.
Autonomia editoriale. La forte personalità di Nisticò garantì a «L’Ora» un’apprezzabile libertà rispetto alle scelte editoriali e alla selezione del personale. Ciò permise al giornalista calabrese di radunare un collettivo di giornalisti-intellettuali di estrazione composita: in esso prevalsero, com’era naturale che fosse, le figure politicamente riconducibili al Blocco del popolo (Pci e Psi) e alle lotte contadine del dopoguerra (il mito fondativo della sinistra siciliana e anche de «L’Ora»), esperienza che assicurò al quotidiano uno staff dirigente di eccezionale livello culturale. Aspetto costitutivo del giornalismo de «L’Ora», però, fu anche l’apertura verso aree politiche diverse, tanto che al suo interno poterono trovarsi comunisti, socialisti, democristiani e persino ex fascisti come De Mauro. Lo stesso criterio di selezione venne adottato sul fronte dei collaboratori esterni, dove spiccarono giornalisti e uomini di cultura non inquadrabili in alcun partito (si pensi a Sciascia, a Dolci, a Chilanti e in parte a Pantaleone). Dal punto di vista della conoscenza della mafia, la predilezione di Nisticò per i professionisti irregolari ebbe un effetto positivo, in quanto dal loro posizionamento politico dipesero (spesso fortemente) le rispettive interpretazioni della realtà mafiosa. L’eterogeneità delle prospettive d’osservazione, insomma, fece in modo che l’ottica del giornale non si appiattisse su quella del suo editore.
Giornalismo investigativo. Altro aspetto peculiare del giornale palermitano fu quello di essere particolarmente votato alle indagini sul campo, alle inchieste, condotte attraverso complessi (e talora rischiosi) sistemi di ricognizione delle notizie. In un contesto caratterizzato da gravi e organici rapporti della mafia con le istituzioni pubbliche e con alcuni partiti (a cominciare dalla Democrazia cristiana), nonché dalla tolleranza delle agenzie di contrasto, la denuncia della mafia e delle complicità politiche restò a lungo appannaggio delle sinistre e in particolare del Pci. Merito de «L’Ora» fu dunque quello di innescare un potente flusso di contro-opinione (o contro-informazione), teso a sgomberare il terreno dalla convinzione – fatta propria da numerosi esponenti dei partiti di governo, da avvocati e intellettuali – che la mafia non esistesse o che corrispondesse a un comportamento, a un modo di regolare le relazioni sociali tipico dei siciliani e non a un’organizzazione formalizzata, gerarchicamente articolata in Famiglie e regolata al suo interno da codici normativi e meccanismi sanzionatori. Per il reperimento delle informazioni il giornale si servì, a seconda delle circostanze, delle strutture territoriali dei partiti di sinistra, e nello specifico del Pci, nonché delle sue organizzazioni collaterali (a partire dalla Cgil), ma anche di singoli esponenti delle forze dell’ordine, talora di mafiosi stessi. Il risultato fu che «L’Ora» indagasse non a rimorchio dei reparti investigativi, ma, per lo più, in autonomia, “supplendo” alle carenze degli organi ufficiali e non di rado pagandone le spese. Questa sensibilità, dunque, portò spesso il giornale a introdursi nel “sottomondo” mafioso, a portare alla luce testimonianze dal di dentro, con l’effetto di svelare al pubblico (e per la prima volta in Italia) il carattere strutturato della mafia siciliana. Nonostante qualche cedimento al fascino mitografico del fenomeno (penso a certe ricostruzioni di Pantaleone o ad altre di Farinella o Chilanti) il suo sforzo investigativo rimase d’importanza cruciale per l’avanzamento delle cognizioni sul tema e, a distanza di tanti anni, resta probabilmente il migliore (almeno fino alle deposizioni di Buscetta).
Il ruolo di cerniera tra vecchia e nuova antimafia. «L’Ora» rappresentò il passaggio – e in ciò sta forse la sua funzione più importante – tra due concezioni diverse di lotta alla mafia. La prima, risalente al movimento contadino, si fondava sulla lotta al latifondo e inquadrava la battaglia antimafia in una più vasta contestazione dell’intreccio di poteri sociali (i proprietari terrieri e la mafia) e istituzionali (i partiti di destra, le forze dell’ordine e della magistratura). Questo tipo di antimafia aveva come motivi caratteristici, da un lato, la subordinazione della questione mafiosa alle lotte di massa, intese come mezzo di superamento degli equilibri sociali tradizionali e, dall’altro, l’ostilità nei confronti delle agenzie investigative (della polizia, dei carabinieri), percepite come antagonisti fondamentali, come il nemico. L’attività di denuncia e di sensibilizzazione portata avanti da «L’Ora» venne invece a
incrociarsi con la nascita della Commissione antimafia: si determinò così una circolarità di sollecitazioni tra opinione pubblica, forze politiche e istituzioni che, rispetto al passato, rappresentava indubbiamente un’innovazione. Si era, insomma, alle origini dell’antimafia per come generalmente la si intende oggi, ossia come sostegno alle forze della repressione. Tale circolarità, espressasi soprattutto a livello informativo (nello scambio di materiali, notizie, documenti tra gli apparati di sicurezza, l’Antimafia e il giornale) ebbe l’effetto, oltre che di far progredire le cognizioni sul tema, di saldare «L’Ora» al giornalismo nazionale: avvenne cioè che progressivamente i maggiori quotidiani del paese considerassero il quotidiano palermitano un’affidabile opinion maker, appoggiandosi su di esso per avere informazioni sulla mafia. Fu così che il piccolo giornale palermitano riuscì a ritagliarsi un ruolo ben superiore ai suoi mezzi, un ruolo di conoscenza, di lotta e di responsabilità politica e civile.
La scuola di giornalismo. Un ultimo elemento da sottolineare – e che consente di tracciare un filo tra passato e presente – riguarda la funzione di scuola di giornalismo svolta da «L’Ora» verso numerosi cronisti tuttora operativi. Indubbiamente il giornale palermitano rappresentò una palestra dura e formativa per diverse ragioni: il contesto “difficile” e di frontiera nel quale i cronisti operarono, segnato dall’ostilità di buona parte delle istituzioni e dei partiti; il giornalismo tecnicamente rigoroso richiesto da Nisticò (il quale chiedeva spasmodicamente riscontri, controllo delle fonti, correttezza linguistica); il piglio militante che i cronisti più anziani ed esperti trasmisero alle generazioni più giovani; il senso di missione che pervadeva la redazione. Tutti questi aspetti concorsero a formare giornalisti capaci di lavorare in ogni situazione, di portare all’esterno, in altri quotidiani, un giornalismo battagliero e coraggioso, preciso, colto, documentato, politicamente schierato, intellettualmente pregevole.
[NOTE]
625 R. S. Rossi, Era L’Ora, cit., p. 254.
626 Cfr. la pagina Facebook L’Ora, edizione straordinaria, gestita dal cronista di «Repubblica» Roberto Leone (ex de «L’Ora»): https://www.facebook.com/leone4040/.
627 Aa. Vv., L’Ora, edizione straordinaria, cit.
628 G. Saladino, Romanzo civile, cit.
629 Ivi, p. 142.
630 U. Santino, Storia del movimento antimafia, cit.
631 A. Blando, L’antimafia come risorsa politica, cit.. Su questa linea si colloca in parte l’esperienza della Rete, ricostruita in D. Saresella, Tra politica e antipolitica: la nuova «società civile» e il movimento della Rete (1985-1994), Le Monnier, Firenze 2016.
632 Sulla dimensione fortemente politica del giornalismo di Nisticò insiste nei suoi vari interventi Franco Nicastro.
633 Vasile, Ma gli altri no, cit., p. 192.
Ciro Dovizio, Scrivere di mafia. «L’Ora» di Palermo tra politica, cultura e istituzioni (1954-75), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2018-2019

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In questi giorni si sente spesso parlare della missione del prossimo 6 febbraio che porterà degli astronauti a sorvolare la luna, missione propedeutica ad un prossimo allunaggio.

Bene, sappiate che allunaggio è un termine sbagliato. Si atterra sulla Luna.

Altrimenti dovremmo poter anche ammartare, ammercuriare, avvenerare e così via. Sarebbe ridicolo, no?

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La Capsula SpaceX Crew Dragon Endeavour: Anticipata Rientrata dalla Stazione Spaziale

La capsula SpaceX Crew Dragon Endeavour, a bordo della quale si trovavano gli astronauti della missione Crew-11, è rientrata in anticipo sulla Terra. Questa decisione era stata ann

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Rientro Storico: Prima Evacuazione Medica NASA da Orbita Terrestre

La NASA ha completato con successo la sua prima missione di evacuazione medica da orbita, riportando a Terra un astronauta che aveva manifestato un problema di salute a bordo della

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Antifascisti cattolici arrestati tra Milano e Lecco a primavera 1944

Mentre sull’orizzonte politico si stavano profilando tali importanti cambiamenti, la lotta, in Lombardia, nella primavera del 1944, era nel pieno del suo “suo corso” <655 e si stava ulteriormente inasprendo.
Il 26 aprile venivano arrestati Carlo Bianchi e Teresio Olivelli, due antifascisti cattolici collegati al Cln di Milano e ispiratori del foglio clandestino «Il Ribelle». La loro cattura era stata dovuta alla delazione di un conoscente, il medico Giuseppe Jannello che, frequentatore come Bianchi della Fuci, era stato fermato dalla polizia lo stesso giorno. Durante un interrogatorio in carcere, il dottore aveva ceduto a seguito di quello che avrebbe più tardi definito un “atto di viltà”, del quale avrebbe chiesto venia <656. Sottoposto alle pressioni degli inquirenti, che minacciavano ritorsioni contro la madre malata, si era piegato a confessare i nomi dei responsabili del giornale di ispirazione cattolica. I fatti sono stati minutamente ricostruiti dalla figlia di Carlo Bianchi, Carla Bianchi Iacono, la quale, in “Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana”, ha scritto che Giuseppe Jannello, nel tardo pomeriggio del 26 aprile, sotto costrizione, aveva telefonato all’abitazione di Via Villoresi (n.24), di proprietà dell’ingegner Bianchi, chiedendogli un appuntamento urgente in Piazza San Babila per la mattina successiva alle 12.30. Contestualmente, Jannello lo aveva invitato a condurre con sé anche Teresio Olivelli, suo ospite – come prima di lui Jerzi Sas Kulczycki – nonché fondatore con Luigi Masini e Carlo Basile delle Fiamme Verdi. I due amici, recatisi all’incontro, erano stati arrestati dai militi dell’Ufficio Politico Investigativo, comandati dal “dottor Ugo”, ed erano stati ristretti nel VI° raggio del carcere di San Vittore, rispettivamente nella cella n.19 e n.142, con l’accusa di propaganda a mezzo de «Il Ribelle». A una settimana dall’arresto, due funzionari dell’Ufficio speciale di polizia – dipendenti di quello stesso Luca Ostèria – avevano bussato alla porta dell’abitazione di Bianchi per procedere a una perquisizione: gli inquirenti speravano di trovare in casa sua ulteriori prove d’accusa, ma erano riusciti a sequestrare solo volantini della Fuci. Bianchi e Olivelli, tenuti rigorosamente separati l’uno dall’altro per più di venti giorni, avevano scovato ugualmente un modo per comunicare. A dimostrazione dei contatti intercorsi tra i due amici, c’era il primo messaggio, fatto recapitare da Bianchi alla propria famiglia, che portava sul retro uno scritto di Olivelli. Non solo: Bianchi era riuscito addirittura a incontrare “[Agostino] Gracchi” in una situazione del tutto eccezionale: “Ho potuto perfino fare una scappatina nella cella di Gracchi [Olivelli] (è stato arrestato insieme a me) e abbiamo fatto una chiacchierata molto utile: vi saluta tanto anche lui, dice che i suoi non sanno ancora niente, di non avvertirli però per evitar loro il dolore, se mai venissero a cercarlo da voi preparate suo padre
con bei modi e ditegli tutto. La sua posizione non è grave per ora, e spero se la cavi con poco” <657. Il 9 giugno i due prigionieri sarebbero stati condotti nel campo di Fossoli, da dove Bianchi non avrebbe mai più fatto ritorno e Olivelli sarebbe stato deportato prima a Bolzano, poi a Hersbruck, per morire in quel campo di concentramento tedesco il 17 gennaio del 1945.
Anche il gruppo del Cln di Lecco e quello della missione americana dell’Oss sarebbero caduti nel mese di maggio nella rete dei nazifascisti e portati il 9 giugno a Fossoli, insieme ad alcuni membri dell’organizzazione Reseaux Rex e ai militari del Vai detenuti a San Vittore.
Una “domenica mattina” <658, a Maggianico, nell’abitazione di Giulio Alonzi, si era presentato da solo Antonio Colombo, uno dei suoi collaboratori lecchesi (insieme a Franco Minonzio, impiegato presso la ditta Badoni, e Luigi Frigerio, detto “Signur” <659, meglio conosciuto come il “Cristo” <660). Colombo aveva avvertito Alonzi che due russi, ex prigionieri, lo aspettavano in casa di gente amica, al Garabuso, sopra Acquate. Inforcate le biciclette, Colombo e Alonzi erano giunti a villa Ongania, di proprietà delle sorelle Villa (Caterina, detta “Rina”, Angela, Erminia e Carlotta), dove avevano trovato, “in compagnia del Frigerio” <661, i due russi. Erano così venuti a sapere da questi della
disponibilità, manifestata da una cinquantina di loro connazionali impiegati alla Todt a Milano, a far parte di una formazione partigiana e a “trasportare a Lecco un certo quantitativo di esplosivo e di bombe a mano” <662. Si erano infine congedati dai russi in attesa di prendere una decisione a riguardo. A loro parere, gli ex prigionieri in questione avrebbero dovuto raggiungere la città auspicabilmente “a scaglioni di sei per volta per ragioni di opportunità” <663. Pensando che il capo naturale della costituenda formazione non potesse che essere Voislav Zaric <664, un sottufficiale serbo, ex-prigioniero delle truppe italiane, a capo di un piccolo raggruppamento di dieci uomini, prevalentemente serbi e croati, attivo nell’alta Valle Brembana e in Val Taleggio, Alonzi si era fatto combinare con lui un appuntamento da Mario Colombo, il sarto antifascista di Zogno, che faceva per quella zona “da trait d’union del Comitato” <665. Zaric era rimasto entusiasta all’idea di poter ingrossare le fila della sua formazione onde “fare qualche azione nella valle” <666. Di qui la programmazione di una riunione da tenersi in casa Villa per il successivo 12 maggio, allo scopo di “concretare le modalità per mettere in salvo gli ex prigionieri” <667. All’incontro sarebbero stati presenti anche i tre paracadutisti della missione radio clandestina americana, lanciati dall’Oss in Val Brembana alcune settimane prima: Emanuele Carioni, Piero Briacca, e l’italo-americano Louis Biagioni. Questi ultimi, però, assistettero “casualmente alla riunione perché erano solo ospiti dalle Villa, tanto che non avrebbero preso parte “alle […] trattative e agli accordi” <668. Louis Biagioni, newyorkese di nascita, era stato formato in America, “a Sioux Falls S. Dakota” <669, come radiotelegrafista. Spinto dal “desiderio di curiosità e dell’avventura”, aveva accettato sin dal 1942 di entrare nell’Oss, “senza sapere precisamente quali scopi e lavori” ne sarebbero derivati “per una tale appartenenza” <670. Sbarcato a Palermo, dopo due settimane di addestramento alla radio trasmittente e ricevente, era stato trasferito a Brindisi, dove era rimasto per quattro mesi, fino alla partenza per l’Italia del Nord, avvenuta ai primi di aprile 1944. Emanuele Carioni, suo compagno di missione, era un ragazzo di soli ventidue anni, alto e biondo, nativo di Misano di Gera d’Adda. Egli aveva frequentato il corso allievi ufficiali di complemento a Nocera e ne era uscito con il grado di sottotenente. Chiamato alle armi, il 27 febbraio 1941 aveva prestato servizio presso il 24° Reggimento artiglieria Piacenza. Inviato poi in forza del 184° Reggimento di artiglieria “Nembo” in Albania, aveva avuto modo di verificare lì la politica sconsiderata del fascismo. Era stato proprio in Francia, in Jugoslavia, in Grecia, in Russia che, a fronte delle efferatezze perpetrate dal regime nazifascista, molti soldati italiani avevano conosciuto la guerra partigiana. Già nel giugno 1942, scrivendo una lettera alla sorella Ersilia dal fronte jugoslavo, Emanuele si esprimeva in questo modo: “da un momento all’altro noi potremo dover guardare a questa bandiera che sventola come al simbolo di un nemico. Tutto ciò non mi sgomenta e con calma penso alla casa, alla Patria lontana. Ti dico questo non per drammatizzare le cose, ma perché tu sappia quale sarà la mia linea di condotta nel caso che tali eventi dovessero succedere” <671.
[…] I guai per i protagonisti della vicenda erano ormai “maturati”. I russi si sarebbero in breve rivelati spie, con il conseguente collasso dell’intera rete clandestina che aveva avuto base a villa Ongania. Il 17 maggio sera erano a casa delle Villa, oltre a Emanuele e Louis, “undici partigiani” che poi sarebbero risultati nazifascisti. “Tra questi c’erano spie della SS tedesca”, avrebbe ricordato Caterina Villa in una memoria depositata oggi presso l’archivio dell’Anpi di Lecco: “Mirko e Boris e Resmini, quest’ultimo spia italiana al servizio dei tedeschi al comando SS di Bergamo” <688. E così, mentre il giovedì 18 mattina Mirko aveva accompagnato Emanuele Carioni per Milano e lì lo aveva fatto arrestare con Maria Prestini, contestualmente Sandro Turba, presentatosi in casa di Colombo, lo aveva avvertito che presso le donne erano sopraggiunti “alcuni individui da convogliare verso la montagna […] accompagnati dal Boris” <689. Giunto sul posto, Antonio non aveva però trovato la persona indicata, ma un triestino del tutto sconosciuto. Non sapendo come regolarsi, era tornato indietro, pregando le sorelle di ricontattarlo all’arrivo del russo. Di sera, ricevuta la telefonata, era così tornato in casa delle Villa dove il Boris <690, in compagnia di Mirko, gli aveva comunicato l’arrivo a Lecco di un camion con armi e munizioni diretto in Val Taleggio. I due russi, mentre si accingevano, insieme a Colombo, a recarsi in città, si erano qualificati di fronte all’uomo come agenti della polizia tedesca e lo avevano fatto arrestare. All’alba del 19 tedeschi delle SS, guidati dai due russi, dopo aver iniziato una sparatoria, avevano poi preso nella rete l’americano Louis, e le sorelle Rina, Erminia e Carlotta. Si erano salvati Angela, che era a Barzio, e Pietro Briacca, mentre era rimasta piantonata ad Acquate l’anziana madre delle Villa la quale, malata,
era stata costretta a lasciare l’abitazione <691. Ha raccontato Alonzi poi circa la conseguente cattura di Voislav Zaric e di Candida Offredi: “Avvenne che una sera Antonio fu chiamato al Garabuso e arrivato al Caleotto, lo arrestarono. Poi i tedeschi arrestarono le tre sorelle Villa Ongania e si insediarono nella loro casa. Arrivò Zaric e la partigiana di collegamento, Candida [Offredi]. Presi anche loro. Antonio riuscì a farmi sapere che dovevo filare subito. […] Tutti finirono a Fossoli. Zaric e le donne furono poi mandati in un lager. Zaric passò per il Cellulare e in una cella del Quinto raggio aveva graffito il suo nome sui muri, più e più volte. In quella cella finii anch’io più tardi e i graffiti mi ricordarono tante cose” <692. Boris e Mirko, che avevano condotto le SS tedesche al Garabuso, si erano insediati in casa delle donne in attesa dell’arrivo di Zaric e della Offredi, sua accompagnatrice; solo Alonzi si sarebbe salvato, avvertito all’ultimo momento da Colombo. Emanuele Carioni, entrando il 19 maggio nel portone della Casa circondariale, con sua grande sorpresa, si era trovato così davanti l’amico Louis, ivi tradotto dalle guardie. Emanuele “era un po’ pallido come eravamo tutti noi presi in quella retata” – avrebbe ricordato Biagioni -, a causa del pensiero “della sorte che ci aspettava. Ci demmo uno sguardo di incoraggiamento, ma non si poté parlare” <693.
[NOTE]
655 Una lotta nel suo corso: così Ragghianti aveva suggerito di intitolare la raccolta di saggi pubblicati da Neri Pozza Editore nel 1954.
656 “Il dottor Jannello sarebbe poi liberato il 10 giugno, giorno successivo all’invio del gruppo de «Il Ribelle» al campo di Fossoli. Il suo tradimento era stato premiato con la libertà. La lettera scritta da Jannello il 28 maggio con la confessione del suo atto di viltà non è reperibile. Il suo contenuto però trova conferma nell’intervista rilasciata dalla prof. Nina Kaucisvili il 25 gennaio 1995: “[…]. Secondo la Kaucisvili, Jannello appena uscito dal carcere, verso la fine di giugno, si recò a una riunione della Fuci, raccontò tutto chiedendo perdono e giustificandosi dicendo che non si era reso conto della gravità di ciò che aveva fatto. Don Ghetti in seguito invitò tutti a evitarlo perché lo riteneva un elemento pericoloso per l’organizzazione”. C. Bianchi, Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana, Milano, Morcelliana 1998, pp. 125-6.
657 C. Bianchi, Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana, cit., p. 130.
658 G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, p. 78.
659 ibidem.
660 Insmli, Verbale di Interrogatorio di Louis Biagioni e di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
661 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2. Si veda anche G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, p. 78.
662 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
663 ibidem.
664 Voilsav Zaric era stato catturato a Lubiana nel 1941 dalle truppe italiane, inviato a Gorizia, in Sardegna e poi nel campo per prigionieri di guerra della Grumellina (n.62) a Bergamo da dove era evaso il 10 settembre con altri slavi sulle montagne vicine.
665 Rapporto del Fiduciario Tausch messo insieme nella cella di Zaric Voislav, in copia. Archivio privato famiglia Carioni.
666 Insmli, Verbale di interrogatorio di Carioni Emanuele, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
667 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
668 Verbale di interrogatorio di Zaric Voislav. Archivio privato famiglia Carioni.
669 Insmli, Verbale di Interrogatorio di Louis Biagioni, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
670 ibidem.
671 Lettera di Emanuele a Ersilia, 7 giugno 1942. Archivio privato famiglia Carioni.
688 Archivio Anpi Lecco, Memoria di Caterina Villa.
689 Insmli, Verbale di interrogatorio di Carioni Emanuele, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
690 Era Boris un ragazzo di 24 anni, “piccolo, naso dritto, capelli bruni, occhi chiari”, mentre il suo compagno, Mirco, di 30, detto “il biondino”, “piccolo, biondo, occhi chiari, naso normale”. Rapporto del Fiduciario Tausch messo insieme nella cella di Zaric Voislav, Archivio privato famiglia Carioni.
91 Archivio Anpi Lecco, Memoria di Caterina Villa.
692 G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, pp. 79.
693 Lettera di Emanuele a Ersilia, 7 giugno 1942, Archivio privato famiglia Carioni.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

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Giunti a Bastia, Moris e “Coniglio” proseguirono in volo per Caserta

Il 17 ottobre ’43 Bourgoin [André Bourgoin della Sezione Italiana dell’OSS statunitense] fu anche visitato dal tenente generale Matteini del corpo ingegneri della marina italiana, il capitano Max Ponxo, uno dei leaders dell’Italian Naval Secret Services (SIS) della marina italiana, il sig. Maurizio Moris, un noto industriale e direttore generale delle compagnie “Bombrini Parodi Delfino” e “Innocenti”, i quali, arrivati a Napoli, fornirono alla missione dell’OSS informazioni militari d’interesse.
Maurizio Moris <57, in particolare, che parlava molto fluentemente italiano, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e inglese, si offrì di ritornare immediatamente a Roma e di porsi a completa disposizione dei servizi segreti americani al fine di costruire una rete molto potente di agenti. La sua proposta fu accettata e la sua collaborazione fu, sin dall’inizio, orientata su speciali soggetti d’importanza militare.
[…] La missione di Maurizio Moris, per conto dell’OSS, mirava alla creazione di una rete di agenti nella Roma ancora occupata dai nazisti. Il 1° novembre 1943, insieme con due agenti e un radio operatore, che furono identificati nelle persone di Salvatore Piazza, Alfredo Rizza e del radio operatore, Giuseppe Auriemma, alias “Teresa”, essi attraversarono le linee nemiche nei pressi della regione di Alfedena. Il secondo giorno di viaggio, Moris e Piazza che si erano separati dai loro compagni Rizza e Auriemma, si imbatterono sciaguratamente in un campo minato tedesco. Moris restò gravemente ferito tanto che pensò che fosse in procinto di morire sul posto. Quindi mandò indietro Piazza affinché facesse rapporto a Bourgoin. Fu così prelevato dai tedeschi, trasportato in ospedale e grazie alla sua perfetta conoscenza del tedesco in grado di ricevere il necessario primo soccorso. Durante la notte, nonostante le ferite e il dolore, scappò dall’ospedale e facendo l’autostop raggiunse Roma a bordo di un carro armato tedesco. Una volta arrivato a Roma, fu curato da uno dei suoi amici e si nascose nell’appartamento di quest’ultimo. Finalmente fu sottoposto a un’operazione chirurgica durante la quale gli fu estratta dall’addome una scheggia di mina tedesca che lo aveva colpito e, infine, si rimise dopo ventidue giorni di ricovero. Mr. Moris si mise subito in contatto con la prima squadra di Roma agli ordini del tenente Menicanti e procurò loro un ingegnere esperto che riuscì a metterli in contatto con la base. Due volte il giorno venivano quindi inviate informazioni militari al Quartier Generale Alleato. Di fronte alla necessità di coordinare le azioni di tutti gli agenti che operavano nell’Italia occupata dai tedeschi, Moris e Menicanti chiesero di essere condotti sulla costa per poi recarsi a Caserta e discutere ivi le questioni di cui si stavano occupando a Roma.
Intanto, gli agenti Rizza e Auriemma, che avevano attraversato le linee nemiche il 1̊ novembre con Mr. Moris, arrivarono a Roma. Grazie al senatore Parodi, Auriemma fu impiegato sotto copertura nella compagnia “B.P.D”, mentre Rizza si mise in contatto con le autorità tedesche nella persona del tenente appartenente all’Abwehrlienst, Von Weich. Rizza fu, così, arruolato quale agente simulatore per ingannare i patrioti italiani combattenti nella regione di Faenza e, in seguito, accompagnato al fronte, dove gli furono fatte attraversare le linee verso gli Alleati sul fiume Garigliano, e dotato di un questionario sulle forze alleate. Rizza si presentò a Bourgoin, il quale ebbe forti dubbi sulla fedeltà dello stesso, tanto da essere indotto a contattare, il giorno seguente al suo arrivo, l’italiano CIC e la polizia, alle quali organizzazioni chiese di pedinare l’uomo durante la sua permanenza a Napoli. Due volte al giorno, la polizia compilava uno speciale rapporto sulle attività di questi e attraverso una donna appartenente alla stessa organizzazione, Bourgoin ottenne la prova che Rizza era più sotto il controllo tedesco che alleato e, dopo essersi consultato con il Commander in Chief dell’OSS presso la V Armata, colonnello Ellery Huntington Jr., decise di farlo arrestare dal CIC. Fu così che un’intera organizzazione di spie fu sgominata e arrestata nella stessa epoca nella regione di Napoli. Secondo la testimonianza di Bourgoin, Rizza fu, infine, trasportato negli Stati Uniti e collocato in un campo di concentramento <59.
Quando il sig. Moris fu ferito il 2 Novembre, egli ordinò a Piazza di tornare allo scopo di fare rapporto a Bourgoin ma, temendo che quest’agente potesse essere ucciso, mandò un soprintendente, tale Langella, per relazionare sulla medesima questione nonché attraversare le linee verso gli Alleati. Langella arrivò il 10 novembre e attraversò le linee nemiche a nord di Venafro con un radio operatore di nome Grandini Antonio, nome di battaglia Trieste, il 2 dicembre 1943. Nonostante le difficoltà, i due uomini arrivarono incolumi al Comando Operativo di Napoli e a Grandini fu dato un lavoro di copertura nella fattoria della “B.P.D.” quale contabile nonché un regolare passaporto tedesco per circolare in Italia.
[…] Una serie di missioni furono inviate partendo dal dicembre 1943 dalla Corsica verso l’Italia occupata dai Tedeschi. Una prima operazione via mare, denominata Richmond I, doveva essere fatta salpare da Bastia, Corsica. All’uopo, Bourgoin organizzò da Bastia un MAS italiano che doveva raggiungere la spiaggia di Fosso Tafone, tra Ansedonia e Montalto di Castro, per raccogliere i partecipanti. Salirono a bordo Maurizio Moris e Clemente Menicanti ”Coniglio”; accompagnati dall’ingegnere Prof. Calosi, esperto di bombe radiocomandate che viaggiava col fratello ufficiale di marina del Secret Intelligence Service (SIS) nonché con altri due ufficiali, sempre del SIS, capitani Cipicco e Filiani. Tutti questi uomini riuscirono a imbarcarsi incolumi, grazie all’opera del principe Boncompagni <73, noto latifondista della zona, che, essendo proprietario di un’immensa tenuta, assicurò agli agenti impegnati in questa missione un riparo, aiutandoli altresì con il suo proprio personale a organizzare la pianificata operazione speciale. Giunti a Bastia, Moris e “Coniglio” proseguirono in volo per Caserta – San Leucio, dove arrivarono lo stesso giorno, il 5 gennaio 1944. Immediatamente dopo, furono programmate e attuate altre due missioni marittime sempre da Bastia, Corsica e, attraverso le stazioni radio dell’OSS collocate a Roma, furono stabiliti segnali, tempi e comitati di accoglienza. Quale punto d’imbarco si dovette utilizzare lo stesso di cui alla precedente operazione: la lunga spiaggia alla foce del Fosso Tafone. La seconda missione, denominata Richmond II, fu affidata alla squadra composta dei seguenti agenti: Maurizio Moris; Clemente Menicanti, “Coniglio”; la signora Vera Vassallo; i signori Sergio Tavernari e Salvatore Piazza, accompagnati dal radio operatore Gorrini, alias ”Antonietta”. Nello stesso tempo, nove apparecchiature radio per tutti gli operatori radio della spedizione del menzionato sottomarino Axum nonché per Auriemma, alias “Teresa” e Grandini, alias “Trieste”, dovettero essere sbarcate sempre sulla spiaggia di Fosso Tafone. L’operazione avvenne nella notte del 17 gennaio 1944. Mr. Moris ricevette l’incarico di riportare indietro da Roma il colonnello Mario Badoglio <74, come sollecitato dal padre Pietro Badoglio all’OSS. Reutershan, che ordinò altresì che fosse accompagnato in tale missione dal sottotenente ventenne William Malcolm Callanan <76. Bourgoin tornò quindi a Caserta con Callanan il 2 gennaio 1944. Così lo stesso Bourgoin raccontava l’incontro con Badoglio: “Noi arrivammo a Brindisi il 31 dicembre e il Maresciallo [Badoglio, nda] ci chiese se fosse possibile riportargli nell’Italia liberata suo figlio il Colonnello Mario Badoglio. Rispondemmo al Maresciallo che avremmo fatto tutto il possibile per contattare suo figlio e introdurlo di nascosto da questo lato delle nostre linee. Quindi facemmo ritorno a Caserta il 2 gennaio 1944” <77. La missione Richmond II ebbe successo, ma sfortunatamente il colonnello Mario Badoglio che si nascondeva in un posto sicuro non arrivò in tempo e, quando la terza operazione, nome in codice Richmond III, iniziò, il 21 gennaio 1944, egli non era sulla spiaggia per essere imbarcato.
[NOTE]
57 Maurizio Moris, nato a Moncalieri (Torino) nel 1893, era ingegnere. Iscritto al Partito Nazionale Fascista (PNF) ma descritto quale “intimamente antifascista”. Rimpatriato nel 1936, fu nominato Direttore tecnico della società Parodi – Delfino di proprietà dell’ingegner Leopoldo Parodi Delfino, nonché dell’Innocenti & Co. Anche Moris fu presentato a Bourgoin da “Pippo” Naldi e dunque faceva parte della medesima rete di agenti vicini al SIM. P. Tompkins riporta un rapporto OSS secondo il quale “sia Parodi che Innocenti elargivano fondi per i partigiani e agenti ma i soldi non sempre giungevano a destinazione”. P. Tompkins, L’altra Resistenza cit., nt. 6, p. 395.
59 La missione Teresa fu descritta senza significative divergenze da P. Tompkins, L’altra Resistenza cit., p. 55.
73 Il Principe Boncompagni Ludovisi fu arrestato a New York la mattina successiva al disastro di Pearl Harbour in quanto sospettato di collaborare con il Fascismo e quindi condotto nel centro di detenzione a Ellis Island. Earl Brennan ha raccontato che, con la garanzia di Girolamo Valenti, fu raggiunto un accordo tra i due gentiluomini, in virtù del quale il primo sarebbe stato rilasciato e in cambio avrebbe collaborato con l’OSS, accordo che nel periodo di guerra si sarebbe rivelato assai proficuo, perché “sia la sua competenza che la collaborazione nel trasmetterci informazioni utili e tempestive si rivelò progressivamente assai soddisfacente […] le vedute del Principe cambiarono ed egli divenne un collaboratore più volenteroso e utile.” E. Brennan, O.S.S. and the Italian Contribution cit., p. 266 e 267.
74 Mario Badoglio, figlio del più noto maresciallo Pietro Badoglio, Console Generale a Tangeri, dopo il 25 luglio accorse in volo a Roma in ausilio del padre, nominato Presidente del Consiglio. Si trovava con il padre al Ministero della Guerra nella notte tra l’8 e il 9 settembre. Restò a Roma, quando il Re, Badoglio e il Governo fuggirono a Pescara, fino al giorno dopo Pasqua, intorno alla fine di aprile ’44, quando fu individuato e arrestato dalla polizia tedesca a Roma, mentre aspettava di ricongiungersi col padre e, infine, tradotto in Germania. Si cfr. P. Badoglio, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 117.
75 Tale, circostanza fu riferita direttamente a Roosevelt in una delle missive intercorse tra i due Capi di Stato e, precisamente, in una di fine aprile ’44, nella quale Badoglio così scriveva “l’ultimo dei miei ragazzi che mi aspettava a Roma è stato seguito e arrestato due giorni fa dalla polizia tedesca”. M. Corvo, La Campagna d’Italia dei Servizi Segreti Americani in Italia cit., p. 315.
76 Il sottotenente ventenne “dalla faccia pallida”, William Malcolm Callanan, fu ufficiale d’intelligence assegnato al distaccamento dell’OSS presso la V Armata compilò un rapporto in cui evidenziò il valore e il volume delle informazioni militari trasmesse da radio “Vittoria” a Roma durante l’occupazione nazista. Si cfr. P. Tompkins, L’altra Resistenza cit., nt. 8, p. 404; Id. Una spia a Roma cit., pp. 369-370.
77 «We arrived in Brindisi on the 31st of December and the Marshal asked us whether it would be possible to bring back in liberated Italy his son, Colonel Mario Badoglio. We answered the Marshal that we would do all things possible to contact his son and smuggle him on this side of our lines. We returned to Caserta on the 2nd of January, 1944». A. Bourgoin, From 20th September 1943 to 26th January 1945 cit., p. 49.
Michaela Sapio, Servizi e segreti in Italia (1943-1945). Lo spionaggio americano dalla caduta di Mussolini alla liberazione, Tesi di Dottorato, Università degli Studi del Molise, 2012

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