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Giornata del “ho il controllo”

I Am in Control Day: la giornata del “ho tutto sotto controllo”

Perfettamente Chic
Cerchi di pietra in terra cipriota: fango e ricordi nel misterioso villaggio di Choirokoitia

Il momento giunge, in genere, a metà del secondo o terzo giorno che i turisti passano sull'isola di Cipro. Dopo essersi bagnati sulle spiagge dalle acque cristalline di Nissi o Coral Bay ed avendo visitato le Tombe dei Re a 20 minuti di distanza dall'aeroporto di Pafo e le affascinanti rovine residu

Il blog di Jacopo Ranieri

Guerra sia all’aristocrazia

img generata da IA – dominio pubblico

di M. Minetti

Nel seguente articolo si cercherà di presentare l’inquietante situazione attuale come una occasione unica per individuare i nemici di classe e condurre contro di loro una guerra asimmetrica, accompagnarli nel baratro che hanno contribuito a scavare, abbandonandoli al passato.

Posto che non siamo stati noi a volere la guerra, almeno che sia utile a spazzare via quelle élite che la cavalcano. Non combatteremo per loro ma contro di loro, assieme agli sfruttati di tutte le nazioni. Un nemico esterno alle volte è il migliore alleato della lotta di classe.

  • Pacifismo e non-violenza.

  • Che siamo in guerra e per quali motivi, ritengo di non doverlo ribadire in questo testo. Sull’argomento ho già scritto in passato(1) e mi dedicherò quindi a delle considerazioni a valle di questa situazione già piuttosto definita. Una è la definizione del campo pacifista, necessariamente unitario e alleato ma mosso al suo interno da diversi centri propulsori.

    Il pacifismo non-violento è probabilmente il più diffuso. La sua origine viene dalla ormai sedimentata avversione allo scontro fisico, eredità della civilizzazione (Freud 2025, p. 15) portata dal messaggio evangelico e buddista, consolidata dalla espulsione della violenza da tutti gli aspetti della vita dell’onesto cittadino integrato nella società del consumo. In quest’ultima gli ostacoli al soddisfacimento di un bisogno si rimuovono grazie al pagamento di una somma di denaro, magari enorme, ma senza dover far ricorso alla forza fisica. Chi ricorre alla violenza è il criminale che infrange la legge e con la forza ottiene ciò che vuole, sia del denaro, la vendetta o un rapporto sessuale. Così per ottenere giustizia non si sfodera più la spada o la pistola: si denuncia il torto subito, rivolgendosi alle forze dell’ordine o a un avvocato. Se la violenza è un mezzo arcaico per soddisfare i propri bisogni, quale sarebbe il bisogno odierno di combattere uno straniero, o talvolta un connazionale, se questo non rappresenta una minaccia diretta? Coloro che ricercano l’esperienza violenta possono trovarla facilmente nello sport da combattimento, in cui adulti consenzienti si scambiano colpi più o meno controllati, oppure nella caccia, negli scontri di piazza e nelle rivolte. Chi ne fa una scelta di vita potrà arruolarsi nelle forze dell’ordine o nelle forze armate. A parte coloro che trovano nell’omicidio un piacere in sé stesso, e di questi psicopatici gli eserciti, gli assaltatori e i mercenari sono pieni, per i molti arruolati il combattimento diventa un lavoro, un dovere da compiere senza giudizi personali, eseguendo gli ordini dei superiori e per evitare le punizioni.

    Una diversa categoria di pacifisti è formata da persone che, pur non aborrendo l’uso delle armi, non vogliono rivolgerle contro coloro che non ritengono nemici. E’ il pacifismo del soldato che, come nella canzone La guerra di Piero di Fabrizio De Andrè (2), si trova di fronte un nemico simile a lui e non se la sente di ammazzarlo, pagando poi le conseguenze di quel gesto. L’internazionalismo è riconoscere la solidarietà di classe fra i soldati di ogni paese, mandati dai potenti a morire nelle guerre.

    Il pacifismo che ammette l’uso della violenza non è assoluto ma selettivo e situato. Il pacifista, in base ai suoi valori e alle sue identità, sceglie quali guerre sono degne di essere combattute e quali no, in quali casi combattere non ha senso e in quali invece è assolutamente necessario. Per i combattenti autonomi, volontari, che non partecipano al mercato della “sicurezza”, l’ingaggio è costituito dal dovere morale di lottare per una causa giusta, condividendo quindi la designazione del nemico da colpire. Questa situazione la definiamo chiamando guerriglieri, insorti, partigiani, militanti, terroristi o miliziani, quei e quelle combattenti, riconoscendogli uno status di maggiore o minore dignità a seconda della causa per cui combattono volontariamente, dipendentemente da quanto la condividiamo. Anche una motivazione considerata giusta può non essere valida se porta a una sicura sconfitta. In questa accezione il pacifismo è strategico: non è sbagliato combattere in assoluto, ma è sbagliato quando porta a non raggiungere i propri scopi, anzi a peggiorare la propria condizione. Anche Franco Berardi (Bifo) nel suo libro Disertate (Berardi 2023, p. 10) afferma che la diserzione non è solo etica, ma anche una scelta strategica in vista del recupero di forze per un nuovo scontro.

    La domanda scomoda che pongo è: combattere per ottenere un proprio Stato nazionale su base etnica è una motivazione che condividete?

    La dottrina del presidente statunitense Thomas Woodrow Wilson, con i suoi quattordici punti, venne presentata al congresso di pace di Parigi del 1918, lì si parlò del diritto dei “popoli” di autodeterminarsi in Stati nazionali indipendenti. Le nazioni che nacquero dalla dissoluzione degli Imperi Centrali, più che da una autonoma iniziativa dei loro abitanti, avevano origine dalla necessità di evitare il riarmo del Reich tedesco e di frazionare i territori che facevano prima parte dei tre imperi: Russo, Austroungarico e Ottomano, costruendo una fascia di Stati cuscinetto attorno alla Russia rivoluzionaria che era in piena guerra civile.

  • Il disvelamento del conflitto

  • I conflitti esistono ovunque si contrappongano bisogni che non possono essere soddisfatti contemporaneamente. Questa competizione può rimanere inespressa se una o più parti rinunciano a qualsiasi forma di rivendicazione, di solito perchè non hanno i mezzi per veder riconosciute le proprie aspirazioni. Esiste anche un conflitto costituente insanabile tra l’individuo desiderante e la realtà in cui è immerso, tra l’Io e il Mondo, tra le pulsioni e la realtà (Freud 2025). Già nei primi anni ’80 del secolo scorso, alcuni teorici come Foucault o Lasch avevano indagato le <tecnologie del Sé>, che producono l’individuazione in ruoli sociali categorizzati (Lazzarato 2022, p. 107), osservando come, nelle società consumiste, il conflitto era ormai inarrestabilmente traslato verso forme rivendicative di narcisismo. Nella lotta edipica dell’individuo contro il potere astratto, inteso come struttura organizzata della società-mondo, che impedisce il soddisfacimento del desiderio, viene nascosto il contrasto fra soggetti (prima si sarebbe detto fra autocoscienze o fra classi) che si sottraggono le risorse a vicenda. Il conflitto non è assente, perché risiede nell’esistenza dei bisogni contrastati, ma non è più visibile nella superficie dei comportamenti, i quali piuttosto che alla lotta collettiva tenderanno alla liberazione, ovvero al soddisfacimento individuale dei desideri (Lasch 1981) vissuti come diritti naturali. Il consumo diventa un diritto, così come la piena libertà di vivere esperienze, anche estreme.

    Farò un esempio che spesso tendiamo a ignorare: il conflitto capitale/lavoro. Per capitale intendiamo il datore di lavoro che anticipa il capitale variabile, ovvero gli stipendi; per lavoro intendiamo i lavoratori che percepiscono un salario in cambio della loro forza lavoro venduta su base oraria. Lo scopo del capitale è pagare il meno possibile la forza lavoro, adeguatamente qualificata ed efficiente, lo scopo dei lavoratori è essere pagati il più possibile, per lavorare il meno possibile durante un orario il più ridotto possibile.(3) Il conflitto fra interessi è sempre presente, ma emerge soltanto quando una delle due parti vuole ottenere un cambiamento a proprio favore. La possibilità di ottenere questo miglioramento di condizioni non dipende solo dal numero o dalla forza contrattuale delle due componenti, ma da condizioni ambientali e di contesto che cambiano il terreno di scontro e l’equilibrio vigente.

    Grazie all’introduzione di macchine che riducono la necessità di operatori umani per svolgere compiti anche complessi: il telaio meccanico, i robot nell’industria o l’Intelligenza Artificiale nella produzione di comunicazione informativa; subentra una diffusa disoccupazione tecnologica. Il capitale, viste le nuove condizioni, decide che può abbassare il costo del lavoro: troverà infatti molti disoccupati disposti a svolgere compiti semplificati dalla macchine, quindi più ripetitivi e meno qualificati, per una paga oraria inferiore. Come può rispondere il lavoro? Non lo so, ma sicuramente il conflitto diventerà visibile. Assisteremo a manifestazioni, scioperi, picchetti con bandiere e striscioni, articoli e servizi televisivi, interviste, dirigenti sindacali che chiedono aiuto alla politica, politici che promettono soldi alle aziende in cambio di nuova occupazione: i piani industriali con cui lo Stato finanzia il capitale. I soggetti coinvolti si organizzeranno per difendere i propri interessi con forme più o meno efficaci di lotta, cercando alleati e utilizzando ogni forma possibile di pressione, dalla visibilità mediatica alla intimidazione fisica. Alla fine il conflitto capitale/lavoro raggiungerà un nuovo equilibrio determinato dai rapporti di forza vigenti in quel preciso momento storico, tornando latente. Fino al momento in cui le condizioni ambientali e politiche cambieranno nuovamente.

    La prospettiva della liberazione propone di disertare quello scontro. Il movimento del ’77 individua l’obiettivo (ovviamente utopico a quell’epoca e anche oggi) della liberazione generalizzata dal lavoro salariato, ovvero la soddisfazione immediata del desiderio di non lavorare offerta dalle possibilità di uscita della forza lavoro dal mercato capitalista. Questa soluzione del conflitto capitale/lavoro ottenuta abbandonando il campo dello scontro, è ovviamente praticabile individualmente da una minoranza (esodo), ma non elimina le condizioni globali dello sfruttamento. Semplificando: se sei un operaio sfruttato, invece di organizzarti nel sindacato e lottare per condizioni migliori, licenziati e smetti di fare l’operaio. Fai l’artigiano, l’agricoltore, il libero professionista, il commerciante o il ladro; occupa case, organizza feste, sarai più felice.

  • L’imperialismo non è mai morto.

  • Quando le parti in conflitto non sono individui o gruppi, come le classi sociali, ma interi Stati che si contendono le risorse naturali e umane, osserviamo quelle che noi chiamiamo guerre, o conflitti regionali, da quando le guerre non si dichiarano più. Si tratta di rotture dell’equilibrio pre-esistente per raggiungere nuovi equilibri tra soggetti concorrenti.

    Gli Stati non sono persone con volontà autonome, anche se la propaganda politica ce li personalizza: la Cina è XI Jinping, La Russia è Putin, gli USA sono Trump e l’Italia è Meloni, la Francia Macron e così via. Ogni Stato rappresenta gli interessi delle classi egemoni di quel paese e gode di un consenso fra i suoi cittadini che viene misurato periodicamente con delle elezioni, di primo o secondo livello, che individuano la classe politica al governo. Gli interessi degli Stati sono quindi i bisogni diffusi di milioni di persone. Se le scelte interne ed internazionali tradiscono le aspettative delle èlite di un paese, quelle corrono ai ripari sostituendo le posizioni di comando, se c’è una democrazia con delle elezioni, altrimenti con un colpo di stato militare.

    Questo per dire che le guerre non originano dai capricci di presidenti impazziti, ma dalle intenzioni delle classi dirigenti che tutelano i propri interessi materiali. Sono sempre gruppi molto ampi con interessi comuni, solitamente economici, che lottano per le risorse e per mantenere il proprio ruolo egemone.

    Se uno Stato ha l’arma atomica e un altro no, raggiungeranno un certo equilibrio. Se anche il secondo ottiene l’armamento nucleare sarà portato a rompere il precedente equilibrio per stabililo su un nuovo piano di maggiore parità.

    Per questo da anni, soprattutto gli Stati Uniti conducono guerre preventive per evitare che nazioni a loro ostili sviluppino Armi di Distruzione di Massa, ovvero quelle stesse armi che essi possiedono. Già dai primi anni ’50 del secolo scorso, con l’avvento dei modelli matematici predittivi, i generali si sono messi a giocare con dei simulatori di conflitti in cui modellizzare diversi scenari di guerra per approfittare di ogni vantaggio strategico. La visione paranoica inserita in questi modelli matematici, plasmati dalla RAND corporation sul famoso dilemma del prigioniero (De Landa 1996), porta a temere ogni potere esterno come una minaccia, conduce dritti verso l’autodistruzione.

    Da decenni viviamo serenamente solo grazie alla deterrenza nucleare che assicura la fine dell’umanità come la conosciamo se la guerra dovesse davvero coinvolgere superpotenze nucleari come USA o Russia. Da circa dieci anni però, altri attori hanno sviluppato armi nucleari e vettori missilistici intercontinentali.

    L’uso della Intelligenza Artificiale, come capacità macchinica di operare scelte in ambito militare, è stata oggetto di sviluppo del Pentagono già negli anni ’80 e oggi è alla portata di molti complessi militari-industriali nel mondo che mettono alla prova le loro tecnologie nei teatri di conflitto più avanzati: quello Russo-Ucraino e quello Israeliano-Palesinese-Siriano-Iraniano-Yemenita-Libanese. Le tecnologie usate sul primo fronte rimangono quelle delle applicazioni informatiche e della comunicazione satellitare nella designazione degli obiettivi, con qualche uso dell’IA nella identificazione dei bersagli e per la guida autonoma dei droni d’attacco. Fra gli armamenti dell’esercito israeliano, invece, la più avanzata applicazione dell’IA è il sistema di individuazione degli obiettivi, basato sul’elaborazione di enormi quantità di dati accumulati e intercettati in tempo reale, che indica la posizione da colpire. La collaborazione del governo israeliano con Palantir, l’azienda privata di consulenza del governo statunitense in materia di sicurezza, non è nota fino in fondo, ma i software di identificazione dei bersagli operano allo stesso modo e sullo stesso tipo di dati di quelli del Pentagono.

    Le variazioni negli sviluppi tecnologici suddetti, cambiano gli equilibri dell’ambiente in cui i conflitti preesistevano, generandone la manifestazione visibile, ovvero la guerra con le sue conseguenze più drammatiche di morti, distruzioni, carestie, migrazioni.

    Quando descriviamo il susseguirsi delle diverse civiltà nella storia ci riferiamo al dominio, solitamente militare, che alcuni popoli esercitavano sugli altri grazie alle tecnologie usate per combattere e difendersi. I conflitti emergono oggi dalla crisi del sistema coloniale e neocoloniale che ha segnato gli ultimi cinquecento anni di storia. Crisi non significa scomparsa ma evoluzione, cambiamento, il cui esito non è determinato.

  • Guerra sia all’aristocrazia

  • Nel paragrafo precedente ho portato alcuni esempi di come una evoluzione dell’ambiente porta a dei mutati equilibri fra bisogni in conflitto fra loro. L’introduzione di tecnologie come le armi nucleari, i vettori missilistici ipersonici, i droni a guida remota o autonoma, le piattaforme di aggregazione ed elaborazione dei dati per la profilazione e l’identificazione predittiva degli obiettivi, ci dispiegano i vecchi conflitti in nuove forme.

    Lo sviluppo tecnologico, ben saldamente controllato da pochi grandi azionisti e dalle élite ormai globalizzate, fornisce ai fortunati e abili nuovi aristocratici l’opportunità di non dover più scendere a patti con quelle istituzioni democratiche che per un certo periodo, diciamo corrispondente alla seconda metà del XX secolo per noi Europei, aveva garantito l’ingresso delle masse nella vita politica degli Stati, da cui prima erano tenute ai margini. Quella ubriacatura di democrazia liberale, talvolta colorata di socialismo, sembrava destinata al tramonto già con l’evento che segna l’apertura del nuovo millennio, l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001. Al suo posto, già da qualche anno si è affermato qualcosa di diverso dalle democrazie liberali: il tecnofeudalesimo.

    Noi esseri umani non abbastanza intelligenti e non abbastanza ambiziosi per metterci al sevizio dei nuovi potenti, non abbastanza ricchi per vivere in vacanza tra viaggi e divertimenti, non abbastanza giovani e belli da poterci prostituire, non abbastanza talentuosi da esibirci per un vasto pubblico pagante, non abbiamo nessuna possibilità di guadagnarci un posto da cortigiani, per frequentare la nuova aristocrazia e diventarne parte. La separazione fra classi sociali è rimasta ben salda e la mobilità è ridotta ai pochi casi citati. Tutti noi, i molti, dobbiamo ancora sperare di vendere il nostro tempo in cambio di denaro per poter vivere la nostra semplice vita. Chi, invece, può pagare molti umani per convincerli a fare ciò che gli è utile, anche senza produrre nulla, fa parte dei pochi e forma l’aristocrazia, indipendentemente da come ha avuto il denaro: spesso lo ha soltanto ereditato (4).

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    La capacità di vendere servizi agli Stati, di estrarre profitti dalle aziende produttive e commerciali e dalle transazioni dei singoli utenti, godendo di un vantaggio tecnologico che rasenta il monopolio è stata definita Capitalismo della sorveglianza (Zuboff 2019), Gigacapitalismo (Staglianò 2022, p. 38) o Tecnofeudalesimo (Varoufakis 2023). I proprietari privati delle infrastrutture più avanzate tecnologicamente, in grado di catturare ed elaborare l’enorme massa di informazioni e dati prodotti mediante le tecnologie digitali, sono quindi in grado di dominare i mercati a discapito dei capitalisti(Mayer-Schonberg – T. Ramge 2018). Il termine tecnofeudalesimo è stato usato da vari opinionisti prima ma l’economista Yanis Varoufakis ne dà una accessibile spiegazione in un suo saggio (Varoufakis 2023, p. 115). La forma più avanzata di accumulazione di ricchezza non è più l’estrazione di plusvalore dal lavoro, come nel capitalismo industriale descritto da Marx fra gli altri, ma una rendita di posizione basata sulla proprietà. Questa deve essere necessariamente enorme, come avviene nella finanza e nella rendita immobiliare o fondiaria. Ciò non significa che le precedenti forme siano scomparse. Esiste ancora la rendita fondiaria, magari raccolta, invece che da latifondisti con titoli nobiliari, da società per azioni con sede in paradisi fiscali come Cipro o il Lussemburgo. Così esiste ancora il capitalismo industriale, ma questo assume una scala sempre più grande che tende al monopolio (Sylos Labini – Caravani 2024, p. 330), come nel campo automobilistico o dei semiconduttori, agro-alimentare, farmaceutico, ma anche nel meno noto delle multiservizi privatizzate. Anche il settore apparentemente plurale e innovativo delle startup è in realtà alimentato da flussi di capitale d’impresa (Venture Capital) forniti dai grandi fondi di investimento o dalle solite multinazionali dominanti, che si appropriano dei profitti del settore produttivo. Insomma, all’interno del panorama globale dell’economia, il capitalismo classico, quello imprenditoriale, è in forte crisi mentre emergono quei settori finanziari e tecnologici in grado di appropriarsi della maggior parte del valore sotto forma di rendita e profitti speculativi (Mayer-Schonberg – T. Ramge 2018). Ciò che sovrasta il capitalismo, il tecnofeudalesimo, è un sistema di estrazione della ricchezza dai suoi produttori, ovvero dalle imprese e in ultima analisi dai lavoratori, coloro che realmente producono tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

    Rispetto all’analisi di Varoufakis e di altri autori che trattano il tema del valore-dato (Gambetta 2018, p. 63) ovvero del valore intrinseco dei dati, personalmente non ritengo che gli utenti producano valore modulando i dati che poi vengono catturati dai proprietari dei servizi usati. I dati sono a mio parere materie prime abbondanti come l’acqua: finchè queste non viene estratta, accumulata, immagazzinata e distribuita, non ha alcun valore d’uso né economico. I dati, a mio avviso, sono un prodotto del sistema di misurazione e immagazzinarli, conservarli, processarli e interpretarli comporta dei costi. L’informazione non catturata non ha quindi nessun valore di partenza che venga estratto. Il dato registrato, però, confrontato con quelli già posseduti dall’operatore e processati dal sistema, con ulteriori costi per le macchine, l’energia e lavoro umano degli analisti, fornisce una nuova informazione sintetica. Questo profilo descrive l’utente e alcune sue caratteristiche, tra cui la posizione in tempo reale e le sue attività su internet, le sue comunicazioni, i pagamenti effettuati. Le agenzie che accumulano i dati possono confrontarli e indagare le relazioni fra utenti: una sorta di schedatura approfondita generalizzata. La profilazione e l’intercettazione personale sono ambite dalle agenzie di sicurezza, dai governi, ma anche dalle aziende commerciali che comprano dati aggregati a scopo pubblicitario e per mostrare annunci personalizzati. Google, Meta, Amazon e TikTok ottengono quasi la metà della spesa mondiale nella pubblicità online (Staglianò 2022, p. 62). I dati processati, la possibilità di interazione con l’utente, la sua attenzione (Laghi 2025, p.15), sono le merci/servizio che hanno valore e che vengono vendute. L’utente non ha nessun diritto di proprietà da accampare sui suoi dati, può solo evitare che vengano prelevati, rinunciando però ad agire, mostrarsi, muoversi, comprare, comunicare in rete e nel mondo fisico. Chi paga le rendite ai signori tecnofeudali non sono i semplici utenti, a cui il più delle volte vengono offerti servizi gratuiti, ma gli inserzionisti: i governi e gli organismi politici per la propaganda, gli imprenditori per vendere merci e servizi ed essere visibili nella rete. Sono tariffe, spesso esentasse, che vengono riscosse da operatori privati per poter svolgere attività produttive e commerciali sul territorio-rete, per essere visibili, per poter “incontrare” i compratori. Solo Francia e Regno Unito tassano le piattaforme al 2% dei fatturati.

    Nelle forme del post-capitalismo (Wark 2019, p.42) le aziende non svolgono solo funzioni produttive ma, come al tempo delle Compagnie delle Indie, queste enormi aggregazioni concessionarie svolgono attività di dominio, di governo e di governance, attuando quel soft-power che permette la colonizzazione culturale e ideologica. Emittenti televisive satellitari o piattaforme di distribuzione audiovisiva, servizi per il cloud, compagnie aeree o di spedizioni navali, agenzie di rating, banche di investimento e per il credito al consumo, produzioni audiovisive e musicali, infrastrutture logistiche commerciali, servizi per le aziende e le amministrazioni, industrie militari e di cybersicurezza, compagnie telefoniche o internet satellitare, sono solo alcuni esempi di aziende private con un elevato valore strategico.
    Quando queste funzioni vengono incorporate in strumenti di misurazione, previsione e intervento apparentemente slegati da processi decisionali umani, ormai in quasi tutti gli ambiti dell’economia e dell’amministrazione, possono essere definite
    governamentalità algoritmica , un concetto coniato dal filosofo Bernard Stiegler (Stiegler 2019).

    I governi appaltano alle grandi multinazionali tecnologiche alcuni servizi in modo che non siano sottoposti al controllo democratico delle istituzioni. Le aziende spingono con attività lobbistiche, quasi del tutto legali, la amministrazioni ad affidargli in appalto i servizi alle loro condizioni. Funzioni dello Stato vengono assegnate a enti privati sussidiari, come assicurazioni sanitarie e previdenziali, banche di investimento, agenzie spaziali, università private e ospedali, compagnie minerarie e compagnie militari private. Questo connubio fra Stato e privati é comune in ogni parte del mondo, perfino nella Cina comunista, e si delinea come la struttura di governo economico-politico attualmente prevalente, in cui emerge una aristocrazia patrimoniale.

    Le manifestazioni “No Kings” esplose negli USA contro Trump prendono atto tardivamente di un processo attivo da più di venti anni, in cui il problema non è solo il nuovo capriccioso ed eccentrico sovrano assoluto, ma tutta la schiera molto numerosa di cortigiani, tanto repubblicani quanto democratici, che vivono di privilegi grazie agli incarichi della corte. Cosa sono gli incarichi della corte? La spartizione delle rendite attraverso dividendi azionari e falsi lavori più o meno di lusso (Graeber 2018) utili soltanto a riprodurre la classe al potere. Certo, cambiato l’inquilino della Casa Bianca molti funzionari progressisti che operavano nel vasto sistema di governance internazionale come USAID si sono trovati in disgrazia, ma questo non basta a provocare una rivoluzione. Più facile che si assista ad una mutazione nell’ideologia dei cortigiani per conservare le posizioni di privilegio.

    Negli anni passati i liberali di sinistra hanno favorito la trasformazione del capitalismo in crisi in un tecnofeudalesimo, conquistando per i loro rampolli progressisti carriere di successo nella finanza e nella Silicon Valley grazie a percorsi universitari d’eccellenza. Era la retorica della meritocrazia che nascondeva il privilegio dei percorsi di formazione esclusivi ed escludenti (Abranavel 2021, p 160). Oggi le destre vincono le elezioni in quasi tutto il mondo cosiddetto democratico, cavalcando il malcontento delle classi popolari e il più becero razzismo che le anima, abbandonando la borghesia liberale che non è più in grado di mascherare con le buone intenzioni dello sviluppo sostenibile gli interessi di classe delle élite. Come cento anni fa, gli Stati tornano all’hard power del controllo militare dopo l’infatuazione, tutto sommato breve, per discorsi di pace, diritti umani e tutela dell’ambiente. Ricordiamo che negli USA i diritti civili ai cittadini non bianchi sono stati concessi nel 1965, in Sudafrica nel 1994 e nella odierna Israele ancora i cittadini palestinesi sopravvissuti non godono dei diritti civili e politici.

    L’aristocrazia ha abbandonato la maschera del liberalismo e dei diritti umani, visto che supporta il genocidio operato dallo Stato di Israele, l’arruolamento forzato degli uomini ucraini, mandati a morire in trincea a migliaia ogni mese, l’uccisione di politici, giornalisti, scienziati e militari in paesi non belligeranti. Parimenti i liberali rinunciano anche alla retorica del benessere diffuso, per arroccarsi in un rinnovato nazionalismo militarista, in reazione ad una crisi del capitalismo difficilmente evitabile. Emerge così l’opportunità del conflitto popolare contro i ricchi e i loro cortigiani. Le guerre e i sacrifici imposti per sostenerle hanno reso di nuovo attuale il conflitto di classe.

  • Chi sono gli aristocratici e i loro cortigiani.

  • Malgrado delle avvisaglie ci siano state già nel 2011, con i vari movimenti Occupy, la generica identificazione di quell’1% di privilegiati, rispetto al blocco popolare costituito dal 99% dei cittadini, non ha aiutato a definire le parti in conflitto per la distribuzione delle risorse. I ricchi negli Stati Uniti sono ben più dell’1% e in un fortunato articolo sul The Atlantic, Matthew Stewart(5) li ha definiti come la nuova aristocrazia del 9,9%. Anche negli altri paesi con un reddito pro-capite medio-alto, il 10% più ricco della popolazione comprende milioni di persone che formano anche l’elite intellettuale delle nostre democrazie liberali. I cosiddetti opinion-maker fanno parte dell’aristocrazia o lavorano alle sue dipendenze. Politici, giornalisti, accademici, produttori, registi, editori, sono la diretta espressione di questa nuova plutocrazia e selezionano l’accesso alle carriere degli aspiranti professionisti della cultura. Per essere degni di ottenere un ottimo reddito, anche se precario fino all’età matura, bisogna dimostrare una inflessibile fedeltà ai valori e agli interessi della classe dei possidenti. Le famiglie, in cui ricorrono spesso i cognomi di un secolo fa, possono aver cambiato identità politica, abbracciando ideali democratici e anche socialisti in alcuni periodi, quando conveniva, ma hanno sempre perseguito la conservazione e la riproduzione del loro ceto sociale. Possono emergere, grazie a dei talenti particolari, nuovi membri delle elitè, come sempre è stato, mentre altri decadono, rimanendo ai margini e dovendosi adattare a ruoli meno ambiziosi.

    Visto che parliamo di una aristocrazia del denaro che si trasmette attraverso il patrimonio e non attraverso le linee di sangue, proporrò un metodo semplificato per individuare le classi sociali, basato sui patrimoni piuttosto che sui redditi o le professioni, adattando le categorie formulate a suo tempo da Sylos Labini nel suo saggio del 1974 (Sylos Labini 2015) e aggiornate dal più recente saggio di Giorgio Ardeni (Ardeni 2024).

    Fonte Banca d’Italia 2024

    In questi ultimi cinquanta anni, come hanno osservato molti economisti e sociologi(4) tra cui Thomas Piketty, la globalizzazione ha portato una polarizzazione (Piketty 2014, p.550) gravemente acuitasi dal 2010 al 2016 (Banca d’Italia 2024, p. 12), erodendo il potere d’acquisto della piccola borghesia includendovi però gran parte dei lavoratori, ed espandendo l’alta borghesia di milionari che possiamo oggi associare alla nuova aristocrazia. Il dato da osservare è la divergenza tra ricchezza mediana (in forte calo) e la ricchezza media (in costante crescita) in un ambito di stagnazione dei redditi e del PIL. A mio avviso le categorie della fonte di reddito non ci sono più utili a individuare le classi, anche perchè le zone d’ombra sono larghissime, mentre la condizione cetuale risulta più adeguata a descrivere macrocategorie affini anche culturalmente.

    In sostanza abbiamo quattro macro-classi, in base al patrimonio individuale formato da beni immobili, durevoli e denaro, fondi o azioni (di seguito Patrimonio):

  • I Super ricchi: i sovrani, i principi tecnofeudali. Quello 0,001 % di popolazione che accentra enormi proprietà, un potere personale enorme e riesce a contrattare direttamente con i governi. La loro ricchezza però è spesso solo nominale in quanto calcolata sul valore azionario degli asset posseduti, non su beni immobiliari e durevoli.                  Patrimonio > 10 Mln €/$
  • L’alta borghesia che qui definiamo aristocrazia del 9,99%, che fornisce l’elite economica, gli culturale, dei professionisti, degli imprenditori, degli amministratori pubblici e privati. Possiedono la quota maggioritaria della ricchezza mondiale(6) assieme ai pochissimi miliardari.          1 Mln €/$< Patrimonio < 10 Mln €/$
  • La piccola borghesia, o ceto medio, che deve lavorare per vivere che oggi ingloba anche operai e lavoratori dei servizi che vendono la propria forza lavoro. Sono circa l’80% della popolazione, visto che la mediana della proprietà individuale si assesta nei paesi europei più ricchi, tra cui l’Italia (Pa mediano 150.000€), fra i 100 e i 300 mila euro.                      50.000 €/$< Patrimonio < 1 Mln €/$

  • I poveri che vivono di lavori saltuari e/o assistenza pubblica e welfare familiare. Prima venivano definiti sottoproletariato e vivevano in condizioni miserevoli, oggi sono in gran parte immigrati di prima generazione. Sono circa il 10% della popolazione nelle economie avanzate.        Patrimonio < 50.000 €/$.
  • Secondo una classificazione di questo tipo, emerge la trasformazione del proletariato, ovvero di quella classe lavoratrice povera, che costituiva fino a metà del XX secolo la maggioranza della popolazione dei paesi industrializzati: la classe operaia e i contadini. “La cetomedizzazione continua, puntando però verso il basso”(Ardeni 2024, p. 103). L’evoluzione tecnologica ha fatto sì che gli operai abbiano conquistato condizioni salariali equiparabili, quando non migliori, degli impiegati dei servizi (Ardeni 2024, p. 100), che nel frattempo si sono espansi fino a superare il 70% dei posti di lavoro. La popolazione è generalmente invecchiata, raggiungendo numeri record di pensionati, in Italia circa 18 Mln di cittadini (8) di poco inferiori agli occupati totali che sono 24 Mln(9), che generano la spesa rispetto al PIL più alta di tutti i paesi OCSE.

    Nel resto del mondo non OCSE le diseguaglianze sono invece maggiori, in quanto nei paesi più popolosi e di recente sviluppo permane una ampia maggioranza di lavoratori poveri e una ristretta minoranza di ricchissimi, mentre si sta costituendo rapidamente una piccola borghesia. Ovvero quel processo di trasformazione degli operai e contadini poveri in piccola classe media, attuatosi negli ultimi 50 anni nel primo mondo, sta attuando ora, come conseguenza del rapido sviluppo economico globalizzato, in atto da almeno venti anni. La piccola borghesia di quei paesi poveri è ancora minoritaria e alleate delle élite.

    Fonte World Inequality Report 2026

  • I soggetti in conflitto.

  • Il socialismo è nato insistendo sulla frattura, accentuata dal primo capitalismo industriale, fra lavoratori e proprietari. Marx scriveva nel 1848:

    La nostra epoca, l’epoca della borghesia, si caratterizza però per la semplificazione delle contrapposizioni di classe. L’intera società si divide sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi che si fronteggiano direttamente: borghesia e proletariato. (Marx-Engels 1983, p.55)

    I lavoratori erano la maggioranza ed erano poveri, la loro cultura era ancora quella tradizionale e contadina della comunità territoriale e religiosa. Poi il capitalismo è entrato in crisi, nella seconda metà degli anni ’70 del novecento (Mazzetti 2016), proprio perché aveva svolto il suo ruolo storico di portare fuori dalla miseria le popolazioni del primo mondo. Il conflitto di classe vero e proprio ha segnato la sconfitta dei lavoratori, con il passaggio al neoliberismo degli anni ’80 (Lazzarato 2022). Dopo quaranta anni di neoliberismo possiamo concordare sul fatto che oggi, come disse Margaret Tatcher:”come sapete, la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie.”(10) Per i valori condivisi, attualmente ricchi e poveri concordano in un unico orizzonte di senso, quello dei ricchi. Il valore del successo individuale prevale ovunque. Il che non significa che il conflitto fra classi sia scomparso ma, come previsto anche da Marx nel Manifesto, alcuni elementi di socialismo, attuati anche dai fascismi e dalle democrazie liberali nel corso del ‘900, hanno portato i lavoratori a rivendicazioni esclusivamente individuali ed economiche, trasformandoli appunto in piccoli borghesi.

    “Una seconda forma di questo socialismo [borghese NdA], meno sistematica e più pratica, cercava di togliere alla classe lavoratrice ogni tentazione rivoluzionaria, sostenendo che a giovarle avrebbe potuto essere non un qualsiasi mutamento politico, ma solo un mutamento delle condizioni materiali di esistenza, dunque dei rapporti economici. Per mutamento delle condizioni materiali di esistenza questo tipo di socialismo non intende però in alcun modo l’abolizione dei rapporti borghesi di produzione, possibile solo con la rivoluzione, ma miglioramenti amministrativi che restino sul terreno di questi rapporti di produzione; che dunque non tocchino affatto il rapporto tra capitale e lavoro salariato, ma che semmai nel migliore dei casi alleggeriscano alla borghesia i costi del suo dominio e semplifichino il bilancio del suo Stato.”(Marx-Engels 1983, p. 85)

    Ma chi dice che la classe piccolo borghese non possa essere conflittuale o rivoluzionaria? In passato è stata la preziosa alleata dei conservatori, delle monarchie e dei fascismi contro gli operai e il socialismo, ma anche la beneficiaria della socialdemocrazia (Macaluso 2013, p 61). Oggi il socialismo non è più un pericolo e gli operai sono diventati i piccoli borghesi, piccoli proprietari, individui consumatori. Questa classe media, ormai maggioritaria nel Global North, vede frustrate le sue aspirazioni al benessere; viene impoverita e precarizzata dalla crisi del capitalismo industriale e del sistema neocoloniale che ne aveva permesso l’enorme crescita; inizia ad esprimere una conflittualità contro quell’alta borghesia che, per le sue caratteristiche di esclusività, si sottrae alla mobilità sociale diventando, appunto, aristocratica. Nel periodo che va dal 2010 al 2016, in Italia ad esempio, la mediana dei patrimoni personali, ovvero dalla ricchezza posseduta mediamente dalla maggioranza dei cittadini è calata del 25% passando da 200.000 a 150.000 euro pro capite. (Neri – Spuri – Vercelli 2024, p. 12).

    Il maggiore antagonista della nuova aristocrazia è quindi proprio la classe media impoverita, che ne condivide i valori ma compete per le risorse materiali che gli vengono sottratte: mediante lo sfruttamento del lavoro, attraverso la rendita e i meccanismi del debito. Le professioni, un tempo redditizie, che sono state devastate dall’avvento di Internet e delle piattaforme e che continueranno ad essere sfalciate dall’uso massiccio dell’IA (Bellucci 2021), erano quelle del commerciante, del giornalista, del pubblicitario, dell’editore, del dirigente pubblico, del bancario. Al loro posto fioriscono fattorini, magazzinieri, cassieri, operatori al PC, stagisti, informatici precari, camerieri e banchisti in un panorama di sottoccupazione diffusa (Brancati – Carboni 2024, p.10).

    Come nell’ancien régime, i signori tecnofeudali e l’aristocrazia della rendita vivono sontuosamente a spese dei lavoratori. I ricchi sono comunque dei parassiti. Quei lavoratori, che talvolta vengono retribuiti molto bene, in quanto fedeli cortigiani e amministratori delle grandi proprietà, potrebbero facilmente sostituire l’aristocrazia, visto che effettivamente svolgono tutti i ruoli necessari alla riproduzione sociale, se solo avessero il controllo delle infrastrutture logistiche e tecnologiche. L’ostacolo a questa “rivoluzione” è proprio il monopolio della cultura e dei saperi tecnici elevatissimi che permettono all’aristocrazia di risultare indispensabile. È attraverso il monopolio dei percorsi di formazione esclusivi che le classi aristocratiche mantengono il dominio e i canali preferenziali per occupare i ruoli dirigenziali militari, della finanza, dell’industria tecnologica, delle università e della politica.

    L’ideologia che in questi ultimi trenta anni ha irretito la piccola borghesia è quel mito del successo e del merito che, attraverso una abile propaganda, rinnovava lo stantio e fallace mito dell’American dream in salsa europea, con la generazione erasmus e gli esempi dell‘imprenditoria giovanile finanziata dai bandi UE. Una versione neoliberista e precaria del capitalismo assistito dalla Cassa del Mezzogiorno della Prima Repubblica in cui, ovviamente, la maggior parte dei finanziamenti pubblici sono arrivati all’alta borghesia con i ruoli imprenditoriali e direzionali, distribuendo ai dipendenti contratti a progetto e co.co.co che duravano il tempo del finanziamento.

    L’aristocrazia, durante gli anni della globalizzazione, si era ammantata di valori progressisti come i diritti umani, la difesa dell’ambiente e delle minoranze, l’inclusività sociale, perché quelli erano i valori fondanti delle democrazie liberali attraverso cui governavano. Oggi l’aristocrazia tecnofeudale si è convertita rapidamente al militarismo della destra populista e nazionalista, per raccogliere il consenso delle classi medie impoverite, dei pensionati e dei poveri veri e propri, che si sentono minacciati dai nuovi poveri diversi da loro, gli immigrati. Le strategie comunicative della propaganda politica mirano a ottenere il consenso nella forma democratica delle elezioni, ma non è per nulla detto che questa forma persisterà nel momento in cui la borghesia lavoratrice dovesse trovare dei riferimenti politici antagonisti all’aristocrazia, che per sua natura è minoritaria. Di fronte alla prospettiva di perdere il potere con elezioni, l’aristocrazia potrebbe sospendere la dialettica democratica con l’occasione, ad esempio di una o più guerre. Ci stiamo preparando a questo, no? Il Segretario Generale della NATO dice entro il 2030.(11)

  • L’ecosistema.

  • I soggetti politici attuali non sono più monolitici e ideologici. All’interno di uno stesso schieramento di interessi convivono molteplici posizioni che coprono un vasto panorama di identificazioni individuali. Destra e sinistra si oppongono fra nazionalisti, transfemministe, tradizionalisti, antifascisti, libertariani, antispecisti, sionisti, ecologisti, oltre a tutte le ideologie politiche fiorite negli ultimi duecento anni. Ogni “partito”, inteso come parte organizzata, individua un nemico, un antagonista nel conflitto esistente o rappresentato. Se ci manteniamo fedeli a una lettura materialista della società, non ci faremo distrarre dalle molteplici narrative proposte, perché ciò che per noi identifica la faglia del conflitto sono gli interessi materiali, non l’ideologia manifesta. Chi lavora e vede i ricchi appropriarsi del frutto del suo lavoro vive il conflitto di classe, anche se nel suo animo parteggia per gli aristocratici e da loro si sente protetto. Il lavoratore sceglie di non manifestare quello scontro perché si percepisce, e in effetti è, debole di fronte alla conservazione del potere, tanto da implorare di essere utile al ricco per procurarsi il poco che gli occorre per vivere. Finché c’è benessere le rivoluzioni non avvengono e i valori del gruppo egemone vengono condivisi da gran parte della società, ma è nelle crisi e dalle guerre perse che emergono nuovi equilibri e la possibilità di immaginare altre forme della vita.

    L’attuale recrudescenza dello scontro militare in Medio Oriente, come anche in Europa e nell’America Latina, con l’aggressione militare al Venezuela bolivariano, esplicita nel dichiarare la causa nella nazionalizzazione delle risorse petrolifere del 1976, chiarisce gli schieramenti interni ai nostri paesi alleati. La retorica del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli ha lasciato il passo agli interessi nazionali, con trasparenti coinvolgimenti dei privati nell’industria estrattiva, bellica e tecnologico-strategica del controllo e della propaganda. La forza prevale sulla forma. Per i governi nessuna giustificazione morale deve più nascondere la guerra imperialista. Si tratta solo di valutare costi e benefici. Costi per i cittadini lavoratori e benefici per l’aristocrazia proprietaria, assumendosi dei rischi. In questo scenario brutale si definiscono ecosistemi di potere: organizzazioni muoiono, nascono, si trasformano.

    Le aristocrazie europee al potere, non conservatrici ma a loro modo rivoluzionarie, hanno già conquistato le istituzioni democratiche tramite quelle non democratiche: la NATO e l’UE ma anche la BCE, le banche di investimento e le altre istituzioni economiche private. Il processo di unificazione europea è stata una rivoluzione dall’alto. Attorno a quei centri di potere si diffonde un ecosistema di vassalli alla ricerca di benefici, in cambio di fedeltà. Il flusso di denaro che raggiunge ogni angolo della periferia si chiama oggi PNRR, domani Rearm EU. Il connubio tra Stati e potere economico è strettissimo. Nel nostro piccolo possiamo vedere i nostri datori di lavoro affannarsi per ottenere qualche bando di finanziamento e assistiamo all’inerzia di chi spera almeno di vedersi pagare gli stipendi o di ottenere un lavoro a tempo determinato, anche se alla condizione di una sempre maggiore dipendenza dai bilanci della guerra. Questo è l’ecosistema del potere e si nutre del bisogno di sicurezza, economica in primis, di milioni di persone. Ma dov’è l’ecosistema alternativo, che potrebbe esprimere un progetto pacifico di vita e prosperità condivisa, espropriando le proprietà private dell’aristocrazia che ci sta conducendo alla guerra?

    In questo momento storico abbiamo la possibilità di identificare quelle organizzazioni che sono materialmente in conflitto con l’ecosistema aristocratico e, se vogliamo avere una speranza di miglioramento nelle nostre condizioni di vita, dobbiamo entrare a farne parte. Non come simpatizzanti, attivisti da tastiera, seguaci da social. Bisogna entrare a fare parte di organizzazioni reali sostenendole con quote associative, donazioni, lavoro volontario, partecipazione alla vita interna e alla decisionalità. Far crescere le organizzazioni dei lavoratori contro le organizzazioni della rendita. Non c’è un solo soggetto di riferimento ma ce ne sono molti che dovranno poi saper comunicare in modo funzionale (Nunes 2025, p. 228). Partiti, sindacati, associazioni, comitati, piccoli gruppi di amici e singoli formano l’ecosistema trasformativo che mira a costruire un futuro migliore, possibile e senza classi di privilegiati. Le loro identità sono molteplici, le strutture organizzative da rinnovare, gli organizzatori da formare, le narrative da inventare.

    Non c’è bisogno di dirlo, attualmente l’ecosistema del potere è immensamente più forte e ramificato della sinistra trasformativa. Le risorse sono saldamente nelle mani dell’alta borghesia e finché questa non vacilla troverà ancora professionisti disposti a sostenerla in cambio di uno stipendio. La dialettica democratica è quasi ovunque sospesa in Europa e il sostegno diffuso alla commissione presieduta da Ursula von der Leyen e ai suoi piani di guerra lo dimostra. Il cognome preso dal marito, tra l’altro, chiarisce la vicinanza familiare alla vecchia aristocrazia dell’ancien régime. Curiosamente estrema destra e estrema sinistra convergono nella critica alle politiche imperiali dell’UE, per differenti ragioni ma per un comune atteggiamento antisistema.

    Le stesse categorie di sinistra e destra risultano oramai usurate riferendosi a schieramenti identitari in cui oggi c’è di tutto (Neiman 2025, p. 16). La destra è sia liberale che sociale, nazionalista e filostatunitense oppure, anticinese e filo-israeliana, ultra-liberista e statalista, per la famiglia tradizionale ma contro il cristianesimo sociale. La sinistra è parimenti frammentata fra liberali progressisti, socialdemocratici per l’ecologismo etico, comunisti di varia tradizione e anarchici libertari. Tutte identità attualmente incapaci di affrontare efficacemente l’esistente per trasformarlo e sopratutto incapaci di confrontarsi e cooperare tra loro.

    Andare oltre le identità auto riferite e collaborare a orizzonti comuni non è più solo una tra le strategie praticabili, è l’unica possibilità di influire sulla realtà. Stante che ognuna possa definirsi come più gli piace, risulta ridicolo oltre che dannoso identificarsi per opposizione alle altre mille facce dell’ecosistema o semplicemente contro un nemico comune. Nel prossimo futuro quelle organizzazioni che si chiudono verso l’interno, attente solo a testimoniare la propria alterità e purezza potranno forse sopravvivere, ma non potranno far parte del lavoro ecosistemico di costruzione della società futura. Rimarranno nella loro nicchia asfittica, beandosi nella malinconia, continuando i propri riti fino alla completa estinzione.

    Per accumulare potenza occorre un progetto trasformativo esplicito, come è stato il socialismo più di cento anni fa: l’idea di una società senza classi in cui non ci siano oppressi e oppressori ma un’unica comunità umana. Oggi sappiamo che questo è un orizzonte, una tensione, un obiettivo verso cui tendere, proprio nel momento in cui le masse si arrendono ad accettare la legge del più forte: il privilegio dei pochi sullo sfruttamento dei molti, il benessere consumista in cambio della perdita della libertà.

    Il ruolo storico delle organizzazioni oggi è costruire l’infrastruttura di mediazione e direzione dell’ecosistema trasformativo (Nunes 2025, p. 99) Quello della mediazione fra le diverse identità sociali è necessariamente il ruolo delle organizzazioni più forti, strutturate e diffuse territorialmente. La nascita di nuove forme di partito politico che possano svolgere questa funzione è ovviamente un’altra possibilità da esplorare.

  • Conoscere l’arte della guerra.

  • Vincere senza combattere è il culmine della scienza militare (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 104), ma perché ciò sia possibile bisogna padroneggiare tutti gli elementi della guerra (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 95). Trattandosi di un conflitto materiale fra lavoratori e aristocrazia del denaro, ma non di uno scontro militare vero e proprio, ciò che rappresenta il terreno sono le condizioni storiche di vita dei gruppi sociali. Conoscere le condizioni sociali è quindi indispensabile per poter progettare strategie efficaci. Il precedente capitolo sulle strutture di classe intende proprio evitare di basare la propria azione su una interpretazione della società che poteva essere corretta cinquanta anni fa ma che oggi non lo è più. La conoscenza di sé e del nemico porta al vantaggio strategico che permette di vincere (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 95). Tale è l’importanza delle informazioni alla cui raccolta e valutazione va dedicata la massima attenzione da parte degli strateghi.

    “Coloro che padroneggiano la forma possono sconfiggere ogni avversario adattandosi alla sua forma. Usare una sola forma di vittoria per sconfiggere tutti gli avversari non è possibile. Il principio per la vittoria è unico, ma le tecniche concrete devono essere molteplici.” (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 297)

    Questo principio concorda con il pensiero di Rodrigo Nunes per cui la forza prevale sulla forma e per ottenere successi vanno applicate molteplici forme organizzative (Nunes 2024, p. 100). Altra conoscenza antica è che la guerra si vince con la logistica. Una mancanza di risorse in una delle due parti ne comporta la immediata capitolazione.

    Immaginiamo cosa significhi essersi trovati in Grecia nel 2015 con le banche che bloccarono i prelievi per far rispettare le condizioni capestro della BCE. I ricchi greci erano tutti a Londra e nelle città europee o statunitensi, ma i poveri non avevano il denaro per fare la spesa. Questa mossa distolse Alexis Tsipras dall’attuare il suo piano di contrattacco, racconta Yanis Varoufakis, che all’epoca era Ministro delle Finanze. Quella fu una dimostrazione di forza delle banche, ma l’aristocrazia della rendita è anche estremamente vulnerabile: ha bisogno di stabilità per appropriarsi della ricchezza. Di fronte ad una crisi vera le borse crollano, le bolle speculative scoppiano, la fiducia in guadagni futuri scompare e il potere del denaro arretra di fronte alla forza delle armi.

    Nella preparazione di un conflitto contro l’aristocrazia del denaro bisogna accumulare potenza, tutto qui. Con ogni mezzo necessario vanno aggregati i migliori strateghi, le più ampie masse di manovra e alleati potenti. Per fare questo serve anche il denaro. Bisogna costruire un contro-potere che sia in grado di organizzare la società meglio di come è organizzata ora. Convincere le forze produttive e la maggioranza delle popolazioni che la trasformazione attesa sarebbe vantaggiosa, per tutti coloro che vengono sfruttati, anche se non sono poveri, riportando la proprietà delle infrastrutture produttive a chi lavora.

  • Un programma minimo.

  • Gli obiettivi devono essere pochi, semplici e condivisi, non molteplici e frazionati in identità contrapposte come sono ora. Le differenze esistono, ma solo ciò che è comune porta all’unità. L’estrema radicalità e l’utopismo nelle rivendicazioni portano inevitabilmente al settarismo e all’isolamento, quindi all’impotenza. Stiamo rappresentando l’obiettivo di classi sociali formate dal 90% della popolazione, non di una minoranza idealista e radicale. La minoranza, come scriveva Marx, deve mettersi al servizio “nell’interesse dell’enorme maggioranza”(Quirico – Ragona 2018, p 19), non il contrario, cercando il consenso democratico attorno alle riforme strutturali, verso una via italiana al socialismo (Macaluso 2013, p. 60) che oggi non può che essere integrata in Europa.

    Se il potere dell’aristocrazia è fondato sul denaro, l’obiettivo è togliergli il denaro, con i mezzi che già esistono.

    Tassare i ricchi, espropriarli e rendere le banche e le grandi aziende strategiche proprietà pubbliche, comuni, nella forma di cooperative o società con azionariato diffuso. I lavoratori devono avere la proprietà delle aziende per cui lavorano. Le infrastrutture di comunicazione (strade, trasporti, reti di distribuzione e telematiche) devono tornare pubbliche, sotto il controllo democratico dei cittadini. Alla popolazione va garantito lavoro dignitoso, con orari brevi che permettano di conciliare i tempi di vita (Mazzetti 1997). Non vogliamo più denaro per comprare oggetti superflui ma la possibilità di fare a meno del denaro (Mazzetti 1992), svincolando la soddisfazione dei bisogni dal mercato: abitazione, istruzione, salute, trasporti. Questo è possibile anche trasformando l’attuale forma del denaro, facilmente tesaurizzabile, in una moneta di consumo utile solo alla circolazione(12), che non sia possibile accumulare oltre una certa cifra o portare all’estero, e che non produca interessi (Bossone – Cattaneo – Grazzini – Sylos Labini 2015). Un esempio già esistente sono le attuali “social card” o “carta acquisti“, attraverso cui attualmente lo Stato italiano eroga miserevoli sussidi (500€ all’anno o 40€ al mese), carte di debito che erogano una somma fissa non cumulabile. Questi sistemi di pagamento già in uso garantiscono la possibilità di uscire in pochi giorni dal sistema di pagamenti europeo dell’Euro. Interessante in proposito il sistema statale brasiliano per i pagamenti elettronici PIX a cui si ispira il progetto dell’Euro Digitale, resilienti in caso di fallimento delle banche. La catastrofe della guerra verso cui ci stanno portando è l’unica possibilità che abbiamo per veder crollare l’aristocrazia del denaro. Per raggiungere degli obiettivi, siano questi o altri, bisogna far leva sul potere statale che è oggi l’unico possibile antagonista della grande proprietà privata e finanziaria. L’idea di cambiare il mondo senza prendere il potere (Holloway 2004), se pure fosse stata una nobile idea, è attualmente tramontata. Senza prendere il potere si può al massimo sopravvivere, adeguandosi o nascondendosi.

    Abolire i miliardari è già un primo obiettivo possibile. Tassare fortemente i milionari il secondo. Poi si vedrà.

    Note

  • https://rizomatica.noblogs.org/2024/02/minetti-mobilitazione-e-diserzione/ , https://rizomatica.noblogs.org/2025/07/minetti-la-guerra-cercata/
  • La Guerra di Piero live 1991 https://www.youtube.com/watch?v=vBfZdiFRzv4

  • Se queste condizioni non sono tutte rispettate significa che, per fortuna dei lavoratori, non stiamo osservando una condizione di puro scambio di lavoro merce, ma qualcosa di più complesso ed evoluto in cui rientrano relazioni che non sono puramente economiche e strumentali fra le parti sociali.

  • https://www.corriere.it/economia/risparmio/26_gennaio_19/italia-il-paese-delle-fortune-invertite-in-15-anni-il-91-della-ricchezza-prodotta-e-finita-ai-piu-facoltosi-alla-classe-media-le-5320537c-9836-42af-b0cc-8252e48f6xlk.shtml

  • https://www.internazionale.it/notizie/matthew-stewart/2020/08/14/nuovi-privilegiati
  • https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2024-0836/QEF_836_24.pdfhttps://wir2026.wid.world/www-site/uploads/2025/12/World_Inequality_Report_2026.pdf
  • https://wir2026.wid.world/insight/exorbitant-privilege/
  • https://www.ticonsiglio.com/wp-content/uploads/2025/07/pensioni-decorrenti-2024-e-primo-semestre-2025-rilevazione-2-luglio-2025.pdf
  • https://www.istat.it/comunicato-stampa/occupati-e-disoccupati-dati-provvisori-gennaio-2025/
  • https://it.wikiquote.org/wiki/Margaret_Thatcher#Terzo_mandato_come_primo_ministro
  • https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/18/russia-nato-spese-militari-confronto-news/8231430/
  • https://archive.org/details/PerUnaMonetaFiscaleGratuita

  • Bibliografia

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    #aristocrazia #classi #conflitto #economia #ecosistema #gaza #guerra #italia #king #neoliberismo #organizzazione #politica #socialismo #tecnofeudalesimo

    Guerra sia all’aristocrazia

    https://rizomatica.noblogs.org/2026/02/minetti-guerra-aristocrazia/

    Andare oltre le identità auto riferite e collaborare a orizzonti comuni non è più solo una tra le strategie praticabili, è l'unica possibilità di influire sulla realtà. Stante che ogn

    #Economia #Politica #Strumenti #Tecnopolitica #aristocrazia #classi #conflitto #economia #ecosistema #gaza #guerra #italia #king #neoliberismo #organizzazione #politica #socialismo #tecnofeudalesimo

    Guerra sia all’aristocrazia | Rizomatica

    Il sacro simbolo della nazione che perpetua il proprio spirito sotto una cupola di erba elefante

    L'idea che l'Africa potesse costituire terreno fertile per il tipo nuovo di colonialismo europeo, basato sull'esperienza redditizia delle Americhe, agevolmente sottratte alle popolazioni indigente pre-colombiane soltanto qualche secolo prima, fu il fondamento del conflitto tra potenze cominciato nel

    Il blog di Jacopo Ranieri

    Grazie a @sozaboy per avermi prestato questo, davvero una lettura di cui ho bisogno in questo momento.

    #letture #RodrigoNunes #movimenti #organizzazione #teoriapolitica #politica

    Organizzazione mondiale della sanità, gli Stati Uniti sono ufficialmente fuori e sono “scappati” senza pagare il conto

    Il ritiro diventa effettivo a un anno dall'annuncio e Washington non ha nessuna intenzione di saldare i contributi dovuti all'Organizzazione mondiale della sanità

    Wired Italia

    Rivolte senza rivoluzione – Per delle iperboli esatte

    L’articolo è stato pubblicato in origine su Il Rovescio il 25/12/2025.

    di redazione Il rovescio

    Cosa chiediamo a un testo? Non necessariamente che sia condivisibile, ma che affronti delle questioni importanti e che nel farlo offra una buona base di discussione. È il caso, ci sembra, di questo contributo che abbiamo tradotto. Al di là dei foucaultismi e dei “tiqqunismi” che contiene, e malgrado qualche ambiguità che lo caratterizza, questo testo illustra con una certa precisione la fase storica in cui siamo entrati e – cosa non molto frequente – cerca di analizzare le innovazioni organizzative sperimentate dai movimenti di rivolta degli ultimi tempi. Alla fine del testo troverete un nostro commento. Qui in pdf: Rivolte senza rivoluzione-Per delle iperboli esatte

    Rivolte senza rivoluzione*

    di Adrian Wohlleben

    tratto dal sito statunitense illwill.com *Questo articolo è basato su una conferenza pubblica tenuta il 3 ottobre 2025 a Montréal, in Quebec, prima puntata di una serie di discussioni dedicate alle prospettive rivoluzionarie nell’èra attuale.

  • L’èra delle rivolte non è finita

  • Coloro che cercano una scienza rivoluzionaria del presente devono prepararsi alla delusione. Non esiste alcuna bussola per navigare nei nostri mari tumultuosi, alcuna chiave universale o formula magica capace di raddrizzare la nostra nave e collocarci senza equivoci sulla via della rivoluzione. L’oscurità del nostro orizzonte è più profonda di tutto ciò che abbiamo conosciuto nelle nostre vite. Tuttavia – anche se si potrebbe perdonare ai nordamericani di pensare il contrario – i movimenti non mancano: su scala mondiale, le onde si alzano e s’infrangono a un ritmo così stordente che diventa impossibile seguirne tutte le manifestazioni, anche per coloro che vi si dedicano.

    Soltanto gli ultimi sei mesi hanno visto disordini massicci in Turchia, Argentina, Serbia, Kenya, Indonesia, Nepal, Filippine e Perù. Prima di questo: Bangladesh, Georgia, Nigeria, Bolivia… e la lista è sicuramente incompleta. In ogni circostanza, delle mobilitazioni che riuniscono decine di migliaia di persone hanno portato a crescenti scontri con le forze dell’ordine in diverse città, provocando delle crisi nazionali di sicurezza. Questo mese, il presidente del Madagascar ha sciolto il governo in risposta a tre giorni di manifestazioni sanguinose guidate dalla “Generazione Z” contro le interruzioni d’acqua e di elettricità e contro la corruzione politica, sventolando la stessa bandiera pirata One Piece agitata in Indonesia o in Nepal [1].

    Nel momento in cui scrivo queste righe, scoppia una nuova rivolta in Marocco: le manifestazioni di massa si trasformano in undici città in sommosse feroci e in scontri violenti. A questo si aggiungono delle sequenze precedenti ancora in corso, come la guerra civile in Myanmar, in cui gli insorti continuano ad avanzare sottraendo città intere alla Giunta. Insomma, anche se la pandemia mondiale di Covid-19 è sembrata a certi teorici un complotto destinato a schiacciare l’ondata di rivolte del 2018-2019, questi timori, come gli Americani hanno scoperto fin dal maggio 2020, erano infondati. Malgrado un affievolimento tra il 2021 e il 2023, l’ultimo anno e mezzo conferma che la nuova «èra delle sommosse» [2] (così chiamata nel 2011 dal gruppo comunista greco Blaumachen) è lungi dall’essersi conclusa. Il compito di riflessione è doppio: situare queste rivolte nelle rotture storiche di cui sono testimonianza, e identificare le loro potenzialità ancora incompiute rintracciando le fessure tra le pratiche che le compongono.

  • L’ordine neoliberale sta finendo, ma nessun nuovo regime l’ha ancora rimpiazzato. Tutte le forze sono spinte su un piano strategico

  • Benché sotto il cielo non ci sia altro che caos, non si può dire che la situazione sia eccellente.

    Viviamo in un interregno. Da quasi due decenni, l’ordine neoliberale mondiale del capitalismo finanziario – installatosi negli anni Ottanta e diffusosi ovunque negli anni Novanta – è minato da persistenti crisi dei tassi di profitto. Incapaci di assicurare la crescita attraverso i soli mezzi del mercato, i partiti politici si trovano di fronte a una scelta: esseri battuti alle prossime elezioni da oppositori che promettono essi stessi una crescita che nemmeno loro possono garantire; oppure garantire i profitti attraverso strategie extra-economiche fondate sulla guerra, sul saccheggio, sulla conquista e sullo spossessamento. A partire dalla crisi finanziaria del 2008, il ciclo di accumulazione non può più funzionare secondo le proprie regole interne, poiché i suoi «impasse e blocchi (…) esigono l’intervento di un ciclo strategico fondato sui rapporti di forza e la relazione non-economica amico-nemico» [3]. Per esempio: qual è il piano di Trump per «mettere in sicurezza» l’economia americana grazie alla reindustrializzazione? Attraverso una combinazione di minacce economiche e militari (tariffe per alcuni, invasioni per altri), l’obiettivo è quello di costringere i Paesi alleati a investire nelle fabbriche situate negli Stati Uniti. Come ha esplicitato il segretario al Tesoro Scott Bessent in un’intervista a Fox News nel mese di agosto [4], in cambio della «riduzione di certe tariffe per gli alleati», il Giappone, la Corea del Sud, gli Emirati Arabi e altri Paesi europei «investiranno nelle imprese e nelle industrie che indicheremo loro – ad ampia discrezione del presidente». In altri termini: la stabilità americana sarà acquisita tramite intimidazione economica e ricatto militare.

  • Le sollevazioni contemporanee, come i neo-autoritarismi, sono i sintomi del crollo del capitalismo neoliberale

  • È in questo contesto che bisogna collocare l’ondata di sollevazioni mondiali cominciata con i movimenti delle piazze e la Primavera araba (2010-2012), ma anche la reazione neo-autoritaria che hanno generato – da Trump e Bolsonaro a Duerte, Orbán e Savini [5].

    Se le rivolte sono animate maggioritariamente da giovani e lavoratori poveri, in collera per l’estrattivismo neoliberale e la confisca di opportunità da parte di élite definite «corrotte», condizioni che spingono molti giovani a concepire come sola strada per il futuro il lavoro all’estero, i fanfaroni neo-populisti traggono il sostegno da una piccola borghesia sempre meno mobile, ansiosa per la crisi di crescita e le sue ricadute sempre meno ampie sui propri privilegi a lungo acquisiti.

    Nella misura in cui la crisi di crescita si aggrava, il ciclo strategico necessario per sostenere il mercato si separa progressivamente da quest’ultimo: in alto, i deficit commerciali sono «risolti» con l’intimidazione, la guerra o il saccheggio; in basso, le tensioni sociali, anche modeste, sfociano direttamente nelle rivolte. Queste due dinamiche appaiono come indissociabili. Ogni mese l’estrema destra conquista terreno elettorale; ogni settimana una nuova ondata di sommosse incendia commissariati, blocca strade, occupa piazze, saccheggia palazzi e affronta i capi di Stato.

  • Il ritorno del piano strategico non è una rottura con le istituzioni liberali ma vi passa attraverso

  • A questo stadio, bisogna evitare sue confusioni. La prima consiste nel credere che il momento presente equivalga a un rifiuto totale degli ordini giuridici e politici liberal-democratici che l’hanno preceduto. Molti liberali hanno cercato di presentare le politiche interne dell’amministrazione Trump come sovversione delle norme e procedure democratiche, le quali dovrebbero di conseguenze essere difese. In realtà, è vero il contrario. Ciò che distingue i «nuovi fascismi» da quelli del passato non è il loro emergere dentro il quadro della democrazia liberale – questo era già il caso per i loro predecessori del XX secolo. Piuttosto (come hanno sostenuto di recente alcuni compagni del Cile) «hanno saputo perfezionare delle politiche fasciste e permettere il loro sviluppo all’interno di un quadro democratico, al punto da saper edificare un’industria fondata sul crimine e sull’insicurezza come giustificazioni alla pianificazione di queste politiche» [6].

    Ogni riconoscimento autentico di questo esigerebbe che le critiche rivolte alle tendenze fascisteggianti dell’amministrazione Trump siano accompagnate da una critica approfondita della democrazia stessa; mentre la sinistra progressista persiste nella sua credenza erronea nell’opposizione totale tra democrazia e fascismo. Allo stesso tempo, tuttavia, il fatto che i fascismi latenti s’appoggino su quadri giuridici preesistenti non deve farci credere che oggi un ritorno alla democrazia liberale sia ancora possibile. I sostenitori di Zohran Mandami che s’immaginano di aver «rimesso l’auto nella buona direzione» non fanno che andare fino in fondo nella parodia. In realtà, la dipendenza transitoria del fascismo rispetto alla democrazia liberale costituisce solo il prerequisito necessario per riflettere su ciò che deve avvenire dopo.

  • La sola certezza condivisa: la necessità di un salto

  • Il fatto di vivere in un interregno – tra un ordine morente e un altro che non si è ancora stabilizzato – significa che la sola certezza condivisa da tutte le forze in campo è che ci troviamo nel mezzo di una rottura, e che le contraddizioni del nostro presente non possono essere risolte con l’aiuto degli strumenti e delle procedure delle istituzioni che ci hanno condotto qui, anche se queste istituzioni sussistono oggi ancora sotto certe forme.

    Ciò che è necessario, è un «salto fuori della situazione» [7]. Il bisogno di questo salto si fa sentire ovunque, talvolta in maniera confusa, talaltra in maniera cosciente. Questo salto si sta già preparando e abbozzando intorno a noi; esso spiega l’audacia stupefacente che sorge in tutti gli angoli della società, dagli attentati «gamer»** al cinismo animale del genocidio israeliano a Gaza, fino ai giovani nepalesi e alle classi popolari che, in rappresaglia contro i 21 manifestanti abbattuti dal loro governo l’8 settembre, in un solo giorno hanno incendiato la Corte suprema, il Parlamento, la residenza del Primo ministro, quella del presidente, così come decine di commissariati, supermercati e una sede mediatica, rovesciando un governo «in meno di 35 ore» [8]. È questo salto – di cui già si sentono ovunque le scosse – che dobbiamo pensare, organizzare e spingere verso una rottura irreversibile con il dominio dell’economia.

  • Le rivolte contemporanee producono nella migliore delle ipotesi una coscienza del capitale, ma non il suo superamento

  • In una società in cui le riforme costituzionali possono essere ottenute soltanto attraverso la rivolta, la questione del loro rapporto con la rivoluzione deve essere considerata.

    Le rivolte sono dappertutto, ma – ad eccezione forse della guerra civile in Myanmar (il cui esito resta incerto) – la gran parte di esse, stupefatte dalla vittoria contro le forze dell’ordine, finiscono con il reclamare né più né meno che un ritorno negoziato allo status quo. Tale schema era già chiaramente visibile durante la sollevazione del 2022 in Sri Lanka:

    «Le lotte sono spesso sconfitte non dallo Stato, ma dallo choc delle proprie vittorie. Raggiunta una certa ampiezza, i movimenti hanno la tendenza a conseguire i propri obiettivi più rapidamente di quanto avrebbero potuto aspettarsi. La caduta del regime Rajapaksa si è prodotta così velocemente che nessuno ha preso seriamente in considerazione il seguito. La finestra aperta dal movimento si è richiusa in fretta e l’aria soffocante della normalità ha ripreso tutto lo spazio nella stanza» [9].

    Uno dei limiti fondamentali delle rivolte contemporanee attiene all’ambito stesso della lotta, che tende a interpretare le penurie della sussistenza come il semplice riflesso della corruzione, dell’austerità e del clientelismo [10]. Questa cornice, che non mette in discussione il capitalismo stesso ma soltanto la sua (cattiva) gestione, sfocia inevitabilmente in un semplice rimescolamento delle carte:

    «Le critiche della corruzione forniscono una falsa immagine delle capacità effettive di azione di cui dispone lo Stato nelle crisi economiche e sociali, come se potesse evitare, se solo lo volesse, di mettere in campo politiche di austerità… Dopo la caduta del regime, la gente si trova ad affrontare il fatto che la logica strutturale della società capitalistica resta in piedi. I governi usciti dalla rivoluzione si trovano ad applicare misure di austerità del tutto simili a quelle che inizialmente avevano scatenato le proteste» [11].

    Da un lato, ci si potrebbe aspettare che tali fallimenti contribuiscano a far emergere una critica più sistemica del capitalismo, allo sviluppo della «coscienza di classe», nella misura in cui «l’unità essenziale degli interessi della classe dominante» diventa evidente per chiunque vi presti attenzione. Tuttavia, come osserva Passad:

    «… sarebbe forse più corretto pensare allo sviluppo di una coscienza del capitale. Affinché la sollevazione si spingesse oltre, sarebbe stato necessario ch’essa affrontasse l’incertezza di sapere come il paese avrebbe potuto nutrirsi e vivere mentre la sua relazione con il mercato mondiale era interrotta. Dopo tutto, è soltanto attraverso e dentro la società capitalistica che i proletari sono in grado di riprodurre la propria forza lavoro».

    In altri termini, se una rivolta non arriva ad affrontare il problema di una rottura rivoluzionaria nel momento in cui l’ordine è sospeso, la lezione interiorizzata rischia di essere quella della legge di ferro dell’economia: i e le partecipanti diventano coscienti del capitale come costrizione immediata sulla vita, ma incapaci d’immaginarne il superamento [12].

  • Le rivolte hanno prodotto forme alternative di autorganizzazione – senza comprendere la loro portata

  • Negli anni Cinquanta, il filosofo tedesco della tecnica Günther Anders descriveva ciò che chiamava un «dislivello prometeico», apparso nelle società industriali, che operava un rovesciamento del rapporto classico tra immaginazione e azione. Laddove l’utopismo si basava sull’idea che la nostra immaginazione oltrepassi ciò che esiste, proiettandosi al di là dell’attualità, Anders sostiene che oggi accade l’inverso: con l’invenzione della bomba nucleare, è emerso uno scarto prometeico nel quale gli atti fattuali eccedono ormai la facoltà dei loro agenti a immaginarli, a pensarli o a sentirne il peso. Non siamo capaci di comprendere – ancor meno di assumere – ciò che stiamo già facendo [13]. Siamo diventati degli «utopisti al contrario», incapaci di contemplare l’ampiezza o le ripercussioni delle nostre stesse pratiche. Siamo più piccoli dei nostri atti, i quali dissimulano in se stessi qualcosa d’insondabile. L’immaginazione non solo non riesce più a superare il presente: essa fallisce persino nel cogliere l’attualità [14].

    Un fenomeno analogo può prodursi nelle lotte politiche. Anche quando perseguono degli obiettivi riformisti, i partecipanti compiono talvolta delle svolte la cui radicalità reale resta inavvertita, soprattutto quando tali svolte non possono essere integrate nei concetti e nelle categorie adottati fino a quel momento dalla lotta. Gli insorti sono quindi incapaci di trarre tutte le implicazioni da ciò che stanno già facendo; né riconosceranno necessariamente queste spinte nei cicli di lotta successivi al fine di spingerli in una nuova direzione. È in questo scarto tra la pratica e la riflessione, tra i mezzi e i fini, tra le punte più avanzate di un ciclo e quelle che emergono nel successivo, che la teoria può giocare un ruolo di appoggio, facendo emergere l’eccedente nascosto nelle pieghe della storia, la sua Entwicklungsfähigkeit [capacità di sviluppo] [15].

    Il movimento dei Gilet gialli è stato in tal senso esemplare. Tra le sue varie innovazioni, si possono evidenziare due punte avanzate. Per prima cosa, benché i suoi elementi catalizzatori siano stati delle pressioni sociali già note – aumento del costo della vita, abbassamento della mobilità sociale, tagli ai servizi pubblici ecc. –, l’organizzazione della rivolta ha aggirato le categorie tradizionali d’identificazione politica e d’identità sociale grazie a un gesto semplice e riproducibile d’auto-inclusione: per unirsi al movimento era sufficiente indossare il gilet e fare qualcosa. In tal modo il movimento ha superato d’un salto il problema trotzkista della «convergenza» tra movimenti sociali costruiti nella separazione (studenti, lavoratori, immigrati ecc.). Ogni lotta politica richiede un certo grado di formalizzazione per delimitare l’appartenenza; ora, l’uso di un oggetto quotidiano come un gilet ben visibile – o un ombrello – garantiva il fatto che la forza di combattimento fosse definita dalle iniziative contagiose che diffondeva e non in riferimento a un gruppo sociale specifico autorizzato a rappresentarla. Ciò ha permesso ai Gilet gialli di aggirare un meccanismo centrale della governamentalità: la cattura delle nostre identità sociali per contenere gli antagonismi nei circuiti istituzionali (politiche universitarie, conflitti di lavoro ecc.). Dai «frontliners» di Hong Kong ai «terremoti dei giovani» [youthquakes] d’oggi, riuniti sotto il sigillo impersonale di una bandiera pirata in stile manga [16], le rivolte scoppiano ormai come dei contagi virali, come dei mème che favoriscono sperimentazioni più aperte e riducono i rischi di recupero. Tuttavia, incapaci di riconoscere la potenza delle loro stesse innovazioni, i Gliet gialli sono ricaduti nell’immaginario della Rivoluzione francese e del suo ondivago significante, «il popolo», spingendo molti a confondere l’innovazione di quel movimento con un rinascente populismo di destra. Sull’immanenza inappropriabile del mème hanno sovrascritto la trascendenza del mito [17].

    In secondo luogo, mentre numerose rivolte si fanno magnetizzare dai simboli del potere borghese – tribunali, parlamenti, commissariati –, i Gilet gialli hanno stabilito le loro basi di organizzazione, di strategia e di vita collettiva quanto più in prossimità del loro quotidiano. Come è stato osservato all’epoca:

    «Questa prossimità con la vita quotidiana è la chiave del potenziale rivoluzionario del movimento: più i blocchi sono vicini al domicilio dei partecipanti, più è probabile che tali luoghi diventino personali e importanti in mille modi. E il fatto che sia una rotatoria – piuttosto che un bosco o una valle – a essere occupata toglie ogni contenuto prefigurativo o utopico a questi movimenti. […] Occupare la rotonda vicino a casa propria assicura che la fiducia collettiva, l’intelligenza tattica e il senso politico condiviso che i Gilet gialli coltivano di giorno in giorno attraversino e contaminino le reti, i legami, le amicizie e gli affetti della vita sociale nelle zone coinvolte» [18].

    Sentimenti che resterebbero utopici in una piazza occupata del centro città o in uno spazio come la ZAD (in cui la maggior parte dei partecipanti non vivono), una volta spostati in una rotatoria possono a quel punto diffondersi nella vita quotidiana invece di rimanerne separati. E quando le sue basi sono attaccate dalle forze repressive, le risorse della vita privata possono rialimentarle e ricostruirle, come si è visto a Rouen, dove le casette improvvisate sono state distrutte e poi ricostruite una mezza dozzina di volte [19]. L’innovazione non consisteva soltanto nella prossimità con la vita quotidiana. Occupare i centri dei paesi sarebbe potuto bastare. Ma collocando la loro base alla giuntura tra l’economia e la vita quotidiana – là dove i camion merci che lasciano l’autostrada entrano in città –, le rotonde sono diventate anche dei blocchi di filtraggio, consegnando agli insorti una leva logistica. Occupando la circolazione non nel punto vitale per il capitale, ma nel luogo in cui il capitale entra nell’ambito della vita, hanno politicizzato la membrana tra vita e denaro alle proprie condizioni, invece di piegarsi al luogo simbolico indicato dal potere borghese (come aveva fatto Occupy Wall Street). In realtà: «Il vero orizzonte strategico dei blocchi del retro-paese non è sospendere completamente i flussi dell’economia, ma produrre delle basi territoriali abitate che la restituiscono alla dimensione della vita quotidiana, a un livello in cui essa può essere compresa e decisa» [20]. Una combinazione di intelligenza logistica collocata sulla soglia della vita quotidiana, ma federata a livello nazionale attraverso assemblee regionali e nazionali di delegati [21]. Per Jérôme Baschet, invece, la costruzione di questi «spazi liberati» – spinta fino in fondo – avrebbe potuto rappresentare lo zoccolo di una più vasta offensiva contro l’economia, approfondendo non solo «i legami tra spazi liberati esistenti», ma combinando «la moltiplicazione degli spazi liberati con dei blocchi generalizzati. Nella misura in cui gli spazi liberati possono dispiegare le proprie risorse materiali e le proprie capacità tecniche, possono servire da nodi decisivi in grado di amplificare i blocchi nei momenti chiave, in forme diverse. Più abbiamo spazi liberati, più dovremmo essere in grado di estendere la nostra capacità di blocco. Inversamente, più i blocchi diventano diffusi, più questi favoriscono l’emergere di nuovi spazi liberati» [22]. Il rischio, certo, sarebbe credere che si tratti semplicemente di ripetere la situazione Gilet gialli. Questo errore – visibile nella strana bolla speculativa che ha circondato quest’estate l’iniziativa «Blocchiamo tutto» del 10 settembre – proviene da una tendenza a dissociare la questione delle tattiche e delle pratiche dalla rottura evenemenziale che ha presieduto al loro emergere [23]. Coloro che tentano di forzare la storia a ripetersi garantiscono una cosa sola: la farsa.

  • Nei suoi slanci pratici, la lotta contro l’ICE punta al superamento delle separazioni della Floyd rebellion

  • La capacità offensiva della sollevazione George Floyd del 2020 è stata ostacolata da una separazione tra la sua presa degli spazi e la sua intelligenza logistica. Le occupazioni che assediavano formalmente i luoghi del potere («sommossa politica») non sono mai arrivate a combinare in modo significativo le proprie forze con le carovane di saccheggi che si scatenavano contro i centri commerciali e le zone mercantili secondo una strategia del mordi e fuggi («sommossa delle vetrine») [24].

    Di conseguenza, la coscienza logistico-infrastrutturale è rimasta relativamente depoliticizzata – semplice assemblaggio di tecniche – mentre la coscienza politica restava fissata su degli edifici evacuati dal forte valore simbolico [25].

    Con la costruzione di centri di difesa, o centros, combinata con altre pratiche di auto-sorveglianza, di inseguimento e di perturbazione, la lotta attuale contro l’ICE ha abbozzato una ripoliticizzazione dell’intelligenza infrastrutturale, così come un’inversione del suo orientamento «cinegetico» (dal ruolo di preda a quello di predatore). Questo fatto, unito alla marcata tendenza a restituire la politica agli spazi della vita quotidiana, indica una possibilità reale di superare i limiti del 2020 – che gli attori di questa lotta ne abbiano formalizzato l’idea o meno. Dopo l’invasione delle città americane – Washington, Chicago, Portland – da parte delle forze federali, l’attrazione simbolica esercitata da certi luoghi del potere, come i centri di detenzione dell’ICE a Broadview (Illinois), ha ceduto lo spazio a un diffuso ethos d’autorganizzazione, oltrepassando persino barriere di classe e di razza in passato invalicabili. Il centro di gravità si è spostato lontano dal tritacarne delle guerre d’assedio attorno alle fortezze nemiche, per ritornare verso gli spazi della vita quotidiana – un’evoluzione, questa, da salutare. I e le residenti invadono le proprie strade non appena sentono quel richiamo dell’usignolo che sono i clacson e i fischietti; carovane di auto private inseguono e disturbano gli agenti dell’ICE lungo i viali; mentre vicine e vicini si riuniscono intorno alle scuole, ai luoghi di lavoro e alle bancarelle dei rivenditori di strada. Dei consigli di difesa sono sorti a Chicago come altrove nel Paese, militanti hanno installato dei centri di difesa negli assembramenti di Home Depot e in altri luoghi frequentati dai lavoratori a giornata. Secondo una recente guida pratica, questi centri servono da spazi di incontro che vanno al di là delle affinità della sotto-cultura o dell’ambito di lavoro, «offrendo alle persone colpite delle relazioni radicate localmente che dànno una direzione alla loro collera» [26]. Nella misura in cui i nessi tra la vita quotidiana e la riproduzione sociale diventano via via più politicizzati, l’intelligenza logistica di solito riservata ai saccheggi e all’attacco mordi e fuggi comincia a generalizzarsi, a de-specializzarsi e a diventare accessibile a chiunque sia pronto a raggiungere una rete Signal locale e a cominciare a pattugliare. Le pratiche di sorveglianza collettiva dal basso, associate a un insieme di compiti concreti – impedire gli arresti, garantire un passaggio sicuro, esasperare ed espellere i nemici – realizzano lentamente ciò che due decenni di movimenti sociali non sono riusciti a fare: reintrodurre una partecipazione collettiva nello spazio metropolitano, su di una base partigiana, non economica.

    Le strategie politiche sono coerenti solo in funzione delle verità su cui si basano. Questo riconoscimento ha spinto i partecipanti alla sollevazione di Hong Kong nel 2019 ad attribuire un’importanza fondamentale alla verifica delle informazioni. Queste pratiche trovano oggi una nuova espressione nelle lotte anti-ICE, che mescolano una condivisione di conoscenze infrastrutturali con un ethos collettivo di coinvolgimento nella situazione. Nelle città americane, un nuovo empirismo politico scruta la vita quotidiana per individuare i segni del nemico. Per attivarsi ed evitare i rapimenti, le reti di intervento rapido dipendono dalle informazioni raccolte da attivisti che pattugliano in auto o a piedi, o dalle segnalazioni pubblicate sulle reti social. Queste informazioni sono in seguito filtrate in ampie reti Signal nelle quali si confrontano descrizioni di veicoli e targhe, si estraggono i numeri VIN e si scambiano in tempo reale dettagli di localizzazione. L’uso del protocollo SALUTE [27] garantisce che l’informazione sia completa e circolabile, ma la posta in gioco va ben al di là della diffusione di informazioni fattuali: ciò che sta nascendo è una nuova sensibilità politica. L’esperienza individuale, atomizzata, della città lascia il posto a un’attenzione collettiva, espressa attraverso il tracciamento continuo del nemico così come da una sensibilità ai ritmi, ai flussi e alle relazioni qualitative che strutturano i luoghi abitati. Come nota la già citata guida pratica, questi centri «riusciranno o falliranno a seconda che siate attenti o meno ai bisogni della zona circostante» [28] Tramite questo apprendimento dei segni, la lotta anti-ICE contribuisce a far nascere un mondo in comune. La minaccia rappresentata da questa politicizzazione logistica della vita quotidiana per la legittimità delle forze governanti è considerevole. È probabilmente il motivo per cui l’amministrazione Trump ha cercato di disinnescare la resistenza attribuendole un’identità pre-digerita e un racconto. Invece di riconoscere la lotta per ciò che è – una circolazione di pratiche diffuse di sovversione accessibili a tutti, indipendentemente dalle ideologie o identità sociali – il potere proietta il mito di un’organizzazione gerarchica («Antifa»), finanziata da élite liberali e organizzata militarmente in «cellule» che ricevono ordini centralizzati. Lo scopo di questo racconto caricaturale e palesemente falso non è quello di essere preso alla lettera da chicchessia (dal momento che non ha alcuna realtà), ma di dissimulare la verità sensibile che si afferma ogni giorno di più: il binarismo cittadino/non-cittadino è uno strumento intollerabile di apartheid violento. Quali potenziali inavvertiti porta in sé questa nuova ondata di contestazione? Cosa potrebbe realizzare una rete diffusa di Consigli di quartiere, animata da un’intelligenza logistica collettiva e da una capacità estremamente mobile di rottura e di intervento, se guadagnasse una maggiore ampiezza? Per evitare efficacemente gli arresti e proteggere i vicini, potrebbero diventare necessarie delle forme di blocco logistico più ambiziose. Cosa richiederebbe il coordinamento delle azioni su scala di intere città, o la messa in pratica di blocchi di filtraggio in grado di assicurare un controllo comunitario di certe zone o quartieri? A quali altre ambizioni di potere popolare potrebbero servire queste tecniche se – o quando – l’ICE si ritirerà dalle città coinvolte?

  • La fine delle mediazioni potrebbe significare la fine della sinistra – e l’emergere di un nuovo underground rivoluzionario

  • Nella misura in cui le forze in campo competono per determinare quale direzione prenderà il salto al di là della democrazia liberale, le mediazioni continueranno a dissolversi. In quanto vettore principale del «soft power», il ruolo della sinistra, che consiste nel contenere l’energia ribelle attraverso la promessa di riconoscimento statale e di riforme, potrebbe smettere di funzionare. Mentre la destra prosegue il suo attacco contro la base della cultura di sinistra – licenziando professori, criminalizzando militanti e studenti, e sopprimendo i finanziamenti destinati alle ONG LGBTQ e ai diritti delle e dei migranti – si fa largo un’occasione: quella di reiventare da cima a fondo il sottosuolo politico. A tal riguardo, l’esempio del Sudan può rivelarsi istruttivo. Come scrive Prasad:

    «Dopo una sollevazione nel 2013, è emerso un proliferare di comitati di resistenza, il cui scopo era quello di preparare l’ondata successiva di lotte. Concretamente, questo significava: mantenere dei centri sociali di quartiere; costruire un’infrastruttura e raccogliere riserve di materiale ritenuto necessario; sviluppare reti di compagni e simpatizzanti a livello delle città e del paese; e testare la capacità di queste reti attraverso azioni coordinate. Quando la rivoluzione è arrivata davvero, alla fine del 2018, questi gruppi hanno potuto agire come vettori d’intensificazione. I comitati di resistenza hanno anche potuto sostenere la rivoluzione nella sua fase successiva, quando il presidente Al-Bashir è stato costretto a dimissionare» [29].

    I compiti esatti che un sottosuolo post-sinistra deve intraprendere sono ancora da chiarire. Se la reazione pubblica all’affare Luigi Mangione ha provato qualcosa, è che questo sottosuolo non ha alcun bisogno di trarre le proprie coordinate politiche dal conflitto culturale classico sinistra/destra. È possibile che un movimento vasto, combattivo e audace – capace di esplorare gli interstizi della storia recente, di risuscitarne giudiziosamente le intuizioni, e di perseguirne senza sosta le conclusioni – possa risuonare ben al di là dei bacini dell’ultrasinistra, e trovare un vasto ascolto in un periodo di profonda incertezza. Più di un secolo fa, Kropotkin proponeva il seguente correttivo:

    «”Però”, ci avvertono spesso i nostri amici, “attenzione a non spingersi troppo in là! L’umanità non può essere cambiata in un sol giorno, non siate quindi troppo affrettati con i vostri progetti di esproprio e di anarchia, col rischio di non ottenere alcun risultato duraturo”. Ora, ciò che temiamo noi rispetto all’esproprio è esattamente l’opposto. Abbiamo paura di non andare abbastanza a fondo, di realizzare degli espropri su scala troppo limitata affinché questi possano durare. Non vorremmo che lo slancio rivoluzionario si fermi a metà strada, spegnendosi nelle mezze misure che non soddisferebbe nessuno e che, facendo sprofondare la società in un’immensa confusione e interrompendo le sue abituali attività, non avrebbero alcuna potenza vitale, non farebbero che diffondere un malcontento generale e preparerebbero inevitabilmente il terreno per il trionfo della reazione» [30].

    Se – e quando – la marea vira di nuovo a loro favore, i commissariati ricominciano a bruciare e i politici si seppelliscono nei bunker o fuggono in elicottero, gli insorti non devono essere presi alla sprovvista. Essi non devono permettere che la comune sia rimpiazzata da un parlamento virtuale di server Discord; devono utilizzare tale occasione per mettere in atto delle sperimentazioni comuni, incarnate, in presenza, in grado di coinvolgere il maggior numero di partecipanti. Benché nulla di ciò che è attualmente immaginabile sia adeguato, la storia nasconde delle tracce in cui potrebbero ancora alloggiare delle sorprese.

    Adrian Wohlleben,  Ottobre 2025.

    Note

    [1] Nella misura in cui la stessa bandiera One Piece si diffonde, si arricchisce poco a poco di attributi locali. In Madagascar, per esempio, il cappello di paglia viene sostituito dal satroka, un berretto tradizionalmente indossato dal gruppo etnico Betsileo. Resta tuttavia significativo il fatto che sia l’identità nazionale a cavalcare questo simbolo contagioso, come semplice accessorio, e non il contrario. Cfr. Monica Mark, «‘Gen Z’ protesters in Madagascar call for general strike», Financial Times, 9 ottobre 2025. (online).

    [2] Blaumachen, «The Transitional Phase of the Crisis : the Era of Riots», 2011 (online).

    [3] Maurizio Lazzarato, Gli Stati Uniti e il «capitalismo fascista» (online).

    [4] Intervista citata in Vasudha Mukherjee, «Trump turns ally investments into $10 trillion US ‘sovereign wealth fund’», Business Standard, 14 agosto 2025 (online).

    [5] Il fatto che l’èra delle rivolte sia apparsa per prima, e ch’essa sia stata integrata solo in seguito da uno sforzo fascisteggiante di reimporre un ordine incentrato sugli Stati Uniti, sia all’interno che all’esterno, non deve indurci in errore. Il bilancio che tracciava il Comitato invisibile del ciclo 2008-2013 si concludeva con queste parole: «Niente garantisce che l’opzione fascista non venga preferita alla rivoluzione» (Ai nostri amici).

    [6] Nueva Icaria, «New Fascisms and the Reconfiguration of the Global Counterrevolution», Ill Will, 11 agosto 2025 (online).

    [7] Ibidem.

    ** Il riferimento qui è all’attentatore di Charlie Kirk, che pareva essere un gamer, appassionato di videogiochi.

    [8] Pranaya Rana, «The Week after Revolution», Kalam Weekly (Substack), 19 settembre 2025 (online).

    [9] S. Prasad, «Paper Planes», 31 agosto 2022 (online).

    [10] Phil Neel distingue tra le lotte in difesa delle «condizioni di sussistenza» economico-ecologiche e quelle che si scontrano con «l’imposizione autoritaria di queste condizioni» («Teoria del partito» Ill Will, 6 settembre 2025: in italiano online). La recente tendenza globale fa sì che movimenti sociali di massa non-violenti che rivendano una riforma delle condizioni di sussistenza siano proiettati nel combattimento non appena le forze dell’ordine reagiscono per eccesso e aprono il fuoco, spostando il quadro della lotta dal primo tipo al secondo: dall’austerità all’autorità. Gli Stati Uniti costituiscono un’eccezione: benché le misure di austerità rappresentino lo sfondo, le lotte sulle questioni economiche non producono quasi mai rivolte combattive di massa: queste sono catalizzate soltanto dai mezzi autoritari di repressione. Anche se una rivolta ha poche probabilità di scoppiare negli USA direttamente a causa dei tagli ai buoni alimentari, della precarietà dell’abitare o della negazione delle cure mediche, le reti militanti forgiate da queste lotte di sussistenza possono tuttavia contribuire ad approfondire dei movimenti di massa antiautoritari, come quando l’infrastruttura del sindacato degli inquilini di Los Anglese è stata mobilitata per allestire dei centri di difesa anti-ICE in seguito alle sommosse di giugno 2025.

    [11] S. Prasad, «Paper Planes», 31 agosto 2022 (online).

    [12] In questo caso, la debolezza dell’immaginazione è legata a sperimentazioni pratiche intentate nel momento in cui avrebbero dovuto essere tentate. La tesi VII esplora lo scenario inverso, quando tali sperimentazioni hanno avuto effettivamente luogo ma la loro potenza è passata inosservata.

    [13] Günther Anders, «Theses for the Atomic Age», The Massachusetts Review, vol. III, n. 3 (primavera 1962), p. 496. In italiano, il testo andersiano si può trovare in appendice al suo Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki, Einaudi, 1961; Linea d’ombra, 1995. È leggibile anche qui.

    [14] Per esempio, chiamare «armi» le bombe nucleari e dibattere del loro uso tattico equivale ad assimilarle a uno strumento, un mezzo in vista di un fine. Ora, l’uso di tali bombe minaccia di distruggere il mondo intero all’interno del quale soltanto dei fini possono essere perseguìti. Il loro uso annulla di conseguenza ogni rapporto mezzi-fini e rende caduche le considerazioni tattiche. Eppure, questa attitudine strumentale resta la sola maniera in cui l’immaginazione riesce a pensarle, malgrado si tratti di un errore di categoria. Cfr. Günther Anders, «I comandamenti dell’èra atomica», in Burning Conscience, Monthly Review Press, 1962, pp. 15-17. In italiano, il testo è stato pubblicato in Essere e non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki. Lo si può leggere anche qui: I comandamenti dell’Era Atomica | Günther Anders – Granelli di Pace

    [15] Gilbert Simondon sosteneva che la «relazione artificiale» che intratteniamo con gli oggetti tecnici può essere corretta soltanto a condizione di imparare a concepire la loro evoluzione geneticamente, cioè dissociandola dalle intenzioni umana proiettate su di loro, per cogliere invece lo sviluppo dei loro elementi, dei loro insiemi e del loro contesti associati secondo i loro stessi termini. In maniera analoga, quando studiamo l’evoluzione, la mutazione e la circolazione degli stimoli pratici e dei gesti attraverso differenti sequenze di lotta, può essere utile sospendere metodologicamente il riferimento ai fini che i partecipanti si dànno, per considerare l’evoluzione di queste pratiche, da un ciclo all’altro, secondo i loro stessi termini.

    Qualcuno ha espresso il timore che una simile focalizzazione sulla circolazione e l’evoluzione delle pratiche ceda a quello che Kiersten Solt ha definito «nichilismo della tecnica.».

    Mi sembra al contrario che i rivoluzionati non pensino ancora abbastanza tecnicamente. Sono fin troppo numerosi coloro che continuano a reificare un concetto astratto e a-storico dell’azione politica, nel quale i metodi di lotta deriverebbero immediatamente dai fini perseguìti o potrebbero essere volontaristicamente adottati per semplice decreto. In pratica, l’attualità precede la possibilità: tutte le lotte fondano la loro esperienza del possibile politico su un serbatoio di impulsi già in circolazione, innovando all’interno dei limiti fissati da tale serbatoio. È questo menù o repertorio esistente – che potremmo chiamare il phylum tattico – che delimita il campo dell’immaginabile. E, lungi dal superare questo repertorio, la nostra immaginazione resta spesso al di qua.

    Di conseguenza, invece di proiettare dei valori etici e politici davanti alla realtà e di trattare la pratica come semplice mezzo per realizzarli, l’analisi delle pratiche può servire ad allargare la nostra immaginazione e a rendere l’attualità di nuovo possibile. Questo presuppone di rintracciare l’evoluzione delle spinte pratiche attraverso le sequenze di lotta, alla ricerca di brecce, di faglie e dei momenti in cui i limiti sono stati oltrepassati.

    [16] Adottando il «Jolly Roger» come bandiera globale, l’ondata di sollevazioni del 2025 ha convertito il termine «Gen Z» da una designazione demografica banale al simbolo di uno spossessamento condiviso. Attraverso la sua circolazione virale, da Indonesia e Nepal fino al Madagascar, al Marocco e al Perù, la bandiera pirata «Gen Z» mette in luce una tensione ormai familiare tra lo Stato e il capitale: dal momento che tutti i buoni impieghi locali sono monopolizzati dai figli della borghesia (i «nepo babies»), bisogna andare all’estero per guadagnarsi da vivere; ma nella misura in cui l’ordine neoliberale crolla, gli Stati chiudono le frontiere. Ne consegue un’esperienza contraddittoria: i lavoratori sono sradicali pur essendo chiusi nello spazio, con il digitale come unica apertura sul mondo. La comunità virtuale della libertà pirata è il riflesso negativo di questa condizione economica confinata. Naturalmente, questa condizione non si limita per nulla ai giovani. L’accento messo sulla «gioventù» sembra legato piuttosto a una virtù paradossalmente negativa: non avere le mani sporche. Essere giovani significa non essere ancora al potere, non essere ancora in grado di “trafficare”, non essere ancora inseriti in una rete di potere locale e globale, non essere ancora corrotti. È questa negatività – e non la proprietà positiva dell’età – che ha permesso a una forza combattente di cristalizzarsi all’attorno all’evidenziatore «Gen Z».

    [17] Per una lettura opposta che afferma l’uso del mito nei Gilet gialli, si veda «Epistemology of the Heart», in Liaisons Vol. II, Horizons, PM Press, 2022 (online). Tuttavia, come gli stessi autori riconoscono: «Il problema è che, mentre il compimento del mito contribuisce alla forza della lotta, la tradizione dei vinti deve rimanere vinta per poter restare una tradizione» (375). Qui come sempre, l’affermazione del mito si rivela inseparabile da un culto della morte esemplare, una religio mortis. Il comunismo, a mio avviso, deve essere una scommessa sulla vita terrena, non sull’eternità.

    [18] Adrian Wohlleben e Paul Torino, «Memes with Force. Lessons from the Yellow Vests», Mute, 26 febbraio 2019 (in italiano qui).

    [19] Adrian Wohlleben, «The Counterrevolution is Failing», Commune, 16 febbraio 2019 (online).

    [20] Adrian Wohlleben, «Memes without End», Ill Will, 17 maggio 2021 (in italiano qui). Ripubblicato in The George Floyd Uprising, a cura del Vortex Collective, PM Press, 2023, 224-47.

    [21] Anonymous, «Learning to Build Together: the Yellow Vests», Ill Will, 9 maggio 2019 (online).

    Essa costituiva un paradigma originale e potente di autorganizzazione insurrezionale. Ancora una volta, non è affatto certo che i Gilet gialli avessero còlto appieno la portata della propria invenzione. Invece di riconoscere che stavano reimmaginando le forme e le pratiche con cui lo slogan «tutto il potere alle communi» potrebbe essere attualizzato oggi, uno sguardo incentrato sulle dimissioni di Macron spingeva molti ad adottare semplicemente una nuova forma di proceduralità parlamentare: il Referendum d’iniziativa cittadina (RIC) [finalizzato a permettere la consultazione referendaria per la proposta o l’abrogazione di leggi, la revoca dei mandati politici e gli emendamenti costituzionali].

    [22] Jérôme Baschet e ACTA, «History Is No Longer on Our Side: An Interview with Jérôme Baschet», Mute, 23 gennaio 2020 (online).

    [23] Temps Critiques, «On the 10th of September», Ill Will, 10 settembre 2025 (online).

    [24] Questo argomento è sviluppato più dettagliatamente in Wohlleben, «Memes without End».

    [25] La lezione da trarre da sequenze come il Kazakhstan del 2022, o il Nepal di quest’estate, non è che bisognerebbe ignorare i luoghi del potere o lasciarli in pace, ma che non c’è niente da farne, se non raderli al suolo con sangue freddo. In tale prospettiva, anche la festa in piscina in Sri Lanka è durata forse troppo tempo, distogliendo le energie dalle festività che avrebbero dovuto svolgersi nelle strade, nei quartieri e nelle stazioni di benzina dell’intero paese. Mentre riducevano in cenere i simboli fisici del potere borghese, i manifestanti nepalesi hanno nondimeno fallito nel costruire le basi di un potere popolare indipendente in prossimità delle zone abitate, ripiegando piuttosto sui forum virtuali di Discord, dove complottavano per piazzare i “loro” politici ai posti di potere. Malgrado la ferocia del loro assalto, il concetto parlamentare di politica ne è uscito intatto.

    [26] Lake Effect Collective, «Defend our Neighbors, Defend Ourselves! Community Self-Defense from Los Angeles to Chicago», p. 4 (online). Benché il testo oscilli tra un atteggiamento «proattivo» d’intervento autonomo (p. 4) e la politica di un alleato che limita il proprio ruolo a «sostenere e facilitare» le azioni dei cosiddetti «locali» (il che definisce implicitamente i loro autori/autrici come extraterrestri) (p. 5), esso offre una solida cassetta degli attrezzi per gli individui e i collettivi desiderosi di partecipare al momento presente.

    [27] SALUTE è un mezzo mnemotecnico che significa: taglia/forza (Size/Strength – S), azioni/attività (Actions/Activity – A), localizzazione (Location – L), uniforme/vestiti (Uniform – U), momento dell’osservazione (Time – T), equipaggiamento/armi (Equipment – E). Tale quadro serve ad assicurare che un rapporto di osservazione fornisca informazioni sufficientemente dettagliate e complete.

    [28] Lake Effect Collective, «Community Self-Defense», p. 9 (online).

    [29] S. Prasad, «Paper Planes», 31 agosto 2022 (online). Con la differenza che, laddove il movimento neo-consiliare sudanese è stato alla fine vinto per via della sua incapacità a difendersi, una sollevazione americana dovrà mobilitare tutta la sua inventiva per impedire la guerra aperta che cova in permanenza, affinché delle sperimentazioni di autonomia collettiva possano generalizzarsi e rafforzarsi nel frattempo.

    [30] Pëtr Kropotkin, La conquista del pane [1892], Anarchismo, Trieste, 2024 [quarta edizione]. Disponibile anche qui: La conquista del pane | Edizioni Anarchismo

    Per delle iperboli esatte    (commento a cura della redazione de Il rovescio)

    Due sono a nostro avviso i pregi di questo testo. Il primo è quello di collocare su un terreno strategico – cioè decisivo – lo scontro tra il moto di sommosse in corso nel mondo e l’ascesa dei neo-autoritarismi, scontro la cui posta in gioco è la direzione del salto oltre una democrazia liberale ormai defunta ma non ancora crollata; cosa ben diversa dalle solite geremiadi sul conflitto tra fascismo e democrazia, con il correlativo (e fuorviante) invito a difendere la seconda per scongiurare il primo. L’altro pregio del testo è quello di osservare con attenzione cosa stanno producendo di innovativo alcuni movimenti di rivolta. Anche quando non è quello del semplice consumo spettacolare, lo sguardo sulle rivolte è spesso “mitico”, nel senso che le immagini di blocchi, scontri e saccheggi sembrano uscire da uno spazio-tempo sempre-uguale (quello estatico della rottura della normalità). Se quel mitico punto di appoggio della rivolta (là dove gli incappucciati si scontrano con la polizia e assaltano i luoghi del potere) è di per sé un antidoto rispetto al mito autoritario dell’ineluttabilità della storia, rivoluzionario è soltanto lo sguardo che vuole imparare da ciò che concretamente fanno – nelle opere e nei giorni della lotta – le proprie sorelle e i propri fratelli di classe al di là di qualche fermo immagine che li immortala. Così come la rivolta è sempre l’iperbole di un insieme di fattori storici e sociali, anche la teoria sulla rivolta si serve di iperboli per evidenziare alcuni elementi anziché altri. Vale tuttavia per la teoria-pratica rivoluzionaria ciò che Cristina Campo diceva della poesia: la sua verità «parla per iperboli esatte».

    Ci limitiamo qui a segnalare i disaccordi e le integrazioni che ci sembrano più importanti. Per poi abbozzare qualche riflessione.

    Nell’analisi della fase storica manca nel testo la tendenza fondamentale del nostro tempo: la guerra. La quale non può essere rubricata dentro un elenco di misure extra-economiche insieme al «saccheggio», alla «conquista» e allo «spossessamento». Senza addentraci qui nel rapporto di reciproco incremento tra i «monopoli radicali» tecno-industriali e la potenza militare per allargarli e per difenderli, sarà sufficiente dire che più lo scontro inter-statale e inter-capitalistico passa dal piano economico-finanziario a quello strategico, più la guerra diventa allo stesso tempo un precipitato e un’ulteriore radicalizzazione dello scontro. Il passaggio dei moti di rivolta a un piano rivoluzionario si giocherà innanzitutto contro gli effetti di una mobilitazione bellica totale. Di tutto ciò non c’è traccia nel testo, tant’è che nell’analisi degli ultimi cinque anni non si menziona nemmeno la prima guerra simmetrica dall’epoca di quella di Corea: il conflitto tra Nato e Russia giocato sul terreno dell’Ucraina.

    Considerazione analoga vale per il susseguirsi di sollevazione negli ultimi due anni. Come si fa a non collegarlo a Gaza, vera apocalisse del nostro tempo? Il solo accenno al genocidio del popolo palestinese è espresso in termini palesemente assurdi: il salto ormai necessario oltre la democrazia liberale determina, secondo l’autore, «l’audacia stupefacente che sorge in tutti gli angoli della società, dagli attentati “gamer” al cinismo animale del genocidio israeliano a Gaza, fino ai giovani nepalesi e alle classi popolari …». Ma come si fa a individuare un carattere comune («l’audacia stupefacente») nella combattività di certe rivolte e nello sterminio perpetrato dallo Stato d’Israele (per altro un esempio atroce di razionalità scientifico-militare-industriale applicata a una logica coloniale, altro che «cinismo animale»!).

    L’unico riferimento, poi, alla potenza tecnologica come caratteristica fondamentale della società in cui viviamo consiste in un uso di Anders che più che «originale» a noi sembra strampalato. Lo «scarto prometeico» andersiano si riferisce alla producibilità tecnica di catastrofi troppo smisurate («sovraliminali») per essere afferrate dalla nostra «fantasia morale». Cosa c’entra con il fatto che nelle lotte – e ciò da ben prima dell’èra nucleare – la coscienza pratica è sempre più avanti di quella teorica? Che la rivolta sociale appaia ai suoi stessi partecipanti una sorta di enigma attiene al fatto che le sue risultanti mescolano passato e futuro, continuità e rottura, abitudini ereditate e nuovi inizi; e che le sue «innovazioni» più feconde non sono né individuali né collettive, bensì impersonali. Ciò non toglie che il ruolo della teoria è proprio quello di cogliere l’elemento vivo più nelle pratiche che nelle dichiarazioni d’intenti (questo è il rapporto che si è dato, per esempio, tra l’invenzione proletaria dei Soviet e la teoria consiliare).

    Da questo punto di vista, le parti del testo dedicate ai Gilet gialli e alle lotte in corso negli USA contro i rapimenti dell’ICE sono estremamente puntuali e interessanti. Se anche per noi l’intreccio tra autorganizzazione comunitaria e capacità offensiva è uno degli elementi decisivi, non c’è alcun bisogno di vedere in tale intreccio delle «basi di un potere politico popolare». La nozione di «potere» è estremamente ambigua, perché indica sia la capacità di agire di concerto e di realizzare un determinato rapporto di forza, sia l’usurpazione di tale capacità da parte di minoranze che si dànno a tal fine una legittimazione popolare. È solo una questione linguistica?

    L’ultimo rilievo attiene a uno scarto (non prometeico…) tra le considerazioni logistico/infrastrutturali e la citazione di Kropotkin. Né le rotatorie dei Gilet gialli né i centri di difesa anti-ICE nei quartieri sono esempi di esproprio (mentre le «carovane dei saccheggi» citate a proposito della Floyd rebellion ne costituiscono un’espressione parziale). Se i blocchi-luoghi di vita rappresentano un punto di appoggio che permette alle lotte di tenere nel tempo e di estendersi nello spazio, il passaggio dalle rivolte alla rivoluzione non può avvenire senza l’esproprio generalizzato. Ora, se è abbastanza chiaro cosa debba distruggere un movimento insurrezionale, lo è molto meno, nell’epoca del tecno-capitalismo e dei «monopoli radicali», di cosa ci si possa davvero riappropriare per rendere irreversibile un conflitto e gettare così le basi di una vita altra.

    Per cercare di cogliere appieno l’hic Rhodus, hic salta di ogni ipotesi rivoluzionaria oggi, è necessario formulare con chiarezza l’ordine dei problemi. Da questo punto di vista – l’ordine dei problemi, non necessariamente le «soluzioni» – rimangono ancora estremamente preziose le analisi sviluppate negli anni Ottanta dall’Encyclopédie des Nuisances. Partendo quindi da alcuni loro brani (riportati in corsivo) possiamo cercare di tracciare qualche spunto finale.

    Le forze produttive e tecnologiche sono adesso mobilitate dalle classi proprietarie e dai loro Stati per rendere irreversibile l’espropriazione della vita e devastare il mondo fino a farne qualcosa che nessuno possa più pensare di contendere loro.

    Ecco il fronte di lotta che contiene tutti gli altri. Lo sviluppo tecnologico, vero motore del dominio e della sua cosmovisione, è un apparato d’incarcerazione della società. Questo non significa solo che esso tende, grazie alle sue stesse dinamiche, a mercificare ogni cosa, e quindi a trasformare in valore gli stessi corpi e i cicli vitali della natura e della specie; significa anche che la sua presa totalitaria costituisce la principale potenza anti-rivoluzionaria e anti-utopica in atto. Rendendo irreversibili i suoi processi, punta a rendere incontendibile il suo mondo, sempre più gestibile unicamente dalle sue macchine e dai suoi esperti. È da quest’angolo visuale – allo stesso tempo dentro e contro la storia – che si possono giudicare le singole «innovazioni». Che siano macchine, dispositivi digitali o farmaci genetici, il punto non è tanto e soltanto: chi ci guadagna? Oppure: sono davvero efficaci? Bensì: accrescono la sottomissione delle nostre vite? Rendono ancora più irreversibile lo spossessamento individuale e sociale? Per formulare un simile giudizio

    è necessaria la costituzione di un punto di vista collettivo a partire dal quale diventa possibile condannare tutta l’innovazione tecnica autoritaria, senza più lasciarsi impressionare dall’insulso rimprovero di passatismo.

    A impedire la formazione di tale «punto di vista collettivo» non è tanto l’ideologia del dominio, in quanto apparato di giustificazione istantanea di tutto ciò che l’economia divenuta totalitaria compie; bensì la difficoltà pratica di tagliare i rami marci su cui siamo noi stessi seduti.

    L’immensità di questo compito di trasformazione, che ognuno avverte confusamente, è senza dubbio la causa più universale e più vera della prostrazione di tanti nostri contemporanei, che conferisce alla propaganda spettacolare la sua relativa efficacia.

    Poiché il territorio nella sua integralità è stato ricostruito dal nemico secondo i suoi bisogni repressivi, ogni volontà sovversiva deve cominciare con il considerare freddamente a partire da quali realtà vissute può rinascere una coscienza critica collettiva, quali sono i nuovi punti d’applicazione della rivolta suscettibili di portare con sé tutti quelli precedenti.

    Non crediamo che questo possa davvero avvenire «freddamente». Gli spazi di libertà si aprono solo quando s’innalza la temperatura morale di una parte della società. Senza abbandonare le abituali regole di condotta – cioè senza rotture della trama capitalistica delle nostre vite – non si possano scatenare quei «baccanali della verità in cui nessuno rimane sobrio».

    I sostenitori della critica sociale rivendicavano la negazione della politica, volevano che si prendessero come punto di partenza quei germi di rivoluzione che erano le lotte operaie, ma dimenticavano che i veri germi di rivoluzione non si erano mai sviluppati nell’epoca recente (in Francia nel 1968 come in Polonia nel 1980-1981) se non con la creazione di una prima forma di comunicazione liberata in cui tutti i problemi della vita reale tendevano a trovare la loro espressione immediata, e in cui gli individui cominciavano, compiendo gli atti richiesti loro dalle necessità della loro emancipazione, a costituire quell’ambito pubblico dove la libertà può dispiegare le proprie seduzioni e divenire una realtà tangibile. In poche parole: non si può sopprimere la politica senza realizzarla.

    Il concetto di «politica» è quanto meno ambivalente, indicando tanto la cura comune della polis quanto l’arte di governare, cioè la creazione di una sfera di gestione separata e specializzata: in breve, l’usurpazione del «potere di agire di concerto» da parte dello Stato. Forse il punto non è – o non è più, dopo gli esperimenti totalitari del Novecento – contrapporre alla «politica» una supposta spontaneità sociale da liberare. Il grande antropologo libertario Pierre Clastres ha illustrato in modo meticoloso che le società senza e contro lo Stato non nascono libere perché «selvagge», bensì si autoistituiscono politicamente come tali, cioè introducono consapevolmente dei contrappesi simbolici e materiali affinché il potere rimanga circolatorio e non diventi coercitivo (affinché il «potere di agire di concerto» non si trasformi nel dominio di una minoranza). Se questo è vero, il comunismo anarchico non è l’insorgenza di un sociale represso, bensì la sua «invenzione» insurrezionale, cioè la consapevole riattivazione di «materiali antichi» levigati da nuovi modi d’uso.

    Forza e limiti delle sollevazioni in corso sono legati proprio al fatto che «i nuovi punti di applicazione della rivolta» sono «ambiti pubblici» reiventati (che tengono nella misura in cui si intrecciano con i luoghi e i tempi delle esigenze quotidiane). Se questo permette la loro generalizzazione – anche in termini di pezzi di società che vi si uniscono – più di quanto non facciano le lotte sui luoghi di lavoro, la «comunicazione liberata» che ne discende non ha sottomano un aggancio concreto per le prime, necessarie misure rivoluzionarie: gli espropri per la Comune. Non solo espropri di merci dai supermercati (con cui non si campa a lungo), bensì dei mezzi con cui farne a meno.

    «Grande è la ricchezza di un mondo in agonia», scriveva Ernst Bloch. Per il momento, con l’iniziativa che è ancora nelle mani di Stati e tecnocrati, questa «agonia» è ricca soprattutto di disastri, di coercizioni e di guerre, il cui tessuto di silicio copre letteralmente la vista. Se quella di uscire progressivamente da questa «infermità sovra-equipaggiata», con l’accumulazione quantitativa delle lotte e delle forze, è un’illusione fuori tempo massimo, anche l’idea che gli scossoni delle rivolte riannodino improvvisamente i fili dell’esperienza umana e del giudizio critico risulta a suo modo consolatoria. Serve più che mai la lucidità di far proprie delle verità scomode. Ad esempio, che non c’è alcun progetto rivoluzionario bell’e pronto da ereditare dal passato; e che non esistono delle capacità umane meta-storiche su cui fare affidamento. Il dominio ha scavato a fondo. Non solo per estorcere sotto tortura i segreti della vita biologica, sfruttata fin nelle sue particelle sub-atomiche; ma anche per condizionare fin nell’intimo degli individui il senso della libertà. Nondimeno, le forme autoritarie di organizzazione fanno sempre più fatica a imporsi nei movimenti, e lo spazio-tempo dentro il quale questi si sviluppano tende ad assomigliarsi sul piano internazionale. Resta probabilmente vero quello che diceva Gustav Landauer, e cioè che nelle epoche di rottura i rivoluzionari nascono per germinazione spontanea. Ma questo non è necessariamente vero per le rivoluzioni.

    Saranno le idee, le azioni e le prime misure rivoluzionarie a definire, in un dialogo a distanza, quei progetti che abbiano la ricchezza delle specificità locali e l’intensità universale di una chiamata alle armi. Non è di per sé l’estensione di un moto di protesta a renderlo contagioso, ma la sua profondità, il suo farsi esempio vivente e quindi iperbole esatta, per quanto limitata sia la sua dimensione geografica. Forse ciò di cui c’è bisogno è proprio questo federalismo degli esempi rivoluzionari, in grado di risuonare e creare così le condizioni del proprio allargamento. Sarà la germinazione degli esempi a scongelare la storia di cui ogni slancio di libertà ha bisogno.

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