#reflexion

¿Puede alguien que vive en una burbuja de aislamiento entender los problemas de quienes caminan por el lodo de la vida diaria? La respuesta simple y corta es un rotundo NO

Cuando una persona decide alejarse de todo lo que nos hace humanos —el sexo, el amor de pareja, las deudas, el compromiso de criar a un hijo o el simple deseo de poseer algo material—, pierde la brújula necesaria para orientarse en los problemas de los demás. No se puede dar un consejo real sobre el hambre si nunca te ha rugido el estómago, ni se puede pretender entender el caos de una familia si jamás has tenido que negociar una pelea en la mesa o el llanto de un niño de madrugada. Quien vive en un celibato eterno y una castidad absoluta, lejos de las pasiones y las tentaciones más básicas, termina viendo la vida como una película muda: puede ver que los personajes se mueven, pero no tiene idea de qué se siente el calor de la escena o el peso de la responsabilidad.

La realidad no se aprende en los libros ni en la contemplación solitaria, sino en la fricción con el mundo. Un hombre soltero, sin hijos y sin pasiones terrenales, por más que se esfuerce, no tiene los datos suficientes para comprender los matices del espíritu humano, sus virtudes o sus defectos más profundos. Le falta el contexto de la piel y el golpe de la necesidad. Al final del día, quien no ha bajado a la arena a ensuciarse con los problemas mundanos y carnales que todos enfrentamos, simplemente no puede entender de qué se trata estar vivo. ¿ entonces puede un monje realmente entender a los demás seres humanos y su espíritu? La respuesta corta y directa es un rotundo no.

Bajo estos parámetros una persona con tales características definitivamente no tiene ni entiende la esencia de la verdadera espiritualidad humana.

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La “Monaca degli Anelli”: eccezionale scoperta archeologica rivela le forme di ascetismo estremo delle donne a Gerusalemme [IL MODELLO 3D DELLA TOMBA]

I resti di una religiosa in catene testimoniano le forme di ascetismo estremo praticato dalle donne nel monachesimo bizantino tra il V e il VII secolo.

Elena Percivaldi

Eccezionale scoperta archeologica a Gerusalemme. A circa tre chilometri dalla Città Vecchia, gli archeologi dell’IAA – Israel Antiquities Authority hanno documentato il primo caso al mondo di ascetismo estremo praticato da una religiosa cristiana. Durante lo scavo condotto in un antico monastero bizantino, gli studiosi si sono imbattuti nei resti di una donna: deposti all’interno di una tomba proprio sotto l’altare, erano gravati da pesanti catene di ferro. Lo straordinario ritrovamento, datato tra il V e il VII secolo d.C., getta nuova luce sul ruolo delle donne nel mondo monastico dell’epoca.

I resti della monaca in catene (foto: IAA)

La scoperta: una religiosa avvolta in catene

Lo scavo in corso, condotto sotto la guida degli archeologi Zubair ʼAdawi, Kfir Arbiv e Yossi Nagar, interessa l’area di un antico monastero bizantino situato a nord-ovest di Gerusalemme. Sotto l’altare della chiesa sono state indagate diverse cripte funerarie contenenti resti di uomini, donne e bambini. Tra questi spicca una tomba singola, collocata proprio sotto l’altare e quindi in posizione eminente. Braccia e mani della persona qui deposta erano avvolte da una dozzina tra anelli e catene di ferro, altri quattro anelli erano intorno al collo e almeno una decina sulle gambe. All’altezza del ventre, lo scheletro appariva gravato da diverse lastre, anch’esse di ferro. Accanto al corpo, c’era un piccolo crocifisso di metallo.

Gli archeologi studiano i resti della monaca in catene (Foto: IAA)

I resti umani erano in pessimo stato di conservazione, ma grazie a una tecnologia innovativa – l’analisi di proteomica e peptidomica – i ricercatori del Weizmann Institute of Science, guidati da Paula Kotli, David Morgenstern ed Elisabetta Boaretto, sono riusciti a stabilire il sesso biologico della persona sepolta. Analizzando le proteine dell’amelogenina presenti nello smalto di un dente, hanno confermato che si trattava di una donna. La scoperta invita a rivedere le conoscenze sull’ascetismo di quest’epoca, ritenuto tradizionalmente una pratica in prevalenza, se non quasi esclusivamente, maschile.

Guarda il modello 3D della tomba

L’ascetismo estremo: una scelta volontaria

Con ogni probabilità, catene e anelli portati dalla donna non erano strumenti di tortura o di coercizione che le era stata imposta da un’autorità esterna, ma aveva scelto di indossarle lei stessa. Non si trattava una dunque di una schiava o di una detenuta, ma di un’asceta. Che aveva deciso di portare i pesanti gioghi quale forma di mortificazione e pratica spirituale estrema.

Kfir Arbiv dell’IAA mentre scopre un pavimento mosaicato nel sito del monastero (foto: IAA)

Secondo ʼAdawi e Arbiv, direttori degli scavi, questo tipo di esperienza era abbastanza diffusa nei primi secoli del cristianesimo: più si mortificava il corpo e lo si privava dei piaceri carnali, si riteneva, più l’anima era in grado di elevarsi verso la perfezione e l’Assoluto. I monaci asceti e anacoreti – e, ora lo sappiamo, anche le monache – adottavano forme estreme di penitenza: digiuni estenuanti, autoimposizione di catene, gioghi e pesi, isolamento in celle o grotte erano tra i più diffusi. Ben noto è anche l’esempio degli stiliti – il più celebre fu Simeone lo Stilita – , che sceglievano di vivere su una colonna.

Il fenomeno, nato in Siria settentrionale e Anatolia, si diffuse in Asia Minore, raggiungendo l’Europa occidentale e spingendosi a sud fino a Gerusalemme e all’Egitto. A dedicarsi all’ascetismo estremo erano soprattutto gli uomini, ma non mancano esempi femminili, per quanto più rari. Un’importante fonte del V secolo, l’“Historia Religiosa” di Teodoreto di Cirro, inserisce tra le trenta biografie di celebri eremiti anche quelle di tre donne. Tra loro Marana e Cyra, che per 42 anni portarono catene attorno al collo, agli arti e alla vita come forma di penitenza.

Le donne nel monachesimo

Ma chi era la “Monaca degli Anelli”, come è stata soprannominata? Probabilmente non lo sapremo mai con certezza. Secondo gli archeologi dell’IAA, potrebbe essere giunta a Gerusalemme dalla Siria, magari per entrare in una comunità monastica cosmopolita. Ma poteva anche essere una donna locale che decise spontaneamente di adottare questa pratica religiosa. In ogni caso, ritrovamenti di questo genere non sono frequenti. Ad oggi in Israele sono noti solo due casi di “monaci in catene”, entrambi di sesso maschile. Uno di essi fu ritrovato a Giv’at HaMatos, nei pressi del monastero di Mar Elias, tra Gerusalemme e Betlemme. L’altro è tornato alla luce due anni fa a Khirbat el-Masani: anche in questo caso la tomba era collegata a un monastero.

Zubair ʼ Adawi, direttore degli scavi per conto dell’Autorità per le Antichità di Israele, studia i resti (foto: IAA)

Donne religiose nel primo cristianesimo: esempi illustri

Che però anche le donne fossero dedite, nei primi secoli del Cristianesimo, a forme di religiosità ascetica è cosa ampiamente nota dalle fonti. Possiamo citare, a tal proposito, le ben note figure di Egeria, Melania l’anziana (o Seniore), Melania la giovane (Juniore), Pelagia e Marina la Siriaca, che ben testimoniano la presenza femminile in questo contesto. Ma si trattava di un mondo prevalentemente maschile, tant’è che spesso le donne che intendevano accedere a esperienze religiose estreme decidevano di travestirsi da uomo. Santa Pelagia, ad esempio, abbandonò la lussuosa vita che conduceva ad Antiochia per vivere da eremita sul Monte degli Ulivi. Per farlo adottò il nome maschile “Pelagios” e si fece passare per un uomo. Le verità venne a galla solo dopo la sua morte.

Analogamente Marina la Siriaca divenne asceta adottando il nome “Marino” e un’identità maschile. Nel suo caso, l’agiografia ci racconta addirittura che una giovinetta l’accusò (falsamente) di averla concupita e messa incinta. Pur di non svelare la propria identità, Marina non solo non respinse l’accusa, ma accettò di crescere il bambino, vivendo l’esperienza come una ulteriore forma di umiliazione e di espiazione delle proprie colpe. Anche nel suo caso la verità venne scoperta solo alla sua morte.

Una finestra sul ruolo della donna nel passato

Una cosa è certa. La straordinaria e fortissima esperienza ascetica vissuta dalla “Monaca degli Anelli” rappresenta molto più di un semplice dato archeologico. Quel fragile scheletro gravato dal ferro, e poi sepolto sotto l’altare della chiesa di un monastero di 1500 anni fa, ci spinge ancora una volta a riflettere sul ruolo delle donne nella storia. E apre la strada a nuove ricerche che cercheranno di illuminare per quanto possibile – se non forse comprendere del tutto – la complessità e la forza delle loro esperienze e il profondo impatto che ebbero nella vita, religiosa e monastica, dell’epoca.

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Paolo Dai Pra' | Invidious
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Una rilettura del testo ascetico dell'Ottocento che ha influenzato la pratica mistica e liturgica dell'ortodossia. Il viaggio di uno pellegrino che ci insegna come la condizione di "straniero" sia il principio primo su cui si fonda il valore dell'accoglienza.

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