Dissipa tu
se tu vuoi
questo mio incantarsi,
la mia eterna
ricerca del bello.
Dissipa tu
se tu vuoi
questo mio incantarsi,
la mia eterna
ricerca del bello.
Agi: In libreria “Sono tornato perché c’eri tu”. Come la poesia può salvare ciascuno di noi
AGI - Esce in libreria “Sono tornato perché c’eri tu. La poesia che salva e come lo fa”, scritto dalla docente Mara Sabia e dal giornalista Emilio Fabio Torsello per i tipi Solferino, un vero e proprio viaggio narrativo tra le vite dei poeti e delle poetesse del Novecento per indagare una domanda centrale: in che modo la poesia ha aiutato i grandi autori ad attraversare periodi di difficoltà.
La poesia come resistenza
Attraverso ritratti vividi e documentati — da Amelia Rosselli a Raymond Carver, da Ghiannis Ritsos e Ungaretti ad Alda Merini, da Miklós Radnóti a Goliarda Sapienza, fino ad arrivare a Giovanna Rosadini e a Maria Grazia Calandrone — Torsello e Sabia mostrano come la scrittura poetica abbia rappresentato, in contesti diversissimi, una resistenza al dolore, alla guerra, alla prigionia, alla malattia o alla perdita. E in alcuni casi anche alla morte.
La poesia: una risorsa quotidiana
Mara Sabia ed Emilio Fabio Torsello, studiosi e curatori del progetto culturale e di divulgazione poetica La Setta dei Poeti estinti, intrecciano nel volume una ricerca puntuale, il racconto biografico e l’esperienza personale maturata nei reading e negli incontri pubblici dedicati alla poesia organizzati dal 2016 in teatri, musei e spazi culturali italiani. L’intento del libro, dunque, è quello di restituire ai versi la loro funzione più concreta: parlare al presente dei lettori e «demolire quell’apparente solitudine in cui crediamo di vivere».
Il risultato è un saggio narrativo, accessibile e appassionato, che invita a rileggere i grandi poeti come compagni di viaggio, persone che hanno attraversato la vita con le sue difficoltà grazie alla scorta e al sostegno della parola poetica. Per Sabia e Torsello, dunque, la poesia non è un rifugio elitario ma una risorsa quotidiana: un modo per affrontare i punti oscuri dell’esistenza e riconoscere, nelle parole degli altri, una possibilità di salvezza.
In the bookstore “I came back because you were there”. How poetry can save each of us.
AGI - “I came back because you were there. The poetry that saves and how it does so,” written by teacher Mara Sabia and journalist Emilio Fabio Torsello for Solferino publishing, is a real journey through the lives of poets and poetesses of the 20th century to investigate a central question: in what ways has poetry helped great authors to overcome periods of difficulty.
Poetry as Resistance
Through vivid and documented portraits—from Amelia Rosselli to Raymond Carver, from Ghiannis Ritsos and Ungaretti to Alda Merini, from Miklós Radnóti to Goliarda Sapienza, and finally to Giovanna Rosadini and Maria Grazia Calandrone—Torsello and Sabia show how poetic writing has represented, in vastly different contexts, a resistance to pain, war, imprisonment, illness, or loss. And in some cases, even to death.
Poetry: A Daily Resource
Mara Sabia and Emilio Fabio Torsello, scholars and curators of the cultural and poetic divulgation project “The Sect of Extinct Poets,” interweave a precise research, a biographical account, and the personal experience gained through readings and public meetings dedicated to poetry, which began in 2016 in Italian theaters, museums, and cultural spaces. The book’s intent is therefore to return verses to their most concrete function: to speak to the present of readers and “demolish that apparent solitude in which we believe we live.”
The result is a narrative essay, accessible and passionate, that invites readers to reread the great poets as companions on a journey, people who have navigated life’s difficulties thanks to the supply and support of poetic language. For Sabia and Torsello, therefore, poetry is not an elite refuge but a daily resource: a way to face the dark corners of existence and recognize, in the words of others, a possibility of salvation.
#MaraSabia #EmilioFabioTorsello #Solferino #AmeliaRosselli #RaymondCarver #GhiannisRitsos #Ungaretti #AldaMerini #MiklósRadnóti #GoliardaSapienza #GiovannaRosadini #Sabia #Italian #Torsello
https://www.agi.it/cultura/news/2026-03-22/poesia-salva-autori-36240500/
→ corallo (rosselli)
Leggo questo bell’articolo dello scorso anno di Maria Attanasio su Amelia Rosselli, uscito su doppiozero; e in incipit trovo questo passo:
Mi invitò a mangiare insieme a lei, il giorno dopo a casa sua, in Via del Corallo; un vicolo piuttosto stretto, il cui nome la prima volta collegai ovviamente ad amuleti e fondali marini; che a lei invece richiamava i bassorilievi dei cori lignei delle chiese, ma talvolta anche la criniera di un cavallo, aggiunse ilare davanti alla mia aria sorpresa. Forse erano le rifrazioni consonantiche del termine corallo ad accendere quella strana associazione di immagini, mi dissi; come nella poesia anche nella vita per Amelia il senso e l’intelligenza di ogni parola traboccavano dalla pura formulazione sillabica e dalla sua abituale funzione d’uso
Direi che è importante registrare (e apprezzare!) la ingegnosa e positivamente non scientifica etimologia coro → corallo … o, addirittura, criniera → corallo
Connessioni come questa nascono, direi, soltanto o principalmente grazie a un’adesione felicemente parziale o intermittente o interrotta con la “madrelingua”. Il passaggio coro → corallo non echeggia naturalmente in una voce “madrelingua” italiana regolata = disciplinata = educata. Ma lo sguardo dal margine linguistico invece lo vede subito, e va anche oltre (fino a vedere nel corallo una criniera).
Ecco come il senso spicca sui (e prescinde dai) significati.
#AmeliaRosselli #corallo #Coro #criniera #Doppiozero #madrelingua #MariaAttanasio #Rosselli #xenoglossia

1.Via del Corallo, 25L’ultima immagine di lei, nel maggio del novantacinque a Roma, dove – invitata da Dacia Maraini nella Casa Moravia da lei diretta – ero andata a presentare la mia prima narrazione in prosa, Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile.Sapevo che Amelia stava male, che aveva difficoltà a camminare, e non l’aspettavo; ma si era fatta accompagnare ed era lì, tra il pubblico.
una scrittura che ammala. valère novarina e il tentativo “di saperne, tutti i giorni, un po’ meno che le macchine”
(uno spunto da https://www.nazioneindiana.com/2026/01/22/novarina-scienziato-dellignoranza/
e https://slowforward.net/2026/02/10/poetry-after-barbarism-by-jennifer-scappettone-online-talk-h-0000/)
da oggi e fino al 13 febbraio, a roma: giornate per amelia rosselli
UN ECHEGGIARE VIOLENTO. TRENT’ANNI CON AMELIA ROSSELLI(Parigi 28 marzo 1930 – Roma 11 febbraio 1996)
Convegno internazionale a cura di Andrea Cortellessa, Sonia Gentili e
Monica Venturini, Roma, 11-13 febbraio 2026
mercoledì 11 febbraio, 10:30 e 14:30
Sala Consiliare di Roma, Palazzo Valentini
(via IV Novembre 118/A)
LA VITA, LA STORIA, LA POLITICA
saluti istituzionali, introduzioni dei curatori, Sonia Bergamasco
legge Amelia Rosselli; relazioni di Elena Gigante, Andrea Ricciardi,
Raffaele Pittella, Matilde Manara, Mara Sabia e Caterina Venturini
20:30, Teatro Palladium (Piazza Bartolomeo Romano, 8)
L’INFERNO, TESSUTO DA MANI PERFETTE, di Fabrizio De Rossi Re, prima
esecuzione assoluta (con Andrea Cortellessa e Diletta Masetti, voci
recitanti; Maria Chiara Forte, soprano; Fabrizio De Rossi Re,
pianoforte; video di Lorenzo Letizia; conduce Luca Aversano)
giovedì 12 febbraio, ore 9:00 e 14:30,
Aula magna del Rettorato dell’Università «La Sapienza»
LE IMMAGINI, LA MUSICA, GLI SPAZI
saluti istituzionali; presiede Roberto Gigliucci; relazioni di Roberto
Deidier, Sonia Gentili, Sara Sermini, Susanna Pasticci, Jacopo
Pellegrini, Paolo Marini, Chiara Portesine, Andrea Cortellessa e
Patricia Peterle
17:00, Aula magna del Rettorato dell’Università «La Sapienza»,
Annelisa Alleva, Daniela Attanasio, Silvia Bre, Federica D’Amato,
Carmen Gallo, Sonia Gentili, Antonia Paolini, Jonida Prifti, Laura
Pugno, Irene Santori e Sara Sermini leggono Amelia Rosselli;
conducono
Mara Sabia ed Emilio Fabio Torsello
venerdì 13 febbraio, ore 9:00 e 15:00, Aula magna del Polo di Lettere
dell’Università Roma Tre (Via Ostiense, 234)
saluti istituzionali; presiedono Laura Barile e Camilla Miglio;
relazioni di Monica Venturini, Francesco Carbognin, Francesco
Brancati, Caterina Verbaro, Stefano Giovannuzzi, Chiara Carpita,
Carmen Gallo, Gian Maria Annovi, Simone Casini, Francesca Tomassini,
Cecilia Bello Minciacchi
https://teatropalladium.uniroma3.it/evento/linferno-tessuto-da-mani-perfette/
info: [email protected]; [email protected]
#AmeliaRosselli #AndreaCortellessa #AndreaRicciardi #CamillaMiglio #CarmenGallo #CaterinaVenturini #CaterinaVerbaro #CeciliaBelloMinciacchi #ChiaraCarpita #ChiaraPortesine #DilettaMasetti #ElenaGigante #FabrizioDeRossiRe #FrancescaTomassini #FrancescoBrancati #FrancescoCarbognin #GianMariaAnnovi #JacopoPellegrini #LauraBarile #LorenzoLetizia #LucaAversano #MaraSabia #MariaChiaraForte #MatildeManara #MonicaVenturini #PalazzoValentini #PaoloMarini #PatriciaPeterle #poesia #prosa #RaffaelePittella #RobertoGigliucci #RobertoDeidier #SaraSermini #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #SimoneCasini #SoniaBergamasco #SoniaGentili #StefanoGiovannuzzi #SusannaPasticci #TeatroPalladiumdall’11 al 13 febbraio, a roma: giornate per amelia rosselli
UN ECHEGGIARE VIOLENTO. TRENT’ANNI CON AMELIA ROSSELLI(Parigi 28 marzo 1930 – Roma 11 febbraio 1996)
Convegno internazionale a cura di Andrea Cortellessa, Sonia Gentili e
Monica Venturini, Roma, 11-13 febbraio 2026
mercoledì 11 febbraio, 10:30 e 14:30
Sala Consiliare di Roma, Palazzo Valentini
(via IV Novembre 118/A)
LA VITA, LA STORIA, LA POLITICA
saluti istituzionali, introduzioni dei curatori, Sonia Bergamasco
legge Amelia Rosselli; relazioni di Elena Gigante, Andrea Ricciardi,
Raffaele Pittella, Matilde Manara, Mara Sabia e Caterina Venturini
20:30, Teatro Palladium (Piazza Bartolomeo Romano, 8)
L’INFERNO, TESSUTO DA MANI PERFETTE, di Fabrizio De Rossi Re, prima
esecuzione assoluta (con Andrea Cortellessa e Diletta Masetti, voci
recitanti; Maria Chiara Forte, soprano; Fabrizio De Rossi Re,
pianoforte; video di Lorenzo Letizia; conduce Luca Aversano)
giovedì 12 febbraio, ore 9:00 e 14:30,
Aula magna del Rettorato dell’Università «La Sapienza»
LE IMMAGINI, LA MUSICA, GLI SPAZI
saluti istituzionali; presiede Roberto Gigliucci; relazioni di Roberto
Deidier, Sonia Gentili, Sara Sermini, Susanna Pasticci, Jacopo
Pellegrini, Paolo Marini, Chiara Portesine, Andrea Cortellessa e
Patricia Peterle
17:00, Aula magna del Rettorato dell’Università «La Sapienza»,
Annelisa Alleva, Daniela Attanasio, Silvia Bre, Federica D’Amato,
Carmen Gallo, Sonia Gentili, Antonia Paolini, Jonida Prifti, Laura
Pugno, Irene Santori e Sara Sermini leggono Amelia Rosselli;
conducono
Mara Sabia ed Emilio Fabio Torsello
venerdì 13 febbraio, ore 9:00 e 15:00, Aula magna del Polo di Lettere
dell’Università Roma Tre (Via Ostiense, 234)
saluti istituzionali; presiedono Laura Barile e Camilla Miglio;
relazioni di Monica Venturini, Francesco Carbognin, Francesco
Brancati, Caterina Verbaro, Stefano Giovannuzzi, Chiara Carpita,
Carmen Gallo, Gian Maria Annovi, Simone Casini, Francesca Tomassini,
Cecilia Bello Minciacchi
https://teatropalladium.uniroma3.it/evento/linferno-tessuto-da-mani-perfette/
info: [email protected]; [email protected]
#AmeliaRosselli #AndreaCortellessa #AndreaRicciardi #CamillaMiglio #CarmenGallo #CaterinaVenturini #CaterinaVerbaro #CeciliaBelloMinciacchi #ChiaraCarpita #ChiaraPortesine #DilettaMasetti #ElenaGigante #FabrizioDeRossiRe #FrancescaTomassini #FrancescoBrancati #FrancescoCarbognin #GianMariaAnnovi #JacopoPellegrini #LauraBarile #LorenzoLetizia #LucaAversano #MaraSabia #MariaChiaraForte #MatildeManara #MonicaVenturini #PalazzoValentini #PaoloMarini #PatriciaPeterle #poesia #prosa #RaffaelePittella #RobertoGigliucci #RobertoDeidier #SaraSermini #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #SimoneCasini #SoniaBergamasco #SoniaGentili #StefanoGiovannuzzi #SusannaPasticci #TeatroPalladiumLa poesia di Maria Rosaria Madonna (1940-2002) ricolloca la realtà in una dimensione in cui il rapporto fra oggetto e nome è destabilizzato. Nel momento in cui la lingua “viva” dei contemporanei appare morta, solo una lingua effettivamente “morta” può essere riattivata come organismo poetico
La posizione di Maria Rosaria Madonna (1940-2002) all’interno della poesia italiana del secondo Novecento appare oggi come una linea di rottura, una faglia linguistica non assimilabile a nessuna delle linee dominanti della lirica del suo tempo: né allo sperimentalismo d’ascendenza neoavanguardistica, né al post-minimalismo diaristico, né alla linea elegiaca che ha continuato a egemonizzare la percezione della poesia italiana del dopoguerra. Ciò che immediatamente sorprende è che la sua opera, pur costruita sulla consapevolezza di un’alterità linguistica radicale, non assume mai l’auto compiacimento del gesto manieristico, ma tende invece a porre il linguaggio poetico davanti al proprio limite ontologico: non semplicemente la ricerca di una nuova lingua, ma l’accettazione dell’idea che la lingua sia ormai un corpo esanime, una lingua morta, e che solo come tale possa ritrovare nel capovolgimento operato dalla poetessa siciliana una forma di verità. Le parole, nella sua poesia, non vivono nella naturalità di un parlato riconoscibile, ma nella densità di un’epidermide consunta, simile a quel «merletto di vetro di Murano» con cui viene descritta una città nella lettura critica di Linguaglossa, immagine che rende con precisione la fragilità del mondo poetico di Madonna.
Uno dei punti in cui la poetessa dichiara più esplicitamente la sua distanza dalla normologia poetica contemporanea è il rifiuto del «favellare» e del «balbo balbutire» dei «famuli»; un rifiuto che risuona come condanna dell’idiolettismo poetico postmoderno: «Tutto questo favellare, tutto questo balbo / balbutire, mi è ostico – lo capisci? / La lingua dei famuli – lo capisci? / La detesto.». Qui Madonna disvela la propria insofferenza per un linguaggio ridotto a superficie comunicativa, incapace di sostenere un pathos o una tensione metafisica. L’io poetico, lungi dal porsi come centro organizzatore di un’esperienza autobiografica, appare decentrato, quasi un residuo linguistico tra altri residui. Nelle fasi più mature della sua produzione, il soggetto non è che una funzione dell’enunciazione, «un mero accadimento del linguaggio», come rileva Linguaglossa, costretto a muoversi in un ordine proposizionale che non ammette più l’illusione di un referente stabile.
L’ermeneutica proposta da Linguaglossa insiste molto sulla categoria del «significante fluttuante», mutuata da Lévi-Strauss. In effetti, alcune immagini di Madonna mostrano una deliberata sospensione semantica. Il verso: «Il buio chiede udienza alla notte daltonica», opera una torsione metaforica che mantiene le parole in uno stato di reciproca eccedenza: né “buio” né “notte” aderiscono a un referente riconoscibile, ma entrano in una relazione di sovrapposizione che produce un eccesso di senso. L’immagine si struttura come un campo di tensioni: da un lato, la personificazione del buio, dall’altro, il cromatismo paradossale della “notte daltonica”, che nega il fondamento percettivo della notte stessa. In ciò si manifesta l’elemento più caratteristico della poetica di Madonna: lo spaesamento semantico non come gioco retorico, ma come condizione antropologica.
Quando Madonna afferma che «il mare è un aquilone che un bambino / tiene per una cordicella» – immagine discussa da un lettore e difesa da Linguaglossa – non produce semplicemente un effetto surrealistico, ma ricolloca la realtà in una dimensione in cui il rapporto fra oggetto e nome è destabilizzato. La sua poetica sembra prendere le mosse da ciò che la filosofia del Novecento ha chiamato la crisi del referente: non la rappresentazione del reale, ma la sua collocazione in un sistema simbolico che non garantisce più alcuna presa sulla realtà stessa.
Anche la prima fase della sua opera, quella di Stige, conferma questa vocazione alla dislocazione linguistica. La scelta di un «neolatino» (dizione di Amelia Rosselli) o «tardo latino ingobbito» (dizione di Giorgio Linguaglossa), non è un mero esercizio di stile filologico, ma una strategia ontologica: nel momento in cui la lingua “viva” dei contemporanei appare morta, solo una lingua effettivamente “morta” può essere riattivata come organismo poetico. Ne derivano formule come «invetrare e invetriare una lingua tutta nostra / che sia monda dagli stilemi del peccato / e dall’usura delle stelle», che esprimono un programma di purificazione semiotica: togliere al linguaggio la patina dell’uso, fargli riacquistare la scintillante fragilità del vetro.
La poetessa affronta spesso, nelle composizioni più tarde, figure emblematiche della tradizione occidentale – Penelope, Ipazia, Teodora, il Console dell’impero tardo – che sembrano emergere come proiezioni di un io plurale, intertemporale. Nel testo su Penelope si legge: «La storia di Omero non ci convince / Omero è un bugiardo, ha mentito». Tale giudizio, apparentemente sacrilego, è in realtà un’operazione critica: rifiutare l’ambiguità originaria della narrazione omerica, che fonda l’epos sulla menzogna, equivale per Madonna a sottrarre il linguaggio all’ideologia del racconto. Qui l’interpretazione di Linguaglossa coglie un punto essenziale nel rapporto tra mito, inganno e linguaggio, anche se forse tende a teleologizzare troppo il gesto della poetessa, leggendo in esso un rifiuto integrale della narrativa occidentale. In realtà, Madonna non abolisce il mito, ma lo reinventa sottraendolo alla struttura lineare del racconto per collocarlo in un tempo circolare, ellittico, quasi una «curvatura dello spazio-tempo», come Linguaglossa stesso osserva altrove.
La sua scrittura poetica procede infatti per scarti, ellissi, orbite linguistiche, come se la continuità del discorso fosse corrosa da una forza gravitazionale interna al linguaggio stesso. L’io che parla dalla clausura di Stige – «Non erubesco meae miseria / plango non esse quod fuerim» – non descrive una condizione psicologica, ma afferma la propria esistenza come residuo linguistico, come frammento di una lingua che rimpiange ciò che non può più essere.
Il rifiuto della salvezza, inoltre, è posto come un atto quasi teologico: «Io invece penso che il mondo non sarà / salvato affatto. / Non ci sarà nessuno a salvare il mondo. / E questa sarà la sua salvezza.». È una formula che richiama certe intuizioni gnostiche: il male non può essere redento perché la redenzione stessa è parte del dispositivo che lo perpetua. In questo contesto, la scelta di una lingua «in frigorifero» (per usare l’immagine efficace di Linguaglossa) assume un valore etico prima ancora che estetico: l’unica forma di resistenza possibile alla degradazione del linguaggio è la reinvenzione di un linguaggio che, paradossalmente, cessa di volersi vivo. Madonna costruisce un linguaggio morto come antidoto speculare al linguaggio dei suoi contemporanei.
Quanto alla domanda se l’ermeneutica di Giorgio Linguaglossa sia “azzeccata”, la risposta non può essere univoca. Linguaglossa coglie con lucidità il tratto fondamentale della poesia di Madonna: la sua appartenenza a una condizione post-storica in cui la lingua diventa il luogo dell’interrogazione radicale, mai consolatoria, mai auto referenziale. La lettura linguaglossiana sui «significanti eccedenti», sulla «sospensione semantica», sulla «lingua morta» resuscitata come gesto di libertà, sono pertinenti e spesso illuminanti. Tuttavia, il critico romano tende talvolta a inscrivere Madonna in un paradigma teorico – quello di precursore della “Nuova Ontologia Estetica” – che rischia di sovradeterminare la lettura dei testi, trasformando la poesia di Madonna in un tassello coerente di un sistema ermeneutico. Madonna, invece, è meno sistematica, più ellittica, più irregolare, più sfuggente di quanto l’ermeneutica linguaglossiana, pur brillantissima, lasci intendere. La sua opera non si lascia mai del tutto afferrare da un modello poetico; è e resta un corpo linguistico anacronistico, irriducibile, di cui la critica può intuirne le orbite ma non stabilire completamente l’equazione.
In definitiva, la grandezza di Maria Rosaria Madonna consiste nel fatto che la sua poesia, attraversando lingue morte, lingue resuscitate dalla decomposizione, Lingue inventate e invetriate ci parla da una lontananza abissale: della morte del linguaggio dei suoi contemporanei, riuscendo così, paradossalmente, a restituire alla parola poetica un nucleo di verità: contrapponendo la sua estrema fragilità alla forza poderosa dei linguaggi del contemporaneo. Ed è proprio questa fragilità, questo stare “tra” (metaxy), tra Atene e Gerusalemme (dizione di Zagajevsky), che la rende la voce forse più originale e ancora da comprendere appieno del secondo Novecento italiano. Propongo qui la lettura delle poesie successive a Stige (1992) e scritte, verosimilmente, attorno agli anni 2000.
(Gino Rago)
.
A fine 1991 Maria Rosaria Madonna (1942-2002) mi spedì il dattiloscritto contenente le poesie che sarebbero apparse con la sigla editoriale «Scettro del Re» l’anno seguente, il 1992, con il titolo Stige. A quel tempo avevo pensato di tentare l’impresa editoriale, e infatti decisi di pubblicare senza indugio il libro di Madonna con la quale intrattenni poi dei rapporti epistolari anche per via della sua collaborazione, se pur saltuaria, al quadrimestrale di letteratura Poiesis che avevo nel frattempo messo in piedi. Fu così che presentai lo scartafaccio di Stige ad Amelia Rosselli che ne firmò la prefazione. Madonna era una donna di straordinaria cultura, sapeva di teologia e di marxismo. Solitaria, non mi accennò mai nulla della sua vita privata, non aveva figli e non era mai stata sposata. Sempre scontenta delle proprie poesie, la poetessa sottoporrà quelle a suo avviso non riuscite ad una meticolosa riscrittura e cancellazione in vista di una pubblicazione che comprendesse anche la non vasta sezione degli inediti. La prematura scomparsa della poetessa nel 2002 determinò un rinvio della pubblicazione in attesa di una idonea collocazione editoriale. È quindi con sedici anni di ritardo rispetto ai tempi preventivati che trova adesso la luce uno dei poeti di maggior talento del tardo Novecento. Sempre scontenta di sé, Madonna rottama un bel mannello di poesie di Stige (quelle a pagina 52, 54, 55, 56, 57, 58, 59, 60 e 61) e sottopone a riscrittura molte altre composizioni. Per la presente edizione (del 2018) ho adottato il criterio di inserire nelle «Poesie inedite» (1992-2000) le composizioni sottoposte a riscrittura in quanto devono essere considerate a tutti gli effetti poesie «nuove»; il gruppo “Poesie inedite” (2000-2002), raccoglie invece le rare composizioni degli ultimi anni della sua vita dove si nota l’abbandono della caratteristica effrazione semantica delle poesie in «neolingua» di Stige, l’utilizzo di un linguaggio più snodato, una sintassi più elastica, un avvicinamento al piano del «quotidiano», l’inserimento del «parlato» e del «dialogo», una poesia più colloquiata, un maggiore innesto di metafore, tutti elementi che contrassegnano l’avvenuta mutazione dello stile che si muove adesso in direzione della assimilazione di un linguaggio quasi prosastico e il frequente ricorso ad immagini, un avvicinamento agli «oggetti» posti nello spazio, anzi, strutturati dentro lo spazio, un coglimento degli «oggetti» che rispetta loro irriducibile alterità rispetto all’espressione linguistica. (Giorgio Linguaglossa)
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
Parlano la nostra stessa lingua i Galli?
Si sono riuniti in Senato il Console
con i Tribuni della plebe
e i Legati del Senato… c’è un via vai di toghe
scarlatte, di faccendieri
e di bianche tuniche di lino dalle dande dorate
per le vie del Foro…
Qualcuno ha riaperto il tempio di Giano,
il tempio di Vesta è stato distrutto da un incendio
alimentato dalle candide vestali,
corre voce che gli aruspici abbiano vaticinato infausti presagi
che il volo degli uccelli è volubile e instabile
e un’aquila si sia posata sulla cupola del Pantheon
che sette corvi gracchiano sul frontone del Foro…
corrono voci discordi sulle bighe del vento
trainate da bizzosi cavalli al galoppo…
che il nostro esercito sia stato distrutto.
Caro Kavafis… ma tu li hai visti in faccia i barbari?
Che aspetto hanno? Hanno lunghe barbe?
Parlano una lingua incomprensibile?
E adesso che cosa farà il Console?
Quale editto emanerà il Senato dall’alto lignaggio?
Ci chiederà di onorare i nuovi barbari?
O reclamerà l’uso della forza?
Dovremo adottare una nuova lingua
per le nostre sentenze e gli editti imperiali?
Che cosa dice il Console?
Ci ordinerà la resa o chiamerà a raccolta gli ultimi
armati a presidio delle nostre mura?
Hanno ancora senso le nostre domande?
Ha ancora senso discettare sul da farsi?
C’è, qui e adesso, qualcosa di simile a un futuro?
C’è ancora la speranza di un futuro per i nostri figli?
E le magnifiche sorti e progressive?
Che ne sarà delle magnifiche sorti e progressive?
Sono ancora riuniti in Camera di Consiglio
gli Ottimati e discutono, discutono…
ma su che cosa discutono? Su quale ordine del giorno?
Ah, che sono arrivati i barbari?
Che bussano alla grande porta di ferro della nostra città?
Ah, dice il Console che non sono dissimili da noi?
Non hanno barba alcuna?
Che parlano la nostra stessa lingua?
Requisitoria del vescovo di Alessandria Cirillo “adversus Ipazia”(*)
Parla Ipazia dell’ordine delle stelle!?
(Dell’ordine delle stelle!?)
Ci dica Ipazia: per chi brilla la stella del vespero!?
E quella del mattino!?
Per chi brilla la stella del mattino!?
Per me? Per voi? Per noi tutti?
(Per noi tutti!?)
O forse per nessuno!?
Come può la pagana Ipazia parlarci delle stelle fisse!?
Tiene forse Ipazia l’inventario delle stelle!?
Cammina forse Ipazia con una stella sulla sua testa!?
Come può la sua bocca parlare con le stelle!?
Osa la sua bocca parlare con le stelle!?
Con le stelle!?
Afferma Ipazia che l’algida luna è nient’altro
che polvere di stelle!?
Che la luna è un ammasso di polvere!?
Che brilla di luce riflessa!?
Che essa è vera e non vera!?
Che essa è fatta di polvere e di acqua
Come il nostro mondo sublunare!?
Che non c’è resurrezione della carne!?
Che un mortale non può diventare immortale!?
Davvero, Ipazia afferma questo!?
Che un immortale non può indossare panni mortali!?
Davvero, Ipazia afferma questo!?
Che cosa ci dice la sua matematica?
E sul movimento degli astri?
Che gli astri si muovono intorno al sole?
Di grazia, parla Ipazia con le sfere celesti?
Osa asserire questo Ipazia?
Come può la sua bocca parlare?
Come può la sua bocca bestemmiare?
Si ricreda (Ipazia!), resti nel gineceo o prenda marito
E abbracci la fede di Cristo!
Rinneghi Ipazia la sua matematica!
Si ricreda Ipazia!
Prima che sia
Troppo
Tardi
(*) 415 dopo Cristo. La filosofa Ipazia cammina per le vie di Alessandria d’Egitto tra due ali di folla festante che rende onore alla scienziata. È avvolta in una tunica bianchissima che le avvolge il bellissimo corpo. Dietro l’angolo, in un vicolo, il vescovo Cirillo aizza all’assassinio della filosofa una torma di parabolani, i fanatici aguzzini della nuova fede che la uccideranno smembrandole il corpo.
Autodifesa dell’imperatrice Teodora
Procopio? Chi è costui? Un menagramo, un bugiardo,
un calunniatore, un furfante.
Non date retta alle calunnie di Procopio.
È un bugiardo, ama gettare fango sull’imperatrice,
schizza bile su chiunque lo disdegni; è la bile
dell’impotente, del pervertito.
Ma è grazie a lui che passerò alla storia.
Sono la bieca, crudele, dissoluta, astuta Teodora,
moglie dell’imperatore Giustiniano, la padrona
del mondo orientale.
E se anche fosse vero tutto il fango che Procopio
mi ha gettato sul volto?
Se anche tutto ciò corrispondesse al vero? Cambierebbe qualcosa?
È stata mia l’idea di inviare Belisario in Italia!
È stata mia l’idea di un codice delle leggi universali!
E di mettere a ferro e a fuoco l’Africa intera.
Soltanto i morti sono eterni, ma devono essere
morti veramente, e per l’eternità affinché siano tramandati.
Un tradimento deve essere vero e intero perché ci se ne ricordi!
Voi mi chiedete:
«Che cosa penseranno di Teodora nei secoli futuri?».
Ed io rispondo: «Credete veramente che i posteri abbiano
tempo da perdere con le calunnie e le infamie di Procopio?
Che costui ha raccolto nei retrobottega di Costantinopoli
tra i reietti e i delatori della città bassa?».
Ebbene, sì, ho calcato i postriboli di Costantinopoli,
lo confesso. E ciò cambia qualcosa nell’ordito del mondo?
Cambia qualcosa?
Il potere delle parole? Ve lo dico io: esso è
debole e friabile dinanzi al potere delle immagini.
Per questo ho ordinato di raffigurare l’imperatrice Teodora
nel mosaico di San Vitale a Ravenna, nell’abside,
con tutta la corte al seguito…
E per mezzo dell’arte la mia immagine travalicherà l’immortalità.
Per l’eternità.
«Valuta instabile», direte voi.
«Che dura quanto lo consente la memoria», replico.
«A dispetto delle calunnie e dell’invidia di Procopio».
La reggia che fu di Odisseo
Che cosa vogliono i proci che frequentano
la reggia che fu di Odisseo?
E che ci fa sua moglie Penelope
che di giorno tesse la tela con le sue ancelle
e di notte tradisce il suo sposo
nel letto dei giovani proci?
Sono passati dieci anni dalla guerra di Troia
e poi altri dieci.
I proci dicono che Odisseo non tornerà.
Nel frattempo si godono a turno Penelope,
la loro sgualdrina.
Si godono la reggia e la donna del loro re
sapendo che mai più tornerà.
Forse, Odisseo è morto in battaglia
o è naufragato in qualche isola deserta
ed è stato accoppato in un agguato.
La storia di Omero non ci convince
non è verosimile che un uomo solo
– e per di più vecchio –
abbia ucciso tutti i proci, giovani e forti.
La storia di Omero non ci convince.
Omero è un bugiardo, ha mentito,
e per la sua menzogna sarà scacciato dalla città
e migrerà in eterno in esilio
e andrà di gente in gente a raccontare
le sue fole…
Il tribuno della plebe Gabirio
C’è sempre un senatore, un impostore, un Gabirio
al quale puoi rivolgere doleances, istanze, protocolli, anfibologie…
Di notte, il tribuno Gabirio si lima le unghie smaltate
e si umetta le guance di cinabro,
con l’ausilio di una spugna del mar Morto
assiso scosceso sulla lettiga dalle bianche tende
portata a spalle da quattro poderosi schiavi mori
scorrazza per l’Urbe alla ricerca di efebi virili.
Deambula, il tribuno, a fatica con il ventre prominente
e le pachidermiche natiche…
dicono gli iettatori a causa di una sciatalgia…
ma è una bugia buona per gli oziosi.
Di giorno, evita Gabirio di mostrarsi in pubblico
con il purpurisso strofinato sulle labbra
e imbrattato di cerusso il faccione torbido,
e la culotte di trine indossa sotto la candida tunica
raccolta con un nodo sulla spalla.
Ma noi suoi commensali e compagni di prebende
che sappiamo il suo sordido vizio
ai posteri volentieri ne consegniamo notizia
per sua imperitura nequizia.
Dicono gli iloti che il tribuno Gabirio ami il suo delirio
più delle ostriche d’Egitto e del pasticcio di anguille della Giudea.
Dicono le male lingue che nel bel mezzo del convito,
Gabirio con la bocca infarcita di fagiani
al miele e di conigli in umido,
trovi la sua migliore e più imponderabile ispirazione,
una sordida ispirazione per le sue miserabili vanterie,
dice Gabirio di essere il più grande dei poeti dell’Urbe
e che i suoi versi lo scorteranno verso l’eternità.
Al di là del peristilio della sua villa
postulanti in fila attendono il proprio turno:
tanti, troppi questuanti, troppi contenziosi
che il tribuno deve sbrogliare…
Una folla maleodorante di questuanti illirici,
faccendieri greci e banausici etruschi
che parla lingue incomprensibili
e si accalca e sgomita sulla pubblica via…
(nutro dei dubbi sulla solidità della loro spina dorsale)
Una schiera variegata e interminabile…
che chiede udienza, presenta memorie
ed istanze, reclama mercedi…
che scalpita come il cavallo Incitatus e offre
i propri innominabili servigi.
Venere li conduce, Mercurio li divide, e Marte,
non ne dubito, farà il resto.
#AdamZagajevski #AmeliaRosselli #GinoRago #giorgioLinguaglossa #Ipazia #mariaRosariaMadonna #Omero #Penelope #Stige #Teodora
“poetry after barbarism”, by jennifer scappettone
“In Poetry After Barbarism, Jennifer Scappettone argues for nomadic, miscegenated, ‘xenoglossic’ poetries as fierce forms of linguistic and political resistance. Prodigiously researched cross-cultural readings celebrate a stellar constellation of consequential poets: Elsa von Freytag-Loringhoven, Emilio Villa, Amelia Rosselli, Etel Adnan, and LaTasha N. Nevada Diggs.”
— Charles Bernstein, author of The Kinds of Poetry I Want: Essays and Comedies
Jennifer Scappettone is a professor of literature, creative writing, gender studies, and environmental humanities at the University of Chicago. She is the author of Killing the Moonlight: Modernism in Venice (Columbia, 2014) and the cross-genre verse books From Dame Quickly and The Republic of Exit 43. She is also the translator of Locomotrix: Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli.
You can find more information about the book at the Columbia University Press website:
Against a backdrop of xenophobic and ethnonationalist fantasies of linguistic purity, Poetry After Barbarism uncovers a stateless, polyglot poetry of resistance—the poetry of motherless tongues. Departing from the national and global paradigms that dominate literary history, Jennifer Scappettone traces the aesthetic and geopolitical resonance of “xenoglossic” poetics: poetry composed in the space of contestation between national languages, concretizing dreams of mending the ruptures traced to the story of Babel. As global migration, aerial bombardment, and the wireless telegraph shrank distances with brute force during the twentieth century, visions of transcultural communication emerged in the hopes of bridging linguistic difference. At the same time, evolving Fascist ideologies denied the reality of cultural admixture and the humanity of the stranger.
Authors who write xenoglossic verse occupy languages without a perceived birthright or sanctioned education; they compose in ecstatic “orphan tongues” that rebuff nationalist ideologies, on the one hand, and globalization, on the other, uprooting notions of belonging ensconced in nativist metaphors of milk, blood, and soil while rendering the reactionary category of the barbarian obsolete. Raised within or in the wake of fascism, these poets practice strategic forms of literary and linguistic barbarism, proposing modes of collectivity that exceed geopolitical definitions. Studying experiments between languages by immigrant, refugee, and otherwise stateless authors—from Baroness Elsa von Freytag-Loringhoven to Emilio Villa, Amelia Rosselli, Etel Adnan, LaTasha N. Nevada Diggs, Chika Sagawa, and Sawako Nakayasu—this book explores how poetry can both represent and jumpstart metamorphosis of the shape and sound of citizenship, modeling paths toward alternative republics in which poetry might assume a central agency.
#againstFascism #alternativeRepublics #AmeliaRosselli #antiFascism #authoritarianism #BaronessElsaVonFreytagLoringhoven #ChikaSagawa #citizenship #ColumbiaUniversityPress #crossGenreVerseBooks #CUP #ElsaVonFreytagLoringhoven #EmilioVilla #essay #EtelAdnan #experimentalPoetry #FromDameQuickly #JenniferScappettone #KillingTheMoonlightModernismInVenice #LaTashaNNevadaDiggs #LocomotrixSelectedPoetryAndProseOfAmeliaRosselli #motherlessTongue #motherlessTongues #poetry #resistance #resistanceToFascism #SawakoNakayasu #TheRepublicOfExit43
allucinazioni?
e se Amelia Rosselli non fosse stata – o non completamente – catturata dai suoi fantasmi? se non avesse avuto solo allucinazioni di persecuzione? se avesse avuto semmai percezione acuta del passaggio solo apparente tra fascismo e postfascismo; e se quindi il terrore di essere spiata e braccata (come erano stati il padre e lo zio) avesse avuto delle fondamenta anche storicamente accertabili, non solo psicologicamente individuate?
c’è un libro che ne parla. si tratta de I lustrascarpe, scritto a due mani da Giuseppe Garrera e Sebastiano Triulzi. e secondo me è uno studio capitale, per inchiodare proprio in termini politici (anche oggi) l’italia dei governi e del grosso della borghesia alle proprie responsabilità (e radici) autoritarie, repressive, violente.
“i lustrascarpe”: anche in pdf il saggio di giuseppe garrera e sebastiano triulzi su amelia rosselli
#ameliaRosselli #fascismo #giuseppeGarrera #iLustrascarpe #sebastianoTriulzi